Desert Bike Race Series: la sfida di pedalare nel deserto
Se Desert Bike Race Series esiste è anche grazie a delle sensazioni semplici, genuine, che un ragazzo, nel deserto, ha sentito sulla propria pelle. Un giorno di marzo, al tramonto, sulle dune, sabbia infinita davanti agli occhi e infinita sabbia alle spalle, sole bianco ovunque. Quel ragazzo, per passione, è un velista, è stato in mezzo all’oceano, ma nemmeno fra le acque ha ascoltato così tanto silenzio. E, poi, l’unica bussola dell’orizzonte, che potrebbe essere noia, in mezzo al nulla, invece è un richiamo, anche se, in qualche istante, fa paura, spaventa, laddove non c’è nulla, ma c’è vita. Ci sono quei dromedari liberi e le montagne che compaiono all’improvviso ma non sono lassù, davanti, come in ogni altro paese, come in Italia, bensì laggiù. Saranno 350 chilometri a dividerle da quel ragazzo e da quella pianura dorata, eppure ad un certo punto compaiono e si vedono dall’alto, dopo aver scollinato. In un paese di religione musulmana in cui le abluzioni, nel deserto, non si fanno con l’acqua, ma con la sabbia, presa a manciate e passata sul viso nei momenti di preghiera. Una sabbia soffice al tatto che pone in completa relazione con la terra, ad una profondità quasi sconosciuta. Il ragazzo di cui parliamo è Matteo Miele, da sempre appassionato di ciclismo: sarà perché anche suo zio lo è, sarà perché sua cugina è giudice di gara, forse perché buona parte del mondo l’ha toccato pedalando, le Canarie, Santiago, oppure Alba, dove abita, e la Toscana, Siena, che ha collegato al Piemonte con un giro disegnato apposta. Magari solo perché le persone che ha conosciuto in bicicletta, tra viaggi e avventure, le ha conosciute meglio, le ha conosciute di più e ci si è trovato bene. Un giorno, poi, l’idea di organizzare qualcosa, di passare dall’altra parte: non solo pedalare, ma permettere agli altri di pedalare, accompagnandoli in nuovi luoghi. Ne ha parlato con un amico, di professione Tour Operator, pensava di occuparsi dell’Iron Man, invece si è ritrovato a parlare di un’idea per una gara nel deserto, già nel cassetto da molto tempo. Di fatto il progetto Desert Bike Race Series è nato in quella chiacchierata. La direzione è ben chiara: unire, in bicicletta, in più edizioni, tutti i deserti pedalabili del mondo, caldi o freddi che siano.
«Partiamo dalla Tunisia, dall’11 al 18 ottobre 2026 e pensiamo in grande per i prossimi anni. Non a caso abbiamo la denominazione “series”, pensiamo ad Oman, Brasile, Mongolia e così via. Si tratta di una gara, non nascondiamocelo, però non volevamo precludere l’esperienza a chi, per scelta, non desidera gareggiare, da qui la parte “experience”. Per chi sceglierà questa modalità ci saranno le stesse partenze, gli stessi arrivi, campi tendati identici, senza la preoccupazione del cronometro, con, però, tappe più brevi al fine di permettere visite e possibilità, cavalcare un cammello, ad esempio». Perché, spiega Matteo Miele, occuparsi di biciclette e ciclismo permette di scoprire quanto spazio ci sia per ciascuno per mettersi in gioco e fare proprio quel mezzo e le sue mille sfaccettature umane. La sofferenza agonistica in bicicletta può essere un particolare piacere, magari destinato a pochi, ma, allo stesso tempo, anche chi va a prendere il pane o a fare un viaggio prova una bella sensazione. Allora qual è il punto? Si chiede Miele e si risponde così: «Oltre alla declinazione particolare, restano sempre essere umano e bicicletta. Può essere una bicicletta nuova e costosissima oppure un vecchio modello passato di generazione in generazione, non fa differenza, crea sempre comunione e dialogo fra le persone ed è davvero sufficiente per essere felice». Lo spazio comune creato dal ciclismo è vasto, molto vasto, e si compone di tutti gli spazi geografici che la bicicletta unisce, in quanto mezzo capace di accompagnare lontano, unendo l’attività sportiva, la fatica ed il giusto ritmo, il giusto tempo per osservare la realtà in maniera attiva. Non solo, perché è indispensabile anche la responsabilità del mezzo e della sua manutenzione: se si rompe o viene sottratto, si resta a piedi. Proprio questa responsabilizzazione, nelle parole di Miele, porta a una differente socializzazione quando si viene ospitati o si ospita perché il prendersi cura di qualcosa è un gesto riconosciuto da tutti come qualcosa di valore: da qui il caffè, la possibilità di utilizzare la doccia di casa, di dormire in una camera libera, di confidarsi, mentre ci si dice da dove si viene e dove si va. La bicicletta, secondo Matteo Miele, non è una casa viaggiante, ma ciò che può riportare a casa, assicurare in situazioni scomode e prolungare quello stato di piacere.
