Di Latifa e della bicicletta che la porterà in Marocco

«Se penso al Marocco, penso a qualcosa di speciale, ma, se penso a casa, penso all'Abruzzo. Qui c'è l'aria che ho sempre respirato, l'acqua che bevo tutti i giorni e la Maiella da guardare da lontano, da ogni prospettiva. Il Marocco è la mia radice, la mia origine. È menta, zafferano e cannella, l'ocra delle sue città, il rosso, le montagne innevate, l'azzurro del mare oppure il blu di Chefchaouen, una città in cui ogni casa, ogni porta, ogni finestra è blu. Il Marocco è il mio nome arabo e il mio cognome che sa di un'altra terra». Latifa Benharara dice così, lei che è nata e cresciuta a Sulmona da genitori di Casablanca. Latifa che è giornalista, dipinge, viaggia molto, scrive ancor di più ed è direttore di corsa. Una specie di missione quest'ultima perché c'è un dovere di restituzione nelle cose che accadono. La bicicletta è una parte importante del suo mondo «ma senza sicurezza la bicicletta è un'immagine che sfuma sullo sfondo, cosa faranno i bambini di domani, cosa faranno i giovani di oggi? La sicurezza viene prima di tutto, nelle gare e fuori. Mettersi a disposizione della sicurezza significa mettersi a disposizione delle biciclette. Quelle di oggi e quelle di domani».
Italia e Marocco, due culture, tanta strada in mezzo e molto altro. Un giorno, in bicicletta, Latifa ci ha pensato: «E se potessi arrivare a Casablanca in bicicletta? Se potessi sentire la musica di quella città, le sue persone e le sue spezie dopo aver pedalato da casa fino a lì? Come sarebbe tutto questo?». Quando Latifa era ancora bambina, i suoi genitori lavoravano ai mercati generali e avevano un furgone che in estate diventava un camper e, in tre giorni, li portava in Marocco. Più di 3000 chilometri, ora come allora. Oggi, però, quei chilometri Latifa Benharara li percorrerà in bicicletta, attraverso strade secondarie, attraverso quattro nazioni. Poi andrà oltre, fino alle porte del deserto per altri mille chilometri, fino alle porte del Sahara. Circa cento chilometri al giorno, circa 40 giorni. Si chiama "From Maiella to Sahara Bikelife Experience".
«In alcuni stati arabi andare in bicicletta può essere un problema per una donna e questo non è giusto. Non solo lì però. Per altre ragioni accade spesso che una donna non si senta a proprio agio in sella o in un viaggio da sola. Si tratta della società. Sono stata in Nepal, in India, in Cina, con uno zaino sulle spalle e tanti passi nelle mie scarpe. Le donne hanno voglia di avventura, di fatica, di scoperta e per tutto questo hanno molto più coraggio che paura. Penso ad Alfonsina Strada, penso a tutto il tempo che è passato, alle cose che sono cambiate e a quelle che ancora devono cambiare. Lo dobbiamo a persone come Alfonsina e a noi stesse». Quattromila chilometri e la bicicletta che unisce incontro e comprensione: attraverso il sudore, il far fatica, si diventa tutti più aperti a capire. La fatica permette di capire, mette in ascolto. E quando si è in mezzo alla natura questo ascolto è amplificato, fuori da ogni schema sociale.
«Avete mai fatto caso al rapporto che hanno i bambini con la bicicletta? Sembrano intendersi senza bisogno di spiegarsi, anche se cadono e si sbucciano le ginocchia. Non hanno paura. Ricordo il giorno in cui insegnai a una bambina l'equilibrio delle due ruote; ricordo come rideva, come mi abbracciava. Come io abbracciavo lei. Credo sia una sorta di istinto». Così, quel viaggio ora non riguarda più lei sola, ma tutte le persone che ci credono e chi vorrà provare ad affiancarla per qualche chilometro perché «chi non conosci e incontri per caso è spesso prezioso. Non bisogna temere chi non si conosce, semmai bisogna aver voglia di conoscere».
Poi ci saranno le offerte che chiunque potrà fare e serviranno a quel futuro della bicicletta, ai bambini che stanno imparando a pedalare e a quelli che immaginano una bicicletta nel loro lavoro: «La realtà è che ci sono famiglie che non possono permettersi di comprare una bicicletta ai loro figli, che non possono mandarli a una scuola di ciclismo. Serve una possibilità per loro, un'altra possibilità». Strada, strada, strada e ancora strada e una voce che si increspa, quella di Latifa che pensa ai genitori: «Forse questo viaggio ricambierà un poco tutto ciò che loro fanno e hanno fatto per noi. I loro sacrifici. Vorrei accadesse. Anche per questo non ho paura, anche per questo ho imparato a essere coraggiosa. E il coraggio ha a che vedere con il bene, con la passione». Di tutte le cose che vorremmo dire, ora bisogna dirne solo una. A voce alta: "Buon viaggio". Lì c'è tutto.


