Enigmi e tartufi, Tour e dintorni

La partenza del Tour sembra essere l'unica certezza, perché a oggi non c'è più grande enigma del suo arrivo. Come si giungerà tra una ventina di giorni a Parigi? Il protocollo Covid è una pezza difficile da tenere cucita, due positivi in una squadra - ogni team sarà composto da massimo 30 persone, staff compreso - e si va a casa. Per evitare succeda come in Bora-Hansgrohe e in Astana - casi positivi, “diventati” negativi nel giro di poche ore - si potranno effettuare ulteriori test che stabiliscano la reale positività ed eventuale contagiosità, insomma un bel caos da gestire.

Tanta confusione sotto il cielo che maledice una corsa che, con queste avvisaglie, potrebbe saltare in aria, e chissà, non concludersi nemmeno nella peggiore delle ipotesi. Un paio di giorni fa quattro membri dello staff di un team (Lotto Soudal) sono risultati positivi al tampone, rimandati a casa e poi sostituiti, vedremo al Tour come gestire una corsa a eliminazione degna di un reality futuristico.

Ma in una stagione così proviamo a parlare di corsa e dintorni, almeno un po', e magari a non prenderci troppo sul serio: si parte da Nizza, quella mondana e francese, seppur al confine e dunque molto italiana, ma comunque non quella di Eco e Pavese così zeppa di tartufo. Semmai, per chi se lo potesse permettere: ostriche e champagne, anche se oggi quelle le puoi trovare pure se vivi a Pizzo Calabro – se siete da quelle parti in quel caso vi consiglieremmo il tartufo gelato. Provare per credere. Tuttavia, ci sarà ben poco modo di gustarsi il contorno: sarà una corsa blindata come un fumetto di fantascienza.

Sarà, come si legge un po' ovunque: “Tutti contro Bernal”? Oppure un tutti contro Roglič? Chi lo sa, la vigilia non è mai stata così tormentata anche per loro, agonisticamente parlando. Bernal ha mal di schiena, ma quando si sale ha un motore mica male e oltretutto deve difendere il titolo, cosa che di solito al Tour riesce pure abbastanza bene se hai del talento. Roglič cadeva quindici giorni fa e racconta di essere pronto ma di non sentirsi tanto bene (pretattica), e allora occhio agli altri che schiereranno Ineos-Grenadiers (sic!) - per i quali speriamo di non leggere metafore di guerra, non se ne sente il bisogno - e Jumbo-Visma: fossi un direttore sportivo, un corridore, un suiveur, uno scommettitore, un appassionato, un lettore di Alvento, un blogger, un giornalista, mi preoccuperei pure di Bennett e Sivakov, Carapaz, Kuss e Dumoulin. Vanno forte, e sanno più o meno come si vince o come si potrebbe. Lo spilungone olandese oltretutto è dato in crescita, forse potrebbe essere l'uomo della terza settimana. Lui, più verticale di una parete alpina.

Poi certo, in tutto questo ben di dio si potrebbero scegliere Quintana o Pogačar che mi fanno venire in mente il vecchio e il bambino, ma giusto perché Quintana con quella faccia vecchio lo è sempre stato, bambino chissà. Il Quintana di inizio stagione lo avrei dato favorito almeno per il podio, questo lo vedo "comme ci comme ça" come dicono loro, i francesi, loro mai così poco convincenti da quando hanno trovato una generazione nuovamente vincente.
Pinot e la sua idiosincrasia con la vittoria che fa quasi tenerezza come quel pedalare con le ginocchia che sembrano colpirlo in faccia; Bardet sempre più incerto ed enigmatico, nonostante ami tenersi informato costantemente leggendo di politica e sociologia – e questo in un certo senso ce lo fa stare più simpatico. Doveva fare il Giro, è stato dirottato al Tour e magari questo cambiamento gli farà bene. Alaphilippe lo scorso anno fiammeggiava e volteggiava, non riusciva a stare mai fermo con quelle gambette da grillo e un orribile pizzetto che lo faceva sembrare un Peter Sagan con la febbre. Quest'anno chissà, pure lui non sembra al meglio, ma corre nella squadra più vincente che ci sia e un colpo lo darà – magari già al secondo giorno.