Poi c’è l’altra responsabilità, tipica di chi organizza un evento. Per Desert Bike Race, certo riguarda la parte organizzativa, tecnica e gli standard qualitativi, tuttavia, se possibile, la preoccupazione maggiore non è nemmeno questa: «Possiamo sbagliare nella scelta di un albergo e, certo, ci dispiacerebbe, ma si tratta di un errore rimediabile. Non potremmo mai perdonarci, invece, se non riuscissimo a trasmettere l’emozione del viaggio, l’atmosfera, il divertimento pur nella fatica, quella gioia che noi stessi viviamo. Questa è una responsabilità enorme che avvertiamo molto». Il lato emozionale non è un fatto da poco, perché le persone, tramite i social, si sono disabituate ai tempi necessari per la maturazione di un’emozione. Matteo Miele sostiene che si sia dimenticata l’importanza del percorso che porta ad emozionarsi: «La gente si è abituata a ricevere emozione su emozione, una dietro l’altra, magari tramite uno schermo, osservando una foto, così la complessità per arrivare a quei momenti non è più considerata. Ritorniamo a me su quelle dune nel deserto: prima di quell’istante, ho dovuto faticare, mi sono dovuto annoiare, ho dovuto, insomma, vivere momenti per nulla emozionanti nel senso classico del termine. Vanno accettati come parte del percorso che è fondamentale, bellissimo, proprio per questo motivo».
Ciascuno arriverà a Tunisi con i mezzi, da lì l’organizzazione predispone un transfer di cinquanta chilometri. Domenica 11 ottobre, ad Hammamet, i partecipanti verranno accolti in hotel, avverrà la registrazione ed in loco sarà predisposto il servizio biciclette. Il lunedì mattina, in pullman, si partirà e si andrà verso il deserto: circa cinque ore di viaggio e cinquecento chilometri. Il campo tendato sarà alle porte del deserto, accanto a 195000 chilometri quadrati di sabbia. Dal pomeriggio si pedala, dapprima il prologo inaugurale e poi le tappe. Il martedì è prevista la prima frazione, pianeggiante, con via al mattino presto per le temperature alte. Sono circa 100, 130 chilometri a tappa, con ritrovo alla sera al campo tendato, tuttavia coloro che si sono iscritti alla modalità “experience” faranno qualche chilometro in meno in sella, restando identici arrivo e partenza, per potersi poi dedicare ad altre attività. Per gli altri la routine serale sarà sempre la medesima: arrivo, premiazione di tappa e riposo per il giorno seguente. Fino a venerdì sarà così: la seconda e la terza frazione avranno maggiore dislivello e montagne, pur se non quelle a cui siamo abituati noi, l’ultima, la quarta, invece, tornerà ad essere piatta e porterà ancora più all’interno del deserto. Premiazioni, festa e ancora una notte al campo tendato. Il 17 ottobre, sabato, si torna verso Hammamet, non prima di aver visitato l’anfiteatro di El Jem, uno dei più grandi anfiteatri romani, splendidamente conservato. Si dorme nel medesimo hotel della partenza, in modo da poter recuperare qualsiasi materiale lì depositato. Domenica mattina, infine, liberi tutti. Una settimana in cui è possibile dimenticarsi di tutto e pensare solo a pedalare, perché al resto pensa l’organizzazione.
«La maggior parte delle persone quando pensa al deserto pensa al Sahara, in realtà anche in Islanda c’è il deserto. Abbiamo contato i deserti pedalabili e sono ventuno. Il cammino della Desert Bike Race Series sarà graduale, sia per un fatto economico, sia perché serve sempre tempo affinché il volano di un evento si azioni. Probabilmente, se fossi un partecipante sceglierei la formula race, eppure per il futuro vorrei si potenziasse sempre più la parte esperienziale per mostrare a più persone possibili la bellezza dei deserti». Intanto è il pensiero a viaggiare: il Grande Erg Orientale, il deserto islandese, il Salar de Uyuni ed il deserto del Canada. Servirà tempo, ma quando si inizia a immaginare, poi si realizza. Desert Bike Race Series ne è la prova.
