Non ricordo, forse era già accaduto e allora, a maggior ragione ha senso partire così: in Italia si va molto veloce in bici, ma quando dico veloce, intendo proprio che si schizza via fortissimo in volata e negli sprint. Nell’arco delle ultime settimane ne abbiamo avuto una grande dimostrazione. Alla schiettezza stradale di Jonathan Milan, ormai faro, stella, chiamatelo come volete, del movimento – ci sarà un mondiale per velocisti, forse, fra qualche anno, sempre che non si concretizzi l’idea degli Emirati di buttarci dentro una salita artificiale per far vincere l’ennesimo mondiale allo sloveno – insomma se ci sarà un mondiale per velocisti quel giorno potremmo veramente pensare di vincere. Con Milan, sì, che tra Polonia (al Giro omonimo, ne avevamo già parlato, questo sì che lo ricordo) e Belgio, (al Renewi) mette in fila 4 vittorie su 4 volate. L’ultima in ordine di tempo, quella in Belgio, la dodicesima in stagione, suo record personale. Una delle migliori in carriera se non altro perché ha visto (finalmente!) la sfida tra i quattro considerati, oggi, più forti al mondo (non ce ne voglia Magnier il quale ha qualcosa in più e di diverso, ne abbiamo già parlato e ne parleremo), Milan, infatti, mette in fila Kooij, Merlier e Philipsen sotto pioggia battente. Peccato aver dovuto alzare bandiera bianca il giorno dopo a causa di una caduta causata dalla distrazione di un suo collega, avremmo visto altre sfide caldissime e chissà, anche fino a che punto, su un percorso del genere, si sarebbe spinto il friulano pure in classifica generale – vinta poi da Philipsen.
Philipsen che merita due parole. In una stagione tutto sommata dai toni minori, riesce, tuttavia, a portare a casa la Gent-Wevelgem, due top ten alla De Panne e alla Dwars, la tappa al Tour (con il secondo posto a Parigi che vale quasi come un successo), dove ha lottato per la maglia verde, risultando l’unico avversario credibile di Pedersen, costringendolo persino alle condizioni di dover andare in fuga in montagna per fare punti e la classifica finale del Renewi tour con tre tappe vinte su cinque. Abbiamo visto stagioni peggiori di chi le ha vissute in tono minore.
Tornando all’Italia dei velocisti o simili è anche la settimana di Magagnotti, Stella e Borgo. Quest’ultimo, classe 2005, non è propriamente un velocista, ma ha spunto. lettura della corsa, coraggio, che gli farà togliere tante, davvero tante soddisfazioni. Potrebbe ricordare una sorta di Matteo Trentin (magari!). Non vince, ma si piazza due volte, terzo e quinto, al Renewi, allo sprint. Dimostrando, come già visto in tutta la stagione, dove l’apice è stata la vittoria al Gp Criquielion di qualche mese fa, di essere corridore fatto (finito, no) per le gare in Belgio.
Alessio Magagnotti, invece, classe 2007, vince e per farlo mostra un numero notevole al Giro di Germania, battendo niente di meno Paul Magnier che a 23 anni, al cospetto del successo del corridore italiano pare già anziano, pensate come siamo.ù messi col ciclismo di oggi, che, come qualcuno profetizzò tanti anni fa, sta andando verso una dimensione in stile nuoto: esplosività e precocità. Che è esattamente ciò che ha dimostrato Magagnotti, corridore al primo anno da Under, chiamato in causa dalla Red Bull a correre tra i professionisti, e già vincitore. Come accaduto lo scorso anno anche a Donati, di un anno più grande e anche lui da velocista Under 23 della Red Bull lo scorso anno vinse quasi subito tra i professionisti.
