L'empatia di un direttore sportivo: intervista a Enrico Gasparotto

«Come atleti si è abituati a considerare la propria prova ed il proprio interesse, un direttore sportivo ha un quadro più ampio da considerare. Essere bilanciati è fondamentale; la prima prova per me sarà proprio l’acquisizione di questa capacità». Non è passato molto tempo dal suo annuncio fra i direttori sportivi della Bora-Hansgrohe per la prossima stagione ed Enrico Gasparotto riflette ogni giorno su quello che sarà il suo compito. L’esperienza fra le squadre Continental è importante ma nel World Tour cambia quasi tutto. «Se dovessi riuscire a instaurare il clima di armonia a cui punto fra tutto lo staff, i corridori e me stesso, umanamente sarei già contento. Quando ti ritrovi a prendere decisioni, ad essere l’unico responsabile di venti persone durante le trasferte, non puoi fare tutti felici ma questo è il prezzo del decidere. Devi, però, fare in modo che ciò non influisca sull’armonia e la serenità del gruppo». In quest’ottica il ragionamento va a toccare un meccanismo che in realtà riguarda anche la vita di tutti i giorni.

«Tutti vogliamo vincere, essere i migliori e ottenere risultati, il punto è che siamo inseriti in un’organizzazione e ciò comporta anche delle rinunce personali a favore del gruppo. Il cammino di un ragazzo, giovane e meno giovane, verso il successo deve passare da qui. Bisogna sapere che la rinuncia personale a favore del gruppo è fondamentale talvolta. L’egoismo non fa bene». Gasparotto sorride e ripensa al corridore che è stato, alle scelte che ha fatto e alla sua indole. «Io questi errori li ho fatti. Ero un testardo, spesso concentrato sui miei risultati e basta. Ho sbagliato diverse volte e, forse, anche per questo sono la persona giusta per parlare di questo ai ragazzi. Con alcuni mi scontrerò di sicuro perché capire queste cose, da giovani, in un ambiente di alto livello e dalle forti ambizioni personali è difficile».

Enrico Gasparotto è consapevole dei propri errori ma è altrettanto consapevole che ha avuto la fortuna e il tempo per comprenderli e magari porvi rimedio. «Col ciclismo di oggi quel tempo non c’è più, vorrei lo capissero questo i ragazzi. La velocità del mondo di oggi è tale per cui è sempre più difficile porre rimedio agli errori. Certe cose vanno capite subito, altrimenti è tardi». Se ha accettato l’incarico in Bora è stato anche perché si è parlato del tempo: «Sono sempre meno gli ambienti in cui si comprende che dopo i cambiamenti serve tempo per fare in modo che tutto funzioni. Bisogna lavorare sodo, ma anche concedersi il tempo che serve».

Giro d'Italia 2019 - 102nd Edition - 14th stage Saint Vincent - Courmayeur 131 km - 25/05/2019 - Marco Marcato (ITA - UAE - Team Emirates) - photo Luca Bettini/BettiniPhoto©2019

La parola chiave è fiducia, qualcosa per cui si lavora già da adesso. Gasparotto sta andando a casa dei vari ragazzi che non conosce o che conosce poco, per parlare e, soprattutto, per ascoltare. «Credo che nella vita riesca bene chi ha la capacità di ascoltare tutti. È difficile perché basta poco, una giornata storta, per dimenticarsi di ascoltare gli altri. Se non ascolti, non conosci e se non conosci non puoi capire». Già perché a casa dei ragazzi non si parla solo di ciclismo: qualunque esperienza personale, qualunque problema degli anni trascorsi può influire su ciò che sarà e Gasparotto ha necessità di capire tutto questo.

«Si tende a ridurre tutto a numeri e i numeri sono importanti, però un direttore sportivo ha necessità di conoscere gli uomini che ha di fronte. Di essere loro amico, nel rispetto dei ruoli. In questo senso basta guardare Davide Bramati: i successi che ottiene sono spesso frutto dell’empatia che instaura. Abbiamo suddiviso la squadra in vari gruppi con cui ciascun direttore sportivo lavorerà, in modo da intensificare questa conoscenza, questo rapporto». Lo stress e la tensione saranno l’altra chiave di volta, saperli affrontare la possibile soluzione del problema. «Essere un corridore che ha smesso da poco può essere un vantaggio o uno svantaggio. Anche qui dovrò essere bravo a pesare le cose: se non riuscirò a togliermi la veste da corridore per indossare quella da direttore sportivo, sarà un problema. Se la veste da direttore sportivo mi farà scordare ciò che si prova da corridori sarà un problema altrettanto grosso».

Appena ha saputo del proprio incarico ha parlato con Bramati e con Franco Cattai, colui che l’ha messo in bici e che in dialetto veneto gli ha insegnato ciò che oggi sa. In Bora sarà a stretto contatto con Rolf Aldag, professionista che stima e con cui si confronta abitualmente, però il fatto di trovarsi in un ambiente nuovo, in cui molti non lo conoscono è uno stimolo in più: «Dove nessuno ti conosce, sai che sarai valutato per ciò che farai e non per ciò che hai fatto. È difficile perché riparti da capo e hai tutto da dimostrare. Da atleta ho cambiato molte squadre e mi è successo spesso. La crescita passa da lì, non puoi migliorare se non sei disposto a lasciare da parte un poco di tranquillità e di comfort».


Un lavoro a lungo termine: intervista a Daniele Pontoni

Accostare il nome di Daniele Pontoni al ciclocross, in Italia, ma non solo, è operazione semplice, quasi istintiva. Da corridore: due campionati del mondo (uno tra i dilettanti e uno tra gli élite), due classifiche finali del Superprestige, una Coppa del Mondo e diverse corse di spessore in giro per l’Europa nel palmarès, hanno fatto di lui, per anni, uno dei nomi di vertice della specialità e sicuramente il più forte crossista italiano insieme a Renato Longo.

Corridore tecnico e grintoso, da pochi mesi, dopo aver fondato tempo fa, e poi seguito da vicino fino allo scorso anno il Team DP66, cercando di dare continuità a quella che è stata la sua vita in sella a una bici tra le brughiere di tutta Europa, apportando consapevolezza al movimento e insegnando i segreti di questa disciplina a ragazzi e ragazze, è stato scelto dalla Federciclismo come nuovo Commissario Tecnico della nazionale di Ciclocross: l'obiettivo è portare in maglia azzurra nuove idee e l'esperienza maturata negli anni, dando uno sguardo diverso rispetto al passato e verso il futuro della disciplina.

Racconta, Pontoni, di sentirsi «motivato per questo incarico, complesso, ma incredibilmente stimolante». La sua nomina è arrivata a fine giugno e dopo qualche mese è diventato effettivamente operativo.

 

Nuovo corso, nuove idee: rispetto al passato, quali cambiamenti stai portando?

Il nostro è un progetto a lungo termine che mira a salvaguardare le categorie giovanili, confrontandoci con le società, i nostri primi interlocutori, e con i comitati regionali. C'è da comprendere, però, che questo non si può fare tutto in pochi mesi; siamo a lavoro da agosto, circa, e stiamo cercando di tamponare il più possibile in questo inizio di stagione apportando i primi cambiamenti ma in maniera graduale. Tuttavia con i ragazzi, così come con direttori sportivi e team manager, c'è un dialogo costante: questo ci permette di essere avanti con il lavoro.
E poi, più che rispetto al passato, posso dirti qual è il mio modo: porto nel ciclocross, a livello tecnico, quella che è stata la mia esperienza: ciò che ho imparato sui campi di gara prima e gestendo una squadra poi. In sinergia con la Federazione arrivano le idee: intanto cercherò di lavorare di più sulle categorie giovanili, puntando anche sugli allievi; stiamo organizzando dei mini-ritiri dove vengono chiamati ragazzi delle categorie giovanili. Questo se vogliamo è un po' una rottura con il passato.

Hai anche uno staff di qualità a supporto. E sarete strutturati in un modo, permettimi di dirlo, più internazionale.

Uno dei punti emersi sin dai primi incontri è l'idea di strutturare la nazionale come fosse un team del World Tour. Tecnici e atleti saranno affiancati da esperti nel campo della scienza, dell'alimentazione, del supporto psicologico. Perché oggi fare ciclocross non è soltanto pedalare, ma c'è altro. Ti faccio un paio di nomi: avremo Borgia per la parte psicologica, Bragato per i test atletici, ovvero eccellenze assolute.

2021 UEC Cyclo-cross European Championships - Col du Vam - Drenthe - Men Elite - 07/11/2021 - Gioele Bertolini (ITA) - photo Tommaso Pelagalli/BettiniPhoto©2021

Come ci si interfaccia, in Italia, con l'attività su strada e con le varie squadre, visto che poi la strada, da noi, fagocita tutto.

