DS Gaspa

La stagione del ciclismo su strada è ormai conclusa e per tutti sono stati mesi di gioie, di delusioni, di emozioni. Lo sono stati per i tifosi, per i corridori, ma anche per chi corridore non è più, e in questo 2022 ha conosciuto un nuovo esordio.
Per la nuova puntata di Parole Alvento siamo andati in Canton Ticino, a trovare Enrico Gasparotto, che ha appena portato a termine la sua prima stagione da direttore sportivo. Una lunga chiacchierata che parla di un Giro d’Italia vinto dall’ammiraglia ma anche e soprattutto delle relazioni umane che si instaurano in una squadra, e di come sia fondamentale coltivarle e tutelarle.

Intervista e voce: Filippo Cauz
Sound design: Brand&Soda


Silk Road Mountain Race

Con i suoi 1850 chilometri e 32.000 metri di dislivello, la Silk Road Mountain Race è verosimilmente la gara di adventure cycling più dura al mondo. E forse definirlo ciclismo è persino sbagliato, perché tra le brulle montagne del Kirghizistan capita che la bicicletta diventi persino un impiccio, un’ingombrante compagna di viaggio da spingere a piedi, su e giù per le pietraie, sperando di trovare presto il terreno per rimontare in sella. Un viaggio duro e selettivo ma non per questo meno spettacolare e affascinante, che lo si affronti in corsa o fuori. Federico Damiani e Claudio Ruatti si sono incontrati in Kirghizistan, uno reduce da una travagliata gara, l’altro in viaggio in bicicletta. Complice una bottiglia di prosecco, hanno condiviso con noi il loro racconto.

Voci: Claudio Ruatti, Federico Damiani
Sound design: Brand&Soda


Colombia es Pasion!

C’è chi ha lavorato nei campi, chi ha venduto biglietti della lotteria e chi si è svegliato all’alba per fare il giro dei mercati. C’è chi è cresciuto tra le bombe e con il rombo degli elicotteri militari e chi è stato costretto sin dall’infanzia a percorrere chilometri ogni giorno, su strade dissestate e pericolose.
La storia del ciclismo colombiano è una storia di fatica e di dolore, ma anche di coraggio e di tenacia. È la storia di una generazione di ciclisti che è riuscita a partire alla conquista del mondo dello sport, cambiando per sempre le vicende del proprio Paese. La raccontiamo insieme a Matt Rendell, autore dell’ultima uscita della collana Pagine Alvento, Colombia es pasión!

Voci: Filippo Cauz, Gino Cervi
Ospite: Matt Rendell
Sound design: Brand&Soda


Il fuciliere di Goodwood

È passata alla storia con un nome noto ad ogni appassionato, “la fucilata di Goodwood”. Ma dietro alla vittoria di Beppe Saronni al Campionato del Mondo del 1982 c’è una lunga storia fatta di sconfitte brucianti, di rivalità ricucite, di grandi maestri, di compagni pazienti, di piani riusciti. A 40 anni di distanza, e in occasione della settimana in cui si assegnano le nuove maglie iridate, torniamo a vivere quella corsa attraverso il racconto di Marco Pastonesi, intervallato dai ricordi in prima persona del protagonista iridato.

Testo e interpretazione: Marco Pastonesi
Ospite: Beppe Saronni
Intervista: Filippo Cauz
Sound design: Brand&Soda

TESTO INTEGRALE DELLA PUNTATA

La fucilata scatta a 300 metri dall’arrivo. Le prime quindici pedalate in piedi sulla bicicletta. La fucilata sibila a 200 metri dall’arrivo. Quattro pedalate seduto in punta di sella. La fucilata echeggia a 150 metri dall’arrivo. Nel vuoto degli avversari, nel pieno degli spettatori. La fucilata va a segno già a 50 metri dall’arrivo. Le mani in alto, le braccia al cielo, i capelli al vento, il sorriso alla storia. La fucilata di domenica 5 settembre 1982. La fucilata dei Mondiali di ciclismo professionisti su strada. La fucilata mondiale di Beppe Saronni. La fucilata di Goodwood.

Eppure la fucilata di Goodwood non è quella di un giorno e non dura solo un giorno. Comincia più di un anno prima e non finirà mai. Comincia il giorno dopo i Mondiali di Praga, domenica 30 agosto 1981, tutto in un solo giorno (donne, dilettanti, cronosquadre dilettanti, professionisti), quando la spedizione italiana torna in patria. Il volo sull’aeroporto della Malpensa. Alfredo Martini, il commissario tecnico degli azzurri, deve recuperare la sua macchina, alla Volkswagen di San Vittore Olona. Con Martini c’è (ci sarà sempre) Franco Vita, autista e molto altro: da meccanico a collaboratore, custode, confidente, testimone, in una sola parola amico. Con senso di rispetto e spirito di fedeltà, dal primo momento in cui si sono legati all’ultimo istante in cui si sarebbero lasciati. Ma prima di infilarsi in autostrada, per una vecchia sana abitudine, i giornali. Vita accosta, scende, acquista. La Gazzetta dello Sport, il Corriere dello Sport, Stadio, Tuttosport. I quattro – era un primato, quello italiano – quotidiani sportivi. Mentre Vita riprende il volante, Martini considera, subito, le prime pagine. E riconsidera la foto dell’arrivo, dello sprint, della volata. Primo Freddy Maertens, il belga, secondo Giuseppe Saronni, l’azzurro, terzo Bernard Hinault, il francese. Martini nota come Saronni tenga le mani alte sul manubrio, non basse. Alte da scalatore, non basse da velocista. Alte offrendo più resistenza all’aria, e al tempo, e alla storia, e non basse sfuggendo, sottraendosi, incorporandosi. “Una pugnalata alla schiena – sospira Franco Vita, ripensando alla muta e sofferta espressione di Martini – gli sarebbe stata meno dolorosa”.

Goodwood. Letteralmente: il legno buono, il bosco buono. Goodwood è una località, la residenza di campagna per i duchi di Richmond. Qui, nel 1802, un ippodromo. Qui, dal 1901, un campo da golf. Qui, durante la Seconda guerra mondiale, un aeroporto. E qui, nel 1948, intorno all’aeroporto, un circuito automobilistico e motociclistico. Qui, a un centinaio di chilometri e un paio d’ore in macchina da Londra, la sede dei Mondiali di ciclismo del 1982. Dalla loro istituzione, a Copenaghen in Danimarca nel 1921, solo una volta i Mondiali di ciclismo sono stati ospitati nel Regno Unito: a Leicester, nel 1970 (e a Leicester, anche in questo 1982, si disputa la rassegna iridata su pista). Così questa è la seconda volta, in una sessantina d’anni, che il Regno Unito ospita i Mondiali.