Stefan Küng: per il progresso

Sulla bici Stefan Küng ci è salito solo per un motivo: andare più veloce di tutti gli altri, ma quante volte da quando corre tra i professionisti la differenza con un avversario è stata così sottile da relegarlo spesso a un piazzamento ricco di rimpianti? Quante volte lui si è disperato per una questione di metri o secondi e noi a dispiacerci? Ma proprio per questo, forse, Stefan Küng è un corridore che riscuote quel successo riservato allo sconfitto, alla sua dignità, all’enfasi che si porta appresso, all’umanità che si manifesta dietro un nome, un numero, una maglia, una bici, dei pedali.
E poi c’è chi lo segue da vicino che in quanto a teatralità non ha nulla da invidiare alla gradinata di una curva di calcio argentino: ha un gruppo di tifosi tra i più folcloristici in assoluto, si chiamano King Küng Freunde e se non vi è capitato di vederli dal vivo, fatevi un giro sui loro profili social per conoscerli perché ne vale veramente la pena; e poi come non si fa ad apprezzare un corridore sempre davanti nelle corse del Nord, che se c’è brutto tempo si esalta, spesso all’attacco, a volte per terra a buttare via occasioni come se forze misteriose lo avessero preso di mira, uno che va forte sul passo e tiene bene pure sugli strappi?
In bici Küng ci è salito per correre sempre più veloce, degli altri e di se stesso, per lui inizialmente era solo fare il giro dell’isolato come uno di quei circuiti fatti di pietre e vento che lo esaltano o come quando su pista da ragazzo si toglieva diverse soddisfazioni; nessuno a casa lo ha spinto, costretto, convinto a mettere il sedere su un sellino, ma è stato un vicino che - probabilmente - lo vedeva scorrazzare come un matto da solo: «Perché non ti iscrivi in qualche squadra e ti misuri con gli altri?» pare gli avesse detto proprio così. Storia normale di cui ne avrete sentito parlare migliaia di volte e che riguardano migliaia di altri come lui.
E poi inizia a pedalare sempre più sul serio e arriva nella nazionale junior svizzera quando pareva quasi un miracolo al tempo ricevere l'attrezzatura per misurarsi a livello mondiale con le squadre avversarie: «Con la Svizzera siamo riusciti a fare grandissime cose con mezzi limitati, è il caso del mio titolo mondiale nell’inseguimento individuale nel 2015, mentre oggi i ragazzi di 17/18 anni arrivano già con casco e ruote». E lo studio del dettaglio per lui è tutto. Spiega, Küng, come sia una componente fondamentale del progresso. Ciclistico, di atleta e uomo. Se vuoi fare risultato non puoi far finta che non esista. «Io mi trovo in grossa difficoltà con quella categoria di persone che accettano ogni novità senza farsi domande». Si nutre di curiosità, condivide i suoi dati con i partner tecnici, ma fa di più, vuole sapere cosa c’è dietro ogni novità. «Pensate che quando arrivarono i freni a disco molti in gruppo dissero: vedrai che è solo la moda del momento Stefan! fra tre o quattro anni sparirà!». Uno schema mentale che il ventinovenne di Wil reputa inconcepibile.
Chi lo conosce racconta di come Stefan Küng sia persino troppo severo nei suoi confronti, come dire che se non stesse a misurare ogni dettaglio nella vittoria e nella sconfitta, non migliorerebbe mai. Su questi principi si basa la sua carriera. «Anche se avessi vinto il Mondiale in Australia subito dopo avrei analizzato i miei dati per capire dove migliorare»
Una storia fra lui e il ciclismo partita dal giro in bicicletta dietro casa, con in mezzo le tanto agognate crono dove da anni è uno dei tre, quattro più forti al mondo, e culminata con le classiche del Nord nelle quali è costantemente uno dei protagonisti, outsider (ruolo che lui adora) di grido, anche se solo quest’anno pare abbia fatto quel deciso salto di qualità, pur mancandogli ancora qualcosa per il successo, quel grande successo che ne coronerebbe una carriera. Eppure ci è arrivato così vicino. Anche lui (come noi, ahinoi) ricorda quel giorno ad Harrogate prova in linea del Mondiale 2019, quando arrivò allo sprint e perse contro Pedersen (e Trentin): una giornata fredda, con la pioggia, il suo habitat naturale, condizioni climatiche in cui lui spesso riesce a tirare fuori qualcosa in più.
«A 28 anni voglio vincere un mondiale su strada e una grande classica» dice. Fino ad allora Stefan Küng continuerà a cercare nel progresso la chiave per dare tutto nel ciclismo. Ma siamo certi che nel caso non cesserà la spasmodica ricerca verso la sua aristotelica perfezione.


Van Aert-Gravel

Wout van Aert ha avuto un'idea e si sa come sono le sue idee. Fanno parlare, anche perché già solo il fatto che ci sia stato il pensiero fa intuire la realizzazione. E si sa come Wout van Aert realizza le proprie idee: in grande, senza risparmiarsi, senza tenere quel poco di fiato per un'ultima pedalata che, chissà, potrebbe servire. Vogliamo dire "esagerando"? Diciamo esagerando. Del resto, sembra che anche Gianni Brera trasmettesse questa idea ai colleghi: meglio esagerare, talvolta, meglio non risparmiarsi, perché nell'esagerazione può trovarsi la bellezza. Non sempre, ma ogni tanto può servire. In fondo, il dosato, il misurato, il contato perfettamente, in certe circostanze, ha poco a che vedere con l'essere ciclisti, mestiere in cui c’è ragione, c’è grande attenzione al dettaglio, ma ancor più istinto. Nulla con l'essere Wout. Nulla con l’essere van Aert.
L'idea è il gravel. Sembra gli sia venuta vedendo in televisione il Mondiale gravel di questo autunno e un poco lo immaginiamo davanti al televisore. Sembra gli sia piaciuto, più che altro pare gli sia piaciuto, gli piaccia, il gravel. Così dopo quel pomeriggio deve essersi detto: "Perché no?". Ovvero perché non provare anche questo che al fuoriclasse belga appare, prima di tutto, come un bellissimo viaggio. Anche questo è interessante perché è interessante raccontare il ciclismo in questo modo, risalendo alle origini del pedalare, anche se corso da atleti che si contendono titoli e maglie iridate. Detto in altre parole: sulle fondamenta si può costruire come meglio si crede, ma senza fondamenta non vi è costruzione. E le fondamenta qui sono le radici dell'andare in bicicletta. Ancor più interessante, forse, è l'altra motivazione che van Aert apporta per questa scelta.
In un ciclismo in cui le pressioni sono tante, in cui si parla sempre più dell'aspetto psicologico e della tutela di questo aspetto, Wout van Aert, pensando al gravel, pensa a una possibilità in cui le pressioni siano meno, in cui lo stress sia minore rispetto agli altri traguardi annuali. Vogliamo usare la parola "divertimento"? Perché no? Così, proprio ieri, sui profili social di Wout van Aert è apparsa una storia di lui intento a sperimentare il gravel. Un lunedì, su una strada sterrata, in mezzo ai boschi, col cielo cupo di dicembre e il freddo dell'inverno.
L'abbiamo visto vincere sul Ventoux, in pianura, a cronometro, in attacchi folli troppo lontano dal traguardo, quegli attacchi che calamitano l'attenzione anche nei più caldi pomeriggi di luglio, lo vediamo abitualmente nel fango e anche lì vince e meraviglia ogni volta. Il prossimo Mondiale gravel sarà in Italia, poi in Belgio, probabilmente lui sarà presente e del risultato non diciamo nulla. Questo è il dato di fatto, poi c'è il gravel come scelta di bicicletta e di viaggio. Come scelta per un fine settimana o un inizio settimana fra la terra, la ghiaia. A prescindere dal Mondiale che verrà, Wout van Aert ha pensato a questo modo di andare in bicicletta, queste sono le fondamenta, le radici di cui parlavamo, quelle che restano oltre qualunque gara, questa è stata la sua idea, il suo viaggio, il suo modo per un altro pizzico di esagerazione. Quella che fa bene, quella che fa bellezza.
https://t.me/+ePN4JFpjo3YwNDhk]


