Cos'è stata la Parigi-Nizza

La Parigi Nizza è stata le gambe di quello lì che pare un supereroe della Marvel e che a un certo punto della corsa ha smesso i panni da Capitan Belgio e si è vestito con la maglia verde come dovesse essere il suo costume ufficiale. «Cercherò di indossarla pure al Tour e portarla fino a Parigi».

Ieri ha deciso ci fosse da salvare Roglič che nel suo caso era come se fosse l'umanità in affanno, ha messo in gioco i suoi poteri, lo ha guidato, lo staccava, persino, in un tratto lungo il Col d'Èze tanto che doveva rallentare, ma poi grazie alla sua azione lo aiutava a ricucire su Yates portandolo al successo nella classifica finale che riparava quello che a un certo punto pareva essere l'irreparabile. «[Quando ci sono di mezzo io] alla Parigi-Nizza vince chi ha un compagno di squadra vicino. Quattro anni fa è successo con il Team Sky, oggi con la Jumbo Visma. Io ero solo e loro in due, ma mentirei se dicessi che sono partito per vincere la maglia gialla. Sono scattato per vincere la tappa». Testo liberamente tratto dalle dichiarazioni di Simon Yates a fine gara.
La Parigi-Nizza è stata vento, di quello che divide il gruppo in una parola più lunga, ma composta da meno corridori, gruppetti come diminutivo, se cercassimo un vezzeggiativo non troveremmo nulla, ma ci stupiamo una volta ancora a vedere Quintana così a suo agio nel saltare di ruota in ruota tra i passisti e in mezzo alle folate.

La Parigi-Nizza non è "La corsa verso il sole", ma è stata pioggia e malanni. A Nizza dicono che c'è il sole tutto l'anno, ma pare come i corridori arrivati fradici e infreddoliti al traguardo abbiano un'opinione differente. Come biasimarli. C'è stata una tappa in cui alla partenza non si sono presentati in 18: sempre Radio Gruppo sostiene ci sia “un'epidemia di bronchite”.
La Parigi-Nizza è stata Pedersen tirato a lucido, che scollinava persino le montagne quando un anno fa - di questi tempi – a volte si staccava sui cavalcavia. È vero, fidarsi di alcuni è bene fino a un certo punto, ma forse è meglio tenere le orecchie dritte. Toccherà, nelle classiche del Nord, annoverare il suo nome tra quelli dei corridori da battere. D'altra parte non sono tantissimi quelli che si possono vantare di essersi lasciati dietro van Aert in uno sprint dopo una tappa impegnativa e con l'arrivo che tira verso l'alto. Questo serve a ricordare anche come Pedersen non fu campione del mondo per caso.

La Parigi-Nizza è stata Daniel Felipe Martínez che non è solo una sorta di "corridore forte quasi dappertutto", ma da alti e bassi. Uno da vampata improvvisa e poi da luce spenta. Dall'anno scorso è un corridore affidabile, se c'è da aiutare un compagno, con il physique du rôle per l'alta classifica, Poi, siccome il destino in parte lo si crea, in parte, quando si sale su una bici, segue il caso, una foratura prima dell'ultima salita non gli permette di imitare Yates. E chissà che le cose non sarebbero andate diversamente per tutti con anche lui davanti. Nel suo caso la Parigi-Nizza non restituisce tutto quello che si è dato: ma quando mai la vita lo fa?

13/03/2022 - Paris Nice - Etape 8 - Nice / Nice (115,6km) - Simon YATES (TEAM BIKEEXCHANGE-JAYCO) - S'impose sur la derniere etape

La Parigi-Nizza sono le fughe di Gougeard che non vanno a segno, mentre quella di McNulty, sì, oppure il colpo risolutore di Burgaudeau, che in bici pare un Alaphilippe che c'ha dato dentro con la palestra e a 23 anni regala la prima vittoria World Tour della stagione alla TotalEnergies di Sagan: chi l'avrebbe mai detto?
La Parigi-Nizza è Simon Yates. Ogni tanto gli prendono quelle giornate che se facessimo un confronto col gemello Adam, saremmo senza pietà. La butta giù dura su quel colle sopra Nizza, rischia di vincere tutto, ma non fa i conti con l'eroe dei fumetti preferito e più letto a casa Roglič e di nome Wout van Aert - che speriamo non abbia preso troppo freddo in vista della Milano-Sanremo.

