Di Wout van Aert e di tutti noi

Quest’anno la Milano-Sanremo è di tutti coloro che hanno paura, tanta, ma anche un poco di coraggio. Di tutti coloro che temono i cambiamenti e passano notti insonni, attendendo una mattina che non arriva. Ma poi li accolgono, perché l’esistenza cambia e non saranno le nostre futili resistenze a impedirglielo. Di chi alzandosi dal letto ha il coraggio di lavarsi la faccia e andare in cucina a far colazione. In certi giorni sembra davvero impossibile. Delle tante persone a cui continuiamo a dire che anche per loro, un domani, la vita cambierà e non ci credono perché per loro è sempre stata così. È di chi sa che, in fondo, la bellezza è nelle sensazioni, nei ricordi, nell’immaginazione, nell’immedesimazione e nelle parole che usiamo per raccontare. Di chi sa che, se si vuole, un briciolo di bellezza la si trova quasi ovunque e serve per farci coraggio. Di chi aspetta un ritorno o una partenza e ha un pezzo mancante.

È di chi l’ha sempre vista in strada e oggi si è dovuto sedere sul divano, davanti al televisore, e, visto che si sentiva infelice, ha aperto la finestra e ha creduto di sentire il fruscio del gruppo che scorre. Di chi si è sentito escluso dal cambio di percorso. Di chi non ha mai potuto andare a vederla e oggi l’ha vista dalla finestra di casa e non sa ancora spiegare cosa sia successo. Di quei bambini che sono corsi giù dal letto, come fosse la notte di Natale, chiedendo ai genitori quanto mancasse al passaggio e quando hanno saputo che non potevano stare in strada hanno preso le loro biciclette e si sono inventati una volata nel cortile. E la telecronaca l’hanno immaginata. Degli infermieri che hanno accompagnato qualche anziano nella sala dell’ospedale e hanno cambiato canale “per vedere la corsa”. Dei nonni che l’hanno vista con i nipoti in braccio. È di chi è scattato al chilometro zero, perché delle cose bisogna aver voglia. E quando si ha voglia di qualcosa, le si corre incontro. Ovunque sia.

La Milano Sanremo 2020 è di Wout Van Aert che l’ha vinta sul traguardo, al cardiopalma. Di questo ragazzo che riassume forse tutte le sfaccettature raccontate. È dei genitori di Wout che non ci vogliono credere ma è vero. È tutto vero. È di Via Roma e del silenzio che c’è oggi vicino al mare. È di Matteo Trentin che è caduto e si è dovuto ritirare e un ciclista non si ritira mai se ha anche solo un barlume di speranza. È di Ciccone, di Conci, di Mosca e anche di Vincenzo Nibali perché ci hanno provato. È di tutti quelli che si sentono figli, fratelli, sorelle e vecchi zii di questa corsa. Tanto è il bene che le vogliono. È di chi ha già iniziato il conto alla rovescia per la Milano-Sanremo del prossimo anno. Perché non vede l’ora di tornare lì. Lì dove il cuore batte ed il mare sussurra.

Foto: Bettini


La Milano-Sanremo è

La Milano-Sanremo è un salto nel buio. È indecifrabile, un omissis, un vorrei-ma-non-posso a turno per velocisti, scalatori, cacciatori di classiche, fuggitivi. «Io ci provo sempre, perché per la legge dei grandi numeri», ci racconta Mirco Maestri, «prima o poi quella fuga arriverà».
La Milano-Sanremo è una corsa lunga, snervante, è limare, stare coperti. Si assopisce per diverse ore e «diventa folle per i venti minuti finali». Parole di Matthew Goss, vincitore nel 2011.
La Milano-Sanremo è un film di Takashi Miike: ti inebria, ti terrorizza, ti confonde, ti annoia, poi ti inchioda lasciandoti con sudori freddi e la bocca asciutta.

È stata l'ultima corsa raccontata da Mario Fossati: “Claudio Chiappucci ha vinto e io sono contento di staccare, dopo quarantasei anni, dal ciclismo e dalla classicissima, la Sanremo appunto, portandomi appresso il suo nome lievemente clownesco”, scrisse nel 1991. L'edizione di quest'anno si sarebbe dovuta correre il 22 marzo e invece in quei giorni, quasi come un dovere o una colpa, ci lasciò Gianni Mura.
Annullata, slittata, in sospeso, messa in dubbio, poi ricreata da capo e senza capi, la Milano-Sanremo di oggi è inedita. Forse sarà più bella? Chissà. Di sicuro sarà ancora più difficile da comprendere. Doveva essere a marzo invece è ad agosto; doveva essere il Mondiale di Primavera e invece arriva in piena estate. Ha visto la neve, vedrà il caldo; è stata fedele alla costa, oggi si ubriacherà in mezzo alle colline piemontesi.

