«Il momento in cui ti svegli è sempre il più difficile, perché quando dormi non sei in prigione».
Il confine tra Cina e Russia, nel valico di Dongning-Poltavka, non è una linea da passare: è una soglia. E come tutte le soglie, non si attraversa solo con uno sforzo, come tutti i confini non basta un visto, un passaporto, ma ci vuole una storia. Questa è quella di Sofiane Sehili, ciclista francese, noto per le sue imprese di ultraracing e che ha percorso quasi 18.000 chilometri in bicicletta nel tentativo di inseguire un record, anzi uno fra i tanti che appartengono al tedesco Jonas Deichmann, quello, per l’appunto, dei 18.000 chilometri in bicicletta che Deichmann percorse da Nordkapp a Capetown in 72 giorni nell’ormai “lontano 2021”. Sofiane c’ha provato, è arrivato a un soffio e poi, d’improvviso, si è ritrovato a un confine senza sapere cosa fare, d’improvviso si è ritrovato in una cella russa, ci resterà per due mesi, a meno di 200 chilometri da quel traguardo virtuale.
Prima di partire, 1° luglio 2025, alle ore 8 da Cabo de Roca, Portogallo, per tentare l’impresa, ha affidato ai social il suo pensiero:
“Domani è il grande giorno.
Alle 8:00 darò la prima pedalata di un viaggio lungo 16.000 km. Partirò dalle coste dell’Atlantico per raggiungere quelle del Pacifico, attraversando sia l’Europa che l’Asia. Lo farò il più velocemente possibile, il che è un po’ stupido se ci pensi… ma non ho mai finto di essere intelligente 🤷🏻
Non so più cosa provare. Ansia, trepidazione, stress, eccitazione… È solo un mix di emozioni che vanno e vengono come una marea impazzita. Non vedo l’ora che arrivi domani, quando sarà solo gioia. La gioia di essere in bici per un giro lunghissimo.
È raro che mi manchino le parole, ma ora non so proprio cosa dire. Quindi lasciamo perdere.”
Il primo settembre, dopo aver attraversato l’Europa e aver quasi raggiunto il traguardo stabilito, arriva al valico di Dongning-Poltavka con un visto elettronico. Il valico è nell’elenco dei punti di ingresso autorizzati. Ma c’è un dettaglio: vale solo per i cittadini cinesi. Per gli altri, è carta straccia. Gli indicano Suifenhe, 60 chilometri più a nord. Il giorno dopo è lì, puntuale all’apertura. Ma non si può passare in bici. Né in autobus. Il treno parte troppo tardi. Seduto davanti a un negozio, con un tè freddo in mano, si chiede cosa fare. Arrendersi? Non è il momento. Non ancora. Pensava, tuttavia: «Questa non è l’Europa, non è il Nord America, sono Cina e Russia. Non ho riflettuto, però, troppo bene sul particolare contesto geopolitico in cui mi trovavo, sulle difficili relazioni tra il mio Paese e la Russia». Si prende il suo rischio.
Decide di tentare. Si dirige a sud, lungo una recinzione che dopo qualche chilometro svanisce. Un sentiero si apre nella foresta. Spinge la bici, attraversa una strada sterrata, passa sotto un filo spinato. Dall’altra parte, la vegetazione è stata disboscata: cento metri di terreno esposto, sorvegliato da una tenda militare. Corre. Poi si arrampica per ore nella boscaglia, ginocchia e stinchi sbucciati, seguendo la ferrovia. Quando scorge un posto di blocco doganale, devia. Ma è esausto e si consegna.
Alla dogana gli sequestrano tutto: telefono, GPS, GoPro. Dopo due giorni, la notizia: trenta giorni di custodia cautelare. È uno shock. Non può contattare la famiglia. Il consolato francese sarà informato, forse. Intanto, viene trasferito in una stazione di polizia, dove trascorre 36 ore trattato come un criminale.
Poi, il carcere, dove tutto, inizialmente, diventa brutale. In cella la luce accesa 24 ore su 24. Un detenuto lo colpisce, uno di quei russi che ci si immagina guardando film e leggendo libri: «Grande, grosso, rasato e la croce ortodossa d’oro». Lo spinge a terra. È il momento più duro dei suoi cinquanta giorni in Russia. Dopo un po’ la tensione si scioglie. Si integra, i compagni lo accolgono, lo aiutano. In prigione, dice, bisogna essere impeccabili. Gli radono i capelli. Gli danno un posto.
La visita del console onorario francese a Vladivostok è un’ancora. Gli porta dei libri da leggere, un dizionario per comprendere almeno le parole basilari. Legge Se solo fosse vero di Marc Lévy, non il suo genere, dice, ma meglio di niente. Un altro libro, di appena cento pagine, lo fa piangere: troppo breve. Lo legge due volte.
Scrive. Racconta il suo viaggio, compone poesie. Fa esercizio fisico. Subisce un attacco di panico, il primo della sua vita. Ma scopre anche l’empatia. «Mandare qualcuno in prigione è una cosa seria – racconta – Nessuno è felice lì. Nessuno può vivere in pace».
Il record è sfumato, certo. Ma resta l’impresa: (quasi) 18.000 chilometri in bicicletta e la galera. «Si può dire che è esasperante fallire a 200 chilometri dal traguardo» riflette. «Oppure si può dire che è comunque un’avventura».
Foto: Edoardo Frezet