Poi la sfilza di nomi proseguirebbe: non citiamo Porte, per decoro, ma magari il simpatico quanto caratteristico Mollema sì. Quando pedala è curvo e dinoccolato come un galgo, vince poco ma bene, ma anche quando non vince si fa sempre vedere. Il landismo di Landa ci ha un po' stufato perché è un'attesa eterna (o forse ci piace per questo?), però per un quinto, sesto, settimo posto o giù di lì c'è pure lui. Così come ci sono tedeschi con clavicole rotte e braccia scorticate che non si sa come abbiano recuperato. E poi? Altri colombiani tutti da spuntare con la penna rossa: Urán, Martínez, Higuita, López, nomi meravigliosi che sembrano quasi di fantasia, corridori di spessore ma dalla cifra a volte misteriosa.

Percorso? In brevissimo: tanta salita, tante tappe miste, poco tic-tac. I francesi fanno sempre come pare a loro e dopo averci annoiato per anni con volate e lunghe crono, oggi decidono che ne possa bastare una messa il penultimo giorno. Potrebbe essere una mossa contro lo spettacolo non mettere una cronometro a metà o inizio corsa e che favorisca in qualche modo gli specialisti, con il rischio di annacquare la corsa e tenerla ancora più sonnolenta di quella che ci si potrebbe prospettare. Uno scalatore in ritardo a causa delle prove contro il tempo è invogliato ad attaccare, così invece si aspetterà sempre la prossima salita, in un loop infinito, e verso l'esasperazione del landismo. E vediamo, poi, cosa succederà con gli interminabili treni formati dai vagoncini Jumbo-Ineos che potrebbero, così come sono, tranquillamente attraversare l'Europa e arrivare in Asia e tenere la corsa cucita come un abito da sera.

Infine due parole sulla pattuglia italiana, pochi ma buoni: sono sedici. Nizzolo sogna un filotto campionato italiano-europeo-maglia gialla il primo giorno; da Viviani ci si aspetta sempre un bel colpo, Trentin, Bettiol e De Marchi possono farsi vedere tutti i giorni con il loro animo da incendiari. Occhio a Formolo, corridore diventato spettacolare anche in bicicletta, mentre su Aru non ci accaniamo. Buon Tour a tutti.

Foto: ASO/ Thomas Maheux e ASO/ Pauline Ballet


Svegliarsi di soprassalto oppure Thomas G

Espressione rilassata: prima, durante e dopo una corsa importante. È sempre stato così, sin dai primi passi. Mentre gli altri si incupivano, tesi fino a strapparsi, logorandosi fino a otturare i propri pistoni, Geraint Thomas faceva scivolare via le preoccupazioni pedalando sciolto con quelle gambe che sembrano stiletti affilati. «Mai visto uno con una testa simile» - racconta Rod Ellingworth, suo ex allenatore e deus ex machina dei successi della Gran Bretagna nel ciclismo.

E d'altronde, la forza mentale di Geraint Thomas non è mai andata in frantumi nemmeno tutte le volte che è finito a terra. La prima brutta caduta nel 2005 in Australia: finì in terapia intensiva e gli tolsero la milza. «I miei vennero a Sidney preoccupati, finì che ci divertimmo un mondo». Al Tour del 2013 cadde nella prima tappa, si ruppe il bacino e restò ugualmente in corsa fino a Parigi supportando Froome verso la vittoria finale. Al Giro del 2017, quando era in piena lotta per la maglia rosa, si scontrò con una moto della polizia e qualche giorno dopo si ritirò. Lo stesso anno al Tour vinse il prologo, indossò la maglia gialla, ma tempo una settimana e finì di nuovo a terra: clavicola rotta. Memorabile il suo incidente alla Gand-Wevelgem del 2015 quando una folata di vento lo buttò fuori strada mentre era in fuga per la vittoria.