Sembra banale, come il Poggio inserito nel 1960, l'anno della morte di Fausto Coppi, ma non lo è. “È una corsa per velocisti”, lo trovi scritto ovunque, lo ripete persino un vecchio suiveur seduto ad aspettare il passaggio del gruppo a bordo strada. Eppure, chi ha fantasia scardina le difese - aggiunge. Per qualcuno è un inutile orpello, tuttavia c'è chi ne ha fatto un cruccio o si è costruito un palmarès solo vincendola.
Sarà banco di prova per Nibali, riscatto per Sagan o Alaphilippe; sarà un mezzo per raggiungere la leggenda per Gilbert, rivincita per van der Poel, spasmodica ricerca della conferma per la tenacia di van Aert. Per molti – tutti, noi compresi - sarà un pensiero da rivolgere a Fabio Jakobsen.

È goduria per chi la corre, dal primo all'ultimo, così lunga ed evocativa, o per chi aspetta solo di viverla all'attacco come fa Mirco Maestri, in fuga per quattro anni consecutivi tra il 2016 e il 2019 e oggi costretto a guardarla sul divano per un incidente in allenamento. «Correrla è sempre stato il mio obiettivo. Volevo partecipare una volta nella mia vita e invece mi sono ritrovato a farla quattro volte e per tutte le quattro volte sono stato in fuga». Quasi come una sorta di riverenza.

La Milano-Sanremo è un sogno che il corridore aveva sin da ragazzino. «E quando mi lancio in fuga è perché mi piacerebbe lasciare il segno, essere da esempio per tutti quelli che ci vedono, dare quella spinta e quel coraggio che a volte viene a mancare soprattutto nelle categorie giovanili: mollare mai». Saggio lo è, calmo proprio non sa stare.
La Milano-Sanremo di oggi per noi e per Maestri sarà la stessa sofferenza: divano e tv. Ma questo, meglio non ripeterglielo di nuovo. «Non voglio pensarci: sarà dura, soffrirò a guardare gli altri correrla» ci racconta quasi febbrile. Mollare mai e sempre al vento, però. Ce lo insegni tu, Mirco.

Foto: Bettini


Luoghi sacri: il Poggio

Il Poggio è luminoso. Ci si arriva dopo aver scollinato la Cipressa, dolce salita che si arrampica transitando per il comune di Costarainera, nella provincia di Imperia. Dalla discesa all'imbocco del Poggio c'è un lungo tratto pianeggiante a tratti esposto al mare e al vento che scongiura gli attacchi, ammazza le velleità degli attaccanti, siano essi solitari o in gruppetto, e permette alle squadre dei favoriti di riorganizzarsi.

Il Poggio lo imbocchi a una velocità supersonica. I colori sono accesi, le gambe dei corridori provano a ignorare i quasi trecento chilometri percorsi, la carreggiata è larga quanto basta, la distanza dal traguardo di Sanremo misura poco più di diecimila metri. Ti lasci la via Aurelia e Arma di Taggia alle spalle e alla sinistra il Mar Ligure che ti osserva con il suo blu e il suo Santuario dei Cetacei; dopo qualche centinaia di metri di salita trovi invece il Santuario di Nostra Signora della Guardia, luogo simbolo di questa zona e tanto caro ai marinai che lasciavano doni chiedendo protezione per i loro viaggi affinché la Madonna scongiurasse un mare in tempesta o un attacco di pirati. La strada qui spiana dopo aver percorso a tutta i primi tornanti del Poggio e le gambe sono già a pezzi.

Se ti affacci verso sinistra il mar ligure è uno specchio che ti acceca e in fondo, in mezzo alle case, vedi Sanremo.
Gli ultimi dieci chilometri di questa corsa, una volta imboccata la salita - che a farla normalmente sembra essere poco più di un cavalcavia - sono un mare in tempesta. La rampa con vista Sanremo è fatta apposta per invogliare attacchi. È come un’onda capace di scagliarsi con veemenza contro le rocce e di infrangere le residue energie di molti velocisti.

Il Poggio è uno spartiacque. Divide i buoni dai cattivi, i campioni dai mestieranti. È un neo appena accennato su una pelle perfetta che trasforma la Milano-Sanremo, dopo ore spesso passate a sbadigliare, nel quarto d'ora finale più folle dell'intera stagione ciclistica.