Abbiamo iniziato a parlare anche con direttori sportivi e preparatori di corridori professionisti, ma arrivando a fine stagione per loro non è facile preparare il nuovo anno di cross perché è già tutto programmato per la loro stagione su strada.
Per le categorie giovanili è più semplice perché ce li troviamo ogni domenica in gara. Il programma della Nazionale è comunque un bel programma fitto: undici trasferte tra Coppa del Mondo, Europeo e Mondiale. Come primo anno è una partecipazione molto soddisfacente, ma dobbiamo fare un passo alla volta: teniamo presente come le categorie giovanili negli ultimi due anni hanno corso pochissimo, a volte quasi niente.

Quindi ci sarà una sinergia anche con squadre e corridori professionisti?

L'idea è quella. Per il mio settore sarebbe importante che qualche atleta venga anche nel ciclocross, una disciplina che sforna atleti e li manda poi a correre su strada: il problema è che è un rapporto unilaterale in quanto da noi non rientra più nessuno. Visto quello che succede anche con van Aert, van der Poel e Pidcock, ma non sono gli unici, sarebbe un vantaggio per tutte e due le discipline. Noi intanto abbiamo messo quattro, cinque atleti nel mirino, speriamo almeno di averne due, sono nomi importanti quelli che ho in mente che se accettassero darebbero inizio a un lavoro fondamentale, diverso, a una linea da perseguire in futuro che farebbe bene sia al ciclocross che alla strada.

Cyclo-cross World Championships Bogense 2019 - Denmark - Men Junior Race - 02/02/2019 - Ben Tulett (GBR) - photo Nico Vereecken/PN/BettiniPhoto©2019

Dal punto di vista del sistema, dell'organizzazione e degli investimenti, quali difficoltà ci sono in Italia non dico rispetto a Paesi come Olanda e Belgio, ma più che altro a nazioni emergenti come la Gran Bretagna.

La cultura e i numeri non sono paragonabili ovviamente con Belgio e Olanda. Noi partiamo adesso e partiamo da zero. Tu citi bene la Gran Bretagna: nazione emergente ma che è partita con il suo programma una decina di anni fa e ci ha messo un po' di tempo per arrivare al punto dove si trova ora, e lo ha fatto con idee, con il lavoro e con strutture messe a disposizione dalla Federazione. Ecco questo è quello che abbiamo in mente anche noi: strutture che la Federciclismo ci metterà a disposizione, idee che ti ho annunciato, altre che svilupperemo nel tempo: un po' alla volta e a lungo termine questo ci permetterà di pensare in grande per il futuro.

A livello organizzativo questa crescita si è già intravista, dopo l'Europeo 2019, fra pochi giorni ci sarà una prova di Coppa del Mondo in Val di Sole.

La gara in Val di Sole sarà soprattutto uno spot importante per tutto il movimento a livello globale (anche se purtroppo giorno dopo giorno arrivano importanti defezioni tra diversi nomi di punta NdA) e poi l'idea interessante è quella di far correre con la neve che se non ci sarà verrà sparata artificialmente. L'obiettivo è capire (e far vedere) se un domani il ciclocross potrà diventare uno sport olimpico. Perché eventualmente questo potrà fare tutta la differenza del mondo sotto tanti aspetti, di investimenti e visibilità.

Quali argomenti si usano per convincere una famiglia e un ragazzo a scegliere il ciclocross, in Italia?

Sicurezza, innanzitutto: corriamo sempre in luoghi sicuri e “al chiuso”: parchi, campi, sterrati dove è molto più semplice non trovare traffico. Però ora scelgono da soli senza tante argomentazioni: la bici in strada è pericolosa. Se io avessi dei figli ci penserei su prima di fargli fare attività su strada, inutile girarci attorno. E poi l'aspetto tecnico e formativo del cx: è una base importante anche per chi corre su strada.

Serenissima Gravel 2021 - 1st Edition - Jesolo - Piazzola sul Brenta 126,8 km - 15/10/2021 - Scenery - photo Roberto Bettini/BettiniPhoto©2021

L'UCI nel frattempo spinge sempre di più nel promuovere eventi Gravel. Ci sarà persino un mondiale.

Vediamo come saranno le norme, ora è in fase embrionale. Io, però, credo che possa andare a braccetto con la nostra disciplina e si potrebbero fare anche tante cose interessanti assieme. C'è da capire come l'UCI svilupperà idee e regole. Siamo solo all'inizio.

Parliamo un po' invece di questo inizio di stagione: podio europeo di Paletti e poi podio in Coppa del Mondo di Venturelli sono già i primi segnali del vostro lavoro?

È troppo presto per dirlo. Noi sicuramente abbiamo portato una sferzata di novità; li supportiamo in ogni cosa e a chi arriva in Nazionale non gli manca niente. Ci interfacciamo con loro, con le loro squadre, per fare un programma condiviso per arrivare al meglio agli appuntamenti clou. Per esempio appena sono stato nominato, quando c'era il Giro d'Italia femminile, le ragazze sapevano già dove sarebbero andate a correre in autunno. La programmazione è fondamentale.

2021 UEC Cyclo-cross European Championships - Col du Vam - Drenthe - Men Under 23 - 06/11/2021 - Davide Toneatti (ITA) - photo Tommaso Pelagalli/BettiniPhoto©2020

Abbiamo visto finalmente ottimi segnali da parte di Toneatti, corridore che oltre al ciclocross potrebbe dire la sua anche su strada: emblematico il fatto che da febbraio correrà con l'Astana Development.

Negli Usa è andato forte, purtroppo all'Europeo è mancato nel momento clou, ma è giovane e ci sta. Poi ci sono anche Bertolini e Dorigoni, tra gli élite, e anche loro, rispetto al passato, non navigano più nelle retrovie, anzi. A Tabor sono finiti entrambi nei 10: un gran risultato da sottolineare. E Dorigoni è andato molto bene anche all'Europeo. Il livello delle corse è alto e ciò che stanno facendo non è scontato. Poi sicuramente interessanti Paletti tra gli junior e Venturelli che citavi prima, ma anche Corvi, ma sarei ingiusto a nominare qualcuno sì e altri no. Ma vorrei dire una cosa: c'è tanto materiale su cui lavorare, soprattutto tra i giovani, anche tra quelli che sono passati ora allievi. Io sono convinto che verranno fuori ragazzi su cui investire e che in futuro ci daranno grosse soddisfazioni.

Tra i nostri migliori talenti c'è Lorenzo Masciarelli, famiglia di corridori di un certo spessore, da un po' di tempo vive e corre in Belgio seguito da uno dei tuoi grandi rivali, Mario de Clercq.

È partito bene, poi purtroppo un guaio fisico lo ha rallentato: quando non sei al 100% nessuno ti regala nulla e a quell'età fai ancora più fatica. E poi attenzione al contesto: parliamo di un corridore giovanissimo: quando siamo andati a correre negli Stati Uniti qualche mese fa era ancora minorenne e ha disputato la gara tra gli élite difendendosi bene (28° nella prova vinta da Quinten Hermans NdA) contro corridori di spessore e esperienza.

Quali ambizioni possono avere in stagione Lechner, Realini e Arzuffi.

Realini tra le Under 23 può togliersi belle soddisfazioni. È sempre lì in zona podio ora e dopo un periodo di stacco spero che possa riprendere la brillantezza che aveva al Giro d'Italia femminile e negli Stati Uniti. Lechner e Arzuffi le conosciamo: da anni tengono alto il nome della nazionale. Ma c'è un altro nome che vorrei sottolineare.

Prego.

Silvia Persico. Sta arrivando. E quando imparerà un po' meglio la tecnica, quando imparerà a districarsi ancora meglio nelle difficoltà – cosa tra l'altro che sta già avvenendo – sarà una gran bella freccia al nostro arco.

Worldcup Cyclocross Koksijde 2022 - Cyclocross - Men Elite - 21/11/2021 - Eli Iserbyt (BEL - Pauwels Sauzen - Bingola) - photo Nico Vereecken/PN/BettiniPhoto©2021

Il Mondiale élite lo hai visto da vicino, sarà un affare tra i "soliti tre" - qualora saranno presenti tutti - o c'è spazio per l'inserimento di qualcuno?

Partiamo da una premessa, banale ma dovuta: loro tre li abbiamo lasciati come corridori superiori non di un gradino, ma almeno di tre gradini, rispetto alla concorrenza. Credo che rientreranno così e quindi sarà dura per gli altri. Poi vedremo. Il percorso del Mondiale lo abbiamo visto, sia con la pioggia che con il sole fa male, è molto impegnativo. Come Tabor: sembra che non sia dura, ma in realtà per un atleta è una delle gare impegnative: non hai un attimo di respiro.

E Iserbyt riuscirà prima o poi a batterli tutti e tre?

Ogni tanto David sconfigge Golia. A me i corridori piccolini piacciono, i lottatori, i grintosi: lui incarna bene questo spirito, è uno che non si dà mai per vinto. E poi c'è un altro corridore su cui spenderei due parole: van der Haar, fresco di titolo conquistato al Campionato Europeo. La gara però che ha vinto a Tabor per me è emblematica. Dico a tutti i ragazzi, ai preparatori e ai tecnici: guardate che gara ha fatto, analizzatela. Se vi chiedete che cos'è il ciclocross, van der Haar a Tabor vi darà tutte le risposte che cercate.


