Nessuna al sicuro, nessuna persa

Succede ad una ciclista. Che parta al Tour de France Femmes con sulla schiena il numero uno, avendo vinto l’anno precedente, in maniera netta, senza dubbi, senza, almeno apparentemente, nemmeno una grande fatica nello staccare le avversarie, dopo un ritorno al ciclismo su strada che le aveva già consegnato, pochi mesi prima, la Parigi Roubaix, e nonostante tutto questo, si ritrovi a perdere oltre due minuti nella cronometro di ieri e quasi tre nella tappa di oggi, da Mâcon a Belleville-en-Beaujolais. Una tappa, per usare un lessico non certamente francese, “impestata” di salite e strappi tanto da raggiungere un dislivello complessivo di oltre duemila metri, anche se la salita più lunga era di meno di dieci chilometri. Non certo una tappa pirenaica, insomma, ma il ciclismo non permette “cartellini” fissi, sulle tappe e sulle atlete. Non esiste tappa che solo in quanto tale farà la differenza, non esiste atleta che in quanto ha già vinto, poco o tanto che sia, ha un credito o una rendita di posizione. Allora, sì, succede che l’atleta di cui parlavamo sia Pauline Ferrand-Prévot, che il numero uno a naufragare e inseguire su questi strappi sia il suo. Come succede che all’arrivo, con tranquillità, serenità, sincerità, ammetta: «Le altre sono state semplicemente migliori di me. Non stavo male». E chiosi con “c’est la vie”, questo sì molto francese. O, se preferite, molto umano.

Succede ad una ciclista. Che abbia centrato alla Vuelta a España e ci sia andata vicina al Giro, eppure in un caldo mercoledì nel Beaujolais abbia problemi e non riesca a tenere le ruote del gruppo. Succede di dover inseguire tutta la giornata ed arrivare troppo lontana per quello a cui ha abituato il pubblico. Oppure succede di partire con il sorriso di sempre, con una sorta di eterna leggerezza ed in un tratto di strada anonimo, nemmeno nel centro della concitazione della gara, di ritrovarsi sbalzata a terra e gridare dal male. Succede che chiunque veda quelle immagini creda che il ritiro sia l’unica cosa possibile ed invece nell’ordine d’arrivo, alla fine, c’è anche il suo nome. La prima atleta è Monica Trinca Colonel, la seconda è Chiara Consonni. Entrambe hanno vissuto una giornata da dimenticare. E no, non lo scriviamo per dire che una ciclista va sempre fino in fondo, se può, anche se è vero. Lo scriviamo perché succede ad una ciclista e non tutto quel che accade deve avere risvolti eroici o tragici, semplicemente accade ed è giusto raccontarlo.

Succede ad una ciclista. Che il giorno prima metta su strada forse una delle migliori cronometro possibili ed il giorno dopo, forse, pensi di attaccare, perché la gamba c’è. Succede anche che in molti si aspettino un attacco. Invece su uno stappo perda un metro, poi due e non riesca più a rientrare sulla testa della corsa. Oggi è successo ad Elisa Longo Borghini. Oppure succede ad una ciclista che il primo giorno di Tour de France venga coinvolta in una caduta e lasci sulla strada quasi quaranta secondi: quella ciclista era designata capitana, assieme a Longo Borghini, della squadra. Si tratta di Dominika Włodarczyk che, oggi, è stata in fuga ed all’arrivo ha concluso quarta, recuperando posizioni in classifica generale e tornando fra le prime cinque del Tour. Succede ad una ciclista che, pur avendo già vinto un Tour de France Femmes- quello del 2024- al Tour non abbia mai vinto una tappa. Tra Mâcon e Belleville-en-Beaujolais, quella ciclista, Kasia Niewiadoma, è l’unica a riuscire a tenere le ruote di Marlen Reusser e Demi Vollering. Scala posizioni in classifica generale, certo, ma inizia anche a pensare alla vittoria di tappa. Così all’ultimo chilometro si stringe gli scarpini e si prepara a partire.

Parte lunga Kasia Niewiadoma, in un momento in cui Reusser e Vollering si stanno guardando. La loro è una sfida anche mentale che va avanti da chilometri. Vollering aveva puntato gli abbuoni al traguardo volante per rosicchiare secondi a Reusser, invece, è stata Reusser a rosicchiarle quei secondi. In salita, l’olandese era riuscita a darle qualche metro, ma nulla più, nonostante le sue progressioni. Reusser era rientrata in discesa. Succede ad una ciclista che i piani siano saggi da fare, ma altrettanto saggio sia saperli rivedere. Niewiadoma parte lunga sul rettilineo d’arrivo e tutti pensano ce l’abbia fatta perché si crea il varco. Vollering aspetta, poi lancia la propria volata. Sempre più vicino. Ai settantacinque metri le prende la scia, ai cinquanta la affianca e la supera. Vollering vince la tappa, Reusser è seconda, Niewiadoma solo, si fa per dire, terza. Quelli tra Vollering e Reusser ora sono solo dodici secondi, ieri erano quattordici. La fame di Vollering farà di tutto per scavare quei secondi il prima possibile, la stabilità di Reusser non glielo permetterà facilmente. Di gambe e ancor più di testa. Oggi la più forte è stata Vollering: anche Reusser lo dice a Niewiadoma facendole i complimenti. Domani si vedrà. Proprio perché non ci sono rendite di posizione, proprio perchè quel che si è già fatto non basta mai a definire, a sentirsi a posto, a sentirsi arrivati, tanto più in uno sport che riparte sempre, nessuna è al sicuro, ma nessuna è persa. Anche questo succede ad una ciclista.


Il respiro di una cronometro

Per qualche strana ragione, dopo il traguardo della quarta tappa del Tour de France Femmes, la cronometro di ventuno chilometri, da Gevrey-Chambertin a Dijon, in mezzo a tanti suoni, rumori e voci, quel che più arriva ovunque è il respiro di ogni atleta. Lo colgono i microfoni, e questo è normale, lo colgono le telecamere, lo colgono le persone che stanno osservando dalle transenne e quando sentono quel respiro stanno in silenzio, si limitano a guardare, ad ascoltare e quasi mettono in pausa la loro festa, il loro incitamento. La cronometro ha a che fare con il tempo ed il tempo è intangibile. Gli umani si illudono di racchiuderlo negli orologi, ma quelli servono solo a segnare il tempo, a calcolarlo, tuttavia il tempo di una cronometro- e non solo di una cronometro a dire il vero- è altro ed ha i suoi segni. Nelle giornate, la prima luce ed il primo buio, il primo passo e, forse, l’ultima ruga, nelle persone. Nel ciclismo, nelle cronometro, il tempo è questo respiro che pare cadenzare la giornata. Quasi fosse il sottofondo di un film nel momento cruciale: quello che, non appena cambia, si intuisce quel che sta per avvenire e si presta ancora più attenzione. Più rumore o più silenzio. Il respiro di quando si fanno i rulli, di quando si aspetta di salire sulla pedana, l’ultimo prima di scendere, il primo di uno sforzo prolungato, quello in salita, in discesa, quello alla fine, quello su un drittone infinito, quello a terra, quando il tempo, ormai, si è fermato.