Il Poggio è eccitazione, è uno shaker con dentro sogni, ambizioni, cuore, polmoni, fegato, gambe, sotto una pennellata di azzurro che acuisce i contorni. Sono quasi quattromila metri che spingono verso l'alto, ma non troppo; una decina di curve in totale, quattro tornanti secchi nei quali arrivi a una velocità così elevata che sei costretto a frenare, e rilanciare. È uno zuccherino che potrebbe rimanerti sullo stomaco. Se ti affacci verso destra vedi serre e villette moderne; il mare è esattamente dall'altra parte. In queste zone si continua a coltivare un prezioso vermentino che rinfresca la gola dei suoi abitanti, mentre uliveti e palme stanno via via sparendo per fare spazio alla floricoltura.

Nelle giornate di grazia, dalla cima del Poggio puoi scorgere la Riviera genovese da una parte e quella francese dall'altra, come fossero a tiro. Una volta scollinato oltre alla cabina telefonica, la strada svolta bruscamente a sinistra e si lancia in un cavatappi in discesa formato da ventitré curve e sette tornanti da percorrere a folle velocità e dove si può pensare di resistere al ritorno del gruppo o addirittura dove fare ancora più differenza.

Si racconta che nel 1992 Sean Kelly arrivasse giù dal Poggio così velocemente da toccare con il gomito il muro a ogni tornante come un motociclista ad Assen. Lui ha sempre negato: «Argentin mi staccò sul Poggio, io scollinai poco dietro: si raccontano molte storie su quella discesa, è vero che andavo forte, ma non stavo toccando il muro, era il rumore delle mie ruote sull'asfalto». Raggiunse Argentin a un chilometro dal traguardo e vinse, a quasi 36 anni, l'ultima delle sue nove Monumento.

Non c'è un posto designato dove attaccare sul Poggio, se dal gruppo si fa andatura forte e regolare, si fa fatica ad evadere. Per sorprendere o creare margine devi avere gambe farcite, fortuna, tempismo e volontà d'acciaio. Nel 2018 Nibali si inventò un attacco che oramai è storia, mantenne in discesa quel vantaggio, resistette al ritorno del gruppo con Trentin partito come una pallottola e poi risucchiato, e con il piccolo Caleb Ewan, secondo, che vinse la volata di gruppo appena in tempo per entrare nelle foto celebrative.

L'anno prima ci fu un brutale attacco di Peter Sagan al quale risposero Kwiatkowski e Alaphilippe che si accodarono in discesa. Il polacco beffò poi Sagan sul traguardo. Spesso, a seguito della bagarre, il gruppo arriva in cima sfilacciato e allora la discesa e poi il finale possono premiare i migliori finisseur del gruppo: è il caso di Cancellara che qui vinse nel 2008, dopo aver allungato il gruppo nella picchiata verso il traguardo attaccò a due chilometri dalla fine e vinse. «Guardi la cartina è non sembra difficile, è piatta, poi su e giù, Semplice, no? E invece...»

E invece alla fine arriva il Poggio, dopo quasi trecento chilometri, luminoso come una giornata di fine marzo, inserito nel 1960 per indurire la corsa e diventato simbolo di quello definito il Mondiale di Primavera; luminoso anche quando nel 2013 una bufera di neve investe la corsa e solo a portarla a termine i corridori ne sarebbero andati fieri. Lui resta sempre in alto a osservare, con il suo profilo un po' altezzoso e costellato di giardini in fiore, il traguardo perso in mezzo a quelle case in fondo, nell'abitato di Sanremo.

Foto: Milano-Sanremo/Facebook
Pezzo apparso sul numero 4 di Alvento - aprile 2019.

Una Milano-Sanremo in prima persona

Un ragazzo con la maglia bianca e due strisce rosse - forse bordeaux - orizzontali è partito e ha anticipato il gruppo – suo malgrado diventerà famoso da quel giorno. Io che faccio? Ne approfitto. Dietro Sagan e Kwiatkowski si osservano come un duello a mezzogiorno. Vogliono fare uno scatto brutale come dodici mesi fa: se arrivo al traguardo con loro sono battuto.

C'è anche Alaphilippe che fa paura, ma il suo momento deve ancora venire. Poi ci sono i velocisti, Ewan, Viviani, Démare, Kristoff: sono sempre tanti i favoriti qui. Da quanto un italiano non vince a Sanremo? Dal 2006? Troppo tempo. Io ho appena conquistato il Giro di Lombardia, sono già nella storia, ma così sarebbe ancora meglio. Come dite? L'ultimo a vincere Giro di Lombardia e Milano-Sanremo in fila è stato Sean Kelly? Prendo appunti.

