Tarderà molto a passare, se passa: intervista ad Azzurra Ballan
«Tarderà molto a passare, se passa. Ed io non credo passi». C’è l’eco del lamento composto da Federico Garcìa Lorca per il torero Ignacio Sànchez Mejias, caduto nell’arena, ma qui non esiste malinconia o tristezza. Azzurra Ballan, 18 anni compiuti l’undici agosto scorso, neo campionessa europea su strada, sta parlando della sua felicità per la conquista di quel titolo. Racconta di una felicità forte, improvvisa, in grado di sconquassare il mondo e, poi, di questa, più quieta, tranquilla, cosciente di quel che è successo, ma così costante da dare la sensazione che non se ne andrà mai del tutto. Azzurra si chiama così perché suo padre, Alessandro Ballan, sarebbe dovuto partire per le Olimpiadi di Pechino del 2008 nei giorni della sua nascita e quel nome sarebbe stato un segno. Poi Ballan non andò in Cina, ma, poco più di un mese e mezzo dopo, a Varese, in maglia azzurra, conquistò il Campionato del Mondo. La figlia questa storia la conosce bene: «Ho visto quel video decine di volte, spesso assieme a quello della Ronde van Vlaanderen 2007, ma mio padre non ha mai voluto sentire nemmeno lontanamente parlare della possibilità che seguissi la sua strada: conosceva bene i sacrifici ed anche i rischi di questo sport». Ha provato con l’atletica, il pattinaggio, l’equitazione e, soprattutto, con la ginnastica artistica, per tre anni, fino a quando una sera ha detto chiaramente- ed anche “disperatamente”, aggiunge- alla madre che avrebbe voluto provare con il ciclismo, a qualunque costo. L’ha convinta ed insieme hanno atteso il rientro di Alessandro per convincere anche lui. Pare ci siano riuscite.
«Non ci giro intorno: era un gioco ma non solo un gioco. Papà era riuscito a farlo diventare un lavoro ed io non mi sentivo da meno, volevo fare lo stesso». Sì, come tutte le figlie d’arte, anche Azzurra Ballan è stata a lungo “la figlia di Alessandro Ballan”. Ha scelto di studiare all’Istituto Alberghiero, pur non avendo una vera e propria passione per quelle materie, perché le ore libere avrebbe potuto destinarle agli allenamenti. I primi tre anni li ha frequentati in presenza, dal 2025, invece, segue le lezioni online, rinunciando alla parte pratica e focalizzandosi su temi, come scienze dell’alimentazione, che riporta al proprio essere ciclista. Ciclista completa perché «vado bene in salita, me la cavo a cronometro e in volate ristrette ho un ottimo spunto veloce. Vicino a casa ci sono salite, colline e piattoni, posso sperimentare qualsiasi tipo di allenamento ogni giorno. Però sono giovane, ho prima di tutto il dovere di restare coi piedi per terra e lavorare per crescere: vedo i margini di miglioramento che posso avere». Il punto debole, se così può chiamarsi, è la consapevolezza. Azzurra Ballan sostiene che, quando cede, cede di testa e butta tutto all’aria anche se il fisico potrebbe sostenere lo sforzo. Al Campionato del Mondo in Canada, no. Quella è stata una giornata negativa “tout court” e non si poteva fare nulla per rimediare, solo andare oltre. Per esempio, in Slovenia, a Šenčur, agli Europei. «Credevamo di essere le più forti e cercavamo la vittoria con Matilde Rossignoli che, dopo Montréal, non poteva che partire con il ruolo di capitana designata. A turno avremmo dovuto entrare nella fuga in modo da essere un punto d’appoggio. In discesa mi sono buttata sulle attaccanti per anticipare le mosse del gruppo, solo che la fuga ha preso oltre due minuti di vantaggio e siamo state noi a giocarci il titolo». E lo spunto veloce di Ballan non ha lasciato spazio ad alcuna obiezione delle rivali, Morgane Lastrade e Klara Dworatek. Aveva già vinto più volte quest’anno, ma l’importanza in questo caso è nettamente superiore. Qualche giorno dopo, un altro oro, nella staffetta mista.
«Ero fiera di essere riconosciuta come la figlia di mio padre, per il legame che ho con lui e perché è stato un campione. Oggi, però, sono più contenta, perché non sono più solo figlia di un Campione del Mondo, ma sono Azzurra Ballan, una ciclista che ha dimostrato di essere forte». Si ispira soprattutto a Lotte Kopecky e a Wout van Aert, anche se Demi Vollering la affascina. Gli scorsi due anni li ha passati nel team Breganze Millenium, una squadra in cui è cresciuta: «Da bambina ero timida, molto timida, mi mettevo in un angolo, stavo da sola e non parlavo con nessuno. Se oggi sono una ragazza diversa, lo devo al ciclismo ed alle persone che mi hanno cresciuto in bicicletta, facendomi capire che si può fare amicizia, ridere e scherzare con gli altri. Quella solarità, adesso, è il mio antidoto ai problemi e, anche se qualcosa non va, pure nelle giornate peggiori, cerco di non rinunciare mai ad un momento di spensieratezza». L’annuncio del passaggio nella squadra development di AG Insurance Soudal Team è arrivato il giorno successivo alla vittoria della prova su strada all’Europeo, ma le trattative erano iniziate già mesi fa, dopo alcuni test in Belgio: «Si tratta di una ricompensa per tanti sacrifici e di un passo che, arrivati a questo punto, è giusto fare. Sono felice e spaventata perché cambierà tutto ed io al Breganze mi trovavo benissimo. Dovrò iniziare a parlare sempre inglese, non sarà facile, ci penso spesso. Però, a ben vedere, mi hanno scelta quando non avevo alcun successo importante all’attivo, comprenderanno i miei timori». Da due anni, Ballan corre anche in pista ed anche lì eccelle nelle competizioni europee e mondiali, in particolare nell’inseguimento a squadre, dove ha conquistato l’oro ai Campionati Europei di Cottbus, in Germania. Con AG Insurance Soudal Team ha deciso che proseguirà il percorso in questa specialità, anche per i benefici che la multidisciplina porta ad ogni atleta, in particolare ai più giovani. «In tanti mi chiedono delle mie passioni fuori dal ciclismo, non ne ho molte, o almeno niente di particolare. Mi piace andare al cinema e uscire con gli amici. Insomma essere una ragazza di diciotto anni come le altre, senza tante idee strane per la testa»
Mondiali di Montréal: cosa ci è rimasto nel gozzo
Come direbbe un noto giornalista di un celebre podcast sulle quattro ruote: cosa è rimasto nel gozzo di questi Mondiali di ciclismo?

PAUL SEIXAS E LA PAZIENZA
Portiamo pazienza con Seixas, ma anche Seixas porti pazienza con il suo percorso da corridore. Ho come l’impressione – e qui sono pronto a sbilanciarmi, cosciente di sbagliare – che il corridore sia questo, almeno atleticamente. Mi è stato già fatto notare come, da un punto di vista fisiologico, potrà ancora crescere: ha 20 anni. Ma a me, nonostante l’evidenza anagrafica, dà l’idea di un corridore già fatto e finito. Per come sbuffa, per come si muove in gruppo e in bici, per una certa passività quando le cose non vanno come lui pensa possano andare. Ma non è per forza un aspetto negativo ciò che deve trasparire dalle mie parole, intendiamoci. Anzi, specifichiamo ulteriormente: probabilmente gli basterà, da qui ai prossimi dieci anni, per vincere Tour a ripetizione, Mondiali, eccetera.
Ma la mia provocazione è: ci arriverà a dieci anni di carriera ai massimi livelli se, subito dopo la corsa, reagisce così?
https://cyclingpro.net/spaziociclismo/montreal-2026/mondiali-montreal-2026-paul-seixas-avere-i-crampi-cosi-e-un-errore-da-ragazzino-mi-vergogno-la-francia-non-merita-un-leader-cosi/
Aiutatelo, salvatelo: mi ha distrutto ascoltare le sue parole nel dopo corsa. Francesi, andateci piano, perché è un ragazzino di 19 anni e lo avete già cotto. Anche la stagione ha fatto il suo per il suo essere massacrante. Una gestione impensabile per un classe 2006 che, da metà stagione 2025, è tirato al massimo per l’obiettivo di rendere di nuovo la Francia orgogliosissima di un proprio corridore (ovvero vincere il Tour e, in epoca contemporanea, avere qualcuno in grado di contrastare Pogačar).
Prima parlavo di margini. Se atleticamente lo considero già al massimo, o giù di lì, e quel massimo o giù di lì già gli permette di vincere Paesi Baschi e Freccia Vallone, di rispondere al più grande corridore di quest’epoca alla Strade Bianche e alla Liegi, di fare quarto al Tour e di essere considerato il favorito per il Mondiale, per me qualcosa può ancora limare. E parlo di tutti quei fattori relativi all’esperienza come la gestione del calendario e probabilmente delle emozioni, delle dichiarazioni, la lettura in corsa del momento e tutte quelle cose che si affinano col tempo.
In ogni caso, da amante delle debolezze umane, perché a noi gli imbattibili ci stanno antipatici, non posso che dire: Forza Seixas.

LA CLASSE OPERAIA È UN’ALTRA COSA (MA NIENTE TOGLIE IL MERITO A UN GRANDE MCNULTY)
Sento parlare di gregario, di classe operaia va in paradiso che è diventato un modo di dire senza considerare che il Lulù interpretato da Gian Maria Volonté è un uomo tormentato e completamente alienato da quella società (e Petri forse non immaginava che quegli anni di cambiamento ci avrebbe lasciato in eredità un mondo ancora peggiore, ma lasciamo stare), insomma altro che operaio. McNulty, citando un altro grande film, è qualcosa di completamente diverso. Intanto parliamo di un motore fuori dal comune, di un corridore che farebbe, avrebbe fatto, il capitano ovunque, ma se lo mettiamo in squadra con Pogačar è naturale essere un suo gregario. Il fatto è che McNulty, fortissimo sin dalle categorie giovanili, dotato di grandissimo talento, fino a domenica scorsa non aveva sfruttato pienamente le sue capacità e caratteristiche, ma se poi vai a spulciargli il palmares trovi qualche bella vitotria qua e là, 23 in totale che poche non sono per un “operaio”. Il suo problema è essersi spesso mostrato molto discontinuo, soprattutto quando chiamato a essere alternativa dei suoi capitani. La maglia arcobaleno lo sbloccherà? Difficile a dirsi, magari no e lo ritroveremo da subito tirare per Del Toro, ma in fondo chi se ne frega: è lui il campione del mondo o come urlerebbe (più di) qualcuno (SONO) IL RE DEL MONDO .

FONDISTI: UN’ARTE PLASMATA COL TEMPO
Ancora una volta mi ritrovo a parlare di fondisti e il cuore mi inizia a battere forte in petto – non per la fatica ma per l’emozione. Una gara così rimette a posto l’idea di ciclismo come sport di resistenza e dimostra che, quando si raschia il fondo del barile, escono fuori quelli che il serbatoio, partendo da doti innate, lo hanno costruito o affinato stagione dopo stagione. Non è un caso che sul podio salgano tre corridori degli anni ’90, quando tutti si aspettavano gli anni 2000 (poi, lo so: potevano anche finire sul podio tre fra Del Toro, Healy, Evenepoel e Seixas e quindi questo discorso andava a donne di facili costumi, ma l’esito dà ragione alla mia tesi).
Non è un caso che a muoversi tra i protagonisti assoluti c’è Ben Healy, uno che negli anni ha dimostrato di essere un grande fondista; e quando ti sbagli quando pensi che sesto è arrivato Pedersen? Quando è spuntato nel finale abbiamo strabuzzato gli occhi, ma lui lo aveva detto qualcosa tipo: per provare a fare risultato devo correre con la testa evitando i miei soliti (sciagurati, ma divertentissimi NdA) attacchi dalla lunga e media distanza. Detto fatto. Un altro grande motore.
E che dire degli americani? Tre corridori (e mancava all’appello Powless, uno che al meglio sarebbe stato davanti a giocarsela perché ne condivide tempra e caratteristiche) che negli anni hanno costruito il loro modo di stare in corsa dimostrando spessore e bava alla bocca, ideali per questo tipo di gare per fondisti. D’altra parte: McNulty, esemplare del ciclofachirismo, era uno che si allenava ore e ore facendo su e giù per i desertici stradoni dell’Arizona – e non è un modo di dire. Simmons viene da una famiglia di sportivi: il cicloalpinismo, sport durissimo, gli ha dato le basi. Jorgenson è uno che pur di arrivare mandava email alle squadre professionistiche.
In tutto questo, oltre a una grande etica del lavoro, c’è pure il talento, sia chiaro. E il fondo.

FINN E I PICCOLI PASSI
Al traguardo sono arrivati quattro azzurri: Ciccone 9°, Scaroni 18°, Piganzoli 20°, Finn 55°. A parte Pellizzari, una delle delusioni del Mondiale in senso assoluto, e Bettiol, che si salva solo in parte, tutti si sono trovati nel posto giusto, quello in cui era lecito aspettarsi, nel momento designato. Ciccone in lotta per le medaglie, Scaroni e Piganzoli a provare a fare i guastafeste, a dare una mano, a fare l’elastico dal gruppetto dei più forti in una corsa estremamente tirata e massacrante, un po’ sorpresi e prosciugati dalla tattica francese e dall’attacco di Van der Poel e Van Aert dalla media/lunga distanza, un’azione che forse avrebbe potuto vedere qualche italiano dentro, ma tant’è.
