Si può essere anche Romain Grégoire

Mancano pochi chilometri alla fine della gara degli juniores all'Europeo di Trento. Manca poco per i corridori, troppo per noi costretti a combattere con la relatività del tempo e con il tentativo di trovare un posto buono per vedere l'arrivo, svincolandoci tra tifosi e genitori dei corridori in gara che da ore hanno occupato qualsiasi spazio possibile attorno alle transenne.

Sale il caldo dall'asfalto e all'improvviso troviamo posto fuori da un bar. Colpo di genio o di fortuna. Sedie libere, tavolino vuoto, ma la vera magia è che il posto è proprio davanti allo striscione del traguardo con su scritto UEC TRENTO 2021.

Gli speaker avvertono: è uscita l'azione decisiva, davanti due francesi e un norvegese; belgi delusi, avevano dominato la gara a cronometro qualche giorno prima, in particolare sono affranti i genitori di Segaert – oro nella gara contro il tempo - con il cappellino con l'iride ricamato sul bordo, e i supporter di Uijtdebroeks, argento dietro il connazionale, lui con un futuro assicurato e che, a differenza di altri suoi coetanei, avrebbe fatto a fine stagione il doppio salto junior-professionisti senza passare per la classe di mezzo. Arriva la volata che si gioca proprio davanti ai nostri occhi: vince Grégoire davanti ad Hagenes e Martinez. Podio, interviste, un buon inglese (il suo, il nostro ha sempre sfumature italiote) e così conosciamo Grégoire.

Classe 2003, Romain Grégoire arriva da Besançon, dipartimento del Doubs, va in bici come da tradizione per passione tramandata, e tra una mountain bike e una da ciclocross ne trae beneficio per la sua attività su strada. La sua è una crescita esponenziale, che lo pone al vertice assoluto della categoria Under 23: tra poche ore sarà il favorito del Giro d'Italia di categoria. Con il destino segnato, erede nell'albo d'oro dei vari Sivakov, Vlasov, Pidcock e Ayuso, per citare 4 degli ultimi 5 vincitori.

La sua squadra, La Conti Groupama FDJ, lo tratta come si fa con un gioiellino; lo osserva con occhi colmi di emozione e lo tira a lucido e, come si fa spesso con le cose preziose, lo conserva per i momenti migliori. Poca attività tra i prof, tanta tra i ragazzi della sua stessa categoria, anche se, a vederlo così forte e vincente, appare già superiore agli altri.

Quando era ragazzo, racconta Grégoire, non è che fosse un predestinato: «Le corse le vinceva sempre Gautherat e noi si finiva per lottare ogni week end solo per il secondo posto». Le cose poi sono cambiate, all'improvviso. Smessi i panni del ragazzo tutto fango e bici, la strada diventa la sua vocazione e così di colpo si trasforma in uno di quelli che ti lasciano a bocca aperta quando lo vedi correre, attaccare e vincere.

In questi 6 mesi da primo anno tra gli Under 23, Grégoire, studente al primo anno dell'Università («nel caso vada male la carriera da ciclista, voglio un piano B per la mia vita»), ha vinto 4 corse: Liegi Espoirs, Belvedere, Recioto e Fléche Ardennaise, tutte col piglio di chi fra poco tempo, quando farà il salto nel World Tour, sarà da tenere d'occhio. In Francia già si spendono tante parole su di lui.

Dice non aver fatto il salto direttamente tra i professionisti: «Perché sono una persona concreta e credo che non tutti siamo degli Evenepoel. Potevo essere nel World Tour, ma con il rischio solo di finire le gare, mentre così posso gestire la mia crescita con calma. Posso divertirmi in bici e continuare a vincere: non tutti evolviamo allo stesso modo e alla stessa velocità». Non sono tutti Evenepoel, è vero, si può essere anche Romain Grégoire.


Genuino come Biniyam Ghirmay

Il padre di Biniyam Ghirmay non ha avuto dubbi su cosa dire al figlio, quando gli ha telefonato giovedì sera, prima della prova in linea Under23 al Campionato del Mondo di Leuven. «Ricorda di quando eri bambino», così ha iniziato a parlare il signor Ghirmay. Biniyam ha subito pensato ad Asmara, la sua città natale in Eritrea, quella in cui ogni domenica c'è una gara, quella in cui i bambini si sfidano a chi arriva prima a un punto prefissato. Come in tutte le città del mondo, in fondo, ma ognuno ricorda la propria.