Elegante in bici, vincente su pista, sul pavé e nei Grandi Giri, Geraint Thomas è visto in gruppo come personaggio tranquillo e rispettato; garbato e dai modi britannici, lui che arriva dal Galles - Cardiff per la precisione, 'Diff, come dicono da quelle parti. Nell'ultima tappa al Tour del 2018 Daniele Bennati gli si avvicinò prima del traguardo e gli disse: «Il fatto che sia uno come te a vincere il Tour de France, mi fa venire la pelle d'oca».
Quando poi Thomas dice che dell'Italia gli piace tutto, in particolare il cibo, non è una strizzata d'occhio, sembra parli davvero di amore. In tempi non sospetti raccontava di come pensare al Giro d'Italia lo facesse svegliare di soprassalto la mattina, e quando si è sposato lo ha fatto nella St Tewdric's House, una villa italiana del XIX secolo, in Galles. Successivamente lui e la moglie l'hanno acquistata, restaurata, e oggi, a partire dalla modica cifra di circa cinquemila sterline, chiunque ci si può sposare.

Ha frequentato la stessa scuola secondaria di Gareth Bale, e in Galles è ritenuto uno dei personaggi sportivi più grandi di tutti i tempi, al pari della leggenda del rugby Gareth Edwards. Sempre a Cardiff, in suo onore, dopo il titolo olimpico vinto a Londra, la Royal Mail fece dipingere d'oro una cassetta delle lettere nella piazza centrale ed emise un francobollo col suo nome.
Il suo primo allenatore racconta di quando trovasse questo ragazzetto di nove anni mingherlino, pallido, con le gambe fini come uno sfilatino, tutte le mattine fuori dal velodromo a spiare i ragazzi che correvano con la maglia del Mindy Flyers Club. A furia di vederlo gironzolare lì intorno, timido, a bocca aperta e con gli occhi sognanti, un giorno lo invitò a fare qualche giro, gli diede una bici di riserva e lo lanciò in pista. Tempo qualche anno e Thomas divenne il più forte della sua scuola, poi del Galles, poi della Gran Bretagna, fino a conquistare due titoli olimpici nell'inseguimento su pista, nel 2008 a Pechino e nel 2012 a Londra.

«Non aveva mai il broncio anche quando perdeva una corsa» dice di lui un altro suo allenatore, mentre Courtney Rowe, padre del futuro compagno di squadra Luke, ricorda il suo talento: «Luke era bravo, ma G è sempre stato semplicemente geniale». E se c'era da fare festa lui era il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene: «Ad ogni addio al celibato io tornavo a casa alle 22.30, Thomas per ultimo».
Alla fine del Tour de France vinto, Arsene Wenger, all'epoca manager dell'Arsenal, lo chiamò per congratularsi, e Thomas, tifoso sfegatato dei Gunners, pensava fosse Wiggins, noto imitatore, che scherzava. Qualche tempo dopo incontrò Leo Messi al termine di un Barcelona-PSV di Champions finito 4-0 e con una tripletta del fenomeno argentino. Messi gli regalò la sua maglia autografata e qualcuno scrisse: “Messi ha voluto incontrare il Re del Tour de France”. Quel Tour che in Sky non volevano che vincesse: «Mi dissero che avrebbero corso tutti per Froome anche se avessi avuto un minuto di vantaggio e che se nella cronosquadre avessi avuto un problema, non mi avrebbero protetto né aspettato», rivela Thomas nella sua biografia.

Escluso dalla selezione per il Tour di quest'anno - chi lo ha visto al Delfinato non ne è rimasto sorpreso - Thomas sarà una spina nello Stivale. E se dovessimo puntare un penny su un vincitore del Giro, il suo nome ci potrebbe far vacillare. A patto che G, come lo chiamano in gruppo, smetta di svegliarsi di soprassalto pensando all'Italia e mantenga il suo profilo equilibrato. “Imponi la tua fortuna e corri verso i tuoi rischi”, scrisse un giorno René Char, e ci pare un pensiero perfettamente adatto al cammino di Geraint Thomas.

