Divieto di lanciare borracce a bordo strada? La parola agli atleti

La chiave della discussione si rintraccia nel nuovo regolamento UCI, entrato in vigore il primo aprile, agli articoli 2.2.025 e 2.3.025. La norma è chiara: «Gettare borracce o rifiuti al di fuori delle zone verdi contrassegnate danneggia l'ambiente e l'immagine del nostro sport. Inoltre è un cattivo esempio per i non professionisti». Così la federazione internazionale ha provveduto a identificare apposite sanzioni per i trasgressori. Nelle gare di un giorno il corridore verrà multato, squalificato dalla gara in corso e subirà una penalizzazione in termini di punti . Nelle corse a tappe saranno possibili tre richiami: al primo si applicherà la multa e la penalizzazione in chiave punti valevoli per il ranking UCI oltre a trenta secondi di penalità, al secondo la penalità passerà a due minuti e si sommerà alla multa e ai punti di penalizzazione. Al terzo scatterà la squalifica immediata dalla corsa.

Se nei giorni precedenti la regola aveva fatto parlare, la vera e propria discussione è iniziata dopo il Giro delle Fiandre di domenica 4 aprile, dove a fare le spese del regolamento sono stati Michael Schär, nella prova maschile, e Letizia Borghesi in quella femminile. Raggiunta telefonicamente nel pomeriggio di ieri, Alessandra Cappellotto, coordinatrice di Cpa Women e vice presidente di Accpi, ci ha spiegato il processo di ideazione della norma: «Fino all'ultima riunione in Uci la norma era differente. Si scriveva che le borracce non potevano essere lanciate, ma potevano essere accompagnate verso i tifosi. I rappresentanti degli atleti conoscevano questa versione. Nell'ultima riunione, in cui gli atleti non erano però presenti, sono emerse queste novità, tra cui le multe e le squalifiche. Noi non siamo assolutamente d'accordo e abbiamo chiesto un ulteriore incontro all'UCI per discutere di questo specifico argomento, con anche i rappresentanti dei team maschili e femminili. Il 6 aprile ci siamo confrontati con le atlete e abbiamo ascoltato le loro idee. C'è una forte sensibilità da parte di tutti al discorso ecologico, al discorso della sicurezza nel passaggio della borraccia e anche alla tematica Covid che si innesta su questo argomento. La volontà è quella di rendere possibile almeno l'accompagnamento della borraccia o la donazione della stessa ai tifosi, in salita, in curva o nei momenti di rallentamento. Sarebbe un buon compromesso».

Michael Schär, nei giorni scorsi, ha spiegato come il suo inizio nel ciclismo sia coinciso proprio con il ricevimento di una borraccia da parte di un professionista al Tour de France 1986. «Due anni fa ho dato una borraccia a una ragazza a bordo strada. I suoi genitori mi hanno detto che non solo ne è stata felice, ma parla ancora di quella borraccia» prosegue lo svizzero dell'Ag2r Citroen. Letizia Borghesi (Aromitalia Vaiano), ci ha spiegato: «Appena ho buttato quasi istintivamente quella borraccia, mi si è avvicinato il giudice di gara e mi ha trattato come se avessi compiuto chissà quale gesto. Ho sbagliato, conoscevo il regolamento e l'ho violato, ma credo che i modi siano sempre importanti. Vedo manovre ben più pericolose in gruppo per cui nessuno interviene. A trenta chilometri dall'arrivo di un Fiandre la lucidità cala e per noi il gesto di gettare la borraccia è quasi automatico». C'è delusione nelle parole dell'atleta trentina: «Avrei voluto tornare in quel luogo qualche minuto dopo, per vedere se la mia borraccia fosse ancora lì. Sono convinta di no. Sono la prima a tenere all'ambiente ma questo regolamento è da rivedere, perché non migliora la situazione. Nelle zone verdi le atlete gettano di tutto: carte, gel e molte borracce che rotolando rischiano di finire in mezzo al gruppo e causare incidenti. E se a un atleta cadesse una borraccia? Sarebbe squalificato? Dobbiamo gareggiare con l'ansia della caduta di una borraccia? Vanno bene i richiami ma squalificare, multare e togliere punti Uci è francamente eccessivo».

Borghesi suggerisce di migliorare la composizione delle borracce in termini di biodegradabilità e di rendere possibile gettare la borraccia solo in zone con il pubblico presente. Le fa eco Giovanni Visconti: «Ci sono persone che transitano apposta sui percorsi per raccogliere le borracce. Perché non incaricare qualcuno di passare sul percorso a ripulirlo? Ci sono circostanze di gara in cui è quasi necessario liberarsi della borraccia, la zona verde dovrebbe essere estesa a quasi tutto il percorso. Prima delle squalifiche servirebbero i richiami e per quanto concerne le multe, non si possono dare sanzioni pecuniarie che in alcuni casi, purtroppo nel femminile, sono anche superiori allo stipendio». E per quanto riguarda la tematica Covid? «Nessun bambino beve dalle borracce che raccoglie e, sicuramente, arrivato a casa si lava le mani. Se andassi con mio figlio a una partita di calcio sarei solo contento se portasse a casa un pallone toccato dal suo idolo. Certo non glielo farei portare a tavola. Si tratta di buon senso». Visconti non accetta la polemica sul fatto che i corridori non siano adeguatamente avvisati. «Riceviamo mail al termine di ogni gara in cui ci chiedono di esporre la nostra posizione. Certo che se quelle mail non le leggiamo o non rispondiamo, diventa difficile ascoltarci. Quello che si può fare è migliorare il metodo di comunicazione in modo da arrivare a più corridori e da farlo direttamente».

Marta Cavalli (FDJ - Nouvelle Aquitaine - Futuroscope) ricorda quando era lei stessa ad andare a vedere le gare. «Essendo timida non ho mai avuto il coraggio di chiedere una borraccia, ma ammiravo i bambini che lo facevano. Come mi piaceva quando, nelle gare del nord, venivano molti ragazzini con un sacchetto e raccoglievano quanti più ricordi fosse possibile». E aggiunge: «Ben venga che l'UCI proponga regole per salvaguardare l'ambiente, così però è troppo. Purtroppo ho visto io stessa atleti e atlete che lanciano borracce a sessanta chilometri orari, senza far caso alla direzione presa dalle stesse. No, le borracce vanno fatte scivolare delicatamente ai piedi, nelle zone in cui il pubblico è presente, non serve arrivare a queste soluzioni per capirlo». Cavalli, inoltre, non è così sicura del fatto che le zone verdi siano un bene strutturate in questo modo. «Ti assicuro che quando il gruppo era appallato, volava di tutto. Persino le carte che tendenzialmente mettiamo sotto la maglia e gettiamo al traguardo. Siamo sicuri che l'organizzazione riesca a pulire tutto? Al Fiandre si trattava di ben otto zone. Io ho il timore che si aumenti l'inquinamento».

Diego Rosa (Arkéa Samsic) si aggancia a questo tema e prosegue: «Al Tour de France, lo scorso anno, eravamo ben organizzati con le zone verdi, ma si tratta del Tour. Nelle gare minori, a volte, si fatica a segnalare il Gpm, possiamo immaginarci come possa avvenire l'indicazione di tutte le zone. Succede sempre così: l'idea iniziale è corretta, poi si finisce per esasperarla. I corridori sono dotati di buon senso, si faccia leva su quello. Duole dirlo ma chi scrive queste regole non è mai stato in sella e non ha ben idea di ciò che avviene in gruppo. Non sa nemmeno cosa voglia dire portare le borracce ai compagni e tornare indietro con le borracce vuote».

Silvia Valsecchi della BePink, invece, concorda con la nuova norma. «Alcune atlete non si sforzano nemmeno di lanciare le borracce a bordo strada, le buttano in gruppo, senza guardare chi hanno dietro. Una volta mi sono permessa di dire a una ragazza di non gettare la borraccia vuota in una zona senza pubblico ma di tenerla in tasca. Sono stata presa a male parole. A parte il fatto che non è detto che il pubblico raccolga le nostre borracce, c'è una questione ambientale da tutelare. Sinceramente non capisco nemmeno la questione rifornimenti. Ho sempre preso le borracce per le mie compagne dall'auto e ho riportato quelle vuote. Come ho gettato le borracce utilizzate ai punti fissi, dove ho preso acqua. Ora in più c'è la questione Covid, che non mi sembra trascurabile». Valsecchi appunta: «Sono anni che si dice di non gettare nulla ma ognuno fa ciò che vuole. Ovviamente, ora che si parla di multe, molti si lamentano».

Cesare Benedetti (BORA-hansgrohe) in questi giorni, è in corsa al Giro dei Paesi Baschi: «Non sapete come è brutto passare indifferenti mentre i bambini gridano “por favor, un bottellìn”, sapendo che hai una borraccia vuota nel portaborracce ma non puoi regalarla. Sarei bugiardo se dicessi di non aver mai gettato una carta per terra, sicuramente, però, mi sono sempre impegnato a mettere tutto in tasca. La carta di una barretta non ha alcun peso e non va gettata. Non ci sono scuse, la regola è giusta». Diverso, spiega Benedetti, è il discorso borracce. «Quando mia moglie portava mia figlia al Tour de Pologne, le ho sempre raccomandato di fare attenzione perché alcuni corridori lanciano borracce nel mucchio e ad alta velocità senza guardare. Ho discusso più volte con chi fa così. Può finire male, molto male. Le borracce restano un oggetto personale del corridore, qualcosa che ai tifosi interessa particolarmente, non è giusto privarli di questo souvenir. Ben vengano le zone verdi, si vieti di lanciare la borraccia ma si consenta il passaggio agli spettatori».

Sonny Colbrelli (Bahrain Victorious) estende il discorso: sono diversi i dettagli da rivedere nel regolamento UCI, non solo la parte riguardante le borracce. «Mi sto riferendo alla tematica della posizione in bicicletta. Credo sia corretto dire che dobbiamo dare il buon esempio, ma non siamo degli sprovveduti. Sappiamo bene i rischi che corriamo e li ponderiamo attentamente». Sul tema borracce, poi, Colbrelli vorrebbe la cancellazione della norma. «Chi è ai bordi della strada ad aspettare la gara non aspetta solo gli atleti, attende anche un ricordo da portare a casa. Ci sono persone che espongono cartelli in cui chiedono di lasciare una borraccia. Spiace non poterlo fare. In ogni caso, se la regola rimarrà, ci adegueremo. non possiamo fare altro». Intanto il dibattito prosegue, in questi giorni sono previste altre riunioni degli organi competenti.

