Le azzurre a Grenchen: al via gli europei su pista

Ci siamo! Oggi iniziano gli Europei su pista di Grenchen, in Svizzera. «Una pista che conosciamo bene- ci dice subito Diego Bragato- preparatore dell'Italpista- perché qui, pochi mesi fa, è avvenuto il record dell'ora di Filippo Ganna: 56,792. Non te li scordi più certi luoghi».
Sì, il velodromo è proprio quello, esattamente un anno dopo l'inizio del lavoro di Marco Villa con la nazionale femminile su pista. È stato «tutto nuovo», ci spiegano, il modo di rapportarsi con le atlete e anche l'organizzazione del lavoro. La mattina dell'Europeo, è appunto questa una delle prime osservazioni di Bragato: «L'aumento delle gare femminili su strada, con l'equiparazione dei calendari uomini e donne, ha senza dubbio rappresentato qualcosa di positivo per le squadre e per le stesse atlete. Devo anche dire che è diventata più difficile l'organizzazione del nostro lavoro, in vista di appuntamenti come l'Europeo. Le squadre femminili non hanno, spesso, un organico ampio quanto quelle maschili e indubbiamente la sottrazione di atlete di rilievo per gli appuntamenti della nazionale ha un peso rilevante. Un esempio: Vittoria Guazzini è arrivata qui da un ritiro, proprio in questi giorni. Abbiamo spesso lavorato singolarmente con le ragazze che, ancora una volta, hanno mostrato la loro professionalità. La situazione si gestisce per priorità, in vista dell'Olimpiade, probabilmente, chiederemo una ancor maggior collaborazione alle squadre».
Il progetto di Marco Villa è sempre lo stesso ed è focalizzato sulla continua crescita della squadra e la verifica di come le atlete reagiscono alle diverse situazioni, per questo motivo le atlete schierate varieranno e ognuna delle convocate avrà modo di mettersi alla prova. Bragato approfondisce il tema: «Se guardassimo solo alle medaglie, alla vittoria, potremmo schierare una ragazza particolarmente forte in tutte e cinque le gare. Sono cicliste di livello e agendo così avremmo quasi sicuro il risultato. Facendo in questo modo, però, non cureremmo la crescita del gruppo. Noi vogliamo che tutte le atlete siano pronte e sappiamo gestire le varie situazioni».
A Montichiari sono state effettuate le prove quasi definitive di ogni specialità, ma la decisione finale su chi verrà schierato in alcune discipline sarà presa solamente in mattinata. Una variante importante è quella della temperatura: mediamente a Grenchen, nel velodromo, è intorno ai 26 gradi, ma ieri, nelle prove, era inferiore, tra i 20 e i 22 gradi, «certamente è una pista molto veloce, ma una differenza di questo tipo permette di togliere circa mezzo secondo a giro, non è da poco. Per questo, stamani capiremo arrivati in pista come sarà la situazione e da lì torneremo a riflettere anche sui rapporti».
A Grenchen convocate: Paternoster, Zanardi, Balsamo, Barbieri, Guazzini, Fidanza, Alzini, Capobianchi e Vece. Di certo l'attenzione maggiore è puntata sul quartetto perché «abbiamo la nazionale Campione del Mondo, anche se non sarà con noi Chiara Consonni», un monito è tuttavia necessario: «Dobbiamo fare bene, le aspettative sono alte, ma ricordiamoci che siamo a febbraio e i mondiali sono stati a ottobre: le condizioni di forma sono per forza diverse». Fare bene significa anche racimolare i punti preziosi con uno sguardo su Parigi.
Per il quartetto, aggiunge Bragato, le avversarie da controllare sono indubbiamente la Gran Bretagna e la Germania: «Vanno davvero forte» è l'osservazione lapidaria. «Villa vorrebbe provare Elisa Balsamo e Vittoria Guazzini in coppia nella Madison, Rachele Barbieri, invece, nelle discipline di gruppo». A queste idee, dovrebbero aggiungersi: Letizia Paternoster nell'eliminazione e Martina Fidanza nello scratch.
Diego Bragato ci sottolinea un aspetto che sta sempre più cogliendo in questi giorni con le azzurre: «Si parla molto di mentalità vincente, di atlete vincenti. Ci sono molti modi per identificare cosa sia la mentalità vincente e cosa significhi averla. Io parto da un esempio banale: basta sedersi a tavola con queste ragazze per capire che non ragionano come si ragiona normalmente. Hanno qualcosa in più, una visione diversa. Lo capisci anche a pranzo. Credo questo racconti molto».
Ieri ancora una simulazione di una parte di gara. Stamani sveglia, colazione e richiami sui rulli, che verranno ripetuti anche in pista. Intanto si definiranno gli ultimi dettagli. Poi iniziano gli Europei di Grenchen, in Svizzera, dove Ganna ha stabilito il record dell'ora.


Spunti dal velodromo

È vero: ieri il conteggio delle medaglie per la nazionale italiana si è fermato (ieri a un certo punto si è anche fermato tutto il carrozzone, durante la Madison femminile, per un problema alle luci del velodromo: succede anche questo); e ancora bisogna metabolizzare per bene quello che è accaduto il giorno prima: perché Ganna ha registrato col pollicione e le gambone quella che resta senza ombra di dubbio una delle prestazioni indimenticabili della rassegna (e sbilanciandoci anche della storia recente del ciclismo italiano) - un venerdì sera da raccontare, ancora e ancora, e da rivedere: con Mathilde Gros che, battendo Emma Hinze nella semifinale della sprint femminile, dopo una lotta di nervi e sguardi, e poi conquistando l'oro, faceva impazzire il pubblico francese e pure la stampa di casa.
Tornando a ieri, però, cose ce ne sarebbero e ce ne sono da sottolineare anche o soprattutto al di fuori del contesto Italia.
Hayter ha dominato l'Omnium con una superiorità che potremmo definire imbarazzante - un imbarazzo direttamente proporzionale, come ben spiegato da Marco Grassi su Cicloweb, a quello provocato dalla regia, che non ci faceva capire nulla di quello che succedeva, e dagli stessi giudici che dovevano guardare e riguardare i video per capire chi, infine, si sarebbe dovuto mettere al collo il bronzo tra Gate e Larsen. Per la cronaca ce l'ha fatta il capellone neozelandese il quale speriamo prima o poi possa avere una chance importante anche su strada.
Nominiamo il giovane canadese Bibic (classe 2003 e già oro nello Scratch giovedì) prima di ritornare con due parole su Hayter. Bibic è un under 23 al primo anno e già lotta con gli élite, vince medaglie pesanti, non si ritira dalla contesa. Pure ieri c'ha provato e riprovato prima di "arrendersi" alla superiorità ed esperienza altrui. Qual ora dovesse mantenere (e crescere) avremmo trovato un futuro fuoriclasse della pista.
A proposito di fuoriclasse, Hayter. Fenomenale la sua condotta di gara nell'Omnium - di cui era campione in carica. Una gestione totale della superiorità: ha vinto una delle volate della corsa a punti finale tenendo in fila il gruppo per tre giri senza che nessuno riuscisse nemmeno ad affiancarlo. E dietro aveva gente come Thomas, Gate, Viviani, eccetera. Esce da questi quattro giorni, Hayter, con due ori al collo, e oggi la possibilità di vincerne un terzo. Niente male per il ragazzo londinese che in Inghilterra da anni è considerato una sorta di prescelto. Sia su strada che su pista.
Anche perché ha battuto Benjamin Thomas che l'ha spuntata per il secondo posto più di nervi (e classe, e attitudine, lui signore dell'Omnium, una rimonta d'argento consumata negli ultimissimi giri della "sua" corsa a punti, spinto dal pubblico che lo adora, giustamente) che di forma, visto che, parole sue, non è al massimo.
Oggi ci sarà una Madison che al via vede nomi di altissimo livello. C'è la rivincita tra Gran Bretagna e Francia (tra Hayter e Thomas che, come vuole il format, non saranno però da soli a difendere le proprie bandiere) ma con almeno altre sette, otto coppie, Italia compresa, pronte a inserirsi.
A proposito di Madison ieri è stata la giornata di Lotte Kopecky che grazie a un'azione furba e furibonda nel finale (aiutata chiaramente dalla compagna Bossuyt) è andata a rimpolpare un palmarès 2022 che ha semplicemente del clamoroso. Su strada: vittoria alla Strade Bianche, al Giro delle Fiandre e nella cronometro nazionale. Seconda alla Roubaix e al Mondiale.
Su pista: oro europeo nell'eliminazione e nella corsa a punti, oro mondiale nell'eliminazione e nella madison. E anche lei oggi ha un'altra (grossa) occasione nella corsa a punti che chiude il programma endurance femminile.
Ieri è stata anche la giornata di Franziska Brauße che non ha mollato mai nell'inseguimento femminile (a proposito: brava Paternoster che dopo tutto quello che le è successo trova un buonissimo 8° posto) resistendo alla rimonta di Botha e vincendo finalmente, dopo il bronzo nel 2020 e l'argento nel 2021, l'oro individuale.
E ieri è stata la giornata di Kouame che nei 500m femminili ha lasciato di sasso, ancora una volta, Hinze: per lei il velodromo francese si sta trasformando in uno strano crocevia. Anche se non ci sono incroci negli ovali, c'è il diavolo che aspetta la fortissima tedesca e quel diavolo porta diversi nomi francesi.
E nella prova di Keirin oggi ci sarà da diventare matti perché dentro ci sono tutte le protagoniste (anche quelle mancate, vedi Mitchell per esempio) della velocità femminile e alcune hanno il dente avvelenato. In più ci sarà tantissimo pubblico a spingere le ragazze di casa (presenti sia Gros che Kouame) che stanno facendo ammalare di piazzamenti le fortissime tedesche.
Infine due parole sull'Italia: ieri non è arrivata la medaglia (oggi ci si può rifare): pazienza! In ogni caso non possiamo che applaudire tanto da farci male alle mani per quello che continuano a fare tecnici e atleti della squadra azzurra (da più di un lustro ormai nel settore endurance e un po' alla volta si prova a costruire qualcosa nella velocità); sperando - per il momento invano, purtroppo - che prima o poi qualcosa si possa muovere (ma lo diciamo da anni) a livello di impianti.
Perché saremmo anche stufi di parlare di miracoli; preferiremmo rendere i risultati ottenuti in questa disciplina meravigliosa che è la pista, sistematici, facendo diventare la pista azzurra qualcosa di cui vantarci; un movimento da farci invidiare in tutto il mondo - che già si domanda come riesca l'Italia, senza letteralmente un velodromo (attenzione! iperbole voluta per sottolineare quello che fa l'Italia su pista nonostante le difficoltà), a fare quello che fa.
Anche se, a furia di sperare, diceva quello...


