Desert Bike Race Series: la sfida di pedalare nel deserto
Se Desert Bike Race Series esiste è anche grazie a delle sensazioni semplici, genuine, che un ragazzo, nel deserto, ha sentito sulla propria pelle. Un giorno di marzo, al tramonto, sulle dune, sabbia infinita davanti agli occhi e infinita sabbia alle spalle, sole bianco ovunque. Quel ragazzo, per passione, è un velista, è stato in mezzo all’oceano, ma nemmeno fra le acque ha ascoltato così tanto silenzio. E, poi, l’unica bussola dell’orizzonte, che potrebbe essere noia, in mezzo al nulla, invece è un richiamo, anche se, in qualche istante, fa paura, spaventa, laddove non c’è nulla, ma c’è vita. Ci sono quei dromedari liberi e le montagne che compaiono all’improvviso ma non sono lassù, davanti, come in ogni altro paese, come in Italia, bensì laggiù. Saranno 350 chilometri a dividerle da quel ragazzo e da quella pianura dorata, eppure ad un certo punto compaiono e si vedono dall’alto, dopo aver scollinato. In un paese di religione musulmana in cui le abluzioni, nel deserto, non si fanno con l’acqua, ma con la sabbia, presa a manciate e passata sul viso nei momenti di preghiera. Una sabbia soffice al tatto che pone in completa relazione con la terra, ad una profondità quasi sconosciuta. Il ragazzo di cui parliamo è Matteo Miele, da sempre appassionato di ciclismo: sarà perché anche suo zio lo è, sarà perché sua cugina è giudice di gara, forse perché buona parte del mondo l’ha toccato pedalando, le Canarie, Santiago, oppure Alba, dove abita, e la Toscana, Siena, che ha collegato al Piemonte con un giro disegnato apposta. Magari solo perché le persone che ha conosciuto in bicicletta, tra viaggi e avventure, le ha conosciute meglio, le ha conosciute di più e ci si è trovato bene. Un giorno, poi, l’idea di organizzare qualcosa, di passare dall’altra parte: non solo pedalare, ma permettere agli altri di pedalare, accompagnandoli in nuovi luoghi. Ne ha parlato con un amico, di professione Tour Operator, pensava di occuparsi dell’Iron Man, invece si è ritrovato a parlare di un’idea per una gara nel deserto, già nel cassetto da molto tempo. Di fatto il progetto Desert Bike Race Series è nato in quella chiacchierata. La direzione è ben chiara: unire, in bicicletta, in più edizioni, tutti i deserti pedalabili del mondo, caldi o freddi che siano.
«Partiamo dalla Tunisia, dall’11 al 18 ottobre 2026 e pensiamo in grande per i prossimi anni. Non a caso abbiamo la denominazione “series”, pensiamo ad Oman, Brasile, Mongolia e così via. Si tratta di una gara, non nascondiamocelo, però non volevamo precludere l’esperienza a chi, per scelta, non desidera gareggiare, da qui la parte “experience”. Per chi sceglierà questa modalità ci saranno le stesse partenze, gli stessi arrivi, campi tendati identici, senza la preoccupazione del cronometro, con, però, tappe più brevi al fine di permettere visite e possibilità, cavalcare un cammello, ad esempio». Perché, spiega Matteo Miele, occuparsi di biciclette e ciclismo permette di scoprire quanto spazio ci sia per ciascuno per mettersi in gioco e fare proprio quel mezzo e le sue mille sfaccettature umane. La sofferenza agonistica in bicicletta può essere un particolare piacere, magari destinato a pochi, ma, allo stesso tempo, anche chi va a prendere il pane o a fare un viaggio prova una bella sensazione. Allora qual è il punto? Si chiede Miele e si risponde così: «Oltre alla declinazione particolare, restano sempre essere umano e bicicletta. Può essere una bicicletta nuova e costosissima oppure un vecchio modello passato di generazione in generazione, non fa differenza, crea sempre comunione e dialogo fra le persone ed è davvero sufficiente per essere felice». Lo spazio comune creato dal ciclismo è vasto, molto vasto, e si compone di tutti gli spazi geografici che la bicicletta unisce, in quanto mezzo capace di accompagnare lontano, unendo l’attività sportiva, la fatica ed il giusto ritmo, il giusto tempo per osservare la realtà in maniera attiva. Non solo, perché è indispensabile anche la responsabilità del mezzo e della sua manutenzione: se si rompe o viene sottratto, si resta a piedi. Proprio questa responsabilizzazione, nelle parole di Miele, porta a una differente socializzazione quando si viene ospitati o si ospita perché il prendersi cura di qualcosa è un gesto riconosciuto da tutti come qualcosa di valore: da qui il caffè, la possibilità di utilizzare la doccia di casa, di dormire in una camera libera, di confidarsi, mentre ci si dice da dove si viene e dove si va. La bicicletta, secondo Matteo Miele, non è una casa viaggiante, ma ciò che può riportare a casa, assicurare in situazioni scomode e prolungare quello stato di piacere.
