C’è una cosa che Matteo Gai ripete spesso, mentre conversa con noi all’interno dei locali di Cicli Gai, a Chieri, in viale Francesco Fasano, al numero tre: »Nonostante fossero e sono tuttora commercianti, i miei genitori non mi hanno mai insegnato a vendere, mi hanno, invece, insegnato ad essere leale e questa cosa non posso proprio non ricordarmela». Fuori da qui i panorami sono una sorta di riassunto delle infinite possibilità di esplorazione e scoperta che la bicicletta permette: le strade bianche, quelle precollinari, i tratti in cui correre su una bici gravel, le vie abbracciate ai vigneti, fino alla maestosità della collina di Superga, della Maddalena e alla cintura tra Torino, Alba e Asti. Pare che tutti i luoghi siano racchiusi in quello che Matteo chiama “il grande anello di Chieri”, che pare piccolo, nei confini della città, invece si espande, come un universo. O, forse, come la piccola vetrina di Cicli Gai che, dall’esterno sembra una bottega di dimensioni contenute, invece, basta aprire la porta per scorgere più di 400 metri quadrati di estensione, spalmati in una forma particolare, in lunghezza più che in larghezza. Qui è sempre stato così, fin dai tempi del nonno di Matteo. Erano gli anni novanta e, al ritorno da scuola, sul bancone, c’erano le camere d’aria, ancora quelle con le valvole a parte, da inserire manualmente. Nonno gli aveva insegnato a sporcare le valvole di borotalco, per farle scorrere, e, poi, a centrare il buco, completando il lavoro. Livio, suo padre, viveva per quel mestiere: tornava a casa alle due, certe volte alle tre di notte per i tanti impegni e al mattino, alle sei, era già in negozio, a montare biciclette. All’inizio, il tutto avveniva nella bottega che il padre aveva rilevato da un anziano ciclista chierese, successivamente gli spazi sono cambiati, ma la quotidianità era la medesima. «Da bambino- precisa Matteo Gai- ero una sorta di mascotte del negozio e mi piaceva quell’atmosfera. Ho anche iniziato a correre. Ad un certo punto ero in negozio anche il sabato. L’avere genitori commercianti è stato un esempio: non si perde tempo, non si spreca tempo. Ci si impegna, nello studio, nel lavoro ed anche nel divertimento. Ho sempre fatto così, senza altri svaghi, senza le feste con gli amici e, forse, a forza di essere immerso in quel mondo, alla fine ne ho avuto il rigetto e per cinque anni di biciclette non ho più voluto sapere nulla». È il periodo in cui Matteo sceglie di andare a lavorare con suo zio, in una grande catena di telefonia ed elettronica.
Livio Gai e Carla Cagnasso, i suoi genitori, non osano dire nulla: alla fine, l’importante è l’impegno, e Matteo ce lo sta mettendo, lavorando già appena conclusi gli studi, però, intimamente, questa scelta li fa soffrire, quasi si creasse un vuoto, in quel negozio ed anche in loro, una mancanza, un abbandono. La stessa sensazione avrebbe fatto presa anche su Matteo, qualche anno dopo, grazie a un bike trial. Un fuoco acceso nuovamente, come quando ci si incontra un’altra volta, dopo tanto tempo, con una leggerezza differente. Dopo tredici anni, Matteo Gai ha parlato con suo zio, gli ha detto che non avrebbe più voluto proseguire con lui, che c’era un altro luogo ad aspettarlo, un posto in cui era cresciuto e aveva imparato cos’era una bicicletta. «I miei genitori rispettarono la mia scelta quando me ne andai, non mi rimproverarono mai, però compresi la loro sofferenza quando tornai, perché li vidi felici, di una felicità intensa, rara. Pensavano di andare in pensione, di mollare Cicli Gai, pur se dispiaciuti, ed il mio ritorno fu l’occasione buona per convincersi a continuare. La loro creatura non finiva lì. Posso solo immaginare il sollievo». Sì, Livio ha assistito al passaggio alla bicicletta moderna e Carla non gli è stata da meno: non solo perché è sempre andata in negozio per aiutare, nonostante altri mille impegni, a casa, ma perché la sua storia è la storia dei pregiudizi superati, soprattutto quelli che hanno a che fare con il genere. Sì, nei primi tempi in cui Carla era al bancone, spesso, i clienti, al loro arrivo, chiedevano di parlare con Livio, quasi una donna non potesse sapere di biciclette, non potesse trattarle, magari venderle, per non parlare dei quesiti tecnici o meccanici. Di volta in volta quella richiesta faceva più male: «Ma mia madre non si è arresa, anzi, ha reagito con le unghie e con i denti: voleva dimostrare il contrario e ci è riuscita. Ha iniziato a studiare ed ha iniziato a correre: partecipava alle granfondo, otteneva anche buoni risultati, spesso il podio. Si è conquistata così la credibilità che non le veniva riconosciuta. Allora la gente parlava anche con lei, la ascoltava, le chiedeva consigli e si fidava. Non dovrebbe servire tanto sforzo, perché dovrebbe essere ovvio che anche una donna può capire di biciclette. Oggi lo è, almeno lo è maggiormente, trent’anni fa no, e donne come mia madre hanno dato una mano in questo cambio di paradigma».