Il circuito ciclistico di Goodwood è lungo una quindicina di chilometri, in parte ricavato nel circuito automobilistico e motociclistico, e ha l’altimetria di un’onda, con una salitella prima e dopo l’arrivo. In 3 chilometri si sale da quota 41 a quota 161 metri. Nei primi millecinquecento metri la pendenza è dolce: una media del 3 percento, con punte che non sfiorano neanche il 4 percento. Nella seconda metà, altri millecinquecento metri, la pendenza si fa più dura: una media del 6 percento, con punte che non superano il 7 percento. E qui, dopo una curva a destra e un’altra a sinistra, il traguardo. Poi si rimane in quota, con un falsopiano, finché la strada scende. Quella salitella è la chiave del percorso. Lo sa Martini, lo sanno tutti. Gli esperti definiscono quella salitella come “pedalabile”, termine indefinito, generico, vago. Una salitella da fare con il rapportone, quello da pianura. Solo così si può fare la differenza. Interpretando la salitella come se fosse un vialone piatto. Ingannandosi. Perché, sia chiaro, questo non è un muro, non è uno strappo, non è neppure uno zampellotto. E’ solo una salitella. E’ materia da velocisti, da passisti veloci, da scattisti, da finisseur. E’ materia per esplosivi e resistenti, resistenti nell’esplosività, esplosivi nella resistenza. E’ materia da Saronni. Gli inglesi prevedono un “uphill sprint”: letteralmente, una volata su per la collina. Comunque – data la distanza: 18 giri di un circuito lungo una quindicina di km, totale più di 275 km – questa corsa sarà sempre materia da fondisti.

La squadra italiana è ufficializzata dopo la Coppa Placci. I nostri avversari la chiamano “la Squadra”. Sul suo diario, Martini ha già scritto la storia. Così.

1 Gavazzi Pierino Atala

2 Amadori Marino Famcucine

3 Argentin Moreno Sammontana

4 Baronchelli G. Battista Bianchi-P.

5 Bombini Emanuele (R) Hoonved-B.

6 Ceruti Roberto Del Tongo

7 Chinetti Alfredo Inoxpran

8 Contini Silvano Bianchi-P.

9 Leali Bruno Inoxpran

10 Masciarelli Palmiro Famcucine

11 Moser Francesco Famcucine

12 Petito Giuseppe (R) Alfalum

13 Saronni Giuseppe Del Tongo

14 Torelli Claudio Famcucine

E poi il personale: meccanici, massaggiatori, medico e, per la prima vota, il responsabile del settore alimentare. Si chiama Sergio Chiesa e anche lui sarà prezioso per creare armonia, equilibrio, eleganza, rispetto. Dalla tavola alla bici, dal riposo all’agonismo, dalla cucina al ciclismo, non è poi così grande la distanza.

La Squadra è costruita su Moser e Saronni con Gavazzi possibile terza punta. Da campione italiano merita rispetto. Moser è il più antico dei corridori moderni, o forse il più moderno dei corridori antichi, e sarà anche, fra qualche anno, pur sempre da corridore contadino, il primo corridore scientifico e tecnologico. Ha, nelle sue caratteristiche, un vantaggio che è anche uno svantaggio: per vincere, deve arrivare da solo. Gli riesce a crono, ovviamente, ma anche in linea. E le vittorie per distacco, in solitudine, sono quelle più gloriose. E’ in forma, ma non in formissima. Ed è al suo nono Mondiale: vanta una vittoria (nel 1977 a San Cristobal, in Venezuela) e due secondi posti (a Ostuni nel 1976 e al Nurburgring nel 1978). E’ un gigante, un monumento, un campione. Lo chiamano “lo Sceriffo”: detta legge.

Saronni, lo scrive Mario Fossati (“Il Giorno” del 4 giugno 1979), “è una sintesi del corridore ciclista. Possiede uno scatto da velocista e un corredo tecnico da pistaiolo. Si inciglia quando occorre nelle ruote del plotone e sempre quando occorre se la fila con un’esplosione di americanista”. E ancora: “L’intelligenza di Saronni non è unicamente funzionale. Saronni non è cresciuto in fretta. E’ semplicemente milanese ed essere milanese o milanese dell’hinterland è una soda esperienza”. Aggiunge: “Fuori dalla corsa il suo cervello fila”. E chiosa: “Come Moser, Saronni pensa a voce alta”. Ragazzo-prodigio, sfrontato il giusto, non accetta sudditanze. Professionista a 19 anni, sembra già appartenere al futuro: l’origine metropolitana, la simbiosi (e l’osmosi) fra pista e strada, la guida di uomini geniali come Ernesto Colnago artista-industriale della bicicletta e collaudati come Carlo Chiappano laureato all’università della strada prima da corridore poi da direttore sportivo. Beppe è già al suo sesto Mondiale: il primo, quello vinto da Moser, lo ha corso da “stagista”, e ha chiuso nono, poi quarto, ottavo, ritirato e secondo. Una vocazione per i piani alti.

Il circuito di Goodwood si adatta più a Saronni che a Moser. Martini lo sa. E lo sa anche Moser. Ma Martini – come avrebbe confidato in una puntata di “Sfide” per Rai3: “Non erano due che andavano a prendere il caffè insieme” – fa grande opera di diplomazia. Tre gregari a Franz: Amadori, Masciarelli e Torelli. Uno solo a Beppe: Ceruti. Alla ricerca dell’equilibrio fra Moser e Saronni, Martini ha previsto anche un meccanico per Francesco e uno per Beppe, un massaggiatore per Francesco e uno per Beppe. Le due riserve, Bombini e Petito, vengono ufficializzate il 30 agosto. Martini è un maestro anche di buon senso: sono giovani, non vanno caricati di responsabilità e bruciati per inesperienza, avranno altre occasioni con la maglia azzurra. Un po’ di delusione, ovvio. Ma proteste, zero.

Moser e Saronni costituiscono l’ultimo grande dualismo del ciclismo. Girardengo e Binda, Binda e Guerra, Bartali e Coppi. Ma anche Anquetil e Poulidor, Gimondi e Merckx, Merckx e Ocana. Più diversi di così, Moser e Saronni, difficile immaginarli. Trentino, Moser, e lombardo (anche se nato in Piemonte, a Novara), Saronni. Obbligato a una corsa dispendiosa e generosa, Moser, e costretto a una corsa calibrata e astuta, Saronni. Più forte e resistente, Moser, più veloce ed esplosivo, Saronni. Più vecchio, Moser, sei anni (1951 contro 1957) valgono quasi una generazione. E a questo punto 31 anni, Moser, e neppure 25 Saronni. Differenze nate subito. Di una civiltà contadina, meleti e vigneti, Moser, e di una industriale, calzaturifici, Saronni. Comunque appartenenti a due famiglie innamorate del ciclismo. Una rivalità vera, quella fra Moser e Saronni: autentica, genuina, istintiva, rusticana. Una rivalità che contrappone il tifo, separa gli spettatori, divide perfino giornalisti e fotografi.