E Finn? Giudico la sua una prova importante per il futuro. Un’idea, quella di misurarsi in questa gara, che dimostra l’intelligenza e quello che manca troppo a tanti corridori italiani: lo spessore. Ha chiuso la gara, fatto non banale in un Mondiale dove molte volte si porta la bici ai box una volta fuori dalla contesa; ha fatto fatica – l’ha definita la giornata più dura della sua vita, io gli direi che è stata la giornata più dura della sua vita fino a oggi, non sai cosa ti aspetta nel World Tour! – ha fatto esperienza.
La politica dei piccoli passi aiuta e con Finn mi sa che ci divertiremo, perché oltre al grande talento, sembra in grado di coltivarlo con fame e intelligenza, fattori che spesso mancano ai ciclisti nostrani.

NEPO BOYS
Infine, due nomi provenienti dalle categorie giovanili: Benjamin Noval Jr (dal 2027 corridore della Netapp‑Ineos, salterà direttamente nel World Tour, bruciando le tappe) e Ashlin Barry (attualmente corre con il team di sviluppo della Visma, con il quale ha un contratto fino al 2029, ma qualcosa mi dice che passerà presto nel World Tour), rispettivamente figli di Benjamin Noval Sr, lo spagnolo, Michael Barry e Dede Demet, il corridore statunitense.
Il primo, vincitore della prova in linea junior e under 23 – Noval c’ha messo vicino anche la crono, doppietta che non accadeva dai tempi di Remco Evenepoel. Il secondo è un corridore che mi stupirei se da qui ai prossimi dieci anni non dovesse essere uno dei protagonisti assoluti delle gare più esigenti del calendario: soprattutto al Nord, ma preferisco non correre troppo.
Appena Benjamin Noval è salito agli onori delle cronache, è iniziata una particolare macchina del fango. Fonte El País (https://www.domestiquecycling.com/en/news/double-junior-world-champion-noval-faced-proposed-suspension-over-2024-disciplinary-case/) e l’autorevole Carlos Arribas, veniamo a conoscenza di un problema avuto un paio di anni fa, una proposta di sospensione per un allenamento del 2024 svolto con José “Pepe” Martí, tecnico ancora squalificato per il caso US Postal. La Guardia Civil li aveva sorpresi durante un test del lattato, e l’agenzia antidoping spagnola aveva aperto un procedimento che poteva costargli 18 mesi di stop. Il caso è però decaduto per scadenza dei termini: nessuna sanzione, nessun ostacolo. Noval Jr prosegue la sua traiettoria diretta verso il WorldTour.
Benjamin Noval Jr, figlio di Benjamin Noval Sr, ex corridore di US Postal, Discovery, Tinkoff e Astana, gregario di Armstrong e anche lui chiacchierato (https://www.cyclingnews.com/news/ucis-suspicious-list-leaked-from-2010-tour-de-france/), è già nel mirino. Avrà bisogno pure di spalle larghe per non bruciarsi e di una bella mano da chi gli sta intorno.
Guida al fine settimana dei Mondiali di Montréal
Domenica scorsa i Mondiali hanno dato il primo strappo. Le cronometro sono andate in archivio, le prove U23 femminile e juniores maschile hanno già buttato in strada l’odore dell’iride, quello che ti pizzica la pelle e ti dice che la settimana non avrà nulla di normale. E adesso si va verso la conclusione: da oggi, venerdì, fino a domenica, il Mondiale entra nella sua zona rossa: U23 maschile e junior femminile nel pomeriggio, 25 settembre, con partenze alle 15 e alle 20.15; le donne élite domani, 26 settembre, dalle 15 in poi; e infine la chiusura di rito, domenica, con gli uomini. Sempre a partire dalle 15.
UOMINI ELITE
Partiamo dalla fine: dalla corsa che, chi scrive, aspetta tutto l’anno. Quella giornata che da sola ti prende allo stomaco, ti fa dimenticare tutto ciò che sta attorno, ti fa mettere in chiaro le cose a casa, ti tiene incollato nelle ultime 3, 4 ore, almeno, ma prima è il giusto sottofondo. Con il fascino indicibile delle maglie nazionali: colori che compaiono una volta sola, ormai, o poco più, che ti ricacciano all’indietro verso un ciclismo d’antan, quando il Mondiale era un romanzo e non un protocollo.
E quest’anno c’è pure il vuoto lasciato da Pogačar. Il favorito assoluto, cinque stelle piene, quello che avrebbe piegato la corsa solo stando in griglia. Senza di lui si rimescola tutto: la porta si spalanca a sei, forse sette corridori che possono davvero prendersi il titolo.
Da Evenepoel in giù, lui che nella cronometro ha mandato segnali da brivido: gambe e postura di chi sembra già sapere tutto, pur col suo gusto del dramma. Probabilmente il favorito numero uno – ma ci arriviamo.
Dietro, un gruppo ben nutrito di alternative: chiamateli outsider, underdog, cavalli scuri, joker. Dipende da dove venite, da cosa vi piace, da che ciclismo vi portate addosso.
La verità è che questa corsa, senza Pogačar, ha un sapore diverso: più aperta, più nervosa, un po’ come subito prima del suo breve interregno iridato. Ricordate Wollongong 2022? Una fugona che parte, da lì uscirà il vincitore, oppure Glasgow 2023, la corsa impazzì in un circuito al cardiopalma e si decise con uno scatto finale dopo vari rimescolamenti. Ecco: ci aspettiamo che si vada in una di queste direzioni, abbandonando il dominio assoluto delle ultime due edizioni vinte dallo sloveno.

PERCORSO
Intanto un accenno alla sede che ospita le corse, Montréal, Canada, che, ciclisticamente, conosciamo bene visto da anni riempie un (purtoppo uno solo) fine settimana di settembre con due corse (Gp Quebec e Gp Montréal) che, per via anche dell’orario in prima serata, assumono sempre un certo fascino. E quindi la familiarità con il tracciato esiste e l’affetto è aumentato in questa settimana, avendolo visto attraversato in lungo e largo. Un circuito che misura circa 13,4 km e che i professionisti percorreranno 12 volte con un tratto in linea abbastanza inutile (ci sono un paio di salitelle) nel quale si scalderanno i motori e probabilmente ci sarà una fuga che potrebbe vedere terze e quarte linee di nazionali fuori dai radar delle usuali corse World Tour e magari qualche nome più di peso buttatocisi in mezzo a sorpresa ad alzarne il livello. Poi il circuito, un continuo su e giù, con strade spesso largo e qualche pericolo di troppo tra piloni di cemento, coni e transenne, con la sua salita principale, la Voi Camillien-Houde (1,6 km al 7,4% punte in doppia cifra) e un altro paio di strappi, quelli del Chemin de Polytechnique (780m al 6%, anche qui con un breve tratto sopra il 10%) e quella di Avenue Pagnuelo (600m al 7% di media).
Tutto questo prima della rampa finale che porterà al traguardo di Parc Jeanne Mance, che servirà, nel caso ci fosse bisogno, a incasinare ulteriormente un possibile sprint ristretto. Niente di insuperabile, si tratta di poco più di mezzo chilometro al 4%, ma volete mettere dopo sei, sette ore circa di gara e quasi 4.000 metri di dislivello?
Le donne, categoria élite, invece, sabato 26 settembre, dopo un tratto più breve in linea, sempre con partenza da Brossard, affronteranno 8 giri del circuito: il totale della loro corsa è di 180,4 km.
Le junior, nella giornata di oggi venerdì 25 settembre non dovranno affrontare il tratto in linea ma solo il circuito per 6 volte (80.4 km in totale); gli under 23, infine, 13 volte, per un totale di 174.2 km.

L’ANALISI DEI FAVORITI
Remco Evenepoel, in contumacia di Tadej Pogacar, è, in maniera quasi naturale, il favorito (quasi) assoluto della corsa, anche se il divario che intercorre fra lui e i suoi primi rivali non è lo stesso che ci sarebbe stato tra lo sloveno, ormai ex campione del mondo, e il resto della compagnia. Ma il belga, che un titolo in linea lo ha già vinto nel 2022, e viene dalla nettissima vittoria nella cronometro, è profilo perfetto: il percorso è cucito su misura per lui che negli anni, oltre a diventare esplosivo e adatto a percorsi vallonati, ha anche affinato uno sprint ristretto che lo elegge a uno dei migliori della classe, soprattutto al termine di corsa dura e nel caso dovessero arrivare dai due in su con lui presente, resta uno dei maggiori pretendenti alla vittoria anche così. Conosciamo tutti le sue caratteristiche: se prende il largo non lo rivedi più, non ha paura, anzi va a cercare le responsabilità e con un Belgio così forte potrà gestire la corsa come vorrà. A patto, però, di saper almeno convivere con Wout van Aert – con lui presente, Remco ha vinto mondiale e giochi olimpici e sappiamo quanto il corridore della Visma sia soprattutto molto leale. Van Aert, però, ha l’occasione della vita. L’assenza di Pogačar, van der Poel adatto, ma non adattissimo, la sua forma che sembra in linea con i giorni migliori, le tante vittorie in stagione tra cui una Roubaix che lo ha liberato di un macigno e aggiungiamo che forse un avvicinamento così a una rassegna iridata non c’è mai stato, insomma, è una bella opportunità. Le primavere, oltretutto, si fanno pesanti e pressanti anche per lui: potrebbe essere l’ultima occasione per salire sul gradino più alto del podio al Mondiale. Il percorso oltretutto, è adattissimo, non potrebbe essere altrimenti. Sapranno i due galli evitare di combattere tra di loro? Saranno pronti a darsi una mano l’un altro a seconda della situazione? Crediamo possa essere uno dei temi più interessanti della gara. Forse anche uno di quelli decisivi. Su una cosa siamo sicuri: ci aspettiamo di ritrovarci a un certo punto Evenepoel sbracciare, litigare, fare gestacci a qualsiasi avversario o compagno di squadra a seconda della situazione. Solo così potremmo considerare il Mondiale realmente accaduto.
Tornando seri: la squadra è forte, ha persino una terza punta da poter spendere per provare il colpaccio, Maxim Van Gils, che in stagione è diventato una sorta di fedelissimo di Remco (a differenza di ciò che è accaduto in passato con un altro talento belga, un po’ smarrito, come Van Wilder) e potrebbe anche approfittare di alcune logiche di corsa (a qualcuno viene in mente Varese: tutti marcavano Bettini e poi alla fine si corse ad abbracciare Ballan). Adattissimo anche lui pure se la corsa dovesse diventare molto dura; è pure veloce in uno sprint ristretto, quindi occhio se il Belgio dovesse inserire lui in una fuga dalla media distanza. Belgio che, tuttavia, pur dovendo rinunciare a Wellens (si è tirato fuori il corridore: una scelta che ha fatto storcere il naso a molti), presenta Alec Segaert, Tiesj Benoot, Gianni Vermeersch e Quinten Hermans, pronti a immolarsi alla causa dei due capitani e con loro Thibau Nys, cresciuto giorno dopo giorno alla Vuelta, elemento che se dovesse beccare la fuga giusta poi ti ritroveresti a dover staccare prima dello sprint.
Inizialmente avevamo inserito Seixas a tre stelle anzi la diciamo tutta: prima del week end di gare World Tour in Canada, lo avevamo messo a due stelle. Volevamo capire se, dopo un Tour corso a quel livello a soli 19 anni ci fosse stato un impatto di un certo tipo sul suo percorso di crescita, se ne fosse uscito stanco e magari con lì’idea di staccare la spina fino a fine stagione: lo avremmo compreso, anzi ci sembrava lo scenario più probabile. Invece, il giovane francese, dopo il Tour è stato 17° al Gp Quebec, 2° al Gp Montreal, battuto allo sprint da Del Toro, 3° nella prova a cronometro che ha aperto la rassegna iridata, battuto solo da Evenepoel e Ganna (i due più forti cronoman del decennio). In un attimo le sue quotazioni sono lievitate esponenzialmente fino a diventare un favorito da quattro stelle. Inutile girare intorno alle sue caratteristiche, le conosciamo: sa resistere, sa attaccare, sa sprintare – magari con più attenzione rispetto a un paio di domeniche fa – è già capace, nonostante la giovane età, di gestire la squadra. Voeckler gli ha messo intorno una selezione esclusivamente votata a lui, senza alcun piano B. Tutti corridori che militano (Jordan Labrosse, Nicolas Prodhomme), hanno militato (Bruno Armirail, Valentin Paret-Peintre, Alex Baudin) o militeranno (Pavel Sivakov) nel gruppo sportivo ex AG2R oggi Decathlon CMA CGM a cui si aggiunge Jordan Jegat, chiamato per sostituire l’infortunato Barré. Quindi niente Romain Grégoire, Paul Lapeira, Alexandre Delettre, tutti in grande forma e adattissimi al tracciato (lo vogliamo urlare: l’assenza di un corridore come Grégoire a un Mondiale di questo genere: NON HA ALCUN SENSO!). Una dichiarazione di intenti, quella del selezionatore della nazionale francese, che non ammette fraintendimenti.
A quattro stelle troviamo anche Isaac Del Toro che verrà supportato da una squadra tutta a sua disposizione, che non avrà lo stesso livello di Francia e Belgio, ma è comunque una nazione che, ciclisticamente, sta crescendo anno dopo anno sulla scia dei risultati del 2003 dell’UAE e che in futuro si toglierà belle soddisfazioni anche con altri corridori. Del Toro, che guida la bici benissimo, ed è capace di grandi letture nei finali di gara, come i già citati corridori di cui sopra ha diverse armi da poter sfoggiare e forse, in caso di sprint ristretto, potrebbe essere, van Aert e van der Poel esclusi, persino il più veloce – sì lo so abbiamo detto che anche Evenepoel ha quell’arma lì: cosa ci possiamo fare se sono quasi tutti veloci?