Foto: Vincent Kalut/PN/BettiniPhoto©2021


Le ferite di Nacer Bouhanni

Il fatto risale al 28 marzo 2021: Nacer Bouhanni, Arkéa Samsic, durante la volata della Cholet-Pays de la Loire, compie un'evidente irregolarità stringendo Jake Stewart contro le transenne. La giuria lo squalifica e intanto l'opinione pubblica inizia a discutere la condotta dell'atleta francese. Si dice che non è la prima volta che Bouhanni si rende protagonista di volate così scorrette e si invitano gli organi competenti a prendere provvedimenti contro di lui. L'Unione Ciclistica Internazionale potrebbe intervenire proprio in questi giorni, sanzionandolo. Purtroppo però, nel frattempo, il dibattito è scaduto e al corridore sono stati rivolti pesanti insulti razzisti che nulla hanno a che vedere con la pur grave irregolarità commessa in volata. Il primo a parlare di questo fatto è stato proprio Jake Stewart: «Su molte cose si può essere più o meno d'accordo però, in questo mondo, non c'è posto per il razzismo. Lo dico chiaramente ai cosiddetti tifosi del ciclismo che hanno rivolto insulti simili a Bouhanni: non siete i benvenuti qui».
Nacer Bouhanni, dopo diverse notti difficili, ieri ha dichiarato di essersi affidato a dei legali e ha rilasciato un'intervista a “L’Équipe” raccontando la propria verità, facendo emergere un dolore che aveva sempre nascosto. «Mi sono costruito uno scudo per proteggermi da tutto questo. Nella vita di tutti i giorni non sono così, freddo, duro, come posso sembrare in corsa. Sono venticinque anni che sono nel ciclismo e da quando ero bambino affronto il razzismo in silenzio perché, quando se ne parla, sembra sempre di voler passare per vittime, ora non riesco proprio più a non dire nulla». Il corridore francese spiega che, sino ad oggi, non aveva mai voluto parlarne proprio per questo timore ma le domande che si è posto nel tempo sono molte. Nel suo racconto la parola razzismo è spesso sostituita da un giro di parole, il razzismo è “quella cosa lì”, quella che lo tormenta da troppo tempo. «Mi hanno detto di tornare in Africa, mi hanno dato del terrorista, sono arrivati a dire che dovrei essere estromesso dal ciclismo e che avrei fatto apposta a stringere Stewart contro le transenne. Pagherò ciò che devo pagare, ma questa è pura follia».
I messaggi di insulti sono aumentati drasticamente nell'ultimo periodo, le notifiche arrivano da ogni social e quando non giungono direttamente a lui, sono gli amici, involontariamente a mostrargliele. «Mi dicono: “Sai cosa ho letto? Guarda cosa dicono di te“. Ho dovuto chiedere di non dirmi più nulla, che non voglio sapere più nulla. Non sono una vittima, lo ripeto. Se fossero dieci, quindici messaggi, ci passerei sopra. Ora non è più possibile. Era già un periodo difficile, non ci voleva». Nacer Bouhanni è molto chiaro: gli episodi di razzismo di cui parla non avvengono in gruppo o nelle squadre in cui milita. «Direttamente, in gruppo, non è mai accaduto nulla, poi non so cosa pensino i miei colleghi. Fuori corsa, invece, ho ricevuto alcuni insulti razzisti e purtroppo da persone adulte, persone che dovrebbero sapere ciò che dicono. Fino a quando sono parole di bambini piccoli, scivolano via, dagli adulti le ferite sono maggiori. Sono nato in Francia e quando ho vinto il campionato nazionale ero felicissimo su quel podio, mentre risuonava la Marsigliese. Sono fiero per quei giorni, ma sono altrettanto orgoglioso del cognome che porto, di essere un francese di origini magrebine».
Nelle parole dell'atleta si percepisce un distacco dalla propria carriera e dai risultati ottenuti. «Quanto avrò vinto in tutto? Circa settanta gare? Restituisco ogni trofeo, non li voglio più, non mi porterò le vittorie nella tomba. A me interessa l'amore della mia famiglia. Porterò tutte le prove alla polizia, sporgerò denuncia, ma il male resta. Spero che la giustizia faccia qualcosa perché, altrimenti, vuol dire che chiunque può fare di tutto senza alcuna conseguenza. Vorrei liberarmi da questo peso che mi assilla»
Ancor più dal momento in cui Nacer, proprio per il ciclismo, ha discusso con il padre. «In famiglia, per proteggermi, hanno sempre evitato il discorso razzismo. Hanno fatto bene. Mio padre mi ha ripetuto di non farci caso, di essere fiero e di continuare per la mia strada. Me lo ha ripetuto anche quando gli ho raccontato come stavo, guardandolo dritto negli occhi e dicendogli che se continuerà così potrei anche lasciare il ciclismo. Anche quando ho detto al mio manager che non sarei partito per la Roue Tourangelle perché le mie condizioni psicologiche non me lo permettevano. Per questo ho discusso con mio padre, la persona che mi ha sempre protetto, che mi vuole bene, che mi ha aiutato a proseguire in questo mondo anche quando ero a terra. Un'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso».

Roberto Bettini/BettiniPhoto©2021


Orgoglio e uguaglianza: parola alle atlete

Nelle scorse settimane ha destato clamore la disparità di montepremi che Davide Ballerini e Anna van der Breggen si sono aggiudicati in Belgio per la vittoria della Omloop Het Nieuwsblad. L'italiano ha guadagnato 16.000 euro, mentre l'olandese solo 920 euro. Questo divario di montepremi, lo è anche di stipendi, non era certo una novità ma, si sa, la crudezza dei dati molte volte riesce a smuovere coscienze che i meri discorsi non arrivano a toccare.
A mettersi in moto è stato Cem Tenyeri, tifoso olandese, che, «disgustato dalla disparità di trattamento», lunedì primo marzo ha indetto una raccolta fondi attraverso la piattaforma GoFundMe per provare a eguagliare i montepremi in vista della Strade Bianche, proponendo poi la suddivisione del raccolto in percentuali prestabilite fra le prime cinque atlete giunte al traguardo. La risposta è stata impressionante ed in cinque giorni sono stati raccolti 25578 euro. Questo ha significato che il montepremi totale a disposizione delle prime cinque classificate è passato da 6.298 euro a 31.876 euro, andando a superare quello previsto per i colleghi uomini, fissato a 31.600 euro, e che, per citare un esempio, la vincitrice Chantal van den Broeck-Blaak, che avrebbe dovuto incassare 2.256 euro, in realtà ne incasserà 10.441, vedendo il proprio premio aumentato del 32%.

A caldo, Ashleigh Moolman Pasio, ciclista del team Sd Worx, ha subito commentato la vicenda, spiegando di essere commossa in quanto «è davvero toccante vedere che gli appassionati di ciclismo, in un periodo difficile come questo, siano disposti a rinunciare a denaro che servirebbe alla loro famiglia per metterlo a disposizione di una causa così nobile». L'entusiasmo, a dire il vero è stato generale, ed Elisa Longo Borghini ha fatto ben presto seguito a queste dichiarazioni introducendo un tema importante. L'atleta di Ornavasso, ringraziando i donatori, ha scelto insieme al suo team, Trek Segafredo, di destinare la propria quota a progetti che possano sostenere il ciclismo femminile sul lungo termine.

In Trek, non si è ancora deciso come e dove spendere questi guadagni, il passo è però importante per fare in modo che questa donazione possa cambiare qualcosa nella lunga strada verso la parificazione fra uomini e donne nel ciclismo. Già, perché la questione è ormai dibattuta da anni e la consapevolezza maggiore in gruppo è che non possa essere questa la via per migliorare la condizione del ciclismo femminile. Tra l'altro, proprio Trek Segafredo negli scorsi mesi aveva innalzato a 40.045 euro la paga minima prevista per le proprie atlete, andando così a eguagliare quella prevista per gli uomini secondo le tabelle UCI. Le stesse tabelle prevedono per le donne una paga minima di 20.000 euro e una legge, attesa da molto tempo, dovrebbe intervenire per ristabilire la parità.

 

Foto: Valerio Pagni/BettiniPhoto©2020

Il gesto lodevole di Tenyeri e dei donatori, se da un lato suscita ammirazione, dall'altro continua a lasciare l'amaro in bocca. Marta Bastianelli ci spiega: «Ringrazio di vero cuore tutti coloro che hanno donato e credetemi sono gesti che nessuna di noi potrà mai dimenticare. Però non posso fermarmi qui. Sono convinta che non si sarebbe mai dovuti arrivare a questo punto e che sia grave esserci arrivati. Abbiamo fatto un passo importante verso il ciclismo professionistico anche per noi donne, non possiamo perderci in queste cose. Ha detto bene Anna van der Breggen: è una vita che lottiamo per la parità salariale e di montepremi e ancora non è cambiato nulla. Per me e per le veterane del gruppo ormai non c'è più speranza di vedere questi risultati raggiunti mentre siamo in attività, spero solo ci sia per le più giovani. Siamo ancora troppo distanti dagli uomini e fa tanta tristezza pensarci. Credo che dovremmo ringraziare le atlete della Trek Segafredo perché, con la loro mossa, hanno scelto di essere lungimiranti e di fare qualcosa per il futuro di questo movimento. Spero che tutte assieme si riesca a portare un cambiamento».

Sofia Bertizzolo, raggiunta telefonicamente nel pomeriggio di ieri, aggiunge altri tasselli. «La situazione che si è creata ha fatto molto discutere e reso evidente, a chi ancora non la conoscesse, la condizione del ciclismo femminile. La stampa ha il dovere di parlarne per tenere accesi i riflettori su questa tematica. La soluzione non può essere nelle donazioni, non è questo il sistema per andare a pareggiare i premi delle gare. I finanziamenti di cui ha bisogno il ciclismo femminile vanno usati in altro modo: in primis per aumentare la visibilità del nostro sport. Se le persone ci seguono, se la televisione e gli organi di informazione ci raccontano, si innesta un circolo virtuoso per cui i montepremi ed i salari aumentano di conseguenza. Se si tiene davvero al ciclismo femminile, chi di dovere deve dargli la possibilità di crescere, prima dei soldi». Le fa eco Soraya Paladin: «Sono onorata del gesto. Però sembra tanto di fare elemosina e credo che nessuna di noi lo voglia. Queste persone sono state davvero di cuore ma non è loro dovere intervenire per aiutarci, spetta ad altri. Così facendo il montepremi della Strade Bianche sarà eguagliato e tutti gli altri? Quello delle gare minori? Altra questione: alle squadre fuori dal circuito World Tour non pensa nessuno? Non si può pensare di proseguire e di crescere solo grazie alla benevolenza di poche persone, che normalmente nemmeno si occupano di ciclismo».

Katarzyna Niewiadoma si sofferma invece sul senso di cura e di attenzione che questo gesto mette in risalto. «È incredibile vedere quante persone hanno provato a prendersi cura di noi senza essere obbligate a farlo. Siamo rimaste tutte sorprese. Io, in particolare, sono rimasta meravigliata da quante persone siano interessate al movimento femminile. Sia chiaro: non dobbiamo aspettarci che il cambiamento, che tanto desideriamo, avvenga tramite donazioni, però siamo certe che quando avverrà, quando i media ci daranno più spazio e quando la nostra esposizione mediatica sarà maggiore, il pubblico sarà lì per noi. La gente è affezionata a noi, ce lo ha dimostrato. Solo a pensare a questo sto bene».

Alice Maria Arzuffi comprende benissimo questa sensazione di Niewiadoma, ma non riesce a nascondere una certa tristezza: «Il gesto è molto apprezzato e dimostra che i tifosi hanno capito bene la disparità che ci troviamo ad affrontare. Siamo nel 2021, negli ultimi anni siamo cresciute moltissimo, il nostro ciclismo non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello di sette, otto anni fa, ma ci vediamo ancora costrette a ricorrere alla solidarietà. Noi donne non chiediamo solidarietà. Noi vogliamo vengano riconosciuti i nostri meriti. Questo, per esempio, non avverrà mai fino a che le gare femminili verranno trasmesse in differita e solo per i chilometri finali. Ce ne rendiamo conto?».

Intanto uno studio di Damm Van Reeth, professore della Facoltà di Economia e Commercio di Leuven, ha sottolineato come in termini assoluti la gara femminile abbia raccolto più ascolti di quella maschile. In termini di cifre parliamo di uno share del 21,5% per le donne, contro il 18,6% per gli uomini. Ora bisogna passare ai fatti perché di parole se ne sono spese davvero troppe.

Foto in evidenza: Roberto Bettini/BettiniPhoto©2021


A testa alta nonostante tutto: intervista a Gianni Savio

Gianni Savio compirà settantatré anni fra poco più di un mese, il 16 aprile per l’esattezza. Quasi la metà di questo periodo, Savio lo ha trascorso nel ciclismo, da quel corso per team manager organizzato dalla Federazione Ciclistica Italiana a cui partecipò nel lontano 1985. Per questo le sue parole, mentre si siede al tavolo con noi, sono un pugno allo stomaco, in primis per i suoi collaboratori. «Non so se proseguirò, forse lascio il ciclismo».

La ferita che brucia è quella dell’esclusione della sua squadra, l’Androni Giocattoli-Sidermec, dal Giro d’Italia 2021 e a nulla sembrano servire le parole di chi, al suo fianco, gli riporta alla mente ciò che è riuscito a fare in questi anni nel ciclismo: scoprire nuovi talenti, ingaggiarli, regalargli una nuova vita qui, dopo averli scoperti in Sudamerica, certe volte ricostruirgli una carriera dopo periodi bui.

«Quello che dicono sarà anche vero, ma a cosa è servito? Se la squadra che ha fatto tutto questo non viene ritenuta degna di partecipare al Giro d’Italia, per chi abbiamo lavorato? Lo so, lo so, la gente se n’è accorta, la gente crede in noi ed io gliene sono grato, ma per mandare avanti una realtà di questo tipo servono sponsor importanti e gli sponsor guardano al calendario gare a cui si partecipa per finanziare un progetto. Fino a che si segue una logica meritocratica, ti rimetti in piedi e continui a tenere duro cercando di portare più risultati, se cade il merito, cade tutto. Diventa una lotta contro i mulini a vento e contro quelli si perde sempre».

Savio ce lo dice chiaramente: è il non essere in grado di trovare una motivazione logica a non farlo stare tranquillo. «Quando qualcuno mi spiegherà perché a noi è stata preferita la Vini Zabù, allora forse mi metterò il cuore in pace. Ma voglio una spiegazione oggettiva, perché io ragiono sui dati ed è dai dati che si valuta il merito. Il fatto che soggettivamente si sostenga di essere stata la migliore squadra in questa o quella circostanza è ininfluente. Anche io potrei dire così di Androni, e ne sono anche convinto, ma non lo faccio. Perché sarebbe una valutazione di parte. L’ho detto e lo ripeto: il problema non è tanto il mancato invito al Giro, il problema sono i criteri di scelta se portano a escludere una squadra che da quattro anni è la migliore italiana tanto della Ciclismo Cup, quanto del ranking Uci in favore di un team che in quella classifica è sempre arrivato dopo di noi».

