Più di un anno dopo, Sigrid Ytterhus Haugset si è dovuta ricordare del giorno in cui, su una bicicletta, a Roubaix, si portò a scoprire cosa fosse davvero una ciclista. Gabriel Garcia Marquez l’avrebbe scritto meglio e, in fondo, la scoperta del ghiaccio del colonnello Aureliano Buendìa, assieme al padre, in “Cent’anni di solitudine” poteva pure starci bene, perché Sigrid Haugset, ventisette anni, è norvegese, di Berkåk, e il ghiaccio l’ha visto sin da bambina, non come a Macondo. Lì Buendia era davanti al plotone di esecuzione, qui, a Poligny, Haugset è al Tour de France Femmes e, ai due lati della strada, dietro le transenne, ci sono centinaia di persone che rumoreggiano dalla felicità. Eppure lei non rallenta, non si ferma, pur ormai certa della vittoria, fa solo cenno al pubblico di applaudire, di farsi sentire, poi va dritta fino alla fettuccia bianca del traguardo e, solo in quel momento, alza un braccio al cielo in segno di felicità. È fuggita dal gruppo, in solitaria, quando mancavano ottantotto chilometri alla conclusione e non l’hanno più ripresa. Stasera è la prima norvegese a vincere al Tour de France Femmes, domani partirà nella cronometro di Dijon con addosso la maglia gialla e con una nazione accanto.

Il ghiaccio, invece, lo si scopre da soli o quasi pure se si ha un genitore che ci tiene per mano ed anche cosa sia davvero una ciclista lo si scopre da sole, pure se, sulla strada per Roubaix, ci sono sempre tante persone che aspettano fino all’ultima atleta del gruppo. Era il 12 aprile del 2025 e Haugset aveva pedalato per oltre sessanta chilometri con una frattura all’anca causata da una caduta. Andò all’arrivo e quando le chiesero il perché di questo gesto, da alcuni definito eroico, disse che se qualcuno le avesse detto di scendere di sella l’avrebbe fatto ma nessuno le aveva detto niente e lei aveva pensato che una ciclista fosse fatta per andare all’arrivo e ci dovesse andare a qualsiasi costo. Quei sessanta chilometri li ha percorsi seduta sulla sella, incapace di alzarsi per il male e, al velodromo, due persone hanno dovuto aiutarla a scendere dalla bicicletta perché non ne era capace. Nei quasi novanta chilometri di fuga di oggi, ci sono certamente anche i sessanta al vento di quel giorno, anche se tutto è cambiato, come tutto cambia dal momento in cui un padre porta un figlio a scoprire il ghiaccio, al giorno in cui quel figlio, quel colonello, è davanti alla fine. Ma i ricordi seguono una strada tutta loro, tornano a caso e ti dicono da dove vieni. Colonello, ciclista o povero diavolo.

Anche oggi Haugset ha faticato a scendere di sella ed al proprio massaggiatore ha detto “sono molto stanca”. Le hanno chiesto se questo fosse il suo sogno e lei ha risposto come rispondono le cicliste “a là Haugset”. Ha spiegato che non poteva esserlo perché lei a vincere non ci ha proprio mai pensato, anzi, quando ha saputo che ad inseguirla c’era Lotte Kopecky era quasi certa che l’avrebbe ripresa. Ha riflettuto sul da farsi e si è detta che non avrebbe comunque mollato perché un secondo posto non si butta via, perché un secondo posto è bello. Lotte Kopecky ci ha creduto fino a quando le mancavano dieci secondi a tornare su Haugset, poi non ci è più riuscita. Al traguardo, a terra, appena Anna van der Breggen è andata a cercarla per congratularsi, glielo ha detto: “Ci ho creduto”. Un cartello, sulla salita recitava: “Honneur à l’effort” e probabilmente non c’è nulla di più profondo da scrivere ad una ciclista. Non c’è null’altro che riguardi tutte, da cui tutte possano sentirsi spronate. Prima, seconda o ultima, fuori tempo massimo.

Quelli di Haugset sono davvero cent’anni di solitudine. In quella solitudine, con l’anca fratturata, un anno fa, Haugset ha capito che una ciclista è fatta per andare all’arrivo, comunque sia. Ci è andata con oltre dodici minuti di ritardo e un osso a pezzi, senza dire nulla. Ci è andata felice, davanti a tutte e con la maglia gialla ad un passo, ugualmente senza dire nulla e pedalando sino all’ultimo metro. Quel che ha imparato quel giorno, e che poteva essere solo uno dei mille e più giorni da cani di chi fa questo mestiere, le è servito oggi che tutti parlano della sua gloria. Arrivare quel giorno, le è servito per arrivare oggi. E non è la solita storia della sofferenza che serve sempre, no. È che certi gesti fanno rumore quando tutti possono vedere ma si diventa capace di farli quando a guardare non c’è nessuno. I cent’anni di solitudine di una ciclista sono questi, prima dell’unico giorno in cui essere soli fa sentire grandi. I cent’anni di solitudine che hanno portato qui Sigrid Haugset, prima ed in maglia gialla a Poligny, oppure quelli di Morgane Coston che, in un angolo, a Poligny, piangeva dalla fatica mentre qualcuno le diceva che al Tour ci sono tutte campionesse ed è normale soffrire. Chissà se un giorno dovrà ricordarselo. Il giorno in cui, arrivata, si ricorderà da dove è venuta. E ripenserà ai suoi cent’anni di solitudine.

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