Negli anni 2000, su 26 edizioni, abbiamo vissuto il primo titolo di un lettone (anzi il millennio si chiudeva proprio con il successo di Vainsteins), di un australiano (Evans), di un norvegese (Hushovd), di un portoghese (Rui Costa), di un polacco (Kwiatkowski), di un danese (Pedersen), di uno slovacco (Sagan per tre volte di fila), di uno sloveno (Pogačar fermo a due suo malgrado): che sia arrivato il tempo del primo titolo messicano?
E se lo fosse per il primo ecuadoriano? Perché tra i papabili a conquistare il titolo figura Jonathan Narvaez il quale però non abbiamo capito a che tipo di gioco stia giocando. Ce lo aspettavamo più in palla nel suo rientro in corsa: ma il punto è che magari si è semplicemente nascosto calibrando alla perfezione la crescita fino all’appuntamento iridato. Anche lui, per caratteristiche e valore assoluto, non ha nulla da invidiare ai grandi favoriti. E occhio: con così tanti UAE sparsi nel gruppo, non è affatto detto che non provino a giocarsi la carta della “fratellanza di squadra”. Una possibile alleanza Narváez–Del Toro (mcNulty), se la corsa si disponesse nel modo giusto, vi sembrerebbe davvero qualcosa di impossibile da vedere o che condannereste?
C’è, poi, Mathieu van der Poel che si presenterà al mondiale incarnando lo spirito junghiano della dualità dell’essere umano. Dice che il percorso è un leggermente duro per lui, ma con un sorrisetto afferma anche di pesare un paio di chili in meno di quando si presenta al Nord; dice di volerci arrivare più fresco possibile, ma lo fa nel giorno in cui al Lussemburgo si inventa una fuga (vincente) di 175 km. Una roba fuori dal normale se non riguardasse van der Poel che prova a tirarsi fuori dai favori del pronostico in ogni modo, ed è vero che, se il mondiale diventa una corsa per scalatori, rischia di non stare in mezzo alla lotta per le medaglie, ma nelle gare di un giorno dure non sono in molti a stargli davanti. Noi, insomma, uno così lo consideriamo a tutti gli effetti tra i sei, sette favoriti al titolo considerando pure che di modi per vincere ne ha diversi. Può attaccare da lontano, in uno sprint ristretto non ha rivali, se lo porti all’ultimo giro poi auguri a staccarlo, anzi, prega in ginocchio che sia lui a non fare fuori te. Per eliminarlo dalla contesa servirà corsa durissima sin da quasi subito, una corsa logorante, e non che si accenda all’improvviso. Anche in questo caso squadra tutta per lui, altrimenti come definireste una spedizione olandese in cui figurano Dan Hoole, Menno Huising, Mathijs Paasschens, Pascal Eenkhoorn, Bauke Mollema (alla penultima gara della carriera)? Tutti con le loro differenti caratteristiche e ruoli. A loro vanno aggiunti, invece, Bart Lemmen e Tim Van Dijke che di sicuro sono in Canada per aiutare van der Poel, ma mai sottovalutarli se dovessero trovarsi davanti in qualche azione che sfugge al controllo della corsa.
A chiudere il gruppo degli ormai “sei, sette” favoriti di cui è piena questa lettura, ecco Pidcock, uno che ha conquistato il mondiale nel ciclocross, lo è in carica di mountain bike (e come Evenepoel è anche olimpico) ed è un altro che ha il profilo perfetto per chiudere davanti a Parc Jeanne Mance a braccia alzate. Profilo e forma. Può staccare tutti, sa attaccare, anche lui non è fermo in volata ed è esplosivo. Gli va bene che la corsa venga dura e anche caotica. E sta bene, come dimostrato di recente: difficile trovare controindicazioni a un Pidcock iridato. Squadra di ottimo livello la Gran Bretagna che, oltretutto, potrebbe anche giocarsi altre carte per diverse soluzioni. C’è Adam Yates, che se in giornata su questo tracciato non ne ha moltissimi più forti, soprattutto in caso di corsa dura, così come Oscar Onley, il quale però arriva da una Vuelta dispendiosa. Mark Donovan e Finlay Pickering sono due scalatori che avranno il compito di stare il più vicino possibile a Pidcock, mentre Fred Wright è la quota in caso di gara meno selettiva del previsto. Avrebbe lo spunto veloce per un piazzamento importante, ma saprà resistere a una gara che si prevede massacrante? Infine, il giovane Callum Thornley farà esperienza utile per il futuro, e dopo l’ottima crono a inizio rassegna e le due vittorie sfiorate alla Vuelta sarà un appoggio per le prime fasi di gara così come James Shaw.
OUTSIDER
L’Italia avrà un capitolo a parte e quindi partiamo da un quartetto di americani che ha tutte le carte in regola per far saltare il banco. Quinn Simmons e Brandon McNulty sono due che in un’azione dalla media distanza rischiano di fare male a molti. Entrambi se vogliono salire sul podio devono arrivare possibilmente da soli e cercheranno di rendere la corsa più dura possibile come piace anche a Kevin Vermaerke che esce da una Vuelta sempre in fuga e sulle salite brevi del circuito canadesi potrà essere un brutto cliente, soprattutto in caso di azione con le seconde linee. Tra le prime linee, invece ci sarà Matteo Jorgenson, che probabilmente avrà il compito di tenere il più possibile le ruote dei favoritissimi per poi giocarsi le sue carte nel finale provando ad attaccare. Stati Uniti d’America mai così forti, almeno nel ciclismo, potendo anche contare su uno Sean Quinn in una delle migliori stagioni in carriera, su Riley Sheehan, che sostituisce Powless, corridore veloce e resistente, Larry Warbasse che sarà l’unione tra ammiraglia e squadra, sia per distribuire borracce che tattiche e infine Artem Shmidt, il giovane della compagnia, che viene premiato per l’ottima stagione e che potrà essere utile in diversi modi strada facendo, ma soprattutto farà esperienza per il futuro quando diventerà uno degli atleti di punta del movimento a stelle e strisce.
Tobias Halland Johannessen punta del suo movimento lo è già e dopo l’infinito numero di piazzamenti di recente è tornato alla vittoria che mancava da tre anni, conquistando l’ultima tappa della Vuelta. Brutto cliente se dovesse avere ancora energie e voglia dopo una stagione così dispendiosa. La Norvegia costruita perlopiù attorno a lui avrà tuttavia altri cagnacci: Andreas Leknessund, altro eterno piazzato che ha vinto una tappa alla Vuelta, lo troveremo in fuga quasi sicuramente, Anders Skaarseth lavorerà per tutti, Jorgen Nordhagen cerca esperienza e magari una fuga, così come Embret Svestad Bardseng. Infine Tobias Foss, anche lui chiamato ai lavori forzati per il capitano e perché no, a farsi vedere in qualche fuga.
Rimanendo al nord: occhio ad Anton Charmig, leader in pectore della spedizione danese e chiamato all’ultimo momento per sostituire Skjelmose. Il corridore della Uno -X è uno dei portacolori della squadra scandinava che ha dimostrato grande condizione nell’ultimo periodo e chiudendo terzo al Gp Quebec dietro Evenepoel e Ciccone si candida come uno degli outsider più temibili. Danimarca, squadra che non resterà a guardare l’evoluzione della corsa e che pur non avendo uno dei favoriti può fare da guastafeste: c’è Mads Pedersen, ma lo abbiamo visto con l’acqua alla gola alla Vuelta, soffrirebbe un percorso così forse, anche fresco di energie e in condizione, ma tuttavia non escluderemmo a priori la possibilità di vederlo nel ruolo di mattatore a metà gara, magari con una delle sue azioni all’apparenza senza un filo logico, ma così spettacolari. Per contro, Mikkel Honoré, anche lui si è guadagnato la chiamata in un secondo momento, appare uno dei più in forma, occhio anche a lui e a un eventuale attacco nel finale. Squadra di attaccanti, si diceva e a questa definizione appartengono: Kasper Asgreen, Michael Valgren, Soren Kragh Andersen, tutti pericolosissimi qualora si inventassero un azione. Infine Mikkel Bjerg, carta da giocare in diversi modi, potrebbe essere un appoggio importante in fuga e Andreas Kron, che potrebbe essere il corridore designato per tenere le ruote dei migliori il più possibile.
Juan Ayuso è il capitano della Spagna che si fregia dell’onore di avere l’unico dei vincitori di un GT del 2026 al via, Enric Mas. Con il portacolori della Lidl l’obiettivo è un piazzamento nei dieci (forse fino a un paio di stagioni fa avremmo considerato Ayuso tra i favoriti e invece…); da Mas non sai mai cosa aspettarti, arriva da una Vuelta che potrebbe avergli lasciato ben poco in termini di energie, ma tanta motivazioni e una mente sgombra. Il potenziale per una grande gara c’è. Occhio anche ad Arrieta, corridore furbo, cavallo pazzo, che probabilmente si farà vedere con un attacco e quell’attacco potrebbe anche creare dei fastidi a molti. Se Ivan Romeo e Raul Garcia Pierna si giocheranno le loro carte con un’azione dalla media distanza, Markel Beloki farà esperienza, Carlos Verona aiuterà la squadra, Marcel Camprubì vedrà premiato il suo salto di qualità stagionale – e anche la forma esibita alla Vuelta- che lo ha portato a vincere pure il titolo spagnolo, con la sua prima partecipazione a un mondiale.
MINE VAGANTI
Mauro Schmid per la Svizzera, potrebbe essere la mina vagante per antonomasia di questa corsa, capitano di un Svizzera che può contare anche su Marc Hirschi i fratelli Fabio e Jan Christen, i cronoman Stefan Bissegger e Stefan Kung, ma è soprattutto il corridore della Jayco da tenere d’occhio. Schmid è cresciuto stagione dopo stagione e ha vissuto prima un’ottima primavera e poi un grande Tour de France dove è stato uno dei protagonisti assoluti in fuga. Il rientro alle corse non è stato di alto livello, ma si potrebbe pure essere nascosto in vista di questa gara. Veloce, resistente, sa beccare l’azione giusta, occhio allo svizzero, uno di quei nomi un po’ fuori dai radar ma capaci di ribaltare la situazione a suo favore. Tomas Silva, per l’Uruguay, con lui c’è anche Eric Antonio Fagundez, recente vincitore del Giro di Campania, è uno di quelli che è meglio non portarsi in uno sprint ristretto, opportuno staccarlo prima, ma non dovrebbe essere cosa impossibile, poca esperienza in corse sopra i 230, 250 km, ma occhio perché è profilo adattissimo e quest’anno è esploso ad alti livelli. Michael Matthews guida l’Australia: come puoi tenere fuori uno dei corridori con il pedigree più alto del gruppo? Fra i più esperti, uno capace di andare fortissimo in ogni tipo di gara del giorno e che ha vinto una volta il Gp Montreal e al Gp Quebec è stato dieci volte nei primi 10 – con tre vittorie. Poi, certo, le primavere per lui sono tante, e anche lo stato di salutein queste ultime stagioni è segnalato da una barretta rossa lampeggiante, però è Matthews, mai escluderlo a priori da un piazzamento. L’Australia che, a parte lui, fa comunque i conti con una probabile gara per scalatori: chiamati infatti alcuni dei migliori disponibili: Jack Haig, che lo vediamo perfettamente nella fuga della prima ora, Jai Hindley e Michael Storer che proveranno a tenere il più possibile nel finale le ruote dei migliori e guai a sottovalutarli come si fa troppo spesso durante l’anno, Ben O’Connor, scheggia impazzita, capace di tutto o niente, e Luke Tuckwell, tra i più interessanti giovani in chiave corse a tappe e qui a fare esperienza.
Afonso Eulalio è l’uomo forte di un Portogallo con più punti interrogativi che altro. Il portacolori della Bahrain dovrebbe essere una garanzia su questo tracciato, mentre non lo è la forma stagionale di Joao Almeida e Antonio Morgado, all’apparenza convocati più per mancanza di alternative che altro, ma lo stesso capaci di sorprendere. Michal Kwiatkowski guida, con poche ambizioni e non una grande forma, una piccola Polonia (che le soddisfazioni se le inzierà a togliere nei prossimi anni con tanti giovani di prospettiva); Felix Gall, Felix Grossschartner e Patrick Konrad sono i tre austriaci che proveranno a tenere duro il più possibile e magari strappare un posto finale nei primi dieci, mentre Derek Gee e Michael Leonard sono i capitani della nazionale di casa che vedrà anche un Michael Woods, ritirato dal ciclismo su strada, ma scongelato appositamente per queste corse di casa – e al GP Montreal è stato a lungo davanti, chiudendo diciottesimo oltre a un Nickolas Zukowsky che si farà vedere in fuga.