Poi c’è l’altra responsabilità, tipica di chi organizza un evento. Per Desert Bike Race, certo riguarda la parte organizzativa, tecnica e gli standard qualitativi, tuttavia, se possibile, la preoccupazione maggiore non è nemmeno questa: «Possiamo sbagliare nella scelta di un albergo e, certo, ci dispiacerebbe, ma si tratta di un errore rimediabile. Non potremmo mai perdonarci, invece, se non riuscissimo a trasmettere l’emozione del viaggio, l’atmosfera, il divertimento pur nella fatica, quella gioia che noi stessi viviamo. Questa è una responsabilità enorme che avvertiamo molto». Il lato emozionale non è un fatto da poco, perché le persone, tramite i social, si sono disabituate ai tempi necessari per la maturazione di un’emozione. Matteo Miele sostiene che si sia dimenticata l’importanza del percorso che porta ad emozionarsi: «La gente si è abituata a ricevere emozione su emozione, una dietro l’altra, magari tramite uno schermo, osservando una foto, così la complessità per arrivare a quei momenti non è più considerata. Ritorniamo a me su quelle dune nel deserto: prima di quell’istante, ho dovuto faticare, mi sono dovuto annoiare, ho dovuto, insomma, vivere momenti per nulla emozionanti nel senso classico del termine. Vanno accettati come parte del percorso che è fondamentale, bellissimo, proprio per questo motivo».
Ciascuno arriverà a Tunisi con i mezzi, da lì l’organizzazione predispone un transfer di cinquanta chilometri. Domenica 11 ottobre, ad Hammamet, i partecipanti verranno accolti in hotel, avverrà la registrazione ed in loco sarà predisposto il servizio biciclette. Il lunedì mattina, in pullman, si partirà e si andrà verso il deserto: circa cinque ore di viaggio e cinquecento chilometri. Il campo tendato sarà alle porte del deserto, accanto a 195000 chilometri quadrati di sabbia. Dal pomeriggio si pedala, dapprima il prologo inaugurale e poi le tappe. Il martedì è prevista la prima frazione, pianeggiante, con via al mattino presto per le temperature alte. Sono circa 100, 130 chilometri a tappa, con ritrovo alla sera al campo tendato, tuttavia coloro che si sono iscritti alla modalità “experience” faranno qualche chilometro in meno in sella, restando identici arrivo e partenza, per potersi poi dedicare ad altre attività. Per gli altri la routine serale sarà sempre la medesima: arrivo, premiazione di tappa e riposo per il giorno seguente. Fino a venerdì sarà così: la seconda e la terza frazione avranno maggiore dislivello e montagne, pur se non quelle a cui siamo abituati noi, l’ultima, la quarta, invece, tornerà ad essere piatta e porterà ancora più all’interno del deserto. Premiazioni, festa e ancora una notte al campo tendato. Il 17 ottobre, sabato, si torna verso Hammamet, non prima di aver visitato l’anfiteatro di El Jem, uno dei più grandi anfiteatri romani, splendidamente conservato. Si dorme nel medesimo hotel della partenza, in modo da poter recuperare qualsiasi materiale lì depositato. Domenica mattina, infine, liberi tutti. Una settimana in cui è possibile dimenticarsi di tutto e pensare solo a pedalare, perché al resto pensa l’organizzazione.
