Per qualche strana ragione, dopo il traguardo della quarta tappa del Tour de France Femmes, la cronometro di ventuno chilometri, da Gevrey-Chambertin a Dijon, in mezzo a tanti suoni, rumori e voci, quel che più arriva ovunque è il respiro di ogni atleta. Lo colgono i microfoni, e questo è normale, lo colgono le telecamere, lo colgono le persone che stanno osservando dalle transenne e quando sentono quel respiro stanno in silenzio, si limitano a guardare, ad ascoltare e quasi mettono in pausa la loro festa, il loro incitamento. La cronometro ha a che fare con il tempo ed il tempo è intangibile. Gli umani si illudono di racchiuderlo negli orologi, ma quelli servono solo a segnare il tempo, a calcolarlo, tuttavia il tempo di una cronometro- e non solo di una cronometro a dire il vero- è altro ed ha i suoi segni. Nelle giornate, la prima luce ed il primo buio, il primo passo e, forse, l’ultima ruga, nelle persone. Nel ciclismo, nelle cronometro, il tempo è questo respiro che pare cadenzare la giornata. Quasi fosse il sottofondo di un film nel momento cruciale: quello che, non appena cambia, si intuisce quel che sta per avvenire e si presta ancora più attenzione. Più rumore o più silenzio. Il respiro di quando si fanno i rulli, di quando si aspetta di salire sulla pedana, l’ultimo prima di scendere, il primo di uno sforzo prolungato, quello in salita, in discesa, quello alla fine, quello su un drittone infinito, quello a terra, quando il tempo, ormai, si è fermato.

Il respiro di Zoe Bäckstedt è quello di una ragazza di ventuno anni che sapeva che avrebbe sofferto, perché si soffre sempre a cronometro, ma, ha dichiarato, di amare questa forma di dolore. Ha ventuno anni, Bäckstedt, e voleva arrivare al traguardo talmente stanca da non riuscire più a stare in piedi. Infatti è rimasta a lungo sulla propria bicicletta, gambe sospese, tremanti, capo chino e lunghi respiri. Ha affrontato la sua prima cronometro al Tour de France perché questo è il suo primo Tour de France. Non sapeva come sarebbero state le gambe al quarto giorno di gara: a giudicare dalla prestazione pare buone, perché conclude quarta a soli diciannove secondi dalla vincitrice, Marlen Reusser. Suo padre, Magnus, ha vinto una tappa al Tour non lontano da qui, come ricordava L’Equipe stamani, a Autun. Anche la madre di Bäckstedt è stata una ciclista, una di quelle, però, che il Tour non l’hanno potuto correre, perché il Tour ancora non c’era. Si chiama Megan Hughes e può spiegare bene cos’è il respiro al termine di uno sforzo simile. Ha provato. Ma in un altro tempo. Quello in cui non tutte le cicliste erano riconosciute e chiamate per nome. Non per demerito, per mancanza di conoscenza.

Ce lo dice Elisa Longo Borghini: “Dopo questi anni di Tour, ora sulla strada ci chiamano per nome anche se non siamo francesi”. C’è da pensare. Il suo è un respiro arrabbiato. Ha messo su strada una delle sue migliori prove contro il tempo, Longo Borghini, e sarebbe finita a ridosso del podio se un salto di catena ed un cambio di bicicletta ai meno due chilometri all’arrivo non le avessero fatto perdere secondi preziosi. Ora ha circa un minuto da Marlen Reusser e circa quaranta secondi da Demi Vollering. Il respiro di chi non è solo stanco ma è soprattutto arrabbiato lo si riconosce agli arrivi. Tira dritto e così fa Longo Borghini. Non si ferma come chi è solo felice, non va via come chi è solo delusa. La delusione è il sentimento di Pauline Ferrand-Prévot. Lungo la strada, qualcuno la incitava con dei megafoni. Al suo arrivo c’è stato un applauso, poi silenzio, poi ancora un applauso come è ripartita verso il bus. Ha perso tanto Ferrand-Prévot: oltre due minuti da Reusser. Era la sua prima cronometro dal rientro alle corse. Dieci anni fa. Aveva vinto un Tour ma con questo esercizio non aveva ancora fatto i conti. Il suo è un respiro svuotato. Quello di fronte a cui si fa silenzio e quasi si ha paura di intuire il pensiero che lo seguirà, perché è un pensiero amaro.

Il respiro di Demi Vollering somiglia alle ultime sue pedalate: non sapeva più come fare a spingere più veloce quella bici e nel finale si è scomposta. Ha spinto con tutto quello che aveva, anche i pensieri. E ora respira con tutto quello che ha, anche i pensieri. Forse per questo cambia leggermente l’espressione del volto e qualcuno riesce a gridarle qualcosa. C’è la consapevolezza di essere lì, a pochi secondi dalla campionessa del mondo e di poterla staccare in salita. Se tutto è andato bene, è più facile riuscire a interrompere il silenzio del respiro di una cronometro. Si trova il coraggio. Allora qualcuno grida il nome di Reusser che, a terra, ha appena concluso il “Progetto Digione”: vittoria di tappa e maglia gialla, come la mostarda della città, in un Tour partito dalla Svizzera. Le sue affermazioni sarebbero quasi scontate per altre atlete: suggerisce che tutto può accadere, che non è finita fino a Nizza, che vincere è sempre difficile. Ovvio. Ma Reusser ha perso un Giro, quello del 2025, quando tutto pareva già fatto e in quel giorno- anche se non era una crono- tutti erano zitti quando passavano accanto a lei che pescava chissà dove il respiro mentre piangeva. Sigrid Haugset ha perso la maglia gialla e, forse, era anche nelle cose. Il suo respiro, stanco, dopo un giorno in fuga ed una cronometro con la pressione di essere la maglia gialla, non le ha impedito di ringraziare più volte chi le dava una bottiglietta d’acqua e chi le chiedeva di cosa avesse bisogno.

Privacy Preference Center