E chiunque lo abbia visto venerdì pomeriggio, partire da una posizione arretrata in gruppo e recuperare uno a uno tutti coloro che si alzavano sui pedali davanti a lui, ha pensato alla leggerezza della bicicletta in uno di quei pomeriggi. Tutti ripresi e sorpassati, tranne Filippo Baroncini. Qualcuno dice che Ghirmay ha ancora il vizio di correre in fondo al gruppo e per questo talvolta perde l'attimo giusto, altrimenti chissà, forse poteva essere lì a giocarsela con l'azzurro. I suoi genitori gli hanno detto anche questo la sera prima: «Noi sappiamo che tu puoi conquistare una medaglia».

Argento. Primo ciclista eritreo a conquistare una medaglia ai Campionati del Mondo. Da non crederci, lo testimonia la testa di Ghirmay, scossa dopo il traguardo. Qualcuno ha pensato fosse un segno di risentimento per aver mancato il primo posto, lui ha spiegato che in realtà era un segno di felicità per il secondo posto conquistato. Un altro modo di leggere ciò che accade, forse un modo di mettere ogni cosa al proprio posto restituendole la giusta importanza. Come quando gli hanno chiesto se Peter Sagan fosse il suo eroe. «Non si può parlare di eroe, certamente però mi piace come ciclista e vorrei assomigliargli». Gli eroi sono altri e Biniyam lo sa.

Di sicuro, al ventunenne eritreo lo spunto veloce non manca e se la cava egregiamente anche su percorsi vallonati. Chiedete a Evenepoel che ha qualcosa da raccontare in proposito. Ghirmay ha affinato tattica e tecnica del suo correre in bicicletta al suo arrivo in Europa nel 2018. Come per molti ragazzi che condividono con lui le origini, per Ghirmay l'Africa non è solo una terra ma è senso di appartenenza.

«Sono felice per l'Eritrea e per l'Africa». Anche i suoi compagni sono felici per lui e quella soddisfazione è la soddisfazione di un popolo che continua ad aver fame di rivincita, di voglia di dimostrare, ma anche di musica, ballo e voci che si levano nelle piazze. È accaduto qualche sera fa a Leuven, con Biniyam, lì, sulle loro spalle. Ma Ghirmay non si è fermato qui. Ha detto un’altra cosa alle giovani ragazze e ai giovani ragazzi eritrei che vanno in bici: «La prossima medaglia sarà d’oro». Proprio nei giorni in cui è stato ufficializzato il mondiale in Rwanda nel 2025, perché l'Africa è sempre più una realtà. Dopo Kudus, Berhane, Gebreigzabhier, Teklehaimanot e Dlamini, dopo le prime gare e il Tour del Rwanda con tutte le persone riversate in strada, sempre come fosse la prima volta.

James Walsh, regista di “The King of the mountains”, che proprio su Daniel Teklehaimanot e sul ciclismo eritreo ha girato un film, ha raccontato a Cyclingtips: «Tutti noi giudichiamo un Paese in cui non siamo mai stati, per me questo documentario è stato un modo per andare in questo posto, provare a raccontarlo attraverso il ciclismo e lasciare che il mondo lo vedesse e scoprisse questa passione, questo talento genuino. Spero che sia solo un punto di partenza per le persone per saperne di più». Perché in Africa non si aspetta una medaglia per festeggiare, ma la festa è parte della libertà di ogni giorno, parte del poter andare ovunque in sella a una bicicletta.


Filippo, Campione del Mondo

Non crediamo che nel nome di una persona ci sia il destino, o almeno non fino al punto da determinarne vittorie o sconfitte in bicicletta, ma se ti chiami Filippo, in questi giorni, pare che nelle Fiandre tu possa andare discretamente bene. Se Filippo, inteso come Ganna, lo conosciamo bene, oggi è il caso di scoprire un po' chi è Baroncini, che per come è scattato a meno cinque dall'arrivo sarebbe subito da rubare l'idea già usata (e abusata) e scrivere il suo nome tutto in maiuscolo e tutto attaccato: FILIPPOBARONCINI.
Quando lo abbiamo incontrato qualche settimana fa a Trento ce lo ha detto: si sente bene, forte e motivato, ma soprattutto ambizioso. Che quando passerà professionista (Trek-Segafredo) vorrà da subito giocarsi le sue carte.