Foto: ASO / Alex BROADWAY e ASO / Pauline BALLET


Cara ASO, il rispetto delle donne è una faccenda seria

La notizia è di giovedì: Aso ha deciso che, al Tour de France, il protocollo delle premiazioni verrà modificato. Non piu due miss sul podio ma un uomo e una donna accanto al vincitore. La motivazione fornita è semplice: le due miss sul podio sarebbero indice di sessismo e strumentalizzazione della donna.
Proviamo a fare un passo indietro. Ci risulta che ad Aso, la società organizzatrice del Tour de France, sia stato proposto ben più di una volta di tornare ad organizzare il Tour de France femminile. Ci risulta anche che Aso abbia sempre rifiutato quando per problemi logistici, quando per problemi organizzativi. Ci risulta poi, lo racconta Giovanni Battistuzzi per “Il Foglio”, che quando i 110 volontari organizzatori del Tour cycliste féminin de l'Ardèche hanno chiesto ad Aso di fornire un aiuto nell’organizzazione della corsa, Aso abbia risposto picche, dimostrando non poco disinteresse. Lo diciamo perché non sfugge a nessuno che le cicliste, che avrebbero corso il Tour de France femminile come quelle che corrono il Tour de l’Ardèche, sono donne. Ed è altrettanto evidente a tutti che quelle stesse donne avrebbero avuto un grande beneficio dal poter partecipare a queste manifestazioni. Soprattutto in un mondo come quello del ciclismo femminile in cui i problemi economici e di visibilità sono all’ordine del giorno. Crediamo che Aso, con i potenti mezzi di cui dispone, non avrebbe molti problemi a smuovere quegli ostacoli di cui parla e a rendere possibile l’organizzazione di questi eventi. Del resto Aso è una società che organizza eventi di alto livello, se non erriamo.

Invece no. Invece Aso, nei giorni scorsi, era impegnata in ben altra decisione per tentare di sconfiggere il sessismo. Christian Prudhomme ha stabilito che, sul podio, accanto agli atleti ci saranno un uomo e una donna. Bene. Sessismo cancellato, notizia diffusa su ogni quotidiano, in alto i calici e si brindi all’ennesima svolta avanguardista di sua maestà “Le Tour de France”. Saremmo davvero sollevati se il sessismo nella nostra società si radicasse solo lì, in due miss accanto al vincitore di tappa o alla maglia gialla. Vorrebbe dire vivere in una società davvero matura. Purtroppo non è così, nella società come nel ciclismo. E gli organizzatori del Tour de France lo sanno benissimo. Come sanno benissimo, ci auguriamo, di aver preso la decisione più semplice ed assolutamente inutile. Non si sconfigge il sessismo vietando le miss o, ancora peggio affondando nella melma del politicamente corretto, affiancandole ad un uomo. Come non si sconfigge il sessismo alterando la dizione delle cariche pubbliche. Chi lo sostiene, ci perdoni, si sta lavando bellamente le mani.

Il sessismo, in una società maschilista come la nostra, lo si sconfigge provando a modificare ognuno nel proprio settore le abitudini sbagliate. Prima di tutto pensare che le donne abbiano bisogno di un benestare da parte di una carica superiore maschile per accedere a un compito o ad una posizione. Pensando così che sia un uomo a dover concedere questa possibilità per poi fungere da benefattore. Storia già vista troppe volte. Le donne, a patto di averne la possibilità, sanno farsi strada da sole. Il punto è che questa possibilità viene spesso negata. E no, signor Prudhomme, non viene negata dal podio de “Le Tour de France”. Viene negata, nel ciclismo, da chi continua a privilegiare il mondo maschile togliendo opportunità al femminile. Da chi non investe nel ciclismo femminile. Da chi non prova a organizzare nuove gare, gare di cui queste ragazze hanno bisogno come il pane. Dalla stampa che sottrae loro spazio. Da chi non si chiede perché sempre più ragazze smettano, da chi non si preoccupa del gap economico tra le gare maschili e quelle femminili. Da un certo tipo di racconto sportivo. E anche da chi, pur di potersi dire dalla parte giusta della barricata, prende decisioni risibili.

Aso è una società organizzatrice. Negli anni scorsi ha fatto bene ad affiancare alle prove maschili anche le prove femminili di Liegi-Bastogne-Liegi e Parigi-Roubaix. Provi a fare altrettanto con altrettante gare. E, per cortesia, resti fuori da certe decisioni che hanno del ridicolo e dell’irrispettoso. Come tutti coloro che si illudessero di fermare uno tsunami con un ombrello.