A proprio agio

Si può pedalare anche da soli ed è ugualmente bello, ma si sta meglio quando si sa che, volendo, si può fare una telefonata e qualcuno è pronto a mettere scarpini e casco, scendere in garage, prendere la bicicletta e arrivare. Valeria Zappacosta ci ha pensato proprio mentre andava ad incontrare una sua amica, proveniente dal Veneto, in Abruzzo per qualche settimana in estate. «Credo che la possibilità di quella telefonata, di quel messaggio per dire "vieni via con me", sia importante, anche se poi si sceglie di andare da sole. Certe volte sono le possibilità che ti fanno partire. Anche nel più piccolo dei paesi c'è sicuramente qualcuno con lo stesso nostro desiderio di scendere in garage, salire in sella e andare. Qualcuno che, magari, non parte nemmeno, perché si sente solo o per altri motivi».

Valeria ha la certezza che questa sensazione riguarda tutti e ha riguardato tutti almeno una volta. Ha pensato che, forse, riguarda ancora di più le donne perché le è capitato, purtroppo, di sentire dire che «il ciclismo è uno sport maschile» e, ancora prima, le è capitato di essere in sella, da sola, e sentirsi dire che «quella salita è complessa, quel giro è troppo lungo, dovresti farlo in compagnia». Altre parole sbagliate, dette senza alcuna attenzione, gliele hanno raccontate. «Sai il bisogno primario che tutti abbiamo? Essere ascoltati ed essere ascoltati davvero, non per abitudine o perché non se ne può fare a meno. Essere ascoltati e sapere che gli altri si ricordano ciò che hai detto, si ricordano come ti senti, come ti sei sentito oppure ciò che ti fa paura, ciò che non vorresti. Ho scoperto che la bicicletta è il mezzo ideale per ascoltare».
“Pedale Rosa” è quella possibilità di una telefonata e di una pedalata assieme, quando si capita nel paese di quella ragazza che si è conosciuta solo perché va in bicicletta come te. In realtà una definizione vera e propria non c'è, «perché è sbagliato etichettare qualcosa solo con ciò che rappresenta per te, impedendo agli altri di riconoscersi. Per ciascuna quella possibilità è qualcosa di diverso e rappresenta qualcosa di diverso». Per esempio, c'è chi in sella non saliva perché non si sentiva apposto con il proprio fisico e con tutte quelle parole sbagliate si era convinta che davvero non stesse bene in bicicletta. Poi ci è salita, quest'anno, durante il Giro d'Italia e, dopo qualche attimo, ha capito che, in realtà, lei in sella stava bene, soprattutto che si sentiva bene.
Monica Marucco fa parte di questo gruppo e a quel "sentirsi bene" offre una propria risposta: «Significa sentirsi a proprio agio e, anche se non lo ammettiamo, come esseri umani spesso ci sentiamo a disagio nelle situazioni quotidiane. Trovare qualcosa che ci fa sentire davvero a nostro agio è un buon rimedio perché alleggerisce anche le altre situazioni. La bicicletta è questo, la bicicletta può essere questo». Si trova ciò che fa stare bene e poi si cercano le persone con cui condividerlo. «Sì, perché una parte dell'essere a proprio agio dipende anche dall'essere messi a proprio agio. In sella, questo passa dal condividere un ritmo, una velocità, un modo di intendere la bicicletta». C'è chi partecipa a gare, chi a Granfondo e chi, semplicemente, sta scoprendo il piacere di arrivare in un luogo solo con le proprie forze, quel piacere e quella fatica che rendono più importanti i luoghi, più forti i ricordi. Qualcosa che rende orgogliose di quel gesto e di ogni piccolo passo avanti.