Gianni Savio è un leone ferito, ma l’orgoglio non sente ragione. «Alla mia età non mi tiro più indietro di fronte a ciò che non è giusto. Credo la dignità sia un valore. Continuerò a difendere le mie ragioni anche se questo dovesse voler dire uscire dal ciclismo. A me piacciono le persone che possono camminare a testa alta e guardare tutti dritti negli occhi. Mi costa dolore immaginarmi lontano dal ciclismo, sia chiaro, ma non sono più disposto a tollerare l’ipocrisia di parte di questo mondo».

Accanto a Savio passa Simon Pellaud, gli mette una mano sulla spalla e lo saluta con un disarmante e disarmato: «Ciao Gianni». Savio lo ha soprannominato “Simonissimo” e ci racconta che con lui qualche battuta scappa sempre. Poi riprende: «Comunque non ho detto che smetto, ho detto che devo valutare». Il tono della voce cambia, come lo sguardo. «Se deciderò di non lasciare, sarà solo per questi ragazzi. Sono come figli per me e so quanto sarebbero dispiaciuti. Non devono essere loro a pagare questa situazione. Non ho nemmeno idea di cosa potrei fare se lasciassi il ciclismo. Io vivo pensando a loro. Quando qualcosa non va, mi sveglio la notte e rimugino, penso, programmo».

Stiamo per porre un’altra domanda, quando Savio estrae dalla tasca il telefono. «Guarda qui. L’altro giorno ho fatto gli auguri di compleanno a un mio atleta di qualche anno fa. Ecco la risposta: “Grazie Gianni. Sai che, se hai bisogno, puoi contare su di me”. Questo ti ripaga di tutti i sacrifici e ti convince a farne anche di più importanti, perché per questi ragazzi vale la pena».

Alla base del rapporto, ci spiega Savio, c’è l’onestà intellettuale. «Io metto sempre in guardia gli atleti dalle illusioni e dall’ossessione per la vittoria. Le illusioni ti intrappolano, non ti permettono di vedere la realtà: non c’è cosa peggiore per un uomo. L’ossessione per la vittoria è cosa diversa dal voler vincere, che è buona dote per uno sportivo. Quando si è ossessionati dalla vittoria si perde lucidità, qualche volta si è disposti a commettere errori intollerabili, pur di vincere. In certi casi si arriva a giocare sporco. Ho sempre detto chiaramente ai miei ragazzi sino a dove, secondo me, sarebbero potuti arrivare. Alcuni lo hanno accettato, altri hanno preferito correre da chi assecondava quelle illusioni. Credo poi i risultati parlino chiaro».

Intanto si continua per la propria strada e Gianni Savio ha già un pensiero fisso. «Ho scoperto un ragazzo che credo possa segnare il ciclismo dei prossimi anni: si chiama Santiago Umba e presto lo conosceranno tutti meglio. L’ho portato in Italia e sta iniziando a conoscere i meccanismi di questa squadra. In questi giorni sono molto arrabbiato, ma pensare alle possibilità di questo atleta mi rasserena. Sarebbe un peccato non poterlo seguire nella sua crescita. Vedremo».

Foto: Luigi Sestili


Verso Tokyo e oltre: intervista a Dino Salvoldi

L’esplosione della pandemia da Sars-Cov2, la scorsa primavera, ha scombussolato anche i piani della nazionale italiana femminile su pista, il tutto alla vigilia delle Olimpiadi di Tokyo, poi slittate al 2021. Non appena è stato possibile tornare ad allenarsi a Montichiari, Dino Salvoldi, C.T. della nazionale, ed il suo staff, hanno avuto subito chiara la necessità di variare l’intensità degli allenamenti. Ed è proprio da qui che siamo partiti, quando, durante il raduno del 24 febbraio al velodromo di Montichiari, il C.T. ha approfondito con noi lo stato dell’arte della pista femminile, in questa stagione divenuta per cause di forza maggiore, anno olimpico. «In questo periodo tutto ciò che si programma deve tenere presente un calendario in continua modificazione. Se è vero che l’Olimpiade è il traguardo finale, è altrettanto vero che gli step per raggiungerla nella miglior condizione possibile passano tanto attraverso gli allenamenti quanto attraverso le competizioni ed entrambi sono essenziali per mantenere alto sia il livello tecnico-tattico che quello più prettamente prestazionale».

Per quanto concerne il primo punto, Salvoldi si ritiene soddisfatto degli accordi raggiunti con le squadre delle ragazze: durante la settimana i team danno piena disponibilità alla federazione per i raduni, di durata più breve, e durante il fine settimana la federazione si impegna a favorire lo svolgimento delle gare con i club di appartenenza.

«Si tratta di un fattore storico, nessuna invidia per l’erba del vicino ma le situazioni sono differenti. Nazioni come Stati Uniti, Canada e Australia, le potenze della pista, hanno una squadra che lavora tutto l’anno insieme e che dà priorità alla pista. Da noi questo non è possibile in quanto la prevalenza della strada si fa sentire. Bisogna accettare questa situazione e lavorare con più intensità dove necessario. Soprattutto, dopo che durante il primo lockdown, con l’uso e talvolta l’abuso di cicloergometri e rulli si sono verificati importanti squilibri fra chi si era allenato troppo e chi si era allenato troppo poco». Questa intensità Salvoldi la traduce tanto in un aumento del numero di raduni, quanto in una spiccata attenzione ai dettagli tecnici che possa, almeno momentaneamente, supplire al secondo punto, ovvero al calendario scarno. «Stiamo lavorando sul quartetto, con allenamenti di squadra che potenzino la resistenza. Nel mentre simuliamo anche frazioni di gara, per valutare la forma fisica, compatibilmente con il periodo dell’anno in cui ci troviamo. Dall’altra parte, invece, ci concentriamo sulle qualità aerobiche e sul gesto tattico. La nostra squadra ha un livello molto elevato e la simulazione di una gara internazionale in velodromo non si disgiunge molto dalla realtà». Il calendario ha già fatto segnare i primi rinvii: i campionati europei su pista previsti per febbraio saranno a giugno, mentre le prove di Nation Cup previste, una al mese, da aprile a giugno sono ancora incerte. In più mancano tutte le gare di Madison che si sarebbero dovute tenere in Europa e che subiscono cancellazioni quasi quotidianamente.

Rachele Barbieri: sguardo fisso verso gli obiettivi stagionali.

«Questo per noi è un grosso problema. Il talento qui abbonda ed i risultati parlano per noi, a scarseggiare è l’esperienza. Si tratta di un gruppo molto giovane ed in questi casi non c’è nulla come la specificità e la ripetitività di ogni singolo meccanismo per imparare. Più un’atleta è abituata ad un frangente di gara, più riesce a economizzare sul gesto tecnico, a risparmiare energie e nel contempo ad acquisire quell’occhio e quell’istinto che al cospetto delle eccellenze mondiali fanno la differenza. L’esperienza si acquisisce con lo scorrere del tempo e con gli errori, bisogna solo aspettare e non allentare l’attenzione». Nonostante questo, Dino Salvoldi lo dice in maniera chiara e schietta: non sono ammessi alibi ed è necessario farsi trovare pronti a qualunque situazione. «Non siamo gli unici ad essere in questa condizione, la pandemia ha colpito tutti. Per questo bisogna continuare a credere nel lavoro quotidiano insieme, dandosi dei traguardi a breve e a lungo termine. Il bicchiere lo vedo mezzo pieno e credo tutti abbiano questo dovere. Per assurdo questo rinvio delle Olimpiadi potrebbe non essere un male: in questo anno il gruppo si è ampliato, sono arrivate ragazze nuove che stanno crescendo con noi. Per fare dei nomi: atlete come Chiara Consonni e Silvia Zanardi, che un anno fa non avrebbero avuto alcuna possibilità di convocazione, oggi sono fra le papabili azzurre olimpiche».

Questo, però, continua Salvoldi non deve indurre in un errore comunque grave. «Quando mi chiedono cosa mi aspetto dalla Olimpiadi di Tokyo rispondo sempre che per noi devono essere un passaggio chiave in vista di Parigi. Non sappiamo neanche noi cosa possiamo fare esattamente. Nel quartetto credo che si sia indietro rispetto ad altre nazioni. Per quanto concerne invece Madison e Omnium il livello è già pienamente soddisfacente. Il punto cruciale sono le altre discipline veloci che al momento, stante il regolamento in vigore, non ci permettono di avere atlete al via. Questi allenamenti servono anche a potenziare quegli aspetti e a far vedere quanto possiamo dare. La giovane età si fa sentire anche in questo frangente». Il gruppo ha un’età media molto bassa, basti pensare che la ragazza con più esperienza è Maria Giulia Confalonieri che ha appena ventotto anni, ma si conosce e lavora assieme da molto tempo, per Salvoldi questo è un punto a favore delle azzurre.

Il gruppo azzurro a Montichiari sognando Tokyo 2020.

«L’età similare consente a queste ragazze di attraversare fasi di vita quasi identiche, per questo si capiscono in pista ma, ancor prima, condividono aspetti di vita quotidiana. In ambito internazionale questa conoscenza agevola molto il lavoro». Non solo la conoscenza è affinata fra le ragazze stesse, ma anche con Salvoldi, ormai, si è stabilito un rapporto professionale consolidato. «Alcune di loro le conosco da quando avevano quindici anni. Le squadre cambiano, le compagne cambiano, la nazionale è sempre rimasta un punto fermo. Siamo cambiati assieme e forse per questo ci capiamo meglio. La chiave di tutto risiede nell’estrema franchezza nel dire le cose». Dino Salvoldi non si nasconde, il momento che ancora oggi lo spaventa maggiormente è quello delle convocazioni, le notti prima dell’ufficializzazione delle scelte il sonno fatica a venire. «Le decisioni le comunico singolarmente e cerco di apportare motivazioni che possano farle comprendere se non accettare. Certe volte ci si muove su un filo sottilissimo e la differenza è fatta da sensazioni e possibili svolgimenti di gara, per cui è anche più difficile spiegare. La consapevolezza è indispensabile: la ragazza che non viene scelta sa che la decisione è stata presa secondo criteri di correttezza ma sa anche che in qualsiasi altra nazionale non solo sarebbe stata scelta, ma probabilmente anche medagliata. L’esclusione non si accetta mai pienamente, ma così si rende sopportabile». Il C.T. spiega sempre alle atlete che l’esclusione non è personale o irrimediabile, riguarda solo l’appuntamento specifico. «Cerco di convincerle a focalizzarsi su altri traguardi e le sfido a farmi cambiare idea».

C’è un’altra parola chiave che Dino Salvoldi utilizza in vista delle Olimpiadi: rischio accettato. «Per i discorsi fatti sino ad ora, si potrebbe essere indotti a credere che, visto il livello alto, saranno sempre scelte le migliori in assoluto. Se fosse così, correrebbero sempre le stesse atlete. Ogni commissario tecnico sa che, se vuole far crescere la squadra, ha il dovere di correre alcuni rischi calcolati per permettere a tutte le atlete di gareggiare. Altrimenti si potenziano solo i risultati delle eccellenze e non si aiutano le altre a migliorare. Dobbiamo anche pensare che per queste ragazze la nazionale vuol dire visibilità ed i successi ottenuti con la nazionale sono quelli che consentono i maggiori salti di livello anche nelle squadre di club. Se avranno pazienza e continueranno a migliorare, tutte queste atlete sono destinate a grandi traguardi».

In questa comunicazione, l’esperienza è la base. «Io vengo dagli anni di Antonella Bellutti, un’atleta straordinaria, con numeri assurdi. Per questo, almeno all’inizio, ero portato a scegliere molto sulla base dei numeri. Negli anni ho capito che quei tempi non erano più replicabili e che le scelte avrebbero dovuto sempre prendere in considerazione il lato umano e motivazionale. Ci sono caratteristiche caratteriali personali simili in ragazze e ragazzi. Poi ci sono caratteristiche che pertengono specificamente alla sensibilità femminile: gli errori vanno comunicati con maggiore tatto, con vicinanza e soprattutto con un linguaggio diverso, altrimenti i danni sono irreparabili». Salvoldi dà un rapido sguardo alle ragazze che nel frattempo si sono preparate per continuare l’allenamento, ci saluta, si alza, va al tavolo predisposto al centro del velodromo ed inizia a spiegare la prossima fase della preparazione: venerdì 23 luglio 2021, il giorno di inizio dell’Olimpiade, si avvicina sempre più e non c’è tempo da perdere.

