Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Dopo la cronometro molte persone sono venute a farmi i complimenti, perché ero decima e perché avevo accusato solo un minuto di ritardo da Marlen Reusser. Non l’ho presa bene. Ho avuto un problema meccanico ed ho dovuto cambiare bicicletta. Non fosse accaduto, probabilmente sarei stata a pochi secondi da Vollering già dopo quella tappa. Invece la sfortuna, ancora una volta, ci aveva messo del suo. Nessuno lo sapeva però e tutti si affrettavano a dirmi che ero stata brava. Io sentivo di non essere quell’atleta. Intendiamoci, non ci sarebbe stato nulla di male in un decimo posto, in un minuto di ritardo, ma se maturato dalla prestazione. La mia prestazione, invece, era stata superiore. Come sportiva sono abituata a fare i conti con atlete più forti di me e talvolta anche con la sfortuna, detesto piangermi addosso. Però questo è stato un anno particolare, difficile, e per una volta avrei voluto mostrare davvero il mio valore ed io ho un modo solo per farlo: pedalare più forte delle altre. Quella mattina non vedevo l’ora di partire, volevo gareggiare, volevo batterle tutte. Quella sera ero arrabbiata. A tutti quel ritardo andava bene. A me no. A me faceva incazzare e, a pensarci, fa ancora incazzare».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Quasi tutte le notti di questo Tour de France mi sono svegliata alle tre, se non prima, con addosso una brutta sensazione. Il mio 2026 mi ha costretta a rincorrere. Ho rincorso al Giro, dove il successo è arrivato all’ultima tappa ed il podio mi è sfuggito e ho rincorso anche all’inizio del Tour. Quando ti svegli di notte, non dormi ed il giorno dopo devi correre, si innesca una sorta di reazione a catena che ti blocca nel letto. A tutti i pensieri che già hai si aggiunge una voce interiore: “Adesso non ti riposi, domani sei stanca, fai più fatica, perdi minuti. Perdi il Tour”. La notte dopo la cronometro non ho riposato, tanto era la rabbia. Nella quinta frazione, forse anche per quello, ho accusato un passivo importante da Vollering, Reusser e Niewiadoma. Quella stessa sera non riuscivo ad addormentarmi. Alle quattro, sveglia già da più di un’ora, avevo deciso che sarei tornata a dormire, il mattino dopo avrei lasciato il Tour e annunciato la fine della carriera. Avevo iniziato a pensare di essere atleticamente finita, di essere vecchia per questo ciclismo, sorpassata. Quella mattina, invece, pur stando male, sono ripartita, me ne sono fregata, ho attaccato per disperazione, e da quel momento ho iniziato a non pensare più a nulla. Io, abituata a navigare nei miei pensieri, ho capito che spesso è meglio farne a meno. Stare leggeri. A Nizza sono arrivata così».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Quando hai vinto, sei riconosciuta, riconoscibile e, se non riesci a stare con le prime, nel posto dove dovresti essere, senti benissimo tutto quello che le persone attorno a te, sulla strada, dicono. Le senti parlare del fatto che ti sei staccata, che vai piano, che sei in crisi nera, che le altre pedalano bene mentre tu non riesci a muoverla. Al Giro ho sentito queste frasi. Le persone a bordo strada le dicono e poi ti incitano perché sei in difficoltà. Sia chiaro: è il bello del ciclismo. Io, però, per come sono fatta, per l’orgoglio che mi porto dentro, mi sento umiliata quando accade. Ho pensato più volte che qualcuno potesse incitarmi solo perché mi vedeva in difficoltà, gesto, peraltro, umanamente bellissimo. Sul Mont Ventoux ho cercato di riprendermi quel che era mio, di fare in modo che chiunque gridasse il mio nome lo facesse perché si sentiva meravigliato da quel che stavo facendo, Perché lo emozionavo. Perché ero davanti. Di nuovo. Dopo qualche tempo».
Perché adesso che è finito il Tour si può dire.
«Stamattina credevo al podio, più che alla tappa. Allo stesso tempo, però, mi sembrava di non avere buone gambe. Abbiamo saputo praticamente subito della caduta di Marlen Reusser: era già staccata ma in ogni caso nessuno vuole mai approfittare di una situazione simile. Ho controllato Niedermaier perché consapevole che avrebbe potuto insidiare la mia terza posizione e, negli ultimi chilometri, assieme a Paula abbiamo deciso che lei avrebbe fatto lo sprint ed io mi sarei messa a sua disposizione. Purtroppo nel finale ho anche forato, giusto per non farsi mancare niente. Sulle gambe, però, mi sbagliavo, non erano così male. E dopo che il Tour mi aveva portato così tanta sfortuna, alla prima volta che lo finisco, arrivo sul podio. Non mi sento un patrimonio del ciclismo, anche se so che c’è chi lo dice e lo scrive. Sono una professionista seria, un’atleta che non lascia nulla al caso. Ma non sono un patrimonio del ciclismo. Faccio una gran fatica a fare quello che faccio. Tanta fatica. E quando sento che basta sognare in grande per farcela, non capisco bene cosa si intenda. Ai miei sogni non è mai bastato per diventare realtà. Forse sarò io».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Non so ancora esattamente il significato di questo podio. Lo capirò tra qualche tempo o, forse, mai. Però una cosa voglio dirla: quando si imbrocca la strada giusta, poi non si sa mai. Tornerò al Tour e, chissà, il primo posto potrebbe non essere così lontano».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Demi Vollering ha fatto qualcosa di eccezionale. A livello atletico provo una stima totale. Vincere Giro e Tour nello stesso anno, a questi livelli, è qualcosa di raro. Credo che Vollering sia un bene per il movimento. Se la crescita del movimento è costante è anche grazie ad atlete del suo talento. Per me Demi Vollering è uno stimolo continuo. Lavoro per batterla».
Perché adesso che il Tour è finito si può dire.
«Ho avuto uno sfogo con un giornalista, qualche giorno fa. Credo che troppo spesso non si rifletta su quanto un articolo, una frase, una parola possa segnare chi la legge. Il vostro lavoro è importante, ne ho profondo rispetto, ultimamente però ho avuto l’impressione si sia caduti più volte nella ricerca della polemica per fare notizia. Questo non mi piace. Ho letto troppo riguardo alle problematiche in squadra: alla fine era solo un continuare a rimestare nello stesso discorso. Non è facile gestire una leadership condivisa, non è facile per nessuno, però l’abbiamo fatto. Credo che chiunque ne scriva o ne parli abbia il dovere di comprendere questo, prima di tutto. Più in generale, ritengo sia necessario parlare di quel che effettivamente si sa. Dare valore alla competenza. E qui parlo dei social. Ho letto molti commenti sgradevoli, offensivi, gratuiti. Non opinioni. Offese. Piuttosto che speculazioni: “Free Paula”, ad esempio. Oppure domande sul perché Dominika Włodarczyk fosse leader. Finché si parla di idee, è giusto che ognuno esprima la sua con rispetto, se questo porta altre persone a non dover più aprire i social perché ogni volta si trovano di fronte a giudizi gratuiti o insulti, no. Io sono arrivata a non guardare più i social in questo Tour, lo ammetto. Mi chiedo se questo sia necessario. Mi chiedo perché si debba arrivare a tanto. Non ho una risposta. Sono stanca».