«La maggior parte delle persone quando pensa al deserto pensa al Sahara, in realtà anche in Islanda c’è il deserto. Abbiamo contato i deserti pedalabili e sono ventuno. Il cammino della Desert Bike Race Series sarà graduale, sia per un fatto economico, sia perché serve sempre tempo affinché il volano di un evento si azioni. Probabilmente, se fossi un partecipante sceglierei la formula race, eppure per il futuro vorrei si potenziasse sempre più la parte esperienziale per mostrare a più persone possibili la bellezza dei deserti». Intanto è il pensiero a viaggiare: il Grande Erg Orientale, il deserto islandese, il Salar de Uyuni ed il deserto del Canada. Servirà tempo, ma quando si inizia a immaginare, poi si realizza. Desert Bike Race Series ne è la prova.
Il motovelodromo ha la sua squadra: intervista a Fabio Felline
Certe cose nascono per volontà, altre per caso, altre per necessità, senza dimenticare tante differenti cause attraverso cui qualcosa di nuovo prende forma. Talvolta per una combinazione di tutti questi elementi. Di certo, senza la volontà nulla cambia, nulla si costruisce o si distrugge, però, tra i tanti modi per influire sulla realtà, oltre al volere, la necessità è uno dei più belli perché ci si accorge della mancanza e si agisce di conseguenza. A Torino, è successo qualcosa di simile. Fabio Felline non vuole prendersi meriti che non si riconosce, dice chiaramente che avere il Motovelodromo in città e non utilizzarlo sarebbe stato uno spreco, soprattutto visto ciò di cui si continua a parlare, a discutere, in televisione, sui giornali e nel dibattito pubblico: la mancanza di sicurezza sulle nostre strade. «Non dobbiamo fare confusione: il ciclismo è uno sport di strada ed è bene che rimanga tale perché lì ha le proprie radici. Nessuno vuole strapparlo alla strada e tanto meno io. Allo stesso modo non credo sia giusto doversi ritirare in un velodromo per essere sicuri in sella. Come ciclisti abbiamo il diritto di pedalare serenamente su qualunque strada. Quando ho detto che non utilizzare il Motovelodromo sarebbe stato un peccato, non pensavo ad una sostituzione, ad una resa, pensavo solo ad una possibilità fra le tante per iniziare, per vivere la bicicletta come si vive un calcio al pallone nel cortile di casa. Soprattutto per i più piccoli che, altrimenti, chissà». Allora la necessità si tramuta in possibilità e venti bambini, dai sei ai dodici anni, grazie alle borse di sport Lidl, hanno iniziato a riempire quel velodromo di suoni, colori e nuovi equilibri, quelli di chi sperimenta l’inizio in bicicletta.

«Negli open day ho sempre parlato a tutti i giovani che venivano ed anche ai genitori, agli adulti che, spesso, sono coloro che davvero devono capire certe cose. Il risultato di oggi non conta nulla perché a quest’età non si pedala per il risultato e perché un domani i risultati cambieranno. Vincere a sei anni non significa essere predestinati, le sconfitte arriveranno e le delusioni anche. Ma non conta. Non per delle bambine e dei bambini. C’è il divertimento a quest’età e deve essere la priorità. Questo non significa cancellare l’impegno o la dedizione, perché è possibile divertirsi anche nell’impegno. Se lo si fa, lo sport resta qualcosa per la quotidianità. Quando parliamo di scuola di vita non parliamo che di questo. Un bagaglio di esperienze dei tanti e non solo dei pochi che, magari, diventeranno professionisti o campioni». Poi l’emulazione è un ingrediente primordiale nell’osservazione e nella pratica del ciclismo e Fabio Felline lo sa bene. Quando incontra questi ragazzini, spesso, la prima domanda va al racconto di aneddoti con Mathieu van der Poel, piuttosto che con Tadej Pogačar: è la figura del mito ad attrarre i più giovani, proprio perché è unica e difficilmente replicabile. «Il fatto che io sia un professionista ha indubbiamente un peso per loro, perché possono domandarmi dei loro idoli. I miti servono perché avvicinano le persone al ciclismo, che è uno sport, di base povero, con cui è difficile cambiare una vita, a meno di essere campioni. Si sceglie per ispirazione, come quando io ho visto Pantani correre. I modelli sono utili perché è sempre necessario fare i conti con la propria realtà ed evitare scelte o ragionamenti che, personalmente, considero sbagliati».