La Parigi-Nizza è stata ancora Roglič. Nel bene - la vittoria in punta di fioretto sul Turini - nel male, nel senso di sofferenza, di lato oscuro della sua forza, perché chi continua a fare paragoni con Pogačar è ancora più impietoso di chi lo fa tra i due gemelli della periferia di Manchester, perché al giovane sloveno gli viene tutto facile, mentre l'altro ha il suo campo, i suoi meriti, i suoi limiti.

Ieri ha rischiato di perderla come, ma forse peggio dello scorso anno, affaticato da una giornata fredda, tirata, nella quale riusciva persino a sbagliare indumenti: «Al via ero stanco e infreddolito, mi sono vestito troppo e ho finito per cuocermi da solo. Quando mi sono svestito era ormai troppo tardi».
Poi il finale - lieto per lui - è quello che conosciamo. I meriti anche che vanno gettati addosso al supereroe di giornata e di cui Roglič ci illustra le peculiarità. «Cosa penso di Wout van Aert? Che è metà umano e metà motore. Lui può tutto e per me è un onore correre accanto a lui e imparare ogni giorno qualcosa». Tutto questo, ma forse anche di più, è stata la Parigi-Nizza.


Il motore della polivalenza

Tra i vari spunti nati durante l'Europeo appena concluso, il discorso sulla multidisciplinarità che coinvolge i protagonisti di (quasi) tutte le gare ha un'importanza centrale.
Volendo stringere il campo ai medagliati fa impressione come molti di loro abbiano in comune la pratica di altre discipline, o un passato che non si è cibato di sola strada e in alcuni casi nemmeno di solo ciclismo. Su 36 medaglie assegnate nelle prove individuali ben 22 affondano le radici altrove - e da questo dato abbiamo tenuto fuori Evenepoel, ex calciatore.
Si parla di corridori di elevata caratura, senza ombra di dubbio, ma un talento non è tale se non è coltivato e allenato, ed è così che grazie al lavoro al di fuori della strada (ciclocross, mtb, pista) migliora l'esplosività, la capacità di esprimersi fuori soglia, l'abilità nella guida del mezzo, il colpo d'occhio, persino la qualità della pedalata. E la capacità di portare nelle varie specialità ciò che si è assorbito altrove, e in alcuni casi non per forza solo nel ciclismo, è un'importante tema di dibattito.

Il podio della gara juniores maschile è formata da due che in inverno praticano ciclocross: Grégoire e Martinez. Se Grégoire - un predestinato assoluto del ciclismo mondiale - sceglie il fango più per allenarsi in inverno e non perdere il colpo di pedale, Martinez è attualmente vice campione nazionale nel cx tra gli junior. Carente ancora nella capacità di guida, è proprio insistendo nel fuoristrada che riuscirà a limare i propri difetti. Dello stesso avviso è Uijtdebroeks (argento nella crono), da molti considerato il più grande talento tra i 2003: l'anno prossimo salterà direttamente da junior al World Tour, ma prima di farlo ha già detto che gareggerà nel ciclocross per migliorare le sue capacità di guida.