Sul suo diario Martini precisa il “Programma”.

Partenza per l’Inghilterra

Partenza da Milano giorno 31 ore 9.35 volo AZ 458 dalla Malpensa arrivo a Londra

Partenza pullman per Goodwood

Giovedì 2 settembre

Preparazione con alcuni giri del circuito

Decidere per i rapporti

Venerdì 3 settembre

Preparazione con alcuni giri del circuito

Domenica 5 settembre

Goodwood – campionato del mondo

Hotel: Avisford Park Hotel Ltd

Walberton Arundel, West Sussex

Tel. Yapton 551215 STD Code 0243

Prima di partire per l’Inghilterra, Saronni ascolta un richiamo del cuore. E va a trovare Carlo Chiappano. E’ il suo direttore sportivo, anzi, era il suo direttore sportivo. Morto in un incidente stradale, il 7 luglio 1982, dalle parti di Casei Gerola. Sarebbe passato da Colnago, a Cambiago, poi sarebbe andato da Saronni, nel Varesotto, invece quel tragico incontro con il destino. Saronni: “Un colpo terribile. Il mio maestro, anche un amico di famiglia. Un giorno, senza dire niente a nessuno, vado alla sua tomba. E lì, davanti a lui, sento di poter vincere il Mondiale, sento di vincerlo, per me, per lui, per noi”. Di questa visita si saprà solo molto tempo dopo.

Nell’Avisford Park Hotel, Saronni è in camera con Ceruti, Moser con Masciarelli. Due gregari – Ceruti e Masciarelli – per custodire segreti, alleggerire tensioni, individuare strategie. Venerdì sera, a 36 ore dal pronti-via, nel segreto della loro camera, Moser e Masciarelli si confrontano. Se aiutiamo Saronni, lo sanno e se lo dicono, lui vince e noi perdiamo lo sponsor. Famcucine contro Del Tongo: guerra, duello, derby, sfida concorrenziale nell’ambito delle cucine componibili. Ma se non lo aiutiamo, lo sanno e se lo dicono, lui non vince e noi facciamo una figuraccia. Tutti quanti: Moser e Masciarelli, e tutti gli azzurri, Martini e i suoi collaboratori, il ciclismo italiano, altro che le notti mondiali del calcio. Masciarelli ricorda ancora quando alla porta della camera bussa Di Rocco. Non è momento da grandi giri di parole. Di Rocco, che per Martini e l’Italia si prodiga anche lui in un’opera diplomatica, domanda quali intenzioni abbiano. I due gli rispondono, all’unisono: se noi aiutiamo Saronni, lui vince, e se Saronni vince, noi perdiamo lo sponsor. Di Rocco li rassicura, qualcosa si farà, lui ha buone conoscenze, come Giovanni Giunco, mecenate del basket a Roseto degli Abruzzi, a Giulianova dirige la Gis Gelati, chissà, indagherà, chiederà, proverà. Forse per patriottismo, o forse tranquillizzato dalla mediazione di Di Rocco, Moser decide di aiutare Saronni. E Masciarelli, uomo-squadra, farà da collegamento, da interprete, da trait d’union. Perché i due, quei due, Moser e Saronni, continuano a ignorarsi, a evitarsi, a non parlarsi. Al momento opportuno, Masciarelli prende da parte Saronni e gli dice: se vuoi vincere il Mondiale, devi rischiare di perderlo. Gli ricorda, come se ce ne fosse bisogno, quello che è successo a Praga, e lo ammonisce: non correre dietro a tutti, non sprecare una pedalata. Gli impone la strategia: non ti muovere fino agli ultimi due giri, poi vedrai che la squadra ti aiuterà in tutto e per tutto. E Saronni si convince. Sapere di non avere Moser contro è un vantaggio, sapere di averlo con è un doppio vantaggio.

Gli avversari, e a indicarli non è soltanto Martini, si chiamano Bernard Hinault, francese, Greg LeMond, statunitense, e Sean Kelly, irlandese. Poi gli irlandesi. Fa meno paura il campione uscente, Freddy Martens, belga. Maertens è stato il nostro castigatore: mondiale nel 1976, su Moser, e mondiale nel 1981, su Saronni. Maertens si aggrega alla squadra dei belgi a Mondiali in corso, un paio di giorni prima della prova iridata, si dichiara in forma, ma non lo è, i compagni lo accettano, ma non lo accolgono.

La mattina del Mondiale, a colazione, anche lo chef-gastronomo-cuoco-albergatore Chiesa avverte la pressione e concede qualcosa alla tradizione invocata da Martini: prepara riso in bianco, filetto di vitello, spinaci con olio extravergine e parmigiano-reggiano grattugiato, caffè. Tuti già concentrati sulla volata perfetta. Un progetto, un obiettivo, un dogma. Tutti gli azzurri sanno che è indispensabile la volata perfetta.

Intanto Martini ha radiografato il circuito e organizzato la corsa. Tre i box: uno all’arrivo, gli altri due lungo il percorso, ma solo all’arrivo i corridori possono prendere borracce. Tre i box, dunque, tre gli uomini a presidiare quei punti fissi come sentinelle e come spie. Siccome non esistono telefonini né auricolari, Martini s’inventa un nazionalpopolare telefono senza fili: altri tre uomini (lungo il percorso per studiare le facce, captare gli sguardi, riferire impressioni in un collegamento con i “walkie-talkie”, le radio ricetrasmittenti. E non è tutto: ogni volta che s’imbocca il circuito automobilistico, Marino Vigna accosta l’ammiraglia, Martini ne scende, osserva personalmente gli azzurri e il gruppo, sente l’atmosfera, annusa l’aria, forse interroga – com’è sua abitudine – il tempo, scarpina per due-trecento metri, quindi si fa riprendere da Vigna al nuovo passaggio. Non è solo con la corsa, Martini, ma nella corsa, dentro la corsa. La vive, la respira e – a suo modo – la corre. A proposito: la delegazione italiana ha già anche ottenuto una piccola ma significativa e pratica vittoria: le auto al seguito della corsa tengono la destra, come in Europa, e non la sinistra, come nel Regno Unito.

