Sin dai tempi del liceo, Fabrizio Colombi ha imparato il proprio mestiere. Racconta che si usava, soprattutto in estate, iniziare a sperimentare le prime esperienze lavorative e, spesso, questo accadeva nell’ambito della ristorazione: era un ragazzino timido, introverso, un adolescente che, come può capitare e capita di sovente a quell’età, si sentiva frequentemente a disagio, nelle situazioni e nei rapporti. Proprio a causa di quei pensieri, qualche volta, gli è successo di credere che quello non fosse il lavoro ideale, perché lo costringeva al rapporto con gli altri, dietro un bancone che pareva un palcoscenico e nulla è più fonte di ansia dell’esposizione al pubblico per chi vive l’introversione: «Forse cercavo una professione che mi permettesse di rifugiarmi in me stesso, convinto che con quelle paure non sarei riuscito a fare altro, se non analizzarle e continuare a focalizzarmi su di esse. In realtà, mi serviva esattamente l’opposto: la relazionalità mi ha permesso di separare nettamente due sfere, quella privata e quella lavorativa, scindendole e permettendo a ciascuna delle due di trarre respiro, grazie a questo stacco. Una sorta di libertà che prima non avevo. L’empatia di questo mestiere costringe a non concentrarsi solo sulla propria persona, bensì sugli altri e questa relazionalità obbliga a mettere da parte, almeno per qualche ora, i problemi, piccoli o grandi che, ogni tanto, ci affliggono. Non siamo più noi il centro del mondo. All’inizio pare un ostacolo, in realtà è una salvezza, una potenzialità che permette di tornare alle faccende giornaliere più lucido e gratificato. Due dimensioni che hanno imparato a coesistere».

Ormai sono 15 anni che Colombi vive di questo lavoro e ciò che poteva sembrare una teoria è diventata una certezza con molti riscontri pratici. Per esempio, è andato via quel senso di inadeguatezza che lo attanagliava, perché il suo mestiere lo ha costretto a interfacciarsi con molte prospettive. Può essere ancora circospetto, a tratti diffidente, cela bene la propria vera intimità, ma è cambiato, è sereno, tranquillo ed ha scoperto di avere padronanze che nemmeno osava immaginare. Lui la chiama evoluzione e dice che è il lato migliore della sua professione che, dal 2021, si sviluppa all’interno di BikeFellas, a Bergamo, in via Giuseppe Gaudenzi 6: non solo ristorante, non solo officina, ma spazio polifunzionale in cui le materie si incontrano e cercano una sintonia per vibrare allo stesso ritmo, attraverso differenti pareri, prospettive e visuali.

Il progetto BikeFellas, ci spiega Roberto, accanto a Fabrizio, è nato nel 2013, sulle orme della Ciclofficina vicino alla stazione, sorta nel 2009. Lo spazio si è sempre ampliato, partendo da via Paglia, un luogo in cui si riparavano biciclette a chiunque, in viaggio, ne avesse bisogno. Nel 2018, l’idea di integrare questo aspetto con un bar a tema bici. Quel bar è cresciuto ed è alla seconda gestione, affidata, per l’appunto, a Fabrizio Colombi e Francesco Portesi. BikeFellas è un unico mondo, uno spazio aperto, da un lato il bar, con una cucina a vista, dall’altra l’officina, con il suo caos, i suoi attrezzi, i suoi cambi, intorno il negozio con accessori, biciclette. Universi, in realtà, distinti per rispettare le norme, che convivono e si ampliano o si restringono a seconda della situazione, senza soluzione di continuità tra i tavolini del bar e il lavoro nella ciclofficina. Così BikeFellas, se parlassimo di musica, sarebbe una polifonia. Così questo pezzo è una raccolta di voci a raccontare un’unica storia. Francesco e Fabrizio si conoscevano e lavoravano già nella ristorazione, Fabrizio suonava in un gruppo quando, nel periodo post pandemia, si sono scontrati con la ricerca di qualcuno che gestisse il bar all’interno di BikeFellas e hanno pensato che potesse toccare a loro: «Il dialogo è sempre il centro, sia per capire se si è le persone giuste, sia per scoprire di più, sulla propria persona, sugli altri e sul tema che si tratta. Penso al mio caso, concepivo la bicicletta come mezzo solitario, quasi eroico. Mi richiamavo alle gesta ed alle imprese, per questo, oltre che per la mia origine delle valli, prediligevo la mountain bike, i sentieri, le discese e mi piaceva poco la bicicletta da corsa che ritenevo pericolosa, quando forse era esattamente il contrario, ma il pericolo è una percezione soggettiva, inutile imbastirci una filosofia. Cosa voglio dire? Che la bicicletta come mezzo per lo spostamento urbano io l’ho scoperto qui. Scoperto per davvero intendo, perché nel contesto cittadino diverse persone la usano, ma la differenza la fa il numero di coloro che sono davvero convinte che sia sciocco non scegliere la bici per muoversi in città, loro sono fondamentali. In loro questo pensiero è realmente radicato, è davvero una convinzione. E, attenzione, è differente sapere qualcosa ed essere convinti. In quel momento l’idea è parte di noi, pronta a cambiare lo stile di vita: il nostro e, piano piano, quello della società».