Sono scaltro, sfrutto l'attimo. D'altronde con le mie caratteristiche devo giocare di fantasia. Piombo sulla ruota di... Neilands, ok, lui. Mi acquatto per qualche metro alla sua ruota, poi accelero. È un tratto persino semplice, nessuno se lo aspettava. Neilands stringe i denti, ma non sento più la sua presenza alle mie spalle. Sagan – l'ho scoperto dopo – in gruppo ha un po' giocato. Non si muove, tutti lo marcano. È il faro della corsa si sarebbe detto un tempo quando ero piccolo e seguivo le corse in tv. Con Sagan, poi, succede spesso, o meglio, succedeva il periodo in cui era considerato il più forte. Ora, come ogni cosa, sta un po' passando di moda. Il tempo è un gigante che ci schiaccia.

Scollino. Supero la cabina telefonica; mi metto in assetto da discesa; ho qualche centinaio di metri di vantaggio e tiro fuori la lingua in segno di concentrazione. Schiaccio nervosamente la radiolina per conoscere il vantaggio. Mi butto giù lungo quelle curve. A proposito non sapevo fossero ventitré: chi le ha mai contate? Così come non ho mai avuto tempo di guardare dal Poggio verso la riviera, né ammirare i terrazzi in fiore: dicono siano bellissimi.

Arrivo giù con buon vantaggio ma potrebbe non bastare. Trentin mi insegue – no Matteo, proprio tu. Un italiano non vince qui da troppo tempo – fu Pozzato anticipando, da maestro, la volata. Lo risucchiano, invece. Il gruppo è famelico. Mostro affamato: non mi avrai mai e così sarà. Mi giro, dietro sbandano per prendere la scia e limare l'impossibile. Ho ancora un po' di vantaggio. Decimi su decimi: ormai è fatta. Ormai ce la faccio. Alzo le braccia al cielo. Che goduria: ho vinto la Milano-Sanremo!


«Mamma, ha vinto papà?»

Oscar, il figlio di Damiano Caruso, un giorno era davanti alla televisione durante una gara ciclistica: «Mamma ha vinto papà?». Quel giorno papà non aveva vinto e mamma dovette dirglielo: «Non è niente mamma. Facciamo finta che abbia vinto, così gli organizziamo una bella festa». Oscar ha sei anni ed è stata la prima persona a cui ha pensato papà Damiano quando, il due agosto, è tornato alla vittoria al Circuito di Getxo, dopo sette anni e mezzo. «Ho pensato a lui dopo il traguardo. Mi sono detto: adesso papà ti porta una coppa vera e organizza una vera festa». Così Damiano Caruso ha regalato quella coppa ad Oscar e per il piccolo di casa Caruso quello è il regalo più bello del mondo. È felice e papà vuole solo questo per lui: «Quando sei felice non ti arrabbi, non provi invidia, non discuti in continuazione. Io sono un uomo felice e la felicità degli altri mi piace».

«Ho passato tanto tempo a casa con la mia famiglia. Quando sono ripartito ho cercato di spiegare ad Oscar cosa sarebbe successo da quel momento in poi. In questi anni mi sono tolto tante soddisfazioni con i miei capitani e le mie squadre; volevo una vittoria non tanto per me. La volevo per la mia famiglia e per i miei amici più cari. La volevo per ricambiare. La volevo perché era giusto che loro potessero gioire vedendomi a braccia alzate». Damiano Caruso è un gregario, un gregario di quelli bravi, ed ha una devozione incondizionata verso il suo ruolo: «Essere gregari vuol dire non avere alcuna riserva sul tuo impegno. I miei capitani si fidano di me perché sanno che la mia parola vale. Perché so quanto è importante la parola data e non la tradirei mai». Quando gli chiediamo chi sono i gregari di questa società, in questo periodo, non ha dubbi: «Credo che siano tutte le persone che, nonostante i rischi, nonostante la paura, continuano a fare il loro lavoro. Dal fattorino che non si è mai fermato un giorno per portare il cibo a casa agli anziani, ai medici nelle corsie degli ospedali. Sono questi i gregari di lusso del mondo. Coloro che rispettano il loro dovere e vanno fino in fondo».