Ed eccoci. Domenica 5 settembre. Cielo inglese. Tempo variabile. Sole, pioggia, nuvole, vento, caldo, umido, fresco. Ventimila, forse trentamila spettatori lungo il percorso. Camper, roulotte, auto. La zona della partenza. I corridori. Centoquarantuno iscritti, centotrentasei partenti, per venti nazioni. Saronni si è spillato il dorsale 96. Lo “starter” è Jimmy Kain, ha 98 anni, li porta con leggerezza, ed è stato un pioniere del ciclismo in Inghilterra. Ore 10. Pronti. Via. Il primo giro è di studio. Al secondo giro va in fuga, da solo, Bernard Vallet. Ventotto anni, francese, guadagna tempo e spazio, centinaia di metri e manciate di minuti, saranno al massimo 6’15” al sesto giro, quando Hinault accosta, si ferma, scende dalla bici, sale su un’altra bici e rientra in gruppo. Chissà se, forse scosso proprio da questa sostituzione, il gruppo alza la velocità e si avvicina al fuggitivo.

Gli azzurri controllano la corsa. C’è sempre qualcuno in testa al gruppo e c’è sempre qualcuno vicino a Moser e a Saronni. Moser e Saronni, finché possono, devono salvare la gamba, risparmiare le energie, conservare le forze. La corsa è economia, e anche ragioneria, non solo agonismo. La corsa inanella giri, trattiene emozioni, misura sentimenti. La cronaca è minima. E l’attesa s’ingigantisce. Lungo il percorso ci sono anche i nostri dilettanti e le nostre donne diventati spettatori.

All’ottavo giro si ferma Freddy Maertens. Vuoto, si è spento. Il re è nudo. Intanto, davanti, ci prova Tommy Prim. Ventisette anni, svedese, abita nel Bergamasco, corre per la Bianchi, è arrivato quarto al Giro d’Italia del 1980, secondo a quelli del 1981 e del 1982. Dietro, si ferma Hinault, ma stavolta quando scende dalla bici, non risale, si ferma e abbandona, abbandona e spiega che non è giornata. E’ l’undicesimo dei 18 giri. Martini tira un sospiro di sollievo: un pericolo in meno. Intanto, davanti, Vallet è stato al vento per 140 chilometri, e adesso il vento lo divide con Prim, un minuto sul gruppo. Hinault, il vento, un vento gelido e pesante, ce l’avrà invece dentro, senza sapere neanche il perché, certe giornate sono storte e basta. Vallet si esaurisce e al dodicesimo giro Prim, rimasto da solo, viene catturato e si ritira. Al quattordicesimo giro allunga Serge Demierre, svizzero di Ginevra. A quattro giri e una sessantina di chilometri dall’arrivo, la corsa entra nel vivo. I gregarioni italiani presidiano la testa del gruppo. Si ferma il primo degli azzurri: Leali. Ci sta. Ha dato. A tre giri e più o meno 44 chilometri dall’arrivo, in discesa allunga Moser: il primo dei favoriti a muoversi. “Lo Sceriffo” fa la prima selezione. L’andatura regolare ha mascherato la stanchezza e prolungato l’autonomia. Ma adesso la corsa esplode, il gruppo si allunga, si ricompone, finché si spezza, si frattura, si frantuma. Chi c’è, c’è. Fra chi non c’è, l’olandese Gerrie Knetemann, che proprio a Moser ha scippato il Mondiale del 1978 disputato in Germania lungo un altro circuito automobilistico e motociclistico, il Nurburgring, ma non ci sono neanche Argentin e Contini. Gli altri azzurri resistono. Ceruti è sempre l’ombra di Saronni, scivolato in coda al plotone. I due vengono affiancati dall’ammiraglia. Martini non si rivolge mai direttamente a Saronni, forse per non disturbarlo, forse per non deconcentrarlo, ma passa sempre attraverso Ceruti. Come sta?, gli domanda Martini. Bene, lo rassicura Ceruti. Perché siete in coda?, insiste Martini. E senza aspettare la mia risposta, aggiunge: manca poco. Ceruti e Saronni rimontano.

A due giri e una trentina di chilometri dall’arrivo, il gioco si fa duro. I francesi sono stati ghigliottinati del loro capitano Hinault, i belgi orfani di Maertens sembrano divisi dalle rivalità campanilistiche, gli olandesi appaiono come i più convinti e organizzati, si temono avversari incomodi e scomodi come gli spagnoli e gli statunitensi. Tentano la sorte gli arancioni d’Olanda Theo De Rooy, Hennie Kuiper e il più temuto di tutti, Jan Raas. Se gli olandesi attaccano, gli italiani difendono. Un catenaccio ciclistico. Davanti, Chinetti si prodiga. La vita del gregario può assomigliare alla vita del mediano. Un lavoro di spola e di servizio, oscuro e sporco. Nelle parole di Gian Paolo Ormezzano: “Il ciclismo è la fatica più sporca addosso alla gente più pulita”.

A un giro e una quindicina di chilometri dall’arrivo, un uomo solo al comando, ma di poco e per poco, lo spagnolo Marino Lejarreta, basco, soprannominato “il giunco di Bérriz”. Ma il gruppo tiene Lejarreta, come si dice, a bagnomaria: lo vede, lo controlla, lo lascia cuocere. Stavolta gli azzurri sono fratelli d’Italia. Masciarelli ha promesso che negli ultimi due giri la Nazionale sarebbe stata intorno, accanto, unita per Saronni. Così è. E così sarà.

Saronni ha resistito alla promessa di non sprecare energie, ma adesso non resiste alla tentazione di provarsi. E sulla salitella salta sui pedali e si specchia. Uno-due, uno-due, uno-due. La gamba c’è. In quelle tre pedalate sente il motore rombare, la bici schizzare, gli avversari trasecolare. Si ferma. Basta così. C’è.

L’ultimo giro è ancora attesa. Più snervante, più spasmodica. A 2 chilometri dall’arrivo Saronni è, più o meno, da solo. Fino a questo punto Moser e compagni lo hanno tenuto al coperto. Ma adesso, concluso il lavoro, all’andatura che sale, al ritmo che si impenna, agli scatti che si moltiplicano, gli azzurri si sfilano.

Ai piedi della salitella scatta ancora Lejarreta. Irriducibile e orgoglioso come un basco. Guadagna qualche metro. Chinetti, per istinto, ormai per abitudine, si alza sui pedali. Ma ha le gambe dure e si fa da parte. Adesso il gruppo, davanti, è frazionato. Per scattare è troppo presto. Saronni decide di continuare con il suo passo. E con il suo passo, riprende e salta chi lo precede. L’ultimo, da solo, davanti, è l’americano Boyer. E’ scattato a ottocento metri dall’arrivo, forse meno. Ha ancora una cinquantina di metri di vantaggio. Ma la sua azione si appesantisce, la sua bici oscilla, e lui s’ingobbisce. Dietro c’è l’olandese Johan Van der Velde, poi anche LeMond. E’ a questo punto che la corsa di Saronni non è più di attesa. E’ qui che comincia la sua volata perfetta.