All’ingresso, da BikeFellas, gli occhi vengono catturati, in maniera apparentemente rutilante e casuale, da un insieme di biciclette, cappellini, maglie, piante e sedie delle scuole degli anni sessanta. Fabrizio Colombi parla di escursionismo sensoriale, gastronomico e merceologico che si riflette nell’escursionismo vero e proprio, di quando si va da qualche parte, in viaggio, a piedi o in bicicletta. Pare non ci sia una vera e propria direzione nel locale, una stella polare a guidare, e forse è questo il motivo per cui si viene risucchiati nella sua spirale. La luce è il meccanismo attraverso cui il locale prende vita, quella stessa luce che colpisce Fabrizio ogni mattina, quando arriva qui, spesso in bicicletta: «Se il mattino è limpido, come oggi, ed il sole non è troppo alto, la luce fa prendere anche alle spillatrici un aspetto differente, sembrano quasi prendere vita, anche se può sembrare esagerato. Più corretto è affermare che paiono in movimento, come se stesse per accadere qualcosa di bello. Un movimento non frenetico, non schizofrenico, come è in movimento il progetto interno, tra bar e officina ed il loro dialogo costante». Tenere assieme è e resta sfidante, ma la complessità è gratificante, non la complicazione, la complessità.

BikeFellas ci viene descritto come un enorme diagramma ad albero, con parti più in superficie e parti che, invece, si insinuano maggiormente in profondità. Si riesce a interpretare al meglio questo diagramma attraverso la reciproca comprensione, lo scambio, senza la frenesia di dover fare le cose, ma l’interpretazione del lavoro legato al concetto di squadra ed al dinamismo dello spazio che permette una circolarità, un benessere che da esperienza in sella diventa anche interno, per una sorta di coerenza a cui è chiamato chi lo racconta e BikeFellas lo fa, con gli eventi che tiene ogni giovedì sera. Altrimenti la sintonia svanisce e si crea una frattura che ricade a cascata su chi lavora ma anche su chi visita il locale, per un caffè, per una riparazione o anche solo per due chiacchiere. Roberto riprende la parola: «Vogliamo essere inclusivi: ripariamo qualunque tipologia di bicicletta, da quelle più economiche a quelle più ricercate. Non facciamo alcun tipo di selezione, anche perché una bicicletta aggiustata è una bicicletta sicura e una bicicletta sicura mette al sicuro anche chi la guida. Chi fa il nostro lavoro ha una responsabilità che non dovrebbe mai scordare. C’è chi se lo ricorda e chi no, come tra i clienti c’è chi capisce il valore del lavoro che andiamo a svolgere e chi lo sottovaluta o non lo apprezza. Sì, spesso il lavoro del meccanico di bicicletta è sminuito, banalizzato, non se ne afferra la complessità». Anche per questo motivo qualcuno smette di fare officina: molti non fanno aggiustare le loro biciclette, pensando di risparmiare acquistandone una al supermercato, prosegue Roberto, ma non può esservi paragone tra la bicicletta del supermercato ed il lavoro di un professionista.

Quello di cui si occupano Fabrizio e Francesco, per loro stessa definizione, non è ristorazione pura, sarebbe meglio parlare di benessere e accoglienza. Fabrizio dice di più: «La ristorazione sta al nostro settore come la bicicletta sta al giro del mondo: sono sfumature diverse. Torno ai tempi dei corsi di miscelazione, dove ci spiegavano che un buon drink deve avere tre caratteristiche: essere gradevole, essere servito nel giusto tempo e “con interazione”. Ecco, l’interazione è ciò che ci fa andare al bar o al ristorante quando con le scelte e le possibilità di informazione di oggi potremmo replicare qualcosa di simile o di identico nella nostra casa. Il contesto familiare, ne sono sempre più convinto, è ciò che fa sì che la gente venga a trovarci. Si tratta di un bisogno sociale a cui non possiamo sfuggire». Se BikeFellas fosse un sapore sarebbe quello della lasagnetta di pane carasau con pomodori confit e crema di burrata perché «è la tradizione scomposta e riordinata, con un piatto nuovo». Se il sapore fosse quello di un drink, sarebbe un Negroni: un terzo di gin, un terzo di vermouth e un terzo di bitter, da sempre, come stare sulle spalle dei giganti, della classicità, ma «con infinite possibilità di variazione che permettono di cambiare ogni volta». La bicicletta, negli ultimi quindici anni è cambiata molto, è arrivato il gravel, l’avventura, non solo la competizione, ma il passatempo, anche per il ciclismo da strada e la mountain bike. Allo stesso modo è cambiato il ciclismo urbano, crescendo anche in Italia seppur in maniera più lenta rispetto ad altri casi, ad avviso di Roberto: «Penso a Parigi e Londra, su tutti. Da noi resta una nicchia, seppur vi sia una maggiore coscienza ecologica. Ora servirebbe più coraggio da parte delle amministrazioni per fare piste ciclabili e sconfiggere una cultura che resta autocentrica. Bergamo ha fatto gli stessi progressi, si fatica a pedonalizzare ma penso che questo dipenda anche da una oggettiva complessità di una città con due centri, uno nella parte alta ed uno nella parte passa ed un hinterland davvero vasto». Il meccanismo della bicicletta, continua Roberto, è il medesimo, da sempre, poi c’è il mercato e ci sono le innovazioni. Fabrizio, ogni tanto, percorre le mura, in sella, e basta la velocità, il vento in faccia e l’ipersensibilità data dal movimento perché anche i posti che esistono da mille anni e che si vedono ad ogni passaggio in auto sembrino completamente diversi. Del resto, Fabrizio ce lo aveva detto all’inizio di questo incontro: «La bicicletta è un mezzo per entrare in contatto col mondo ma anche con noi stessi e, magari, scoprire una parte di noi che nemmeno immaginavamo esistesse». Cosa dire di più? Niente, punto e basta.

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