Foto: Paolo Penni Martelli


Ma un Giro d'Italia, quando lo vinceremo di nuovo?

Per ovvi motivi il 2020 è stato un anno differente dal solito, ma per quanto riguarda il valore del ciclismo italiano nei Grandi Giri, è proseguita la costante tendenza degli ultimi anni che oscilla verso il basso. Dato che la narrazione ciclistica dalle nostre parti ruota perlopiù attorno ai risultati nelle grandi corse a tappe, abbiamo deciso di prendere in esame il movimento italiano nella sua massima espressione agonistica proprio in virtù di quello che è stato ottenuto nelle gare di tre settimane.
È vero: le grandi classiche o i mondiali, le vittorie nei traguardi parziali o nelle volate, hanno fascino e importanza, ma la tradizione vuole che ci si scaldi principalmente per le imprese in maglia gialla di Nibali, per gli scatti in salita di Pantani o Chiappucci, per la maglia rosa di Gianni Bugno, senza nulla togliere ai buoni risultati raccolti negli anni nelle altre corse. E non è solo una questione di tradizione, è anche il termometro dell’espressione di una scuola, quella del ciclismo italiano, che fino a qualche anno fa esprimeva diversi corridori di valore assoluto e che ora per vari motivi si è vista superare da altre nazioni.

Giro d’Italia: cartina tornasole del movimento

Giro d’Italia 2020 – Tappa da Alba a Sestriere  Wilco Kelderman in maglia rosa, subito a ruota Vincenzo Nibali. Chi raccoglierà l’eredità del siciliano? Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2020

Nella Corsa Rosa della passata stagione è arrivato il peggior risultato di sempre per i corridori italiani in classifica generale con il settimo posto di Nibali – tra i primi dieci anche Masnada, nono. Oltretutto è stata una corsa decimata prima dalle assenze e poi, strada facendo, dai ritiri di alcuni possibili protagonisti.

Mai, prima di allora, il migliore italiano in classifica si era trovato così in basso. E non va dimenticato come il risultato peggiore, prima di quello arrivato nel 2020, fosse stato il quinto posto di Pozzovivo nel 2018: due risultati intervallati dal podio del solito Nibali nel 2019, unico italiano nei dieci in quell’edizione: alle sue spalle il migliore azzurro fu Formolo, quindicesimo. Se ci spostiamo ancora di due anni: nel 2016 vinse Nibali, ma il migliore dietro il siciliano fu Visconti, tredicesimo, risultato acquisito principalmente grazie alle fughe.

Usando la “corsa di casa” come cartina tornasole del ciclismo italiano, non possiamo derubricare il cammino dell’ultima stagione come un’annata difficile o un incidente di percorso; si tratta più di una tendenza in voga ormai da tempo e con le sue eccezioni, vedi il 2017. Quell’anno, oltre al podio di Nibali, terzo, interessanti furono il sesto di Pozzovivo e il decimo di Formolo, in un’edizione di buon livello, in quanto a concorrenza internazionale, di sicuro tra le migliori degli ultimi vent’anni di Corsa Rosa.

Giro d’Italia 1993 – Claudio Chiappucci in maglia verde e Miguel Indurain in maglia rosa – Foto: BettiniPhoto©2010

Nelle altre occasioni in cui il ciclismo italiano non metteva nessun suo rappresentante sul podio si era riuscito a piazzarlo a ridosso: quarto Scarponi nel 2012, stessi risultati per Chiappucci nel 1995 e Giupponi nel 1988. Andò peggio, come nel 2018, nel 1987: quinto Giupponi, ma subito alle sue spalle Giovannetti, sesto.

E per trovare un risultato simile bisogna scavare negli annali e scorrere indietro fino al 1972: ancora nessun italiano sul podio, né ai piedi. Il migliore? Panizza, quinto, nel Giro dominato da Merckx. Quella però fu la prima volta in assoluto senza italiani sul podio dopo ben cinquantaquattro edizioni. Per l’epoca non fu che un’eccezione. Il biennio ’87-’88, invece, resta la prima e unica volta di due Giri consecutivi senza un rappresentante del ciclismo italiano tra i primi tre – l’impressione è che, se potessimo osservare il futuro prossimo nella sfera di cristallo, un destino simile si potrebbe prefigurare per il biennio 2020-2021, salvo exploit al momento difficilmente prevedibili.

Giro d’Italia 1988 – Siamo sul Gavia nella Chiesa in Valmalenco – Bormio di 120 km. Davanti Flavio Giupponi (ITA – Del Tongo) a ruota Chioccioli in maglia rosa.  Foto: Roberto Bettini/BettiniPhoto©2010

Nei due Giri del 1987 e del 1988, nonostante le indubbie qualità di Giupponi, che dopo i due quarti posti sarà secondo nel 1989, si viveva un momento di transizione. Si era pressoché chiusa l’epoca di Moser e Saronni (un po’ prima quella di Battaglin e di uno dei più grandi incompiuti del nostro ciclismo, Baronchelli) e si stava per aprire quella di Bugno, Chiappucci e Pantani – senza dimenticare Gotti che vinse due Giri in chiusura di secolo – per poi arrivare velocemente negli anni duemila ai successi nella Corsa Rosa di Garzelli, Cunego, Simoni, Di Luca, Savoldelli e Basso.
Proprio oggi, come a fine anni ’80, stiamo invece vivendo un cambio generazionale, anche se il mondo ciclistico è decisamente mutato e non solo dal punto di vista tecnologico. Muta la sua geografia e il peso specifico del movimento italiano, e oggi appare più difficile trovare da subito la svolta come avvenne negli anni ’90, dove, senza addentrarci in altri – spinosi – argomenti, l’Italia del pedale conobbe alcune delle vittorie più memorabili della propria storia.

Anni duemila: un contesto particolare

Tour de France 2010 – Si arriva a Bagnéres-de-Luchon. La grinta di Basso che chiuderà lontano dai migliori quel Tour. Foto: BettiniPhoto©2010

Nelle edizioni degli anni duemila del Giro, gli italiani vincevano, dominavano, ma i loro avversari non rappresentavano certo l’élite del ciclismo internazionale – per usare un eufemismo. Spesso gli sconfitti erano passisti dal profilo non di primissimo piano per una corsa a tappe, vedi Honchar, Hamilton o Gutierrez, oppure erano giovani speranze come nel caso di Popovych o Andy Schleck. I vincitori italiani di quelle edizioni erano corridori di grande spessore, non lo mettiamo in dubbio, ma inseriti in un contesto sempre più tourcentrico e dove il Giro veniva perlopiù relegato a gara di secondo piano – rispetto al Tour – e il meglio del ciclismo dei Grandi Giri si dava appuntamento fisso oltralpe un mesetto più tardi. E difatti i corridori italiani facevano incetta di podi e vittorie “tra le mura amiche” salvo poi essere un piatto poco più sostanzioso di un contorno – all’infuori di Basso – in Francia.

Giro d’Italia 2005 – Col delle Finestre – Paolo Savoldelli in maglia rosa.  Foto: Roberto Bettini/BettiniPhoto©2011

E in Francia Savoldelli vinse una tappa (nel 2005) e corse persino come gregario di Armstrong, ottenendo un venticinquesimo posto come risultato migliore, mentre Simoni rimbalzò tutte le volte che provò a testarsi al Tour, salvo conquistare un prestigioso successo di tappa nel 2003. Il suo miglior risultato in classifica fu il diciassettesimo posto l’anno successivo.
Garzelli non fece mai meglio di un quattordicesimo posto nel 2001, invece Cunego mostrò nella Grande Boucle solo sprazzi del suo enorme talento: undicesimo nel 2006 quando conquistò la maglia bianca al termine di una lotta serrata con il carneade tedesco Fothen,  mentre nel 2011 arrivò sesto al termine di una corsa di grande livello e che all’epoca veniva persino criticata e sottovalutata e che oggi, visti i risultati dei suoi eredi, si arriva a rimpiangere.
Infine, per restare ai vincitori del Giro d’Italia degli anni 2000: Di Luca partecipò a due Tour e si ritirò entrambe le volte, ma per caratteristiche l’abruzzese, discorso doping a parte, non era del tutto adatto alle corse a tappe e si reinventò uomo da tre settimane solo in un secondo momento.

Giro d’Italia 2015 Saint Vincent – Sestriere Sul Colle delle Finestre  Alberto Contador danza in rosa. Foto: Roberto Bettini/BettiniPhoto©2015

E arrivarono così la bellezza di undici successi consecutivi al Giro, dal ’97 di Gotti al 2007 di Di Luca, fino al 2008 quando sulle strade italiane si presentò, per vincere, uno dei più forti corridori in assoluto della storia recente: Alberto Contador, che si ripeté poi nel 2011 – successo poi revocato – e nel 2015. Mentre resta emblematico e spartiacque dei Giri d’Italia successivi, quello del 2012. Ci fu un podio tutto straniero ma occupato per due terzi da corridori che mai più avrebbero ottenuto un risultato simile e né lo avevano sfiorato prima: Hesjedal (primo) e De Gendt (terzo). Spartiacque perché fu un Giro di non eccelso livello dal punto di vista della partecipazione, però, a differenza di quello che succedeva qualche anno prima, l’Italia non riuscì a vincere, né a piazzare un corridore sul podio nonostante la presenza dei maggiori esponenti del nostro ciclismo delle corse a tappe di quegli anni: Scarponi, Basso, Cunego e Pozzovivo – pur se tutti e quattro in momenti differenti della loro parabola. Tutti i migliori italiani presenti tranne Nibali, che da par suo ottenne il suo primo podio al Tour. Si affacciarono a quel Giro 2012 corridori all’epoca più o meno giovani e che potevano rappresentare nell’immaginario il futuro per le corse a tappe: Brambilla che chiuse tredicesimo e Caruso ventiquattresimo. Cambieranno, però, gli obiettivi, i risultati e i ruoli in carriera e nessuno di loro sarà mai capace di lottare non solo per la maglia rosa, ma nemmeno per un posto vicino, trasformandosi in corridori con altre caratteristiche e prospettive.

Giro d’Italia 2011 – Sotto il Duomo di Milano Contador festeggia la vittoria del suo secondo Giro. Gli verrà tolto tempo dopo e assegnato a Scarponi. Secondo diventerà Nibali, terzo Gadret. Foto: BettiniPhoto©2011

Nel decennio appena trascorso (2011-2020) un solo corridore ha conquistato a tutti gli effetti la maglia rosa finale, Nibali, vincitore nel 2013 e nel 2016. E a rendere ulteriormente pesante lo storico degli italiani ecco che solo altri due atleti negli ultimi anni sono riusciti a salire sul podio oltre al siciliano: Scarponi nel 2011 – tempo dopo gli fu attribuito il successo di quel Giro per la squalifica di Contador – e Aru nel 2014 e nel 2015.

Ed è pesante proprio il confronto tra i primi due decenni degli anni 2000. Tra il 2001 e il 2010 il ciclismo italiano ha portato a casa otto Giri su dieci, lasciando per strada solo quelli del 2008 e del 2009 con 19 podi, ottenuti da 12 corridori diversi, su 30 disponibili. Dal 2011 al 2020 invece tre successi se vogliamo considerare anche quello assegnato a tavolino a Scarponi e 8 podi, ottenuti da 3 corridori, su 30. È vero che in questi anni è aumentata la concorrenza straniera, ma allo stesso tempo è diminuita la potenza di fuoco di quella italiana. Ed è emblematico in questo il Giro del 2020, dove, a un parterre non esagerato per la lotta al podio, l’Italia non è riuscita a opporre alcuna controparte.

Tour e Vuelta

Tour de France 2014 Sugli Champs Elysees Vincenzo Nibali festeggia uno dei successi più importanti dello sport italiano del decennio appena trascorso. Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2014

Se volessimo invece in breve considerare anche le altre due corse a tappe, si parla, anche a livello storico, di cifre assolutamente differenti, come se trattassimo un altro tipo di esercizio: dal ’65 a oggi sono tre le vittorie finali al Tour con Gimondi, Pantani e Nibali, e sedici podi con lo stesso Gimondi, Balmamion, Motta, Bugno, Chiappucci, e ancora Pantani, Basso e Nibali, mentre alla Vuelta i successi sono sei in tutta la storia, con quelli ottenuti negli anni 2010 da Nibali e Aru. E proprio per questo motivo, per chiarire meglio le difficoltà, occorre principalmente parlare della corsa di casa, quella che più di ogni altra riscalda il sentimento popolare italiano.