Già, perché in bicicletta, alla fine, si viaggia. Latifa, un'altra ragazza che ha cercato la possibilità di quella telefonata, di quel "vengo anche io" ne ha parlato proprio con Valeria. «Era un desiderio, dapprima, ora è un progetto perché ha iniziato a studiarlo. Vorrebbe pedalare dall'Italia sino al Marocco, per unire la sua terra d'origine e quella in cui vive. Due forme diverse del suo presente, perché la terra in cui nasci resta sempre». Latifa farà questo viaggio e due culture si incontreranno. In Italia farà questo viaggio affiancata dalle cicliste che di questo gruppo fanno parte. Questo fa pensare.
Perché, ad oggi, i mezzi per "connettersi", ovvero per incontrarsi, sono molti, altamente tecnologici, in grado di mettere in contatto molte persone, eppure una delle connessioni che tutti conosciamo si riconduce alla bicicletta «che è un mezzo antico, sempre uguale nelle proprie linee base, seppur proiettata nel futuro» continua Monica. Se la domanda è perché, la risposta è puntuale: «Perché permette un incontro reale, perché il gruppo che forma è reale, non solo virtuale. Reale anche se le persone vivono a molti chilometri di distanza perché prima o poi ci si conosce». E la conoscenza che si fa in bicicletta è particolare perché toglie molte sovrastrutture, apre al racconto della propria persona anche dopo un semplice saluto e soprattutto restringe lo spazio per il giudizio.
«Sì, perché, se ci si fa caso, in bicicletta si tende a focalizzare l'attenzione sul miglioramento- spiega Valeria- su ciò che è cambiato in meglio rispetto alla volta precedente. Fosse anche solo un dettaglio. Non è poco». Così, per incontrarsi, si possono percorrere anche trecento chilometri e cambiare paese, città, regione, anche da sole, senza un motivo preciso perché, ci dice Monica, «quando fai tue alcune consapevolezze, quelle che ti portano a concentrarti su quello che sei e che vuoi o non vuoi fare, il resto passa in secondo piano, non sprechi tempo perché sai che il tempo in bicicletta è prezioso. Non per forza per andare più veloci degli altri e arrivare prima. Si può anche andare lentamente. Importante è il tempo in cui, grazie alla bicicletta, ti senti meglio. E non vedi l'ora di ripartire».


Pello Bilbao vuole migliorare ancora

In un momento in cui il mondo del ciclismo professionistico va a caccia di talenti sempre più giovani, sempre più giovani, sempre più giovani, giù giù, facendo scouting tra gli allievi, e dove ci si domanda quanto potranno durare le carriere di corridori che in maniera sempre più precoce si affacciano ai vertici (tendenza attuale, ma non una novità assoluta), da sottolineare le parole di Pello Bilbao rilasciate giorni fa a un quotidiano spagnolo.
Il corridore basco di Guernica, classe 1990, febbraio 1990, e che dunque entrerà nel momento caldo della stagione quando avrà già compiuto 33 anni, appartiene ancora a quella categoria di corridori che, usciti con calma, cresciuti anno dopo anno, sentono di avere ancora diverse stagioni davanti, ma soprattutto afferma: «Questa è stata la mia migliore annata è vero, ma il bello per me deve ancora arrivare».
Tre vittorie in un 2022 corso col solito piglio in discesa, la sempre solida resistenza in salita, lo spunto veloce, l’usuale regolarità su ogni terreno e con doti di fondo, il magrissimo corridore della Bahrain in stagione si è permesso il lusso di battere persino Alaphilippe allo sprint. Vero, non il miglior Alaphilippe mai visto, ma pur sempre un corridore che dell’esplosività ha fatto una delle sue armi migliori - e soprattutto che arrivava da un successo solo ventiquattro ore prima. «Ai Paesi Baschi ho provato a vincere in tutti i modi quel giorno: prima in discesa, poi attaccando ai meno quattro, poi ai meno due, poi allo sprint». Ha detto che la foto di quello sprint la metterà dentro a una cornice: «una di quelle vittorie che ti segnano». Dietro lui Alaphilippe, Vlasov, Gaudu, Mas, Roglič, Vingegaard, Uran, Evenepoel. La crema al via.
Per Bilbao i cambiamenti più significativi rispetto ai primi anni in cui correva arrivano da un modo diverso di interpretare ogni corsa in quanto «Prima si cercava un picco di forma specifico durante l’anno, ora devi andare sempre forte, da febbraio a ottobre. Sotto questo aspetto trovo similitudini con il calcio, uno sport dove devi essere costantemente ai massimi livelli per tutta la stagione» e a un modo di preparati differente «ci metti molta più qualità negli allenamenti sin da subito e già tra gennaio e febbraio devi essere in forma ma capace di dosare ogni sforzo».
Sostiene, Bilbao, quanto questo tipo di approccio possa essere sfiancante per qualcuno, ma come nel suo caso sia uno stimolo ulteriore: «Non riesco a pormi nessun obiettivo specifico durante l’anno: io voglio andare forte sempre».
E infatti lo puoi trovare davanti nelle brevi corse a tappe di inizio stagione: terzo all’UAE Tour, nei dieci alla Tirreno-Adriatico, quinto ai Paesi Baschi, quarto al Tour of The Alps vincendo anche lì una tappa, regolando anche lì un francese, Bardet, nella volata del gruppetto dei migliori. Oppure nelle grandi corse a tappe: al Giro è quinto, un Giro fatto di regolarità senza picchi - come ha spiegato - e con le già citate doti di regolarità e di fondo e con quelle battute che girano tra tifosi e addetti ai lavori: «Corridore da quarta settimana».
Fino a vederlo competitivo nella seconda metà di stagione, 3° al Giro di Polonia, 2° al Giro di Germania (dove arriva, sempre in uno sprint ristretto, la sua terza vittoria in stagione), in zona decimo posto nelle ultime due corse disputate, stavolta di un giorno, Grand Prix Quebec e Grand Prix Montreal. Chiudendo 17° il ranking UCI, 8° quello di Procyclingstats, 13° quello di First Cycling. Senza dimenticare quanto sia fondamentale il suo aiuto ai compagni di squadra. Landa, spesso, ma anche Caruso al Giro del 2021, ne sanno qualcosa.
Non è un caso che nel suo 2023 abbia messo nel mirino corse differenti a confermare il suo status di corridore ai vertici e il suo modo di intendere la stagione a tutta dall’inizio alla fine: «Punto a partire forte già al Tour Down Under, alla Strade Bianche e al Giro dei Paesi Baschi con obiettivo di essere competitivo anche sulle Ardenne». Senza dimenticare che quest’anno il Tour partirà praticamente da casa sua e anzi, non appare un dettaglio di poco conto che la città di partenza si chiami esattamente come lui (Bilbao, si capisce).Pello Bilbao vuole migliorare ancora e per farlo vuole dimostrare di andare forte ovunque.