Poi c’è il caro vecchio ciclismo che nel tempo è cambiato, forse troppo: «Credo ci sia dell’esasperazione. Non solo nel ciclismo, sia chiaro. I giovani di oggi sono troppo succubi del risultato, troppo ansiosi. Facendo così, se non finiscono per odiare la bicicletta, finiscono per prendere qualche brutta strada. Bisogna spiegare che ogni storia vale. Ogni storia conta. Anche se non vinci, anche se arrivi ultimo. Bisogna spiegare che ogni storia merita di essere raccontata e rispettata. Siamo duecento corridori con duecento storie diverse. Proviamo a raccontarle tutte».

Proviamo. È una promessa.


Lo sguardo dei ciclisti

Le gocce d’acqua che, cadendo per terra, rimbalzano e rimbombano sulla salita del Montello, spostate dal vento, sono come spilli che trafiggono. Gli ombrelli che si trovano dal lato opposto della strada, quello esposto alle raffiche, incassano le frustate d’aria, si gonfiano da sotto e vengono divelti. È proprio una strana estate. La gente resta lì. Non sono poi così tante persone, è vero. La situazione attuale lo impedisce. Lo sanno. Un ragazzo dice alla sorella (crediamo): «Guarda che stavolta devi gridare anche tu al passaggio. Devono sentirci». Lei ammette di non conoscere nessuno. Probabilmente è lì solo perché lo voleva lui. Succede, no? La risposta è franca: «Tu grida! Fai rumore. Fatti sentire. È imbarazzante questo silenzio». E la ragazza lo ascolta. Appena vede i fuggitivi sbucare dalla semicurva si lancia in un “alé” che toglie un poco di fiato anche a noi. All’arrivo del gruppo batte le mani e incita. Perché, alla fine, quando qualcuno ha bisogno di aiuto, fosse anche solo di una parola, è importante fare qualcosa, senza stare a sofisticare troppo sul cosa. Quella ragazza lo ha capito.
Non è l’unica. Qualche proprietario delle case lungo la salita esce, sotto la stretta pensilina dell’abitazione, ad applaudire. Altri se la sono fatta a piedi e ora si chiedono come scenderanno con questa bufera. Un signore avanti con l’età ci confessa: «Andavo anche io in bicicletta. Mi piaceva. Eccome se mi piaceva. Poi ho avuto qualche problema di salute e sono stato in ospedale. Quando sono tornato a casa, mia moglie aveva regalato la bicicletta a mio figlio perché temeva potessi farmi male. Al compleanno successivo, quando mio figlio mi ha chiesto cosa volessi di regalo, glielo ho detto: “Regalami la mia bicicletta. Per favore». Ci ha fatto tenerezza, simpatia.

Ognuno racconta quel che può e poi prova ad incitare i ciclisti. La salita impone un’andatura lenta e gli atleti hanno modo di sentire le parole degli appassionati. Non solo. Ogni tanto li cercano con gli occhi. Sì, basta una frazione di secondo e guardano negli occhi chi li incita dicendo che ormai è quasi finita. Qualcuno ghigna. Come dicesse: «Ma se siamo solo al primo giro? Cosa vai raccontando?». Il lavoro del ciclista, come scriveva qualcuno, non consente menzogne. Lo sa, lo sa che gli stanno mentendo spudoratamente ma apprezza il tentativo. Sa che chi gli urla così ci crede davvero. Altrimenti non starebbe lì con delle maniche di camicia che a strizzarle sarebbero come appena uscite dalla lavatrice, senza centrifuga.
Sul nostro stesso treno una ragazza sfinita si accovaccia sul sedile, facendosi da cuscino con un sacco di zaini che teneva in spalla. Sul braccio ha diverse scritte. Non riusciamo a leggere bene. Sembra latino. Eccolo: amor vincit omnia. Chissà, forse era anche lei lì, sul Montello. Non la abbiamo vista ma per come è stanca e con i capelli fradici di pioggia potrebbe essere. Magari era davvero lì. E se non fosse così non importa. Perché avrebbe potuto esserci. Perché se per caso leggesse questo racconto, capirebbe al volo ciò che intendiamo. Questo è certo.

Foto: Claudio Bergamaschi


Giovanni Visconti, come al primo giorno

Chi prova a narrare storie sa bene il talento di Giovanni Visconti nel raccontare. Giovanni parla nel modo che preferiamo: umile, semplice, spontaneo. Tu lo ascolti e, qualche volta, quasi dimentichi di rilanciare la domanda tanto quel flusso ti prende. «Sai, mi sembra tanto il primo giorno oggi. Ma non il primo giorno di corsa dell’anno, proprio il mio primo giorno di gare di quando ero un ragazzino. Forse anche bambino. Diciamo che è un poco tornare piccoli, almeno con le sensazioni». In realtà, lo sguardo al mondo del siciliano di Palermo è rimasto quello di quel ragazzo. Basta poco per capirlo. Per esempio osservare i dettagli su cui si sofferma. Dettagli che restano impressi quando si è più giovani, da grandi, purtroppo, si tende a normalizzare tutto. Una disdetta degli anni. «Penso che per i più non sia salvezza ma taluno sovverta ogni disegno» diceva Montale. Visconti è la variante.