Carta d’identità e faticoso cambio generazionale

Giro d’Italia 2017 – Domenico Pozzovivo in compagnia di Zakarin in fuga verso Piancavallo. Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2017

Fatti un po’ di numeri facciamo i nomi. Intanto identifichiamo subito nell’età avanzata dei protagonisti uno dei problemi che affronteremo anche in questo 2021 e poi successivamente nel 2022, salvo l’improvvisa esplosione di qualche interessante talento – che per inciso c’è. Nibali compirà 37 anni a novembre, Pozzovivo 39, eppure sono loro due i corridori che hanno ottenuto i migliori risultati nelle ultime stagioni. Pozzovivo, oltretutto, con una serie di infortuni anche abbastanza gravi che ne hanno condizionato il rendimento.

Gli altri corridori che andremo a nominare, per motivi diversi, non danno garanzie per un successo finale, per un podio o qualcosa di molto vicino ad esso. Eppure sono quelli che nell’ultima stagione hanno ottenuto i risultati migliori alle spalle del siciliano della Trek-Segafredo. Sono tutti professionisti di caratura importante, non c’è dubbio, ma pare difficile immaginarli a raccogliere l’eredità del corridore messinese.

E i perché vanno ricercati non solo nell’elevata competizione che anno dopo anno si sta facendo sempre più serrata e che coinvolge elementi di diverse nazioni, ma anche nel ruolo che i corridori italiani ricoprono all’interno dei propri team, e che a lungo andare ne condizionano la possibilità di potersi esprimere per la vittoria, modificandone le prospettive.

Tour de France 2020 – Damiano Caruso è uno dei gregari più affidabili in salita di tutto il gruppo. Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2020

È il caso di Damiano Caruso, corridore di talento, ma da sempre votato alla causa altrui. Diciamocelo francamente: un conto è essere abituati a lottare per un successo o per un podio, oppure crescere per gradi con l’obiettivo di svettare poi nelle parti alte della classifica; un altro discorso è passare una carriera compiendo grandi sforzi in aiuto ai propri capitani e poi, nel momento della disputa decisiva, sfilarsi andando del proprio passo al traguardo. L’abitudine al successo, facendo il gregario, manca.

Il siciliano, classe ’87, ha fatto le sue scelte di carriera, più che opportune, ovvero mettere le sue grandi qualità a disposizione dei propri capitani e nonostante tutto ha raccolto risultati di prestigio. L’ultimo in ordine di tempo è forse il più interessante: 10° al Tour de France 2020, sebbene esemplare nel suo lavoro in appoggio al capitano Landa. Nonostante la sua affidabilità, tuttavia è difficile immaginarcelo capitano da un giorno all’altro e pretendente al podio da qui alle prossime stagioni. Certo manca la controprova, ma cosa sarebbe potuto diventare Caruso se si fosse messo in proprio? Non lo sapremo mai.

Giro d’Italia 2020 Se Fausto Masnada fosse lasciato libero di fare la sua gara, potrebbe ambire a un posto nei primi 5 del Giro? Foto: Tommaso Pelagalli/BettiniPhoto©2020

C’è poi Fausto Masnada: il secondo migliore italiano in un Grande Giro nel 2020. È un classe ’93, ha una carriera davanti, e il Giro di pochi mesi fa è stata la sua prima vera prova con ambizioni di media classifica. Se a grinta Masnada non è secondo nessuno, il bergamasco pare voglia ripercorrere le orme di Caruso. «Mi rivedo molto in Damiano Caruso» racconta lui stesso ai microfoni di Giada Gambino su Bici.pro «Credo sarà proprio questo il mio ruolo nei prossimi anni».

Masnada è un attaccante nato, come Caruso si difende bene in salita, ma non ai livelli dei migliori in assoluto; come Caruso vince poco – anche se al momento ha raccolto qualcosa in più. Come Caruso ha ottenuto una bella top ten nel 2020 pur avendo sgobbato come un forsennato per aiutare il suo capitano al Giro. Anche per lui, almeno sulla carta, si prospetta un 2021 nel quale lo vedremo ancora lavorare per il capitano designato. Gli potrebbe venire incontro la condizione di quest’ultimo, ovvero Evenepoel. Qualora il belga non dovesse dare grandi garanzie di forma dopo l’incidente del Lombardia 2020, e Almeida fosse confermato verso il Tour, magari al corridore italiano della Deceuninck-Quick Step potrebbero toccare davvero i galloni del capitano. Attendiamo curiosi.

Tour de France 2012 – Ivan Basso e Vincenzo Nibali, gli ultimi due italiani sul podio del Tour: pronto il passaggio di consegne. Foto: BettiniPhoto©2012

A conferma della tesi esposta poco sopra prendiamo in esame la parabola di Nibali: il siciliano dopo anni di apprendistato in maglia Liquigas – attenzione: apprendistato non gregariato – sulle orme di Ivan Basso, è cresciuto progredendo stagione dopo stagione andando a conquistare poi i successi che tutti conosciamo. Certo, quando parliamo di Nibali, parliamo di un grande talento, ma quello da solo, se non coltivato, non basta. Il passaggio da talento a campione passa da tanti piccoli fattori che condizionano la carriera di un corridore. Per lui questi fattori sono stati, oltre alla classe, anche la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto e la bravura di essersi messo in proprio giocandosi le sue chance. E ha funzionato alla grande.

Il caso di Pozzovivo poi, in proporzione al talento, non è così diverso. Il lucano, passato tardi nel World Tour, dopo una lunga militanza con le squadre dei Reverberi, ha (quasi sempre) potuto giocarsi le sue carte e così facendo, dal 2007 al 2020, esclusi i ritiri, solo una volta è uscito dai primi 20 della classifica di una grande corsa a tappe, ottenendo risultati di prestigio e con una certa continuità: sei top ten, tra cui due quinti e due sesti posti tra Giro e Vuelta. E difatti nel decennio appena alle nostre spalle è di sicuro stato il corridore più costante dopo Nibali, anche se gli è sempre mancato l’acuto necessario o quel podio che ne avrebbe coronato la carriera.

Non solo uomini-squadra

Davide Formolo: tutta la grinta del mondo.

Non può mancare Davide Formolo in questo elenco. Il classe ’92 della provincia di Verona dopo essersi testato diverse stagioni come uomo di classifica ha capito che il suo meglio lo potrebbe dare nelle corse di un giorno impegnative – un campionato italiano vinto e un podio alla Liegi e alla Strade Bianche non mentono, così come le cavalcate trionfali in una tappa del Giro del Delfinato 2020 e in una della Volta a Catalunya 2019.
Jonathan Vaughters nel 2015, a inizio stagione si sbilanciò: «Davide Formolo vincerà sicuramente un Giro d’Italia» disse alla Gazzetta dello Sport. E quelle aspettative sono diventate un po’ la croce della narrazione attorno al corridore. Quell’anno Formolo vinse una tappa al suo esordio al Giro con quello che, secondo noi, è il suo vero marchio di fabbrica, la fuga da lontano su percorsi misti. Ha grinta, tempismo, tiene bene in salita e quando lanciato all’attacco sa far valere un motore di livello: tutte caratteristiche ideali per trasformarsi definitivamente in un corridore capace di togliersi quelle due tre grosse soddisfazioni a stagione, piuttosto che navigare a vista per un ottavo, decimo posto nella classifica generale di un Grande Giro. Fino a oggi a Formolo, che ha tuttavia ottenuto alcuni piazzamenti in classifica tra Giro e Vuelta, ma senza acuti, è sempre mancato quel salto di qualità in una corsa a tappe di tre settimane, a causa magari di una giornata storta dove perdeva tempo in classifica, oppure a prestazioni a cronometro non in linea con i più forti. Tutto questo con buon pace della profezia di Vaughters.

Ciclocross Madignano 2021 – Fabio Aru impegnaot nel ciclocross: che 2021 sarà il suo?  Foto: Roberto Bettini/BettiniPhoto©2021

Su Fabio Aru, invece, superfluo spendere più parole di quelle che si leggono in giro ed è doveroso quindi ampliare il discorso che lo riguarda a tutta la sua generazione di corridori. Quelli nati tra il 1989 e il 1991 – con l’eccezione di Roglič e in attesa di capire Quintana – che sembrano stati spazzati via dal nuovo che avanza. Aru, come Pinot, Bardet, Barguil, Chaves, mettiamoci dentro il Dumoulin delle ultime stagioni, Landa, corridori con un ottimo palmarès, ma che per un motivo o per l’altro si guarderanno indietro un giorno con l’impressione di essere stati quasi degli incompiuti. Certo è che il sardo tra 2014 e 2017 fu capace di risultati di enorme prestigio: vince la Vuelta 2015, due podi al Giro (2° nel 2015 e 3° nel 2014), un 5° posto sempre alla Vuelta (2014), un 5° posto al Tour (2017), con tanto di vittoria di tappa e maglia gialla indossata, mentre nel 2016 sempre in Francia, saltò per aria il penultimo giorno di corsa mentre si trovava sesto in classifica a poco più di un minuto e mezzo dal podio di Quintana. Sembra passata un’epoca per noi, figuriamoci per lui che ancora annaspa alla ricerca di un se stesso in bicicletta che forse mai più ritornerà.

Giro d’Italia 2020 – Per qualcuno Giulio Ciccone sarà la nostra punta per i prossimi anni nei Grandi Giri. Ma il forte scalatore abruzzese deve ancora dimostrare di essere a livello dei migliori per giocarsi una classifica generale. Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2020

Giulio Ciccone è il più giovane tra i corridori sin qui nominati (è un dicembre ’94): chi scrive stravede per l’abruzzese ma giudica il tentativo di puntare su di lui per le corse a tappe al momento azzardato. A costo di prendere una grossa cantonata: Ciccone dovrebbe confrontarsi con i migliori corridori nelle corse di un giorno impegnative – tagliatissimo per certi percorsi come il Lombardia, il trittico delle Ardenne, ma anche diverse semi classiche del calendario – e abbandonare le velleità di alta classifica.
Potrebbe prendere le misure nelle brevi corse a tappe provando fughe e vittorie parziali, e poi nei Grandi Giri essere libero di esprimere l’indole battagliera senza restare ingessato per un piazzamento da primi dieci posti, ma non da podio. Felici di essere smentiti: ma a ora non riusciamo a immaginarci Ciccone capace di lottare per una vittoria (o un podio) al Giro o alla Vuelta, figuriamoci al Tour. Eventualmente ne avremo la contro prova al Giro di quest’anno. La concorrenza è spietata, il livello nelle ultime stagioni si è alzato notevolmente e Ciccone appare un gradino sotto rispetto a corridori come Bernal, Pogačar, Roglič, Carapaz, Mas, persino paradossalmente a un Evenepoel che un Grande Giro non lo ha mai corso, ma anche ai vari López, Thomas, Sivakov, Geoghegan Hart, Landa.

Vuelta Espana 2020  Mattia Cattaneo sempre in fuga alla Vuelta – Foto: Luis Angel Gomez/BettiniPhoto©2020

Infine si potrebbe inserire in questa lista anche Mattia Cattaneo per il quale però vale un discorso differente da tutti gli altri. È l’ultimo vincitore italiano del Giro Under 23, passò subito nel World Tour in maglia Lampre ma più che le caratteristiche, le opportunità o i ruoli in squadra a frenarne l’ascesa è stata tutta una serie di problemi fisici. Dopo l’ottimo ultimo anno in maglia Androni (2019), Cattaneo si è guadagnato un contratto con la Quick Step provando, dopo un anno complicato dall’ennesimo infortunio, a fare classifica alla Vuelta. Ha chiuso al diciassettesimo posto, migliore degli italiani, sfiorando un paio di volte il successo di tappa. Difficile, però, oggi, a trent’anni già compiuti, immaginarlo in un ruolo differente dal gregario – seppur di lusso.

I motivi della crisi

Ma non si parla solo di numeri o di nomi. Detto di come influenzino negativamente i risultati i ruoli in squadra e la scarsa abitudine a lottare con l’eccellenza nelle fasi importanti, un’altra causa è che, banale a dirsi, si vive un momento storico sfavorevole. Un momento in cui, dopo Nibali, manca un campione assoluto – e sottolineiamo campione, non talento – capace di tenere testa ai migliori. Un momento in cui il movimento ciclistico italiano non è riuscito a dare alla luce uomini da grandi corse a tappe in grado di scontrarsi con tutta una generazione di corridori stranieri.