Il respiro di Zoe Bäckstedt è quello di una ragazza di ventuno anni che sapeva che avrebbe sofferto, perché si soffre sempre a cronometro, ma, ha dichiarato, di amare questa forma di dolore. Ha ventuno anni, Bäckstedt, e voleva arrivare al traguardo talmente stanca da non riuscire più a stare in piedi. Infatti è rimasta a lungo sulla propria bicicletta, gambe sospese, tremanti, capo chino e lunghi respiri. Ha affrontato la sua prima cronometro al Tour de France perché questo è il suo primo Tour de France. Non sapeva come sarebbero state le gambe al quarto giorno di gara: a giudicare dalla prestazione pare buone, perché conclude quarta a soli diciannove secondi dalla vincitrice, Marlen Reusser. Suo padre, Magnus, ha vinto una tappa al Tour non lontano da qui, come ricordava L’Equipe stamani, a Autun. Anche la madre di Bäckstedt è stata una ciclista, una di quelle, però, che il Tour non l’hanno potuto correre, perché il Tour ancora non c’era. Si chiama Megan Hughes e può spiegare bene cos’è il respiro al termine di uno sforzo simile. Ha provato. Ma in un altro tempo. Quello in cui non tutte le cicliste erano riconosciute e chiamate per nome. Non per demerito, per mancanza di conoscenza.

Ce lo dice Elisa Longo Borghini: “Dopo questi anni di Tour, ora sulla strada ci chiamano per nome anche se non siamo francesi”. C’è da pensare. Il suo è un respiro arrabbiato. Ha messo su strada una delle sue migliori prove contro il tempo, Longo Borghini, e sarebbe finita a ridosso del podio se un salto di catena ed un cambio di bicicletta ai meno due chilometri all’arrivo non le avessero fatto perdere secondi preziosi. Ora ha circa un minuto da Marlen Reusser e circa quaranta secondi da Demi Vollering. Il respiro di chi non è solo stanco ma è soprattutto arrabbiato lo si riconosce agli arrivi. Tira dritto e così fa Longo Borghini. Non si ferma come chi è solo felice, non va via come chi è solo delusa. La delusione è il sentimento di Pauline Ferrand-Prévot. Lungo la strada, qualcuno la incitava con dei megafoni. Al suo arrivo c’è stato un applauso, poi silenzio, poi ancora un applauso come è ripartita verso il bus. Ha perso tanto Ferrand-Prévot: oltre due minuti da Reusser. Era la sua prima cronometro dal rientro alle corse. Dieci anni fa. Aveva vinto un Tour ma con questo esercizio non aveva ancora fatto i conti. Il suo è un respiro svuotato. Quello di fronte a cui si fa silenzio e quasi si ha paura di intuire il pensiero che lo seguirà, perché è un pensiero amaro.

Il respiro di Demi Vollering somiglia alle ultime sue pedalate: non sapeva più come fare a spingere più veloce quella bici e nel finale si è scomposta. Ha spinto con tutto quello che aveva, anche i pensieri. E ora respira con tutto quello che ha, anche i pensieri. Forse per questo cambia leggermente l’espressione del volto e qualcuno riesce a gridarle qualcosa. C’è la consapevolezza di essere lì, a pochi secondi dalla campionessa del mondo e di poterla staccare in salita. Se tutto è andato bene, è più facile riuscire a interrompere il silenzio del respiro di una cronometro. Si trova il coraggio. Allora qualcuno grida il nome di Reusser che, a terra, ha appena concluso il “Progetto Digione”: vittoria di tappa e maglia gialla, come la mostarda della città, in un Tour partito dalla Svizzera. Le sue affermazioni sarebbero quasi scontate per altre atlete: suggerisce che tutto può accadere, che non è finita fino a Nizza, che vincere è sempre difficile. Ovvio. Ma Reusser ha perso un Giro, quello del 2025, quando tutto pareva già fatto e in quel giorno- anche se non era una crono- tutti erano zitti quando passavano accanto a lei che pescava chissà dove il respiro mentre piangeva. Sigrid Haugset ha perso la maglia gialla e, forse, era anche nelle cose. Il suo respiro, stanco, dopo un giorno in fuga ed una cronometro con la pressione di essere la maglia gialla, non le ha impedito di ringraziare più volte chi le dava una bottiglietta d’acqua e chi le chiedeva di cosa avesse bisogno.


Cucire il tempo, ritrovare la vittoria: la maglia dei paesi Bassi di Kelderman

Articolo di Santino Stavola

In queste ore circolano le prime immagini della maglia di campione nazionale olandese che Wilco Kelderman sta indossando al Giro di Polonia. È una delle reinterpretazioni più eleganti delle tradizionali maglie nazionali che sfilano nel gruppo, ma non è questo il motivo per cui continuo a guardarla. Quella maglia racconta una storia iniziata molto prima della vittoria di fine giugno. Una storia di talento, di pazienza e di trasformazione che, per me, affonda le radici nell’essenza stessa del ciclismo.

Perché Kelderman non alzava le braccia al cielo in una corsa in linea da undici anni. Undici stagioni trascorse ai massimi livelli del ciclismo mondiale, senza però riuscire a trasformare in vittoria quel talento da predestinato che si portava dietro da ragazzo. Una bella storia di sport, destinata a consumarsi nello spazio di una domenica. Per me invece è stato come ritrovare un vecchio compagno di viaggio.

Perché da oltre vent’anni, ogni volta che apro un ordine d’arrivo, finisco sempre per cercare il suo nome. E ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato sulle strade del Giro della Basilicata.

Il Giro della Basilicata juniores, alla fine degli anni Novanta, si correva appena prima del Lunigiana. La vera rassegna mondiale della categoria, i cui ordini di arrivo anticipavano le classifiche che avremmo ritrovato pochi anni dopo al Tour de France. Ma proprio per questo le grandi nazionali attraversavano l’Europa qualche giorno prima e scendevano anche in Basilicata. Per molti di noi era il primo contatto con il vero mondo del ciclismo.

Ricordo ancora quando arrivava la Rabobank con quei ragazzini biondi. Erano nostri coetanei, ma sembravano già professionisti. Quelle Colnago arancioni erano identiche a quelle dei loro compagni più grandi al Tour de France. Tutto era perfetto: biciclette, abbigliamento, organizzazione. Loro sembravano il futuro. Noi cercavamo semplicemente di stargli dietro.

Io correvo con una bici d’acciaio e una maglia celeste un po’ sblusata, sulla quale campeggiava una gigantesca scritta “Basilicata”. Eravamo tutti ragazzi. Ma qualcuno sembrava già appartenere a un altro mondo.
In una tappa riuscii perfino ad arrivare settimo, ma quando dopo pochi giorni quel circo si spostò in Lunigiana, ricordo che arrivai all’ultima tappa senza più gambe e mi ritirai perché non riuscivo più a tenere le ruote nemmeno del fine gara. Qualche anno dopo Wilco Kelderman avrebbe chiuso quella stessa corsa al secondo posto, come capita ai corridori destinati a qualcosa di grande. Forse era già scritto lì che le nostre strade avrebbero preso direzioni diverse.

Lui diventò uno dei talenti più attesi della sua generazione. Io, invece, lasciai il ciclismo.
Wilco era un talento che doveva detonare.

Cronoman formidabile, elegante in salita, uno di quei corridori completi che sembravano destinati a vincere i grandi giri a tappe. Nei primi anni da professionista mantenne quasi tutte le promesse. Vinse per due volte la classifica dei giovani al Delfinato, fece altrettanto in diverse brevi corse a tappe, concluse settimo il Giro d’Italia e quarto la Vuelta. Le vittorie erano poche, ma bastava guardarlo correre per capire che apparteneva di diritto all’élite del ciclismo mondiale.