Ritorno nel fango: la "nuova casa" di Joris Nieuwenhuis

«Dopo un po' di anni ho capito che la strada non faceva più per me: stava diventando alienante. Gli impegni, i pericoli, le cadute. Il fatto per esempio di doversi preparare alla Vuelta, che dura 3 settimane, ma per farlo dovevo prepararmi per quattro settimane». Joris Nieuwenhuis si è stufato della strada ed è tornato in questa stagione a sporcarsi nel fango e per farlo è rientrato da una delle porte principali, la Baloise Trek Lions di Sven Nys.
Ha ricominciato come se quell’attività non l’avesse mai abbandonata con un 4°, un 5° e un 11° posto in Coppa del Mondo e un 4° posto al Campionato Europeo di Namur: «I giovani lo ammirano e anche noi siamo stupiti da vedere il suo livello - parole proprio di Sven Nys - e il fatto che abbia solo 26 anni non può che farci pensare che possa crescere ancora come livello. Oltretutto porta tutta la sua esperienza e le conoscenze acquisite come corridore che ha fatto diverse stagioni nel World Tour».
Stagioni nelle quali il barbuto Joris ha provato a lasciare il segno, ma non come voleva lui che sperava di trovare il suo destino scritto a caratteri cubitali nelle grandi classiche del Nord: nel 2020 è stato sul podio della Paris Tours, che resterà il miglior risultato ottenuto in carriera. Vinse il suo compagno di squadra Pedersen (Casper) in quella che all’epoca era il Team Sunweb della stagione post confinamento, squadra che volava e spesso strapazzava gli avversari (ricordate i risultati di Kragh Andersen e Hirschi per esempio?). Nieuwenhuis, che per comodità chiameremo più spesso Joris in queste righe, sempre che qualcuno non voglia persino italianizzare in Giorgio Casanova, conquistò la terza piazza battendo in volata Madouas, Barguil e Bardet. I migliori tra i francesi che quel giorno impararono a conoscerlo bene. Joris che diventava un punto di riferimento per i più quotati compagni di squadra.
«Ma sinceramente non vedevo l’ora di tornare al mio primo amore: il ciclocross». Tra 2015 e 2018 si segnalò come uno dei corridori più forti nel cross della categoria Under 23, prima di prendere la decisione, nel 2019, di varcare il confine del World Tour. Ha vinto alcune gare di Coppa del Mondo ed è stato due volte campione olandese (in una sul podio anche un’altra conoscenza della strada come Thymen Arensman, suo compagno di squadra in Sunweb e DSM) e si laureò nel 2017 anche campione del mondo - parliamo sempre di Under 23.
«Ho un programma a lunga scadenza di tre anni, e penso che come prima cosa debba riadattarmi al contesto» diceva nei giorni dell’annuncio della decisione. Detto? Fatto. Subito competitivo, Joris ha di nuovo scaldato i cuori di tanti suoi tifosi che nel ciclocross hanno sempre apprezzato il suo stile, qualcuno sentendosi persino tradito vedendogli abbandonare una prima volta la bici sul fango, attratto dall'irresistibile chiamata dell'asfalto. «Ma la strada non mi lasciava tempo per fare altro: ora invece riprenderò gli studi e potrò dedicarmi anche a delle iniziative di tipo sociale a Zalhem». La sua città natale. C’è da fidarsi o verremo di nuovo “traditi” dal talento di lingua neerlandese? La risposta è soltanto dentro di Joris, il quale però a detta del suo Team Manager, oltre a prendere il via in qualche gara Gravel, in estate continuerà a gareggiare su strada in modo da poter proseguire la sua crescita in vista del prossimo inverno «E magari puntare anche a qualche vittoria».
Intanto, mentre domani a Hulst in Coppa del Mondo tornerà in scena Mathieu van der Poel, il suo destino sarà proprio legato a quello del più famoso dei nipoti di Poulidor. Joris dopo Hulst non verrà convocato per la tappa di Anversa per via proprio della presenza di van der Poel. Questione di numeri di corridori selezionabili dalla nazionale olandese - per chi volesse approfondire le questioni regolamentari https://www.wielerflits.nl/.../joris-nieuwenhuis.../ - e al momento Joris, fuori dai primi 50 del ranking (è 52° secondo la classifica che viene stilata ogni martedì), come Mathieu, si giocherebbe un posto con il fenomeno della Alpecin. «E se c’è di mezzo van der Poel - specifica Nys - la priorità va chiaramente a lui».
È tornato nel fango Joris e ora fatecelo gustare di nuovo, magari senza intoppi o cavilli regolamentari.