Santiago Buitrago guida la Colombia puntando a una top ten e lo fa dopo un’ottima Vuelta, chiusa con la maglia a pois e le lacrime per la sconfitta patita nelle ultime centinaia di metri della tappa con arrivo a Penas Blanca Estepona. Tutti competitivi i suoi connazionali, ma inferiori a lui sulla carta, Sergio Higuita, Nairo Quintana, Brandon Rivera, Harold Tejada e Wilmar Paredes. Difficile immaginarli nel cuore della gara nelle fasi finali. Come potrebbero invece fare Mathias Vacek, per la Repubblica Ceca, veloce e resistente, forte sul passo, a tratti irresistibile, ma atteso ancora al definitivo salto di qualità. L’eritreo Natnael Tesfatsion sa tenere duro (più difficile invece vedere Bini Girmay competitivo su un percorso così, ma intanto lui c’è,) ed è veloce, mentre Ben Healy per l’Irlanda così come Toms Skuijns per la Lettonia sono nomi da tenere in considerazione, ma con un paio di ma. Entrambi in un altro momento con un percoso del genere li avremmo messi anche a due stelle, ma la loro stagione è stata molto complicata e poco redditizia, anche se Healy qualche segnale al GP Montreal lo ha dato con una bella azione dalla media distanza ed è pur sempre il bronzo uscente. Corridore da gara durissima. La Slovenia orfana del detentore e all’ultimo anche del giovanissimo Omrzel, si affida soprattutto a Primož Roglič, che, se avrà tenuto qualcosa dalla Vuelta, punta a sorpendere. Poche invece le speranze di vedere un Matej Mohorič lottare con i migliori come avrebbe fatto fino a un paio di stagioni fa. La Germania schiera una squadra di buon livello: Georg Zimmermann è un battitore libero capace di tutto e niente, Nico Denz sarà il tutto fare, uomo squadra buono per ogni situazione, Marco Brenner si è sbloccato alla Vuelta e magari ce lo ritroviamo in fuga, così come Felix Engelhardt che è tutto l’anno che va forte, sa tenere sugli strappi ed è pure veloce. Poi ci sarebbe Florian Lipowitz, ma da verificare in che forma è e allora l’uomo per il finale potrebbe diventare Maximilian Schachmann, visto pimpante nelle gare canadesi di due settimane fa. Infine ci sono Aleksandr Vlasov, parso in buone condizioni nelle ultime settimane, corridore che può provarci dalla media distanza e la Nuova Zelanda che avrà due pedine molto veloci e all’occorrenza resistenti come Laurence Pithie e Corbin Strong, ma il percorso e gli avversari fanno pensare a un epilogo diverso da quello che possono sperare, forse le maggiori ambizioni potrebbe averle così Finn Fisher-Black, il più adatto fra loro a una corsa che si rivelerà sicuramente dura.

E L’ITALIA?
Inutile girarci troppo attorno: l’occasione per tornare sul podio a sette anni di distanza da quel disgraziato (per noi) mondiale di Harrogate c’è, ghiotta come non accadeva da tanti anni. È una delle nazionali italiane per uomini adatti al percorso più forte da diverso tempo e anzi, a dimostrazione della profondità, restano a casa tanti corridori che forse avrebbero meritato una chance per la forma mostrata di recente (pensiamo a Romele, Fancellu, Pinarello o Crescioli: gli ultimi tre potrebbero far parte, con anche Ulissi, riserva al mondiale, della spedizione per gli Europei in Slovenia) e questo fa ben sperare e pensare. Una nazionale che è stata pensata per mettere Giulio Ciccone in condizione di giocarsi le medaglie (e perchè no, pure il titolo) con i migliori, di dare a Christian Scaroni e Giulio Pellizzari la possibilità di muoversi un attimo prima e ad Alberto Bettiol e Davide Piganzoli quella di provare a fare da grimaldello dalla media distanza. Con loro Lorenzo Finn per fare esperienza e vedere fino a dove potrà spingersi in quella che è la sua prima vera gara a questi livelli e su queste distanze. Matteo trentin ricoprirà il tanto caro ruolo del regista in corsa e siamo sicuri che la sua classe e capacità di leggere la corsa come pochi tornerà utile in diverse fasi della gara. Infine Mattia Cattaneo è un punto d’appoggio, in una eventuale fuga in cui inserire più corridori, per portare borracce, fare su e giù dall’ammiraglia. Il fatto è che non possiamo restare a guardare con una squadra così, ma non possiamo nemmeno gettarsi nel fuoco, bisognerà essere capaci di dosare gli attacchi senza sperperare energie. va bene tenere Ciccone incollato il più possibile ai Remco, Del toro, i van eccetera, ma gli altri dovranno azzardare, ma trovando il momento giusto. Bisognerà anche avere la fortuna di trovarsi nella giornata di grazia e nell’azione buona, magari di seconde linee, che prende e se ne va – dietro tirerebbero Belgio, Francia e qualche nazione a caso che in queste gare mettono sempre fuori il naso pur non avendo speranze. Bisogna incrociare le dita e sperare: perché l’occasione di cogliere un grande risultato esiste, seppure il livello resta altissimo anche in contumacia di Tadej Pogacar.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐Evenepoel
⭐⭐⭐⭐ Del Toro, Seixas
⭐⭐⭐ Pidcock, van Aert, van der Poel
⭐⭐ Narvaez
⭐Ciccone, Pellizzari, Scaroni, Bettiol, Simmons, McNulty, Jorgenson, Vermaerke, Van Gils, T.H. Johannessen, Leknessund, Charmig, Ayuso, Arrieta, Mas, Schmid, Silva, Eulalio, Healy, Matthews, Buitrago, Onley, A.Yates, Schachmann, Brenner, Engelhardt, Honoré, Roglič, Skuijns, J.Christen, Hirschi, , Fisher-Black, Vacek, Tesfatsion

IL MONDIALE ELITE FEMMINILE
Come spesso accade, ai Campionati del Mondo e non solo, quel che si vede nei primi giorni, contro il tempo, influenza, bene o male, l’idea che ci si fa o ci si è fatti rispetto alla prova in linea. Ci sta, perché comunque la “gamba”, come si dice in gergo, qualche segnale può darlo, ma con un’avvertenza pur banale e scontata: si tratta di discipline differenti, i cui riscontri, spesso, non sono strettamente collegati. A causa della specialità, a causa del fatto che passeranno comunque dei giorni, e basta davvero un nulla, in particolar modo a fine stagione, per cambiare le cose, anche un semplice e innocuo malanno stagionale, ed anche a causa del fatto che le tattiche di una corsa in linea possono influire in modo netto sul risultato di una gara di una giornata. Non sempre vince la più forte, talvolta la più scaltra, talvolta la più attenta, anche se, in astratto, nel confronto, ha una condizione inferiore. La riflessione non è casuale e nemmeno un cappello introduttivo ad anticipare il tema. Demi Vollering ha deluso nella prova a cronometro, inutile nascondersi dietro un dito: un ottavo posto a quasi due minuti da Marlen Reusser è una prova negativa. Basta controllare i precedenti confronti a cronometro tra le due, per denotare una prestazione sottotono dell’olandese. Lei ha parlato di buone sensazioni e di una Reusser che, letteralmente, volava. C’è della pretattica. Forse non poteva dire altro. Certo è che, solo un anno fa, di questi tempi, nel maschile, ci trovavamo a commentare una prestazione simile di Tadej Pogačar che, poi, pagò, oltre due minuti e mezzo da Remco Evenepoel. Ecco, un promemoria potrebbe venire dalla considerazione di quel che lo stesso Pogačar fece la domenica, dominando in lungo ed in largo. Non è e non vuole essere un confronto, semmai un porre sul tavolo delle situazioni. Demi Vollering è stata l’atleta più forte nel plotone femminile in questo 2026: Omloop Het Nieuwsblad, Ronde van Vlaanderen, Freccia Vallone, Liegi Bastogne Liegi, Giro d’Italia (con plurime vittorie di tappa), Tour de France (e tre frazioni). La maglia iridata sarebbe la ciliegina sulla torta e chi vorrà vincere, se Vollering sarà quella di questa annata, non potrà non confrontarsi con lei e con i Paesi Bassi. Puck Pieterse, Karlijn Swinkels e Femke De Vries, su un percorso simile, saranno d’appoggio ma potrebbero anche metterci lo zampino se la giornata dovesse incontrare imprevisti.
Di segno opposto, invece, i segnali che le prove a cronometro hanno consegnato per Elisa Longo Borghini, faro della spedizione azzurra in Canada. Per cinque secondi non si è messa al collo la medaglia di bronzo a cronometro, per dieci quella di argento. Nella Staffetta Mista ha conquistato l’oro, che certo è merito condiviso di tutta la squadra, non solo di Longo Borghini e Ganna, anche se sono i nomi che circolano di più, tuttavia è innegabile il valore della prestazione messa in strada dall’atleta di Ornavasso. Nel ciclismo si dice “non sentire la catena” e Longo Borghini pareva proprio non sentire la catena. La strada le scorreva sotto i pedali con una facilità rara. Dopo un Giro d’Italia sbloccato all’ultima giornata con la straordinaria fuga di Saluzzo, ha conquistato il podio al Tour ed a trentaquattro anni e alla ventisettesima partecipazione al Campionato del Mondo la prima medaglia d’oro. L’umore è al massimo, delle gambe abbiamo già detto, sembrerebbe la ricetta perfetta per un’atleta che meriterebbe l’iride. L’Italia, oltre a fidate gregarie, ha anche Eleonora Camilla Gasparrini che, per spunto veloce, potrebbe dire la sua. Magari inserendosi in qualcuna di quelle fughe che Marco Velo auspicava. E se Marlen Reusser decidesse di chiudere il Mondiale con una delle sue azioni? Parliamo di uno scatto dei suoi, al momento giusto e di un’andatura tenuta alta e controllata come sa fare la svizzera che per potenza sviluppata non è seconda a nessuno. Reusser, dopo la felicità della cronometro individuale, ha provato l’amaro in bocca di una Staffetta Mista in cui le rossocrociate sono arrivate terze, dove si aspettavano di contendere l’oro alle azzurre. Anche Marlen Reusser non viene da una stagione facile: il Giro non è stato il suo Giro. Al Tour, proprio a cronometro aveva stravolto la classifica. Sul Ventoux ha ceduto la gialla. Poi sempre in calando, fino alla débâcle dell’ultima frazione, a Nizza, dove ha perso anche il podio. C’è la caduta, è vero, ma quando troppe componenti negative si sommano, di solito il problema parte dalla condizione. Domenica scorsa Reusser ha dimostrato che la condizione è tornata, le altre devono controllarla, tanto più che la nazionale Svizzera ha una doppia carta: il nome di Noemi Rüegg sembra scritto su un percorso simile. Magari non fra le primissime file, ma comunque atteso.
La Polonia si affida a Kasia Niewiadoma che al Tour de France ha sfiorato il bis, dopo il successo del 2024 e si è poi arresa- si fa per dire, Niewiadoma non si è mai arresa- a Demi Vollering, oggettivamente superiore in quella circostanza. Si parla spesso dei piazzamenti di Niewiadoma: ecco, per il Mondiale il discorso è un poco differente. L’ultima occasione in cui la polacca ha centrato il podio risale a cinque anni fa nel Campionato del Mondo, per noi stupendo, della vittoria di Elisa Balsamo a Leuven, poi si è spesso fermata nelle zone della top ten. Potrebbe essere l’occasione per cambiare i numeri. In squadra con lei anche Dominika Włodarczyk che, dopo aver sfiorato il podio al Tour de France Femmes dello scorso anno, quest’anno sarà a disposizione di Niewiadoma, magari anche con la possibilità di un proprio spazio in alcuni frangenti di gara. Discorso simile per Marta Lach. Molto interessante la formazione francese che può contare su Cédrine Kerbaol, che già ha ben figurato a cronometro domenica, Célia Gery e Maeva Squiban, anche se nel 2026 è apparsa una lontana parente della transalpina che avevamo imparato a conoscere al Tour dello scorso anno con quella doppietta sulle strade di Francia. La Spagna punterà indubbiamente su Paula Blasi, l’atleta che ha portato la Vuelta di nuovo a casa, la prima volta per una ciclista spagnola oltre ad aver conquistato l’Amstel Gold Race. Parliamo di una ragazza di soli 23 anni. La stessa per cui il C.T. Velo ci ha confidato: «Se corre con le Under23, possiamo considerare la corsa finita». A suo supporto l’esperta Mavi Garcìa e, tra le altre, citiamo Usoa Ostolaza, atleta di cui si parla sempre poco ma in crescita. Quest’anno, ad esempio, ha concluso in quarta posizione la Vuelta España Femenina.
Abbonda di talento anche casa Germania. Sì Liane Lippert, sì Antonia Niedermaier, ma attenzione, davvero attenzione, a Franziska Koch che, ma ne abbiamo già ampiamente parlato nelle nostre newsletter, viene da una stagione eccellente pur se al servizio di Demi Vollering: basti considerare che ha vinto la Parigi-Roubaix. In questa settimana canadese ha già dimostrato di essere ad alto livello andando a conquistare il terzo gradino del podio contro il tempo dietro a due specialiste come Marlen Reusser e Zoe Bäckstedt. Proprio di Bäckstedt parliamo occupandoci della nazionale britannica dove, con Pfeiffer Georgi e Anna Henderson, merita una menzione Lauren Dickson. La sua traiettoria assomiglia a quella di Koch: anche lei al servizio di Vollering ma gregaria di eccellenza. Dickson, a ventisei anni, ha sfiorato la top ten in un Giro d’Italia in cui ha lavorato sodo per Vollering, poi vincitrice. Bello è menzionare Mauritius e farlo con un’atleta che potrebbe far felice un’intera nazione dopo aver già festeggiato tappe al Giro, al Tour e la Liegi Bastogne Liegi dello scorso anno: Kim Le Court Pienaar può inventarsi qualcosa e la sua punta di velocità potrebbe favorirla in caso di arrivo in un gruppetto ristretto. Fa quasi strano citare Lotte Kopecky così avanti nella scrittura di un pezzo, anche se l’analisi non segue in tutto e per tutto un filo che preveda una gerarchia, ma, un paio di anni fa, Kopecky sarebbe stato il primo nome in testa, o, comunque, uno dei primi. Non lo è perché la sua stagione è stata abbastanza in chiaro scuro, che è tutto un dire per una professionista che ha vinto la Sanremo Women nel 2026. Roba che svolterebbe la stagione e la carriera di gran parte del gruppo, ma Kopecky ha nel palmares due Mondiali, tre Fiandre, due Strade Bianche, una Parigi Roubaix, per citare solo parte dell’elenco, così ci si aspetta sempre qualcosa in più. Con lei Margot Vanpachtenbeke e Shari Bossuyt. Non ci siamo dimenticati di Magdeleine Vallieres, la vincitrice, a sorpresa, dell’anno scorso a Kigali. Sarà dura per lei- e per chiunque altro, perché le big dovrebbero avere imparato la lezione- orchestrare un’altra sorpresa. Però Vallieres è canadese, atleta di casa, e parte con il numero uno. La menzione è d’obbligo, oltre al fatto che, rispetto ad alcuni pronostici (pessimistici o forse solo amareggiati) degli istanti subito dopo Kigali, Vallieres ha mostrato con orgoglio la sua maglia iridata e ha fatto quel che poteva, senza grossi timori reverenziali. Sempre di casa è, a proposito di atlete abituate a fare la festa alle grandi, Alison Jackson e citiamo anche Maggie Coles Lyster e Sarah Van Dam.