Venerdì scorso era dispiaciuto: avrebbe voluto essere a Siena a correre quella che, per lui, è la corsa più bella del mondo, la Strade Bianche. Avrebbe potuto dire e scrivere molte cose, ha scritto solo che gli mancavano «quelle sere fuori dall'hotel a pensare a come sarebbe andata l'indomani, a toccare per l'ennesima volta le ruote, a controllarne la pressione». Gli mancava un dettaglio, un attimo. Quel giorno lo ha passato allenandosi e oggi dice che, forse, aver evitato quel caldo, quella polvere, quella fatica, potrebbe dargli qualche vantaggio. Sì, lo dice. Sorride. Ma c’è nostalgia. C’è voglia di ritorno.

Come sta, a dire il vero, non lo sa neanche lui. Non può saperlo. «Quando torni a fare qualcosa dopo tanto tempo non sai cosa aspettarti. Lo sai solo dopo averla fatta. Spero che vada tutto bene ma allo stesso tempo ammetto che qualche dubbio lo ho. È stato un periodo difficile, per tutti. È così diverso. Ci manca il pubblico. La gente è parte di noi. È così brutto non poterla vedere. Verrebbe voglia di non crederci invece è proprio vero».

Giovanni Visconti ha un desiderio. Vorrebbe che la stampa, che le televisioni, che i mezzi di informazione, raccontassero questa storia seppur triste: «Noi stiamo tornando a correre, stiamo tornando alla normalità ma c’è stata tanta sofferenza in questo periodo. Tanta fatica per restare a galla. Per esserci, per esserci ancora. Proviamo a parlare delle squadre, degli organizzatori, dello staff che c’è dietro di noi. Ricordiamo la loro importanza. Le loro difficoltà. Dovremmo smetterla di dare le cose per scontate. Nulla è scontato. Nulla».

È vero, Giovanni. È vero.

Foto: Claudio Bergamaschi


L'oro di Casartelli

Barcelona, Giochi Olimpici del 1992. Si fa la storia: Christie, Sotomayor, Settebello, Magic Johnson, Michael Jordan, Larry Bird, Dream Team. In mezzo a loro Fabio Casartelli.
Barcelona, Sant Sadurní d’Anoia per la precisione. È il 2 agosto. Prova in linea di ciclismo su strada da disputare in mezzo ai soffocanti vigneti che producono il Cava, lo spumante spagnolo. Fabio Casartelli è giovane, spumeggiante per l'appunto; come tutti i giovani è anche bello e pieno di speranze. Come tutti i suoi coetanei più che preoccuparsi del futuro si occupa del presente e il presente, quel giorno, significa Giochi Olimpici.
Dilettanti, perché quella fu l'ultima edizione: dal 1996 via libera ai professionisti. Durante la stagione Casartelli è uno dei migliori in Italia e di conseguenza è una dei tre selezionati per la prova olimpica. Su di lui molti scommettono come futuro cacciatore di grandi classiche. La Sanremo è tagliata per lui, si dice. E il tracciato olimpico, severo ma non troppo, ricco di saliscendi, dominato dall'afa delle campagne catalane e dal bollore di un asfalto così chiaro da accecarti, è fatto su misura per il corridore cresciuto nella provincia di Como. E in gruppo non lo sanno, o meglio, scelgono diversamente marcando Gualdi e Rebellin.
È una corsa che si rivela lineare come da protocollo. Coltello tra i denti, cadute, carneadi alle prime armi. A poco più di un giro dal termine si decide tutto. Casartelli rientra nel gruppo davanti; ha il fiuto per cogliere il momento buono, perfetto gioco di squadra con Gualdi e Rebellin - uno che ancora oggi pedala in gruppo. Davanti restano in tre; stringono un tacito quanto paradossale accordo, come fosse il finale di un racconto di Raymond Carver. Una medaglia sarebbe arrivata in ogni caso e difatti sul traguardo, mentre Fabio Casartelli sprinta e conquista l'oro, Dekker, secondo, e Ozols, terzo, alzano le braccia al cielo ammaliati dall'idea di un podio olimpico. Nel gruppo dietro, tra gli altri, chiudono Zabel e Armstrong.
Dopo aver tagliato lo striscione a braccia alzate, Casartelli è assalito dai tifosi; gli strappano la maglia dalla gioia tanto che salirà sul podio con quella di Gualdi.
Abbiamo pianto quel giorno per Fabio Casartelli, piangeremo ancora per lui tre anni dopo. Quella, purtroppo, è una storia che non avremmo mai voluto conoscere, né vivere, né raccontare. Ovunque rimbalzi il suo ricordo, rubando la chiosa a Roberto Perrone: “Fa buona strada, Fabio”.