La fucilata scatta a 300 metri dall’arrivo. Le prime quindici pedalate in piedi sulla bicicletta. La fucilata sibila a 200 metri dall’arrivo. Quattro pedalate seduto in punta di sella. La fucilata echeggia a 150 metri dall’arrivo. Nel vuoto degli avversari, nel pieno degli spettatori. La fucilata va a segno già a 50 metri dall’arrivo. Le mani in alto, le braccia al cielo, i capelli al vento, il sorriso alla storia. La fucilata di Goodwood.

Adriano De Zan, in diretta tv (Rai), emula quello che Nando Martellini ha fatto per gli azzurri per la terza volta mondiali nel calcio, ma personalizzandolo: “Saronni campione del mondo! Saronni campione del mondo! Saronni campione del mondo!”.

Primo, Saronni: 6h, 42’22”, a 41,022 km/h. Secondo, a 5”, LeMond. Terzo, a 7”, Kelly. Con lo stesso distacco seguono l’olandese Zoetemelk, Lejarreta, il belga Pollentier, lo spagnolo Fernandez, il tedesco Thaler. Nono è Gavazzi. Decimo Boyer. Moser è ventiseiesimo a 23”. Masciarelli e Ceruti arrivano insieme, trentaseiesimo e trentasettesimo a 1’39”. Argentin è quarantasettesino a 6’. L’ultimo è l’australiano Shane Sutton, a 20’22”. Cinquantacinque arrivati su centotrentasei partiti.

A chi andrebbero i diritti d’autore dell’espressione “la fucilata di Goodwood”? A Fulvio Astori. E’ lui, sul “Corriere della Sera”, il primo a consegnare la fucilata alla storia: “Alla destra dei due, come una fucilata, scatta Saronni con un rapportone irresistibile. Sembra un sasso lanciato da una fionda”. Martini, nel suo libro “Un secolo di ciclismo”, è definitivo: “Uno sprint come quello che fece Saronni, sulla rampa di Goodwood, non l’ho mai visto fare da nessuno”. E ancora: “Quella progressione negli ultimi 200 metri fu sorprendente, credo che sia uno dei gesti atletici più belli nella storia del ciclismo”.

E Saronni? Saronni ha il dono della leggerezza. Per sdrammatizzare, racconta come, dopo il traguardo, esca dolorosamente dallo stato di grazia per colpa di un terribile mal di piedi. Si è stretto i piedi nelle scarpe e le scarpe e nelle gabbiette dei pedali per cercare la massima aderenza e non disperdere energie. Ma stretti così tanto, da non far quasi circolare più il sangue. Così slaccia i cinghietti, estrae le scarpe dalle gabbiette, mette i piedi a terra. Intanto viene circondato dal servizio d’ordine, quello dei ‘policemen’, i poliziotti inglesi. Sei o sette energumeni, grandi e grossi. Lui piccolo, e ancora contratto nello sforzo, rannicchiato nella volata. Loro alti due metri. Lo proteggono, lo custodiscono, gli fanno ombra. Se Saronni alza lo sguardo, vede un pezzo di cielo. Se guarda in basso, vede le loro scarpe, sono scarponi neri, lunghi come pinne, numero – minimo – 50. Insieme camminano verso il traguardo, il podio, il palco. La gente si accalca, si addensa, spinge. I poliziotti si stringono e stringono Saronni. Finché uno di loro, involontariamente, con quel suo scarpone nero e quel suo peso da rugbista gli pesta il piede, quello destro, proprio quello che più gli duole. Saronni urla. La gente forse pensa che sia un urlo di felicità o di liberazione. E’ invece un urlo di dolore. Istintivamente, Saronni si toglie tutte e due le scarpe e rimane con i calzini bianchi. E sul podio iridato sarà immortalato così.


People from BAM! 2022

È stata l’estate del boom per il bikepacking. Ciclisti di tutti i livelli hanno scelto di andare in vacanza in bicicletta. Chi super tecnico, con obiettivi ambiziosi e sfide impegnative, chi per provare l’ebbrezza una volta nella vita di sentirsi libero, con due borse attaccate ad un telaio e il minimo indispensabile. A tre mesi dall’edizione del 2022 del BAM!, il festival di riferimento in Europa per i cicloviaggiatori, vi raccontiamo questo evento con le voci in presa diretta, in modo che lo possiate mettere in agenda fin d’ora per l’edizione 2023.

Intervista: Claudio Ruatti e Davide Marta
Ospiti: Augusto Baldoni, Andrea Benesso, Michele Boschetti, Piergiorgio Catalano, Federico Damiani, Jacopo Lahbi, Giulio Mancini, Mattia De Marchi e tanti, tanti altri.
Sound design: Brand&Soda


Affinità

C'è un rapporto particolare tra Thibaut Pinot e l'Italia, particolare e reciproco. Qualcosa che si potrebbe sintetizzare in quel "Tibò", scritto così, come si pronuncia, oppure nella scritta sul suo braccio destro, "solo la vittoria è bella", quasi uno scambio di linguaggio, di comprensione. Per descrivere questo rapporto, questa reciprocità, noi torniamo a Como, in un fine settimana autunnale del 2018, in un angolo della sala stampa, dopo quell'assolo di 14 chilometri circa di Pinot, dal Civiglio alle acque calme del lago.
Già, perché proprio quel giorno "Tibò" Pinot descrisse l'Italia, aiutandosi con la mimica, con gli occhi: parlò delle sue strade, dei suoi vicoli storici, caratteristici, dei suoi scorci sempre diversi, anche a distanza di pochi metri, e poi del suo linguaggio, della sua lingua, dei suoni che a Pinot piacciono. Quel giorno, dopo il duello con Nibali, questi erano i suoi pensieri. Quel giorno, dopo il dolore di qualche mese prima, queste erano le sue parole.
Quegli stessi occhi, ma con uno sguardo diverso, li avevamo visti a maggio, a fine giro, a un passo dal podio, anzi, a un giorno dal podio di Roma, afferrato il giorno prima a Bardonecchia. Eravamo a Cervinia, ormai oltre quaranta minuti dopo l'arrivo di Nieve, vincitore di quella frazione. Thibaut Pinot sembrava svuotato, non c'era mimica, non c'era niente, forse solo la speranza che quella sensazione passasse, anche solo per arrivare a Roma. Anche quella speranza era bella, non solo per Pinot, perché quel giorno di Pinot chiedevano in tanti nel via vai di un arrivo in salita. Crisi profonda, ritiro.
Le delusioni che feriscono, che spengono i fuochi o li accendono, li fanno divampare. In quel Lombardia il fuoco è divampato, descritto, raccontato come un esperto d'arte, come all'amico che arriva nella tua città, nella tua nazione, quella che senti tua. Quel fuoco si era acceso da ragazzo, alla vittoria del Giro della Valle d'Aosta, a diciannove anni. Era lì, una fiamma, in attesa, in divenire, tra sogni e desideri. Raccontati allo stesso modo in cui mostra quelle parole sul suo braccio.
Quello di tornare, ad esempio. A fine Giro d'Italia 2017, addirittura, l'unico desiderio. Tutto in quel pensiero, tornare dove "non ho visto nulla di negativo". Anche se era stato quarto, alla fine, sempre di poco, sempre giù dal podio. Eppure il legame si stringe, si amplia, diventa più forte. Non è più solo ciò che si desidera, ma quel che si vuole. Perché a Superga, pochi giorni prima di quella vittoria e di quella storia sull'Italia, Pinot, vittorioso alla Milano-Torino, è un corridore che ha voluto la vittoria, che ha voluto questa vittoria in Italia. Lo sottolinea lui stesso. Avvicinamento e allontanamento continui.
È giusto parlarne perché, proprio in questi giorni, Pinot ha annunciato che nel 2023 sarà al Giro d'Italia. Di più: che, al Giro d'Italia, le montagne saranno il suo grande traguardo, ciò a cui punta. Sono accadute tante cose da quel 2018, tante delusioni, sì, le stesse di quei fuochi che si spengono e si accendono, le stesse delle affinità che sono somiglianze da cercare e vivere, le stesse, anche, della bicicletta, degli esseri umani. Eppure Thibaut Pinot continua ad avere quella voglia, la stessa che l'ha fatto piangere sotto la pioggia, a Lienz, al Tour of the Alps dello scorso anno, dopo una vittoria, dopo tanto tempo. E sarà proprio con quella voglia che tornerà al Giro d'Italia, cinque anni dopo. Si tratta delle affinità.


