Finché c'è bici c'è speranza: intervista a Debora Silvestri

«So che ci sono persone che, ancora nel 2026, ritengono che il ciclismo sia uno sport da uomini. Forse sono le stesse che credono che seguire le nostre gare sia noioso, che non ci sia paragone e non hanno mai provato a guardarci, nemmeno in televisione. Probabilmente tra queste ci sono coloro che, quando avviene una caduta nel gruppo femminile, commentano in modi non ripetibili sui social, come se noi ci divertissimo a cadere e farci male. Eppure non ho mai pensato, neanche per un istante, che, per fare il mio mestiere, sarebbe stato meglio se fossi nata uomo, anche se certe cose avrebbero potuto essere più facili. Sono anzi fiera di essere donna e di essere una ciclista. Non sai quanto sono orgogliosa di tutte le cicliste che sono venute prima di me e grazie alle quali, oggi, io posso fare quello che faccio. Certe volte mi ritrovo a credere che, se anche noi lavoriamo bene, alziamo il livello, mostriamo tutta la nostra professionalità, la incrementiamo, qualche donna del domani possa non dover nemmeno più sentire certe assurdità. Così lavoro sodo, dei commenti social non parlo, tante voci non le ascolto, e cerco di dimostrare sempre il contrario, con l’orgoglio di essere donna. Se servisse, del resto potrebbe anche non importarmi». A dirci queste parole è Debora Silvestri, classe 1998, di Isola della Scala, nel plotone con la divisa di Laboral Kutxa – Fundaciòn Euskadi. A pedalare ha iniziato proprio osservando un gruppo di ragazzini in un campo dietro casa. Era con suo padre quel giorno, amatore, e, dopo essere rimasta a guardarli per qualche minuto, glielo disse: «Voglio fare come loro. Voglio diventare una ciclista». Era troppo giovane, non poteva iscriversi ad alcuna squadra. Allora si limitava a studiare i loro giri e, da sola, provava a ripercorrerli. Potrebbe bastare questo aneddoto a descriverne il carattere, di quelli tosti, di quelli che, di fronte ad un problema o ad un infortunio, hanno sempre cercato di trovare la chiave perché fosse un modo di andare avanti e non di fermarsi o di cambiare strada. La volta in cui Silvestri se l’è vista più brutta non è nemmeno molto lontana: il 21 marzo, alla Sanremo Women. Una caduta in curva, davanti a lei, che nulla può fare per evitare di cadere. Le immagini le abbiamo tutti in mente e ancora oggi fanno paura. Silvestri, invece, di quei momenti non ricorda nulla e, forse, grazie a questo non le è rimasto alcun timore ad affrontare la strada che scende. Eppure quel giorno ha fatto male.

Sei giorni in ospedale, i primi tre con l’ossigeno a causa di un edema che rendeva complicata la respirazione, immobilizzata. Faticava anche a ridere per il dolore alle costole e dormiva sul divano, “quasi in piedi”. Al ritorno a casa, il primo giorno, ha voluto uscire a fare una breve camminata, dopo due settimane era sui rulli, dopo circa quattro era già tornata su strada, grazie anche alla riabilitazione ed alla ginnastica posturale. Tutti le hanno detto che il suo è stato un recupero veloce, lei ritiene sia solo stato al suo tempo: «Quando ho ripreso a pedalare, era esattamente il momento in cui il mio corpo poteva riprendere a pedalare, al termine di tanti piccoli passi. Non avvertivo nemmeno le vibrazioni dell’asfalto. Mi ha aiutato sapermi ascoltare: quando ero una ragazzina mi allenavo sulla base dei miei battiti, di watt ho iniziato a capire qualcosa a vent’anni, forse a ventidue. Conosco il mio corpo e so ascoltarlo proprio per come sono cresciuta. I dati sono un appoggio». In quei giorni, Debora Silvestri non legge i social, ma i commenti che taluni riservano a quella caduta, in un modo o nell’altro, le giungono all’orecchio. «Non ha alcun senso replicare a certe parole. La cosa migliore è ignorarle. Una cosa, però, voglio dirla: in ogni lavoro ci sono dei rischi, anche nel ciclismo. Noi, come professioniste, questi rischi ce li assumiamo tutti. Sia quando le cose vanno bene, che quando vanno male. Quando siamo nel giusto e quando sbagliamo. Chi scrive sui social questi rischi non li conosce nemmeno. E spesso non è nemmeno mai salito su una bicicletta da corsa. Non metto certo in discussione la mia capacità di guidare la bicicletta per qualche commento social». Diverso è invece il discorso che riguarda la sicurezza stradale e che Silvestri affronta, portando la propria esperienza.