Fabio Felline torna indietro e ripensa alla propria esperienza: «Ero appassionato di calcio e nella mia famiglia si conosceva bene il valore dello sport, come la bellezza dell’essere atleta. Devo ringraziare i miei genitori per questo. Eppure, se ci penso meglio, ricordo che avrei voluto giocare a pallone ma mio padre me lo ha sempre sconsigliato, dicendo che avevo il “piede a banana”. In bicicletta me la cavavo bene quindi ho iniziato a correre. Non ho nulla di cui lamentarmi perché essere un ciclista mi è sempre piaciuto e, di fatto, ne ho fatta la mia vita, però non ci sarebbe stato nulla di male nemmeno nel giocare a calcio con il “piede a banana”. Se fossi stato felice nel farlo, perché non avrei dovuto? Oggi la vedo così». Allo stesso modo, Felline continua a soffermarsi sull’importanza della scuola, sia dal punto di vista formativo che dei momenti di svago, dice che non è giusto nemmeno perdere una gita scolastica per un allenamento, perché l’allenamento si recupera, la gita, invece, no, ed è importante viverla. Come è importante vivere ogni allenamento gustando il fatto di essere migliorati, di aver imparato qualcosa di nuovo, non perché si avvertano le pressioni dei direttori sportivi bensì perché è piacevole crescere. Questo non esclude il fatto che si raggiungano risultati importanti e si cerchi di vincere, perché anche quella è parte del ciclismo, ma, come sempre, è il modo a fare la differenza.
Se si amplia lo sguardo, una riflessione è obbligatoria: «Se desideriamo dare delle opportunità a questi giovani, credo sia necessario che ciascuno smetta di guardare il proprio orticello e pensi ad una crescita comune del movimento, provando a fare squadra, a fare gruppo». Ogni volta in cui Fabio Felline torna al Motovelodromo e incontra i “suoi ragazzi” respira di nuovo il primo sapore di libertà che la bicicletta gli ha consegnato tanti anni fa. Poi le strade della vita l’hanno resa un lavoro e qualcosa è cambiato tuttavia quel che è stato Fabio non lo dimentica: “Appunto perché so che è difficile desidero mettermi a disposizione. Le esperienze che viviamo possono essere preziose se riusciamo a metterle a disposizione degli altri ed essere un ciclista professionista è una possibilità importante che ho per fare qualcosa per i più giovani. Arrivare e scordarsi il percorso non fa per me”. Ora il Motovelodromo è sempre lì, dentro ci sono bambini che corrono, grida, suoni, divertimenti, genitori che guardano i propri figli divertirsi: la necessità ha fatto il suo.
Ride for Parkinson: la cura della bicicletta
Tra le pieghe ed i segreti di ogni viaggio, ci sono molte storie che si insinuano. Alcune di queste, sono, talvolta, parte dei motivi per cui si è felici, tristi, magari pieni di tante avventure oppure svuotati, quasi il mondo non ci fosse più, non interessasse più. Può succedere perché un viaggio, in fondo, non è diverso dalla vita, dalla quotidianità, e nelle giornate c'è anche tutto questo. Emiliano Fava era stato in America, per un'avventura che tutti avrebbero sognato, lui l'ha realizzata e, scendendo dall'aereo che lo ha riportato a casa, ha pensato che non avrebbe voluto partire più, mai più. I motivi non sono parte di questo pezzo, perché la depressione ha radici profonde e personali, ragioni che non stanno e non devono stare in un pezzo. Quella bicicletta abbandonata in un angolo, però, sì. Come i social spenti, muti, nel silenzio, senza alcuna storia. Le giornate, però, non si possono mettere in pausa, devono proseguire e quelle di Fava sono proseguite con il tirocinio in un centro dedicato alla cura del Parkinson, a Brescia. Tra le cose che si sanno con certezza infatti c'è che l'attività aerobica può aiutare e che è possibile resistere alla malattia anche grazie alla bicicletta. Nessuna ricetta miracolosa, ma una possibilità tra le tante. «Il centro, però, è privato e quindi possono permetterselo solo le persone più facoltose. Una settimana di terapie può costare fino a settecento euro, non poco. Ho avuto la fortuna di pedalare, ovviamente indoor, con questi pazienti e, in quel momento, ho sentito che qualcosa si era ricompattato, come una cura. In quell'istante ho avuto la certezza che non potevo abbandonare così la bicicletta, ma, anzi, potevo farla diventare un tramite per qualcosa di molto più importante, di necessario». Allora l'idea di partire, per l'Islanda, e percorrere la Ring Road, per raccogliere fondi e donarli al fine di aiutare per la cura della malattia. Ecco "ride for Parkinson". Quattro tappe, quattro giorni, 330 chilometri al giorno, qualche volta anche di più. Dapprima gli esami universitari, il tirocinio, poi la partenza, senza computer, hard disk o quanto altro, ma solo con un buon sacco a pelo, un cuscino, una fotocamera e un drone. Altro non serve. Altro è inutile.