Ma oggi il suo cammino tra gli Under 23 era da portare a compimento. Esploso sul finire della scorsa stagione, l'ascesa di Baroncini è stata fulminea e ha visto l'apice della sua sin qui brevissima carriera su quella rampetta, quando al traguardo mancavano meno di una decina di minuti.

E lui scattava, «Dentro di me dicevo: vai, vai, vai» - ha raccontato a fine corsa. Con i suoi watt avrebbero acceso probabilmente tutte le luci del viale che lo conduceva verso l'arrivo, mentre dietro Zana, Colnaghi, Coati e Gazzoli (e Frigo nelle prime fasi a lavorare per tutti) lo coprivano, perfettamente, manco fosse una di quelle giornate fredde da passare sul divano a guardare la tv. A guardare ciclismo: gioco che regala oggi la maglia iridata a un solo corridore, ma quanto c'è di squadra dietro ogni successo.

Oggi Filippo Baroncini (che è pure caduto a metà corsa) ci ha fatto saltare da quel divano, ci ha fatto vedere cos'è il talento, la crescita graduale, la potenza del finisseur, ci ha fatto vedere cosa vuol dire finalizzare il lavoro di squadra - Colnaghi all'attacco e gli altri a lavorare per ricucire, Zana stopper come uno di quei cagnacci che ti morde le caviglie - lui che è capace di andare forte dappertutto, ma che non sembra di quelli buoni ovunque e basta, ma di quelli davvero competitivi su ogni terreno: salita, cronometro, finali vallonati e incasinati come quello di oggi.
E a guardarlo negli occhi a fine gara o a rivedere l'azione che lo ha portato a vincere, sembra impossibile che per lui finisca qui. La rampa sopra Leuven lo ha lanciato, ma non sappiamo bene ancora dove potrà arrivare.

Foto: Bettini


Il motore della polivalenza

Tra i vari spunti nati durante l'Europeo appena concluso, il discorso sulla multidisciplinarità che coinvolge i protagonisti di (quasi) tutte le gare ha un'importanza centrale.
Volendo stringere il campo ai medagliati fa impressione come molti di loro abbiano in comune la pratica di altre discipline, o un passato che non si è cibato di sola strada e in alcuni casi nemmeno di solo ciclismo. Su 36 medaglie assegnate nelle prove individuali ben 22 affondano le radici altrove - e da questo dato abbiamo tenuto fuori Evenepoel, ex calciatore.
Si parla di corridori di elevata caratura, senza ombra di dubbio, ma un talento non è tale se non è coltivato e allenato, ed è così che grazie al lavoro al di fuori della strada (ciclocross, mtb, pista) migliora l'esplosività, la capacità di esprimersi fuori soglia, l'abilità nella guida del mezzo, il colpo d'occhio, persino la qualità della pedalata. E la capacità di portare nelle varie specialità ciò che si è assorbito altrove, e in alcuni casi non per forza solo nel ciclismo, è un'importante tema di dibattito.

Il podio della gara juniores maschile è formata da due che in inverno praticano ciclocross: Grégoire e Martinez. Se Grégoire - un predestinato assoluto del ciclismo mondiale - sceglie il fango più per allenarsi in inverno e non perdere il colpo di pedale, Martinez è attualmente vice campione nazionale nel cx tra gli junior. Carente ancora nella capacità di guida, è proprio insistendo nel fuoristrada che riuscirà a limare i propri difetti. Dello stesso avviso è Uijtdebroeks (argento nella crono), da molti considerato il più grande talento tra i 2003: l'anno prossimo salterà direttamente da junior al World Tour, ma prima di farlo ha già detto che gareggerà nel ciclocross per migliorare le sue capacità di guida.