Era sempre lì. A un passo dalla consacrazione.

Il Giro del 2020 sembrò finalmente il momento giusto. Sullo Stelvio Kelderman conquistò la maglia rosa e riportò la Sunweb nella posizione di vincere il Giro. Ma quello stesso giorno la squadra si ritrovò con due uomini in lotta per la classifica generale: lui e il più giovane Jai Hindley. Da quel momento cambiò qualcosa. Sul finale dello Stelvio Kelderman perse contatto da Tao Geoghegan Hart e si aspettava l’aiuto del compagno per rientrare, ma l’ammiraglia fece una scelta diversa. Wilco vestì la maglia rosa, ma l’equilibrio tattico di quel Giro si era ormai spezzato. A vincere sarebbe stata l’Ineos.

Non era la prima volta che, nel momento decisivo, mancava qualcosa. Nel 2017, sul Blockhaus, una moto della polizia provocò la caduta di Kelderman e Geraint Thomas mentre erano in testa con i migliori. In altre occasioni furono un fotografo, un contatto in gruppo, un episodio di corsa. Cambiavano le circostanze, non il copione. Wilco si rialzava sempre. Tornava tra i migliori. Ma la vittoria che avrebbe trasformato il grandissimo corridore in un campione riconosciuto continuava a sfuggirgli.

Per questo, quando il ciclismo entrò nell’era dei fenomeni capaci di riscrivere ogni parametro, molti smisero di aspettare l’esplosione di Wilco Kelderman. Lui, semplicemente, continuò a fare quello che aveva sempre fatto: correre con i migliori.

Io per tutto quel tempo avevo smesso di correre.

Ogni tanto riprendevo la bicicletta, ma senza obiettivi. La vita aveva preso altri ritmi. Del ciclismo mi era rimasta soprattutto la passione di guardarlo in televisione, o di rincorrerlo a maggio in qualche paese vestito di rosa. E così, quasi senza accorgermene, continuavo a fare una cosa che andava avanti da vent’anni. Se trovavo una Gazzetta aperta su un tavolo, finivo sempre ai trafiletti di ciclismo. E ogni volta che scorrevo un ordine d’arrivo, cercavo con più attenzione quel nome con la W non così comune.
Poi, qualche anno fa, qualcosa è cambiato.

Dai piccoli raduni domenicali, mi ritrovai in una squadra amatoriale e, quasi senza accorgermene, catapultato in un ciclismo completamente diverso da quello che avevo lasciato. Più scientifico, più veloce, più competitivo. Un mondo in cui i numeri sembrano aver preso il posto delle sensazioni e in cui i giovani, ma anche attempati cicloamatori, arrivano preparati come professionisti.

Eppure, pedalando, mi sono accorto che alcune cose non erano cambiate affatto.

Ho ricominciato a vincere qualche corsa. Ma, soprattutto, ho scoperto che ciò che mi dava più soddisfazione non era più tagliare il traguardo per primo. Mi appassionava costruire la corsa, leggere gli avversari, organizzare la strategia della squadra. Mi piaceva insegnare ai ragazzi quelle piccole cose che io avevo imparato quando il ciclismo era ancora una palestra di strada.

Negli ultimi anni avevo raccolto tante soddisfazioni anche tra gli amatori. Ma spesso erano vittorie costruite da solo, in un ciclismo in cui ciascuno pensa per sé. Sentivo che mancava qualcosa. Così di recente, ho preso una decisione che molti intorno a me non hanno compreso, lasciando la squadra di cui ero leader indiscusso per approdare ad una formazione più strutturata, con gerarchie sedimentate e tanti giovani di talento.
Da fuori poteva sembrare una forma di resa al tempo e alle ambizioni. Ma nulla di tutto questo.
Sapevo di poter offrire qualcosa che oggi è diventato raro: l’arte silenziosa di fare la corsa. Suggerire i movimenti giusti, tenere unito un gruppo, leggere l’aria prima che la fuga parta. Perché un buon regista non smette mai di essere un corridore: semplicemente, comincia a vincere anche attraverso le gambe degli altri. E quando tocca di nuovo a lui, non ha dimenticato come si fa.

Quando Wilco Kelderman approdò alla Visma, quella decisione mi colpì. Non sembrava la rinuncia di un corridore in declino, ma la scelta lucida di chi aveva capito come continuare a essere decisivo in un ciclismo che stava cambiando. Soltanto anni dopo, ritrovandomi davanti a una scelta per certi versi simile, ho capito fino in fondo quella decisione. Non era stata soltanto coraggiosa. Era stata profondamente lungimirante.
Da quel momento ho iniziato a guardare Wilco Kelderman con occhi diversi.

Non era più il ragazzo della Rabobank che, da juniores, sembrava destinato a vincere tutto. Vedevo un corridore che aveva saputo evolversi senza tradire sé stesso.

Prima alla Bora, poi alla Visma, il suo ruolo era cambiato. Attorno a lui c’erano ormai campioni generazionali destinati a riscrivere le gerarchie del ciclismo moderno. Kelderman non era più chiamato a costruire la propria classifica, ma quella dei suoi capitani. Eppure bastava osservare una tappa di montagna per ritrovarlo sempre nello stesso posto: tra gli ultimi uomini rimasti accanto ai migliori, quando il gruppo si assottigliava e la corsa diventava verità.

Per chi guarda il ciclismo da fuori, un gregario è semplicemente chi rinuncia a vincere perché vinca il capitano. Si dice che le squadre che vincono il Tour abbiano gregari che sarebbero capitani in altre formazioni. Ma è quel ruolo, quel talento speciale, a fornire il paradosso che rende unico il ciclismo: uno sport di squadra che incorona un solo vincitore, ma in cui nessuno vince davvero da solo.
Suggerire il momento giusto per chiudere una fuga, invitare un compagno ad aspettare qualche chilometro prima di attaccare o ricordargli di risparmiare una pedalata invece di sprecarla, talvolta cambia una corsa e la domenica di chi, il giorno dopo, tornerà semplicemente al proprio lavoro, trasformando corridori con la stessa maglia in una testuggine romana.

Forse è questo il destino dei registi. Il loro lavoro si nota quando non si vede.

Così ho fatto caso più volte a Kelderman portarsi una mano all’auricolare prima di un attacco di Vingegaard, come chi non aveva rinunciato ad essere protagonista, ma aveva semplicemente scelto un modo diverso di esserlo in un ciclismo sempre più simile alla Formula 1.

Eppure c’è una cosa che accomuna tutti i grandi registi, nello sport come nella vita: non dimenticano mai come si vince.

Per questo, quando qualche domenica fa molti hanno raccontato la vittoria di Wilco in Olanda come un miracolo sportivo, io ci ho visto qualcosa di diverso. Non il premio di consolazione riservato a un corridore tenace, ma il biondino della Rabobank con la Colnago arancione che vent’anni prima sembrava nato per vincere.
Per molti è stata una sorpresa, ma era soltanto il talento che, dopo undici anni, aveva finalmente ritrovato il modo di farsi riconoscere.

Ripensandoci oggi, credo sia per questo che la vittoria di Kelderman ai campionati olandesi mi ha emozionato più di tante altre: non perché Wilco Kelderman avesse finalmente spezzato un digiuno di undici anni. E nemmeno perché fosse riuscito a conquistare la maglia di campione d’Olanda in un ciclismo in cui molti dei suoi avversari stavano appena imparando ad andare in bicicletta quando lui era già considerato uno dei grandi talenti della sua generazione.

