Pauline Ferrand-Prevot e... i leoni da tastiera

Torniamo sul rapporto tra social network e atleti professionisti, dopo il post di qualche giorno fa sulle dichiarazioni di Chris Froome. Non prendeteci per ripetitivi, nemmeno per ossessionati. Semplicemente riteniamo che il rispetto della persona venga prima di tutto, prima del tifo e delle aspettative di prestazione.
È per questo che ci piace dare voce agli atleti che provano ad opporsi a questa brutta deriva. Magari il messaggio arriverà a poche persone, ma se riuscisse ad ingenerare un piccolo cambiamento, sarebbe già un successo.
Dopo le gare dei Mondiali di MTB della Val di Sole, Pauline Ferrand-Prevot, vera superstar del settore (nel 2014/15, a soli 23 anni, ha indossato la maglia iridata di campione del mondo in tre discipline ciclistiche diverse contemporaneamente, prima volta nella storia del ciclismo maschile e femminile), affida ai suoi canali social un messaggio di risposta ai numerosi attacchi ricevuti a seguito di quelle che sono state ritenute dai suoi fan delle prestazioni deludenti ai recenti Campionati del Mondo di Mountain Bike.
«La vita non ha a che fare solo con la vittoria o la sconfitta.
La vita di una persona ha piuttosto a che fare con l’essere o meno felici.
Non ho letto i commenti delle persone sulla mia gara di ieri perché non voglio che qualcuno possa decidere come mi devo sentire. Quello che posso dire a tutti è che sono molto felice della mia vita, anche se non ho vinto la medaglia olimpica e se non indosso la maglia iridata, e non ho alcuna intenzione di cambiare la mia vita per vincere un titolo olimpico o un mondiale.
La mia famiglia, i miei amici, la mia piccola Mauricette ed io siamo in salute.
Mi guadagno da vivere facendo ciò che più amo al mondo, correre in bici, e ho la fortuna di non definire tutto ciò ‘un lavoro’. Ho il privilegio di viaggiare per tutto il mondo, conoscendo nuove persone e potendomi confrontare con culture diverse dalla mia.
La vita non ha a che vedere solo con le vittorie o le sconfitte.
La vita ha a che vedere con l’imparare qualcosa, con i tentativi andati male ma con la possibilità di riprovarci.
Io vivo per raggiungere gli obiettivi che mi sono posta e non credo di averli ancora raggiunti tutti. Potrò sbagliare e potrò fallire, ma questo non mi impedirà di provarci ancora. Fino a quando non li avrò raggiunti».
Foto: Red Bull Content Pool


Il cielo sopra Pauline Ferrand Prévot

«Credo che essere campionessa del mondo di tre discipline nello stesso anno sia la peggior cosa che mi sia mai accaduta. Anche ammalata ho continuato a lavorare sodo. Alla fine sono stata costretta a ritirarmi da una gara dopo l’altra. Ho concluso la mia stagione con un ritiro e non so quando tornerò in sella. La bicicletta è sempre stata il mio più grande amore, ora è diventata un terribile incubo». Quanto coraggio è servito a Pauline Ferrand Prévot per scrivere queste poche righe? Era passato solo qualche giorno da una delle mattinate più difficili della sua vita. Nell’agosto del 2016, a Rio, durante la prova olimpica di mountain bike, l’allora ventiquattrenne francese, era scesa di sella e, delusa in volto, si era ritirata. Invano i giornalisti presenti avevano cercato di dare una spiegazione a quella decisione: la stagione di Ferrand Prévot era stata costellata di problematiche fisiche ma, nonostante questo, i risultati non avevano tardato ad arrivare ed in quel momento la ragazza di Reims sembrava non aver proprio nulla da chiedere. La città delle cattedrali, non aveva più vetrate e nessun cielo dentro una stanza. Qualcosa dentro era andato in frantumi e dei vetri erano rimasti solo i tagli: Pauline era stanca. Non fisicamente, o per quanto non solo. Pauline era stanca mentalmente, psicologicamente. La tremenda verità è che Ferrand Prévot sul finire di quell’estate era stanca di essere se stessa. Avrebbe preferito essere una ragazza qualunque, sconosciuta ai più, magari studiosa di architettura o di lettere in qualche università locale. Pauline Ferrand Prevot avrebbe voluto essere una delle tante ragazze che ancora potevano permettersi di fallire, di sbagliare, di rinunciare, di ritirarsi, di cambiare vita, di andare al mare, magari.