Serve, invece, è necessario, fondamentale, capire, comprendere, studiare, sapere, senza affidarsi a pregiudizi, a preconcetti, a facili assiomi. Sì, perché Emiliano Fava non ci aveva capito niente ed è lui stesso a dirlo: «I pazienti neurologici sono un tabù nella nostra società. Non conosciamo nulla e quel poco che conosciamo lo trattiamo male, riempiendolo di un insano pietismo che fa male a tutti. Essere circondato da queste persone me lo ha fatto capire e ho cambiato totalmente approccio. Fino a che ho chiamato il mio migliore amico e gli ho detto di non contarmi per le vacanze estive, perché avevo altri programmi. Dovevo partire e pedalare». Emiliano Fava ha ripreso in mano la sua bici storica, ha parlato con Francesco Semeraro, meccanico e amico, gli ha raccontato il progetto e si è subito sentito dire «vengo con te». Francesco ha pedalato e pedala tanto, sempre e solo in Puglia, ma questa volta non ha avuto paura, anzi ha preso a piene mani il coraggio e pure un filo di incoscienza, oltre al sacco a pelo ed al sacco bivacco. «Sappiamo che troveremo pioggia e vento, poco sole probabilmente, e va bene così, perché questa è la strada per il racconto e la sensibilizzazione sul Parkinson. Pedaleremo per ore e io terrò la testa bassa, a seguire solo la linea di mezzeria, per non distrarmi, per non far sì che la mente si perda in altri rivoli. Anche per questo ho scelto una strada ad anello come la Ring Road. Non solo, però. Avevo pedalato da Leuca a Capo Nord e da San Francisco a Key West: cos'hanno in comune questi due percorsi? Non c'è terra dopo l'ultima pedalata. Anche con la Ring Road accade lo stesso. Ho voglia di esplorare, tanta». Sarà difficile, lo sanno sia Emiliano che Francesco: per il meteo, perché si dormirà poco e perché non ci sarà nulla o quasi. Il paesaggio sarà aspro, ruvido, estremamente naturale, pieno di colori e profumi, a ravvivare un'idea romantica del viaggio come un'esperienza immersiva. Emiliano Fava ama queste sfumature, ricorda le pedalate a Gallipoli, tra fiori e mare, salsedine e scogli, oppure più a nord, accanto ai laghi. La civiltà sarà lontana, a bordo strada, forse, qualche camper, turisti e visitatori. Accanto a lui Francesco che ha preparato ogni pezzo di ricambio in previsione di problematiche ed incidenti alla bicicletta. Lui è un meccanico ed un meccanico altro non fa se non prendersi cura delle biciclette. In ogni modo, in ogni dove.
«Attraverso il viaggio ho imparato ad entrare in contatto con il mondo e con le persone. Credo sia un fenomenale mezzo di connessione, senza timori, senza paure. Se ho una domanda, ora, la pongo, se vedo qualcuno pescare chiedo cosa stia pescando, riesco a esercitare la curiosità, a chiedere aiuto, se serve, a dare aiuto se mi viene chiesto, a dare ospitalità ed a chiederla, se, ad esempio, il sacco a pelo si bagna, senza troppi problemi o sovrastrutture. Sono felice perché non è scontato ed io stesso, da ragazzino, temevo il confronto con le persone, quindi capisco molto bene i ragazzi di oggi ed i loro timori. Li invito a viaggiare, a pedalare, perché tutte queste consapevolezze valgono ben più di una foto, di una cartolina o di un souvenir. Queste consapevolezze servono per la quotidianità, per il lavoro e per lo studio. Non è bellissimo?». Racconta Emiliano Fava che, a suo avviso, è sempre più difficile meravigliare i giovani di oggi eppure sorprenderli è necessario per farli interessare a ciò che li circonda, per non lasciarli soli, in disparte, ma coinvolgerli. Emiliano Fava è pronto a partire e quanto raccoglierà non può saperlo, è, però, certo che qualunque cifra, qualsiasi donazione, non basteranno se non cambierà l'approccio di ogni giorno nei confronti di chi ha problemi neurologici: «Il rischio più grosso viene dall'isolamento, a mio avviso. Succede anche a scuola, con l'insegnante di sostegno. Il fine è nobile, giusto, però temo che talvolta rischi di rendere più soli questi ragazzi, chiudendoli in una realtà parallela invece di aiutarli ad aprirsi all'esterno. Non parlo per sentito dire, mio fratello, che ormai ha vent'anni, ha problemi neurologici, ed ha vissuto questa situazione. L'altro ostacolo è dato dal pietismo, dal non chiamare le cose con il proprio nome, dalla finta compassione: non bisogna nascondere mai, bisogna rispettare la sensibilità di ciascuno, assolutamente, ma senza sfuggire alla realtà, perché non serve, perché è nocivo, è falso e perché non è di questo che ha bisogno chi soffre, è ammalato o ha una disabilità. Il problema non sta mai negli altri, ma in noi quando non capiamo e sbagliamo tutto».