Alaphilippe conquista il mondiale a Imola. La Francia si è sbloccata nella corse di un giorno, ma ancora non riesce a trovare un uomo per le corse a tappe. (Foto: Luigi Sestili)

La forte concorrenza nei Grandi Giri che arriva dagli paesi stranieri è un altro fattore: non sono più le solite tre, quattro nazioni a dominare il ciclismo. E difatti, ma non è questa la sede giusta per parlarne, non è che altre nazioni “storiche” come Francia e Belgio se la passino meglio rispetto a noi, anzi. Anche se, soprattutto dal Belgio, stanno arrivando talenti che prima o poi saranno capaci di sfatare alcuni tra i tabù più lunghi della storia del ciclismo – il loro ultimo Grande Giro vinto risale al 1978. Sono tornati gli olandesi e arrivano in vetta con costanza inglesi e australiani, sloveni, colombiani ed ecuadoriani, tutte nazioni che dicono la loro nel nuovo assetto geopolitico mondiale e dove l’Italia mostra carenze a livello strutturale, con le proprie metodologie di crescita e di avvicinamento al mondo dei professionisti che evidentemente non funzionano più così bene come un tempo. Un po’ come se fossimo rimasti a guardare gli altri crescere cullandoci nella tradizione, convinti che bastasse per fare risultato.

C’è poi una questione che potremmo definire generazionale: i corridori passati negli ultimi anni nella massima categoria, lo hanno fatto dopo aver disputato poche o quasi nessuna corsa a tappe nelle serie giovanili. Questo pone un margine di svantaggio soprattutto nel confronto con i loro coetanei; si effettua il grande salto senza aver mai sviluppato né testato quelle caratteristiche fondamentali per imporsi nell’esercizio delle tre settimane: fondo, resistenza e recupero. E spesso quando ci si ritrova a lottare contro i pari età si prendono sonore sberle.

Giro dell’ Appennino 2019 – Giovanni Aleotti in maglia Cycling Team Friuli. Su di lui in tanti pronti a scommettere – Foto: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2019

Nelle ultime stagioni, però, la tendenza si sta invertendo grazie ad alcune squadre dilettantistiche o Under 23 che stanno intensificando la loro attività all’estero in aggiunta al rilancio o alla nascita di corse a tappe nostrane. I frutti non si vedono ora, li vedremo semmai fra qualche stagione.

Davide Cassani, su Cyclingpro, spiegava a fine Giro 2020: «Io credo che, il non avere un dopo Nibali, non è un problema nato oggi, ma le conseguenze di un qualcosa che è mancato anni fa. Mi spiego: dal 2012 al 2016 in Italia, la categoria Under 23 aveva in calendario una sola corsa a tappe, il Val d’Aosta. Il Giro d’Italia giovani ed altre gare a tappe erano sparite. Cosa vuol dire? Che le nostre squadre dilettantistiche, ottimamente organizzate ma in grado solo di gareggiare in Italia, avevano a disposizione un calendario non all’altezza e questo ha abbassato il livello della categoria. Mentre nel resto del mondo i ragazzi correvano a destra e a manca facendo esperienze fondamentali alla loro crescita, noi ci siamo chiusi a correre in Italia. Ma se negli anni ’90 avevamo 7/8 corse a tappe che tenevano alto il nostro livello, in seguito sono sparite ed il nostro movimento ne ha subito le conseguenze. Credo che, anche per questo motivo, non abbiamo, per il momento, il dopo Nibali perché non siamo riusciti a preparare nel modo giusto i nostri giovani nel passaggio al professionismo. E abbiamo perso una generazione di scalatori».

Per diversi anni in Italia difatti era sparito persino il Giro dei dilettanti (con tutte le sue denominazioni e formule, Giro Bio, Giro Under 23, ecc.) fondamentale vetrina di talenti per i giovani azzurri che riuscivano così a misurarsi con i coetanei più forti. Da quando è stato riportato in auge (2017), nessun italiano ha vinto la classifica finale e solo lo scorso anno, con il terzo posto di Colleoni, un corridore di casa è riuscito nuovamente a salire sul podio dopo otto anni – l’ultimo Aru, secondo nel 2012.

Un problema di World Tour

Campionati del Mondo Limburg/Valkenburg 2012 – Liquigas impegnata nella Cronosquadre – Foto: Graham Watson/BettiniPhoto©2012

Ci sono poi problemi legati alla mancanza di sponsor e di investimenti che hanno portato all’uscita totale dal World Tour delle squadre italiane. Non è un caso che gli ultimi vincitori di un Giro d’Italia o lo hanno fatto in Liquigas oppure sono cresciuti lì. La Liquigas possedeva una struttura e una filosofia ideale, che ha permesso a un corridore come Nibali di maturare per gradi, senza pressioni esagerate legate al tutto e subito, con un programma da seguire, un contratto a lunga durata e senza il rischio di bruciarsi come spiegato benissimo in questa intervista dall’ex Team Manager Roberto Amadio. Un Nibali cresciuto oltretutto attorno a un capitano di spessore come Basso dal quale ha potuto carpire i segreti del mestiere. La stessa Lampre, l’ultima World Tour italiana, ha visto la parabola completa di un certo Cunego, uno dei più grandi talenti del nostro ciclismo degli anni duemila. L’uscita di scena di queste due squadre è stato un danno che tutt’oggi stiamo ancora pagando.

Si tende a pensare che la mancanza di squadre World Tour sia solo la punta dell’iceberg delle difficoltà del nostro ciclismo, mentre in realtà è proprio da qui che a cascata derivano tutti i problemi. L’assenza di World Tour italiane significa meno corridori italiani che passano nel mondo dei professionisti, ma anche meno attenzione ai corridori italiani, meno ragazzi che hanno la possibilità di misurarsi e di fare del ciclismo un mestiere vero e proprio – non tutti riescono a navigare sino a 27/28 anni tra i dilettanti con un rimborso spese o con i premi gara – significa un effetto domino che porta all’abbandono precoce dell’attività, significa, come fa l’ Uroboro, innescare un processo dove senza un corridore italiano di vertice non si riesce a vendere il prodotto ciclismo e di conseguenza non si raccolgono grandi investimenti. Significa che il ciclismo non viene nemmeno più preso in considerazione come lavoro per il futuro.

Al Giro della Regione Friuli Venezia Giulia del 2020 nessun italiano non solo è salito sul podio, ma è entrato nelle prime dieci posizioni. Le ultime tre edizioni sono state vinte da tre grandi talenti del ciclismo mondiale: Pogacar, Champoussin e Leknessund.

Per Giorgio Furlan, attuale tecnico della General Store, squadra Under 23, «Oramai mancano corridori di valore perché il bacino da cui attingere è sempre più in diminuzione, ci sono tante corse in realtà, ma non bastano quelle. In Veneto abbiamo centocinquanta junior: siamo ai minimi storici». Mentre Christian Murro, ex corridore e ora organizzatore del Giro del Friuli dilettanti aggiunge: «Il problema è che gli allievi sono trecento: dove finisce quella metà? Dobbiamo capire perché tutti questi ragazzi smettono».

E poi, come accennavamo, manca un talento di livello assoluto, che deve ancora nascere o non lo abbiamo ancora visto arrivare (e a Ganna per il momento lasciamo fare benissimo quello che sa fare), oppure bisogna coltivarlo fra i tanti nomi interessanti e trasformarlo in campione. Perché bisogna avere la capacità, la pazienza, i mezzi per prendere questi talenti, costruirli e farli crescere. Bisogna dare loro la possibilità di esprimersi e misurarsi con i pari età stranieri.

Marco Pantani, sempre. Foto: BettiniPhoto

Certo è che diminuiscono i praticanti, che meno ragazzi vanno in bici e meno si iscriveranno a una società ciclistica. E meno ragazzi che praticano significa meno possibilità di attingere a un bacino dal quale possa emergere un futuro talento. Il giornalista inglese Herbie Sykes in un recente articolo sulla crisi del ciclismo italiano nei Grandi Giri, apparso sul magazine Pro Cycling, riporta alcuni dati che fanno capire qual è la situazione nel nostro paese. «Nel 2019, l’anno in cui British Cycling ha raggiunto 150.000 iscritti, la sua controparte italiana ne aveva 103.124. Di questi, 31.000 hanno affermato di essere giudici di corsa e organizzatori, e circa 41.000 gareggiavano tra gli amatori. L’Italia ha perso il 12% dei suoi corridori competitivi in tre anni, e due terzi del suo gruppo professionistico dal 1999». Sykes si riferisce al 1999, precisamente ai fatti di Madonna di Campiglio al Giro, perché per lui sono un po’ il grande spartiacque della parabola del nostro ciclismo. «La caduta in disgrazia di Pantani provocò un esodo di capitali, corse e interessi» scrive. Uno scotto che paghiamo ancora oggi.

Non è solo un fattore agonistico

La Festa della Bicicletta a Madrid nel 2018- Foto: Luis Angel Gomez/BettiniPhoto©2018

Ci sarebbe da analizzare l’esasperazione delle categorie giovanili, ma questo, oltre a coinvolgere tutto il mondo del ciclismo e non nello specifico solo quello italiano, è un argomento che tratteremo un’altra volta. Scavando più a fondo nei concetti, invece, e ribaltando la prospettiva, per Silvio Martinello il problema sta alle fondamenta, nell’educazione e nella cultura. «Alla mancanza di sicurezza che sta minando alla base il movimento» afferma in una recente intervista apparsa su www.bikeitalia.it l’ex campione olimpico su pista. «È un tema centrale: il ciclismo su strada sta attraversando un momento di crisi epocale per via della mancanza di sicurezza sulle strade. Basta guardare le corse giovanili dove il 90% dei partecipanti provengono da famiglie in cui si parla già la lingua del ciclismo, non si riesce più ad intercettare nessuno di nuovo. Più ciclisti per strada significa più sicurezza per tutti e un bacino di utenza più ampio che aumenterà anche la quantità e la qualità degli agonisti. È un concatenamento di fattori che abbiamo già visto altrove in Europa, in Germania o in Gran Bretagna per esempio, dove si è agito sulla sicurezza con determinazione e questo ha comportato anche un miglioramento dei risultati sportivi». Chi di voi, appassionato di ciclismo, manderebbe a cuor leggero il proprio figlio per strada a praticare questo sport? Urge in questo senso un intervento forte da parte delle istituzioni. E a proposito di basi: allargando il dibattito per un secondo, l’impressione è che in Italia lo sport non sia più al centro del discorso. non sia più un fattore di importanza culturale, né politica, né educativa. Magari ci si fa belli quando si contano le medaglie – finché dura – grazie a tecnici preparatissimi, come lo sono quelli del ciclismo, ma è un modo per continuare a nascondere i problemi. A scuola si parla quasi niente di sport, della sua storia e delle sue capacità educative come fosse argomento frivolo e di poco conto, ma soprattutto lo si insegna poco e male, come riportato da questo dettagliato dossier di Maurizio Mondoni.

Che futuro?

Gran Piemonte 2020 Ancora Giovanni Aleotti, qui in maglia azzurra, in azione. Foto: Tommaso Pelagalli/BettiniPhoto©2020

Torniamo, per concludere, al lato strettamente agonistico della faccenda. Siamo arrivati a un evidente cambio generazionale. La storia vive di cicli – mai immagine fu più appropriata – e chissà che in questi anni, come successe proprio a fine anni ’80, non possa esserci un passaggio di consegne. Il dopo Moser-Saronni ha visto la velocissime parabola di Visentini e Chioccoli, ma poi ha conosciuto Bugno, Chiappucci, Pantani, Gotti: non servono presentazioni per i nomi citati. Ci sono stati Simoni, Savoldelli, Basso e poi Nibali (e Aru, anche lui protagonista di una parabola intensa quanto rapida). E ora si guarda al futuro per capire chi possa raccogliere l’eredità.

È un contesto liquido: le difficoltà della generazione di quei corridori che adesso hanno dai 25 ai 32 anni circa, potrebbero non essere più le difficoltà di quei corridori arrivati nelle ultime stagioni o che devono arrivare. Grazie al cambio di filosofia di diverse squadre giovanili i volti nuovi del ciclismo italiano sembrano pronti a raccogliere il testimone.

Road World Championship Innsbruck – Tirol 2018 – Alessandro Fancellu vola verso una medaglia al mondiale di Innsbruck. photo Luca Bettini/BettiniPhoto©2018

Fra i più interessanti ecco Aleotti, Colleoni, Fancellu, Piccolo e Tiberi. Aleotti è quello che negli ultimi anni da Under 23 ha ottenuto i risultati più incoraggianti. Il secondo posto al Tour de l’Avenir nel 2019, al cospetto del meglio in gara nel panorama internazionale, è una base importante da cui partire, per un corridore che ci viene dipinto dai suoi tecnici non solo come uno dal gran motore, ma come uno con la testa fatta per primeggiare.

Colleoni è stato il migliore italiano all’ultimo Giro Under 23 e, come Aleotti, ha da subito la possibilità di cimentarsi nel World Tour con una squadra importante – Aleotti nella BORA-hansgrohe, Colleoni nel Team BikeExchange. E poi ancora Fancellu, scalatore della EOLO-Kometa, che secondo il suo Team Manager Basso ha tutte le qualità per emergere persino come fuoriclasse del ciclismo.