Mi ha emozionato perché quella vittoria racconta una verità che nello sport dimentichiamo troppo spesso: il talento non coincide sempre col numero delle vittorie.

Ci sono corridori che lasciano il segno dominando. Altri lo fanno restando, anno dopo anno, all’altezza dei migliori, accettando di cambiare ruolo senza cambiare passione. Kelderman appartiene pienamente a questa categoria. Ha rinunciato ai riflettori, non alla qualità. Ha smesso di essere il centro del progetto, non di essere uno dei corridori che lo rendono possibile.

È passato quasi un mese da quella vittoria. La cronaca è già diventata passato. Quella maglia nazionale, invece, continua a raccontare la sua storia. Cucire il tempo ha preteso undici anni di lavoro silenzioso, di cadute, di coraggio nel cambiare pelle senza mai cambiare passione. È arrivata tardi soltanto per chi guarda il ciclismo con superficialità. Per tutti gli altri, era solo il talento che attendeva il momento giusto per ritornare a farsi riconoscere.


I cent'anni di solitudine di Sigrid Haugset

Più di un anno dopo, Sigrid Ytterhus Haugset si è dovuta ricordare del giorno in cui, su una bicicletta, a Roubaix, si portò a scoprire cosa fosse davvero una ciclista. Gabriel Garcia Marquez l’avrebbe scritto meglio e, in fondo, la scoperta del ghiaccio del colonnello Aureliano Buendìa, assieme al padre, in “Cent’anni di solitudine” poteva pure starci bene, perché Sigrid Haugset, ventisette anni, è norvegese, di Berkåk, e il ghiaccio l’ha visto sin da bambina, non come a Macondo. Lì Buendia era davanti al plotone di esecuzione, qui, a Poligny, Haugset è al Tour de France Femmes e, ai due lati della strada, dietro le transenne, ci sono centinaia di persone che rumoreggiano dalla felicità. Eppure lei non rallenta, non si ferma, pur ormai certa della vittoria, fa solo cenno al pubblico di applaudire, di farsi sentire, poi va dritta fino alla fettuccia bianca del traguardo e, solo in quel momento, alza un braccio al cielo in segno di felicità. È fuggita dal gruppo, in solitaria, quando mancavano ottantotto chilometri alla conclusione e non l’hanno più ripresa. Stasera è la prima norvegese a vincere al Tour de France Femmes, domani partirà nella cronometro di Dijon con addosso la maglia gialla e con una nazione accanto.

Il ghiaccio, invece, lo si scopre da soli o quasi pure se si ha un genitore che ci tiene per mano ed anche cosa sia davvero una ciclista lo si scopre da sole, pure se, sulla strada per Roubaix, ci sono sempre tante persone che aspettano fino all’ultima atleta del gruppo. Era il 12 aprile del 2025 e Haugset aveva pedalato per oltre sessanta chilometri con una frattura all’anca causata da una caduta. Andò all’arrivo e quando le chiesero il perché di questo gesto, da alcuni definito eroico, disse che se qualcuno le avesse detto di scendere di sella l’avrebbe fatto ma nessuno le aveva detto niente e lei aveva pensato che una ciclista fosse fatta per andare all’arrivo e ci dovesse andare a qualsiasi costo. Quei sessanta chilometri li ha percorsi seduta sulla sella, incapace di alzarsi per il male e, al velodromo, due persone hanno dovuto aiutarla a scendere dalla bicicletta perché non ne era capace. Nei quasi novanta chilometri di fuga di oggi, ci sono certamente anche i sessanta al vento di quel giorno, anche se tutto è cambiato, come tutto cambia dal momento in cui un padre porta un figlio a scoprire il ghiaccio, al giorno in cui quel figlio, quel colonello, è davanti alla fine. Ma i ricordi seguono una strada tutta loro, tornano a caso e ti dicono da dove vieni. Colonello, ciclista o povero diavolo.

Anche oggi Haugset ha faticato a scendere di sella ed al proprio massaggiatore ha detto “sono molto stanca”. Le hanno chiesto se questo fosse il suo sogno e lei ha risposto come rispondono le cicliste “a là Haugset”. Ha spiegato che non poteva esserlo perché lei a vincere non ci ha proprio mai pensato, anzi, quando ha saputo che ad inseguirla c’era Lotte Kopecky era quasi certa che l’avrebbe ripresa. Ha riflettuto sul da farsi e si è detta che non avrebbe comunque mollato perché un secondo posto non si butta via, perché un secondo posto è bello. Lotte Kopecky ci ha creduto fino a quando le mancavano dieci secondi a tornare su Haugset, poi non ci è più riuscita. Al traguardo, a terra, appena Anna van der Breggen è andata a cercarla per congratularsi, glielo ha detto: “Ci ho creduto”. Un cartello, sulla salita recitava: “Honneur à l’effort” e probabilmente non c’è nulla di più profondo da scrivere ad una ciclista. Non c’è null’altro che riguardi tutte, da cui tutte possano sentirsi spronate. Prima, seconda o ultima, fuori tempo massimo.

Quelli di Haugset sono davvero cent’anni di solitudine. In quella solitudine, con l’anca fratturata, un anno fa, Haugset ha capito che una ciclista è fatta per andare all’arrivo, comunque sia. Ci è andata con oltre dodici minuti di ritardo e un osso a pezzi, senza dire nulla. Ci è andata felice, davanti a tutte e con la maglia gialla ad un passo, ugualmente senza dire nulla e pedalando sino all’ultimo metro. Quel che ha imparato quel giorno, e che poteva essere solo uno dei mille e più giorni da cani di chi fa questo mestiere, le è servito oggi che tutti parlano della sua gloria. Arrivare quel giorno, le è servito per arrivare oggi. E non è la solita storia della sofferenza che serve sempre, no. È che certi gesti fanno rumore quando tutti possono vedere ma si diventa capace di farli quando a guardare non c’è nessuno. I cent’anni di solitudine di una ciclista sono questi, prima dell’unico giorno in cui essere soli fa sentire grandi. I cent’anni di solitudine che hanno portato qui Sigrid Haugset, prima ed in maglia gialla a Poligny, oppure quelli di Morgane Coston che, in un angolo, a Poligny, piangeva dalla fatica mentre qualcuno le diceva che al Tour ci sono tutte campionesse ed è normale soffrire. Chissà se un giorno dovrà ricordarselo. Il giorno in cui, arrivata, si ricorderà da dove è venuta. E ripenserà ai suoi cent’anni di solitudine.


Un'altra storia

Quella sì che fu un’estate piovosa, non certo simile a questa, soffocata dal cielo come fosse una serra. Era il 1816 ed in Indonesia aveva eruttato il vulcano Tambora, la luce si era oscurata e l’aria era diventata più fredda, tanto da far parlare qualcuno di una sorta di inverno nucleare. Mary Wollstonecraft Godwin era fuggita di casa quando aveva solo sedici anni ed ora assieme a lei c’era un poeta, Percy Bysshe Shelley. I due erano arrivati a Ginevra assieme alla pioggia: la vedevano dalle vetrate della villa di Lord Byron che li ospitava. Erano altri tempi, quelli in cui, quando non si sapeva cosa fare, si faceva una storia, perché le parole e un briciolo di immaginazione, in fondo, le avevano tutti: quando non si poteva uscire, quando fuori l’aria era cupa, ad esempio. Sembra che i tre si raccontassero di fantasmi e immaginassero chissà cosa di quella nuova scoperta che era l’elettricità. E siccome la pioggia continuava, si decise che quelle storie era giusto scriverle. Ne vennero fuori alcuni racconti e un romanzo che è poi quel che resta di quell’estate. Mary Wollstonecraft Godwin sarebbe diventata Mary Shelley e le pagine di Frankenstein, in realtà, sono state scritte a partire da quei giorni ginevrini. Oggi, invece, non piove, non si respira a Ginevra e anche le storie sono più difficili da fare, perché, pure piovesse, c’è tanto altro a disposizione per ingannare le ore e aspettare che il tempo si aggiusti. Però, nel giorno in cui a Ginevra arriva la seconda tappa del Tour de France Femmes e si dice sia giornata per velociste, tirare fuori qualche storia da raccontare non è male, pensando a Mary Shelley. Tanto più che, anche se si è atrofizzata la fantasia, è rimasto il ciclismo.