Alla maniera dei più grandi

Focus nella serata di Saint-Quentin-en-Yvelines. La rimonta di Balsamo nell'Omnium che partiva dalla gara a eliminazione, quella che lo scorso anno le aveva tolto qualcosa ai Giochi Olimpici di Tokyo. Nella corsa a punti un paio di ore dopo è andata com'è andata. Lei ci stava, ma ha vinto Jennifer Valente, americana, al primo titolo individuale dopo una carriera a battagliare e a piazzarsi. Pazienza, va bene così.
La lotta di sguardi come pugili sul ring tra Mathilde Gros ed Emma Hinze nella velocità femminile è una delle immagini del giorno. Gros va in finale sfruttando gambe immense, acido lattico e forza mentale e poi batte anche Lea Friedrich e vince l'oro, tra le urla del velodromo di casa che scandisce in delirio il suo nome.
Osservare, poi, Matteo Bianchi, classe 2001, in finale nel chilometro, dove non c'eravamo da tempo ma oggi sì, con dei ragazzini che non erano nemmeno nati l'ultima volta che l'Italia prendeva una medaglia, è stato un piacere. Vince chi doveva vincere - Hoogland - sul podio ci sale uno spagnolo - Martinez Chorro - per il quale a un certo punto abbiamo iniziato a tifare. Bianchi arriva quinto senza avere il fisico da colosso che hanno tanti altri, e anche così va benissimo. Un punto di partenza.
Tanti focus nella serata di Saint-Quentin-en-Yvelines, su Havik, olandese, che vince la corsa a punti a 31 anni e ci ricorda che in un ciclismo di talenti precoci non è mai troppo tardi per indossare la maglia più ambita del ciclismo e mettersi una medaglia preziosa al collo. Lui principalmente seigiornista, batte Kluge, Van Den Bossche, Strong, di mestiere anche stradisti. La bellezza della pista punto d'incontro di talenti.
La lotta di nervi tra Milan e Ganna con il ragazzo friulano, fortissimo ma non quanto bastava oggi per battere Ganna, che parte alla grande seguendo il suo schema. Un rapporto leggermente più agile (sic), 66x15 rispetto al 67x15 di Ganna.
Un modo di intendere l'inseguimento fatto di partenza a schioppo.
Una sorta di lepre per Filippo Ganna che stamattina ha pensato di non gareggiare per andare in vacanza, che in una settimana si prende record dell'ora, argento nell'inseguimento a squadre e poi oggi crea e firma l'ennesimo dipinto da esporre in un velodromo: medaglia d'oro nei quattro chilometri dell'inseguimento in 3:59.636, record del mondo, una serie di numeri che forse solo lui in tempi più o meno brevi potrà pensare di ritoccare ancora.


Il migliore ultimo uomo al mondo

In pratica mi accorsi che, salendo verso la cima dell'Alpe d'Huez, c'era questa bici poggiata su un muro. Dal muro spuntavano in maniera irregolare ciuffi di muschio verdastro e quella parete di cemento era intervallata ogni tanto da piccole cascate di acqua.

La bici stava lì in mezzo ad alcune auto parcheggiate e con il finestrino abbassato, una piccola cassa con un po' di musica a fare compagnia e una bandiera a riparare dal sole chi, in quel momento, pancia piena e sangue riscaldato da birra e pastis, sonnecchiava dentro l'abitacolo, restando in attesa del passaggio del Tour de France. Era il 14 luglio del 2022.

Quella bici indossava fiera i colori sociali di una squadra di qualche anno fa: giallo fluo e blu. Mi avvicinai per fare una foto - mi piaceva, mi aveva catturato, anche perché a casa ne ho una della stessa marca.

« Wanty-Gobert» mi fece, incuriosito dal mio incalzare verso la bici, questo ragazzone tedesco, proprietario della stessa, pochi capelli in testa, un sorriso cordiale e un paio di occhialini da vista con delle lenti di una leggera tonalità di rosso. Pareva il personaggio di una gang di rapinatori in un film di Michael Mann. «L'ho presa un paio di anni fa nel negozio ufficiale della squadra... è di Danny van Poppel! - aggiunse, poi, indicando un adesivo con il numero 2 appicciato sul telaio – questa era la sua bici di scorta».
Risposi, ammiccando e affannato dalla salita e dal sole. «Ah! Bel corridore».
«Sono stato fortunato perché oltre a essere uno dei miei preferiti abbiamo le stesse misure, altrimenti l'avrei comprata inutilmente, e invece ci sono venuto sin qui pedalando» concluse.

Il tifoso si mostrò all'altezza della sua bici tanto quanto Danny van Poppel in un ruolo che la squadra – non più la Wanty-Gobert, ma la BORA-hansgrohe - gli ha cucito su misura. Dopo diverse stagioni passate a fare un po' il pilota, un po' l'aiutante tuttofare; un po' la seconda punta o il classico uomo veloce, ma non velocissimo, piazzato perlopiù, a volte vincente magari nelle semiclassiche tra Belgio e Olanda.

Un ruolo, quello dell'ultimo uomo delle volate, che Danny van Poppel interpreta come un divo degli anni '50 tutto gel e giubbotto di pelle. Il classe '93 olandese al momento si consacra come migliore lead out, pesce pilota, ultimo uomo, usate il termine che preferite, al mondo, rubando quell'ideale primato a Michael Mørkøv, il corridore che più di tutti in questi anni ci ha affascinato nel vederlo guidare diversi velocisti: da Kristoff a Viviani passando per Gaviria, da Cavendish a Jakobsen. Punto di riferimento per gli sprinter, ma anche per noi che attendiamo con le palpitazioni di vedere i corridori lanciati verso il traguardo a quelle velocità.

Danny van Poppel, dunque, capace di pilotare nelle ultime tre volate disputate due corridori completamente differenti e riuscendo di volta in volta a interpretare al meglio le loro caratteristiche.

«Jakobsen – racconta van Poppel subito dopo la vittoria del suo connazionale all'Europeo di Monaco - predilige essere lasciato a ruota di quello che in corsa battezza come avversario più pericoloso». Detto fatto, van Poppel, con l'orrenda maglia bianca della nazionale olandese, lo tira fuori dalle beghe e lo lascia lì, poi Jakobsen porta a termine il suo incarico.

Sabato, invece, strade olandesi, zeppe di pubblico e arredo urbano e pericolosamente pronte alla prima volata della Vuelta 2022, van Poppel guida perfettamente Bennett che vince in una stagione ingarbugliata, lui che un paio di anni fa raggiunse la cima – o quasi - nel ruolo di uomo più veloce del mondo e che invece da un po' di tempo sembrava non riuscire più a trovare una via di fuga al bordello psicofisico in cui era finito.

«Bennett – ha raccontato sempre van Poppel – a differenza di Jakobsen vuole essere lasciato davanti con strada libera». Due modi di interpretare le volate completamente differenti e che il corridore della BORA-hansgrohe al momento interpreta con enorme profitto, anzi di più, perfeziona quel tipo di ruolo portandolo a un livello superiore.

Domenica, ancora un altro mezzo capolavoro. A poche centinaia di metri dal traguardo, van Poppel esce di ruota da un suo avversario - e siamo intorno alla decima posizione - con lo striscione dell'arrivo che si fa sempre più vicino, le urla dei tifosi sempre più forte, i telefonini sempre più pericolosamente al di qua delle transenne. Van Poppel esce di ruota e prende aria lanciando perfettamente il suo capitano che vince ancora la volata. «Quello che ha fatto van Poppel è stato un colpo da maestro» dirà Bennett subito dopo il traguardo.

Da appassionato di van Poppel e due ruote ho invidiato il tifoso tedesco per essere salito fino su all'Alpe d'Huez con quella bicicletta, anche se, a causa delle mie misure – sono alto un metro e settanta scarso – non ne sarei stato mai all'altezza. Mi sarei sentito come il nano di una storia di fantasia alle prese con la bici di un gigante. Quella del migliore ultimo uomo al mondo.


Il monumentale de La Vuelta 2022

In principio era Il Monumentale, per l'edizione numero 77 della Vuelta che partirà fra poche ore da Utrecht sarà “El Monumental”, concedeteci la licenza. La Vuelta, ovvero la più giovane delle tre grandi corse a tappe del calendario e che da diverso tempo chiude l'annata dei Grandi Giri; la Vuelta, quella che spesso diventa rifugio per delusi della stagione, per chi prova difficili o improbabili doppiette o triplette, oppure utile per mettere vicino chilometri per il finale di stagione e che spesso significa mondiale su strada o varie corse di un giorno. Nessuno la snobba sia chiaro, anche se forse qualcuno la usa come palestra. Di sicuro spesso è corsa incerta e allo stesso tempo spettacolare, scoppiettante.

La Vuelta 2022, però, significa anche – a scriverlo viene il magone – l'ultimo ballo per Nibali e Valverde che dal 2023 non saranno più in gruppo, e per chi è cresciuto e ora sta invecchiando con loro fa un certo effetto. Entrambi alla vigilia della corsa hanno usato parole simili: «Aiutare la squadra, vincere una tappa, ma soprattutto divertirsi».

IL RIBALTONE

 

Il Giro d'Italia e poi il Tour de France di quest'anno hanno visto i pronostici ribaltati: sulle strade italiane, con partenza dall'Ungheria, il favorito era Carapaz che arrivò a tre chilometri dalla vittoria finale - eravamo sul Fedaia. Ha vinto Hindley e più di qualcuno, chi scrive questo pezzo compreso, è rimasto sorpreso. Al Tour c'era un solo favorito d'obbligo, inutile girarci attorno, ma fa già parte della storia la sua crisi sul Granon, gli errori tattici sul Galibier, la condotta della Jumbo-Visma che lo mise nel sacco, e così Vingegaard ha superato Pogačar e ha portato in Danimarca - da dove si partiva - il successo finale.