Sul Giro d'Italia 2022

Ormai è passato più di qualche giorno (forse persino oltre una settimana) da quando il Giro d'Italia è stato presentato. Anzi "finito di presentare": che suona male, un po' strano. Strana presentazione perché divisa in puntate, inusuale, come se farne un racconto seriale desse un tono più contemporaneo all'evento o ne accresca maggiormente l'attesa.
A chi scrive, inizialmente ha creato solo più confusione che altro, per fortuna che c'era poi chi, contemporaneamente alle uscite, raccoglieva e metteva tutto assieme tappa per tappa e nel giusto ordine.
Tuttavia: primo episodio dedicato alle tre tappe ungheresi e dal titolo “Grande Partenza”; secondo episodio, quelle di pianura, “Volate” (oh-oh), poi quelle miste dal titolo “Tappe Mosse” (qui la fantasia si è sprecata), e a seguire “Tappe di Montagna” (ineccepibile).
A chiudere la presentazione della tappa finale “Grande Arrivo” con la cronometro di Verona che si chiuderà tra Piazza Bra e l'Arena come due anni e mezzo fa. Della brevità (contro il tempo) ne parleremo in seguito, ma se non altro sarà un finale estremamente scenografico e chissà che non sia di nuovo pieno di ecuadoriani come nel 2019, ma è prestissimo per parlarne.
Ora, invece, è tempo di dare un punto di vista veloce su come ci pare il percorso di questa edizione di Giro fermo restando che il Giro è sempre il Giro e, probabilmente, appassionerebbe anche se fossero 21 tappe di pianura - no, beh abbiamo esagerato, ma è per capirci: comunque vada la Corsa Rosa ci sta a cuore e non vediamo l'ora sia il 6 maggio, giorno fissato per la partenza - anzi “La Grande Partenza” - dall'Ungheria.
COSA CI PIACE - Le tappe mosse . Se chi scrive appartenesse alla generazione Z esclamerebbe (o forse in realtà lo ha fatto, ma in forma privata): “tanta roba!”. Sono la vera chicca della prossima edizione, una tappa più bella dell'altra: quella piemontese con arrivo a Torino sarà massacrante (un filino corta), quella friulana con arrivo a Castelmonte è ricca di trabocchetti (le discese mettono i brividi) e il Monte Colovrat è salita vera. Muri marchigiani e tappa calabro-lucana due gioiellini (e il chilometraggio è soddisfacente), arrivo a Napoli suggestivo. Saranno tappe insidiose per la classifica, che sorridono ai corridori da corse di un giorno (ma amaramente ci chiediamo: chi ci sarà fra i mammasantissima delle classiche dopo la campagna di Primavera?), saranno tappe che, sempre sulla carta ci potranno far divertire. Fuga all'arrivo e/o battaglia tra gli uomini di classifica ci penseremo a tempo debito.
Ci piace anche, e molto, la tappa con arrivo sul Blockhaus, ma soprattutto quella che termina sulla Marmolada. Forse ci vorrebbe qualche chilometro in più (anche 40, 50), ma l'arrivo sul Fedaia non teme confronti con nessun altro finale di nessuna corsa del mondo. Da Malga Ciapela in poi vengono le vertigini, male alle gambe e fioccano i ricordi.
E poi le cartine altimetriche del Giro restano sempre le migliori; sembra un fatto banale ma non è così. Realistiche, dettagliate, facilmente fruibili. Provate a controllare quelle del Tour (per altro quelle del 2022 ancora non ci sono) e a fare un'analisi basandovi su quelle e noterete la netta differenza.
COSA NON CI PIACE – Facile: 26 chilometri a cronometro sono pochissimi. Persino inspiegabili. Corsa sbilanciata e senza una vera crono lunga. Ma quanto erano belle le crono vallonate di 40/50 km di qualche stagione fa? E no, qui non si tratta di nostalgia anche se l'età avanza per tutti ed è più semplice rimpiangere e leggere il passato che rendersi conto del, e apprezzare il, presente.
Qui non c'entra la salvaguardia del, come si è letto in giro, “patrimonio Ganna”, qui si tratta di avere il dovere (sic) di arrivare almeno a 50/60 km di cronometro per rendere la corsa completa e meno sbilanciata. Per quale motivo dovrebbe essere meno spettacolare una crono lunga (o medio lunga?) rispetto a una crono di 9,2 km (la prima) e di 17,1 (!) , la seconda? Poi certo – e anche qui se ne parlerà a tempo debito – l'ago della bilancia, quello che sposterà ogni commento concreto sarà scoprire i nomi che si giocheranno la maglia rosa, oggi si commenta l'uscita delle tappe, non altro.
E la questione del chilometraggio è quella più calda: solo tre tappe sopra i 200 km (per altro appena sopra i 200 km) tra cui due piatte per velocisti e una messa pure di domenica, la prima domenica: certo non il miglior spot per tenere incollati in tv gli appassionati a inizio maggio. Diverso il discorso per noi malati della pedalata altrui: ce la guardiamo senza fiatare dal km 0, ci chiederanno perché ci facciamo così del male e il perché è sempre quello: il Giro è sempre il Giro e già facciamo il conto alla rovescia per quando inizierà (da oggi dovrebbero essere 168 giorni!).


Fino a dove potrà arrivare Tom Pidcock?

C'è qualcosa che, osservando Tom Pidcock, balza subito agli occhi. Non è la statura, né quella potenza di pedalata che, proprio perché espressa da quello che pare un corpicino, Viktor Šklovskij avrebbe definito "ostranenie" straniante, ovvero quel processo narrativo capace di "fare uscire il lettore (o l'osservatore) dall'automatismo della percezione". No quello che colpisce subito di Tom Pidcock è, molto più semplicemente, il talento.
Già, il talento, quella particolare caratteristica che pare quasi possa aiutarci a leggere il futuro di una persona. Quel "dono" che, se non viene coltivato, non può dare buoni frutti. Quel tratto peculiare che siamo soliti - anche al di fuori del mondo dello sport - ad associare a grandi artisti, a menti illuminate e geniali.
Il talento in Pidcock più che una forma d'arte appare legato ai parametri della consistenza. Più che una pennellata d'artista si infila nella categoria dello sforzo disumano. Da quando è giovane, Pidcock spinge oltre ogni limite per ridurre ogni margine alla ricerca del massimo risultato, e a fare la differenza, sentendo colleghi, ex compagni o tecnici, sono testa e ambizione: scintille che accendono e illuminano il suo talento.
"La potenza è nulla senza controllo" reclamava un tempo un famoso spot pubblicitario: assioma così banale ma quanto efficace nel voler descrivere i passi che Tom Pidcock, da Leeds, sta muovendo nel ciclismo.
Quando lo abbiamo osservato da ragazzo, in lui vedevamo questo piccoletto, forte, sì, tenace, è vero, ma fisicamente forse non del tutto pronto a fare quel salto di qualità che in una stagione come quella appena trascorsa, ha dato modo di vedere.
Ma quei margini sono stati ridotti: 3° al mondiale di Harrogate nel 2019 su strada, nel giardino di casa, tra gli Under 23, si diceva: "ottimo corridore per carità, ma deve farne ancora di strada"... eppure.
Lo stesso si diceva nel ciclocross: a livello giovanile raccoglieva di tutto un po': "ma vedrete quando arriverà tra i grandi sarà tutta un'altra cosa". E invece in poco tempo si è ritagliato lo spazio necessario per far parlare di sé, magari non alla pari, ma di sicuro subito dietro van Aert e van der Poel.
Dopo la prima stagione su strada i suoi risultati dicono tanto di talento e ambizione: 1° alla Freccia del Brabante, 2° all'Amstel battuto in un fotofinish che se visto dal suo punto di vista grida vendetta, 3° alla Kuurne-Brussel-Kuurne, 5° alla Strade Bianche, 6° al Mondiale (dove arriva dopo aver patito le pene alla Vuelta, comunque conclusa), 15° alla Sanremo, la sua prima volta in una monumento, la sua terza volta in una gara oltre i 200 km. Tutto questo a 22 anni.
Abbiamo voluto solo sottolineare quello che Pidcock ha già mostrato in 37 giorni di gara su strada in maglia Ineos, lasciando, volutamente ai margini, quello che il ragazzo è capace di fare nel ciclocross e in mountain bike. Perché il suo 2021 ha significato titolo olimpico nelle ruote grasse, bronzo mondiale nel ciclocross finendo nella stessa foto sul podio con Wout van Aert e van der Poel che Pidcock, abile nel muoversi anche fuori dalla bici, descrive così: «Conosco poco entrambi, ma di sicuro Mathieu è uno che se non vince non è felice, van Aert invece sa bene quello che può fare e difficilmente nei giorni in cui sta bene non mette a segno il colpo».
Pensa, Pidcock, parlando appunto di cross, che per restare nella storia dovrà conquistare un campionato del mondo, ma è consapevole in quel caso di dover battere quei due a cui inevitabilmente si ispira.
Ma se nel cross i limiti sono ben definiti da avversari e peculiarità della disciplina è su strada che ci chiediamo dove potrà arrivare. Ha vinto, tra gli jr, la Parigi-Roubaix, bissandola poi tra gli Under 23: potrà essere il primo nella storia a completare una storica tripletta vincendola anche tra gli élite? Secondo noi sì, basta avere un po' di pazienza. Ha vinto, tra gli Under 23, il Giro: su di lui si è pronti a scommettere che prima o poi ci proverà anche tra i grandi nei Grandi Giri nonostante la concorrenza attuale sposti decisamente verso l'alto l'asticella della competitività.
Veloce al termine di corse impegnative tanto da giocarsela persino con uno come van Aert, resistente, intelligente nel modo di correre, le grandi classiche di un giorno le può vincere tutte (o quasi) e non sono molti altri quelli che se lo potrebbero permettere - van Aert, van der Poel, Alaphilippe, Pogačar. E poi?
La Ineos oltretutto sta costruendo attorno a lui un piccolo clan di giovani britannici che negli anni lo supporteranno in tutte quelle che sono le sue idee assecondandone le scelte, accompagnandone la crescita.
E allora fino a dove potrà spingersi Tom Pidcock? Se i limiti sono quelli del suo talento, allora significa davvero molto in alto.


