Si chiama Kom Cycling Boutique e nasce agli albori della scorsa primavera ad Alba, in Corso Europa, al numero 12. Si chiama così perché Kom era una bella parola o, almeno, così ci dice Ricardo Pichetta, co-titolare di questo spazio, e tutti sanno cosa siano i Kom nel ciclismo. Parliamo dei tempi migliori registrati su un determinato settore di percorso, la locuzione completa, per esteso, sarebbe “king of the mountain”, ovvero re della montagna e cosa suscita amore e odio nel ciclismo se non le vette? Odi et amo, una poesia dai sentimenti forti e sono i sentimenti forti a fare in modo che le cose restino, nella mente o nel mondo. Allora sì, concordiamo con Pichetta, Kom è una parola importante, un nome giusto. Non serve spiegare il termine ciclismo, ma, forse, è bene raccontare cosa sia una cycling boutique, soprattutto perché la descrizione che ce ne fa Ricardo merita: «Bici, ma non solo bici. Vogliamo prenderci cura di un certo modo di vivere lo sport, a tutto tondo, perché lo sport è, in primis, uno stile di vita. Dal ciclismo allo yoga, all’abbigliamento fuori gara, al benessere. Il termine boutique si associa all’eleganza e noi, certo, vogliamo essere eleganti, ma, allo stesso tempo, desideriamo evitare il lusso, lo sfoggio, ovvero un certo atteggiamento che mette a disagio chi arriva a trovarci e si interfaccia con noi. Gli ospiti devono essere a proprio agio, devono stare bene. Dico di più: devono poter avvertire l’esigenza di fare un giro in un luogo anche solo per bersi un caffè e scambiare qualche chiacchiera. Sentirsi meno soli, accolti, senza che vi sia alcun reciproco obbligo, alcuna ritrosia. La consapevolezza e l’innovazione vanno di pari passo con questi principi». Per questo motivo, Kom Cycling Boutique ha nel nocciolo l’idea di un architetto, ma la realizzazione è a firma di Ricardo Pichetta e Marta Giordano, che si rivedono nel locale come se si osservassero in uno specchio, loro che ad Albareto hanno fatto strada verso Alba, nelle Langhe, per costruire questo universo che ruota intorno alla bici ed alle persone.

Non deve mai mancare un bicchiere d’acqua, un caffè, una parola, uno scambio, un gesto di accoglienza, di benvenuto. Non deve mai mancare la sensazione di libertà, nel guardarsi attorno e anche nel toccare, senza il timore del rimprovero di qualcuno, magari dei proprietari, perché il “cliente” ha il diritto di esplorare nei minimi dettagli ciò che, poi, forse acquisterà, forse no, ma non conta, è giusto a prescindere: «Noi vorremmo essere trattati così e così noi trattiamo gli altri, anche se non comprano, non consumano». Ricardo Pichetta si sente fortunato, perché è riuscito a fare di una passione un mestiere e questa è cosa rara: viaggiare, pedalare, anche studiare per passione. La città ha aiutato, perché tra Cuneo e Alba si respira ciclismo, si sente il suo vento in faccia, e soprattutto ha aiutato l’aver corso in bicicletta ed essersi interfacciato con vari mental coach. Così, oggi, Ricardo non ha paura che questa passione possa essere rovinata dagli obblighi e dalle pressioni del lavoro. Lui dice che è una questione di come si leggono le parole: «Bisogna comprendere il significato dei termini e decidere su cosa soffermarsi. Ci sono le pressioni, le preoccupazioni date dalla responsabilità, ma la stessa responsabilità implica anche vantaggi, opportunità. Ecco, forse, quando pensiamo alla parola lavoro dovremmo concentrarci più su questa sfumatura e ciascuno nel proprio campo cogliere e realizzare quelle possibilità. Nel mio caso, qui vicino non c’era nulla di simile. Credevo potesse servire e, invece di lamentarmi perché non c’era, ho provato a realizzarlo».