Fra le altre nazionali, citiamo: Amanda Spratt e Sarah Gigante, Australia, Cecilie Uttrup Ludwig, Danimarca, pur non ai suoi livelli, Sigrid Ytterhus Haugset, Norvegia, fa molto il ricordo dell’impresa al Tour de France, Kristen Faulkner, Usa, Niamh Fisher-Black, Nuova Zelanda, Nina Berton, Lussemburgo, Paula Patiño, Colombia, Christina Schweinberger, Austria e Daniela Campos, Portogallo.
GRIGLIA FAVORITE
⭐⭐⭐⭐⭐Vollering, Longo Borghini
⭐⭐⭐⭐Reusser, Blasi, Niewiadoma, Kim Le Court,
⭐⭐⭐ Rüegg, Koch, Lippert, Niedermaier, Kerbaol,
⭐⭐ Pieterse, Kopecky Włodarczyk, Lach, Gigante, Fisher-Black, Gery, Georgi
⭐Dickson, Faulkner, Spratt, Berton, Van Dam, Vanpachtenbeke, Squiban, Schweinberger, Ludwig, Henderson, De Vries
IL MONDIALE UNDER 23 MASCHILE
La corsa, senza i corridori del World Tour perde qualcosa, all’apparenza è più equilibrata e sensata, ma in verità va detto come al via ci siano corridori delle squadre di sviluppo della massima serie che già fanno un’attività doppia, correndo spesso (a volte pure vincendo o andandoci vicino) tra i professionisti, che hanno a che fare con preparatori e metodologie appartenenti al World Tour. Assente Finn, impegnato con gli élite, è Aubin Sparfel il favorito assoluto: la Francia stavolta può solo perderla. Hector Alvarez, Spagna, già bronzo nella cronometro, proverà a far saltare i piani dei cugini transalpini con uno dei suoi soliti attacchi dalla media distanza mentre il nederlandese Daan Dijkman e l’ecuadoriano Ramirez, figurano tra le più valide alternative ai due. La Polonia ha buone chance di salire sul podio: Jan Michal Jackowiak soprattutto, e Patryck Goszczurny sono papabili per le medaglie, come praticamente tutti i belgi Matisse Van Kerkchove, Matteo Vanhuffel, Jasper Schoofs, Niels Driesen e Vitkor Soenens, come Remi Arsac (Francia), Valentin Hofer (Austria), Miguel Angel Marin (Colombia), Kasper Borremans (Finlandia), Cameron Rogers e Jack Ward (Australia) tutti i danesi, soprattutto Patrick Frydkjaer, anche se potrebbe essere un po’ duro il percorso per lui, Lindholm Møller Andersen e Mads Landbo e i tedeschi, in particolare Moritz Mauss, Max Bock e Paul Fietzke, Eliot Rowe e William Smith (Gran Bretagna), Balint Feldhoffer (Ungheria), Kasper Haugland, Halvor Dolven e Jesper Stiansen (Norvegia), Erazem Valjavec (Slovenia), Enaut Urkaregi (Spagna), Teodor De Luca, (Svezia), Diego Casagrande e Jan Huber (Svizzera), Ashlin Barry (USA), Vaclav Jezek (Repubblica Ceca), Seth Dunwoody e Liam O’Brien (Irlanda). Un discorso a parte li meritano Henrique Bravo (Brasile) e la nazionale italiana di Amadori.
Il brasiliano è uno dei corridori più interessanti del mondo Under 23, e tra i più attesi per la gara di oggi: esplosivo e resistente, con una serie di attacchi ben congeniati potrebbe far saltare i piani della Francia sfiancando la loro resistenza. Affascinante anche per provenienza, un brasiliano ad alti livelli lo aspettiamo da un po’ e per background, viene dalla mountain bike e su strada corre da poco, ma quello che ha fatto è già notevole tanto che su di lui si sono fiondate tutte le squadre più forti e ricche del World Tour e in verità una scelta sul futuro non l’ha ancora fatta. Resterà ancora un anno con la Soudal devo? Salirà con i belgi nel World Tour che dovranno fargli spazio essendo già con i posti occupati per il 2027? Oppure cambierà squadra? Il risultato al mondiale potrebbe modificarne lo scenario.
Sull’Italia c’è da dire che senza Finn perdiamo il logico capitano (oltre che il favorito della corsa), ma siamo anche consapevoli del lavoro enorme fatto da Amadori negli anni, capace di creare gruppo e portare risultati come pochi altri: una sorta di re Mida di questa categoria. Riccardo Lorello e Mattia Negrente sono le nostre carte in caso di sprint ristretto, ma devono tenere duro e come si è visto il percorso negli ultimi giri presenta il conto. Il classe 2005 della Padovani Lorello (speriamo che trovi un meritato contratto per l’anno prossimo tra i professionisti) oltre ad aver vinto il Piva questa primavera, nell’ultimo mese si è ben distinto prima all’Avenir con i pari categoria, poi all’Abruzzo dove erano presenti diversi professionisti e una squadra World Tour, dimostrando ottima condizione e anche tenuta su percorsi mossi. Matteo Scalco è il corridore designato per la corsa dura, ma dovrà superarsi per tenere le fiammate di Sparfel e gli altri. Enea Sambinello e Mattia Proietti Gagliardoni saranno corridori da muovere nella prima parte di gara. Infine Alessandro Cattani che ha rotto il ghiaccio nella prova a cronometro e punta molto a questa gara. Di lui si parla poco ma sono due anni che mette assieme buoni risultati e prestazioni dimostrando di essere uno degli under italiani più validi del circuito continental, su tracciati impegnativi.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐Sparfel
⭐⭐⭐⭐ Alvarez
⭐⭐⭐Bravo, Dijkman, Van Kerckhove, Ramirez
⭐⭐Jackowiak, Haugland, Stiansen, Rowe, Ward, Driesen, Lindholm Møller Andersen
⭐ Lorello, Negrente, Scalco, Barry, Arsac, Maus, Fietzke, Bock, Landbo, Schoofs, Dolven, Dunwoody, Rogers, Borremans, Jezek
IL MONDIALE JUNIOR FEMMINILE
Nell’analisi delle favorite della prova junior partiamo dalla nazionale italiana: un team polivalente, con più carte da giocare. Se la corsa si dovesse fare dura, sarà Giorgia Pellizotti a dare le carte in casa Italia. Ma le azzurre possono contare su una squadra che non si lascerà sorprendere anche qualora servisse lo spunto veloce oltre alla resistenza: allora ecco Maria Acuti, Matilde Rossignoli e Azzurra Ballan. Da tenere d’occhio saranno, in particolar modo, la nazionale francese e quella spagnola. Tra le transalpine, il nome chiave dovrebbe essere quello di Thaïs Poirier, atleta che abbina doti spiccate di scalatrice a uno spunto buono quando gli strappi sono brevi. L’anno scorso fu sesta, nel 2026 però è cresciuta per prestazioni e per costanza di risultati. Assieme a lei, Justine Baud che su percorsi simili eccelle. Dal versante spagnolo, la principale rivale sarà Alejandra Neira che, dopo il Mondiale dello scorso anno, si è confermata in questa stagione abbinando le doti tecniche alla capacità di osare. Non ha esperienza, ma a proposito di intraprendenza e coraggio, è doveroso citare Élodie Malois, atleta di casa, canadese, che sicuramente proverà a fare qualcosa per mettersi in mostra. Altra nazionale da attenzionare è quella britannica con soprattutto Zoe Roche e Peggy Knox. Per la Germania occhio a Edda Bieberle, per la Svizzera Anja Grossmann, terza lo scorso anno e campionessa del mondo nella mountain bike, per gli Stati Uniti Sofia Tripcevich, per la Polonia Maria Okrucińska, che ha già in cassaforte l’oro conquistato a cronometro, per i Paesi Bassi Mirthe Mons, decima alla Liegi Bastogne Liegi, e per la Repubblica Ceca a Karolina Špicarová, già campionessa nazionale, adatta a saliscendi e capace di sopportare bene la fatica di tracciati senza tregua.
GRIGLIA FAVORITE
⭐⭐⭐⭐⭐Poirier, Neira
⭐⭐⭐⭐Baud, Roche
⭐⭐⭐ Špicarová, Pellizotti, Rossignoli
⭐⭐Grossmann, Mons
⭐Tripcevich, Malois, Bieberle, Okrucińska, Knox
Dispacci dal World Tour #27
Non ricordo, forse era già accaduto e allora, a maggior ragione ha senso partire così: in Italia si va molto veloce in bici, ma quando dico veloce, intendo proprio che si schizza via fortissimo in volata e negli sprint. Nell’arco delle ultime settimane ne abbiamo avuto una grande dimostrazione. Alla schiettezza stradale di Jonathan Milan, ormai faro, stella, chiamatelo come volete, del movimento – ci sarà un mondiale per velocisti, forse, fra qualche anno, sempre che non si concretizzi l’idea degli Emirati di buttarci dentro una salita artificiale per far vincere l’ennesimo mondiale allo sloveno – insomma se ci sarà un mondiale per velocisti quel giorno potremmo veramente pensare di vincere. Con Milan, sì, che tra Polonia (al Giro omonimo, ne avevamo già parlato, questo sì che lo ricordo) e Belgio, (al Renewi) mette in fila 4 vittorie su 4 volate. L’ultima in ordine di tempo, quella in Belgio, la dodicesima in stagione, suo record personale. Una delle migliori in carriera se non altro perché ha visto (finalmente!) la sfida tra i quattro considerati, oggi, più forti al mondo (non ce ne voglia Magnier il quale ha qualcosa in più e di diverso, ne abbiamo già parlato e ne parleremo), Milan, infatti, mette in fila Kooij, Merlier e Philipsen sotto pioggia battente. Peccato aver dovuto alzare bandiera bianca il giorno dopo a causa di una caduta causata dalla distrazione di un suo collega, avremmo visto altre sfide caldissime e chissà, anche fino a che punto, su un percorso del genere, si sarebbe spinto il friulano pure in classifica generale – vinta poi da Philipsen.
Philipsen che merita due parole. In una stagione tutto sommata dai toni minori, riesce, tuttavia, a portare a casa la Gent-Wevelgem, due top ten alla De Panne e alla Dwars, la tappa al Tour (con il secondo posto a Parigi che vale quasi come un successo), dove ha lottato per la maglia verde, risultando l’unico avversario credibile di Pedersen, costringendolo persino alle condizioni di dover andare in fuga in montagna per fare punti e la classifica finale del Renewi tour con tre tappe vinte su cinque. Abbiamo visto stagioni peggiori di chi le ha vissute in tono minore.
Tornando all’Italia dei velocisti o simili è anche la settimana di Magagnotti, Stella e Borgo. Quest’ultimo, classe 2005, non è propriamente un velocista, ma ha spunto. lettura della corsa, coraggio, che gli farà togliere tante, davvero tante soddisfazioni. Potrebbe ricordare una sorta di Matteo Trentin (magari!). Non vince, ma si piazza due volte, terzo e quinto, al Renewi, allo sprint. Dimostrando, come già visto in tutta la stagione, dove l’apice è stata la vittoria al Gp Criquielion di qualche mese fa, di essere corridore fatto (finito, no) per le gare in Belgio.
Alessio Magagnotti, invece, classe 2007, vince e per farlo mostra un numero notevole al Giro di Germania, battendo niente di meno Paul Magnier che a 23 anni, al cospetto del successo del corridore italiano pare già anziano, pensate come siamo.ù messi col ciclismo di oggi, che, come qualcuno profetizzò tanti anni fa, sta andando verso una dimensione in stile nuoto: esplosività e precocità. Che è esattamente ciò che ha dimostrato Magagnotti, corridore al primo anno da Under, chiamato in causa dalla Red Bull a correre tra i professionisti, e già vincitore. Come accaduto lo scorso anno anche a Donati, di un anno più grande e anche lui da velocista Under 23 della Red Bull lo scorso anno vinse quasi subito tra i professionisti.