Di riforme e futuro sulla strada: intervista a Giovanni Visconti

Giovanni Visconti ha le idee chiare in merito alla recente riforma del Codice della Strada: «Sento dire che è ancora tutto uguale a prima, non è vero, si sbagliano. È peggio di prima, molto peggio. Ogni giorno si continua a morire sulle nostre strade, eppure si sceglie ancora una volta di non fare nulla. Restare immobili di fronte a una situazione di questo tipo è terribile». Il siciliano ammette pochi minuti dopo che, purtroppo anche in lui, si sta facendo strada la rassegnazione. «È sbagliato, lo so bene. È sbagliato perché ci sono persone che su quella strada hanno perso figli, genitori, fratelli. In quella rassegnazione di cui ti parlo c'è tutto il dolore e la rabbia per l'immobilismo di fronte a queste situazioni. C'è chi continua a lottare per una strada più giusta dopo la perdita di un figlio e chi, potendo cambiare, fa altre scelte, si pone altre priorità. Alla fine, ti rassegni perché fa male».

Nella riforma non si parla di zona 30 in città, non si parla di distanza minima vitale per il sorpasso di un ciclista oppure di ritiro della patente per l'uso del cellulare alla guida. Visconti ha qualcosa da aggiungere: «Di queste cose non si dice nulla, ma anche delle cose di cui si parla, si parla a vuoto. A me sembrano norme vuote, che, alla fine, non porteranno nulla, non saranno applicate. Faccio una domanda: si parla di sanzioni per l'uso di tablet alla guida ed è giusto. A parte il fatto che trovo assurdo che la sospensione scatti alla seconda violazione nel corso di un biennio, vorrei capire quante multe si fanno ad oggi per l'uso del cellulare alla guida, situazione già normata. Mi sembra che si punisca troppo tardi. Magari dopo incidenti gravi. Vedo ogni giorno persone che usano il cellulare in auto. Le persone continuano a usare il cellulare in auto perché non sono attente, perché non capiscono ma anche perché non hanno abbastanza timore della sanzione. Dovrebbe bastare il buon senso e il rispetto degli altri utenti della strada, ove non basta servono più controlli e più sanzioni. Sia chiaro, vale anche per noi ciclisti. Perché non si passa col rosso, non si sta appaiati in mezzo alla strada, non ci si distrae. Personalmente richiamo sempre all'attenzione i ciclisti che pedalano con me».

Discorso simile, Giovanni Visconti lo apporta quando si parla del metro e mezzo di distanza. «L'iniziativa dei cartelli è lodevole ma senza controlli, senza sanzioni non andiamo da nessuna parte. Mettere cartelli e ignorarli è un'ulteriore mancanza di rispetto nei confronti di padri come Marco Cavorso che non rivedrà più suo figlio. La sensazione di non essere considerati come ciclisti l'abbiamo ogni giorno. L'altro pomeriggio, in una galleria, al buio, un camion, a velocità elevata, mi ha fatto il pelo. Una volta mi sarei arrabbiato, l'avrei mandato a quel paese. Oggi ringrazio solo di tornare a casa senza essermi fatto male». Il punto è sempre lo stesso, la strada è un luogo sempre più caotico, dove si scatena il nervosismo di ognuno. Visconti ha posto una regola a tutti coloro che escono ad allenarsi con lui: «Non voglio vedere persone che urlano o mandano a quel paese l'automobilista, il camionista o l'incivile di turno. Non voglio vederle perché tanto così non cambiamo nulla e anzi accresciamo solo quella rabbia che si vive in strada, oltre a rischiare che, di parola in parola, poi ci si metta a litigare e ci si faccia ancora più male». Certo questo non vuol dire che vada tutto bene e che si debba continuare così. «Perché non c'è una pubblicità in televisione che parli di questo? Magari alla sera mentre tutti si è sul divano. Che faccia riflettere su questo tema. Perché nelle scuole non c'è un'ora di educazione stradale? Non credo sia impossibile inserirla fra le materie».

Il ciclista della Bardiani Csf-Faizanè è completamente sfiduciato rispetto alla propria generazione, crede invece nelle generazioni future. «Noi non cambiamo più. I bambini invece assorbono tutto e non devono captare questi comportamenti. Sono loro a dirci che non si usa il cellulare in auto, che non si gettano le carte per strada, a correggere i comportamenti sbagliati che portiamo avanti da anni. Parliamo di questo nelle scuole, se vogliamo avere una strada diversa».

Qualche tempo fa, il figlio di Giovanni gli ha confessato di avere paura quando lo vede uscire per gli allenamenti. «Cosa puoi rispondere? Ha ragione. Se si pensa che io stesso, ciclista, ho paura a farlo andare in bicicletta con gli amici, ci si rende conto dell'assurdità della situazione. È triste perché la bicicletta è una delle più grandi scoperte per tutti i bambini». Anche questo, per Visconti è un discorso di cultura. «L'altro giorno ho rimproverato mio figlio: gli chiedo sempre di mettere il casco, ho visto che lo aveva ma sul manubrio, non in testa. Mi ha detto di non averlo indossato perché altrimenti gli altri bambini lo prendono in giro. Non è colpa dei bambini ma dei genitori: tutti ci fidiamo dei nostri figli, il casco serve per proteggerli dai comportamenti errati altrui, perché lo facciamo percepire come un di più?».

E si ritorna alla capacità di percepire le esigenze altrui. «Ogni volta che parlo di questi temi ho la netta sensazione che sarò ascoltato e compreso solo da ciclisti che vivono le stesse problematiche, come se agli altri non interessasse. È grave. Purtroppo, quando senti parlare di riforme e poi leggi queste cose, la percezione si amplia».


Psicologia e ciclismo: la parola a Elisabetta Borgia

 

«Agli atleti dico sempre che devono prendersi il permesso di levare la maschera che la loro quotidianità impone. Deve esserci almeno una persona in squadra con cui, anche solo per un'ora al giorno, essere se stessi e a cui dire ciò che provano, ciò che non va. Perché no, nemmeno i ciclisti sono superuomini con una vita perfetta e sempre al massimo. Talvolta, però, sembra lo si pretenda». Sarà questa una delle prime cose che Elisabetta Borgia dirà agli atleti di Trek-Segafredo, squadra che affiancherà dal prossimo anno.

«Scegliamo noi cosa raccontare agli altri. Dopo un allenamento estenuante in pista puoi mostrare sui social la realtà della tua fatica oppure puoi fingere che non sia successo nulla. Forse dovremmo iniziare a mostrare maggiormente quella fatica e anche qualche debolezza se vogliamo raccontare la verità. Altrimenti continueremo a diffondere l'immagine fittizia tipica dei social che vogliono tutte le persone senza problemi e spensierate. Questo fa male a tutti». Elisabetta Borgia pensa al ciclismo femminile e a quanto un racconto di questo tipo potrebbe permettere alla gente di conoscere e apprezzare sempre più l'impegno delle atlete.