Anche alla Vuelta il favorito d'obbligo potrà essere superato e battuto da qualcun altro? Si, potrebbe andare così... non fosse che in Spagna, come vedremo, non ci sarà un favorito d'obbligo.

Ci sarà Roglič, però, sciolte le riserve all'ultimo momento, che proverà a raggiungere Heras, recordman di vittorie, a quota 4 successi finali. Avrà recuperato la condizione dopo l'infortunio al Tour? Vedremo, non crediamo abbia ritardato nel confermare la sua presenza in Spagna (in Olanda, per essere precisi) per fare pre tattica, al Tour si è fatto male davvero e lo stato di forma sarà un'incognita. Potrebbe mancargli il ritmo gara, potrebbe partire forte e poi finire piano o viceversa, quel che è certo è che la sua stagione è stata a inseguire il miglior colpo di pedale - al netto dei successi alla Parigi-Nizza e al Delfinato, frutto della sua classe e di un grande lavoro di squadra, più che di una brillantezza di condizione. Insomma, tra tanti punti di domanda sopra la testa di quasi tutti i favoriti al via, il più grosso campeggia sulla testa dello sloveno.

A proposito di sloveni, non ci sarà Pogačar che qui ha corso nel 2020 il suo primo Grande Giro conquistando il suo primo grande podio; a proposito di Tour: non ci sarà Vingegaard e non ci sarà Bernal nonostante si vociferasse diversamente qualche settimana fa.

E allora dunque andiamo a vedere quali saranno i nomi dei principali pretendenti alla maglia rossa finale (La Roja) in una corsa che, come successo al Giro (partito dall'Ungheria) e al Tour (partito dalla Danimarca), vedrà il via fuori dai propri confini: per la precisione da Utrecht, Olanda, che a suo modo fa registrare un primato importante: è il primo paese al mondo a ospitare la partenza di tutti e tre i Grandi Giri, accadde con il Tour nel 2015 e con il Giro nel 2017.

I SETTE NOMI DA SEGUIRE PER LA ROJA

Stavolta la mettiamo giù diversamente, perché analizzando la lista di partenti appare difficile trovare un corridore favorito rispetto agli altri. Oltretutto siamo a fine stagione e, tra energie residue e motivazioni differenti rispetto ad altri momenti della stagione, le corse viaggiano sempre su una linea di incertezza: molti uomini cambieranno casacca da qui a pochi mesi, altri arrivano da problemi di natura fisica varia, altri da alti e bassi, altri ancora li aspetti e poi non arrivano e poi ci sono anche quelli che già hanno messo le mani avanti sulle proprie condizioni e non sai mai se fidarti delle loro parole.

Ecco dunque i favoriti o presunti tali, rigorosamente in ordine alfabetico.

ALMEIDA JOÃO

JOÃO Almeida vincitore di tappa alla Vuelta a Burgos. Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Il portoghese, dopo il ritiro al Giro quando era in piena lotta per il podio, arriva in Spagna - pardon in Olanda - con i galloni del capitano della sua squadra. Conosciamo tutti le caratteristiche del lusitano, corridore mai domo se ce n'è uno, da capire quanto il percorso spagnolo sia disegnato per la sua resistenza senza un domani in salita, la sua capacità a cronometro, il suo spunto veloce. Si farà fatica e tanta nelle tre settimane di una Vuelta dal disegno un po' così, ma il podio per lui, all'esordio nel Grand Tour spagnolo, è un obiettivo. Da capire quanto il Covid preso al Giro abbia inciso sulla sua preparazione: alla vigilia una frase che non dà troppe speranze ai suoi tifosi: «Non so cosa aspettarmi da questa Vuelta, le gambe non girano come vorrei».

CARAPAZ RICHARD

Carapaz alla vigilia della partenza de La Vuelta 2022 - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Lui che sul podio in Spagna (e anche in Francia) c'è già stato, era il 2020, Vuelta novembrina e Carapaz finì per mettere in grosse difficoltà Roglič; lui che ha vinto un Giro e che quest'anno senza mai brillare eccessivamente - pur vestendo la maglia rosa fino al traguardo della penultima tappa – ha rischiato di rivincerne un altro; lui che sarà alle ultime pedalate in maglia INEOS prima di accasarsi altrove (pare in EF ma ancora non arriva la conferma ufficiale), a cosa potrà ambire? In condizioni normali diremmo: “come minimo alla vittoria finale”, ma il Carapaz 2022 lascia diversi dubbi, anche se la sua squadra in mezzo ai tanti galli al via lo ha investito ufficialmente del ruolo di capitano.

HINDLEY JAI

Potrebbe essere Hindley il favorito numero uno della corsa? - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Cerca una clamorosa doppietta Giro-Vuelta prima di tuffarsi nel 2023 alla grande sfida del Tour. Ha una squadra forte, fortissima, la più completa in corsa con la quale potrà difendersi da subito nella cronosquadre di apertura, e lui ha dimostrato di essere uno degli scalatori più continui del gruppo cosa che non guasta in una Vuelta particolarmente ricca di difficoltà altimetriche. Le spalle poi sono alleggerite dopo la maglia rosa vestita a Verona e quando la strada sale il rapporto peso potenza risulta sempre fondamentale. Staccarlo sulle pendenze più dure? Un'impresa per tutti. Dite che forse sotto sotto un favorito assoluto lo abbiamo trovato?

MAS ENRIC

Sarà la volta buona per Mas? - Foto ASO/©PHOTOGOMEZSPORT2021

 

Si porta addosso un macigno composto da una nazione intera che, in attesa dei due prodigi Juan Ayuso e Carlos Rodriguez, sogna di rivincere la Vuelta a otto anni dall'ultimo successo (Contador nel 2014); un macigno composto dalle difficoltà della Movistar che rischia il posto nel World Tour se non dovesse cambiare marcia nelle tre settimane in terra spagnola; un macigno che è la convivenza con Valverde all'ultima Vuelta della sua carriera: e se dovesse chiedere spazio L'Embatido? Un macigno che si è creato lui, corridore che in salita non ha nulla e nessuno da temere, ma a cui spesso sembra mancare qualcosa, non tanto dal punto di vista fisico, quanto mentale. Sarà la Vuelta della sua svolta?

O'CONNOR BEN

Deluso dal Tour, l'australiano O'Connor cerca riscatto sulle strade spagnole - Foto Vincent Kalut/PN/SprintCyclingAgency©2022

 

Occhio all'australiano che, dopo il ritiro dal Tour, un po' come accadrà per Roglič, deve consumare quelle energie che parevano pronte da sfogare in terra francese. Un avvio in Francia che peggio non si poteva dopo la caduta nelle prime tappe, ma O'Connor ha provato, ha stretto i denti, poi ha pensato sarebbe stato meglio farsi da parte. Ma ehi! C'è un altro Grande Giro da correre e la Vuelta zeppa di montagne potrebbe sorridergli. Vediamo che tipo di corsa ci sarà, lui che predilige un andamento senza padroni che potrebbe permettergli di cogliere la palla al volo e provare a vincere dando spettacolo e attaccando, anche da lontano. L'obiettivo minimo resta comunque almeno una tappa di montagna, il podio, ha detto alla vigilia, «Un sogno».

ROGLIČ PRIMOŽ

L'ultimo successo dello sloveno risale al Delfinato di due mesi fa - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

In un mondo fatto di numeri e bit lo sloveno partirebbe favorito assoluto; in un mondo fatto solo di carta e penna il suo nome lo scriveremmo a caratteri cubitali al primo posto, ma in un mondo nel quale la sua presenza è stata in dubbio fino all'ultimo, Primoz Roglič non partirà come favorito a caccia della quarta consecutiva e anzi, lo ammettiamo, è stato inserito in questa lista più per il fatto di essere il tre volte campione uscente che per reali sensazioni a proposito della sua forma. Oltretutto una Vuelta così impegnativa - sulla carta è perfetta per lui - rischia di metterlo subito in difficoltà al ritorno in Spagna, per la precisione nei Paesi Baschi, quando si arriverà dopo il primo giorno di riposo. I maligni, di cui è pieno il mondo, dicono sia stato inserito per dovere di sponsor, vista la partenza dall'Olanda, patria Jumbo. Altri, sempre con la lingua tagliente sostengono che si sia preparato a puntino per questa corsa... a qualcuno ricorda il Contador del 2014 che arrivò dopo il ritiro al Tour e poi vinse. Noi non ci sbilanciamo e ci infiliamo in mezzo alle due correnti di pensiero. Il cronometro alla fine ci darà tutte le risposte che cerchiamo.

YATES SIMON

Prima della tripletta di Roglič, è Yates l'ultimo vincitore della Vuelta

 

L'autore di questo articolo non lo nasconde, ma ha un certo debole per Simon Yates. Corridore che alterna un'esasperante concretezza nelle giornate buone a momenti di buio anche quando meno te lo aspetti e che fanno venire il panico e i nervi. Vincente e perdente nell'arco di pochi giorni: da qui il fascino che emana. Dopo le due vittorie di tappa al Giro – e il ritiro – Yates è rientrato di recente infiammando le strade spagnole dominando Villafranca de Ordizia e Castilla y Leon: ci pare un buon biglietto da visita per colui che resta l'ultimo vincitore di questa corsa prima dell'era Roglič. Anche a lui il percorso gli si addice perfettamente a patto di salvarsi nella crono di 30 km con arrivo ad Alicante, tappa numero 10, a patto di mantenere fede alle sue parole: «Vado alla Vuelta per vincere».

 

OUTSIDER

 

Diverse – tantissime - le alternative presenti al via, tra quei corridori che potrebbero rappresentare uno spauracchio per l'alta classifica – pure per podio o vittoria - o puntare a un piazzamento nei 10 o magari, vista la situazione che si potrebbe venire a creare, semplicemente essere protagonisti quando la strada sale e si fa selezione.