E non siamo messi male nemmeno quando si tratta della categoria Under 23 vera e propria. Davide Stella, velocista friulano (generalizzando ormai sono come i portieri nel calcio, se vengono da quella regione sai che su di loro ci puoi contare), fresco di firma con la UAE Team Emirates, con la quale correrà dal 2027 nel World Tour e pure con una certa centralità e responsabilità – la squadra dovrebbe perdere Molano e quindi non avrà alcun velocista – vince in volata all’Avenir* dopo una stagione tribolatissima tra incidenti, in corsa e uno in allenamento, che poteva avere conseguenze peggiori, investito da una persona alla guida di un’auto. Una vittoria che lo lancia anche lui in questo sempre più nutrito gruppetto di corridori italiani molto veloci. Un bel vedere. Per altro nella corsa francese si è messo in mostra con un quinto e due secondi posti, allo sprint, Thomas Capra, che da junior, nel 2022, vinse una Gand di categoria, un po’ a sorpresa, battendo eccellenze dell’epoca e alcune pure attuali, come Svarre, Smithson, Hobbs, Kockelmann, De Schuyteneer, Martì, Erzen, Seintjens, Raccagni Noviero, Gruel, Grisel, van der Meulen, ma che fino a poco tempo non era più riuscito ad emergere a livello internazionale. Ora, al terzo anno con la Bahrain Devo (il primo era in maglia CTF, per la precisione), sembra aver trovato il suo spazio, i primi risultati di peso, la tranquillità per poter emergere e la possibilità magari pure di strappare un contratto con la squadra World Tour.
*A proposito di Tour de l’Avenir. Lorenzo Finn firma una storica vittoria, storica perché nessuno dal 1973 (Baroncehlli) era riuscito a conquistare nella stessa stagione Giro (dei dilettanti, poi die giovani eccetera, con tutte le sue denominazioni) e Tour de l’Avenir. Lo fa attaccando sotto la pioggia (situazione che lui adora) in una tappa mossa, stravincendo la crono con numeri da podio al Giro (dei grandi), lo fa controllando con il piglio del padrone navigato in salita. Una stella di cui l’Italia aveva bisogno e che ora non deve perdere per nessun motivo perché con Finn possiamo esserci pure noi al tavolo dei grandi (giri).
Infine, in questi giorni si sta correndo anche un’altra corsetta, la Vuelta, terzo grande giro della stagione e che spesso per vari motivi è quello che suscita meno clamore, ma che a volte sa essere interessante tanto quanto gli altri due GT. Il primo giorno Pogačar non concede sconti a nessuno, vuole la maglia rossa di leader e se la prende nel cronoprologo (pure cronoprologoman! direbbe la signorina Silvani se fosse appassionata di ciclismo). Il secondo, ci riprova, ma sbaglia. Cade nel tranello Visma che attacca nel finale con van Aert, lo sloveno risponde al suo giustiziere (tappa a Parigi 2025 e Roubaix 2026), per poi trovarsi spompato allo sprint, nettamente vinto da Matthew Brennan. Da quanto tempo ne parliamo di lui? Stagione difficile e alla fine ne sta uscendo alla grande ugualmente e, come scrive Michele Moretti, primo 2005 vincitore di tappa in un GT. Non è poco per questo grandissimo talento che ha solo bisogno di tempo e lo vedremo arrivare un po’ ovunque. Il terzo giorno, una grandinata ferma la corsa e i corridori si rifugiano in un hotel in montagna. Il quarto giorno non fa in tempo a partire la tappa che a 50 dall’arrivo il campione del mondo, qui di rosso vestito, attacca e (stra)vince, in una giornata in cui misurano le ambizioni di classifica corridori giovani come Widar, Debruyne, Brenner, Omrzel, Nordhagen e Bisiaux. Con risultati alterni: promossi Widar (alla grande, secondo di tappa alla prima giornata di montagna in un Grande Giro) e Debruyne (che andrà forte anche nella tappa degli sterrati e attualment è ottavo in classifica) rimandati Brenner e Omrzel, lui se non altro, entra in questo club per questioni anagrafiche e di esperienza; bocciato e lo scrivo a malincuore, Bisiaux oltre a Nordhagen. Nel momento in cui esce questa newsletter si sono disputtae sei tappe in sette giorni: 4 le ha vinte Pogačar, 2 Brennan. Probabilmente il conto, senza l’annullamento della frazione di Font Romeu, sarebbe stato, 5 a 2 con il resto del mondo a 0. Il record di tappe nella stessa edizione di un grande giro è 13.
Dispacci dal World Tour #26
Per una volta bisogna dirlo: c’è stata un po’ d’Italia persino nel ciclismo maschile, parlando della scorsa settimana, quando, gli occhi degli appassionati, divisi in diverse parti d’Europa e del mondo, si sono soffermati in modo particolare sul Giro di Polonia (corsa World Tour) e Vuelta a Burgos (corsa .pro che inizia a lanciare messaggi in direzione Vuelta).
Il miglior Milan della stagione senza Allegri guarda un po’ inizia a fare sul serio, vince, verrebbe da dire che persino gioca bene e fa il diavolo al Giro di Polonia dove finisce per conquistare tre volate su tre, e va bene che il palcoscenico non era quello del Tour de France, anzi, però vincere è sempre vincere e per ben due volte (la terza è stato declassato), il battuto portava il nome di Paul Magnier che al Giro d’Italia gli aveva fatto il mazzo tanto, nonostante una faccia agli antipodi di Charles Bronson, è stato il suo giustiziere dei pomeriggi di giorni da cani nella Corsa Rosa. Magnier, Hobbs, Magnier, Malucelli, Hobbs, Romele sono i nomi dei battuti (nettamente). Ok, non abbiamo detto Philipsen, Merlier e Kooij, ma quellì lì in realtà li ha già battuti e queste vittorie servivano per il morale, per mostrare la maglia di campione nazionale – un italiano, come ci ricorda il sempre bravissimo Michele Moretti, non vinceva una gara con la maglia Tricolore indosso dai tempi di Zana al Giro del 2023. Dopo di lui Bettiol rimase a secco, mentre l’ultimo vincitore del campionato nazionale è stato Filippo Conca che colse un jolly irripetibile e da lì in poi ha fatto fatica persino a concludere corse di medio livello, figuriamoci non dico vincere, ma nemmeno andarci vicino. Con questa tre vittorie Milan sale a 36 successi tra i professionisti, su strada, tra cui 24 nel World Tour, percentuale quasi pogacariana, numero di successi che, però, se ci pensate è pure (molto) poco per un velocista del suo calibro e potenziale. Prossimo obiettivo, ora, sarebbe quello di portare a casa una bella semiclassica come quella di Amburgo, domenica 16 agosto.

Non deve sorprendere come, in queste due settimane di agosto, i migliori corridori italiani siano stati, oltre a Milan: Ciccone, Scaroni e Pellizzari, ovvero colore i quali, insieme a Ganna (a riposo dopo il Tour), rappresentano il meglio del ciclismo azzurro. Scaroni è andato vicino più volte al successo di tappa in Polonia: battuto due volte dai Visma, prima Lemmen e poi Barrè, i quali, ironia della sorte, proprio contro il corridore della XDS Astana ottengono il primo successo in carriera. Scaroni andrà a vestire la maglia di leader prima della crono finale (vinta da Kung, dopo una stagione disgraziata finalmente si sblocca, mentre la classifica finale va all’ex megatalento Brenner, suo compagno di squadra, la Tudor vive una grande giornata al Polonia, in un’annata con più bassi che alti) e chiuderà settimo la classifica finale, davanti a Sobrero e Bettiol; Scaroni sarà, pochi dubbi, insieme a Ciccone, la nostra punta della nazionale (se ancora esiste una nazionale, mai come quest’anno c’è silenzio intorno, anzi facciamo un veloce gioco: senza cercare su Google, riuscireste a dirmi, a memoria, chi è il CT della Nazionale?)

Poi in Spagna, Vuelta a Burgos, Ciccone e Pellizzari, perlopiù. Anche perché nelle tappe stravinte da Brennan non c’era speranza di vedere qualche italiano inserirsi. Brennan che, dopo una prima parte di stagione complicata per via di malanni vari, sta entrando in forma (in grande forma come tutta la Visma che dopo il Tour sta raccogliendo un po’ ovunque) e che si candida a essere tra i corridori più in vista e vincenti tra fine estate e autunno. Lo storico dei due italiani sopracitati è interessante e li lancia verso un finale di 2026 ricco di soddisfazioni. L’abruzzese della Lidl-Trek: due secondi (dietro Onley e Gall) e un quarto di tappa (dietro Pellizzari, Onley e Gall) e il terzo posto nella classifica finale (dietro, nemmeno a dirlo, a Galla e Onley). Per Ciccone una stagione in cui proprio non riesce a sbloccarsi in alcun modo: quattordici volte nei primi sette, senza riuscire a vincere. Quando alzerà le braccia al cielo – l’ultima colta proprio un anno fa quando mise in fila San Sebastian e tappa proprio alla Vuelta a Burgos – ci sarà ancora più gusto. Ora, obiettivo classiche in Canada in preparazione al Mondiale, che, come abbiamo detto per Scaroni, vedrà i due come capitani – sempre che non vengano fuori strane scelte tipo quellò del 2025, in cui uno andò al Mondiale e l’altro ci riunciò per poi arrivare quarto all’Europeo. Vero che al Mondiale sarà impossibile vincere e proibitivo salire sul podio, ma i nomi per fare bene su un percorso del genere ci sono.
A questi, salvo stravolgimenti, andrà aggiunto anche Pellizzari il quale, dopo aver rinunciato per un malanno all’edizione del 2025, ce lo aspettiamo al via della rassegna iridata in Canada per andare a completare un terzetto di alto livello per l’Italia che su su percorso del genere, non si vedeva competitiva come potenziale da un bel po’ – discorso comunque che contestualizzerò più avanti, perché l’Italia potrebbe avere buone punte, ma anche gli altri non sono da meno.
Pellizzari che, dopo i piazzamenti di cui abbiamo parlato di Scaroni e Ciccone, lui sì che riesce a vincere conquistando l’ultima tappa della Vuelta a Burgos, confermandosi un corridore che, piano piano, si può rivelare anche un buon vincente con una certa regolarità. Categoria di cui, a parte Milan, ormai gli italiani non riescono a farne più parte. Da quando si è sbloccato sul finire della stagione scorsa, Pellizzari ha ottenuto altre 4 vittorie tutte nel 2026, per uno scalatore non è male. Stagione lunga e faticosa la sua, culminata con la grande delusione patita al Giro. Il suo calendario per questo parte finale di stagione lo vedrà impegnato nelle classiche italiane d’autunno dove potrà togliersi tante soddisfazioni vista la scaltrezza, le caratteristiche e la forma dimostrata in Spagna. Sperando che non rinunci al Mondiale, sarebbe un delitto.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 21
ULTIMA TAPPA DEL TOUR 10 Che sia la volata sui Campi Elisi tradizionale oppure la versione accorciata con il passaggio in salita a Montmartre, la costante è una sola: la tappa di Parigi, per la quantità di gente, lo scenario, la battaglia, la tensione, è uno dei momenti più intensi, attesi e spettacolari del ciclismo contemporaneo.
VAN DER POEL 10 Verrebbe facile dire che quella di ieri, seconda vittoria al Tour 2026, quarta in totale nella corsa francese, è stata la sua Gioconda. Verrebbe facile, ma non è possibile perchè van der Poel di successi memorabili ne ha ottenuti diversi. Ma quelle ultime centinaia di metri in cui stacca Pogačar e resiste al ritorno del gruppo ce li ricorderemo per decenni.
PHILIPSEN 9 Firma l’uno-due Alpecin chiudendo in crescendo, con la gamba piena nonostante le fatiche di questi giorni e pronto, nel caso van der Poel fosse stato ripreso, a mettere lui la ruota davanti a tutti. Un primo, un secondo, due terzi, un quarto e due quinti posti di tappa, nonostante le critiche, tra le quali quelle di questa rubrica, e il secondo posto nella classifica a punti, battuto solo da un eccezionale Pedersen, sono, alla fine, un bottino importante.
POGACAR 8 Il gusto dello spettacolo non gli manca e con le sue accelerazioni esalta il pubblico in strada e a casa. Non era obbligatorio sbattersi come ha fatto lui, ma per fortuna c’è, anche in giornate come queste.
PEDERSEN 7 Attacca a ripetizione, si stacca, rientra, fatica, poi si lancia pure in volata e chiude terzo. Semplicemente Mads Pedersen.
VAN MECHELEN 6 Nel primo passaggio a Montmartre è l’unico nome diverso a tenere la ruota dei mammasantissima del gruppo. Classe 2004, da tenere a mente per le corse di un giorno di ogni genere, da qui al futuro.
EVENEPOEL 5 Brillante sui primi due passaggi, nel terzo e decisivo momento si fa sorprendere, forse dorme come Gaudenzio, troppo indietro nel momento dell’attacco di Wright e poi in quello decisivo di van der Poel. Peccato, avrebbe reso ancora più memorabile un arrivo che già così racconteremo ai nipotini.
VISMA 4 Giornata emblematica del loro Tour. Con Hagenes e Campenaerts mancano di poco l’aggancio al duo di testa e forse se quel gruppetto (comprendente anche Abrahamsen, Pedersen e Stuyven) fosse rientrato, il finale avrebbe preso un’altra piega. La caduta che coinvolge Hagenes in volata è un altro segno di come, da un certo punto in poi, siano andate le cose al Tour per i nederlandesi.
GANNA 3 A proposito di emblema: quanto lo è l’ultima tappa di Ganna e il suo quattordicesimo posto finale? lo avremmo visto meglio provare a restare davanti sugli strappi, ma lui, invece, forse non sentendo una gamba super, si tiene per una volata che alla fine non aggiunge nulla alla sua carriera.
