Il catalogo umanità l’abbiamo sfogliato tutto, ma proprio tutto, in un pomeriggio che sfuma verso la prima sera in Italia, mentre in Canada picchia il sole del primo autunno. Ovunque fossimo, qualunque cosa stessimo facendo, ci hanno attraversato sentimenti antichi, semplici e radicati, che così, tutti insieme, in movimento, in continua variazione da un secondo all’altro, da un momento al successivo, chissà da quanto non provavamo. Siamo stati speranza, paura, felicità, incredulità, ancora speranza, ancora paura e poi una paura più forte e una speranza più accesa. Il cuore che galoppa, le gambe che non stanno ferme e le amni che si arrovellano. Alla fine di tutto, l’orgoglio e la sensazione di una fortuna che non abbiamo fatto nulla per meritare ma ci è capitata. Possiamo godere di pomeriggi così, di serate così e di questa umanità che, in mezzo a tutto il resto, a giorni da dimenticare e a problemi enormi che nessuna gara in bicicletta cancellerà, qualunque ne sia il risultato, c’è e resta e vi ci si può aggrappare. Sì, la lente del nostro catalogo umanità è stato soprattutto il Campionato del Mondo di Elisa Longo Borghini. Non solo, però.
E non è un discorso di nazionalità e di maglia azzurra. Certo che conta pure quello, ma l’atleta Longo Borghini va oltre. Stanotte che il suo bronzo mondiale è nell’albo d’oro e la sua medaglia tornerà in Italia. cambiando luoghi e ore, scriviamo che atlete e atleti come Elisa Longo Borghini sono coloro che vanno oltre e per cui si va oltre. Vanno oltre la paura di perdere, di finirsi, di sentire i crampi che mordono in un attacco bellissimo e impossibile. E si va oltre la maglia che indossano e la nazionale a cui appartengono. Si parla di un modo di interpretare lo sport che vola sopra ogni appartenenza, che fa cultura sportiva. Nel bene e nel male. Stanotte nel bene perché la maglia iridata non c’è, non ancora, ma quel bronzo ha un valore specifico elevatissimo. È fuori da ogni rimpianto, da ogni rammarico, da ogni altra possibilità non tentata: difeso con le unghie e con i denti dal rientro di Reusser, fino all’ultimo metro. È la calma quieta di chi non ha vinto ma ha espresso il proprio valore. Tutti l’hanno visto. Ammesso che servisse una prova in più.

Non solo però. Perché il catalogo umanità e la bellezza di un giorno così ha mille rivoli che non stanno in un pezzo. Allora si racconta qualcosa. Si dice che, comunque fosse finita,  avremmo pensato ad altri finali e, da una parte o dall’altra, saremmo rimasti con un urlo a metà. Demi Vollering compie un altro passo nella storia di questo sport, ma vi era già, con tutti e due i piedi ben piantati. Nel 2026 ha vinto il Giro d’Italia, il Tour de France ed il Mondiale. Ha vinto il Fiandre, la Freccia Vallone e la Liegi Bastogne Liegi. Tutto quello che ha vinto prima nemmeno lo elenchiamo. Tutto quello che può vincere poi è in attesa. Però quando si scatta, si pensa di aver staccato tutte, di involarsi da sole verso il traguardo e poi ti ritornano sotto, con tutto ciò che hai vinto, con il nome, con i titoli che, in ogni caso, ti dedicheranno, non ci fai niente. Il mondo – quello sportivo, ci mancherebbe- crolla. Vollering non ha finto: si può raccontare di aver mantenuto la calma, di aver gestito tutto perfettamente, come dei robot che chissà perché a volte paiono come vorremmo gli sportivi a cui non perdoniamo l’umanità, la caduta, la sconfitta e protestiamo. Si potrebbe ma non sarebbe giusto. Lei ha pensato al peggio. Poi è scattata Longo Borghini e si è trovata ad inseguire. Alla fine è arrivata con Niewiadoma e Longo Borghini e Reusser dietro che provavano a non cedere. Ha vinto e correrà per un anno con l’iride addosso. Il catalogo umanità, però, è qui. Quando parte Kasia Niewiadoma, in volata, e qualcuno, per la storia di Niewiadoma, per la campionessa che è, per la corsa che ha fatto, pur sapendo che in volata è, tendenzialmente, battuta, spera non sia così. Non oggi. Il catalogo umanità è in Magdeleine Vallieres che, un anno fa, vinceva un Mondiale in cui nessuno l’aspettava e questa volta non ha potuto fare nulla nemmeno per provare a mettersi in mostra, in preda al male. Cose da cicliste. Sì, il catalogo umanità è un fatto di ciclismo. Allora evviva il ciclismo ed evviva chi, stanotte, comunque sia finita, non ha mezzo rimpianto. Solo ancora la speranza, la felicità, la paura. E, in fondo, a proteggere tutto, l’orgoglio.

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