Ecco un nome su tutti, colui che almeno per questa Vuelta rappresenta l'outsider per antonomasia: Remco Evenepoel. Si testerà nel suo secondo Grande Giro della carriera per capire cosa potrà diventare, ma intanto ce lo godiamo come vincitore di corse di un giorno di un certo peso con il suo marchio di fabbrica: via in progressione su salite non troppo lunghe sviluppando una potenza alla quale è difficile resistere. Cosa potrà fare in questa Vuelta in classifica non lo sappiamo, ma qualche tappa è alla sua portata. La squadra gli affiancherà Fausto Masnada che potrebbe dare più garanzie per la classifica e il giovane Ilan Van Wilder, coetaneo e rivale tra gli junior di Evenepoel e per certe caratteristiche una sorta di versione meno potente – ma con tanto talento lo stesso – proprio del fenomenale belga.

 

Uno dei corridori più interessanti per il futuro delle corse a tappe è Thymen Arensman - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

In casa DSM molto interessante la presenza di Thymen Arensman che dopo aver lavorato per Bardet – poi costretto al ritiro – al Giro, per la prima volta nella sua giovanissima carriera proverà a sobbarcarsi l'impegno di essere uomo di classifica in una corsa così dura, lui che ha già detto: «Ho imparato tanto da Bardet, ora è il momento di mettere a frutto i suoi insegnamenti», lui che lo ricordiamo chiudere il Tour de l'Avenir del 2018 alle spalle di Pogačar e davanti a Mäder, Vlasov, Champoussin e Almeida, tutti corridori più grandi di lui di età. A fine stagione lascerà la squadra olandese per volare verso la INEOS. In DSM fa il suo esordio in un Grand Tour anche Henri Vandenabeele, classe 2000 e due volte sul podio al Giro d'Italia Under 23, per lui il compito di fare esperienza, così come per il giovanissimo Marco Brenner, tedesco classe 2002 (secondo più giovane al via) ex ragazzo prodigio e passato direttamente professionista dalla categoria juniores a quella dei professionisti lo scorso anno.

 

 

C'è un terzetto anche per l'Astana e che terzetto: Vincenzo Nibali, Miguel Ángel López, Andrej Lutsenko. Sarà l'ultima grande corsa a tappe per Nibali, sarà l'ennesima volta in cui aspettiamo Lopez al riscatto, sarà un palcoscenico importante per il regolare Lutsenko il quale, dopo aver ottenuto due top ten al Tour nelle ultime due stagioni, sulle strade spagnole potrebbe più semplicemente andare a caccia di tappe. Con loro da seguire anche David de la Cruz corridore che in passato più di una volta ha avuto importanti velleità di classifica proprio alla Vuelta chiusa per ben tre volte al 7° posto finale (2016, 2020 e 2021).

 

Non avrà le stimmate del predestinato, ma Juan Pedro López sta diventando sinonimo di garanzia nei Grandi Giri - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Vi sentite ispirati nel provare a scommettere – simbolicamente si capisce – su un nome di seconda fascia? Ecco Juan Pedro López, per tutti Juanpe. Lo abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare al Giro d'Italia, diversi giorni in maglia rosa e 10° posto finale, ma già 13° in classifica alla Vuelta nel 2021. Difficile possa andare a disturbare chi lotterà per la Roja finale, ma il suo storico ci racconta di un corridore regolare, ma in costante crescita sin dagli Under 23.

Jesus Herrada sarà l'uomo deputato a portare punti in casa Cofidis (non dimentichiamo l'importanza della Vuelta per alcune squadre in lotta per non uscire dal World Tour e la Cofidis è tra quelle) provando a tenere duro in classifica e magari a vincere una tappa o la maglia a pois, di fianco a lui fa l'esordio in un GT il talentuoso scalatore francese Thomas Champion, c'è Rémy Rochas – altro uomo forte in salita- , e infine Rubén Fernández, uno che ha un Tour de l'Avenir nel palmarès – era il 2013 e conquistò la corsa francese davanti ad Adam Yates e Konrad – ma zero vittorie da professionista.

L'AG2R-Citroën si presenta al via con una squadra molto più competitiva dei connazionali, dietro O'Connor infatti ecco il ritrovato Bob Jungels e Clément Champoussin entrambi con la possibilità di difendersi in salita, in classifica e vincere una tappa. Occhio anche al finlandese Jaakko Hänninen che dopo alcune difficoltà nell'approccio con il mondo dei professionisti ultimamente sta facendo intravedere tutte le sue qualità. E la salita è il suo pane.

 

Sempre per rimanere in Francia la Groupama-FDJ dopo aver raccolto parecchio tra Giro (le tappe e la Ciclamino con Démare) e Tour (il piazzamento a ridosso del podio di Gaudu) punta alla Vuelta con Thibaut Pinot - perlopiù a caccia di  tappe - e Rudy Molard che nel 2018 alla ottenne il 14° posto finale vestendo per 4 giorni la maglia di leader – quell'anno Pinot vinse due frazioni di montagna. Con loro lo svizzero Sebastian Reichenbach, gregario e all'occorrenza uomo da primi venti posti in classifica.

Sempre dalla Francia, l'Arkéa Samsic, squadra Professional invitata di diritto, che sarebbe stata interamente raccolta attorno a Nairo Quintana. Lo scalatore colombiano, però, vincitore della corsa spagnola nel 2016 di recente ha visto cancellato il 6° posto ottenuto poche settimane fa al Tour a causa di una positività al tramadolo e nelle ultime ore ha comunicato che non prenderà il via della corsa. La squadra bretone, che ha deciso di non sostituire Quintana, a questo punto potrebbe semplicemente provare ad andare in fuga e a vincere delle tappe - Gesbert il più quotato.

 

Abbiamo accennato alle Professional, sono 3 quelle spagnole – è rimasta fuori un po' a sorpresa e chiaramente non senza polemiche la Caja Rural. La Kern Pharma vuole mettere in mostra i suoi ragazzi da classifica come José Felix Parra ('97, vincitore nel 2021 del Tour de l'Alsace), Roger Adrià ('98, scalatore dotato di spunto veloce) e soprattutto Raúl García Pierna (2001). Tra i giovani spagnoli uno dei più interessanti da seguire, Raúl García è il figlio di Félix Garcia Casas che in molti ricorderanno come ex corridore della Festina capace in carriera di piazzarsi in classifica in tutti e tre i Grandi Giri. Per i tre spagnoli sarà l'esordio assoluto in una grande corsa a tappe con la possibilità di mettersi in mostra e chissà credere nel salto nel World Tour il prossimo anno. Saranno affiancato in salita da Héctor Carretero arrivato dalla Movistar proprio quest'anno.

L'Euskaltel-Euskadi movimenterà tutte le tappe, tra Luis Angel Maté, Xabier Azparren, Joan Bou, ma soprattutto con i due Mikel d'esperienza, Iturria, vincitore nel 2019 della tappa conclusa a Urdax-Dantxarinea, unico successo in carriera, e Bizkarra, 17° lo scorso anno in classifica. Non sono più i tempi in cui “ la nazionale basca del ciclismo” vinceva a ripetizione tappe nei Grandi Giri, è vero, ma la loro maglia arancione si farà vedere spesso in fuga.

Infine la Burgos BH, terza e ultima compagine ProTour spagnola che avrà nell'eterno Dani Navarro il proprio capitano. Escluso all'ultimo Madrazo (positivo al Covid) che di questa squadra sarebbe stato l'atleta più rappresentativo, avrebbe tentato di vincere una tappa, quella di casa con arrivo al Pico Jano, e avrebbe lottato per la maglia a pois. Al suo posto al via un monegasco che si difende in salita, Victor Langellotti, recentemente vincitore di una tappa alla Volta a Portugal.

Wilco Kelderman, primo da sinistra, è l'uomo più importante in squadra per Jai Hindley - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Tornando alle alternative da classifica di cui è zeppo il World Tour: in casa BORA-hansgrohe niente male l'eventuale riserva in campo di Hindley, ovvero Wilco Kelderman, corridore che potrebbe ambire anche a un piazzamento nei primi 5. L'olandese saprà essere affidabile ultimo uomo del compagno di squadra australiano qualora, come successo al Giro, Hindley desse maggiori garanzie per salire sul podio. Per un problema fisico invece è saltato Emanuel Buchmann. Al tedesco, 4° al Tour del 2020, da un paio di stagioni tra cadute e malanni sembra non andargliene dritta una. Il corridore è stato sostituito da Matteo Fabbro che avrà la possibilità di mettersi in mostra lavorando duramente in salita per i suoi capitani.

Geoghegan Hart (qui in foto con Buitrago, occhio anche al colombiano della Bahrain), SIvakov e Rodriguez sono qualcosa più che semplici alternative di classifica a Richard Carapaz - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Il capitolo INEOS Grenadiers è quello tra i più complessi in assoluto. Lo squadrone britannico, qui con una squadra con diversi talenti al loro esordio in un GT, sulla carta ha in Carapaz il numero uno, ma l'ecuadoriano campione olimpico, come già detto, non sta di certo facendo la miglior stagione in carriera – al netto del 2° posto dell'ultimo Giro d'Italia - e le voci di un quasi certo divorzio a fine stagione potrebbero anche pesare sul rendimento. E allora, quali migliori garanzie potrebbero arrivare da corridori che portano il nome di Tao Geoghegan Hart, che appare ritrovato e voglioso di fare fatica dopo aver saltato sia il Giro che il Tour in questa stagione, di Carlos Rodriguez Cano, che rappresenta una delle future stella del ciclismo spagnolo per le corse a tappe – secondo alcuni anche per le corse di un giorno più dure – e Pavel Sivakov che arriva dalla vittoria al Tour de Pologne? Sulla carta tutti nomi da alta classifica. Ah e non dimentichiamo Luke Plapp, classe 2000 anche lui all'esordio in un Grande Giro e che sarà tutto da seguire per una carriera simile a quella del connazionale Rohan Dennis, corridore al quale viene naturale accostarlo. Menzione a parte merita Ben Turner, altro giovane esordiente in una corsa di tre settimane, questa primavera è stata una delle rivelazioni in assoluto del ciclismo che conta, il suo compito, qui in Spagna, sarà quello di faticare per i compagni e magari provare a togliersi qualche soddisfazione personale. Entrambi i ruoli sembra svolgerli benissimo, con rara compostezza, potenza e qualità.

