Succede ad una ciclista. Che parta al Tour de France Femmes con sulla schiena il numero uno, avendo vinto l’anno precedente, in maniera netta, senza dubbi, senza, almeno apparentemente, nemmeno una grande fatica nello staccare le avversarie, dopo un ritorno al ciclismo su strada che le aveva già consegnato, pochi mesi prima, la Parigi Roubaix, e nonostante tutto questo, si ritrovi a perdere oltre due minuti nella cronometro di ieri e quasi tre nella tappa di oggi, da Mâcon a Belleville-en-Beaujolais. Una tappa, per usare un lessico non certamente francese, “impestata” di salite e strappi tanto da raggiungere un dislivello complessivo di oltre duemila metri, anche se la salita più lunga era di meno di dieci chilometri. Non certo una tappa pirenaica, insomma, ma il ciclismo non permette “cartellini” fissi, sulle tappe e sulle atlete. Non esiste tappa che solo in quanto tale farà la differenza, non esiste atleta che in quanto ha già vinto, poco o tanto che sia, ha un credito o una rendita di posizione. Allora, sì, succede che l’atleta di cui parlavamo sia Pauline Ferrand-Prévot, che il numero uno a naufragare e inseguire su questi strappi sia il suo. Come succede che all’arrivo, con tranquillità, serenità, sincerità, ammetta: «Le altre sono state semplicemente migliori di me. Non stavo male». E chiosi con “c’est la vie”, questo sì molto francese. O, se preferite, molto umano.
Succede ad una ciclista. Che abbia centrato alla Vuelta a España e ci sia andata vicina al Giro, eppure in un caldo mercoledì nel Beaujolais abbia problemi e non riesca a tenere le ruote del gruppo. Succede di dover inseguire tutta la giornata ed arrivare troppo lontana per quello a cui ha abituato il pubblico. Oppure succede di partire con il sorriso di sempre, con una sorta di eterna leggerezza ed in un tratto di strada anonimo, nemmeno nel centro della concitazione della gara, di ritrovarsi sbalzata a terra e gridare dal male. Succede che chiunque veda quelle immagini creda che il ritiro sia l’unica cosa possibile ed invece nell’ordine d’arrivo, alla fine, c’è anche il suo nome. La prima atleta è Monica Trinca Colonel, la seconda è Chiara Consonni. Entrambe hanno vissuto una giornata da dimenticare. E no, non lo scriviamo per dire che una ciclista va sempre fino in fondo, se può, anche se è vero. Lo scriviamo perché succede ad una ciclista e non tutto quel che accade deve avere risvolti eroici o tragici, semplicemente accade ed è giusto raccontarlo.
Succede ad una ciclista. Che il giorno prima metta su strada forse una delle migliori cronometro possibili ed il giorno dopo, forse, pensi di attaccare, perché la gamba c’è. Succede anche che in molti si aspettino un attacco. Invece su uno stappo perda un metro, poi due e non riesca più a rientrare sulla testa della corsa. Oggi è successo ad Elisa Longo Borghini. Oppure succede ad una ciclista che il primo giorno di Tour de France venga coinvolta in una caduta e lasci sulla strada quasi quaranta secondi: quella ciclista era designata capitana, assieme a Longo Borghini, della squadra. Si tratta di Dominika Włodarczyk che, oggi, è stata in fuga ed all’arrivo ha concluso quarta, recuperando posizioni in classifica generale e tornando fra le prime cinque del Tour. Succede ad una ciclista che, pur avendo già vinto un Tour de France Femmes- quello del 2024- al Tour non abbia mai vinto una tappa. Tra Mâcon e Belleville-en-Beaujolais, quella ciclista, Kasia Niewiadoma, è l’unica a riuscire a tenere le ruote di Marlen Reusser e Demi Vollering. Scala posizioni in classifica generale, certo, ma inizia anche a pensare alla vittoria di tappa. Così all’ultimo chilometro si stringe gli scarpini e si prepara a partire.
Parte lunga Kasia Niewiadoma, in un momento in cui Reusser e Vollering si stanno guardando. La loro è una sfida anche mentale che va avanti da chilometri. Vollering aveva puntato gli abbuoni al traguardo volante per rosicchiare secondi a Reusser, invece, è stata Reusser a rosicchiarle quei secondi. In salita, l’olandese era riuscita a darle qualche metro, ma nulla più, nonostante le sue progressioni. Reusser era rientrata in discesa. Succede ad una ciclista che i piani siano saggi da fare, ma altrettanto saggio sia saperli rivedere. Niewiadoma parte lunga sul rettilineo d’arrivo e tutti pensano ce l’abbia fatta perché si crea il varco. Vollering aspetta, poi lancia la propria volata. Sempre più vicino. Ai settantacinque metri le prende la scia, ai cinquanta la affianca e la supera. Vollering vince la tappa, Reusser è seconda, Niewiadoma solo, si fa per dire, terza. Quelli tra Vollering e Reusser ora sono solo dodici secondi, ieri erano quattordici. La fame di Vollering farà di tutto per scavare quei secondi il prima possibile, la stabilità di Reusser non glielo permetterà facilmente. Di gambe e ancor più di testa. Oggi la più forte è stata Vollering: anche Reusser lo dice a Niewiadoma facendole i complimenti. Domani si vedrà. Proprio perché non ci sono rendite di posizione, proprio perchè quel che si è già fatto non basta mai a definire, a sentirsi a posto, a sentirsi arrivati, tanto più in uno sport che riparte sempre, nessuna è al sicuro, ma nessuna è persa. Anche questo succede ad una ciclista.