ITALIA 0 Come Francia e Spagna (prima volta nella storia che le tre nazioni organizzatrici dei grandi giri chiudono senza un successo in una frazione singola di una corsa di tre settimane) a secco di tappe, ma se la Francia si consola (alla grande) con Seixas e Martinez e la Spagna riesce a portare un Ayuso in difficoltà al settimo posto, l’Italia è lontana da ogni traguardo e mette in evidenza ancora una volta il tracollo del pedale italiano che si ritrova senza squadre di livello, difficoltà (e lunghi silenzi) politiche, sempre meno praticanti, un movimento con un paio di punte e poi tanta mediocrità, giovani da crescere che aspettiamo, ok, ma una totale mancanza di classe di mezzo, quella che si distingue andando in fuga e provando a conquistare tappe. Alla fine chiudiamo il Tour con quarto, Frigo, un quinto, Ganna, e un sesto posto, Cattaneo, come migliori risultati di tappa. Notte fonda, ma che potrebbe diventare ancora più buia se non si fa qualcosa.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 20
CARAPAZ 10 Come le sue vittorie in carriera nei grandi giri, vittorie divise in sei diverse edizioni. Non dite che non è meritata la sua seconda tappa al Tour 2026, perché vi ci mando. Per quello che ha fatto in quest’ultima settimana, per come ha battagliato ogni giorno per conquistare la maglia a pois (la seconda, dopo quella del 2024), per come, ieri, ha saputo mettere pressione a Kuss: è sacrosanto. C’è un’immagine emblematica che spiega tutto: siamo negli ultimi tornanti del Sarenne, Kuss è davanti, pensa di aver fatto il vuoto e invece si gira e vede lì, Carapaz, aggrappato con i denti a una decina di secondi di distacco, poco meno di un centinaio di metri. Accelera Kuss, si consuma, scollina, affronta la discesa e cade due volte. Carapaz lo supera di slancio, poi sul finale in salita verso la cima dell’Alpe d’Huez diventa imprendibile per ovvi motivi. Un grande Tour, due tappe, la maglia a pois, l’ottavo posto in classifica. Nel ciclogigantismo di questi anni uno spazio lo merita anche lui, uno dei corridori più grandi, spettacolari e intelligenti del gruppo. Viva Carapaz!
KUSS 10 Gli do il massimo dei voti perché, in fondo, forse, meritava lui la vittoria, anche se, non avremo mai la controprova, c’era ancora un tratto di salita da affrontare e Carapaz non era poi così lontano. Uno degli ultimi esemplari al mondo di scalatori; uno che, dopo aver vinto al Giro un paio di mesi fa, sfiora la vittoria anche al Tour, ma rischia anche di fare una fine peggiore che chiudere terzo di tappa. Cade due volte, la seconda poteva costare caro, a causa di una disattenzione data dalla vista annebbiata dalla fatica e dalla pressione di avere Carapaz in agguato dietro: viene salvato da una rete di protezione che evita il peggio, se non la vita, qualche osso. Alla Visma non è che siano andate troppo bene le cose dopo la vittoria iniziale nella cronosquadre, c’è stata la caduta con ritiro di Vingegaard e poi solo tappe sfiorate. Abbraccio il fatalismo: doveva finire così.
PEDERSEN 9 Vince matematicamente la maglia verde dopo essere andato all’attacco sulla Croix de Fer. Giorni interi in fuga, pure in montagna, per raggiungere il suo obiettivo. Altre parole da spendere, dopo tre settimane di elogi e voti altissimi, non ce ne sono, se non chiedergli di prendersi una pausa e farsi rivedere più avanti perché abbiamo bisogno di uno così.
MARTINEZ 8 Il giorno dopo la rimonta in classifica, grazie all’intuizione nel prendere la fuga giusta, va ancora più forte, consolida il quinto posto e anzi, viste le difficoltà di Seixas, finisce addirittura per avvicinare il quarto posto. Tour che lo lancia in un’altra dimensione, quella meno attesa per un corridore dalla sua taglia in un’epoca in cui gli XS come lui soffrono da matti tutte le fasi che non siano la salita vera e propria. Questo ci mostra con che razza di talento abbiamo a che fare.
PIGANZOLI E TIBERI 7 Ieri, bravissimi. Piganzoli lo aveva già fatto vedere al Giro e finalmente lo dimostra anche Tiberi: in un ciclismo di alto livello, i due ragazzi italiani possono tornare utilissimi, mettendo a disposizione le loro qualità, che sono importanti, come gregari per capitani di alta classifica.
POGAČAR 7 La maglia gialla tira, per aiutare il suo compagno di squadra Del Toro, dal finale del Galibier fino alle prime rampe del Sarenne, una roba che si è vista raramente nel ciclismo, ma Pogačar è proprio questo: un’eccezione. Oggi ci riproverà prima di rivederlo al Mondiale come strafavorito.
EVENEPOEL 7 C’è rammarico perché arriva a tanto così dalla terza vittoria di tappa a questo Tour, roba quasi alla Tadej Pogačar. E infatti al traguardo è incazzato come una iena. C’è rammarico perché forse parte qualche centinaio di metri troppo tardi; si mangia le mani perché la presenza di Hindley che pare, a lungo, giocarsi la tappa, paradossalmente lo sfavorisce, blocca la Red Bull dietro, che non può sfruttare un Van Gils (voto 8 al suo Tour) in stato di grazia che avrebbe potuto tirare accorciando il distacco verso la fuga. Non ci deve essere rammarico, però, in realtà, perché Evenepoel esce da questo Tour più forte e consapevole che mai. Quello lì non si batte in nessun modo, poi alle sue spalle c’è anche lui. Se volesse ritornare a vincere un GT, potrebbe venire al Giro l’anno prossimo…
AYUSO 6 Bravo, davvero, a provarci dopo le batoste dei due giorni precedenti. La condizione, alla fine, è quella che è. Non so più che pensare: se è un momento no, se davvero, come detto nei giorni scorsi, è il massimo che può fare in questa fase di carriera, se anche lui paga una situazione in Lidl-Trek un po’ incerta e dove solo pochi corridori (Pedersen e Skjelmose ad esempio) hanno saputo esprimersi ai loro livelli oppure oltre. Chiuderà il Tour settimo a una vita dal podio, suo obiettivo, e magari con in testa altre idee, tipo abbassare le pretese e provare un domani a giocarsi gare con meno competitività, come un Giro o una Vuelta.
DECATHLON 2 O dell’incomunicabilità, che non è soltanto uno dei cardini su cui si basa la filosofia del cinema di Antonioni, quella che poi Wong Kar-wai trasforma in qualcosa di ancora più poetico e coetico, sospeso e ricco di virtuosismi cinematogr… ok veniamo al ciclismo. L’incomunicabilità è anche, o soprattutto in questo caso, ciò che avviene in casa Decathlon CMA CGM. la squadra decide che sì, oggi è arrivato il momento in cui bisogna andare a tutta per Seixas, peccato che Seixas non ne abbia e lo dice a Prodhomme che fa il ritmo e lo stacca. Glielo dice anche a Riccitello che, dopo aver fatto il suo sforzo, si gira verso il Paolino francesino il quale però fa no con la testa perché non ne ha più. Chiude, in affanno, è fisiologico, quello che però è stato un grande Tour: quarto posto a 19 anni, roba che fa strabuzzare gli occhi.
BROMANCE 0 Poi magari qualcuno gli darà 10, e mi farà piacere, lotterò fino alla morte per difendere le sue idee; qualcuno sarà felice che in tempi di guerra ci sia spazio per l’amore e l’amicizia in mondovisione, e in questo caso parlo di ciò che accade tra Del Toro e Pogačar, ma io, che preferisco sale e pepe alle competizioni sportive, non ho particolarmente amato (per restare in tema), come hanno condotto quelle fasi, con tanto di esternazioni di fortissimo affetto. Ma loro sono ragazzi che fanno le loro scelte, io, invece, sono soltanto un po’ cinico.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 19
POGAČAR 10 Non ci sono ulteriori parole da spendere, lo facciamo da anni e aggiungere altro sarebbe solo un inutile esercizio di stile. In questo Tour ha ulteriormente umiliato la concorrenza riscrivendo, anche ieri sull’Alpe d’Huez, il significato di strapotere, con una delle sue azioni più memorabili che si vanno ad aggiungere ad almeno una mezza dozzina di altre imprese che non dimenticheremo e ci faranno dire che abbiamo vissuto nella sua epoca. Ci facciamo aiutare dai primi numeri più interessanti, quanto banali: record di scalata della mitica vetta alpina (35’26’’, contro il precedente 36’50 di Pantani nel 1995), centoventiseiesima vittoria in carriera, ventiseiesima al Tour, quinta stagionale alla Grande Boucle, nome che verrà aggiunto a uno dei tornanti della salita, per me si fermerà qui nel conto dei successi per questa stagione (al Tour!) e oggi lascerà la fuga, poi a Parigi, mi espongo, vincerà qualcun altro.
ARMIRAIL 9 Dopo lo sloveno campione di tutto, il gregarione francese della Visma è, senza ombra di dubbio, l’altro migliore in campo. Ha tirato tutta la tappa portando a rimorchio una quarantina di corridori (gli hanno dato una mano Jorgenson, Foss, Healy, Baudin e Quinn, voto 7 a tutti e cinque) in salita, pianura e discesa. Se la fuga ha avuto più di qualche speranza di arrivare, gran parte del merito è suo. Un altro paio di Tour ad aiutare i prossimi capitani se li è conquistati di diritto.
CARAPAZ 8 Che spettacolo di corridore. Non ha mai mollato pur sapendo che da dietro Pogačar rientrava salendo come una moto, anzi più delle moto. Si è innervosito con Martinez e come risposta continuava a scattare: ne avrà fatti a decine di quegli attacchi. E ognuno era più bello dell’altro. Ripreso, ha provato a resistere, ma alla maglia gialla non resiste nessuno figurati lui che era in fuga dal giorno prima. In un colpo solo, però, sale all’ottavo posto in classifica, prende la maglia a pois di un solo punto su Pogačar strappandola a colui che sembrava potesse indossarla a fine giornata, stavolta come legittimo proprietario, Valentin Paret-Peintre.
SKJELMOSE 8 Un Tour de France quasi di nascosto, crescendo tappa dopo tappa e che lo porta, alla vigilia delle ultime due frazioni, al sesto posto. Solido in salita, in piena lotta per la quinta posizione, alzi la mano chi se lo immaginava così alto a questo punto del Tour.
PEDERSEN 8 Andando ancora all’attacco, aiutato da Vacek, Simmons e Gee, Mads Pedersen, altro corridore spettacolare che uscirà da questo Tour con uno status ancora maggiore di quello conquistato in questi anni, blinda in maniera quasi definitiva la maglia verde. Siamo sollevati per lui.
MARTINEZ 7 Eppure pensavo che in casa Bahrain quello forte per la classifica generale fosse Tiberi: non potevo leggerla peggio. Eppure pensavo che il piccolo francese fosse troppo leggero per fare alta classifica in una corsa massacrante sotto tanti aspetti come il Tour, mi cospargo il capo di cenere, perché Lenny Martinez, a due giorni dalla fine, è quinto, dopo aver scelto la tappa giusta, il momento giusto, la giornata ideale per consacrarsi andando a scavalcare i due corridori della Lidl. Due voti in meno per un atteggiamento che ha infastidito, e non poco, Kuss e soprattutto Carapaz con i quali è andato vicinissimo a giocarsi una tappa che si sarebbe ricordato per tutta la vita. Ma c’è ancora oggi, se ne avrà, anche se immaginiamo come il suo obiettivo sarà difendersi da Skjelmose, dietro di soli nove secondi. Tra lui e Seixas la Francia sta divinamente quando si parla di classifica generale.
DEL TORO 7 Sgombera il campo da ogni dubbio sulla sua salute staccando nel finale Paul Seixas – ora dietro a 24’’ – facendo un altro passetto verso il podio finale. A nemmeno 23 anni, li compirà a novembre, Isaac Del Toro è a due giorni dal suo primo podio al Tour da mettere vicino a quello conquistato al Giro nel 2025. Il futuro nei grandi giri è (anche) suo e in futuro ci aspettano grandi sfide tra lui e Seixas che potrebbero diventare i Pogacar-Vingegaard del prossimo lustro.
EVENEPOEL 6 Un venerdì sull’Alpe d’Huez di ordinaria amministrazione per lui che ha dimostrato, in questo Tour, di essere a puntino anche in salita. Non prova nemmeno a seguire Pogačar, non avrebbe senso, non deve dannarsi per distaccare gli altri uomini di classifica, rischia di tamponare una moto, ma si riprende subito e fra due giorni potrebbe festeggiare il suo migliore risultato in carriera in una grande corsa a tappe dopo la vittoria alla Vuelta del 2022. Secondo posto in classifica: il miglior risultato possibile quando in gara c’è Lui.
SEIXAS 5 Attenzione, voto da prendere con le pinze e anche breve annuncio per chi potrebbe sentirsi irritato: non è un voto globale al Tour di un ragazzo di 19 anni (perché a fine gara meriterà un bel 10) che contro corridori di questo livello forse chiuderà al quarto posto la sua prima grande corsa a tappe, quando c’è gente più grande di lui che ancora milita nelle categorie inferiori, ma è riferito alla giornata di ieri, grazie alla quale ho trovato la risposta ai miei perché dei giorni scorsi: non attacca in quanto le energie sono al lumicino anche per lui. Però ci crediamo: che possa provarci oggi in una giornata dal profilo terribile? D’altronde Del Toro, al terzo posto, è a soli 24’’ davanti…
V. PARET PEINTRE 5 Carapaz al contrario. Si scanna sui primi GPM e poi si lascia sfilare un po’ troppo presto tenendo a mente la presenza dei punti disponibili l’indomani. In un colpo solo, però, si fa superare in classifica dei GPM da Carapaz e Pogačar e oggi potrebbe dare il via, tra Croix de Fer, Telegraphe e Galibier a una sfida appassionante contro il corridore ecuadoriano della EF.