Esattamente come quel bambino

Quel bambino che correva di fianco alle transenne, nella zona dei pullman delle squadre al Giro, è come se fosse ancora lì. Lì nel senso rimasto conficcato in uno spazietto della nostra mente, altrimenti come minimo sarebbe scattata una denuncia nei confronti dei genitori. Ha le ciabatte ai piedi (faceva caldo, eh), cade e si rialza ma lui vuole solo van der Poel e infatti urla "Vanderpuuul". Immaginatevelo inquadrato con una lunga carrellata.
Domenica, nella caratteristica Hulst, i bambini, questa volta olandesi e belgi, potranno fare più o meno la stessa cosa, magari con altre facce e altre cadenze. Magari non con le ciabatte ai piedi (altra denuncia in arrivo sennò) e visto il clima del nord pure con un piumino, una giacchina pesante, ma tuttavia loro saranno il contorno perché l'attesa è tutta per lui. E quindi ora la carrellata immaginatevela su van der Poel, magari con immagini risalenti al passato quasi remoto, perché, come ha detto lui: «A causa dei problemi della scorsa stagione, è come se fossi assente dal cross da due anni».
«Sto lavorando molto per risolvere i problemi alla schiena - racconta il classe '95, nipote e figlio d'arte, in conferenza stampa a tre giorni dal suo rientro nel circuito del ciclocross - perché resta la parte che mi preoccupa di più dell'inverno. Ora sto bene, lo stesso non si poteva dire dello scorso anno», quando, a causa del famoso incidente ai Giochi Olimpici di Tokyo, arrivò in inverno fatto a metà e finendo per disputare solo un paio di gare di cross, senza nemmeno prendere il via al Mondiale. Sarà infatti quella stagione senza titoli che lo porterà domenica, per la prima volta dopo quasi otto anni, a correre non con la maglia di campione di qualcosa (nazionale, europeo, mondiale), ma con quella di club.
Di recente per il corridore olandese, un intoppo, una ripartenza. Quest'anno, dopo il Giro d'Italia, un Tour appena percettibile con il ritiro (in buono stile oltretutto, arrivato dopo aver tentato la fuga da lontano con van Aert) e la ricerca della causa, per cercare di capire il perché la condizione pareva non volesse arrivare più. «Forse l'inverno difficile, i problemi alla schiena, forse le fatiche di un primo Grande Giro concluso dopo una primavera di corse a tutta e l'aver fatto un lungo ritiro subito dopo la Corsa Rosa. Forse una combinazione di tutti questi fattori». Si è cercato il sintomo, non si è mai arrivati a una verità assoluta.
Domenica a Hulst, in Olanda, Coppa del Mondo, non cercherà risposte: traspare una certa sicurezza dal suo modo di essere e comunicare: «Ho fame, amo correre e amo il ciclocross. Punto al Mondiale, ma penso di avere la forma giusta per vincere: è vero che partirò molto dietro e a Hulst non è facile rimontare essendo un percorso piuttosto veloce, ma mi sento pronto. Avete visto Pidcock? Lui ha dimostrato alla seconda gara di essere già in grado di vincere e quando rientrerà van Aert lo farà vedere anche lui». Perché dovrebbe essere diverso per uno dei più grandi crossisti di tutti i tempi?
Ha già annunciato che (lacrimuccia), il prossimo anno farà il Tour e non il Giro, perché non si sente ancora adatto a correrne di nuovo due nella stessa stagione (anche perché con la spavalderia con cui affronta le gare, minimo fonderebbe il motore) e spera di ritornare sano e senza problemi come il van der Poel di qualche stagione fa (eheh, ti piacerebbe, ma il tempo purtroppo passa per tutti).
Domenica a Hulst, mathieu van der Poel ripartirà, si rialzerà, dovesse cadere, esattamente come quel bambino che urlava il suo nome correndo lungo le transenne. Anche noi urleremo il suo nome, comodamente da casa. Sperando di non cadere a nostra volta dal divano perché iniziamo ad avere acciacchi e una certa età, e forse non ci rialzeremmo così facilmente come quel bambino. Né come, si spera, farà van der Poel.


Pochi giri di parole: intervista ad Alessandro De Marchi

“Senza troppi giri di parole” potrebbe essere uno dei concetti che semplifica al meglio la chiacchierata con Alessandro De Marchi, friulano di Buja, provincia di Udine.

Senza troppi giri di parole potrebbe essere un marchio di fabbrica tipico delle sue zone e alla domanda «cosa c’è di friulano nel tuo modo di correre?» De Marchi è per l’appunto conciso, diretto: «La concretezza, il fatto di non voler mai essere troppo al centro dell’attenzione; il darsi da fare, il rimboccarsi le maniche, perché poi alla fine è questo quello che paga».

Senza fronzoli, e da subito lo mette in chiaro: «non è stata una stagione serena, felice; da salvare piccole cose, ma buone, come il fatto di aver corso un altro Giro, un’altra Vuelta, come il fatto che l’impegno mentale nelle difficoltà mi ha portato a imparare nuove lezioni che mi porterò dietro nel 2023. Ma a livello di risultati…»

Spiega, De Marchi, nel 2022 in maglia Israel PremierTech, come ormai si sia arrivati a «Un ciclismo che non ti aspetta più» e dove lui, 36 anni compiuti a maggio e dodici stagioni da professionista, si è trovato a inseguire. «Oggi devi essere perfetto, sempre competitivo: difficile pensare di andare alle corse e allenarti, pensando di sistemare qualcosa. Io ho avuto una primavera funestata da malanni - il Covid, la bronchite, problemi di stomaco - arrivati sempre nei momenti sbagliati, ovvero quando dovevo correre, e al Giro mi sono presentato in condizioni che definirei pessime, sempre con l’idea che correndo sarei migliorato, ma nel ciclismo di oggi non funziona più così. Non c’è spazio per recuperare correndo o per inseguire la condizione in gara».

Un ciclismo più intenso, più veloce, lo definisce, dove non c’è quasi più modo per costruire una carriera a piccoli passi e in modo graduale, dove i giovani che si affacciano oggi sono costretti a bruciare le tappe perché qualcun altro lo ha fatto prima di loro. «E questo impone ritmi molto più accelerati rispetto a qualche anno fa» aggiunge al suo pensiero.

Ritmi alti nel cercare di realizzare una carriera, ritmi diversi nel preparare una stagione: «Chi come me appartiene a un paio di generazioni fa è costretto ad adattarsi, a cambiare approccio nel modo di lavorare. Fare una mezza stagione brutta come l'ho fatta io diventa un macigno, ti taglia le gambe. In corsa c'è una marea di gente che andando forte ti fa finire in fondo al gruppo. Non puoi più permetterti errori madornali, perché poi non hai più molte possibilità di recuperare e di fare risultato». Da questo punto di vista, dice, uno degli errori è stato quello di aver corso troppe gare nel 2022: «Con il senno di poi dico che avrei potuto correre di meno, dedicando più tempo all’allenamento: lo scorso anno ho fatto un’ottantina di corse, forse un numero eccessivo».