Le cronache del ghiaccio e della neve

Per raccontare la gara di oggi in Val di Sole serve mettere da una parte il contorno, notevole, e dall’altra i contenuti tecnici, in una gara che ha visto corridori in difficoltà nello stare in piedi su un tracciato che doveva essere una gara di ciclocross sulla neve, ma alla fine si è rivelato un ciclocross sul ghiaccio.
È tutto all’ombra il percorso, con la neve battuta e spalata in diversi tratti e un terreno duro, durissimo, ghiacciato; i corridori battono i denti alla partenza, mentre il pubblico si scalda guidato dallo speaker e accompagna il via muovendo le mani a ritmo. Per incitare, per scaldarsi.
Il ritmo è una parola chiave, c’è chi lo trova subito, come Kuhn: il binomio neve e Svizzera, se pensiamo, tanto per fare un nome, a Odermatt, in questo momento è tornato molto in voga da un punto di vista dei risultati e l’elvetico veste per un po’ i panni di quel fenomeno che non sbaglia una gara - in altro sport - e parte forte, come per altro ci sta abituando in stagione, tenendo davanti la sua maglia rossa di campione nazionale che risalta sul bianco accecante che caratterizza il percorso.
Il ritmo lo tiene quella solita apoteosi portata avanti da campanacci e motoseghe che pare davvero una gara di sci alpino oppure nordico e che fa da colonna sonora a chi rimonta, cade, frena, tiene, spigola, spinge. In alcuni momenti pensavamo pure di vederli andare via in alternato oppure a spazzaneve.
Si fa fatica a prendere il ritmo perché si rischia di cadere, pensate a van der Poel finito lontano, troppo lontano: non prende alcun rischio (e fa bene), e la notizia è non vederlo a fine gara davanti a tutti, lui che spesso, oppure sempre, in gara prende rischi, ma oggi non era quel giorno. Non era giorno nemmeno per Iserbyt che il ritmo lo tiene pure bene finché non cade, sbatte il ginocchio e si ritira, portato via in barella. Speriamo bene.
La spunta Vanthourenhout che ci mette poco a trovare ritmo e feeling, vincitore degno, degnissimo campione europeo, con quella faccia simpatica come pochi: lascia gli altri a distacchi abissali come un tappone alpino (d’altra parte siamo sulle Alpi) di decenni fa.
Sul podio con lui Vandeputte e Kuhn, entrambi alla loro prima volta tra i primi tre in Coppa del Mondo, e l’impennata di uno, e il pugno liberatorio dell’altro dopo aver resistito al ritorno di Sweeck ,ne certificano l'importanza del risultato acquisito.


Nella neve in Val di Sole

Bianco ciclocross. Domani ai Laghetti di San Leonardo, località Vermiglio, Val di Sole, decima tappa (su quattordici, siamo ormai in dirittura d’arrivo) della Coppa del Mondo di ciclocross, seconda volta - di fila - per la località trentina. L’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, si sa, è quello di convincere chi di dovere a far entrare questa disciplina all’interno del programma olimpico. Milano-Cortina è fuori tempo massimo, magari nel 2030, sarebbe un salto di qualità enorme per il ciclocross sotto tantissimi aspetti, a volte ci immaginiamo cosa sarebbe (stata) una lotta per l'oro olimpico tra van der Poel, Pidcock e van Aert e quasi non prendiamo sonno, ma tutto questo è un discorso a parte sul quale non ci dilunghiamo. Non ora.
Ci si prepara da tempo a Vermiglio, invece, per la gara di domani, anzi le gare. L' inverno fa l’inverno, tra freddo e neve. Lo scorso anno sul campo ci si è divertiti al netto di Capitan Temperatura Bassa ma con van Aert, Vos, Pidcock, tutto bianco intorno, le montagne a dare un contorno totalmente inusuale per una gara di ciclocross, piuttosto poteva apparire mountain bike, sci di fondo, specialità di cui la Val di Sole è ghiotta; quest’anno si ripete e il cast vede soprattutto van der Poel e la sfida di altissimo livello che sta tenendo banco al femminile; sfida entusiasmante in pieno svolgimento da un po’ di settimane, sfida tra due 2002, una generazione d’oro, olandese, rappresentata da Fem Van Empel e Puck Pieterse. Van Empel qui vinse lo scorso anno. Fu la prima vittoria nella categoria élite per lei. Van Empel guida la challenge di Coppa del Mondo con oltre cento punti di vantaggio, forte soprattutto (ma non solo) dei due successi negli Stati Uniti, in contumacia della coetanea.
Si esce dalla tradizione di erba, fango e sabbia, sperando che il cross sulla neve dei Laghetti di San Leonardo possa diventare tradizione.
Ci sarà da battagliare con il freddo. Vestitevi pesante: non lesinate. Si combatterà bevendo birra (suggeriscono in alternativa vin brulè), con cautela come sempre. Si combatterà il freddo (ci sarà anche un tendone riscaldato) spostandosi da una parte all’altra del percorso - occhio alle cadute. Urlando, applaudendo. Evento intenso come solo il ciclocross sa regalare dal vivo. Con un percorso leggermente modificato rispetto al 2021, con due collinette in più e zone dove la neve sarà dura, battuta, scivolosa e altre dove, con la neve più morbida, sarà più simile a un percorso con la sabbia ed è per questo che si dice di buttare sempre un occhio su Sweeck, abile guidatore su certi percorsi e leader di Coppa del Mondo, oltre al solito noto, il signor Mathieu van der Poel.
Saranno fondamentali le scelte tecniche, e in questo assumerà una certa importanza la ricognizione - poi che van Aert lo scorso anno abbia vinto arrivando la sera prima e provando il percorso solo il giorno della gara è un altro discorso. Ma di van Aert ce n’è uno solo. Ci vorrà potenza e tecnica, insomma, anche se non a tutti convince l’idea del "ciclocross sulla neve", sarà comunque quello sport lì, potenza e agilità assieme, partenza in griglia, bici in spalla; sarà differente, inusuale, ma non per questo meno bello, entusiasmante e con la solita parola che gira e rigira è sempre quella: spettacolo.
98 corridori al via: 47 donne (partenza alle ore 13) e 51 uomini (partenza alle ore 14:30). Nutrito il contingente italiano che vedrà il ritorno in una gara di massimo livello di Silvia Persico, Eva Lechner, Filippo Fontana, ma non solo. C’è van der Poel, lo abbiamo già detto ma lo ripetiamo, gli occhi saranno su di lui, e anche le urla e il tifo e ogni sua azione, ogni suo passaggio, errore, rimonta eccetera, sarà accompagnata dal frastuono e ci aiuterà a non ghiacciare il fondoschiena.