In mezzo ai due francesi è arrivato il norvegese Hagenes, uno che d'inverno fa sci di fondo e lo ha fatto anche a buon livello tanto da dominare una gara di coppa di Norvegia lo scorso anno. Alla domanda se continuerà con entrambe le attività ci ha risposto che l'impegno su strada con la Jumbo-Visma Development Team l'anno prossimo sarà centrale, ma che d'inverno continuerà a infilarsi gli sci ai piedi per mantenere la forma. E aggiungiamo noi: per staccare, rilassarsi e poi tornare a divertirsi in bici, altro punto focale del discorso.
L'ungherese Vas tra tutti è l'esempio più eclatante: il suo motore è impressionante, le sue caratteristiche sono un vero trattato sulla multidisciplinarità. Vas è stata battuta da Zanardi (a proposito: campionessa europea su pista), ma poche settimane fa arrivava quarta a Tokyo nella prova di Cross Country di MTB dietro le dominatrici svizzere, mentre in inverno è una che, seppur giovanissima, un po' alla volta mette con profitto la sua bici in mezzo o davanti alle élite olandesi.

Due terzi del podio della crono maschile under 23 arriva da pista (Price-Pejtersen, Danimarca) e ciclocross (Waerenskjold, Norvegia). Se il danese continua l'attività nei velodromi, il norvegese, dopo aver vinto diversi titoli nazionali, ora nel ciclocross si cimenta più per tenersi allenato che per un fatto puramente agonistico.

Il podio della crono maschile non ha bisogno certo di presentazione: Ganna e Küng su pista hanno giusto qualche risultato importante, mentre tra le donne élite, Reusser (oro nella crono) arriva da Triathlon (come anche Segaert, oro nella crono junior maschile) e Bike Marathon, Muzic (bronzo in linea) la puoi trovare gareggiare, a volte, nel ciclocross.

Una delle vittorie più imprevedibili della rassegna europea, quella di Thibau Nys, nasce proprio dalle brughiere, infangate o polverose a seconda del momento.
Di che leggenda del CX parliamo quando parliamo di suo padre Sven inutile dirlo, ma anche Thibau qualcosa ha fatto prima di sorprendere tutti nello sprint ristretto davanti al Duomo, incuriosendoci non tanto per la vittoria - fosse veloce si sapeva - quanto per essere riuscito a rimanere attaccato ai migliori: i limiti del classe 2002 belga sono ancora inesplorati e su strada potrà fare una carriera ancora superiore di quella accennata nel fuoristrada. Che continuerà comunque a praticare con profitto portando poi sull'asfalto tutto quello che avrà assorbito e imparato.

E ancora: Ivanchenko, oro nella crono junior femminile, ha dominato i recenti mondiali su pista di categoria con tre ori; Niedermaier, seconda, arriva dallo Sci Alpinismo, un mondo che continua a frequentare, mentre Uijen, terza, si difende bene anche su pista, come Le Huitouze, bronzo nella crono junior maschile, e Brennauer, bronzo élite femminile sempre contro il tempo.
Infine van Dijk, un oro e due argenti a Trento e un palmarès da favola a cronometro, ha iniziato la sua carriera sportiva nello speed skating praticato a buon livello - e buon livello per lo speed skating in Olanda significa avere una certa rilevanza.

 

Vuol dire poco o nulla, magari, in taluni casi, soprattutto se parliamo di attività svolte in età precoce, ma è evidente come questi motori abbiano iniziato a svilupparsi non solo lontano dalla strada, ma anche dalle due ruote. E così, all'apparenza, sembra male non faccia.

Anche l'Italia mostra qualcosa in ambito multidisciplinarità, pur rimanendo la pista ciò che dà maggiore impulso al movimento. Zanardi l'abbiamo già nominata, mentre Guazzini, campionessa europea a cronometro tra le Under 23 punta a diventare una big assoluta nei velodromi. E ci siamo fermati alle medaglie altrimenti l'elenco sarebbe sterminato.
Si iniziano anche a intravedere anche alcuni giovanissimi che partendo da esperienze maturate nel ciclocross (tre nomi: Realini, Masciarelli e Olivo, il quale va forte anche su pista) provano a ottenere risultati anche su strada. Qualcosa si muove anche da noi ed è arrivato il momento di investire ulteriormente e di spingere sull'acceleratore della polivalenza (che significa proprio il contrario dell'abbandonare un'attività a discapito dell'altra, soprattutto nel caso del ciclocross) che come abbiamo visto, può dare solo buoni frutti.

Foto: Bettini