In mezzo ai due francesi è arrivato il norvegese Hagenes, uno che d'inverno fa sci di fondo e lo ha fatto anche a buon livello tanto da dominare una gara di coppa di Norvegia lo scorso anno. Alla domanda se continuerà con entrambe le attività ci ha risposto che l'impegno su strada con la Jumbo-Visma Development Team l'anno prossimo sarà centrale, ma che d'inverno continuerà a infilarsi gli sci ai piedi per mantenere la forma. E aggiungiamo noi: per staccare, rilassarsi e poi tornare a divertirsi in bici, altro punto focale del discorso.
L'ungherese Vas tra tutti è l'esempio più eclatante: il suo motore è impressionante, le sue caratteristiche sono un vero trattato sulla multidisciplinarità. Vas è stata battuta da Zanardi (a proposito: campionessa europea su pista), ma poche settimane fa arrivava quarta a Tokyo nella prova di Cross Country di MTB dietro le dominatrici svizzere, mentre in inverno è una che, seppur giovanissima, un po' alla volta mette con profitto la sua bici in mezzo o davanti alle élite olandesi.

Due terzi del podio della crono maschile under 23 arriva da pista (Price-Pejtersen, Danimarca) e ciclocross (Waerenskjold, Norvegia). Se il danese continua l'attività nei velodromi, il norvegese, dopo aver vinto diversi titoli nazionali, ora nel ciclocross si cimenta più per tenersi allenato che per un fatto puramente agonistico.

Il podio della crono maschile non ha bisogno certo di presentazione: Ganna e Küng su pista hanno giusto qualche risultato importante, mentre tra le donne élite, Reusser (oro nella crono) arriva da Triathlon (come anche Segaert, oro nella crono junior maschile) e Bike Marathon, Muzic (bronzo in linea) la puoi trovare gareggiare, a volte, nel ciclocross.

Una delle vittorie più imprevedibili della rassegna europea, quella di Thibau Nys, nasce proprio dalle brughiere, infangate o polverose a seconda del momento.
Di che leggenda del CX parliamo quando parliamo di suo padre Sven inutile dirlo, ma anche Thibau qualcosa ha fatto prima di sorprendere tutti nello sprint ristretto davanti al Duomo, incuriosendoci non tanto per la vittoria - fosse veloce si sapeva - quanto per essere riuscito a rimanere attaccato ai migliori: i limiti del classe 2002 belga sono ancora inesplorati e su strada potrà fare una carriera ancora superiore di quella accennata nel fuoristrada. Che continuerà comunque a praticare con profitto portando poi sull'asfalto tutto quello che avrà assorbito e imparato.

E ancora: Ivanchenko, oro nella crono junior femminile, ha dominato i recenti mondiali su pista di categoria con tre ori; Niedermaier, seconda, arriva dallo Sci Alpinismo, un mondo che continua a frequentare, mentre Uijen, terza, si difende bene anche su pista, come Le Huitouze, bronzo nella crono junior maschile, e Brennauer, bronzo élite femminile sempre contro il tempo.
Infine van Dijk, un oro e due argenti a Trento e un palmarès da favola a cronometro, ha iniziato la sua carriera sportiva nello speed skating praticato a buon livello - e buon livello per lo speed skating in Olanda significa avere una certa rilevanza.

 

Vuol dire poco o nulla, magari, in taluni casi, soprattutto se parliamo di attività svolte in età precoce, ma è evidente come questi motori abbiano iniziato a svilupparsi non solo lontano dalla strada, ma anche dalle due ruote. E così, all'apparenza, sembra male non faccia.

Anche l'Italia mostra qualcosa in ambito multidisciplinarità, pur rimanendo la pista ciò che dà maggiore impulso al movimento. Zanardi l'abbiamo già nominata, mentre Guazzini, campionessa europea a cronometro tra le Under 23 punta a diventare una big assoluta nei velodromi. E ci siamo fermati alle medaglie altrimenti l'elenco sarebbe sterminato.
Si iniziano anche a intravedere anche alcuni giovanissimi che partendo da esperienze maturate nel ciclocross (tre nomi: Realini, Masciarelli e Olivo, il quale va forte anche su pista) provano a ottenere risultati anche su strada. Qualcosa si muove anche da noi ed è arrivato il momento di investire ulteriormente e di spingere sull'acceleratore della polivalenza (che significa proprio il contrario dell'abbandonare un'attività a discapito dell'altra, soprattutto nel caso del ciclocross) che come abbiamo visto, può dare solo buoni frutti.