Ayuso e Soler a dar man forte ad Almeida, ma non disdegneranno la gloria personale - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Abbiamo parlato di seconde linee in squadre che almeno alla partenza pare abbiano già delineato un capitano ed ecco che in tal senso va a inserirsi Brandon McNulty che, dopo il Tour, è chiamato a fare gli straordinari per l'UAE. L'americano avrà il compito di restare di fianco il più possibile ad Almeida e di dare il proprio importante supporto nella cronosquadre di apertura. Con lui, l'altra stella emergente del ciclismo spagnolo, Juan Ayuso, il quale pareva fino a qualche settimana fa lanciato verso il Tour de l'Avenir e invece farà il suo esordio da subito in un Grande Giro e a 20 anni ancora da compiere sarà il più giovane corridore al via. C'è tanta attesa attorno al suo nome per capire, stavolta letteralmente, cosa potrà diventare da grande. Ha le qualità per emergere come corridore da corse a tappe di tre settimane, è veloce, scaltro, resistente in salita, è sfacciato il giusto, e il compito dei tecnici sarà quello di riuscire a farlo convivere con colleghi sulla carta più pronti di lui. Infine, oltre a Jan Polanc, tuttofare per la salita, presente il nostro amato cavallo pazzo Marc Soler che dopo il ritiro al Tour si rimette in bici per provare se non altro a vincere una tappa e a dare il suo contributo nelle tappe più impegnative.

 

Kuss qui in foto vincitore di una tappa della Vuelta nel 2019: il suo più importante successo in carriera fino ad Andorra la Vella del Tour 2021

 

La Jumbo-Visma oltre a Roglič, porta Sepp Kuss e Sam Oomen, garanzie per la salita (così come Chris Harper), ma anche, nel caso vadano male le cose con lo sloveno, pure per un posto nei primi 10,15 della classifica generale, mentre in casa Movistar sarà Alejandro Valverde ad affiancare Mas. L'Embatido, che si ritirerà a fine stagione, vorrà lasciare il segno a modo suo, che significa come minimo provare a tenere duro in classifica e vincere qualche tappa. Il giovane belga Maxim Van Gils sarà, insieme al connazionale Steff Cras, l'uomo da classifica della Lotto Soudal: entrambi dovranno cercare di racimolare punti pesanti per il discorso permanenza nel WT. Al momento la squadra belga sarebbe retrocessa.

Gran parte della buona riuscita della Vuelta della squadra israeliana passa dai risultati di Michael Woods (CAN - Israel - Premier Tech) - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

Problema condiviso con la Israel Premier Tech che vive una situazione di classifica ancora più complessa e che qui in Spagna si affiderà al norvegese Carl Fredrik Hagen, nome da filosofo, ma tanta incostanza di risultati, e soprattutto a Michael Woods, lui sì invece una garanzia quando la strada si impenna. Il canadese stringerà i denti per provare anche a fare classifica. Al via della Vuelta anche un certo Chris Froome il quale però ha già messo le mani avanti su una forma non al meglio a causa del Covid preso al Tour.

Unico sotto tanti aspetti, Domenico Pozzovivo, punta a una top ten e a correre anche il prossimo anno - Foto Sabine Zwicky/SprintCyclingAgency©2022

 

La Intermarché Wanty Gobert, una delle squadre rivelazioni di questo ultimo biennio ciclistico, piazza un terzetto mica male: Domenico Pozzovivo che insegue l'ennesima top ten in una Grande Giro, Louis Meintjes che studia esattamente dallo scalatore lucano, e Jan Hirt, che saluterà la compagnia belga a fine stagione per diventare pedina Quick Step e prima di farlo vorrebbe aggiungere al successo conquistato sull'Aprica al Giro, una vittoria importante anche in Spagna. Con loro Rein Taaramäe, solido gregario in salita utile anche da infilare in qualche fuga buona.

Robert Stannard (AUS - Alpecin - Deceuninck), tra i talenti più forti del gruppo lo si attende alla definitiva consacrazione. Tappe o classifica, potrà essere la volta buona questa Vuelta 2022? - Foto Gregory Van Gansen/PN/SprintCyclingAgency©2022

 

La Alpecin-Deceuninck arriva alla Vuelta con poche ambizioni di classifica, però occhio a Jay Vine, già in evidenza alla Vuelta 2021 e che in salita ha numeri molto interessanti, e a un ritrovato – di recente - Robert Stannard, grande talento tra gli Under 23 in attesa di esplosione. A inizio stagione avevamo detto che il passaggio dal Team Bike Exchange ci pareva la scelta migliore per imporsi a grandissimi livelli, ma attendiamo ancora di vedere suffragate le nostre idee. Visto che citiamo Stannard, nominiamo anche Lucas Hamilton, una sorta di gemello. Lui invece è rimasto con il gruppo Orica GreenEdge che lo ha lanciato tra i professionisti, sarà di base l'ultimo uomo in salita di Yates, ma potrebbe anche togliersi qualche soddisfazione personale.

Chiudiamo la lunga lista degli outsider citando le ultime due squadre che hanno presentato la propria formazione per la Vuelta: Bahrain Victorious e EF Education Easy Post.

Cosa combinerà Mikel Landa? - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

La Bahrain porta Mikel Landa che si è chiamato fuori dalla lotta per la classifica (alleggerisce la pressione o sono reali sensazioni sulla sua forma?) altrimenti lo avremmo inserito come minimo tra i favoriti, e con lui due nomi pesanti per la salita ed eventualmente anche per l'alta classifica: Wout Poels e Gino Mäder. L'olandese è corridore solidissimo, capace di grandi giornate e con il passare delle tappe pure di fare classifica, lo svizzero, tra le rivelazioni del 2021, quest'anno sta vivendo una stagione molto difficile e cerca il riscatto sulle strade spagnole. Terreno per rifarsi ce n'è in abbondanza. Menzione a parte per il colombiano Santiago Buitrago, vincitore di tappa al Giro, forte in salita, potrebbe essere uno dei nomi più importanti in salita di questa corsa.

EF Education-Easy Post si presenta con il miglior terzetto possibile per la classifica: l'obiettivo è quello di non rimanere invischiati in una clamorosa retrocessione dal World Tour, ma d'altronde per loro è un'annata ampiamente insufficiente. Dunque compito di Rigoberto Urán, Esteban Chaves e Hugh Carthy quello di raccogliere il massimo possibile dalla corsa spagnola.

A CACCIA DI TAPPE: I VELOCISTI

Merlier vuole lasciare l'ALpecin con un bel ricordo candinandosi al ruolo di velocista principe di questa edizione di corsa a tappe spagnola - Foto Dario Belingheri/BettiniPhoto©2021

 

Liquidiamo in breve il discorso velocisti: non tantissime le volate, non tantissime le ruote veloci presenti. I nomi più interessanti sono cinque: Tim Merlier (Alpecin-Deceuninck), Kaden Groves (Team Bike Exchange) e Mads Pedersen (Trek Segafredo) che partono con i favori del pronostico rispetto a Pascal Ackermann (UAE Team Emirates, con lui anche Juan Sebastian Molano), e Sam Bennett (BORA-hansgrohe).

In seconda fila ecco invece Bryan Coquard (Cofidis) sul quale continua a pesare lo zero nella casella vittorie nel World Tour, Danny van Poppel (ultimo uomo di Bennett, ma vedremo se sarà soltanto quello), Daniel Mclay (Arkéa Samsic), Mike Teunissen (Jumbo Visma) e i due spagnoli Francisco Galván (Kern Pharma) e Manuel Peñalver (Burgos-BH). Un nome che attende invece di rivelarsi al grande pubblico è quello del giovane belga Gerben Thijssen (Intermarché Wanty Gobert) che proprio in una volata della Vuelta – era il 2020 – ottenne uno dei suoi risultati migliori in carriera chiudendo al 2° posto la tappa di Aguilar de Campoo, battuto allo sprint solo da Ackermann. Thijssen pochi giorni fa ha conquistato al Giro di Polonia il successo più importante da quando corre vincendo proprio davanti ad Ackermann la volata con arrivo a Zamość.

Per quelle volate un po' più complesse presenti invece il talentuoso britannico Jake Stewart (Groupama FDJ), il neozelandese della Israel Premier Tech Paddy Bevin, l'ormai non più giovane John Degenkolb (DSM), che si dividerà presumibilmente il compito di sprintare con Nikias Arndt, e l'italiano Andrea Vendrame (AG2R) il quale però, all'esordio alla Vuelta, ha già dimostrato nei Giri d'Italia disputati di essere qualcosina di più di un corridore da arrivi di gruppo, ma potrà, se troverà la condizione strada facendo, tentare vincere andando in fuga, pure su percorsi impegnativi. Oltretutto il corridore veneto ambisce anche a un posto in maglia azzurra su un circuito adattissimo alle sue caratteristiche.

FUGHE, CRONOMAN E CLASSICOMANI

Uno dei corridori più attesi di questa edizione di corsa, Sergio Higuita - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

Ma non solo velocisti; c'è una lista di nomi da seguire con attenzione per altri tipi di arrivi: nelle prime giornate occhio a questi corridori che andremo a nominare anche in prospettiva classifica (parziale) grazie a tracciati che solleticano la loro fantasia. Sono tre che spiccano sopra gli altri, con background e caratteristiche differenti, ma tutti e tre con ambizioni importanti: Sergio Higuita, BORA-hansgrohe, è il primo. Il campione nazionale colombiano, scattista veloce, ma forte anche in salita, oltre a provare a far classifica e a rimanere il più possibile vicino a Hindley, avrà – crediamo – anche la necessaria libertà per provare a vincere qualche tappa.

Non ci sono troppe parole da spendere su Alaphilippe, se non: Forza Alan!