Borgia spiega da anni queste cose, i primi corsi in Federazione li ha tenuti nel 2013 e in quei giorni si è resa conto di una spiacevole realtà. «Molti direttori sportivi venivano a questi corsi e non ascoltavano quasi nulla, facevano altro. Erano figli dei loro tempi, tempi in cui chi aveva bisogno di un supporto psicologico era un debole o un folle. Tempi in cui non si diceva di andare dallo psicologo per timore del giudizio, forse ce ne si vergognava anche. Dovevi trovare persone sensibili al tema per essere ascoltata». Se oggi la realtà è diversa, è anche perché nel tempo la pressione ha continuato a crescere, a dismisura. L'atleta è iperstimolato. Quando si parla di performance in realtà si parla di diversi fattori da tenere sotto controllo: l'allenamento, i battiti, la posizione, l'alimentazione e così via. «Se non riesci a dare una priorità e a gestire ogni aspetto, diventa impossibile. Molti ragazzi non sanno staccare, non sanno recuperare, non programmano nemmeno il recupero. Oppure, se lo fanno, si sentono in colpa perché, magari, alla sera del giorno di stacco vanno su Strava e vedono che il loro rivale ha fatto sei ore di allenamento». Il timore risiede nel giudizio e anche questo è amplificato: dai media, ai social, ai tifosi e alle persone che si incontrano per strada. Elisabetta Borgia è stata ciclista e ha smesso proprio perché, ad un certo punto, si è resa conto che non sarebbe potuta arrivare dove voleva. Una consapevolezza difficile da raggiungere, ma essenziale. «Attraverso la specializzazione estrema si portano i giovani a credere che sia necessario essere sempre i numeri uno in ciò che si fa. Ai giovani, invece, bisognerebbe anzitutto dire che ci sono delle cose che non si possono cambiare e vanno accettate per quello che sono: alcuni nostri limiti ad esempio. Un conto è voler vincere, altro conto è capire che ci sono aspetti su cui devi lavorare per migliorare, per crescere. È possibile lavorare solo su se stessi per cui, quando abbiamo raggiunto il meglio di ciò che siamo capaci di fare, abbiamo già vinto. Ognuno fa il proprio lavoro: la squadra chiede vittorie, com’è giusto che sia, io come psicologa dello sport spiego questo. Sono due aspetti che devono andare di pari passo ed integrarsi».

In realtà, la sua è una figura abbastanza nuova nello sport e nel ciclismo. In Italia, poi, su questo tema si fa molta confusione. «Manca una regolamentazione specifica. Per fare questo lavoro serve una laurea triennale specialistica e una specializzazione in psicologia dello sport. Chissà perché, però, continuiamo a confondere psicologo e mental coach. Il rischio è elevato. Si può essere mental coach anche attraverso corsi di qualche giornata, ma di certo non si ha la preparazione per trattare certi aspetti. L'effetto placebo esiste e può fare in modo che momentaneamente l'atleta rimuova il malessere: il punto è che se non viene trattato adeguatamente tornerà fuori, perché non si è agito sulla causa. Apro una parentesi: lavoro anche in una comunità di recupero per tossicodipendenti, affrontiamo problemi importanti e ne siamo coscienti. Perché dobbiamo pensare che nello sport, invece, sia tutto all'acqua di rose?». Borgia cita dati: il CIO ha un'equipe che si occupa di seguire la parte mentale dello sportivo, la ricerca dice che atleti ad alto livello hanno una maggiore percentuale di problematiche di questo tipo, non si può far finta di non sentire. «Prendiamo i disturbi alimentari in donne nella fascia 14-17 anni: le sportive ne soffrono in tassi più alti. Per una donna è più facile perdere mezzo chilo di peso che aumentare in watt e a forza di lodare la magrezza come soluzione ad ogni problematica si è giunti a questo punto. Ho parlato recentemente con Paolo Sangalli, il nuovo D.S. della nazionale femminile su strada e mi ha confermato l'intenzione di fare dei corsi in tal proposito per le ragazze junior».

Gran Piemonte 2021 - 105th Edition - Rocca Canavese - Borgosesia 168 km - 07/10/2021 - Jacopo Mosca (ITA - Trek - Segafredo) - Antonio Tiberi (ITA - Trek - Segafredo)photo Luca Bettini/BettiniPhoto©2021

L'integrazione in squadra sarà lenta e avverrà, in primis, attraverso la partecipazione ai ritiri, ma Borgia precisa: «Nessuno sarà obbligato a parlare con me. Alcuni ragazzi potrebbero non volersi aprire ed è giusto così. È un meccanismo di difesa naturale perché la figura dello psicologo può risultare scomoda. Farò dei colloqui conoscitivi, ma soprattutto starò con la squadra. Il primo passo per essere accettati è la presenza, se vedono che sei lì sanno che comprendi i sacrifici e la fatica che questa vita comporta. Il mio passato da ciclista mi aiuta ad essere credibile in ciò che suggerisco, per esempio quando parlo di giudizio». Borgia sottolinea che gli aspetti da considerare sono tre: concentrazione, recupero e bolla di fiducia. «La concentrazione si allena: dai tutto in quel momento avendo la testa solo lì, poi stacchi, non ci pensi più e nella tua realtà ti circondi di una bolla di persone di cui ti fidi con cui non devi fingere». Anche perché la pressione si insinua in meccanismi impensabili: alcuni atleti vivono con pressione anche le foto o le storie da postare per gli sponsor e bisogna saperlo.

«Comunicare vuol dire sapere chi ti trovi di fronte e come puoi parlargli. Al termine di una gara andata male ci saranno ragazzi o ragazze con cui lo sprone verrà da un rimprovero e altri con cui il rimprovero non servirà a nulla e li porterà solo ad avere più dubbi e a chiudersi in se stessi. Se vedrò situazioni di questo tipo ne parlerò con i direttori sportivi. A volte basta una caduta e il corridore entra in una fase negativa». In molti casi, il ruolo di Elisabetta Borgia sarà di mediazione. «Può capitare che un componente dello staff, un meccanico ad esempio, a fine stagione sia nervoso per via della stanchezza e del tempo lontano da casa. Alcuni atleti non ne risentono, altri captano questo nervosismo e tutto si ripercuote sull'ambiente di squadra». Nel caso di un altro tipo di comunicazione, quella mediatica, Borgia non se la sente di dire nulla ai media, perché fanno il proprio lavoro, quello che può chiedere è maggiore attenzione per l'aspetto personale.

In tutto questo, Borgia evidenzia l'importanza del lavoro con i giovani per tutelare la tridimensionalità della loro vita, qualcosa che si va a perdere quando si trattano ragazzi di quindici anni come professionisti affermati. «Si saltano troppi step, dandoli per scontati, salvo poi parlare di carriere brevi o di calo dei risultati. Il ciclismo è identità e se a quell'età non hai alle spalle una famiglia ragionevole, la prima cosa a mancare è l'istruzione, la scuola. Il rischio è di arrivare a trent'anni senza conoscere, senza conoscersi. A quel punto si può far poco perché le persone faticano a cambiare abitudini consolidate. Bisogna lavorare prima, mentre tutto è in costruzione, in formazione».


Grazie ciclismo per questi momenti indimenticabili

Ciclismo e anno 2021 un binomio perfetto. Qualcosa che vorremmo riuscire a raccontare meglio ma forse più di ogni altro modo è stato lui a raccontarsi in maniera perfetta: esagerato, romantico, epico, preciso, spettacolare. Quello che abbiamo sempre chiesto e che spesso, nell'ultimo decennio, abbiamo solo visto (quando siamo stati più fortunati) a metà, relegato a episodi isolati.
Ciclismo e anno 2021 un pissi pissi bau bau tra due innamorati, e in mezzo noi; in realtà noi più che altro a fare da contorno ad applaudire; con gli occhi a cuoricino come la vignetta di un fumetto, persino il cuore che batte che pare uscire dal petto; o perché no, momenti irrefrenabili nei quali ci siamo alzati dal divano e non riuscivamo più a stare fermi nell'attesa di una volata, di un giro finale, di un centesimo in più o in meno, di un attacco decisivo, o anche scriteriato. A cercare con lo sguardo quel corridore su cui tanto puntavamo, a immaginarsi rimonte e rinascite, abbozzando per le delusioni, ma applaudendo tutti dal primo all'ultimo.
Ciclismo e anno 2021: un'intesa perfetta. Abbiamo provato a estrapolare alcuni momenti battezzandoli come “i momenti migliori della stagione”, ma potete immaginare quanto sia costato lasciarne fuori almeno altrettanti.

10) Bernal a Cortina (e sul Giau)

E chi se la dimentica quella giornata? Era il 24 maggio del 2021 e si imprecava perché le immagini non arrivavano: per via del maltempo non c'era copertura televisiva. Ci siamo affidati a una sorta di radiocronaca, come si usava una volta, ed ecco il gesto di Bernal che abbiamo definito quel giorno come di totale rispetto verso la corsa e i suoi tifosi; Bernal che sbuca sul nostro televisore solo nel finale, si leva via la mantellina nonostante freddo e fatica, con l'unico intento di mostrare la Maglia Rosa regalandoci una delle immagini simbolo del ciclismo 2021.

 

9) Roglič a Tokyo

Parrebbe uno sgarbo non inserire Roglič che in stagione ottiene 13 successi, uno più significativo dell'altro. Abbiamo scelto l'oro olimpico della prova a cronometro: perché è simbolo e perché vincere ai Giochi resta per sempre sulla pelle di ogni sportivo. Su un circuito pesante come un mattone, lungo e vallonato come una crono da Grande Giro, nonostante ciò, ahinoi ingenuamente pensavamo fosse tutto apparecchiato per Ganna, ma fu un dominio assoluto dello sloveno. 55'04'' il suo tempo volato via sopra i 48 orari di media. Oltre 1' sul secondo in un podio stellare, per una top ten degna di una prova di altissimo valore.