Alla ricerca di se stesso: intervista a Mattia Viel
La bicicletta a Mattia Viel procura un misto di sensazioni. Quando era bambino pedalare era qualcosa che lo avvicinava alla libertà, ma non proprio libertà, forse non è la parola esatta. Forse la sensazione che più si avvicina a quello stato dell'anima è catarsi, liberazione. «Pedalavo come un forsennato: sfogavo rabbia e frustrazione. Iniziai a correre a dieci anni e quello stesso anno persi mia madre; pensavo a lei in ogni momento, vincevo le gare e le dedicavo a lei; ogni gara e ogni allenamento per me erano il mezzo più semplice per evadere da un sentimento oppressivo che mi portavo dentro».
La bicicletta al centro della casa di Mattia Viel l'ha messa suo padre. «La domenica, quando andava a correre, lo aspettavo trepidante. Pensavo a quel mazzo di fiori che avrebbe portato a casa come premio. Lui è una figura centrale della mia vita, sempre presente, ma non una figura ingombrante, quanto fondamentale. Gli episodi della vita mi hanno fatto maturare in fretta, sono andato a correre all'estero che ero ancora un ragazzino (Chambéry CF, in Francia, e poi in Inghilterra con la Holdsworth, ndr), ma lui mi è sempre stato vicino».
Ha vinto tanto fino agli juniores, da professionista si è ritagliato uno spazio da uomo squadra - volate altrui - o spesso lo ritrovavi in fuga - vedi l'ultima Sanremo.

Andava forte anche su pista, dove da allievo si prese il lusso di battere un certo Ganna ai campionati nazionali; una promessa del ciclismo, diremmo enfatizzando, qualcosa in più, qualcosa in meno, difficile capire da quale parte mettersi su quella sottile linea, figurarsi a quell'età. «Perché non ho mai sfondato? Chi può dirlo. Sacrifici ne ho fatti e ne faccio, ma forse il mio approccio al ciclismo era differente. Ho sempre dedicato molto tempo agli studi e grazie a questo mestiere ho conosciuto altri valori, mi sono tolto altre soddisfazioni».
Ha iniziato a pedalare a dieci anni, ma non ha intenzione di smettere ora che ne deve compiere ventisette, dopo aver passato un inverno in cui pareva sul procinto di chiudere la sua avventura agonistica: l'Androni, a fine 2021, non gli ha rinnovato il contratto. «Ho avuto delle offerte, ma non mi soddisfacevano». Perché un conto e ripartire con un rimborso spese e una valigia piena di sogni, quando hai vent'anni, un altro è farlo quando l'attenzione si sposta su altre priorità. «E così sono stato in Sudafrica, dove vive la mia ragazza, e ho iniziato a pedalare fuoristrada, lontano da quei posti che abitualmente percorreresti da stradista, e quando sono tornato a casa mia a Torino ho aperto gli occhi: ma davvero è una vita che pedalo in mezzo al traffico, con i camion che mi sfiorano e gli autisti che suonano il clacson continuamente? Ho iniziato a godermi le pedalate, ho iniziato a essere più libero».