Ricardo è nato lontano da qui, in Brasile. In Italia è arrivato solo nel 1994: amava pedalare e giocare a calcio, ma in famiglia non c’era nessuno sportivo che potesse aiutarlo in questo percorso. Con la bicicletta se la cavava bene, tanto che dai diciassette anni in avanti, aveva pedalato con l’idea di fare il ciclista professionista. C’era anche uno stipendio, nulla di clamoroso ma c’era e non è poco. Avrebbe potuto continuare, invece ha scelto di smettere, cercando qualcosa in più: non sarebbe diventato un campione perché era bravo ma non così bravo ed i sogni di giovane gli suggerivano di spingersi oltre. La ripartenza è stata da un’agenzia di un amico che faceva il Tour Operator proprio a Rio de Janeiro: Ricardo accompagnava i viaggiatori sulle Dolomiti, a Bormio, allo Stelvio, sulle Alpi francesi , gestendo tutta la parte terrestre in Europa, compresi i contratti ed il noleggio delle biciclette. Si parla del Brasile di circa quindici anni fa, in cui l’offerta ciclistica non era ancora quella odierna, altra storia è la voglia di conoscere il mondo che va per conto proprio e supera ogni barriera. In quel periodo, si intensifica la conoscenza con Giovanni Monge Roffarello, ceo di Cicli Mattio: un marchio di bici italiano, con cui Pichetta pedala e con cui pedalano quei viaggiatori. Nasce una squadra amatoriale ufficiale, si corre, si partecipa alla granfondo di New York, cresce l’idea di un concept store poi accantonata. Fino a Corso Europa 12, ad Alba, ed a quel locale che tanto è piaciuto sin da subito alla compagna di Ricardo e che è stata la partenza affinchè quel «qualcosa di più strutturato» potesse nascere. Lì c’è Kom.

Nel frattempo la cultura della bicicletta sta crescendo: «Credo nel confronto e nell’ascolto delle opinioni del cliente perché la conoscenza non è patrimonio solo nostro ed è sbagliato pensare che chi viene in negozio non sappia. Alcune volte sa più di noi. Non si cerca di vendere una bicicletta solo perché è più cara e ci permette un maggiore guadagno. La bicicletta giusta è quella che ci fa sentire meglio. Sfido chiunque a riconoscere i dettagli differenti in dieci biciclette nuove: pochissimi li identificherebbero. Il punto è che ognuno di noi sta bene con una cosa diversa e quella deve scegliere: vale per tutto e vale per le biciclette. Non bisogna avere timore che il cliente acquisti in un altro negozio, bisogna lavorare bene e farlo sentire a casa. Cresce la conoscenza degli utenti e anche quella dei venditori, pur se anche noi dobbiamo ancora migliorare e trattare le bici come in una boutique si tratterebbero oggetti di valore». Allo stesso modo, sono cambiate le cose in Brasile e se in Europa si cambia una bici all’anno, lì, talvolta, si hanno tre o quattro bici per ogni appassionato in modo da potersi cimentare su ogni terreno con il mezzo più adatto. Si può parlare di consumismo, Ricardo Pichetta parla di passione ed entusiasmo.

Ricardo si guarda intorno, guarda fuori e il pensiero va istintivamente alle strade, il terreno in cui biciclette e ciclisti cercano la libertà: «Vedo tanto nervosismo e in parte lo capisco, perché la vita porta frenesia, una rincorsa continua che non fa bene. Personalmente invito tutti i ciclisti a proteggersi, con le luci, con il casco, con ogni sistema di sicurezza che possa aiutare. Fondamentale investire su questo e la mia sensazione è che sempre più lo facciano. Tuttavia potrebbe non bastare, se non prendiamo consapevolezza che occorre fermarsi, mettere il piede a terra, rallentare. Cambiare ritmo».

Tutto ciò non impedisce però di sognare e Ricardo Pichetta, per tutti Riky, di sogni ne ha tanti, ne ha sempre avuti tanti, sin da quando, appena ragazzino, correva in bici, oppure ancor prima quando dal Brasile è volato verso l’Italia. In generale ogni volta che va negli Stati Uniti: «Qualche volta mi capita di immaginare tanti Kom sparsi per vari paesi del mondo ed è un pensiero che mi piace e che vorrei si realizzasse. Non per un aspetto economico, seppure credo nessuno possa prescindere da una certa economicità nelle attività lavorative, ma non lo farei per quello. Mi piacerebbe vedere un posto così, accogliente, in cui le persone fanno il loro ingresso per stare bene, se vogliono spendere, spendono, altrimenti possono non farlo in tranquillità. Un posto in cui ci si incontra con persone che vengono dall’altra parte del mondo per poi, qualche volta, andarle a trovare nei loro paesi. Un locale in cui si possa fare aperitivo in una fredda sera d’inverno, guardando fuori dalla vetrina le persone che passano. Oppure una birra e via a pedalare in estate. Insomma un posto movimentato e vissuto che parli di biciclette e di sport, con questo o con un altro nome, con un logo come il nostro, con un diamante, o chissà con che disegno. L’importante è che ci sia».

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