8 ) Viviani a Roubaix 2021

Il biennio a due facce di Elia Viviani vede dipinto il suo volto migliore in quel finale della corsa a eliminazione, solo pochi giorni fa, nel velodromo al coperto di Roubaix, mondiali su pista. Viviani che scalza via con una volata imperiosa il più giovane Leitão, come se la freschezza non contasse, ma solo colpo di pedale e talento; Viviani che da Tokyo in poi (bronzo nell'omnium, non va dimenticato) ha fatto nuovamente click: nella testa e nelle gambe. Viviani che a conti fatti porta a compimento una stagione iniziata fra i mugugni, conclusa con sette successi su strada, una medaglia olimpica e due mondiali su pista. Mica male.

7) Pogačar sul Col de Romme

Davanti c'era una fuga, mentre dal cielo pioggia grossa come biglie di vetro. E poi freddo e quindi mantelline, mica troppo normale a luglio seppure siamo sulle Alpi. Condizioni ideali per esaltare il ragazzetto col ciuffo biondo che spunta dal casco e che arriva (il ragazzo, ma volendo anche il ciuffo) dalle parti di Komenda, Slovenia. Siamo sul Col de Romme e mancano poco più di 30 km al traguardo: zona Pogačar. Lui attacca, stacca tutti, continua a guadagnare sul Col de la Colombière, devasta il Tour, prende la maglia gialla, alimenta (stupide quanto inutili) polemiche. Tra i suoi avversari diretti per la classifica generale il migliore è Vingegaard che paga 3'20''. Distacchi d'altri tempi per un corridore che riscrive la storia (di questo sport, sottolineiamo, altrimenti pare che esageriamo).

6) Van Aert Ventoux

E se si parla di storia (eheh) e Tour come non citare l'impresa di van Aert sul Mont Ventoux? Come non cantare le lodi di un ragazzo che, con la maglia tricolore belga, vince al Tour rispettivamente: in salita in fuga, dopo aver scalato il Mont Ventoux due volte e aver staccato fior fiori di corridori; a crono qualche giorno dopo; in volata sugli Champs-Élysées. Altro campione che pare essere arrivato da tempi diversi, ma in realtà è perché il ciclismo del 2021 è questo. Pochi calcoli, attacchi da lontano, corridori completi. La gente ringrazia.

5) Van der Poel Strade Bianche

E c'è Roglič, c'è Pogačar, c'è van Aert, non poteva mancare van der Poel. Era l'alba di una stagione magnifica e la Strade Bianche ci offrì uno spettacolo contornato da fuochi d'artificio. A giocarsi il successo il meglio del ciclismo mondiale con van der Poel che sullo strappo di Santa Caterina portava a scuola tutti, facendo segnare wattaggi mai visti. Staccava tutti, compreso Alaphilippe che poi qualche mese più tardi si rifarà invece con una serie di sparate delle sue. Di van der Poel si poteve mettere anche il sigillo sul Mur de Bretagne con quella maglia gialla simbolica a compimento di un finale lasciato in sospeso da nonno Poulidor. Abbiamo scelto gli sterrati senesi, non abbiamo fatto torto a nessuno.

4) Caruso al Giro 2021

Una delle emozioni più grandi di questo 2021 ce l'ha regalata Damiano Caruso al Giro d'Italia. Il suo podio non è figlio della retorica del gregario che finalmente si traveste capitano e vince, ma semmai è il sigillo di una carriera sempre ad alto livello. La vittoria sull'Alpe Motta con la curva dei tifosi che lo incita, la sua resistenza, l'aver staccato persino Bernal in maglia rosa ci danno la dimensione di quello che il corridore ragusano è. E secondo noi potrà ancora essere anche la prossima stagione, anche (o soprattutto) a 34 anni, nonostante il ciclismo dei giovani fusti.

3) Quartetto olimpico

Simone Consonni, Filippo Ganna, Francesco Lamon, Jonathan Milan: in rigoroso ordine alfabetico. La mattina dell'inseguimento a squadre a Tokyo è emozione pura. Lamon che lavora ai fianchi, poi si stacca, Consonni e Milan che fanno il loro lavoro pulito e di qualità, Ganna che trascina alla rimonta. E che rimonta! incredibile, impensabile a tratti insensata. Danimarca, dette Furie Rosse per un motivo, lo spauracchio da anni, i grandi favoriti: battuti sul filo dei centesimi. Una goduria che ci porteremo addosso tutte le volte che chiuderemo gli occhi e penseremo al 2021.


2) Mondiale su Strada (Da Remco a Julian)

E sì, perché domenica 26 settembre tra Anversa e Lovanio abbiamo assistito alla Corsa e non solo per l'assegnazione della maglia più bella del ciclismo (di tutto lo sport ?), ma perché due corridori hanno fatto in modo che difficilmente ce la dimenticheremo. Evenepoel ha esaltato; ha attaccato da lontanissimo come fosse uno di quei corridori di terza fascia che ci provano perché siamo a un mondiale ed è sempre bello portare in giro la maglia della propria nazionale; ha azzardato e non ha guadagnato, anzi, ancora oggi paga un presunto carattere poco accondiscendente secondo i due compagni di squadra che erano con lui nel finale (van Aert e Stuyven). Ma tant'è: a noi esalta con quel carattere che poi è il carattere del corridore vincente. Alaphilippe si è consacrato, invece. Ha attaccato tre, quattro, forse cinque volte: l'ultima è stata decisiva, nessuno ha avuto le gambe per seguirlo. Ci ha fatto letteralmente impazzire.

1) Colbrelli a Roubaix

E pensavamo di aver visto ormai tutto la settimana prima in quel bagno di umori e fragorosi pensieri. Pensavamo, in stagione, credevamo di aver visto un ciclismo italiano competitivo su (quasi) tutti i terreni. Pensavamo di non vincere più una corsa come la Roubaix poi è arrivato lui, Sonny Colbrelli e pochi minuti prima poteva esserci Moscon, ma la sfiga c'ha visto benissimo. Colbrelli invece è stato un sogno, per lui, per noi, per tutti.


«Vi ricordate da dove siamo partiti?» Intervista a Diego Bragato

«Vi ricordate da dove siamo partiti?», è questa la prima cosa che ha detto Filippo Ganna ai suoi compagni, dopo essere sceso dal podio dell’inseguimento a squadre.

Diego Bragato, preparatore degli azzurri dell'Italpista, ricorda bene quella serata in taxi, in Messico, dopo una prova di Coppa del Mondo in cui l'Italia non era entrata nelle prime otto. Accanto a lui c'era Liam Bertazzo: «Gli dissi che continuando a lavorare così saremmo andati lontano, mi guardò e: “Ma va! Dove vuoi che andiamo”. Ne abbiamo parlato l'altra sera».

Bragato lo ammette: all'inizio ci credevano solo i tecnici, la squadra sognava, ma la concretezza dei numeri era unicamente nelle mani dei preparatori. «Guardavamo gli altri quartetti e ci chiedevamo come facessero ad andare così veloci. I test, però, parlavano chiaro: avevamo i 1400-1600 watt che servivano per fare un buon lancio e anche i 500 watt che servivano per gestire una buona prova. Era solo questione di lavorarci, anno dopo anno perché risultati del genere li costruisci solo negli anni. Prima si parlava di qualche decimo di miglioramento, oggi si parla dell'Italia ai vertici alle Olimpiadi e ai Mondiali».

Diego Bragato sostiene che la marcia in più degli azzurri sia quella di essersi sempre sentiti tutti sulla stessa barca, anche quando le cose non andavano. «Marco Villa ha fatto sentire tutti parte integrante di questo gruppo. Nessuno si è mai sentito ai margini. Tutti i ragazzi sanno di contare. Spesso ci andiamo a scontrare con nazioni che si dedicano interamente alla pista, i nostri atleti, invece, sono atleti che vengono dall'attività su strada, come Ganna, Viviani, Consonni e lo stesso Milan. Questo accresce il valore dei risultati».