Foto: Bettini


In cerca di sguardi - TRENTINO 2021 - DAY 5

Lungo la salita di Povo, Ellen van Dijk cerca lo sguardo di Soraya Paladin. La osserva soffrire ma diffida: «è il tipico teatro all' italiana» - dirà sdrammatizzando a fine corsa. Ma in realtà Soraya, a tutta davvero, si stacca.

E mentre van Dijk se ne va un signore mi passa di fianco, andatura leggermente claudicante, mi intima di continuare a godere della corsa, dei corridori, di tutti quei colori, di tutta quella gente: «Tu resta qui, comodo, che io vado a prendere un po' di burro: stasera speck e finferle con la polenta».

Digiuno, riacquisto forza e spirito di osservazione cercando di leggere bene le mosse delle inseguitrici di van Dijk, che tra energie residue e tattiche di gara perdono all'improvviso tutto il margine guadagnato dopo essere arrivate a tanto così dalla sua coda.

In mattinata, durante la prova degli Under 23, accendo Eurosport sul mio telefono; incontro lungo il percorso una ex ciclista della Repubblica Ceca, mi racconta di quando in pista ha sfidato Vos e insiste perché le faccia vedere a che punto sono i suoi compatrioti.

Cerca Toupalik con lo sguardo quando sente i telecronisti dire: «passa davanti un corridore della Repubblica Ceca»; cerca Toupalik con lo sguardo quando il gruppo ci passa davanti pochi minuti dopo a una velocità che sarebbe difficile quantificare a occhio nudo. Dice che per domani tiferà per Štybar (Repubblica Ceca), Sagan (Slovacchia) e «per Italia».

Prima del via cerco gli sguardi dei corridori tra i pullman, provo a capirne atteggiamenti e concentrazione. È ancora presto e un ragazzo polacco sbadiglia e si stropiccia gli occhi, mentre Van Tricht, Belgio, è un perfettino: prima di salire sui rulli e riscaldarsi si guarda intorno, si aggiusta il ciuffo, osserva attentamente la bici, se la fa sistemare; poi non è soddisfatto, se la fa sistemare di nuovo, la prende e ci fa un giro, la molla, entra nel camper e sparisce dagli sguardi dei curiosi - me compreso - attorno.

Ognuno gestisce a modo suo: Garofoli, fuori dal pullman dell'Italia, appare concentrato come stesse facendo una partita a scacchi, mentre Colnaghi alleggerisce la difesa esclamando: «ma guarda che bel popolo quello danese: portano il caffè ai loro corridori».

Il carico sale sulle spalle degli azzurri, corridori di casa, che da lì a poco metteranno in strada una gara (quasi) perfetta. Quel quasi sta per "argento a Baroncini", mica male eh, però, parole sue: «Forse abbiamo sottovalutato la volata di Nys».

Thibaut Nys, che sono fiori nuovi che sbocciano mentre noi invecchiamo: conosciamo ogni giorno figli di leggende che abbiamo visto correre, ma nel caso del figlio di Nys significa aver già battuto (almeno su strada) il padre.

E su quel podio ci sale anche Ayuso, bronzo, che ha fatto fare gara selettiva: lo sguardo è teso a fine gara, è quello del campione che non vorrebbe perdere mai: «Almeno ho dimostrato di essere forte anche allo sprint».

La sua Spagna ha messo giù corsa dura dal primo metro, forse già dal foglio firma: il numero 33, Azparren, ha tirato a lungo. Poche ore dopo lo vedo vicino alle transenne con il sacchetto del rifornimento per le ragazze della nazionale spagnola. Incrociamo lo sguardo, poi lui guarda il gruppo passare, ma le connazionali si sono staccate. Dice qualcosa alla radio, si allontana. La gara per loro è finita da un po', mentre Ellen van Dijk tutta solo arriva al traguardo.