Parlando dei cambiamenti in atto non si può non toccare gli argomenti che riguardano il diverso sforzo richiesto da tappe più brevi che si corrono a tutta dall’inizio alla fine, vedi un percorso del Tour che qualcuno, invece che “de France”, lo ha definito ironicamente “de l’Avenir”, e una diversa preparazione: «Sta diventando uno sport di velocità, di potenza, mentre prima ero uno sport di resistenza. Quindi tutto va gestito secondo questo approccio».

Racconta, De Marchi, l’importanza del ruolo di Raimondo Scimone, il suo procuratore, nel trovare un contratto per i prossimi anni, a fine stagione: «Nel momento di massima difficoltà, lui ha tenuto sempre la barra dritta. A un certo punto mi sono trovato in una situazione complicata riguardo al futuro: non è che mi sono svegliato un giorno e ho detto basta, semplicemente non arrivavano offerte concrete. Poi grazie a Scimone abbiamo trovato una sistemazione».

Nel 2023 De Marchi correrà, infatti, con il Team Bike Exchange, una squadra che ha cambiato molti corridori e si affaccia ambiziosa alla prossima stagione: «Dove ritroverò Pinotti (tecnico della squadra australiana, dove si occupa delle cronometro, la sua specialità prediletta quando correva NdA) con il quale sono stato prima in BMC e poi in CCC. Una squadra organizzata e con una storia importante alle spalle e che da subito mi ha fatto una proposta stimolante: andare al Giro a fare da chioccia a un gruppo di giovani».

Al Giro dove ci saranno tre crono, una che si correrà proprio in Friuli, al Giro dove ci sarà probabilmente pure Evenepoel. «Ma la sua eventuale presenza non sarà un mio problema». conclude, abbandonando per un attimo il suo modo posato di esprimere i propri concetti e lasciandosi andare a una mezza risata.

Lo abbiamo detto: Alessandro De Marchi non usa troppi giri di parole e nel 2023 vorrà far girare principalmente le gambe.


Pazzi per Ben Turner

Non amo particolarmente fare classifiche, avere preferenze, o fare figli e figliastri (sarà vero?), ma se c’è un corridore che mi fa impazzire e per il quale tocca fare un’eccezione evidente, quel corridore è Ben Turner, e visto che l’opinione (e la passione smodata) è strettamente personale, ho deciso di rompere la regola - non scritta - della terza persona e di scrivere questo pezzo in prima.

Ho scelto una foto emblematica del corridore, poi chiederò a voi lettori un piccolo compito e infine mi farò raccontare da uno dei suoi direttori sportivi che stagione è stata quella di Ben Turner.

La scelta della foto è ricaduta su Turner in azione alla Freccia del Brabante 2022, davanti al gruppo a fare selezione, a scardinare il muro, a dare fastidio a tutti, contribuendo a portare via l’azione decisiva con dentro altri due suoi compagni, Pidcock, quel giorno arrancante e sofferente, più di quello che ci si poteva aspettare, e Sheffield, quel giorno alla fine vittorioso nonostante scaramucce finali con gli altri contendenti.

È una faccia vecchio stampo quella di Turner che, per certi versi, nella sua giovane età - è un classe ‘99 - sembra appartenere a un’altra epoca. Ha il viso scavato, gli occhi gonfi dalla fatica e in particolare quel giorno la pioggia e il vento rendono quello scatto una foto in bianco e nero trasformata in post produzione.

È un corridore per certi versi antico: esplode giovane, ma non giovanissimo volendolo paragonare ad esempio a chi, proprio come Sheffield, tre anni più piccolo di lui, quel giorno vinse la Freccia del Brabante.

Arriva dal ciclocross senza esserne stato però un predestinato come Pidcock, ma nella stagione appena terminata ha dimostrato a tutti cosa volesse significare la parola affidabilità.

Chiedevo un compito, eccolo: cercate il video di una qualsiasi corsa da febbraio ad aprile a cui ha partecipato Turner e guardate un po’ chi c’è in testa al gruppo, poi se spostate le immagini qualche chilometro più avanti, guardate un po’ chi sta facendo il ritmo. Sempre lui che pare un déjà-vu. E nelle fasi decisive della corsa? Sempre lui. È successo in alcune tappe della Vuelta Andalucia, alla Dwars door Vlaanderen, 8° posto finale, alla Freccia del Brabante, 4°, alla Paris Roubaix, 11°. Corse differenti l’una dall’altra per percorsi, importanza, clima, avversari. Il denominatore comune è sempre quello che poi sta al centro del discorso: Ben Turner davanti a tirare per i compagni e poi di nuovo davanti nelle fasi decisive della corsa.

Ho chiesto a uno dei suoi diesse, Matteo Tosatto, che tipo di corridore abbiamo di fronte. «In poche parole un corridore forte, ma forte davvero. Io ho avuto modo di stringere il rapporto con lui alla Vuelta e mi ha impressionato per le doti di recupero: passata la prima settimana stava bene, la seconda era ok, nella terza è stato impressionante. In salita con i migliori quaranta, cinquanta corridori, di fianco a Rodriguez e Carapaz».

Per un corridore che ha mostrato qualità al Nord, un bel modo di presentarsi alla sua prima grande corsa a tappe, al suo primo anno da professionista. «È questo che a noi piace di lui: è un neoprofessionista eppure sembra correre da quattro, cinque anni in gruppo. Non è facile trovare giovani così: ha visione della corsa da veterano, fa pochi errori, si muove bene nei momenti critici, ha una forza fisica incredibile, non ha paura del freddo e del vento e nemmeno di stare in testa al gruppo sin dai primi chilometri. Va forte sul pavé, sui muri e ha pure spunto veloce: per me appena acquisirà un po’ più di malizia potrà dire la sua e vincere le volate con 20/25 corridori».