Togliendosi di dosso sensazioni soffocanti. «E ho visto che mi piaceva. Noi siamo fatti per pedalare in mezzo alla natura, per goderci un lungofiume, per fare una salita e vedere un animale che corre, non possiamo rischiare la vita per fare qualcosa che ci piace. E poi c'è talmente tanto caos nella nostra vita che almeno quando esco in bici voglio tornare a una sorta di normalità. Può sembrare scontata come cosa, ma per me non lo è, perché i miei gesti nel ciclismo erano sempre: attaccare il numero alla maglietta e correre, mentre ora mi sto accorgendo di tante cose diverse. Il gravel mi sta insegnando a essere più presente con me stesso e con quello che ci circonda: pedalo e mi godo un paesaggio. Pedali, ma in realtà viaggi: cosa vuoi chiedere di più?».
Pedalare aiuta a riflettere, forse è un fatto di chimica, non lo so. Fatto sta che a Viel viene in mente qualcosa. «Ci tengo a precisare: non sono il primo, nessuna idea rivoluzionaria, ma ho iniziato a creare un progetto intorno al gravel. Ho messo giù un piano cercando collaborazioni con sponsor tecnici, ho contattato aziende interessate, offrendo in cambio feedback, piani legati al marketing: una sorta di ambassador del gravel ma rimanendo competitivo disputando diverse gare. Inizierò a livello europeo e prima o poi mi sposterò anche in America».
E rimanere competitivi fa parte di questo percorso. «Ho portato la mia idea a diverse squadre Continental e la D'amico UM Tools ha sposato il mio progetto. Correrò con loro diverse prove del calendario italiano su strada, anche tra i professionisti, con la libertà però di portare avanti in parallelo la mia attività nel gravel». Una sorta di Lachlan Morton italiano. «Magari! Ci metterei la firma per fare quello che fa lui. Con tutte le differenze del caso: uno degli aspetti più interessanti legati a questa disciplina è che ognuno può sviluppare la sua filosofia in maniera totalmente differente da un altro». Perché ciò che conta è il messaggio. «Peculiare è trasmettere l'idea del fascino del pedalare fuoristrada. Coinvolgere i settori giovanili, quei genitori che vogliono far pedalare i figli ma hanno timore di quello che succede in strada. Oppure dare sbocco a un ex pro che non ha più la possibilità di correre. E puoi farlo in maniera competitiva oppure per goderti semplicemente una bella pedalata».
Mattia Viel ricerca se stesso. Una nuova vita, che non sarà troppo diversa da quella che aveva prima: al centro del suo mondo ci sarà, come gli è sempre accaduto, la bicicletta. «Con l'aiuto di altre persone sto organizzando anche un evento gravel nel canavese che dovrebbe tenersi il 9 ottobre. L'idea è sfruttare al meglio una zona dove la bicicletta è molto sentita, i percorsi si prestano, ma anche per valorizzare da un punto di vista culturale il territorio. Questa è poi una delle filosofie principali che ruotano attorno a questa disciplina e sarà uno degli elementi principali che alimenteranno il fuoco delle mie azioni».
Quando Mattia mi racconta che oltre a correre su strada e iniziare a correre nel gravel, durante il lockdown ha aperto insieme alla sua compagna un'attività legata al ciclismo («Che si occupa di riabilitazione post infortunio, esercizi posturali e programmi fitness, stretching e massaggio sportivo»), interrompo bruscamente la nostra chiacchierata definendolo: “Un vulcano di idee”. Mattia tira un sospiro, sorride – almeno credo, ma spesso si scrive così, o comunque è stata questa la sensazione da una parte all'altra del telefono – e afferma: «Ero! un vulcano idee, ora quel vulcano sta dormendo: è arrivato il momento di concretizzare».
È arrivato il momento di cercare se stessi. Sempre in bicicletta, come fa da quando aveva dieci anni e viveva quel misto di sensazioni.
La mia prima 5mila Marche
«Ciclismo». È la prima volta che rispondo così a un medico dello sport. Mi ha appena chiesto per quale sport sto facendo la visita medico-sportiva agonistica: evidentemente non ha notato il cappellino iridato con la scritta EDDY MERCKX che ho portato in testa fin dentro lo studio. Dopo avermi appiccicato elettrodi e fili su tutto il corpo, torace in particolare modo, inizia a farmi correre sul tapis roulant. Di recente ho letto che, agli albori della sua storia, il tapis roulant venne usato nelle prigioni come strumento di tortura, e avviso il dottore che per me sarà più o meno la stessa cosa. Da quando ho smesso col calcio e anche le partitelle tra amici si sono diradate, non corro sostanzialmente più. La mia unica attività sportiva è la bici.