ITALIANI IN FUGA 4 Ci siamo scaldati per aver visto ben tre italiani davanti in fuga, ma poi man mano che aumentavano chilometri e difficoltà loro si staccavano, e le nostre flebili speranze di vederli protagonisti andavano a farsi benedire. Prima Tiberi, Tour incomprensibile, poi poco dopo Piganzoli, stanco anche per le fatiche del Giro e infine Cattaneo, utile come testa di ponte per capitan Remco. Non è la nostra corsa, non è il nostro momento, ma serve qualcosa che lo cambi perché il movimento italiano ha imboccato una brutta strada…
VOISARD E VAN WILDER 2 Il loro Tour anonimo prosegue, in classifica generale, rispettivamente con un undicesimo e dodicesimo posto che potrebbe dare qualcosa in futuro in termine di carriera, ma che scalda pochissimo gli animi. Seppure, ieri, Voisard in fuga ha provato ad andare, staccandosi abbastanza presto. Per entrambi un tentativo in una gara meno esigente a livello di concorrenza come il Giro potrebbe essere un’idea per il futuro.
AYUSO 0 Di nuovo, alla voce sconfitto di giornata, troviamo lo spagnolo della Lidl-Trek che a 24 anni peggiora di stagione in stagione e a questo Tour di tappa in tappa. Chiuderà con uno scialbo settimo posto (ma senza i ritiri di Lipowitz e Vingegaard sarebbe stato nono), scialbo per lui che a 19 anni saliva sul podio alla Vuelta e ora pare un gamberetto. Forse, in futuro, un’idea potrebbe essere quella di iniziare a lasciar perdere la classifica generale e diventare un cacciatore di tappe.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 18
CARAPAZ 10 Una sentenza. Sentiva nella testa la giornata buona e allora, con l’aiuto della squadra (Voto 10 anche a tutta la EF Education EasyPost), rientra nella fuga giusta dopo esserne rimasto fuori inizialmente. Il modo in cui se ne va verso la vittoria dovrebbe fare scuola nell’arte del vincere in fuga. Attacca, sfianca i suoi rivali tenendo il ritmo altissimo, ma conservando ancora un po’ di energia. Appena c’è un attimo di rallentamento attacca di nuovo e mentre gli altri fanno il conto di ciò che gli è avanzato è troppo tardi. Ancora una volta Carapaz dimostra di avere un paio di mercoledì in più nel suo bagaglio tecnico e tattico, rispetto a tutti gli altri. Se ne va e lo rivedranno al traguardo. Top ten in classifica generale conquistata e probabilmente in saccoccia salvo crolli suoi e azioni improvvisamente brillanti di Voisard. Venticinquesima vittoria in carriera, seconda al Tour, almeno due successi di tappa in tutti e tre i grandi giri. Basterebbe questo per elevarlo a uno dei corridori più forti dell’ultimo decennio. Non mi stupirei se dovesse ripetersi in (almeno) una delle due giornate con arrivo sull’Alpe d’Huez.
PEDERSEN 9 Ancora in giro per la Francia a dare spettacolo – lo ritroveranno al traguardo dopo aver spinto il monocorona con il 56 davanti in una tappa di media montagna. L’obiettivo maglia verde, ora, è quasi in cassaforte e se oggi riuscisse, nuovamente, ma sarebbe folle e io ho male alle gambe per lui, insomma se oggi ci riprovasse, andando a conquistare altri 25 punti, l’ambita classifica sarebbe sua quasi matematicamente.
SCHMID 8 Avevo pronto il nomignolo, perché per un lungo periodo mi era parso il più forte tra i corridori all’attacco: il Pogačar delle fughe. Invece ci vuole un grande Carapaz per relegarlo al secondo posto, dopo il secondo posto del giorno prima. Va forte ovunque, salita, collina, sprint ristretti. Il più forte, pound for pound, fra i corridori non impegnati nell’alta classifica generale. Forma della vita, un grande Tour il suo – e anche della sua squadra che ieri ha messo di nuovo in evidenza Engelhardt (voto 7).
JORGENSON 7 Un piacere rivederlo competitivo in fuga. Strano non vedergli nessun UAE appiccicato a ruota. Hanno fatto pace oppure la squadra del leader della classifica sta facendo i conti con i malanni e ha preferito pensare ai guai in casa? Me lo aspetto di nuovo all’attacco oggi e domani per provare a vincere una tappa che in carriera, tra 2023, 2024 e ieri ha soltanto sfiorato.
V.PARET PEINTRE 6 Verrebbe da dire: e anche oggi i francesi vinceranno domani. Nemmeno la consolazione di conquistare ufficialmente la maglia a pois perché Pogačar è un punto davanti, mentre Carapaz, sei dietro e da oggi se la giocheranno traguardo dopo traguardo – magari pure a Parigi, ci sono quattro GPM di quarta categoria, con quattro punti disponibili in totale. La Francia, che si gode Seixas, Martinez e Jegat in classifica, ha le polveri bagnate in fuga e rischia di chiudere a zero vittorie di tappa come non accade da troppo tempo.
GARCIA PIERNA 6 Tra i sei rimasti davanti è quello che fatica di più in salita, ma il figlio d’arte non demorde e resta attaccato con i denti finché può. Attaccante nato, alla settima fuga in questo Tour, vero lottatore, corridore da Movistar fatto e finito, dopo il terzo posto di Foix ci mette vicino anche questo sesto.
JOHANNESSEN 5 Nel finale soffre il ritmo non solo di Carapaz, ma anche di Schmid, Jorgenson e Paret-Peintre. Non è quello dello scorso anno e si vede anche dalla posizione in classifica, ma oggi e domani altre due giornate per provare a conquistare quella vittoria che quest’anno gli manca, all’ennesimo (ventesima volta come ci ricorda Pietro Pisaneschi) piazzamento nei dieci in stagione senza alzare le braccia al cielo.
DECATHLON 4 Il giorno prima, Yates sta male e si rincorrono voci su un Del Toro non al meglio. Ieri si stacca (e poi si ritira) McNulty, e quindi: perché non fare un controllo sul rivale messicano e tastare con mano eventuali reazioni? Più conservativi di quello che pensavo con il giovane Seixas: da una parte non vogliono rischiare, esporlo e magari vederlo saltare, dall’altra cercano il podio. Oggi e domani le ultime due chance.
INEOS 2 Nel linguaggio di oggi si direbbe: disasterclass. Hanno due corridori come Bernal e Arensman nella fuga allargata e quando si muovono Schmid e soci restano a guardarsi, dormono, sospirano ad alta voce i maligni, buttando via la possibilità di giocarsi la tappa. Non è la prima volta che in questo Tour si distinguono per le loro disattenzioni.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 17
PHILIPSEN 10 A lui, alla squadra, a uno straordinario pesce pilota di nome van der Poel che, come già accaduto in passato, al Tour migliora di giorno in giorno e non mi stupirei di vederlo alla’attacco, così giusto per fare un buon allnemanto, nelle prossime due tappe e poi provare a vincere a Parigi – dove sarà il favorito numero uno, o numero due, dipende dalla maglia gialla che decide di fare. Philipsen finalizza, all’ultima giornata buona per le sue caratteristiche, il grande lavoro di taglia e ricuci che la sua squadra ha messo in atto in una giornata completamente pazza fatta di fughe e controfughe e in cui, alla fine, o meglio, all’inzio del terzo atto, va via la prevista azione con dentro (quasi) tutti i velocisti. Coglie il successo numero undici al Tour (mica poco), in una tappa che aveva le caratteristiche di quelle semiclassiche del Belgio che tanto gli piacciono. Ora, con soli sette punti di distacco da Pedersen, può giocarsi anche la maglia verde finale. Tour, all’improvviso in attivo per gli Alpecin con due successi di tappa ottenuti dai due capitani e una giornata come quella di ieri di assoluto strapotere e in cui vanno citati pure Planckaert e Verstrynge.
STUYVEN 9 Da un Jasper all’altro. Come già accaduto al Giro, ma anche al Tour in altre circostanze, arriva a tanto così dalla vittoria che ne avrebbe suggellato un lungo periodo in cui sta dimostrando di essere tra i più forti uomini-squadra del gruppo. Perché se Magnier e Merlier escono dai due grandi giri sin qui disputati con tre successi a testa, buona parte di merito va anche a lui. Prova l’attacco a più di venti chilometri dall’arrivo e per un po’ sembra pure farcela. Quando è stato ripreso nel finale ci si è spezzato il cuore.
JEGAT 8 La combinazione della cassaforte in cui mette dentro la sua seconda top ten di fila al Tour è fatta di fughe anche nelle tappe meno adatte e dalla gestione degli sforzi di cui è capace nelle giornate più difficili. Lettura della gara paranormale: la sua intuizione lo porta, senza doversi dannare troppo l’anima, a cementificare, con oltre dieci minuti di vantaggio sull’undicesimo posto, il suo nono. Ora potrà sedersi in bicicletta con molta meno ansia alla vigilia del trittico alpino che deciderà il Tour de France. Dovrà solo arrivare a Parigi.
PEDERSEN 7 Tappa che alla fine rischia di essere dolceamara, ma uno come lui ci diverte sempre. Prendo in prestito le parole di Marco Castro: La Danimarca non è un Paese di sterminata grandezza, ma ci sarà pure un po’ di spazio per erigere una statua di Mads Pedersen. Esaltante per ¾ di tappa, dopo aver preso i 25 punti dello sprint intermedio e averci provato ancora e ancora, nel finale ha le polveri bagnate e ora arriva alle ultime tappe con un vantaggio striminzito su Philipsen. In ogni caso scommetterei su di lui.
SCHMID 7 Dopo la vittoria a Belfort è ancora una volta protagonista. Secondo di tappa, seppure con ampio distacco da Philipsen, Mauro Schmid si conferma in questo 2026 tra i corridori più forti su un certo tipo di percorsi. Ormai lo abbiamo capito: fugaiolo di grande qualità, resistente anche in salita, che può sfruttare anche uno spunto veloce capace di dargli ancora tante soddisfazioni in carriera.
HEALY 6 Finalmente pimpante seppure non su un percorso adattissimo alle sue caratteristiche. Riuscirà, lui o la sua squadra, sempre molto attiva, ma al momento inconcludente, a sbloccarsi da qui a domenica?
HAGENES 6 Appena ha avuto via libera ha mostrato quanto di buono potrà dare alla sua squadra in giornate di questo genere. Una sorta di Pedersen o van der Poel, per piglio e caratteristiche, al momento è lontanissimo da quello status (e sempre lo sarà, siamo d’accordo), ma che saprà togliersi tantissime soddisfazioni in carriera. Mi aspetto da lui un grande finale di stagione.
LIDL TREK 5 Pedersen perde diversi punti per la maglia verde, Simmons e Gee rincorrono tutti e forse nel finale in uno di quei tentativi si poteva azzardare l’affondo. Ne escono battuti e con il clamoroso rischio di uscire sconfitti dalla lotta per la maglia verde fin qui indossata con merito. (Spoiler: non accadrà, ma Philipsen darà più di un pensiero)
TARLING 5 La media tra il voto 8 per la condizione cercata e finalmente arrivata quasi all’improvviso e ieri messa in mostra per tutta la tappa e il 2 per quel finale abbastanza insensato dove, invece di tenersi buono per una sparata o lo sprint (il corridore è pure veloce, soprattutto al termine di giornate in cui si raschia il barile), decide di tenere altissimo il ritmo mettendo in fila il gruppo come se in squadra con lui ci fossero contemporaneamente Philipsen, Kooij e Pedersen. Va beh, è giovanissimo e si rifarà.
GIRMAY 2 Davanti c’erano tutti i velocisti più attesi tranne lui che si stacca subito nelle prime (folli) fasi di corsa e alla fine brucia l’ultima occasione di giocarsi una tappa a questo Tour 2026.
FRANCESI 1 Ancora a secco di successi tappa, e per i padroni casa a zero vittorie non succede dal 1999, ma è già accaduto negli anni 2000 che si salvassero in corner in una delle ultime tappe: nel 2011 e nel 2013 con Rolland e poi Riblon sull’Alpe d’Huez, tappe 19 e 18 rispettivamente (e l’Alpe d’Huez sarà protagonista di questo fine settimana, più volte); Bardet nel 2016 (tappa 19 a Sant Gervais Mont Blanc); nel 2022 tappa 19 con Laporte a Cahors e lo scorso anno, tappa 2016, con V. Paret Peintre sul Mont Ventoux. Ieri Russo, sesto, migliore all’arrivo, e da oggi ci sono tre tappe che stuzzicano i corridori di casa, i quali, però avranno una bella batteria di rivali pronti a dargli ancora dispiaceri.
ITALIANI 0 Come le vittorie a questo Tour, ma non solo. Come i corridori in una fuga di una cinquantina di corridori. Come le azioni promosse nelle giornate di ieri. Nessun lampo, salvo qualcosina da parte di Ganna. Restiamo aggrappati alla top 13 in classifica di Davide Piganzoli. Disastro annunciato, ma forse non così.
















