Finire non mi spaventa: intervista a Martia Bastianelli

Ora che Marta Bastianelli ha annunciato che il Giro d'Italia femminile del 2023 sarà la sua ultima corsa, capita che le si chieda se di smettere avesse già pensato altre volte: «Sì, devo essere sincera, ci ho pensato e ci ho pensato più volte. Credo ogni atleta, in certi momenti, ci pensi. Poi, sai come siamo fatti, andiamo avanti, ma il pensiero viene, per momenti difficili o circostanze. Quando sono rimasta incinta, per esempio, ero quasi sicura che non avrei più corso. Ho continuato soprattutto grazie al mio compagno, anche lui ciclista. Ricordo il giorno in cui mi disse: "Visti i risultati che ottieni, non è giusto che sia tu a smettere. Smetto io, tu continua. Tu devi continuare". Anche in quel caso ho fatto bene a non smettere». Oggi, però, no. Non ci sono ripensamenti su questa scelta, di nessun tipo. Lo si capisce quando, dal nulla, ci dice: «Sono felice». Si lega a tutto, si lega in particolare a una situazione che Marta Bastianelli vive con la sua squadra, il Team UAE Adq.

«Sono una professionista e so che non è scontato sentirsi dire: "Stai tranquilla, fai ciò che ti senti di fare". Non capita spesso, anzi capita raramente. Loro me lo hanno detto e, anche se sono al diciassettesimo anno fra le élite, questo mi colpisce ancora. È vero che ho annunciato il mio ritiro, ma non ho ancora appeso la bicicletta al chiodo: fino all'ultimo chilometro dell'ultima gara voglio restare la professionista che ho imparato a essere. Voglio dare tutto. Questa è la sfida». Sì, Marta Bastianelli smetterà, questo è certo. Anzi, era certo ancora prima che lo dicesse, come spiega lei. «Se prendiamo con entusiasmo l'inizio delle cose, non capisco perché abbiamo spesso questo problema con il finale. Questa malinconia, questa nostalgia. Mi mancherà questo lavoro, certo che mi mancherà. Molto, non poco. È un lavoro così totalizzante che diventa la tua vita, in realtà, però, non bisogna dimenticare che la vita è altro. Il punto è saper scegliere, quando hai scelto e sei convinto, poi, la fine è un dato naturale». Così, in estate, Bastianelli uscirà da questa "bolla", come la chiama lei, che è l'attività professionistica e inizierà un altro percorso, anche se ancora non sa quale. Il sogno sarebbe restare all'interno del mondo del ciclismo.
Un sogno che è, poi, anche un modo di agire. Per esempio, in questo ritiro di inizio stagione in Toscana. Nuove compagne, molte giovani, e anche atlete di esperienza come Alena Amaliusik. Marta Bastianelli, trentacinque anni e sicuramente molte cose che potrebbe insegnare, tuttavia usa molto più volentieri il verbo imparare. «Ha a che vedere molto anche con il domani. Più cose imparerò da queste ragazze, meglio potrò provare a essere un direttore sportivo, ad esempio. Dei sogni ci si prende cura in questo modo: studiando, imparando. Essere state campionesse nella nuova vita non conta nulla, proprio nulla, in ogni settore. Sarà, invece, importante conoscere ogni sfumatura di una atleta, compresi aspetti legati alla sua cultura, alla sua terra d'origine, ai problemi che incontra quotidianamente». E Bastianelli di cose ne ha imparate anche ultimamente, molte rispetto all'alimentazione di un'atleta.

Poco prima di partire per questo ritiro, Clarissa, sua figlia, le si è avvicinata e le ha detto: «Mi raccomando, goditi il ritiro perché sarà uno degli ultimi». Lei ci ha pensato molto: «Per lei sono stata spesso una "mamma volante" e da piccola avrebbe voluto avermi più spesso al suo fianco per fare le cose che tutte le mamme e le figlie fanno assieme. Ora mi segue in televisione, segue le gare e conosce le mie compagne. So che rinunciare a questa parte della sua realtà mancherà anche a lei, so che quella "mamma volante" mancherà anche a lei. Quel giorno non stavo pensando a questa ultima volta e, sono sincera, sentirmelo dire mi ha fatto effetto». La figlia di Marta Bastianelli è competitiva, pratica tennis e nuoto, e a Bastianelli piacerebbe anche vederla in sella, ma c'è un punto interrogativo. «Credo non ci siano ancora le strutture adatte, almeno nelle nostre zone, per permettere a questi bambini di andare in bicicletta in sicurezza. Quello che succede sulle nostre strade lo vediamo tutti i giorni e abbiamo anche finito le parole per parlarne. Servono i fatti. Il ciclismo è parte della nostra famiglia ma per mia figlia, con queste condizioni, avrei dubbi, un genitore non può non averne. Nonostante mi piacerebbe».