La giusta ispirazione

A volte bisogna osare e rischiare per provare a tirar fuori quel risultato che può anche cambiarti la carriera. Sui pullman, a poche ore da una tappa, si studiano tattiche di gara e punti strategici insieme ai direttori sportivi.
Spesso, però, è la strada a dettare i ritmi, a ispirarti. Alessandro Verre, giovane corridore della Colpack, ha avuto 110 chilometri per provare a vincere la prima frazione del Giro della Valle d’Aosta. Ha avuto tantissime salite e strappi, un’ascesa a Terreblanche di Pollein (alle porte di Aosta) che è stata sconsigliata alla maggior parte delle macchine e pure alle moto, tanto è ripida, stretta e con curve chiuse, per provare l’attacco.
La sua testa e le sue gambe hanno invece dato l’impulso decisivo in una rampa verticale a 5 chilometri dal traguardo, lunga sì e no 200 metri. Poca roba, in confronto a quanto affrontato fino a quel momento. Duecento metri decisivi per l’italiano, fatali per il neozelandese Thompson (La Conti Groupama-FDJ) che aveva provato l’allungo in solitaria prima su Terreblanche, poi su Les Fleurs.
Questione di testa e di tante gambe, dopo una frazione breve ma tosta, in cui non c’è stato un secondo per rifiatare. Lo spiega sul traguardo proprio Verre, appena dopo aver indossato la maglia gialla di leader ed essersi preso la prima vittoria internazionale.
«Se non hai gambe, al Valle d’Aosta non ti inventi nulla. E io nel finale ho sentito di avere le giuste energie». E pensare che a inizio tappa ha pure rischiato di staccarsi subito dal gruppo principale e di finire in fondo, a fare uno slalom tra le ammiraglie. Cosa successa a moltissimi corridori, in una gara che fin dai primi chilometri è stata caratterizzata da scatti e da un gruppo prima sempre più allungato e poi frazionato.
Tanto che dei 140 partenti una ventina sono finiti fuori tempo massimo già dopo la prima giornata. D’altronde si sa, il Valle d’Aosta appare disegnato su misura su corridori che hanno motore e che cercano un posto al sole e un contratto da professionista. Lo ha spiegato anche Alessandro Verre, uno che ha chiuso sesto il Giro under 23 e che cercava una riconferma non scontata, soprattutto dopo il suo avvio. A volte però, serve ascoltare il proprio istinto e provarci. Oggi sul tappone avrà il peso del leader, ma sarà un altro giorno. E si ripartirà quasi da zero.


Il numero 94, il numero 1 e altre storiellette

Fa freddo e c'è vento. È quasi buio pur essendo passato da poco mezzogiorno. Le mani sono intirizzite. Cerco di scaldarmele come posso e la possibilità migliore me la dà una vecchia osteria con i mattoni a vista che ha la fortuna di affacciarsi sul rettilineo d'arrivo.

So che i corridori passeranno almeno tre volte sul traguardo e quindi c'è tempo di bere qualcosa per provare sollievo e acclimatarsi per bene scambiando due chiacchiere e scattando pure qualche foto. Arriva un massaggiatore di una squadra che funge da vivaio per un team di professionisti. Anticipa il gruppo, entra nel bar e chiede di riempire le borracce con del tè caldo. La barista sgrana gli enormi occhi verdi ed esclama: «Abbiamo fatto fuori trecento bustine di tè!» gli dice «E non possiamo nemmeno muoverci da qui perché la strada è chiusa» alludendo al passaggio dell'ultima tappa del Giro del Friuli.
Perché se fa freddo per noi che siamo chiusi al caldo con la compagnia di un bicchiere di rosso della casa, immaginarsi chi sta in strada. C'è bisogno di qualche bevanda calda per i ragazzi e di ogni malizia. Ogni tanto vanno strigliati perché «oggi non ce la faccio» dicono, ma è stata una corsa dura e si chiude un occhio, e se qualcuno preferisce fermarsi questa non è la giornata per usare il bastone «perché nei momenti di sconforto vanno sempre supportati» mi raccontava un direttore sportivo proprio nei giorni scorsi.