Quel grido scritto era una protesta: «Non sono quella che credete. Non sono invincibile. Soffro, sto male, sono fragile anche io. Sono stanca. Guardatemi: sono stufa. Voglio essere una ragazza qualunque». Una richiesta di debolezza, se così possiamo chiamarla. I mesi trascorrono, viene autunno e poi inverno. Ferrand Prévot non riesce a riprendere in mano una bicicletta. Il team manager della Canyon SRAM, Ronny Lauke, la conosce in quel periodo ed è in quel periodo che avviene la firma con il nuovo team. Sì, perché puoi essere completamente distrutta ma il lavoro è lavoro ed in qualche modo devi proseguire. «In Pauline si è spento qualcosa. Noi l’abbiamo contattata- racconta Lauke- perché cercavamo un’atleta polivalente, forte come lei. Non immaginavamo quasi nulla di ciò che sarebbe accaduto poco dopo. Pauline era una ragazza, una ciclista, che non riusciva più a essere contenta di vedere una bicicletta». Pauline Ferrand Prevot deve ripartire. Il punto, in questi casi è: da dove si riparte? Da tre mesi in cui non ha mai toccato una bicicletta mentre le sue pause anteriori erano state al massimo di quindici giorni? Da quelle maglie, quelle coppe e quelle medaglie sul letto? Dal passato che nei ricordi della gente, ora, è stupendo a confronto di uno scialbo quotidiano? Dalla paura: e se riparto e scopro che, oltre a stare male, non so più vincere? Cosa faccio dopo? In realtà, se vuoi ripartire davvero devi guardarti allo specchio e sbatterti in faccia verità più crude di sberle.

«Quando vinci tutto- racconta Ferrand Prévot a Cyclingtips- quando hai vinto tutto, vivi nel terrore perché non sai più cosa fare per continuare a vincere. Quante cose si possono ancora vincere? Per quante cose puoi ancora lavorare? Quanti sogni e traguardi puoi ancora porti? E anche se trovassi nuovi obbiettivi non li fronteggeresti in maniera serena. Li affronteresti con la pressione di dover garantire un risultato, di non essere mai da meno». Ferrand Prévot non è più quella ragazza lì. Forse per questo guardando indietro sorride: «Non si può vincere tutto, non si può vincere sempre. Non è possibile essere sempre al massimo, fare sempre il meglio. Sembra quasi ovvio. Forse lo è. Adesso lo capisco anche io. All’epoca no, all’epoca non lo sapevo, non lo capivo. Ci ho messo tempo ed è stato quel tempo a ridarmi la piacevolezza del salire in bicicletta, del godermi la possibilità di pedalare e di farlo serenamente». E c’è ancora quel rumore di vetri rotti, come dopo ogni incidente, come dopo la recidiva della endofibrosi iliaca, frantumati a terra, ma torna anche il cielo. I vetri possono rompersi per diversi motivi, talvolta sono gli spettri della nostra mente a frantumarli, talvolta sono questi stessi spettri a cadere a terra. Un vetro a terra taglia sempre e qualunque finestra distrutta è un faccia a faccia con ciò c’è fuori e che ci spaventa. Passa l’aria, passa il freddo, talvolta il gelo. Ma senza questo, senza tutto questo, non può esistere cielo. Questo Pauline Ferrand Prévot lo ha capito, prima e molto meglio di altri.

Foto: Pauline Ferrand Prévot/Instagram