2019 Road World Championship Yorkshire – Antonio Tiberi: campione del mondo a cronometro tra gli junior nel 2019. Foto Luca Bettini/BettiniPhoto©2019

Tiberi e Piccolo, rispettivamente con Trek-Segafredo e Astana da questo 2021, hanno qualità importanti, ma andranno anche loro fatti crescere con grande calma e per gradi, anche perché, a conti fatti, non hanno ottenuto risultati di rilievo tra gli Under 23 nelle corse a tappe. C’è poi Conca, il quale però sembra, parole sue, voler raccogliere il testimone delle fughe vincenti da De Gendt, nonostante tra 2019 e 2020 abbia ottenuto risultati importanti nella categoria Under 23 in alcune corse a tappe di prestigio. Tra quelli che già stanno correndo tra i professionisti almeno dall’anno scorso, vanno seguiti Bagioli (Andrea) e Covi, che però, nonostante i risultati tra gli Under nelle prove a tappe, sembrano decisamente più tagliati per le corse di un giorno, mentre Conci e Fabbro, dopo qualche stagione di apprendistato, devono ancora dimostrare tutto nei Grandi Giri. Anche se per loro potrebbe valere quel discorso di crescita graduale di cui si parlava prima. D’altra parte, come dice il detto colombiano: non tutte le arance maturano allo stesso tempo.

Certo, per questi corridori lo scontro sarà duro e da essere un buon prospetto a diventare un vincitore del Giro d’Italia ce ne passa. Oltretutto stiamo vivendo uno dei momenti più floridi a livello di competitività nelle corse a tappe. Il livello è altissimo. I corridori appartenenti alla stessa generazione dei giovani italiani menzionati sono Bernal o Pogačar, che hanno già vinto un Tour, oppure Mas o Gaudu che hanno già dato segno di poter lottare al vertice, senza dimenticare Geoghegan Hart o Hindley, primo e secondo al Giro 2020. La strada da fare è ancora molto lunga, probabilmente passeranno anni di risultati ancora peggiori rispetto al 2020. Ma il futuro non possiamo che guardarlo con gli occhi pieni di fiducia.

Foto in evidenza: Gio Auletta / Pentaphoto


Di super tuck e modifiche UCI

In questi giorni l’UCI ha apportato delle modifiche sostanziali rivolte, tout court, alla sicurezza dei corridori in gara. Modifiche attuate nei limiti del possibile e con tutte le difficoltà del caso che ci saranno per chi organizza le corse, ma che cercano di venire incontro ai corridori che esigono, a ragione, che il loro posto di lavoro sia sempre sicuro, ogni giorno di più. Anche se, come vedremo, non tutti hanno accolto favorevolmente i cambiamenti.

Alcune modifiche saranno graduali e per il momento si partirà dal World Tour: si passa dal transennamento dei finali di gara alla segnaletica dei pericoli, dalla protezione di ostacoli lungo il percorso di gara al rifornimento e alla raccolta dei rifiuti, ma non solo (qui, per chi fosse interessato a entrare nel dettaglio, potete trovare tutte le modifiche https://www.uci.org/docs/default-source/rules-and-regulations-right-column/part-ii-road/2-roa-20210401-e-amendments-on-01.04.2021—updated-08.02.21.pdf mentre qui il comunicato ufficiale dell’UCI: https://www.uci.org/inside-uci/press-releases/the-uci-reinforces-rider-safety-and-its-commitment-to-sustainable-development).

Ma quello che sta facendo discutere di più è il divieto delle posizioni in bici definite “super tuck” e, per comodità, “da crono”. La “super tuck”, posizione usata in discesa, con il corpo quasi disteso sul tubo, già adottata da diversi corridori tra gli anni ’80 e gli anni ’90 e tornata in voga nelle ultime stagioni, era già discussa tempo fa e formalmente sembrava essere già vietata, anche se tollerata: “Il ciclista deve normalmente assumere una posizione seduta sulla bicicletta. Questa posizione richiede che gli unici punti di appoggio siano i seguenti: i piedi sui pedali, le mani sul manubrio e il sedere sulla sella” così riportava la regola 1.3.008 . Molti già si stanno chiedendo allora se è vietato scattare in piedi.

Mentre con le modifiche apportate l’8 febbraio si entra più nello specifico: “I corridori devono rispettare la posizione standard definita dall’articolo 1.3.008. Inoltre è vietato stare seduti sul tubo orizzontale e utilizzare gli avambracci appoggiandosi sul manubrio, tranne nelle prove a cronometro”. Dal 1° aprile entrerà in vigore il nuovo regolamento: da un’ammenda fino alla squalifica dalla corsa per chi adotterà questa posizione.

Giro d’Italia 2020, posizione “da crono”. 16° Tappa, Udine-San Daniele. Jan Tratnik (SLO), Emanuele Boaro (ITA). Foto: Gabriele Facciotti | Pentaphoto

Dunque niente più “super tuck” che, diciamolo francamente, mette i brividi a vederla, emoziona certo, ti dà una scarica di adrenalina, ma è quell’emozione che fa paura. In più uno studio fatto qualche stagione fa dall’Università di Eindhoven che metteva a confronto diverse posizioni in discesa, sosteneva come la posizione, oltre che pericolosa, non fosse di certo la più redditizia: https://www.linkedin.com/pulse/which-cyclist-hill-descent-position-really-superior-froome-blocken/.

Diverso il discorso se dovessimo esprimerci sul divieto della posizione “da crono”, adottata per essere più aerodinamici, nelle gare in linea: quella con gli avambracci distesi sul manubrio per intenderci. Utilizzata soprattutto quando si è in fuga oppure davanti al gruppo a tirare. Qui magari verrebbe forse da sorridere, anche se alla fine chi rischia la pelle sono loro, i corridori, e quindi il nostro giudizio lascia un po’ il tempo che trova. Oltretutto per alcuni è una posizione pericolosa se trovi una buca in strada, una folata di vento che ti sposta all’improvviso o se magari la stai mantenendo pedalando in gruppo.

Tuttavia si presume che alcune di queste modifiche – almeno sulla carta – siano state portate al tavolo delle discussioni proprio dai rappresentanti dei corridori, ma sappiamo come in gruppo vi sia una spaccatura e la nascita di un nuovo sindacato e questo potrebbe avere un peso anche sulle dichiarazioni di queste ore. E difatti per qualcuno il problema è diventato non tanto il cambiamento della regola, ma il fatto che in realtà i corridori non sarebbero stati interpellati.

Difatti Alex Cataford, corridore della Israel Start-Up Nation, sostiene: «Per essere chiari: come membro del CPA non sono mai stato informato di discussioni su possibili divieti su posizioni aerodinamiche. La prima volta che ne ho sentito parlare è stato sui media dopo che le regole sono state ufficializzate».

Mentre secondo Gianni Bugno, presidente del CPA, la responsabilità dei corridori è quella di essere esempi per chi li vede e li emula: «I corridori sono liberi di tenere le diverse posizioni in bici quando si allenano da soli ma non nelle gare quando sono in televisione. Hanno una responsabilità come esempi da seguire per tutti gli altri. Sanno come guidare ad alta velocità nelle gare e sono meno a rischio perché corrono su strade chiuse: le posizioni potrebbero non essere un pericolo per i corridori professionisti, ma lo sono per i giovani corridori e per i corridori occasionali che cercano di emularli».

Guarnieri, corridore sempre attento e pronto a esprimersi quando si parla di sicurezza, scrive sul suo profilo Twitter: «Le modifiche sulle posizioni in bicicletta sono buone» anche se per la verità, al momento, pare uno dei pochi tra quelli che si sono espressi, su questa linea.

Di diverso avviso invece Iljo Keisse, ma anche altri suoi colleghi (De Gendt, Vervaeke, Jungels, tra gli altri, andate a cercarvi i loro messaggi su Twitter e i vari botta e risposta in rete). «Siamo professionisti e pedaliamo ogni giorno. È ridicolo che qualcun altro decida come dobbiamo stare in bici» il parere del belga della Deceuninck-Quick Step. Keisse aggiunge anche che «nessun corridore metterebbe le mani sul manubrio in posizioni pericolose su una strada non adatta». Sempre secondo Keisse: «È assurdo. ognuno dovrebbe decidere da solo cosa è sicuro e cosa no, non servono regole imposte da chi non ha mai corso in bici o che lo ha fatto vent’anni fa».

Nemmeno sulla sicurezza un fronte comune. Le spaccature all’interno del gruppo proseguono e le polemiche non sono destinate a fermarsi nelle prossime ore.

Foto in evidenza: Kei Tsuji/BettiniPhoto©2020


Duecento metri

Per quanti metri la corsa continua a pulsare dopo aver fermato la sua spinta? Saranno duecento, trecento metri dopo il traguardo, il luogo della comprensione. Luogo non luogo perché insieme del tutto e del niente. Ma è lì che l’umanità si tocca a grappoli, come sempre del resto, perché è tutto ciò che non si vede e non si sente a vedersi e sentirsi di più. Perché la regola è sempre quella: non è il rumore a permettere l’ascolto. In quei duecento metri dopo la linea di arrivo c’è un mondo parallelo che apparentemente ha poco a che vedere con la corsa, in realtà per raccontare la corsa quei metri bisognerebbe conoscerli a memoria. Soprattutto di quei metri bisognerebbe fare propria la consapevolezza, che altro non è se non attenzione e conoscenza. Bisognerebbe farla propria perché quando si lasciano quei metri, se ci si è stati come bisognerebbe stare in qualunque situazione che ci tocca, forse si sa qualcosa in più di tutto ciò che serve e di tutto ciò che basta.
Dopo quella linea c’è l’abbandono. No, non solo quello di tante persone per cui la tua esistenza è strettamente connessa al vorticare dei pedali. Come se ci fosse un cono d’ombra dentro al quale puoi perderti senza che a nessuno interessi. Soprattutto se perdi, soprattutto se nessuno ti aspetta al podio, se “il tuo nome non è sui giornali e non si fa ricordare”. Qualche volta ti sei anche sentito parte di un circo più grande di te, ingranaggio di quel gruppo che risveglia voci e applausi. E se a casa hai tua figlia con trentanove di febbre? Se ti hanno detto che l’anno prossimo non correrai più per quella squadra? Se tua moglie ha perso il lavoro e non riesce più a dormire la notte? Che ne sanno quelli lì? Non immaginano neppure che in certi momenti vorresti solo tagliare quella linea per tornare a prenderti cura di quelli a cui vuoi bene. Non pensano che in altri istanti quella linea non vorresti mai tagliarla perché tu che non sei nessuno grazie a quel circo che ti inghiotte puoi sperare e dimenticarti tutto quello che non va, che non è mai andato.
In quei metri l’abbandono maggiore è il tuo. Abbandoni il tuo corpo, sparpagliato là dove solo la forza di gravità lo blocca, per terra. E non importa che ci sia asfalto, ghiaia, erba, sassi, non importa che ci siano quaranta gradi al suolo, che l’acqua ti inzuppi pure l’anima o il gelo rovente ti bruci la pelle. Lì c’è il male e tu sei stanco. Ti butti da qualche parte e ti lasci andare. La comprensione arriva in quel frangente. Quando vengono a raccattarti da dove non ti si riconosce quasi più. E ri-prendere è molto più difficile che prendere. Lo sappiamo tutti se abbiamo provato a intrecciare almeno una volta le mani con quelle di una persona che stava andando altrove. Per ri-prendere devi capire cosa serve e quanto basta. Julio Velasco lo raccontava: «Osservate una qualunque nonna mentre fa il suo piatto preferito. Guardatela mentre aggiunge il sale: una presa, un altro poco, sta per chiudere il barattolo del sale, si guarda attorno e ne aggiunge ancora un poco». Ecco, il “quanto basta” è lì, racchiuso in quel ripensamento senza nemmeno assaggiare la pietanza. Per aiutare qualcuno, anche solo per poterci provare, il “quanto basta” è essenziale. Lo sanno i massaggiatori che in quei metri sono l’anima di scorta di ogni atleta. Lo sanno perché sanno il momento in cui porgere la mano. I momenti sono la questione fondamentale. Per aiutare qualcuno devi avere cura dei suoi momenti, tralasciando parzialmente i tuoi. Vuol dire lasciare che non parli, perché non c’è più fiato, lasciare che non ti guardi nemmeno negli occhi perché arrabbiato o deluso, e restare incollato alla sua ruota anche se non smette di pedalare e fugge via, significa farlo perché sai che di te lui ha bisogno. Che se non sei dove ti vuole il bisogno, per lui sarà tutto più difficile e anche per te perché tu, in quel momento, potevi. Lui no, tu sì.
Comprendere vuol dire questo. Vuol dire che certe cose non sono sempre possibili o almeno non lo sono per tutti. Non significa pesare su una bilancia ma raccogliere da un mestolo. La bilancia segna una quantità, il mestolo raccoglie tutto ciò che può e anche di più. A rischio di traboccare. Ma ecco il segreto: ci sono occasioni in cui il nostro traboccare è un rischio percorribile. Il traboccare di altri un azzardo. Per stare in quei metri, questo devi saperlo. Devi sapere che è tutta adrenalina e che le emozioni incontrollate non guardano in faccia a chi prova a curarle. Non importa, tu ci sei per quello. Tu fai la tua valigia per quello. Per passare la borraccia giusta nel giusto istante. Giusta perché né troppo piena, né troppo vuota, giusta perché con zuccheri o sali minerali, giusta perché né troppo fredda, né troppo calda. Soprattutto giusta perché al servizio della necessità e del ”tuo bene”. Già, perché talvolta la necessità è il tuo bene e talvolta il tuo bene è la necessità. Non è la stessa cosa, no. Pensateci.
Lì dove slacciare un caschetto è un inno alla delicatezza, lì dove appoggiare un borsone a terra per far distendere un ragazzo sfinito è questione di attenzione, lì dove sai che, certe volte, non serve parlare, che non serve toccare, basta esserci. Perché il bisogno non ha per forza la necessità di essere spiegato ma ha la necessità di essere capito. Perché il bisogno non ha bisogno di parole ma di attenzione. E non hanno senso i “potevi dirmelo” ma solo i “potevi capirlo”.

