SELLE SAN MARCO - Shortfit Allroad
Finalmente ci siamo. È arrivato quel momento dell’anno in cui stacchiamo dalla vita di tutti i giorni, mettiamo le borse sulla bici e maciniamo chilometri con un ritmo diverso. L’unica cosa che potrebbe disturbare quella pace interiore è il dolore al fondoschiena, puntuale dopo giorni consecutivi di pedalata. Per fortuna Selle San Marco ha creato la Shortfit Allroad, progettata per offrire il comfort necessario per affrontare molte ore su superfici miste.
La forma è quella Shortfit: compatta, con una sezione posteriore rialzata e arrotondata per sostenere il movimento in salita, e un anteriore snello pensato per adattarsi a diverse conformazioni del bacino. Il profilo waved, ondulato nella zona centrale, distribuisce il carico in modo più uniforme e aiuta a mantenere una posizione stabile anche quando la strada smette di essere tale.
Il cuore della sella è il sistema Bow Rail: i binari permettono alla scocca di ruotare leggermente attorno a essi, assorbendo micro-impatti e vibrazioni senza togliere nulla alla pedalata. Completano il quadro gli Shock Absorbers integrati nella scocca, studiati per filtrare le frequenze alte tipiche dello sterrato, e una membrana che chiude lo scarico perineale per proteggere dagli schizzi nelle giornate più fangose.
Dopo qualche giorno in sella, il corpo trova il suo ritmo e la testa, finalmente, si quieta. La Shortfit Allroad fa la sua parte. Per il resto, ci pensa il viaggio.
Shortfit Allroad (da 79,90 €)
sellesanmarco.com
Vedere vincere Wout van Aert
Prima di proporre in redazione un pezzo di questo genere, su questo tono, ho ponderato a lungo la mia scelta. Non per qualcosa, ma perché anche io faccio parte di quella schiera di sfigati cronici che, forse per una questione generazionale, ma anche di percorso di crescita, educazione, letture, visioni, crede (anche se non troppo ciecamente o fedelmente) nella magia. E quindi, prima di pensare di scrivere un pezzo con le parole “vincere” e “van Aert” nel titolo c’ho pensato molto bene e ho fatto scongiuri e nel caso chiedo già scusa in anticipo ai tanti fedelissimi del corridore belga. Il fatto è che vedere vincere Wout van Aert è un privilegio per noi, per chi gli corre di fianco, anche per i suoi compagni di squadra, senza dimenticare quanto per esempio, in questi giorni, alla Vuelta, sia fondamentale per i successi di Brennan (nel momento in cui scrivo il 21enne inglese ha conquistato 5 tappe, 4 delle quali con l’ausilio del belga). Senza andare poi a scomodare i successi passati della squadra neerlandese, ne abbiamo già parlato e sarebbe da scriverne un libro, chissà. Ogni sua vittoria sembra arrivare da un luogo più profondo, più scuro, più umano di quello che il ciclismo concede di solito. Ci sono corridori che vincono perché devono, per ruolo, stipendio e genetica, Van Aert invece vince come una bella stagione dopo un lungo inverno, un sollievo oltre a un trionfo.
Due tappe alla Vuelta, in questi giorni. Due arrivi che non cambiano la storia del ciclismo, anzi, ma un po’ la nostra e pure la sua. Noi che lo abbiamo tifato nei momenti bui e sappiamo cosa significa vederlo così feroce e chirurgico, in pace con la strada che significa tornare a fare quello che sa fare meglio ovvero vincere. Solo così possiamo dire che Van Aert è tornato a essere Van Aert, e questo basta.
Il privilegio sta tutto qui: nel poter assistere a un atleta che non ha mai smesso di essere grande, che in questa stagione ha trovato ritmo e vittorie, che quel giorno a Roubaix… insomma quel giorno a Roubaix… Che ne ha passate e lo sappiamo: cadute e operazioni, malanni e primavere buttate, redenzioni e abissi. E noi lì, a guardarlo arrancare, a cercare nei suoi gesti un segnale, un lampo, un indizio che dicesse: sta tornando. E dopo l’ennesimo problema che pochi mesi fa lo ha messo fuori dal Tour eccolo: è tornato.
Le due vittorie alla Vuelta non sono solo due vittorie. Sono una dichiarazione di esistenza. Sono il momento in cui un corridore ritrova il filo e lo tira con forza, con rabbia che diventa gratitudine. Gratitudine verso il ciclismo, ok, verso la strada e verso chi lo ha aspettato. Gratitudine verso se stesso, soprattutto.
Per questo vederlo vincere è sempre un privilegio, perché sappiamo cosa c’è dietro. Sappiamo quanto gli è costato. Sappiamo che ogni metro di quelle due tappe è stato un metro rubato alla sfortuna, alla paura, al dubbio. Sappiamo che non sta vincendo per dimostrare qualcosa agli altri, ma per dimostrare qualcosa a se stesso, che è ancora lì, che non è finito, che il ciclismo non gli ha tolto niente che non possa riprendersi. Roubaix e poi queste tappe alla Vuelta – ma in generale un 2026 in cui ha toccato un altissimo livello, forse uno dei suoi migliori di sempre.
Fra due settimane ci sono i Mondiali in Canada. Non sappiamo cosa succederà, e va bene così. Non serve che vinca. Non serve che faccia il numero. Non serve che sia un van Aert iridato. Serve solo che sia questo van Aert, che ha ritrovato la strada, sé stesso, quello che ha ricominciato a vincere per sé e anche per gli altri perché è così che piace a lui e non rompetegli le scatole se, nel senso di quando, si fa a fettine per vedere vincere un compagno di squadra.
Il privilegio è tutto qui: vederlo tornare tutte le volte e sapere che lo abbiamo aspettato bene.