Percezioni

Quante modalità ci sono affinché l’essere umano possa percepire il circostante? I sensi, certamente: vista, udito, olfatto, tatto e gusto. Sono qualcosa di particolare i sensi, a metà tra intelletto, anima e una certa meccanicità. Il senso, infatti, seppur teoricamente connotato da un qualcosa che sfugge al nostro intelletto, in realtà, almeno per come vive la società moderna, è molto legato all’intellettualità. Tendiamo a controllare i sensi, a filtrarli, provando a capire dove vanno a parare, forse anche per evitare di smarrircisi. Forse, e ripetiamo forse, come uomini saremmo anche più “simili” ai sensi e alle sensazioni, per quanto l’intelligenza umana sia in grado di fare cose spettacolari. Li freniamo, li controlliamo, per sentirci sicuri. Come se non sapessimo che il cervello mente e spesso ricostruisce una parziale verità. Talvolta anche solo per paura. Sì, perché anche la paura è molto mente.

Capita, poi, di trovare qualcuno che assomigli così tanto alle sensazioni, che le viva così intensamente, che non le rifugga, qualcuno che sia sensazione. Francesca Baroni è così. Le chiediamo se le vibrazioni degli sterri senesi non la spaventino: «Le vibrazioni della bicicletta per me ormai sono una cosa normale. Ho un problema di udito e per comprendere le parole delle persone osservo il labiale. La mia bicicletta la conosco perfettamente, non sento i suoi rumori con le orecchie, li sento attraverso le vibrazioni. Una vibrazione strana per me significa che la bicicletta ha qualcosa che non va. I meccanici guardano, controllano e trovano il problema. Le vibrazioni sono una sorta di udito. Un mio modo per sentire. Non mi creano problemi. Il resto sta tutto nel pedalare forte». Lei, solitamente, fa cross con il team Guerciotti e alla sua prima Strade Bianche osserva: «Lo sterrato percorso con la bici da strada è tutta un'altra cosa rispetto allo stesso in bici da cross: le gomme sono lisce e più strette rispetto ai tubolari che solitamente si usano nel cross e anche le pressioni da tenere sono diverse. Il secondo e il terzo settore mi piacciono molto. Il rischio di forature è sicuramente maggiore. La paura di non essere all’altezza quando affronti qualcosa di nuovo c’è sempre. Però c’è anche la speranza di esserlo».

Francesca ha un qualcosa di Siena: lentiggini e capelli che sfumano su un rosso che tanto richiama la Toscana. Fra simili ci si capisce: « Mi ha fatto emozionare. La Strade Bianche, è sempre stato un mio sogno e finalmente lo ho realizzato, grazie al team Servetto Piumate Beltrami. Mi sono messa alla prova. Credo dovremmo farlo sempre». Del resto, glielo hanno detto anche i suoi genitori, quando la hanno accompagnata in stazione a Viareggio: «Fieri di te sempre. Ricorda: la gara finisce allo striscione di arrivo, non si molla mai». Valigie in mano e si sale a bordo. Via.

Quando ci dice che i suoi eroi sono i suoi genitori, ci scuotiamo un attimo nonostante a Siena ci siano quasi quaranta gradi. Un brivido, un’emozione. Un momento in cui l’intelletto non può intromettersi e le viscere tornano al primordiale. Finalmente. Perché, alla fine, tutti noi abbiamo avuto nei nostri genitori degli eroi. Anche se non lo diciamo. Anche se da grandi, magari, ci vergogniamo di ammetterlo. Non dovremmo. Ce lo ha detto anche la corsa, la corsa di oggi. Punto e basta.