La prima storia parla di Lorena Wiebes e non potrebbe essere che così. Una storia nell’aria da stamani, forse la più ovvia, forse una di quelle storie giuste per tempi in cui quando non si sa cosa fare si è persa l’abitudine di inventarne una di storia. La velocista più forte al mondo che, in maglia gialla, vince la sua seconda tappa al Tour de France di quest’anno e la vince praticamente per distacco perché, quando parte lei, le altre non possono che guardarla e fare un’altra volata, per il secondo posto. Così sembra almeno: seconda sarà Elisa Balsamo, terza Marianne Vos. Forse, sì, perché a ben guardare si scopre che, negli ultimi cinquantacinque sprint disputati, ne ha vinti cinquantaquattro e l’unico che non ha vinto le ha fatto pensare che sia necessario essere ancora più felici delle vittorie e avere ancora più voglia di vincere, tanto ci è rimasta male. Si scopre che qualcuno, anni fa, le ha detto che avrebbe dovuto fare la velocista e basta- o quasi- e lei non c’è stata perché sentiva di poter essere anche molto altro. Allora ha vinto oggi in uno sprint classico e ha vinto ieri con la strada all’insù. Ed in un tempo in cui meravigliarsi dell’elettricità sembra da ingenui, Wiebes non si è fermata alle storie che già c’erano o che avrebbero potuto esserci. Ne ha fatta un’altra.

La seconda storia parla di Romina Hinojosa e Dina Boels che hanno concluso la propria prova entro il tempo massimo per soli due minuti. Hanno inseguito il gruppo per oltre sessanta chilometri e sono arrivate assieme mano nella mano. Assieme si sono sedute per terra, si sono abbracciate, hanno respirato. Dina Boels piangeva, Romina Hinojosa no. È la prima atleta messicana a prendere parte al Tour de France Femmes e da ieri le telecamere la cercano. Ha un entusiasmo particolare, sarà quello della sua terra, dove di biciclette non ne ha viste molte, sarà quello del suo carattere. Deve aver pensato che il Tour comunque continua, che domani è un altro giorno e su quell’asfalto non sembrava nemmeno un’atleta che aveva sofferto così tanto in corsa. Romina Hinojosa che ha il dorsale 184, è una ciclista, corre per Lotto Intermarché e questo è tutto quel che c’è da dire. Oggi che le storie di fantasmi fanno meno paura o non ne fanno più del tutto, fa paura fallire, deludere, arrivare tardi, troppo tardi. Fa paura l’idea che debba capitare a te e che se capita a te sia quasi ovvio perché sei alla prima volta, perché sei inesperta, perché non hai un nome e un palmares importante alle spalle. Per cui nessuno lo nota, nessuno ne parla. Nel ciclismo, in fondo, si è talmente tanti che è più facile anche scomparire. Hinojosa e Boels hanno fatto un’altra storia. Ocèane Mahé ha fatto un’altra storia: si è staccata, ha patito, ma domani ripartirà in maglia a pois perché è arrivata al traguardo.

La terza storia parla di Riejanne Markus che, quando è scattata, non pensava di certo di andare così vicina alla vittoria. Mancavano solo quattrocento metri per farcela. Quando è arrivata all’ultimo chilometro ha visto che mancava poco e ci ha creduto così tanto da restare delusa quando, ai cinquecento metri, ha sentito il fiato del gruppo sul collo ed ha constatato che, comunque, quel poco era ancora troppo. Markus, oggi che quando piove non serve stare chiusi dietro un vetro ma si può andare ovunque, ha fatto quel che tutti sono chiamati a fare in tempi di ovvietà (leggasi per ovvietà il finale in volata e la vittoria di Wiebes). È partita. Ha sparigliato le carte. Non ha trovato la terra promessa, il traguardo, ma ha scoperto quanto non sia così impossibile, pure in periodi dal pronostico facile. Non è poco.

Sulle strade vicine a Ginevra, si vedono ragazzi vestiti da squalo cantare una canzone che resta in testa. Fa caldo, c’è il Tour e domani si va in Francia.


Solo cicliste

Charlie Chaplin ha vissuto diversi anni da queste parti. Non esattamente a Losanna, dove ha preso il via e si è conclusa la prima tappa del Tour de France Femmes, ma, per la precisione, a Corsier-sur-Vevey, circa venti chilometri di distanza. Eppure ogni ciclista in questi giorni prima della partenza della corsa a tappe francese ha notato certamente vari riferimenti a “Charlot”. Noi sappiamo- l’abbiamo letto- che da qualche parte, chissà in quale occasione, qualcuno fermò Chaplin, lo avvicinò, gli toccò il cappotto, cercò di abbracciarlo e, mentre faceva tutto questo, si affrettava a ringraziarlo di quel che aveva fatto: il comico. Chaplin non capì. Sembra che andò via da quell’incontro più che inorgoglito della propria fama, rattristato dal fatto che se bastava così poco per far felice qualcuno, quella persona doveva avere molti pensieri nella propria quotidianità. A Chaplin un comico non pareva poi granchè. Chi scrive ha un’idea diversa, ma non è questo il punto. Anzi, per il momento lasciamo Chaplin da parte e seguiamo la cronaca di una corsa che, nonostante sia solo all’inizio, si disperde in mille angoli tra cadute, accelerazioni e salite e salitelle. Del resto, si dice da giorni che Lorena Wiebes potrebbe essere la favorita numero uno in quanto il suo spunto veloce la rende praticamente imbattibile e le pendenze non sono per lei proibitive, pur se selezioneranno il gruppo. Così accade e, sulla Côte Saint-François, Wiebes è tra le migliori. Vollering ci prova ma non va, lei parte e, per distacco, vince la tappa e conquista la prima maglia gialla, dopo che al Giro aveva conquistato anche la prima maglia rosa. Poi è successo quel che è successo e non ci torniamo. C’è gente, tanta gente. E per una volta non si sentono quei discorsi sulla mancanza di pubblico “quando corrono le donne”. Non si sentono perché, finalmente, non ce n’è ragione e perché è come dovrebbe essere sempre: ciclismo e basta.

A Chaplin abbiamo pensato ascoltando i commenti del dopo corsa. A Chaplin abbiamo pensato perché “siamo solo cicliste” l’abbiamo sentito varie volte. Eppure la gente cerca la mano di Idoia Eraso che taglia il traguardo con oltre sei minuti di ritardo dopo essere stata in fuga dal mattino. Lei se ne accorge, si affianca alle transenne e quelle mani le “batte” tutte. Con lei all’attacco c’era Océane Mahé- uno fra i nomi e cognomi più pieni di fantasia del gruppo, permettetecelo- che si è presa la maglia a pois. E, pure qui, una ragazza con un nome che richiama l’oceano che conquista la maglia delle scalatrici ricorda qualcosa di letterario. C’era Maud Rijnbeek e da un certo punto in poi Amanda Spratt. C’era soprattutto Nikola Nosková che ha attaccato per la maglia a pois, non è riuscita a fare i punti necessari, e si è ritrovata miglior combattiva di giornata.