«Le strade italiane sono una giungla, lo dico senza mezzi termini. In altre nazioni non funziona così, in Spagna ad esempio, dove mi alleno spesso. Da noi un ciclista deve pensare a mille possibili movimenti di ogni automobilista, perché può succedere di tutto. Non gli basta concentrarsi sulla propria condotta, perché sa che per quanto possa essere attento e rispettare il codice stradale può trovare chiunque che, senza la medesima attenzione, pone in essere comportamenti pericolosi e potenzialmente mortali data la fragilità dell’utente della strada in bicicletta. Non è un caso. Sono azioni e le azioni dipendono spesso dalla cultura o dalla mancanza di cultura. In Italia manca completamente la cultura». Il pensiero non può non andare all’accaduto a Finlay Tarling alla Volta a Portugal solo poche settimane fa: «Fatico anche a parlarne. Si è fatto molto per la sicurezza in corsa, ma bisogna continuare a fare, non fermarsi mai e non credere mai di essere arrivati perché c’è sempre da fare. Tutte noi quando partecipiamo ad una corsa sappiamo che corriamo dei rischi, non ci pensiamo altrimenti cambieremmo mestiere, perché avremmo paura, Certe cose sono insite nel lavoro, su altre si ha il dovere di intervenire per evitarle. Ho apprezzato particolarmente, ad esempio, il lavoro che si è fatto, ad esempio, per le transenne agli arrivi. Cerco di mettere la massima attenzione, la massima correttezza ed anche prudenza ma non è detto che basti».

A credere che il ciclismo avrebbe potuto essere un lavoro, Silvestri ha iniziato nel 2020, l’anno in cui, spiega, anche il ciclismo è cambiato per molti aspetti. Se l’è sempre cavata bene, anche da junior, il cambio di categoria l’ha patito, ma, anche in quei momenti, era certa che era solo molto giovane, serviva tempo, ma ce l’avrebbe fatta. Ne era certa allora, come ne è certa oggi, alla vigilia di un anno, il 2027, che comporterà vari cambiamenti, tra cui quello relativo alla squadra. Silvestri ha caratteristiche da passista scalatrice, si riconosce doti da regista, è capace di leggere bene la corsa, sa stare bene in gruppo, limare e guidare la bicicletta per prendere la posizione migliore: «Non è facile e spesso non siamo portate a farlo ma penso che abbiamo il dovere di riconoscerci quello in cui siamo brave e dircelo chiaramente: “Questo lo so fare bene. Mi sono allenata tanto, mi sono impegnata ed ora sono brava”. Sono certa che faccia bene dirselo». Dopo l’infortunio, il Giro Women doveva essere un passaggio per arrivare al Tour de France Femmes pronta e così è stato. Non voleva fare classifica generale, aveva in mente di sfruttare le occasioni buone per una top ten in qualche tappa. Non è stato possibile perché le leader si sono date battaglia in praticamente ogni tappa, ma le sue gambe erano buone. In particolare è soddisfatta dell’ottava tappa, una sorta di rivincita per lei: «Mi hanno sempre detto tutti che nel finale delle corse calo, essere lì sul finire del Tour è stata la prova che, forse, si sbagliano. So di essere la seconda italiana in classifica generale dietro ad Elisa Longo Borghini, non è però un dato che considero rilevante e che mi interessa, anche se considero Elisa un faro nel nostro ciclismo, la nostra certezza, il nostro punto fermo. Voglio solo continuare su questa linea e far valere il mio potenziale». Proprio al Tour, Silvestri ha scalato il Ventoux ed ha stabilito il suo record personale di scalata su una salita che conosce bene, «ogni pietra, ogni albero, ogni ombra», in quanto spesso vi si è allenata: «Non riesco a capirne fino in fondo il motivo, ma è proprio un simbolo della Provenza, un rifugio. In qualunque giorno incontri decine e decine di persone che lo scalano. Mi sono anche chiesta chi glielo faccia fare perché è duro il Ventoux. Per noi è un lavoro, ma per loro? La risposta non l’ho trovata, continuerò a cercarla, a cercare di capire un mistero che mi affascina».

Dice che c’è stato sicuramente qualche istante in cui ha pensato che il ciclismo non facesse per lei, ma è stato sicuramente solo qualche istante e nel giro di un’ora, poco meno o poco più, è tornata in sella convinta che il ciclismo fosse il suo spazio, la sua realtà. Il ciclismo l’ha fatto conoscere a sua sorella minore Martina che ha iniziato a correre con anche il suo sprone e quest’anno, che ha corso il primo Giro d’Italia, ha voluto parlarle per incoraggiarla di fronte alla tensione di una prova complicata. Sostiene che Mathieu van der Poel sia inimitabile in sella, per eleganza, classe e potenza e pensa spesso a Wout van Aert: «Vedi? Wout è uno di quegli atleti che per le delusioni e le difficoltà che ha dovuto affrontare avrebbe avuto tutti i motivi per smettere, per non crederci più. Invece è ancora in bicicletta e quando corre è difficile non sperare in una sua vittoria. C’è tutto in questa speranza. Niente altro da dire».


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