 

Julian Alaphilippe: inutile presentarlo, diciamo solo che arriva da una vigilia un po' tormentata. Oltre ai problemi che si porta avanti da inizio stagione – prima la caduta alle Strade Bianche poi quella alla Liegi che gli ha fatto saltare persino il Tour – ci si è messo anche Lefevere. Il sulfureo team manager della Quick Step pochi giorni prima del via ha dichiarato: «Lo scorso ha corso il Tour de France in preparazione al Mondiale, spero non si ripeta la stessa situazione [alla Vuelta]. Puoi farlo una volta, ma io non lo pago certo per vincere la maglia iridata con la Francia». La coppia Alaphilippe – Evenepoel promette comunque di dare spettacolo, con l'ingrediente Lefevere a dare pepe a tutto ciò che gira intorno al loro mondo.

Seppure con altre caratteristiche, Ethan Hayer per certi versi assomiglia a Wout van Aert; sarà il suo esordio in un Grande Giro, che impatto avrà? - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

Il terzo invece è un esordiente in una grande corsa a tappe: Ethan Hayter, INEOS - Grenadier, veloce, resistente, forte a cronometro, si difende anche in salite non troppo lunghe e pendenti, insomma un giovane coltellino svizzero britannico. Ha detto di puntare forte sulla prova contro il tempo di Alicante – ma il suo apporto sarà fondamentale anche nella crono di apertura. Dopo le due volate olandesi i percorsi vallonati in terra basca del quarto e quinto giorno di gara sembrano tagliati su misura per lui che potrebbe anche ambire a vestire una maglia rossa parziale.

Interessante in quanto veloce e capace di entrare in fuga il sudafricano della Israel Premier Tech, Daryl Impey, mentre sempre per le fughe da seguire il francese Quentin Pacher, in grande forma a inizio stagione, e il suo compagno di squadra in Groupama-FDJ Bruno Armirail. A proposito di fughe: la Bahrain ha due pedine come Luis Leon Sanchez e Fred Wright che in un Tour molto sottotono per la loro squadra, sono stati tra i più positivi andando vicinissimi al successo di tappa più di una volta, ma occhi puntati in casa Bahrain soprattutto sul già citato Buitrago, vincitore di una tappa in salita al Giro, è fra gli scalatori più attesi a questa corsa. A proposito di scalatori: Kenny Elissonde (Trek Segafredo) e Nans Peters (AG2R), entrambi francesi, proveranno a lasciare il segno in salita. Per il primo sarebbe un ripetersi alla Vuelta: un successo in carriera conquistato nel WT e fu proprio qui nell'ormai lontano 2013, per il secondo sarebbe il tentativo di iscriversi al club dei vincitori di tappa in tutti i Grandi Giri, dopo i successi al Giro (2019) e al Tour (2020).

De Gendt ha vinto la tappa di Napoli al Giro 2022, pronto per il bis?

C'è il fugaiolo per antonomasia Thomas De Gendt che disputerà il suo 23° Grande Giro, in squadra con lui l'australiano Harry Sweeny che dopo l'ottimo impatto con i professionisti lo scorso anno, quest'anno ha faticato oltremodo. Entrambi andranno a caccia di fughe con la speranza come detto in precedenza, di raccogliere punti per la Lotto Soudal.

Restando in Belgio, Xandro Meurisse e Gianni Vermeersch (Alpecin Deceuninck) sono altri due corridori che amano infiammare le tappe, uno in salita, l'altro nelle frazioni miste, infine Mark Padun, scelto all'ultimo dall'EF Education Easy Post al posto di Eiking, insegue il successo di tappa in fuga in salita, come il suo compagno di squadra, l'ecuadoriano Jonathan Caicedo.

Nominiamo anche quei corridori che, oltre a essere funzionali alla squadra, in pianura, in fuga e nella crono d'apertura, potrebbe provare a dire la loro, magari vincendo, l'unica crono individuale presente in Spagna. Parliamo di Remy Cavagna (Quick Step) e Rohan Dennis (Jumbo Visma)

ITALIANI

Antonio Tiberi a detta di molti rappresenta il futuro per l'Italia nelle grandi corse a tappe. In queste prime stagioni da professionista la Trek lo ha cresciuto per gradi e ora è arrivato il momento di lanciarlo alla Vuelta. Il suo compito è fare esperienza e capire cosa potrà fare nei prossimi anni - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

Detto di Vendrame a caccia di tappe, di Nibali e Pozzovivo , sempre loro, anche al Giro i migliori nostri compatrioti in classifica, dall'alto della loro classe e della loro età, di Fabbro gregario BORA, e di Masnada che sarà diviso tra una possibile voglia di puntare a un buon risultato nella generale – quella che avrebbe potuto fare al Giro senza problemi di salute che gli hanno sbarrato la strada in quasi tutto il 2022 – al dovere farsi in quattro per Evenepoel e Alaphilippe – ecco chi sono gli altri italiani a completare l'elenco dei 14 al via.

Il più atteso per certi versi è Antonio Tiberi (Trek Segafredo), all'esordio in un Grande Giro, gli misureremo le pulsazioni in classifica generale, ma senza troppe pretese. In corsa, di fianco a lui, uno dei più esperti corridori italiani e su cui probabilmente potrà contare più o meno sempre: Dario Cataldo.

Da Samuele Battistella (Astana), invece, tre anni più grande del passista scalatore laziale, ci aspettiamo qualcosa in più, ma non solo noi, è lui il primo che vorrà trovare la giornata buona per vincere una tappa. La concorrenza è forte, ma ha le qualità giuste per imporsi.

Davide Villella, per le fughe in montagna e magari provare a vincere di nuovo come qualche anno fa la maglia dei GPM, e Davide Cimolai, per le volate, saranno gli italiani in quota Cofidis, divisi tra ambizioni personali e di squadra, ma visto il roster dovrebbero avere sufficiente carta bianca. Discorso diverso invece per Edoardo Affini (Jumbo Visma), fondamentale in pianura per i capitani, il primo giorno nella cronosquadre e persino per le volate di Teunissen, e per Edoardo Zambanini, altro giovane - è un classe 2001- all'esordio in un Grande Giro. Il corridore veneto ha avuto un buonissimo impatto con i professionisti, si mette a disposizione, va forte un po' ovunque (tiene in salita, ha spunto veloce) e sarà molto utile alla causa. Di sicuro lavorerà per i capitani, ma speriamo che questo non diventi il suo mestiere anche in futuro perché le qualità per emergere ci sono. Obiettivo minimo a questa Vuelta? Arrivare fino a Madrid sarebbe già un bel punto di partenza.

Infine citiamo uno dei più giovani della pattuglia italiana, Filippo Conca (classe 1998, Lotto Soudal), in attesa ancora di capire cosa potrà diventare da grande si farà in quattro per la squadra, ma lo aspettiamo anche in fuga, e uno in assoluto dei più esperti del gruppo, quell'Alessandro De Marchi (Israel Premier Tech) sul quale scommetteremo un centesimo su qualche tentativo ben riuscito di portare una fuga all'arrivo come già successo proprio sulle strade spagnole.

IL PERCORSO

Il percorso in poche parole: partenza da Utrecht, il 19 agosto, e arrivo a Madrid, con passerella, l'11 settembre. Nessuna tappa sopra i 200km (!), nove arrivi in salita – tanti, troppi, assurdi, un continuo susseguirsi di unipuerto, ma è la Vuelta han detto, e tocca seguirla così – due cronometro (una a squadre ad aprire, l'altra dopo il secondo giorno di riposo, di 30km), tra le quattro e le sei volate, due in Olanda il secondo e terzo giorno, l'ultima a Madrid. Una terza settimana con poco sapore, mentre in generale si supereranno i 2000 metri solo sulla Sierra Nevada, sull'Alto hoya de la Mora (2492metri).

I FAVORITI DI ALVENTO

MAGLIA ROSSA

⭐⭐⭐⭐⭐ -
⭐⭐⭐⭐ Hindley, Roglic, S.Yates
⭐⭐⭐ Almeida, Carapaz, Mas E., O'Connor
⭐⭐Evenepoel, Arensman, Landa, Geoghegan Hart, Sivakov, Kelderman, Valverde, Carthy
⭐ Rodriguez, Lopez MA, Lopez J., Woods, Meintjes, Pozzovivo, Poels, Mäder, Buitrago, Uran, Chaves, Masnada, van Wilder

MAGLIA VERDE

⭐⭐⭐⭐⭐ Hayter
⭐⭐⭐⭐ Merlier, Yates S.
⭐⭐⭐ Hindley, Evenepoel, Alaphilippe
⭐⭐ Groves, Valverde, Higuita
⭐ Roglic, Carapaz, van Poppel, Stewart, Vendrame, Thijssen, Wright

MAGLIA A POIS

⭐⭐⭐⭐⭐ Buitrago
⭐⭐⭐⭐ Hindley, Hirt, Pinot
⭐⭐⭐Kuss, Madrazo, Je. Herrada
⭐⭐ Roglic, Valverde, Mas E., Lopez J
⭐ Champoussin, Peters, Caicedo, Chaves, Villella, Hanninen, Reichenbach

MAGLIA BIANCA

⭐⭐⭐⭐⭐ Almeida
⭐⭐⭐⭐ Arensman
⭐⭐⭐ Evenepoel
⭐⭐ van Wilder, Lopez J., Rodriguez
⭐ Champoussin, McNulty, Buitrago, Tiberi