Insomma il corridore perfetto, o quasi. «Un difetto, se così si può definire, è che è troppo altruista. Quest’anno per lui era tutto nuovo, l’anno prossimo dovrà intanto riconfermarsi e poi cercare un risultato personale, col tempo ce la farà».

Mi chiedevo se in futuro potremmo vedere in lui un grande gregario in stile Luke Rowe o un corridore sempre a disposizione, ma libero di scegliersi anche grandi traguardi personali, à la van Baarle, e su questo Tosatto è laconico. «Gli stiamo ritagliando un ruolo alla Rowe, un grande regista in corsa, appoggio fondamentale per i nostri capitani, ma come ho detto avrà licenza di togliersi soddisfazioni personali, ne guadagnerebbe lui, ma anche noi come squadra».

C’è un termine molto in voga di questi tempi, poco giornalistico, ma molto diretto, di pancia, che sembra quasi una goffaggine leggendolo, e che sta a indicare uno stato d’animo che si ha quando si vede qualcuno o qualcosa - un corridore in questo caso - che piace, che piace molto.
“Gasa” si dice. Sì, "Ben Turner gasa", parecchio.


Senza Nairo?

E pensare che oggi, 15 novembre, ci ritroviamo con Nairo Quintana a piedi: lo scalatore colombiano non ha ancora una squadra per il 2023.
Su quella bicicletta ci andrà comunque, su questo non c’è dubbio: lo fa da quando a 14 anni salì sulla sua prima mountain bike. «Più simile alla sua mano destra che a un mezzo di trasporto» la definiva suo padre, come raccontato nel libro “Colombia es Pasión" di Matt Rendell.
Quintana grazie anche a quella bici smise di perdere il bus che lo portava a scuola, e continuò ad andare in bici nonostante spesso si rivelasse un mezzo brutto, sporco e cattivo, così brutto, sporco e cattivo che a volte gli capitava di arrivare a lezione dopo essere caduto oppure completamente infangato per via della pioggia; un mezzo infame, perché la fatica ti unge di quelle sensazioni che sembrano non andare mai via e ti strappa i polpacci e te li ridà tutti malconci, ti inacidisce gli occhi di quel sudore, amaro e pungente, che quasi non ti fa più vedere.
Classe 1990, Nairo Quintana, quella classe che ha dato tanto al ciclismo, ma non quanto si credeva; quella classe che rende poetico il racconto fino a sfiorare la retorica. C’è Peter Sagan baciato dal talento più puro, dall’esplosività che ha fatto sognare e ha trascinato, che non ci sembra vero di aver visto il suo declino perché lui era uno di quelli che ti dava l’idea di essere baciato dagli Dei della bicicletta, uno di quelli che ti faceva pensare il declino non lo avrebbe mai incrociato e che avrebbe lasciato da vincente, sempre sorridente e con la battuta pronta. Invece nella sua discesa nulla di più umano.
Ci sono Bardet e Pinot appartenenti a quella classe, stereotipi francesi. Forti in salita, dominanti mai, quasi bellini ma perdenti. Interessanti, affascinanti, intellettuali, poetici, romanzati e romanzabili. E poi c’è Aru tra i ‘90 e quella parabola da sgraziato sul sellino diventata meno triste quando ha deciso di smettere col ciclismo; oppure Chaves e i suoi infortuni, Dennis e i suoi colpi di testa in bici e fuori, un po’ come quelli di Bouhanni che faceva a cazzotti in palestra e in volata e che una volta quando decise di comprarsi un orologio di lusso fu cacciato dal proprietario della gioielleria e si mise a urlare “Lei non sa chi sono io! dannazione!”. Oppure Dumoulin con il suo tira e molla che lo ha portato a smettere e riprendere, e poi a smettere definitivamente staccandosi da un mondo, quello del ciclismo, che rischia di essere un tritacarne di pressioni e di emozioni.
E quindi ci ritroviamo oggi, 15 novembre, senza Nairo Quintana in gruppo, paradossalmente uno dei più vincenti rappresentanti di quella classe ‘90, il più vincente tra gli scalatori, un mestiere che di certo non ti fa collezionare vittorie su vittorie, almeno non quanto i velocisti, i puncheur, i finisseur o compagnia che si trova a suo agio con lo spunto veloce. Nairo, grimpeur, restando in tema suffisso -eur, lo spunto lo ha sempre cercato in salita, e non sarà in gruppo (al momento, ma diffidiamo e speriamo) perché ha pesato la positività al tramadolo riscontrata al Tour (e che gli ha tolto un pesantissimo 6° posto finale) e così l’Arkea ha stracciato il contratto.
Nairo non sarà in gruppo, ma ancora in bici quello sicuramente. Lo sarà fra pochi giorni al via della sua pedalata, la “Gran Fondo Nairo Quintana”, sarà a Bogotà dove aprirà un negozio in franchising, si occuperà di alcuni investimenti immobiliari. E va bene il suo futuro ma qualcuno pensi al nostro: non siamo pronti a immaginarci un ciclismo senza Nairo con quel nome che, come racconta sua madre: «Glielo abbiamo dato per via di un grande sportivo colombiano». Anche se, scrive Señal Colombia, “Di questo famoso sportivo di nome Nairo non abbiamo trovato traccia”.
Il fascino di Nairo Quintana, detto Nairoman, inizia dalle origini e passa da quella sua bocca semi aperta, lo sguardo fisso, le tante vittorie in montagna e quelle che potevano essere e non sono state soprattutto al Tour, ma non importa perché c’è stato un tempo nemmeno troppo lontano nel quale un intero popolo si accendeva nel vederlo accelerare in salita e pure noi con loro. Un 2023 senza Nairo? Nemmeno per idea, dai.