L'abbigliamento è importante mi dice il componente dello staff di un'altra squadra, anche lui passato al volo in quel bar chiedendo «Tè caldo, per favore!» per riempire qualche borraccia. «Se oggi sbagli qualcosa sei letteralmente fottuto». Testuale. E di quel gruppo di centoquaranta ragazzi, di fottuti, per usare il termine che mi frulla ancora per la testa, ne sono quasi la metà. «Vestirsi in modo adeguato è fondamentale, il problema però sono le gambe: scoperte e al freddo per tutto il giorno».

Arriva il primo corridore ritirato; lo avevo già notato alla partenza un paio di ore prima, si era staccato subito dopo il via mentre la pioggia era forte, quasi una bufera, sembrava bava appiccicosa. Poggia la sua bici, una Scott gialla con il numero novantaquattro, su una botte ornamentale fuori dall'ingresso dell'osteria. Entra battendo i denti, completamente grondante pioggia come una bistecca al sangue. Lo sguardo è perso, il viso assume tratti violacei. «Bevi qualcosa di caldo» gli faccio. «No, grazie. Fra un po' arriva l'ammiraglia» risponde lui. Un'ora dopo è ancora lì, impietrito verso la porta, continua a battere i denti come stesse parlando l'alfabeto della fatica e dello strazio e nel frattempo il bar continua a riempirsi di corridori. Ci sono i bulgari: si ritireranno tutti in un colpo dopo aver chiuso regolarmente in coda ogni tappa. Volevano onorare la corsa e lo hanno fatto, ma il livello è davvero alto. A loro importava soltanto esserci.

Arriva un corridore dietro l'altro; si fermano, cercano l'ammiraglia. Alcuni sembrano reduci, altri naufraghi: hanno diciannove, venti, ventuno, ventidue anni, alcuni anche venticinque o ventisei e persino più di trenta. Un ragazzo si è fermato, ha poggiato la bici e si è tolto gli scarpini. Ha i calzini fondi d'acqua e ora corre sul marciapiede in mezzo alle pozzanghere cercando qualcuno, forse un parente, un collega o forse scappa semplicemente perché non sa che fare come quando un ciclista va in fuga sapendo di essere ripreso. Sono spaesati, contriti, chi gliela fa fare? chiedevo giorni fa a un ex corridore. «La crudeltà di questo sport è che pedali con ogni tipo di clima, e fai fatica, fisica e mentale e poi non sai nemmeno se l'anno dopo continuerai a correre o se quello che stai facendo diventerà il tuo mestiere».

Il mestiere che sarà di sicuro quello del numero uno della corsa, un norvegese alto con i capelli rossi e le lentiggini, ha dominato e l'anno prossimo correrà tra i grandi mentre tutti bisbigliano: “è un predestinato”. A fine gara la sua fame non è placata nemmeno dalle tre maglie conquistate e dalle due tappe: divora una pizza in meno di cinque minuti.

Resta tempo per accennare alla storia di quel ragazzo che arriva terzo di tappa, illuso ed esultante convinto di aver vinto: un grido di gioia che se potesse tornare indietro strozzerebbe in gola o legherebbe ben stretto con un fil di ferro. La rabbia è la sua, la delusione è quella del secondo arrivato; ha gli occhi rossi di chi non ha smesso di piangere. E non smette di piangere nemmeno un altro corridore in maglia giallo fluo. Fermo per minuti che appaiono sia a me che a lui interminabili, dietro il palco delle premiazioni. La testa è retta dal palmo delle mani e ha una caviglia gonfia e fasciata. Eppure è venuto a prendere lo stesso il premio dei traguardi volanti.

Torno indietro e passo davanti al bar e il numero novantaquattro è ancora lì che aspetta. Sta cercando di farsi caldo strusciando le mani su tutto il corpo ancora mezzo scoperto. Indossa gli indumenti di gara e chiacchiera con un altro ragazzo, lombardo sembrerebbe dall'accento. Il viso ha preso un po' più di colore, forse l'hanno convinto a bere qualcosa. Entrambi continuano a sbattere i denti e forse si capiscono così. Io invece li guardo e non capisco, ma apprezzo e domandandomi ancora una volta chi gliela fa fare, non posso che provare empatia per chi fa questo mestiere disgraziato.