Foto: Francesca Baroni


L’è seria la faccenda

«Scegliere il tratto di sterrato in cui vedere il passaggio, l’è come scegliere dove mangiare la Ribollita. Non si fa a caso». Così ci spiega un signore sulla settantina, a pochi passi da Via dei Montanini, a Siena. Nicola Dini, massaggiatore alla Bardiani Cfs, racconta: «Se pensi alla Toscana pensi a strade affiancate da tante conifere, a una macchina che passa e alla nuvola di terra che si alza. Pensi a queste strade contadine. Sono bianche, contornate di rossastro. A un Bolgheri: un nostro vino, muscoloso, forte. Spartano, direi. Pensi al sapore robusto di un cinghiale in umido. Non a un’orata con un filo di limone. Rendo l’idea?». Sì, perché la creta senese è diversa da qualunque altro sterrato marchigiano o friulano: «Il nostro è uno sterrato fermo, mi spiego? Compatto. Per assurdo è anche più facile da affrontare». Dini è toscano, anzi è proprio senese. Vincenzo Albanese, invece, è di Oliveto Citra ma, vivendo in Toscana da anni, non ha dubbi: «La Strade Bianche è la gara più importante che abbiamo qui da noi. C’è una sorta di fierezza nell’essere toscani, no? Questa gara rappresenta la toscanità, come la rappresenta un Montepulciano, un Chianti, un Brunello di Montalcino o un Sassicaia. Il Palio di Siena. L’è tutto qui, direbbero da queste parti». Quindi oggi cosa farai? «È dura. Ma tutti vorrebbero vedermi lì davanti. Il bello è che è difficile anche provarci. Mettiamola così: provo a provarci».

Nicola Dini ha massaggiato i corridori ieri pomeriggio, giusto un’ora: «Il massaggio del giorno prima è un massaggio normale. Oggi al termine della corsa sarà diverso, massaggeremo zone che raramente tocchiamo: il collo, i muscoli scaleni, l’avambraccio, persino le dita. Quelle sollecitazioni sono tremende. Io ho provato a fare qualche tratto con i ragazzi: credimi, non riuscivo a curvare. Loro vanno, tu li guardi». Dini si fida delle sue mani e dei muscoli dei ragazzi. La sua è una consapevolezza artigianale, come quella dei panettieri quando fanno il pane. Fare è un verbo artigiano, un verbo sincero.

Foto: Claudio Bergamaschi

«Mazzucco era tesissimo, secondo me non ha dormito stanotte. Forse così è troppo ma l’adrenalina serve. Quando li vedo troppo rilassati, quasi con aria di sufficienza, mi arrabbio: avete una occasione, sapete quante persone vi guardano? Lo sapete? Sentitele. Sentite quello che andate a fare». Albanese conosce bene le strade di cui parliamo: «Mi ci alleno sempre. Ho tanti ricordi. Conosco gli angoli e le insidie più nascoste di quella ghiaia. Eppure secondo me ci farà più male il caldo: voi non avete idea della canicola in mezzo a quella polveriera. Sessantacinque chilometri di terra. Sessantacinque».

L’albergo della Bardiani Cfs è a circa quaranta chilometri dalla Fortezza Medicea. Una bolla per evitare il contagio. Poi un’altra bolla: la camera dei massaggi. «Quando entriamo da quella porta- ci dice Albanese- entriamo in un altro mondo. A parte. Bisogna eliminare le tossine che si accumulano in corsa. Se non venissi massaggiato dopo la corsa di oggi non potrei nemmeno pensare di correre lunedì». Dini guarda ogni corridore al suo ingresso e aspetta che sia il ragazzo a decidere come gestire quel tempo: «Qualcuno vuole parlare, altri scherzare. Qualcuno parla della gara e dei dettagli tecnici, altri di faccende personali, qualcuno vuole dormire. Un vincitore avrà i muscoli più tesi e sarà più difficile da massaggiare, diverso per un ragazzo che è stato tranquillo in gruppo. Fare un buon lavoro vuol dire rispettare ciò che desiderano. Passo tanto tempo con loro nei ritiri, la sera, la mattina presto, il pomeriggio sul lettino dei massaggi. Quel tempo è il mio più grande maestro. Quel tempo mi permette di conoscere l’uomo. Il corridore viene sempre dopo l’uomo».
Verrebbe da dire che quel signore di Via dei Montanini aveva ragione: non si fa a caso. Già, perché poi non vi abbiamo detto che la conversazione non è finita con quella affermazione. È finita con una domanda proprio mentre noi sorridevamo per il paragone ardito: »Non l’è da ridere. L’è seria la faccenda. Se sbagli dopo averci riflettuto, capirai anche il motivo dell’errore. Se sbagli perché hai provato a caso darai la colpa agli altri. Lo capite?». Sì e capiamo anche la prudenza di Albanese che oggi proverà a provarci. Ed è giusto così.

Foto: Claudio Bergamaschi


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