Cicli Gai è stato uno dei primi negozi ad avere, accanto a vari marchi di prestigio di biciclette, anche abbigliamento tecnico e accessori vari. La vetrina che si affaccia all’esterno mostra tutto questo. All’interno, l’ambiente si apre su una grande porta ad arco, da lì si scorge l’area dedicata alle biciclette, divise per marchio. A destra si apre l’officina, con il bancone a vista e tre postazioni di lavoro, nella parte sotterranea, invece, vi è una rastrelliera con le biciclette usate e una sorta di magazzino con ciò per cui non c’è spazio in negozio. Nel tempo, Matteo ha fatto qualche cambiamento: ha scelto di togliere, piuttosto che aggiungere, ad esempio. Meno biciclette esposte, l’officina spostata su un lato in modo da “ripulire” l’ambiente, via anche quelle gondole appese alle pareti. Ha cercato di portare una maggiore digitalizzazione che, poi, si collega anche all’aspetto organizzativo, con un gestionale dettagliato, e diverse serate a tema, per coinvolgere gli appassionati. Piccole cose di questo genere perché, spiega Matteo, del resto non c’è nulla da modificare, anzi, quelle radici sono preziose e vanno conservate. «Ecco perché ripeto spesso quella faccenda della lealtà. Certe volte osservo mio padre in laboratorio: sta ore a cercare di sistemare pezzi che si farebbe prima a cambiare e, probabilmente, basandosi solo su un fatto economico e di tempo, sarebbe davvero meglio adottare un’altra strategia. Invece no. I miei hanno sempre fatto così ed io continuo a fare così. Il punto non è il guadagno, che pur è necessario, il punto è l’onestà, la limpidezza, l’aspetto etico. La gente torna perché ci sente onesti, perché sa che non cerchiamo di ingannarla per qualche euro in più. Ciò che si può aggiustare si aggiusta». Matteo Gai sostiene che in questo modo si possano fare felici le persone.
Si commuove ancora quando vede qualcuno soddisfatto del proprio acquisto e non è scontato dopo vari anni di attività, così, genuinamente, esclama: «Deve essere questo l’aspetto più bello del mio lavoro. Questo è senza dubbio il motivo per cui Cicli Gai esiste da oltre quarant’anni”. I primi anni erano quelli in cui Livio andava al mare in bicicletta, percorrendo il Tenda, senza allenamento: Matteo aveva tredici, forse quattordici anni, e quell’immagine la ricorda benissimo. La bicicletta l’ha sempre interpretata in quel modo: da fantasista. Senza regole precise, senza traguardi da raggiungere, ma con un’unica costante: il divertimento. La sua è la bicicletta “delle pazzie”, un giro in mountain bike, una domenica al Nivolet, una corsa in gravel, una sgambata per cercare idee. La filosofia è la scoperta di luoghi nuovi o già conosciuti ma visti con occhi differenti, magari per un trancio di focaccia dolce, tipica di Chieri. Si ricorda sempre e ricorda anche ai propri clienti che, purtroppo, un ciclista è l’utente debole della strada, per questo gli automobilisti dovrebbero porre attenzione, mettere maggiore rispetto: «Purtroppo, però, la nostra non è una società ideale e questo rispetto manca. Allora cosa resta da fare? Dobbiamo cercare di colmarlo noi, mettendo ancora più attenzione. Sì, forse non è giusto, ma è l’unica cosa da fare per provare a proteggerci. Almeno un poco».
Così l’anno scorso ha percorso 600 chilometri, quest’anno già più di 300, spesso proprio testando le biciclette che, poi consegnerà ai clienti. «Non tutti accettano consigli, ma noi dobbiamo parlare, chiedere, conversare, perché spesso basta una parola per far nascere un dubbio o un’idea. Qualcuno ha scelto di fare una visita biomeccanica proprio dopo un giro in negozio e da quella visita è stato meglio ogniqualvolta è salito in sella. L’importante è che l’approccio sia sempre amichevole, mai volto a forzare la mano, solo a creare sintonia ed interesse. Il nostro motto è “andare oltre”». Spiega Matteo che se è vero che tutti conoscono la bicicletta, è altrettanto vero che in pochi conoscono la bicicletta moderna, in quanto tale articolata in una miriade di sfaccettature in cui bisogna sapersi orientare, conoscendo i dettagli e non seguendo solo ciò che va di moda, ciò che è di tendenza: «Abbiamo costruito un mercato in cui i grandi diventeranno sempre più grandi ed i piccoli sono destinati a sparire. Ce ne pentiremo, ne sono certo. Nel frattempo, però il rapporto umano è l’unica strada per salvare quel che c’è di buono».
Allora il sito del negozio farà un salto in avanti, non più solo un sito di e-commerce, ma un sito in cui si racconti quel che si fa. Il sogno è quello di un locale differente, con una forma quadrata, che possa continuare a rafforzare il concetto di accoglienza. Il progetto è lì, da diverso tempo, si temporeggia perché non sono periodi facili, ma, chissà, prima o poi prenderà forma. Alla fine, Livio e Carla non sono andati in pensione, anzi, passano spesso dal negozio e si ritrovano a casa. In particolare, Livio, anche d’estate, anche quando si dedica al suo orto, va sempre a trovare Matteo, lo aiuta. Magari si ferma ad osservare il lavoro dei meccanici, a vista, perché «l’officina deve essere come una cucina, in cui tutto è al proprio posto, affinché le ricette riescano al meglio». Resta a guardare affascinato dalle loro mani mentre sono indaffarati: un movimento che cattura molti avventori, perché è delicato e forte al tempo stesso, perché ripara, sistema, aggiusta. «Altrochè pensione, i miei genitori lavorano più adesso di prima»: ride di gusto Matteo. E ridiamo anche noi. Ora che la storia è completa, che abbiamo capito da dove proviene il suo modo di intendere questo mestiere.




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