E non siamo messi male nemmeno quando si tratta della categoria Under 23 vera e propria. Davide Stella, velocista friulano (generalizzando ormai sono come i portieri nel calcio, se vengono da quella regione sai che su di loro ci puoi contare), fresco di firma con la UAE Team Emirates, con la quale correrà dal 2027 nel World Tour e pure con una certa centralità e responsabilità – la squadra dovrebbe perdere Molano e quindi non avrà alcun velocista – vince in volata all’Avenir* dopo una stagione tribolatissima tra incidenti, in corsa e uno in allenamento, che poteva avere conseguenze peggiori, investito da una persona alla guida di un’auto. Una vittoria che lo lancia anche lui in questo sempre più nutrito gruppetto di corridori italiani molto veloci. Un bel vedere. Per altro nella corsa francese si è messo in mostra con un quinto e due secondi posti, allo sprint, Thomas Capra, che da junior, nel 2022, vinse una Gand di categoria, un po’ a sorpresa, battendo eccellenze dell’epoca e alcune pure attuali, come Svarre, Smithson, Hobbs, Kockelmann, De Schuyteneer, Martì, Erzen, Seintjens, Raccagni Noviero, Gruel, Grisel, van der Meulen, ma che fino a poco tempo non era più riuscito ad emergere a livello internazionale. Ora, al terzo anno con la Bahrain Devo (il primo era in maglia CTF, per la precisione), sembra aver trovato il suo spazio, i primi risultati di peso, la tranquillità per poter emergere e la possibilità magari pure di strappare un contratto con la squadra World Tour.
*A proposito di Tour de l’Avenir. Lorenzo Finn firma una storica vittoria, storica perché nessuno dal 1973 (Baroncehlli) era riuscito a conquistare nella stessa stagione Giro (dei dilettanti, poi die giovani eccetera, con tutte le sue denominazioni) e Tour de l’Avenir. Lo fa attaccando sotto la pioggia (situazione che lui adora) in una tappa mossa, stravincendo la crono con numeri da podio al Giro (dei grandi), lo fa controllando con il piglio del padrone navigato in salita. Una stella di cui l’Italia aveva bisogno e che ora non deve perdere per nessun motivo perché con Finn possiamo esserci pure noi al tavolo dei grandi (giri).
Infine, in questi giorni si sta correndo anche un’altra corsetta, la Vuelta, terzo grande giro della stagione e che spesso per vari motivi è quello che suscita meno clamore, ma che a volte sa essere interessante tanto quanto gli altri due GT. Il primo giorno Pogačar non concede sconti a nessuno, vuole la maglia rossa di leader e se la prende nel cronoprologo (pure cronoprologoman! direbbe la signorina Silvani se fosse appassionata di ciclismo). Il secondo, ci riprova, ma sbaglia. Cade nel tranello Visma che attacca nel finale con van Aert, lo sloveno risponde al suo giustiziere (tappa a Parigi 2025 e Roubaix 2026), per poi trovarsi spompato allo sprint, nettamente vinto da Matthew Brennan. Da quanto tempo ne parliamo di lui? Stagione difficile e alla fine ne sta uscendo alla grande ugualmente e, come scrive Michele Moretti, primo 2005 vincitore di tappa in un GT. Non è poco per questo grandissimo talento che ha solo bisogno di tempo e lo vedremo arrivare un po’ ovunque. Il terzo giorno, una grandinata ferma la corsa e i corridori si rifugiano in un hotel in montagna. Il quarto giorno non fa in tempo a partire la tappa che a 50 dall’arrivo il campione del mondo, qui di rosso vestito, attacca e (stra)vince, in una giornata in cui misurano le ambizioni di classifica corridori giovani come Widar, Debruyne, Brenner, Omrzel, Nordhagen e Bisiaux. Con risultati alterni: promossi Widar (alla grande, secondo di tappa alla prima giornata di montagna in un Grande Giro) e Debruyne (che andrà forte anche nella tappa degli sterrati e attualment è ottavo in classifica) rimandati Brenner e Omrzel, lui se non altro, entra in questo club per questioni anagrafiche e di esperienza; bocciato e lo scrivo a malincuore, Bisiaux oltre a Nordhagen. Nel momento in cui esce questa newsletter si sono disputtae sei tappe in sette giorni: 4 le ha vinte Pogačar, 2 Brennan. Probabilmente il conto, senza l’annullamento della frazione di Font Romeu, sarebbe stato, 5 a 2 con il resto del mondo a 0. Il record di tappe nella stessa edizione di un grande giro è 13.