Il dottore è soddisfatto del test, tutto in regola, idoneità conseguita. Salgo sulla city bike e torno a casa per la strada lunga: è poco che mi sono trasferito a Bologna e girare per una città ancora sconosciuta è un’esperienza unica. Passando su un cavalcavia, noto un murale firmato da un collettivo di donne peruviane. Che bello sarebbe, pedalare sulle Ande. È un breve tratto in salita, questo cavalcavia sui binari del treno, ma per superarlo un rider pieno di borse e zainetti deve spingere sui pedali con tutto se stesso. La salita non è sempre uguale per tutti.
L’idoneità agonistica è obbligatoria per la 5mile Marche: oltre 250 km sono uno sforzo enorme per amatori o dilettanti o cicloturisti. Oggi non solo faremo quella distanza, ma ci metteremo cinquemila metri di dislivello in mezzo: le salite hors categorie di Sassotetto e Monte San Vicino saranno le più dure. Se penso che partiremo a Porto Recanati, a due passi dal mare, e transiteremo ai 1.455 metri d’altitudine di una stazione sciistica, vado già in acido lattico. Dal buffet della fin troppo ospitale struttura in cui trascorro il week-end marchigiano, che culminerà domenica nella GF Nibali, ho sottratto un paio di vasetti di marmellata in più, qualche fetta biscottata, miele, succo di frutta. Non dovrebbe fare caldo, anzi, ma serviranno tantissimi zuccheri.
Spero non piova, non faccia brutto, non ci sia nebbia nemmeno lassù: vorrei riempirmi gli occhi col parco dei Monti Sibillini per alleviare la fatica. Sono pazzo? È la prima volta che attacco un qualsiasi numero alla bici e lo faccio per una gara di oltre duecentocinquanta chilometri. C’è quella telecronaca, «A molti corridori dopo duecentocinquanta chilometri si spegne la lampadina invece la sua luce irradia il circuito di Varese», che riascolto almeno una volta al mese perché è perfetta. Racconta un momento storico mentre accade e lo fa con grazia e precisione. Solo ieri notte - quando non si dorme, bisogna premere play sui video a cui si è più affezionati - ho realizzato che è la stessa distanza che mi toccherà oggi. Altro che lampadina, qua potrebbe saltare un intero impianto d’illuminazione.
Non devo dimenticare i tre punti di ristoro, Tolentino, Sassotetto e San Vicino. Non devo dimenticare di bere costantemente, anche a costo di fermarmi e ricaricare le borracce tramite fontanelle a bordo strada. Non devo mai andare troppo in su coi bpm (non ho la fascia cardio, come la controllo ’sta cosa?), mai sotto le sessanta/settanta pedalate al minuto (non ho il contapedalate, come la controllo ’sta cosa?). Non devo dimenticare di abbassare la luminosità del Garmin, che se si scarica nella prima metà di gara poi come ci torno a Porto Recanati?
Un’ultima considerazione, che sono quasi le sei del mattino e stanno aprendo il ritiro pettorali: avrei voluto un numero figo, il #100, il #91 di Rodman, il #71 con cui Colbrelli ha appena vinto la Roubaix, che ne so. Mi bastavano anche numeri sotto il 230 circa, così avrei guardato le ultime startlist di Giro o Tour e mi sarei immaginato di essere il ciclista corrispondente. Perlomeno, avrei desiderato almeno numeri che finiscono con zero o cinque, perché danno un’idea di rotondità, o numeri divisibili per tre (feticismo ereditato dal prof del liceo). Invece: 1057. Molto deluso, cerco qualcosa su questo inutile numero a quattro cifre e scopro che nel 1057 morì Macbeth, il re di Scozia su cui Shakespeare ha basato la famosa tragedia. Non è un’opera nuovissima ma non l’ho mai letta e non voglio spoiler. Nemmeno voglio paragonare la vita di un reale britannico dell’undicesimo secolo alla faticaccia ciclistica che mi aspetta. Ditemi solo: finisce bene Macbeth, vero?