A Roubaix, non c'era troppa pressione, ma l'idea era chiara a tutti: «Non ce lo siamo detti apertamente, ma era evidente, che nessun risultato, tranne la vittoria, avrebbe potuto soddisfarci». Per questo, prima della finale con la Francia, Marco Villa ha chiamato a colloquio i ragazzi del quartetto. «La semifinale con la Gran Bretagna era filata anche troppo liscia. Intendiamoci: abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, una prestazione ottimale. Solo che abbiamo vinto facilmente e, quando succede così, c'è sempre il rischio di rilassarsi. Villa ha ribadito che bisognava mantenere la stessa pressione, la stessa tensione contro la Francia». La Francia, tra l'altro, non aveva partecipato agli Europei, per preparare al meglio i Mondiali in casa. «Abbiamo stilato una tabella molto esigente. Sapevamo che la loro grinta avrebbe potuto metterci in difficoltà all'inizio, ma eravamo altrettanto certi che non avrebbero potuto reggere quel ritmo per tutta la gara. Ad un certo punto avrebbero ceduto e noi avremmo aumentato. E poi noi, alla fine, avevamo Ganna». Al posto di Lamon, che ha disputato le qualifiche, ha gareggiato Bertazzo: «Perché lo meritava avendo visto le Olimpiadi da bordo pista e perché era pronto. Le scelte di Villa sono sempre date da requisiti esclusivamente prestazionali. Per questo i ragazzi le accettano. Hanno visto dove possono portare».

Insieme a loro, la dedizione al lavoro di Simone Consonni, «Un ragazzo che sta crescendo sempre più, uno di quelli su cui puoi fare sicuro affidamento perché è schietto: se dice di essere pronto, dà tutto» e la freschezza di Jonathan Milan. «È il più giovane, come pensieri, come età, come atteggiamenti. Osserva sempre Ganna, lo segue e cerca di imitarlo, di imparare da lui. Filippo scherza su questa cosa, però la apprezza e prova a insegnargli tutto ciò che sa. Senza troppe parole, solo mostrandogli come fare. Nell'inseguimento individuale, Ganna era in finale per il bronzo, Milan per l'oro, avrebbero potuto essere avversari, eppure fino all'ultimo Filippo lo ha affiancato dandogli alcuni suggerimenti». Proprio quella finale per il terzo posto, a detta di Bragato, sarà molto utile a Ganna. «Ha mostrato professionalità fino all'ultimo, mentalmente era stanco, forse era anche una gara di troppo dopo la sua stagione, eppure ha dato tutto. I primi giri della semifinale sono stati un incidente di percorso, Ganna va più veloce anche in allenamento. È venuta fuori la sua umanità, è bello così». Nel post gara, Filippo Ganna ha parlato con Bragato: «Facile lottare per la maglia iridata, io lotto per il bronzo che è l'unica medaglia che mi manca. A parte gli scherzi: o esco di qui a piedi o con il record del mondo». Diego Bragato è restato ammirato dalla sua prova: «Avesse finito la finale, avrebbe frantumato il record del mondo. Secondo me, è partito anche troppo veloce».

Dall'altro versante, Marco Villa parlava con Milan: «Era entusiasta, sentiva, però, il peso di essere nella finale in cui tutti aspettavano Ganna. A bordo pista lo abbiamo applaudito. Marco glielo ha detto subito: “Comunque vada, devi essere fiero di ciò che hai fatto”».

Quando sabato sono scesi in pista Consonni e Scartezzini per la madison, Villa non c'era, e a bordo pista era appostato Bragato. La prima evidenza è rassicurante: Consonni e Morkøv, Italia e Danimarca, sono i più forti. L'Italia, però, non si monta la testa: fa una gara intelligente, guadagna punti agli sprint, guadagna due giri e «A posteriori, per un cambio sbagliato, non ci siamo giocati l'oro». Bragato va subito da Consonni a fine gara: «Questa è la dimostrazione evidente che non siamo da oro solo nel quartetto, possiamo essere a quel livello in qualunque disciplina, se continuiamo a lavorare». Il rammarico c'è, soprattutto per Scartezzini perché «Per come ha lavorato avrebbe meritato anche lui una maglia iridata. Michele sa che serve pazienza, il suo idolo è Viviani: quanto tempo ha aspettato Elia?».

Con Viviani, Bragato ha un rapporto particolare. Il veronese è stato il primo a volerlo come preparatore, anche su strada, quando Diego era giovanissimo e questa fiducia, per Bragato, ha voluto dire molto. La fiducia di Viviani ha, poi, portato la fiducia dell'intero gruppo. «La gamba c'era. I risultati di Scratch e Tempo Race, nell'Omnium lo testimoniano. Però Elia non era tranquillo, da questo sono venuti alcuni errori tecnico-tattici, per esempio quello che lo ha portato a sbagliare nell'eliminazione. Quella è stata la scossa per andarsi a prendere il podio. Nella corsa a punti, abbiamo visto il vero Viviani che, in queste prove, resta uno dei primi tre al mondo».

Bragato, sabato sera, lo affianca all'uscita del velodromo: «L'eliminazione di domani non sarà una gara singola per noi, sarà una continuazione della prova di oggi. Riparti da qui. Gli alti e bassi ci sono stati e li hai superati, ora puoi prenderti quella maglia iridata». Glielo ha ripetuto più volte, Bragato. Anche la mattina a colazione. Oggi, tuttavia, ha la certezza che anche un altro passaggio sia stato fondamentale: "Mentre Elia faceva i rulli, c'erano Scartezzini e Consonni che si stavano prendendo l'argento. Vederli lottare così lo ha aiutato. Vedere il gruppo di cui è capitano giocarsela così gli ha dato forza».

Bragato conosce sin troppo bene Viviani, sa che ha bisogno di tranquillità. Così prima della gara torna a parlarci: «Elia Viviani resta un campione qualunque cosa accada adesso. Fallo per te, Elia. Solo per te e per nessun altro. Vai a prenderti quella maglia perché te la meriti». Il finale lo sappiamo tutti. «Gli ultimi due anni sono stati difficili per Viviani. Quando le Olimpiadi sono state rimandate, ha sofferto molto. Sapevamo a cosa stavamo lavorando, ma dovevamo aspettare. “Abbi pazienza- gli dicevo- farai una grande Olimpiade e torneranno anche le vittorie su strada”. È successo proprio così».


Domani c'è il Mondiale

Quella corsa che tutti sognano: chi corre e chi aspetta, chi scrive e chi tifa. Quella gara che ti dà una maglia che, se ce ne fosse bisogno, rende ancora più unico il ciclismo. Potevamo fare una lista di trenta, quaranta nomi, fra quelli che vinceranno e indosseranno la maglia arc-en-ciel per tutto il 2022. Talmente tanti i possibili finali del multiverso di Leuven: un percorso che pare meno duro di quello che si prospettava alla vigilia e che si apre a diversi scenari. Ne abbiamo scelti dieci: diteci anche la vostra.

𝐖𝐨𝐮𝐭 𝐯𝐚𝐧 𝐀𝐞𝐫𝐭 è il più completo e continuo del 2021 e potrebbe vincere in qualsiasi modo. Gli argenti conquistati in diverse occasioni fra poche ore vorranno fondersi e come per una strana alchimia diventare oro. Corre in casa, tutti sono per lui, il gruppo è contro di lui (come si è sempre contro il più forte), ma se dovesse vincere, paradossalmente, non farebbe scontento nessuno. Almeno così ci piace credere.

𝐌𝐚𝐭𝐡𝐢𝐞𝐮 𝐯𝐚𝐧 𝐝𝐞𝐫 𝐏𝐨𝐞𝐥 arriva a fari spenti che sembra un po' un paradosso quando si parla di lui ma è così. Naïf nel modo di correre a volte, e anche di organizzare la sua stagione che difatti gli lascia strascichi fisici. C'è quella rampa a sei dall'arrivo che pare fatta apposta per il miglior van der Poel. Ma sarà il miglior van der Poel?

𝐉𝐮𝐥𝐢𝐚𝐧 𝐀𝐥𝐚𝐩𝐡𝐢𝐥𝐢𝐩𝐩𝐞 più di testa che di gambe perché il campione uscente in rare occasioni quest'anno ha dimostrato quell'attitudine vista la stagione precedente. Il discorso è che lui è Alaphilippe, non uno qualsiasi, e, se pure non al meglio: scommettereste mai contro uno così? In Francia hanno in cantiere una serie di piani alternativi da fare impallidire uno sceneggiatore folle e che vanno da Laporte a Cosnefroy, passando per Sénéchal e Démare e finendo a Turgis. Squadrone.

𝐌𝐚𝐭𝐭𝐞𝐨 𝐓𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧 per l'Italia. Perché potevamo dire Colbrelli e la forma della vita, o Nizzolo e Ballerini e il loro spunto finale, ma se c'è un azzurro che si meriterebbe di vincere è lui. Uscito bene dalla Vuelta è in crescita, ha l'esperienza giusta, e sogna uno svolgimento simile ad Harrogate 2019 ma con finale completamente diverso.

𝐄𝐭𝐡𝐚𝐧 𝐇𝐚𝐲𝐭𝐞𝐫 è il più giovane fra quelli su cui scommetteremmo. Se non si conoscesse la sua stagione sembrerebbe folle inserirlo qui, ma va forte e soprattutto, un po' con caratteristiche simili a quelle di van Aert, potrebbe vincere (quasi) in ogni modo. Da valutare sulla lunga distanza , ma per la Gran Bretagna più lui che Pidcock.