Dall’altra parte della storia, del gruppo se preferite, invece, pedalava Alison Avoine, stessa squadra di Océane, Ma Petite Entreprise, giunta al traguardo con oltre ventisei minuti di ritardo, nettamente fuori tempo massimo. E quelle persone oltre le transenne facevano un rumore assordante per accompagnarla negli ultimi metri. Lei, pochi metri davanti alla Voiture Balai che chiude la corsa già chiusa da un pezzo. Un altro modo di ringraziare. Cosa avrebbe pensato Chaplin? Ci sono differenze enormi, certamente, ma alla fine anche loro “sono solo cicliste”. L’ha pensato Elisa Longo Borghini quando un signore di Premosello, stabilitosi da tempo a Losanna, è andato a salutarla perché “partiva dalla sua città”. Lo stesso signore, dopo le Olimpiadi di Tokyo, era stato a Ornavasso per salutarla con la medaglia al collo. Alessia Vigilia, invece, ventisei anni, è partita al primo Tour de France e ieri sera guardava una foto da bambina. In realtà Vigilia è partita da lì, come chiunque qui. Da un casco indossato goffamente e da una divisa non certo aerodinamica, per alcune atlete anche di taglia troppo grande. Poi ora è qui, fa parte delle professioniste e a certe cose non ci si pensa più. Suo padre è arrivato con una maglia del fan club a lei dedicato. Quella maglia l’hanno indossata le sue compagne e lei si è guardata in giro più o meno come Chaplin quella volta, non capendo bene il perché di tutto questo.

Per strada si vedono persone che scrivono cartelli a tema “fondue o raclette”, qualcuno si è travestito da gorilla, qualcun altro ha fatto indossare al proprio cane una maglia con rappresentata Chiara Consonni durante l’esultanza all’Olimpiade. Allora, sì, Charlie Chaplin non aveva tutti i torti. Lui era davvero solo un comico. E quel “solo” non toglie nulla, anzi, specifica una qualità tra le tante, un mestiere tra i tanti. Come le atlete del gruppo sono tutte solo cicliste- alcune anche dottoresse, ingegneri e via così- ma non serve nulla di più. In certi giorni non si sa più come ringraziare di aver incontrato un comico, in altri non si sa più come ringraziare di aver incontrato una ciclista che, partita più o meno come Vigilia, ora è al Tour de France che passa nella propria città. E la si va a cercare. La si aspetta dietro le transenne o la si rincorre su uno strappo così lontano dalle grandi salite.


Aux Champs-Élysées

L’ultima istantanea del Tour de France 2026 non ha nostalgia sullo sfondo, bensì la sensazione che il presente basti – e a tratti esondi – in questo ciclismo. Poi la tentazione di guardare indietro e tirare fuori i ricordi c’è sempre quando si parla di corridori e biciclette ma non avrebbe senso. Non stasera. Proprio questa mattina in radio, frequenza disturbata da una strada di montagna, qualcuno parlava della “passerella di Parigi” ed anche questo è un modo di dire che affonda radici in quel che sempre è accaduto sugli Champs-Élysées ed in quell’ultimo giorno che era una festa a fare da cornice alla volata finale. Invece stasera, aux Champs-Élysées, c’è Mathieu van der Poel che, subito dopo aver tagliato il traguardo, cerca una transenna, vi si appoggia con i polmoni frantumati dallo sforzo, l’acido lattico chissà dove e un cuore grosso così. Jasper Philipsen lo cerca, lo scuote, lui si sgancia dalla bicicletta e resta per terra, faccia a faccia con la strada di Parigi, con il suo pavè, sotto una transenna. Mathieu van der Poel ha vinto aux Champs-Élysées, nell’ultima tappa del quinto Tour de France di Tadej Pogačar.

Quello di Remco Evenepoel felice ed incazzato, quello di Mads Pedersen senza fine e di Paul Seixas di coraggio e gioventù. Quello di Baptiste Veistroffer che ci ha provato anche oggi e che bello che sia accaduto, quello di Adam Yates che, aux Champs-Élysées, era davanti a tirare il gruppo e solo lui sa quanto ha patito in questi giorni, quello di Jonas Vingegaard che è mancato prima che a tutti gli altri proprio al suo rivale, a Tadej Pogačar, ed è tornato a casa guardando per aria e facendo una smorfia dal dolore. Quello di Xabier Azparren che, salendo a Montmartre, ha invitato tutta la gente lassù a fare rumore e sapeva che lo avrebbero ripreso. Quello di Juan Ayuso che un giorno ha patito, ha pagato, ha perso tutto, appoggiato a una transenna come van der Poel ma rotto dentro, ed il giorno dopo ha avuto il coraggio di ripartire e attaccare. Mica facile. Quello di Carapaz e Kuss, quello di Torstein Træen. Quello di Cees Bol, ultimo, ma aux Champs-Élysées. E non vuole essere un elenco, un riassunto, semmai un insieme di impressioni del presente.

Aux Champs-Élysées, grazie a Montmartre, non c’è stato un attimo di quiete, pois e bollicine. L’hanno accesa ancora loro: Tadej Pogačar, Mathieu van der Poel, Remco Evenepoel e Mads Pedersen. La prima volta. Solo Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel, l’ultima volta. Anzi, in ordine inverso, perché all’ultimo passaggio da Montmartre van der Poel ha fatto una delle sue accelerazioni e anche Pogačar ha dovuto faticare per rientrare. L’anno scorso gli era andato di traverso Wout van Aert, quest’anno van der Poel. L’anno scorso sotto la pioggia, quest’anno al sole, per citare la canzone che si intitola come questo pezzo. Crediamo volesse provare a prendersi anche Parigi e ci ha provato. Solo l’inseguimento del gruppo ai due di testa sarebbe valso il prezzo del biglietto, che non c’è, perché ci si arrampica ovunque per guardare e nessuno dice nulla visto il ciclismo ha i suoi avamposti, i più impensabili, che si tratti di ruvida periferia, di montagna verticale, di discesa scoscesa o di città elegante e infiocchettata. Mathieu van der Poel e Tadej Pogačar sul rettilineo finale e il gruppo che li bracca da vicino. C’è davvero tutto quel che si vuole aux Champs-Élysées.

Entrambi sanno che il pericolo è imminente: Pogačar lo vede, lo sente e si arrende, van der Poel lo vede, lo sente, e quasi tira su la bicicletta da terra pur di fare ancora un metro in più. La volata lo coglie in questo sforzo, mentre il suo compagno di squadra, Jasper Philipsen, fa la volata solo per poterlo indicare con un dito e la fotografia del traguardo coglierà il particolare. Bisogna essere aperti all’ignoto da queste parti, a quello che nessun romanziere, pur ispirato, potrebbe scrivere. Mathieu van der Poel lo è stato. La sua orchestra mille corde è quel pezzo di strada dopo l’arrivo, tutte quelle voci, quei rumori, quei suoni, ascoltati da terra. Tutto quel mondo frenetico visto dal basso. Quando il sole va giù così, quando il Tour de France finisce così, si ha la tentazione di lasciarsi andare ad un pizzico di rammarico e guardare vecchie foto. Ma no, non sarebbe giusto. Questo presente non ce lo consegnerà nessuno, una nuova volta. Questo presente è il nostro.


Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 21

ULTIMA TAPPA DEL TOUR 10 Che sia la volata sui Campi Elisi tradizionale oppure la versione accorciata con il passaggio in salita a Montmartre, la costante è una sola: la tappa di Parigi, per la quantità di gente, lo scenario, la battaglia, la tensione, è uno dei momenti più intensi, attesi e spettacolari del ciclismo contemporaneo.

VAN DER POEL 10 Verrebbe facile dire che quella di ieri, seconda vittoria al Tour 2026, quarta in totale nella corsa francese, è stata la sua Gioconda. Verrebbe facile, ma non è possibile perchè van der Poel di successi memorabili ne ha ottenuti diversi. Ma quelle ultime centinaia di metri in cui stacca Pogačar e resiste al ritorno del gruppo ce li ricorderemo per decenni.

PHILIPSEN 9 Firma l’uno-due Alpecin chiudendo in crescendo, con la gamba piena nonostante le fatiche di questi giorni e pronto, nel caso van der Poel fosse stato ripreso, a mettere lui la ruota davanti a tutti. Un primo, un secondo, due terzi, un quarto e due quinti posti di tappa, nonostante le critiche, tra le quali quelle di questa rubrica, e il secondo posto nella classifica a punti, battuto solo da un eccezionale Pedersen, sono, alla fine, un bottino importante.

POGACAR 8 Il gusto dello spettacolo non gli manca e con le sue accelerazioni esalta il pubblico in strada e a casa. Non era obbligatorio sbattersi come ha fatto lui, ma per fortuna c’è, anche in giornate come queste.

PEDERSEN 7 Attacca a ripetizione, si stacca, rientra, fatica, poi si lancia pure in volata e chiude terzo. Semplicemente Mads Pedersen.

VAN MECHELEN 6 Nel primo passaggio a Montmartre è l’unico nome diverso a tenere la ruota dei mammasantissima del gruppo. Classe 2004, da tenere a mente per le corse di un giorno di ogni genere, da qui al futuro.

EVENEPOEL 5 Brillante sui primi due passaggi, nel terzo e decisivo momento si fa sorprendere, forse dorme come Gaudenzio, troppo indietro nel momento dell’attacco di Wright e poi in quello decisivo di van der Poel. Peccato, avrebbe reso ancora più memorabile un arrivo che già così racconteremo ai nipotini.

VISMA 4 Giornata emblematica del loro Tour. Con Hagenes e Campenaerts mancano di poco l’aggancio al duo di testa e forse se quel gruppetto (comprendente anche Abrahamsen, Pedersen e Stuyven) fosse rientrato, il finale avrebbe preso un’altra piega. La caduta che coinvolge Hagenes in volata è un altro segno di come, da un certo punto in poi, siano andate le cose al Tour per i nederlandesi.

GANNA 3 A proposito di emblema: quanto lo è l’ultima tappa di Ganna e il suo quattordicesimo posto finale? lo avremmo visto meglio provare a restare davanti sugli strappi, ma lui, invece, forse non sentendo una gamba super, si tiene per una volata che alla fine non aggiunge nulla alla sua carriera.

ITALIA 0 Come Francia e Spagna (prima volta nella storia che le tre nazioni organizzatrici dei grandi giri chiudono senza un successo in una frazione singola di una corsa di tre settimane) a secco di tappe, ma se la Francia si consola (alla grande) con Seixas e Martinez e la Spagna riesce a portare un Ayuso in difficoltà al settimo posto, l’Italia è lontana da ogni traguardo e mette in evidenza ancora una volta il tracollo del pedale italiano che si ritrova senza squadre di livello, difficoltà (e lunghi silenzi) politiche, sempre meno praticanti, un movimento con un paio di punte e poi tanta mediocrità, giovani da crescere che aspettiamo, ok, ma una totale mancanza di classe di mezzo, quella che si distingue andando in fuga e provando a conquistare tappe. Alla fine chiudiamo il Tour con quarto, Frigo, un quinto, Ganna, e un sesto posto, Cattaneo, come migliori risultati di tappa. Notte fonda, ma che potrebbe diventare ancora più buia se non si fa qualcosa.


La lunga strada di Jasper

Jasper Philipsen ha vinto a Parigi, al Tour de France, nel 2022. Potrebbe bastare una didascalia del genere per rendere memorabile un atleta perché chi vince al Tour entra nella storia e perché vincere al Tour, a Parigi, sui Campi Elisi, per chiunque e, forse, soprattutto, per un velocista è l’appuntamento sognato da una vita, la serata, e ultimamente a Parigi si arriva di sera, che proprio non ci si può perdere e si attende romantici e malinconici. Ma Jasper Philipsen, classe 1998, belga di Mol, di tappe al Tour de France ne ha vinte ben undici: l’ultima pochi giorni fa, dopo aver sbagliato tutto, lui e la squadra per giorni, la prima proprio quell’anno a Carcassonne. Non solo: conta sei successi alla Vuelta, una Milano Sanremo, una Gent Wevelgem, una Kuurne-Bruxelles-Kuurne e la classifica a punti della Grande Boucle. A Mol, la sua città natale, era nato anche il ciclista che l’ha sempre ispirato, Tom Boonen, diciotto anni prima, nel 1980. Non hanno condiviso la carriera, ma Jasper è riuscito a fare qualche allenamento con Boonen quando era poco più che un ragazzino e quelle uscite se le ricorda ancora oggi. Philipsen non è solo nato nella stessa città di Boonen ma, ciclisticamente parlando, gli somiglia pure. Parliamo di velocità allo sprint, di abilità di movimento quando il gruppo scalcia ed impazzisce nel caos della volata dopo tappe che paiono un biliardo, ma anche di maestria sul pavè, quando il ciclismo, in primavera, approda nell’Inferno del Nord. Boonen di Roubaix ne ha vinte quattro, Philipsen ancora non ci è riuscito, ma l’ha sfiorata sia nel 2023 che nel 2024 concludendo poi secondo, in entrambi i casi dietro a Mathieu van der Poel, suo compagno di squadra e miglior vagone del suo treno in Alpecin Deceuninck.

La scena l’abbiamo vista tutti più volte e ne siamo rimasti ammirati: la potenza di van der Poel che apre la strada alla velocità pura di Philipsen che, sfruttando quella scia, pare ancora più forte, più abile, più talentuoso, quasi impossibile da superare. Ha raccontato Jasper che qualche volta questo binomio gli ha anche causato dubbi, quasi non potesse vincere senza van der Poel, quasi la sua presenza fosse necessaria per la vittoria e da solo valesse meno. Sembra abbia superato quel timore proprio grazie ai successi in cui van der Poel non c’era ed a quelli in cui è riuscito ad essere all’altezza di quel capitano così ingombrante. Sin dai primi successi importanti ha sempre dichiarato quanto fosse per lui importante riuscire a mantenere quell’approccio leggero e libero che permette di affrontare i rischi di una specialità complessa come la volata, senza farsi bloccare dalle paure. Ci è riuscito, almeno fino all’inizio di questo Tour, nonostante periodi più o meno positivi. Poi, il ventidue luglio di quest’anno, a Voiron, ha ritrovato il successo ed ha confessato che rischiava di smettere di crederci, eppure di non aver aspettato altro che quel giorno, di aver corso solo per quel giorno che non arrivava mai, nonostante tutto il lavoro di preparazione. Qualcosa di simile ha detto Mathieu van der Poel. Allora, sì, van der Poel e Philipsen sono più forti assieme, si completano atleticamente in quel puzzle che è lo sprint e fra il pavé delle classiche, questo accade proprio per le qualità singolari di entrambi, per il talento di entrambi. La strada di Boonen, Philipsen la sta percorrendo e la sta percorrendo con convinzione, ora che, da ciclista professionista, Mol è spesso lontana.


Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 20

CARAPAZ 10 Come le sue vittorie in carriera nei grandi giri, vittorie divise in sei diverse edizioni. Non dite che non è meritata la sua seconda tappa al Tour 2026, perché vi ci mando. Per quello che ha fatto in quest’ultima settimana, per come ha battagliato ogni giorno per conquistare la maglia a pois (la seconda, dopo quella del 2024), per come, ieri, ha saputo mettere pressione a Kuss: è sacrosanto. C’è un’immagine emblematica che spiega tutto: siamo negli ultimi tornanti del Sarenne, Kuss è davanti, pensa di aver fatto il vuoto e invece si gira e vede lì, Carapaz, aggrappato con i denti a una decina di secondi di distacco, poco meno di un centinaio di metri. Accelera Kuss, si consuma, scollina, affronta la discesa e cade due volte. Carapaz lo supera di slancio, poi sul finale in salita verso la cima dell’Alpe d’Huez diventa imprendibile per ovvi motivi. Un grande Tour, due tappe, la maglia a pois, l’ottavo posto in classifica. Nel ciclogigantismo di questi anni uno spazio lo merita anche lui, uno dei corridori più grandi, spettacolari e intelligenti del gruppo. Viva Carapaz!

KUSS 10 Gli do il massimo dei voti perché, in fondo, forse, meritava lui la vittoria, anche se, non avremo mai la controprova, c’era ancora un tratto di salita da affrontare e Carapaz non era poi così lontano. Uno degli ultimi esemplari al mondo di scalatori; uno che, dopo aver vinto al Giro un paio di mesi fa, sfiora la vittoria anche al Tour, ma rischia anche di fare una fine peggiore che chiudere terzo di tappa. Cade due volte, la seconda poteva costare caro, a causa di una disattenzione data dalla vista annebbiata dalla fatica e dalla pressione di avere Carapaz in agguato dietro: viene salvato da una rete di protezione che evita il peggio, se non la vita, qualche osso. Alla Visma non è che siano andate troppo bene le cose dopo la vittoria iniziale nella cronosquadre, c’è stata la caduta con ritiro di Vingegaard e poi solo tappe sfiorate. Abbraccio il fatalismo: doveva finire così.

PEDERSEN 9 Vince matematicamente la maglia verde dopo essere andato all’attacco sulla Croix de Fer. Giorni interi in fuga, pure in montagna, per raggiungere il suo obiettivo. Altre parole da spendere, dopo tre settimane di elogi e voti altissimi, non ce ne sono, se non chiedergli di prendersi una pausa e farsi rivedere più avanti perché abbiamo bisogno di uno così.

MARTINEZ 8 Il giorno dopo la rimonta in classifica, grazie all’intuizione nel prendere la fuga giusta, va ancora più forte, consolida il quinto posto e anzi, viste le difficoltà di Seixas, finisce addirittura per avvicinare il quarto posto. Tour che lo lancia in un’altra dimensione, quella meno attesa per un corridore dalla sua taglia in un’epoca in cui gli XS come lui soffrono da matti tutte le fasi che non siano la salita vera e propria. Questo ci mostra con che razza di talento abbiamo a che fare.

PIGANZOLI E TIBERI 7 Ieri, bravissimi. Piganzoli lo aveva già fatto vedere al Giro e finalmente lo dimostra anche Tiberi: in un ciclismo di alto livello, i due ragazzi italiani possono tornare utilissimi, mettendo a disposizione le loro qualità, che sono importanti, come gregari per capitani di alta classifica.

POGAČAR 7 La maglia gialla tira, per aiutare il suo compagno di squadra Del Toro, dal finale del Galibier fino alle prime rampe del Sarenne, una roba che si è vista raramente nel ciclismo, ma Pogačar è proprio questo: un’eccezione. Oggi ci riproverà prima di rivederlo al Mondiale come strafavorito.

EVENEPOEL 7 C’è rammarico perché arriva a tanto così dalla terza vittoria di tappa a questo Tour, roba quasi alla Tadej Pogačar. E infatti al traguardo è incazzato come una iena. C’è rammarico perché forse parte qualche centinaio di metri troppo tardi; si mangia le mani perché la presenza di Hindley che pare, a lungo, giocarsi la tappa, paradossalmente lo sfavorisce, blocca la Red Bull dietro, che non può sfruttare un Van Gils (voto 8 al suo Tour) in stato di grazia che avrebbe potuto tirare accorciando il distacco verso la fuga. Non ci deve essere rammarico, però, in realtà, perché Evenepoel esce da questo Tour più forte e consapevole che mai. Quello lì non si batte in nessun modo, poi alle sue spalle c’è anche lui. Se volesse ritornare a vincere un GT, potrebbe venire al Giro l’anno prossimo…

AYUSO 6 Bravo, davvero, a provarci dopo le batoste dei due giorni precedenti. La condizione, alla fine, è quella che è. Non so più che pensare: se è un momento no, se davvero, come detto nei giorni scorsi, è il massimo che può fare in questa fase di carriera, se anche lui paga una situazione in Lidl-Trek un po’ incerta e dove solo pochi corridori (Pedersen e Skjelmose ad esempio) hanno saputo esprimersi ai loro livelli oppure oltre. Chiuderà il Tour settimo a una vita dal podio, suo obiettivo, e magari con in testa altre idee, tipo abbassare le pretese e provare un domani a giocarsi gare con meno competitività, come un Giro o una Vuelta.

DECATHLON 2 O dell’incomunicabilità, che non è soltanto uno dei cardini su cui si basa la filosofia del cinema di Antonioni, quella che poi Wong Kar-wai trasforma in qualcosa di ancora più poetico e coetico, sospeso e ricco di virtuosismi cinematogr… ok veniamo al ciclismo. L’incomunicabilità è anche, o soprattutto in questo caso, ciò che avviene in casa Decathlon CMA CGM. la squadra decide che sì, oggi è arrivato il momento in cui bisogna andare a tutta per Seixas, peccato che Seixas non ne abbia e lo dice a Prodhomme che fa il ritmo e lo stacca. Glielo dice anche a Riccitello che, dopo aver fatto il suo sforzo, si gira verso il Paolino francesino il quale però fa no con la testa perché non ne ha più. Chiude, in affanno, è fisiologico, quello che però è stato un grande Tour: quarto posto a 19 anni, roba che fa strabuzzare gli occhi.

BROMANCE 0 Poi magari qualcuno gli darà 10, e mi farà piacere, lotterò fino alla morte per difendere le sue idee; qualcuno sarà felice che in tempi di guerra ci sia spazio per l’amore e l’amicizia in mondovisione, e in questo caso parlo di ciò che accade tra Del Toro e Pogačar, ma io, che preferisco sale e pepe alle competizioni sportive, non ho particolarmente amato (per restare in tema), come hanno condotto quelle fasi, con tanto di esternazioni di fortissimo affetto. Ma loro sono ragazzi che fanno le loro scelte, io, invece, sono soltanto un po’ cinico.


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