Foto: Eloise Mavian


Le ferite di Fabio, di Dylan e del ciclismo

Mi piacerebbe poter chiedere conforto e ispirazione a Gianni Mura per questo incipit e magari trarre spunto da qualche sua bella frase, un commento, un virgolettato per essere il meno banale e retorico possibile e spiegare con parole che non mi vengono, o con maggiore accuratezza, che anno di merda sia stato il 2020. Purtroppo però, il tempo se lo è portato via.

Mi piacerebbe parlare di Fabio e Dylan – li chiamo per nome – come se i loro destini avessero preso strade differenti; come fossero due ragazzi che hanno battagliato per mesi subito dopo il traguardo di Katowice dove invece, qualcosa, che poi è il loro tutto, si sarebbe spezzato per sempre.

Erano lanciati a ottanta all’ora verso quell’arrivo in discesa che non ha senso di esistere; Dylan cambia traiettoria, chiude Fabio all’esterno, e allarga il gomito; è vero non si fa, non si dovrebbe fare, il suo gesto è pericoloso, pericolosissimo, quello del corridore è un mestiere infame: ma quante volte succede in volata?
(nessuna giustificazione, solo un dato di fatto).

Fabio sbatte sulle transenne e scompare per un attimo, sembra risucchiato, carambola a una velocità difficile da decifrare. Le transenne dovevano essere lì per ragioni di sicurezza e invece, posizionate e fissate male, troppo leggere, finiscono per disintegrarsi sotto l’energia cinetica del ragazzone olandese. «Stavo bene, ero a ruota di Davide e Florian, dopodiché il buio» – Fabio è tornato a parlare della vicenda qualche giorno fa su un quotidiano olandese.

Ricorda, o forse glielo hanno semplicemente raccontato, che se è ancora vivo il merito è del caso che ha le sembianze di un commissario UCI che ha attutito il violento colpo e ha fatto sì che Fabio rallentasse la sua paurosa corsa evitando di finire violentemente contro il pilone del traguardo. Poi l’intervento di Sénéchal, suo compagno di squadra. «Florian ha visto il panico nei miei occhi, ha visto il sangue che sgorgava: ha sollevato la mia testa in modo che il sangue potesse uscire dalla mia bocca e dal naso». E nemmeno Florian ricorda bene quegli attimi, sa solo che ha passato giorni a piangere e disperarsi pensando che con quel gesto avrebbe potuto provocare danni peggiori a Fabio. «Ha scelto tra due mali: ed è stata la scelta giusta».

Pensava di morire, Fabio – e lo abbiamo pensato tutti inutile girarci attorno. Chi ha visto quella scena dal vivo ha i brividi tutt’ora. «In ospedale perdevo conoscenza continuamente, mi svegliavo e mi riaddormentavo, ho preso diversi farmaci, facevo fatica a respirare e pensavo: è così ora morirò».

È a pezzi e probabilmente lo resterà per sempre, ha subito tutta una serie di interventi di ricostruzione del volto che ancora non sono terminati. «Il danno peggiore è alle corde vocali: sono vitali per respirare e per pensare di tornare a essere un corridore. A marzo mi piacerebbe essere in gruppo con i miei compagni e magari correre ad agosto, ma i medici vogliono fare le cose con calma. Paura? Non ho mai avuto incubi sull’incidente perché non ricordo nulla, ma non so come sarà quando e se tornerò in gruppo».

A pezzi è anche Dylan: ha sbagliato, pagherà. Più che la squalifica – tornerà in corsa a maggio – rimarranno per sempre squarci indelebili nell’anima, ferite tali che quando provi a mandare giù il groppone restano sempre lì, che diventano scosse elettriche che sembrano strapparti l’anima dal corpo. Paranoia, sensi di colpa, sarà straziante sopportare il giudizio di un gruppo – quello dei suoi colleghi – che punterà il dito contro di lui. «Nove mesi di squalifica sono una punizione severa, ma lo sarà ancora di più quello che si porterà per sempre dentro» afferma Gilbert. «Certo è che molti in gruppo faticheranno ad accettarlo di nuovo».

È stato sbattuto in prima pagina, ha sbagliato, ha pianto disperatamente, ha chiesto perdono. «La scena che avevo davanti mi ricordava quella di una famiglia in lutto, sconfitta. Scene di sofferenza e di vuoto» racconta una giornalista olandese che lo ha intervistato pochi giorni dopo l’incidente.

Ma ne esce a pezzi anche il ciclismo: il team manager della squadra di Jakobsen ha invocato il carcere per Groenewegen nelle drammatiche ore subito dopo l’incidente; l’UCI ha pensato inizialmente di lavarsi le mani e di fare di Dylan il capro espiatorio, nascondendo i problemi di sicurezza in corsa (non solo tra i professionisti, ma anche nelle corse minori, giovanili eccetera) che ci sono da anni e che negli ultimi tempi sembrano aumentare.

Nei mesi successivi all’incidente si è aperto un dialogo: ci sono stati incontri tra sindacato dei corridori, il CPA, organizzatori e UCI sul tema della sicurezza; dopo uno di questi incontri Gilbert ha strigliato i colleghi rei di non essersi interessati alla faccenda. «Si organizzano spesso incontri di questo genere e non si presenta mai nessuno. In questo caso sembra che solo io e Trentin abbiamo ritenuto valesse la pena presenziare alla riunione del Professional Cycling Council. Come se a ragazzi di vent’anni che corrono non stesse a cuore quello che è il loro futuro. Ci si lamenta sulla sicurezza attraverso i media, sui social ma se davvero vuoi cambiare qualcosa devi sapere quando è il momento buono per aprire la bocca e dire la tua».

Per alcuni non partecipare a questi incontri è invece sembrato il normale mutare delle cose che sta portando a una spaccatura all’interno del gruppo dei professionisti. Per Michael Mørkøv, compagno di squadra di Fabio Jakobsen, il CPA è un organo totalmente inutile e che non ha mai fatto nulla per cambiare il sistema. Altri lo giudicano una marionetta dell’UCI. Da poche settimane, invece, è nato un nuovo sindacato, The Rider’s Union, attualmente non riconosciuto dall’Unione Ciclistica Internazionale e del quale fanno parte diversi corridori ex corridori e procuratori.

Qualcosa in quelle riunioni, però, pare si sia intravisto: veicoli in corsa e transenne sono stati i temi maggiormente messi sotto esame. «Le transenne devono essere più sicure: se le colpisci non devi rischiare la vita. E devono essere disposte prima dei trecento metri dall’arrivo. E poi un altro tema delicato è l’esagerato numero di veicoli presenti in gara». Per Trentin la sicurezza dovrà essere tema prioritario per il 2021.

Intanto a margine di tutto ciò, il Giro di Polonia è stato premiato in patria come  “Evento sportivo dell’anno per aver messo in piedi al meglio la prima corsa a tappe ciclistica internazionale dopo la pandemia”. Celebrato sul palco da Agata Lang, vicepresidente della corsa e dell’UEC (Unione Europea del Ciclismo), e sui social dall’account Twitter della corsa.

Le ferite di Fabio e Dylan resteranno per sempre, ma forse serviranno a cambiare qualcosa. Spaccature politiche permettendo e che si combattono, però, sempre sulla pelle dei corridori.

Foto: Tim van Wichelen/CV/BettiniPhoto©2020


Uscire allo scoperto

Justin Laevens non ha ancora vent’anni, li compirà il prossimo 9 marzo. Eppure questo ragazzo, pochi giorni fa, ai microfoni di SportNu, ha detto parole coraggiose, rare: «Sono omosessuale. Nel mondo dello sport è difficile uscire allo scoperto. Voglio essere un esempio per tutti coloro che sono rintanati nel proprio guscio. Ci pensavo da due anni, in realtà, ed è stato un grande passo. Avevo particolarmente paura delle reazioni degli altri corridori o dei team più grandi: temevo che mi avrebbero guardato con occhi diversi». Abbiamo parlato di coraggio, già. Perché anche la più vera normalità, in questi tempi, è ancora difficile da dire, da raccontare. Sembra assurdo, è assurdo. Ma purtroppo dirsi omosessuali resta difficile a tutt’oggi. Perché la società sa essere cattiva, magari in maniera subdola, attraverso l’esclusione o la percezione del “sentirsi diversi”. Non la diversità che è un valore, la diversità che è una colpa, che è un errore.
Una delle più complete ricerche sul tema dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere nello sport è stata commissionata dall’Unione Europea, che nell’ambito del programma Erasmus+ ha finanziato il progetto Outsport: un’iniziativa di contrasto alle discriminazioni, che ha portato alla realizzazione di una ricerca sulla situazione attuale a livello europeo; il quadro complessivo, che emerge da questo studio, evidenzia come:

– Il 90% delle persone LGBT intervistate percepisca l’omofobia nello sport come un problema;
– Il 33% non parli della propria sessualità in ambito sportivo;
– Il 20% abbia rinunciato a praticare una disciplina sportiva di proprio interesse a causa delle preoccupazioni sul proprio orientamento sessuale/identità di genere;
– Il 16% riporti almeno un’esperienza spiacevole legata allo sport (insulti, emarginazioni, provocazioni, violenza fisica), in un caso su due a opera dei compagni di squadra.

Dati che riguardano persone dichiaratamente LGBT, che hanno partecipato alla ricerca, mentre rimane una larga parte di sommerso.
Ed è proprio analizzando i dati di questa ricerca che ci rendiamo conto di quanto sia stato difficile uscire allo scoperto per Justin Laevens ed è a lui che vanno i nostri complimenti più sinceri. Perché ha fatto qualcosa di normalissimo ma difficile per la società in cui vive. Di più: vanno i complimenti perché lo ha fatto per se stesso e per gli altri. Perché vorrebbe essere un esempio. Perché forse in questi due anni, in cui ha riflettuto, è stato male a non dire la verità per paura del giudizio, per paura dell’esclusione e ora si è preso per mano e si è detto: «E se qualcun altro, magari più piccolo, ancora adolescente, stesse passando quello che ho passato io? Magari senza l’appoggio della famiglia o, peggio, col timore di dirlo in famiglia». Già, perché Laevens ha sempre avuto l’appoggio dei propri genitori, sono stati anche loro a convincerlo a parlare, a raccontare, perché poi sarebbe stato meglio. Casa, per Laevens, era davvero casa, il luogo della sincerità, il luogo in cui puoi essere tutto quello che sei. Per molti, per timore del giudizio, non è così ancora oggi. Non lo è a casa, figuriamoci fuori. Per questo quell’appello, quel “parlate, ditelo” è importantissimo. Senza fretta, con i propri tempi e la propria sensibilità, ma è giusto parlare, è giusto dirlo, è giusto raccontarlo come si racconterebbe qualunque altra cosa. Il resto è ignoranza e l’ignoranza si sconfigge solo non temendola, non lasciandole spazio per infiltrarsi e per decidere cosa sia giusto o sbagliato. Laevens ha capito il senso più vero dell’essere modelli. Qualcosa che ha a che fare col prendersi sulle spalle ciò che potrebbe non interessarti, farsi carico di qualcosa che ti tocca ma non è solo tuo, soffrire di più, soffrire prima. Essere modelli è questo, essere uomini e donne è questo. Solo questo. Ed è l’unica cosa che interessa in un uomo o in una donna.

Foto: Instagram/Proximus Alphamotors Doltcini