Tadej Pogačar ha solo ventun’anni, i capelli a spazzola biondi e occhi grandi che risaltano uno sguardo vispo, assetato di vittorie e affamato di conoscenza. Due nei spuntano sulla guancia sinistra, mentre qualche lentiggine gli macchia il viso: se lo guardi pensi sia uscito da un libro di Mark Twain. Quando piove, si trasforma: ha caratteristiche simili a un anfibio e la forma di un ciclista navigato. La sua zattera è un mezzo a due ruote; non arriva dal Missouri, ma da Komenda, un piccolo paesino della Slovenia a nord di Ljubljana, dove vivono circa mille persone dedite principalmente all’agricoltura e all’allevamento. In bicicletta è salito per imitare il fratello più grande, perché: <>. Ha seguito le sue impronte nel team Radenska Rog, poi suo fratello si è fermato e ha scelto di fare altro, mentre Tadej ha iniziato la propria scalata al vertice del ciclismo.
È considerato un predestinato: un marchio che può mettere pressione o suscitare invidia. Pogačar, però, ha spalle corazzate e caratteristiche inconsuete rispetto a tanti suoi giovani colleghi emergenti: sa gestire bene le situazioni più intricate ed è abile nel leggere la corsa; è riflessivo in gara tanto quanto nei momenti in cui si racconta sceso dalla bici. In un’intervista concessa tempo fa a rouleur.cc dice di sentirsi diverso dal suo capitano Aru, di non accusare la pressione e di fregarsene se una corsa non va come sarebbe dovuta andare. Il suo è uno dei volti che sta cambiando il ciclismo di questi anni, ma se Bernal macina pedalate con una cadenza così devastante da scuotere le montagne, se van der Poel e van Aert sono talento e perseveranza, se Evenepoel è un divoratore che non si pone limiti e Pidcock recita la parte dello showman, Pogačar è pura saggezza, un cavaliere Jedi capace, in poco tempo, di controllare la propria forza.
Tadej Pogačar migliora di corsa in corsa, giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata. Lo abbiamo definito una anfibio, ma è anche una spugna. Assorbe il meglio da chi gli corre a fianco ed è capace di amministrarsi come se fosse in gruppo da oltre vent’anni. Se chiedi in giro notizie su di lui, le parole chiave che emergono con maggiore frequenza sono: intelligenza e capacità di gestire la corsa; se lo osservi con attenzione non è bellissimo da vedere, non ha la grazia o lo stile di altri corridori che come lui hanno avuto la voglia di concedersi al ciclismo, ma è tremendamente efficace. La sua pedalata non gli fa perdere un briciolo di energia, la sua posizione in sella non gli fa disperdere nemmeno un watt.
Questo articolo è apparso sul numero 7 di alvento ottobre/novembre 2019 dove potete trovare la versione completa