Ci sarebbero altri tasselli da aggiungere alla carriera di Bastianelli, in fondo, c'è sempre qualcosa in più che si vorrebbe o si potrebbe fare, però, la prospettiva, con gli anni, cambia: «Pensi che a casa hai una bambina, pensi che ti piacerebbe diventare mamma ancora una volta ed in volata inizi ad evitare di lanciarti in spazi in cui prima ti buttavi. Una ciclista vuole vincere e anche io voglio farlo ancora, però, a trentacinque anni, se possibile, sono più contenta quando insegno qualcosa agli altri, quando permetto a qualcuno di non fare errori che io ho fatto». Qui si ritorna al tema alimentazione: «Bisogna sbagliare, fuggire dall'errore è un male. La via principale di apprendimento è quella. Anche io, da giovanissima, ho provato a preoccuparmi perché avevo mangiato un panino in più rispetto a quello previsto nel mio piano nutrizionale. Sai perché? Perché non mi conoscevo ancora abbastanza. Oggi l'attenzione è aumentata ed è giusto così, però, una atleta deve anche sapersi gestire e questo arriva con l'esperienza. Se mangi qualche grammo in più di un alimento, puoi diminuire l'altro. Se sei stanca e fai mezz'ora in meno di allenamento non succede nulla, se insisti stai peggio. Essere atleti significa anche conoscere il proprio corpo che è il nostro tutto. Le sensazioni vanno ascoltate». Perché accade questo? «Il mondo social non aiuta. Espone a un confronto continuo. Il senso di colpa appartiene a tutti e, se ogni sera sei sollecitata al confronto con le colleghe che pubblicano l'allenamento del giorno, le conseguenze non sono buone. Tempo fa non si sapeva ciò che facevano le altre. Non è, per forza, sbagliato conoscerlo, è sbagliato non concentrarsi su ciò che chiede il tuo corpo». In ogni caso, il ciclismo è cresciuto e cambiato a 360 gradi, a partire dai trasferimenti: «Sembra scontato che tutto lo staff pensi a noi, non lo è. Tempo fa, anche un trasferimento lungo, uno spostamento, era un problema».

L'anno scorso sette vittorie, la più bella nel giorno del compleanno, perché era da tanto che non succedeva e perché serviva alla squadra. Quest'anno parte dal freddo della Toscana e da quelle parole a Erica Magnaldi in allenamento, proprio ieri: «Vorrei poter aprire la finestra al mattino e non preoccuparmi del tempo che fa lì fuori. Questa fatica non mi mancherà, non più». Anche se il sogno va ancora nella direzione della fatica: «Mi piacerebbe trovare tanti tifosi ad aspettarmi a Roubaix. Io li vorrei aspettare lì».

 


Attaque de Pierre Rolland!

Ieri ha annunciato il ritiro Pierre Rolland. Un corridore che a noi è sempre piaciuto in modo particolare e infatti ne abbiamo parlato all'interno di #Alvento14.

Era un numero dedicato alle fughe e quella di Rolland al Tour de France 2011, tappa 19 con arrivo sull’Alpe d’Huez, meritò di essere ricordata quella volta, merita di essere menzionata nuovamente.

“Alpe d’Huez 2011, terzultimo giorno di corsa. Mentre Voeckler soffocava il proprio sogno e quello di tutti i francesi cedendo in salita con indosso la maglia gialla, il suo giovane compagno di squadra cavalcava vittorioso verso una delle salite simbolo della storia del ciclismo. Non una vera e propria fuga da lontano, ma emblematica: dopo aver raggiunto Contador sulle rampe finali dell’Alpe d’Huez, Rolland si scrollava di dosso la sua compagnia (e quella di Samu Sanchez) regalando alla Francia la prima e unica vittoria in quell’edizione della corsa francese. Rolland correrà la stagione successiva con il profilo della tappa vinta inciso sul telaio”.

Quel giorno Rolland rimase di fianco a Voeckler, in maglia gialla a due tappe dal termine, finché il leader della classifica gli diede via libera. «Non ho mai pensato di perdere la tappa, non avrei mai lasciato solo Voeckler per arrivare secondo o terzo», raccontò, in modo quasi sfrontato, un corridore che sfrontato lo è stato soltanto in corsa, amante delle fughe, spesso bizzarre, delle maglie a pois, della visibilità in salita.

Rolland lascia il ciclismo a 36 anni. 16 stagioni tra i professionisti e 12 vittorie. Un bel palmarès: due tappe al Tour, una al Giro, un quarto posto nel 2014 nella Corsa Rosa dietro Quintana, Uran e Aru, davanti a Pozzovivo. Un ottavo posto al Tour del 2012 quando vinse anche la tappa con arrivo a La Toussuire e un decimo con maglia bianca finale al Tour del 2011.

Lascia dopo una carriera passata perlopiù in compagini francesi, ma con una parentesi alla Cannondale, squadra americana, che inizialmente Rolland commentò così. «Finché si parla di ciclismo me la cavo. Se dovessi parlare di letteratura sarebbe un problema. Ho dovuto imparare l’inglese perché la Cannondale è una squadra americana. Dopo una vita passata in ambienti francesi, chissà che questo cambiamento non mi faccia bene».

Lascia dopo aver speso una carriera con la consapevolezza dell’importanza del circondarsi di persone per lui importanti. Nei giorni scorsi ha ricordato la figura di Gautier, compagno di allenamenti e di vacanza, amico fraterno con il quale ha diviso gli ultimi anni in squadra. «Il ciclismo è uno sport di sofferenza, durissimo, per questo ritengo essenziale avere con me le persone che amo».

Lascia dopo che la sua squadra, la B&B Hotels-KTM ha annunciato la chiusura: «La mia carriera si chiude qui, ma non è per me che saranno giorni complicati», raccontava giorni fa pensando ai suoi compagni di squadra e ai componenti dello staff rimasti a piedi. Forse gli sarebbe piaciuto continuare ancora, chissà: «Ma il destino ha deciso diversamente», scrive su Twitter.

È stato un gran bel talento in salita Rolland, di quelli sempre all’attacco: L’Equipe ricorda come a un certo punto “Attaque de Pierre Rolland!” divenne una sorta di slogan al Tour ed esistono anche pagine sui social network che si chiamano così.

È stato uno scalatore con un timbro caratteristico: la strada si impennava e lui partiva, non importa se poi spesso dopo qualche centinaio di metri veniva ripreso, lui magari ti scattava di nuovo in faccia per poi essere ancora ripreso. Era fatto così: poca paura di stare al vento, a volte di quelli che aspetti e che non arrivano, di quelli su cui la Francia ci scommetteva come grande speranza, ma dove grande speranza per loro significava (significa) vincere il Tour de France. Si è portato sulle spalle l’onere e l’onore, ma alla maglia gialla ha spesso preferito una più comoda maglia a pois.

È stato un bel corridore non c’è che dire, poco vincente, molto appariscente, è stato Pierre Rolland, anzi, “Attaque de Pierre Rolland!”, detto proprio così.