Foto in evidenza: ASO/PHOTOGOMEZ


Van Aert e il teorema dell'impossibile

Quando è stata l'ultima volta in cui abbiamo creduto a qualcosa di impossibile? Meglio ancora sarebbe dire: quando è stata l'ultima volta che abbiamo iniziato a fare qualcosa nonostante sembrasse, a noi e forse soprattutto agli altri, impossibile? Perché, poi, il problema è spesso quello che sentiamo dire anche quando, magari, con un pizzico di incoscienza, quell'impossibile lo stiamo per affrontare. Pensate a Wout van Aert e poi pensateci, noi abbiamo fatto così.
Van Aert con l'impossibile ha un legame particolare: lui all'impossibile ha iniziato a pensare molto tempo fa e pensando all'impossibile è diventato l'atleta che è diventato. Una sorta di contemplazione della mente che l'ha portato alla sua risposta che poi dovrebbe o potrebbe essere anche la nostra: a forza di abituarsi al possibile a tutti i costi, talvolta allo scontato, la mente dimentica le possibilità più difficili, quelle che poi cataloga come impossibili. Lo ha detto van Aert ed è una risposta a tante cose.
La ricerca dell'impossibile, anche solo la sua possibilità, sfiorata, progettata è, di fatto, un'abitudine e una capacità e, come tutte le capacità, se non si esercita si perde. Van Aert la esercita spesso, la ricerca nel fango, nel tempo perduto, nelle strade che si arrampicano e in quelle che fanno a pugni col vento e con le leggi della fisica. Van Aert la ricerca nelle fughe che paiono senza senso e forse davvero un senso non l'hanno se non esplorare l'impossibile, conoscerlo, sapere che esiste.
Conoscere questa possibilità, perché anche l'impossibile è una possibilità, non bisogna scordarselo, ha apparentemente più svantaggi che pregi. La mancanza di comprensione, prima di tutto. Perché, ad esempio, una fuga a cento chilometri dal traguardo difficilmente viene capita, soprattutto se non va in porto. Non considerare l'impossibile significa anche questo: valutare tutto in base al solo risultato finale, dimenticando ciò che c'è stato in mezzo, ciò che l'ha provocato e ciò che è stato in grado di provocare.
Ma voler conoscere l'impossibile, applicarlo come un teorema o una formula matematica non offre garanzie di risultato, non può offrirle. Se le offrisse perderebbe di senso. A van Aert quelle garanzie non sono mai interessate . La sua mente non vuole escludere alcuna possibilità.
Sperimentare l’impossibile di van Aert serve. Per migliorare la propria persona nella ricerca o anche solo per sapere che esiste e avere il coraggio di osare anche se le voci attorno raccontano esclusivamente di chi non ci è riuscito. Provare, è questo il traguardo.


Meglio Vingegaard o Pogačar?

Al tempo, non proprio un secolo fa, ma quasi, quando il ciclismo veniva raccontato da chi seguiva la corsa sulla strada in posizione privilegiata definendosi a tutti gli effetti suiveur, la domanda che ci si faceva era: ma è meglio Bartali o è meglio Coppi?
Era una questione vera, un problema reale, nodo gordiano di ogni italiano. Era il 1940 e quell'Italia stava per entrare in guerra, ma era il 1940 e Coppi, ventenne o poco più, aveva da poco conquistato il Giro, diventando fenomeno di massa e alimentando il dualismo con Bartali.
Siamo alla retorica, sia chiaro, "mantello di porpora" come la definiva, a proposito di quel tempo, Vergani, e, altolà, nessun paragone con il passato; siamo all'enfasi, all'esaltata provocazione, all'ispirazione che ci fa domandare in questo caso: chi è meglio tra Vingegaard e Pogačar?
Fino a tre settimane fa non ci sarebbe stato nemmeno modo di fare il paragone. Più completo lo sloveno, capace di andare forte nelle gare di un giorno, come in quelle a tappe, capace di salire sul podio in tutte le grandi corse di tre settimane a cui ha preso parte, come solo Hinault e Binda prima di lui.
Predestinato, veloce di gambe e di spirito, una guida della bicicletta che non teme confronti. Ma, direte voi, il Tour de France lo ha vinto quell'altro.
Quell'altro che si chiama Vingegaard, di cui ormai conoscete la storia e il soprannome - Il pescatore; di cui ormai abbiamo imparato a capire come almeno in Francia sia stato lo scalatore più forte del gruppo, meglio ancora di Pogačar.
Quindi ci riproviamo: è meglio Vingegaard o Pogačar? Qualcuno direbbe van Aert, lapalissiano dopo questo Tour.
Aspettiamo il prossimo capitolo della loro sfida che - speriamo - potrà caratterizzare il prossimo decennio. Perché di questo ci alimentiamo, suiveur di ogni età, appassionati, lettori, autori, ciclisti, anche quelli della domenica. Meglio Vingegaard o Pogačar? Chi se ne frega, non c'è nessun nodo gordiano da sciogliere, né campanili, né un popolo che si divide in due: ognuno ha i suoi gusti e a noi ci piacciono entrambi per ciò che di differente trasmettono.
Intanto, però, non vediamo l'ora di rivederli di nuovo contro. Affannati tra tattiche rischiose e squadre dimezzate; indaffarati nel cercare di staccare l'uno o di incollarsi alla ruota dell'altro. Tra botte in salita e complimenti al traguardo.
Intanto, almeno per il Tour de France è 1-1. Per il resto si vedrà.

Che colpa abbiamo noi

Ma che colpa abbiamo noi se non siamo riusciti a capirci niente di questo Tour. 'Ché tutto girava così veloce e la media record di sempre ne è testimone. 'Ché si partiva a razzo: boom, via a cinquanta all'ora. Così, giusto per prendere la fuga e alla fine le energie per scattare ce le avevano solo un paio di corridori, un paio di corridori e mezzo, per stare larghi. E in salita la storia era fatta di resistenza e logorii da pendenza asfissiante.
Abbiamo pensato a Pogačar vincitore, facile facile, alto in sella, se fosse uno scrittore sarebbe uno di quelli in punta di penna, talmente gli viene naturale districarsi, come un serpente nella roccia, nel mestiere di ciclista.
Che colpa abbiamo noi se Vingegaard ha superato ansie e paure («quando era ragazzo vomitava prima di ogni gara» racconta sua madre e quando vinse tappa e maglia al Polonia, primo successo tra i professionisti, «mi chiamò per dire che non aveva chiuso occhio tutta la notte» parole di uno dei suoi allenatori) e ha superato pure Pogačar, che alla vigilia metteva ansia e paura, e, anzi, lo ha dominato in maniera (quasi) totale.
Sorprendente Vingegaard, che al Giro della Valle d'Aosta di qualche anno fa, quando conquistò il prologo tutto in salita, disse: «Non sono adatto alle salite lunghe». Forse soltanto la Jumbo Visma sapeva che in qualche modo sarebbe andato così forte e lo ha messo nella condizione di non bluffare. E a proposito di bluff mancati, risuonano come principio assoluto le parole di Pogačar nei primi giorni: «Vingegaard è il miglior scalatore di questo Tour».
Che colpa abbiamo noi se loro, intesi i Jumbo Visma, hanno dominato; se hanno sacrificato Roglič che ha corso dieci giorni con le vertebre fratturate e si rendeva utile - se non decisivo - alla causa, nel giorno del Granon che resterà, quando descriveremo il Tour 2022, come quello de "la crisi di Tadej Pogačar".
Pogačar si è fatto ingolosire dal connazionale rivale senza sapere che ad attenderli i loro tifosi erano gemellati al traguardo, mescolati in mezzo a migliaia di camper. Poteva stare più cauto. Si è sentito forte, ha perso. Ci ha provato dal primo giorno, non ha lesinato, benedetto talento della natura. Si è mostrato umano nella retorica della sconfitta sportiva. L'anno prossimo non si farà trovare impreparato - il resto, però, dovrà farlo la sua squadra.
Che colpa abbiamo noi se Geraint Thomas, in arte G, ha guidato splendidamente fino a Parigi, ha superato lo scetticismo - quelli del sottoscritto che stravede per lui, ma non da vederlo sul podio. Ha superato avversari più giovani di un paio di lustri, ha trasformato un banale errore nella cronometro - ha corso con lo smanicato usato nel riscaldamento - nell'occasione di dare spettacolo fuori dalla corsa creando l'hashtag #wheresGsgilet con tanto di giochino da fare a ogni tappa (un tifoso diverso al giorno avrebbe portato alla frazione successiva lo smanicato, tenendolo al sicuro fino a Parigi). Pare che grazie all'idea di Lizzie Banks la giacchetta Ineos continuerà a viaggiare anche durante il Tour femminile.
Ha superato le gerarchie e al solito non si è morso la lingua nelle interviste: «La Ineos voleva fare di me un Sepp Kuss». A 36 anni ha fatto un piccolo capolavoro simile a quello di Richie Porte un paio di anni fa.
Che colpa abbiamo noi se abbiamo sottostimato la capacità di Wout van Aert di fare ciò che vuole con il ciclismo. " il corridore più forte del mondo" come lo definisce Simone Basso; supercombattivo del Tour, maglia verde che gli sta persino stretta e avesse vinto lui a Hautacam, avrebbe potuto conquistare pure quella a pois. Ha fatto la sua corsa, quella di Vingegaard, quella di tutti gli altri del gruppo. Quando ha deciso avrebbe vinto Laporte così è andata.
Che colpa abbiamo noi se ci piace Gaudu con quella faccia da Harry Potter francese e il suo lento recuperare passo dopo passo e arrivare al 4° posto, oppure Simmons che a 21 anni e più giovane al via, nel computo delle fughe viene oscurato solo da van Aert. Che colpa abbiamo noi se di volate ce ne sono state poche, meglio così, ma buone, come l'ultima a Parigi.
Che colpa abbiamo noi se l'Italia – al maschile – fa fatica, troppa, e ci rimangono solo i segnali mandati da Dainese, Bettiol e Mozzato, promossi con lo sguardo per tutti e tre verso un finale di stagione in maglia azzurra.
Che colpa abbiamo noi se un altro Tour è andato e l'unica cosa che possiamo chiederci resta: quanto manca alla prossima Grand Départ?


Cinque cose sul Tour

Il Tour entra nell'ultima settimana. Calda e probabilmente le temperature incideranno su rendimento e risultati. Tre frazioni pirenaiche in crescendo, partendo da quella di Foix, arrivando su a Hautacam, passando per Peyragudes. Terreno per inventarsi qualsiasi cosa ci sarà. Poi una volata, la crono - bella lunga - e la passerella finale sui Campi Elisi.

LA FORZA DELLA JUMBO - Da misurare. Inscalfibili fino all'Alpe d'Huez poi è successo qualcosa che ha ingarbugliato all'improvviso il filo del destino. Nella tappa del Granon hanno messo in scena una tattica aggressiva andata bene, benissimo. Hanno fatto saltare (di testa e di gambe) chi pareva dovesse dominare quasi con un fil di gas la corsa. Poi hanno iniziato a perdere qualche colpo - a Mende, dove la sensazione era quella di una squadra in gestione delle forze - e a Carcassone dove più che perdere colpi, all'improvviso hanno perso due corridori, Kruijswijk e Roglič, mentre un terzo, Benoot è acciaccato. Fortuna loro che, come ha detto uno dei direttori sportivi di Pogačar: «La Jumbo possiede due squadre, una è rappresentata solo da van Aert». Da domani il belga, sin qui protagonista ineguagliabile di ogni tappa di questo Tour, se possibile dovrà dare fondo ancora di più a quell'incredibile motore arrivato a pieno regime nel mese di luglio 2022. Menzione per Kuss che nella prossima tre giorni dovrà svestire i panni dell'ottimo scalatore e diventare l'angelo custode di Vingegaard. Ce ne sarà bisogno.