𝐌𝐢𝐜𝐡𝐚𝐞𝐥 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐡𝐞𝐰𝐬 perché ovunque ti giri lui c'è sempre. Magari non vince ma è lì. Si attacca e non ti molla e poi, visto lo spunto veloce, può infilarti. Il percorso è tagliato per lui che corre sempre davanti e coperto a ruota altrui e ha la forza giusta per resistere alle accelerate. In casa australiana però non fanno mistero di guardare con buon occhio il finale di Ewan. Nel caso arrivassero davanti entrambi: chi si sacrifica per chi?

𝐌𝐚𝐭𝐞𝐣 𝐌𝐨𝐡𝐨𝐫𝐢č è la punta di una Slovenia che presenta i dominatori di Tour (Pogačar) e Vuelta (Roglič) i quali forse si sarebbero aspettati (come anche noi umili osservatori) un tracciato più duro, ma con quel talento mai darli per vinti. Mohorič ha tutto per vincere: scatto, spunto, fondo, scaltrezza, forma e capacità di guida della bici. Ha già vinto due mondiali in passato che male non fa. Si saprà ripetere?

𝐑𝐞𝐦𝐜𝐨 𝐄𝐯𝐞𝐧𝐞𝐩𝐨𝐞𝐥 perché se vogliamo una gara spettacolare con attacchi che partono magari dalla media distanza, scorribande già nel circuito fiammingo con uomini forti, guardiamo lui. Che si dice pronto a spendersi alla causa van Aert ma è così ambizioso che un modo per cercare di far saltare il banco lo troverà. O almeno ci proverà.

𝐌𝐚𝐠𝐧𝐮𝐬 𝐂𝐨𝐫𝐭 𝐍𝐢𝐞𝐥𝐬𝐞𝐧 esce dalla Vuelta come uno spauracchio. È una delle punte di una formazione danese che da più parti hanno definito gli Avengers. Completo, alla stagione migliore della carriera, come tutto il movimento danese è all'apice. Può adattarsi alle più svariate situazioni: volata ristretta, corsa dura, persino fuga. Due anni fa Pedersen, domani l'iride potrebbe prendere di nuovo la strada della piccola nazione nord-europea.

𝐌𝐚𝐫𝐜 𝐇𝐢𝐫𝐬𝐜𝐡𝐢: ci piacciono quei nomi che potrebbero fare corsa dura e Hirschi è uno che calza a pennello in caso di selezione. Non è l'Hirschi del 2020, ma è in crescita e, seppure giovanissimo, lo stiamo imparando a conoscere come profilo che si ingrossa non appena si alza la posta in palio. La Svizzera sin qui al Mondiale è arrivata più volte vicina al colpo grosso: magari con Hirschi, che ha fondo e resistenza e alla fine di 270km si difende bene anche in uno sprint ristretto, è quella buona.

E poi ancora Sagan e Stuyven, Lampaert e Teuns, Kristoff e Asgreen, Pedersen e Valgren, magari Aranburu (la Spagna ogni tanto qualche scherzetto lo combina), Degenkolb o Politt. Bissegger e Almeida, Simmons, Kwiatkowski o Štybar. Qualcuno magari ce lo siamo lasciati per strada, ma insomma l'elenco ci pare sufficiente.
E i vostri favoriti chi sono?

Foto: Luigi Sestili


UCI e Gravel, ne parliamo con Enough

L'annuncio UCI, riguardante la creazione di una nuova serie gravel e di un campionato mondiale apposito, ha aperto un interessante dibattito nell'ambiente. Abbiamo scambiato qualche impressione con Federico Damiani, una delle anime del team Enough, che in Italia è velocemente diventato un riferimento nel settore: «Sono tematiche complesse in cui la lucidità di analisi è fondamentale. Prima di farsi un'idea specifica di ciò che potrebbe accadere, bisognerebbe conoscere in maniera accurata quello che l'UCI vorrà fare e a oggi questo non lo sa nessuno. La speranza è che venga salvaguardato il clima di condivisione e festa che, soprattutto qui in Europa, è alla base del mondo gravel. Nessuno, anche ai vertici, però ha detto che questo non avverrà». Damiani pone l'accento su un tema importante: si parla spesso di spirito e disciplina gravel, ma il termine gravel racchiude un insieme di cose talmente diverse da non potersi semplificare così. «È una disciplina così vasta da non essere una disciplina: credo che se questo avverrà, sarà sul modello americano, gare più veloci su fondo sterrato. In Europa, invece, abbiamo gare più lunghe e basate anche molto sulla fruizione del paesaggio, che si avvicinano di più al mondo ultracycling. Basta fare un confronto fra Unbound Gravel e Badlands».

Le gare lunghe, specifica Damiani, sono, in fondo, un modo diverso di viaggiare: «Di solito nel viaggio scegli tu dove andare, come e quando, riservandoti anche di rimandare. In queste gare invece è il mondo a “capitarti” addosso e tu lo vivi in quel momento».

Un indizio che propende per il modello americano è il fatto che, a quanto pare, sarà prevista una vera e propria Gravel Fondo Series per le qualificazioni agli eventi più importanti. «Qui i punti sono due. Il primo è capire in che relazione saranno questi eventi con il calendario gravel che conosciamo. Di certo, se i nomi maggiormente rappresentativi non dovessero partecipare a queste gare, il potenziale Campione del Mondo in carica sarà parzialmente delegittimato. Il secondo, invece, concerne il fatto che chi partecipa a questi eventi anche per il paesaggio e i luoghi che vede, e sono moltissimi, farà più fatica a dedicare un intero fine settimana a una gara che in realtà da questo punto di vista non offre nulla». A questo proposito gli fa eco Mattia De Marchi, recente vincitore di Badlands: «Dovremo essere noi bravi a raccontare alle persone che, qualunque sia la decisione presa, nella visione della bicicletta e del ciclismo non cambierà nulla: già adesso ci sono persone che hanno una maggiore propensione agonistica e altre che invece vogliono solo godersi il momento».

Già, perché tanto De Marchi quanto Damiani sono concordi sul dire che nessuna scelta UCI potrà mai cambiare ciò che il gravel significa per ciascuno. «Crediamo sia sbagliato togliere l'aspetto di festa e scambio dalle gare gravel, però non bisogna nemmeno demonizzare la parte di agonismo che c'è. Quella c'è in tutte le circostanze della vita, non si può fingere di non vederla». Mattia De Marchi continua: «Mantenere le relazioni è molto semplice: basterebbe dormire tutti nello stesso villaggio e preservare i momenti di convivialità. Evitare che ad un certo punto ci sia un fuggi fuggi ognuno nella propria camera di albergo perché “si deve gareggiare”. Se lo si farà, questa scelta potrà anche avere buoni effetti». Il vincitore di Badlands si riferisce alla possibilità che più professionisti si avvicinino a questo mondo, soprattutto coloro che soffrono l'eccessiva competitività, le rinunce e le pressioni. «Saranno pochi, magari, ma di certo qualcuno ci sarà e questo sarà il modo per raccontare un ciclismo diverso, per far capire che può esserci». Del resto, come Federico Damiani spiega bene: «Il mondo gravel non è più un mondo di nicchia e ovviamente crescendo ha iniziato a suscitare interessi commerciali. Peter Stetina ha detto che si sarebbe dovuti per forza arrivare a questo punto. Non so se “per forza”, ma che ci si sarebbe arrivati era prevedibile».

Di fronte a ciò che accade, allora, la domanda migliore che ci si possa fare è come leggerlo per trasformarlo in una opportunità. «Se si avvicinassero sempre più media? Se anche la televisione provasse a raccontare una gara in Kenya, ad esempio? Forse non in diretta, ma in leggera differita. Un sacco di persone seguono i nostri tracciati sulle mappe interattive - continua De Marchi - proviamo a pensare a cosa potrebbe voler dire seguire le immagini televisive. Non tanto per la cronaca, per raccontare il prima e il dopo. Per raccontare gli ultimi ancora più dei primi: è in loro che le persone si immedesimano».

Il mondo cambia e Federico Damiani fa notare che ciò che avviene ora nel gravel è già avvenuto nella mountain bike senza tutte queste discussioni: «Non mi risulta che ci siano persone che si domandano se sia corretto oppure no disputare una gara di cross country. Il punto è sempre il come. Penso alle regole: è del tutto ovvio che delle regole servano, ovunque non solo nel gravel. Ad oggi si rispettano anche tante regole non scritte, per esempio in alcuni eventi, fermarsi tutti assieme ai ristori e poi ripartire. Se ci saranno tante regole scritte, dubito che qualcuno rispetterà quelle non scritte. Anche perché il livello cresce sempre».
Detto che in ogni scelta è lecito seguire anche una logica commerciale, l'importante è che non ci si limiti esclusivamente a quella. «Si può parlare con i brand, ma è necessario parlare anche con gli atleti o gli organizzatori degli eventi e questo, purtroppo, al momento non è stato fatto. Speriamo che l’UCI lo faccia presto» si augurano Federico e Mattia.

Il giudizio è, quindi, sospeso almeno fino a quando non ne sapremo di più.