RIBALTARE UN TOUR - E come si fa? La strada c'è, ma le forze saranno da quantificare. Vingegaard tra l'Alpe e Mende si è incollato alla ruota di Pogačar che ha fatto quello che poteva, scalate a tutta, scatti e progressioni, ma non è bastato. Terreno ce n'è e ci aspettiamo le fiamme sulla strada; ma dovranno inventarsi qualcosa anche a livello di squadra, una UAE che nelle ultime giornate è apparsa più compatta rispetto al solito, con Majka, Soler (anche se ancora ci chiediamo a cosa servisse la sua fuga a Mende) e McNulty attorno al fuoriclasse che gli fa da capitano. Loro dovranno inventarsi qualcosa, ma sarà poi il bambino in maglia bianca a finalizzare; quel bambino che pare non amare particolarmente l'alta quota - pagando sul Granon lo sforzo fatto sul Galibier, oltre all'ormai chiacchierata "crisi di fame" e alle energie consumate nel rispondere agli scatti di Roglič - e il caldo - prevista un'atmosfera da forno ventilato sui Pirenei che, per fortuna di Pogačar, non si avvicineranno nemmeno ai 2000m. Lo sloveno, croce a volte per il suo modo di interpretare le corse a tutta senza gestione delle energie, ma una delizia per noi che ce lo gustiamo, è un bene per questo ciclismo, un bene per lo spettacolo e farà di tutto, anche a costo di saltare (se va beh), per provare a ribaltare il Tour.

E LA INEOS CHE FA? - Nel giorno di Mende, quando Pogačar provò ad attaccare che non era nemmeno l'ora di pranzo, lasciando indietro mezza Jumbo-Visma, racconta Geraint Thomas di come lo sloveno si sia avvicinato a lui per chiedere una mano. «I Jumbo sono a tutta, affondiamo il colpo» il senso delle parole del rivale. Questo lo abbiamo saputo dopo dalla voce proprio del gallese, ma in diretta chiunque ha pensato: è mai possibile che la INEOS con tre uomini in classifica non voglia provare ad attaccare la maglia gialla? Ecco, quello che chiediamo e speriamo non è tanto un'alleanza a tavolino quanto una INEOS che, dopo aver vinto una bellissima tappa con Pidcock, batta un colpo per provare ad acchiappare il Tour. In una corsa così spettacolare com'è stata fino adesso dal primo giorno, manca solo un'idea di questo genere a rendere tutto ancora più cinematografico. Certo, al momento l'atteggiamento è quello di chi pare voglia tenersi stretto la posizione che ha alle spalle dei due dominatori, con Thomas in linea per un podio e Yates per un piazzamento tra i primi sei - obiettivo che potrebbe bastare alla squadra britannica senza correre troppi rischi. Ma allo stesso tempo saremmo sorpresi che, con questa potenza di fuoco - non dimentichiamo Pidcock nei primi 10 al momento - si lasciassero sfuggire l'occasione di provarci in qualche modo, con un'azione ben congeniata.

ULTIME SPERANZE ITALIANE - Di Italia ne abbiamo vista poca, quella che abbiamo visto è apprezzabile perché consapevoli di cosa passa il convento, ovvero il movimento, nella corsa più importante del mondo. Vicinissimi a un successo ci siamo andati con Bettiol su tutti, c'è da chiederci se ci sarà ancora terreno per il corridore della EF, mentre Mende era perfetta per lui che ha mostrato, quando in condizione, di avere gambe, carattere, forza da primo della classe (un appunto da fare alla squadra: serviva sprecare tutte quelle energie per Uran?). Ganna benino, lavora molto e raccoglie quel che riesce, generoso in fuga, si è inchinato alla legge di Pedersen, ma dalla sua avrà una crono lunga, complicata, è vero, ma lui, quando c'è da mettere giù i cavalli contro il tempo, ci fa sempre divertire. C'è Ciccone, poi, che di carattere più che di gambe battezzerà una delle tre tappe pirenaiche - la maglia a pois? difficile, ma non impossibile visti i contendenti - mentre Caruso crediamo voglia mostrare qualcosa in un Tour sin qui decisamente sotto le aspettative - come tutta la Bahrain. Infine le ruote veloci: Dainese, ma soprattutto Mozzato hanno mostrato di saperci e poterci essere subito dietro l'élite della velocità. Tra Cahors e Parigi andranno ancora a caccia di piazzamenti.

AGGRAPPATI A PINOT - Eh sì, non lo dimentichiamo. Lo vogliamo fortemente come lo vuole fortemente tutto il pubblico francese che pare non aspettare altro. Ci ha provato due volte e due volte gli è andata male. Lui dice di stare benissimo e che anzi è deluso per i risultati - soprattutto il terzo posto a Mende - che non rispecchiano la sua condizione, quanto forse sono più figli di errori di valutazione e ritardi nell'effettuare la scelta giusta. Aggiustando tempo e modo Pinot avrà davanti a se tre belle chance per portare a casa una tappa, anche se già vederlo lottare con quella grinta e quelle ginocchia che sembrano a ogni pedalata colpirlo in faccia, è già bello. A lui non diteglielo però, perché conosciamo tutti il suo motto a proposito del vincere, e il suo interesse è quello di trasformarlo in qualcosa di concreto.


Tre cose dal Tour

- La Danimarca ha una popolazione di circa 5.820.587 qualcuno in più o in meno, crediamo, ma cambia poco. Guardando l'inizio del Tour abbiamo notato come tra Copenaghen, Roskilde e Nyborg tutti gli oltre 5 milioni erano sulle strade del Tour de France a fare il tifo, tra il giallo simbolo della corsa e il biancorosso della loro bandiera. Oggi non sarà da meno. Non giudicate assurdo (o non fatene una questione di solo marketing) il gesto di Magnus Cort Nielsen, corridore danese, bizzarro quanto basta da essere uno dei più popolari e amati in gruppo nonostante (o forse anche per quello) un palmarès che lo pone al di sotto dei fuoriclasse del momento. Fuggitivo di giornata, lui che potrebbe conservare le gambe (ma cerca anche la migliore condizione) per le prime tappe in terra francese, ma ha voluto andare all'attacco, vincere i GPM di 4^ categoria (con tanto di esultanza sotto lo striscione) e poter così vestire la maglia a pois. Oggi, in quella follia che saranno le strade danesi, sarà uno dei più riconoscibili in gruppo. Baffoni e maglia a pallini, biancorossi come il colore della bandiera danese, mentre le crocs fucsia le lascia nel bus per l'eventuale premiazione. Una volta disse parlando della Roubaix: «È una corsa brutale, la più grande, la più pazza, la più dura. Non la gara che farei ogni giorno, ma una volta all’anno sì». Questo per capire il personaggio. E tra qualche chilometro lo aspettiamo proprio su quelle strade.
- Mancava solo il suo sorriso alla collezione e ieri finalmente c'è stato. Ora, se qualcuno avesse scommesso sul suo piazzamento alle spalle del vincitore di turno ci avrebbe quasi rimesso, anzi, pare che il 2° posto di van Aert non fosse nemmeno quotato. Mica stupidi gli allibratori. Fatto sta che oggi avremo in giallo, finalmente, per la prima volta in carriera, Wout van Aert: non ci poteva essere corridore più meritevole (un po' di retorica...). L'ha sfiorata nel 2019, «quando la indossava il mio compagno Teunissen, che saltò nel finale, per un ottimo sognai di vestirla io, ma la prese invece Alaphilippe». Lo scorso anno niente da fare, e nel 2022 tutto faceva presagire di come van Aert si sarebbe dovuto accontentare dei secondi posti in questi giorni. 28 in carriera, lui che è sempre davanti ovunque corra e comunque vince tanto: 35 successi e (quasi) tutti di peso. Quest'anno quando ha vestito la maglia gialla di leader (Parigi-Nizza e Delfinato) alla fine della corsa a vincere è stato Primoz Roglic. Amanti della cabala fatevi sotto.
- La rinascita o, prendendo in prestito dall'inglese, il comeback. Un altro in casa Quick Step, una squadra che alla vigilia veniva demolita dalla "feroce" critica: pareva che fossero di punto in bianco diventati una squadra di brocchi incapaci di allestire un team competitivo di otto corridori, lasciando fuori Cavendish (scelta presa praticamente già dallo scorso anno), Evenepoel (che correrà la Vuelta), Alaphilippe (ancora non al meglio dopo la tremenda caduta alla Liegi). Una squadra che si sta distinguendo di recente per le rinascite (une usine à renaissance, l'hanno definita in Francia) e i colpi a sorpresa. Come quello di Yves Lampaert: «Sono solo un contadino belga e ora mi ritrovo a battere Ganna e van Aert a cronometro» ha raccontato due giorni fa dopo essere scoppiato in lacrime. Mentre Lefevere: «Se dicessi che mi sarei aspettato la vittoria di Lampaert sarei un bugiardo». Poi è stato il turno, ieri, di Fabio Jakobsen. Due anni fa rischiò di incontrare la morte in volata in Polonia; non sapeva nemmeno se e come avrebbe mai potuto ritrovare la via, non solo in bicicletta, ma quella di una persona normale. È tornato e ha iniziato a vincere, fino a diventare, senza stare troppo girarci intorno, il più forte velocista del mondo. E ieri la vittoria (36 in carriera, 18 pre e 18 post incidente) al Tour de France, mentre Pedersen anticipava partendo ancora un po' dal ponte, ma non quello attraversato dalla corsa, quello vicino casa sua, mentre van Aert prendeva l'ennesimo 2° posto e Philipsen restava intruppato. Lui si infilava, scaltro, usciva, potente, si scatenava. Vincente.