Qualcuno, tempo fa, ci ha detto che la bicicletta permette una sorta di volo di terra, perché l’asfalto lo sfiorano solo le sue ruote e chi pedala, in realtà, è sospeso, in un equilibrio precario. Ed avevano ragione. Sta di fatto che ogni volta in cui quell’equilibrio precario svanisce, la bicicletta sbanda, gli uomini finiscono a terra, la pelle si lacera e le magliette ed i pantaloncini si rompono, quei “colossi” che raccontiamo, talvolta eccedendo con l’epica, appaiono per quello che sono, solo esseri umani.
La caduta, nella sesta tappa del Giro d’Italia 2025, la Potenza-Napoli, avviene quando mancano poco più di 71 chilometri al traguardo. Nuvole dense hanno liberato una pioggerella primaverile sull’asfalto che brilla, luccica, sotto i fari delle macchine. Soprattutto diventa scivoloso, quasi una saponetta e basta sfiorare il freno, magari in una curva per finire giù. Per perdere l’equilibrio. Il primo a cui succede è Jai Hindley, ma nel gruppo, fatto di atleti vicini, spalla a spalla, ruota a ruota, basta una sbandata perché in molti cadano, figuriamoci se un corridore frana a terra. Sono troppi gli atleti coinvolti, la corsa si ferma. Si dice “corsa neutralizzata”, il che vuol dire che apparentemente non accade più nulla. La realtà è ben diversa.
Jai Hindley è seduto per terra, pallido, spaventato. Attorno a lui medici e staff della squadra cercano di capire e di rassicurare. Chiunque sia nella “macchina” del Giro trova un modo per dire qualcosa che aiuti, per fare qualcosa che aiuti, anche stare in silenzio, indietreggiare di un passo. I ciclisti paiono invincibili, per loro si usano termini che richiamano “lotte”, “battaglie”, “imprese”. Per loro si parla di coraggio, di azioni di altri tempi, di fughe da lontano, di solitudine, ma gli esseri umani sono una miscela più complessa. Gli esseri umani se la terra frana sotto i piedi, o le ruote, avvertono timore ed è giusto sia così. Nel ciclismo si cade, non lo scopriamo oggi, e si è sempre caduti, diranno, direte. Nessuno lo mette in dubbio, ma quella sensazione la provano e l’hanno sempre provata tutti. Hindley sale in ambulanza, va in ospedale.
Sono chilometri di bende, disinfettanti, medicazioni. Josef Cerny sta quasi per ritirarsi, non lo farà. Continuerà con una vistosa ferita e il sangue che scivola nelle calze. Lorenzo Fortunato è aiutato da un compagno a sistemare il casco, Carapaz ha la maglia strappata, Magnier problemi di equilibrio, Busatto una fasciatura evidente e una smorfia, Hollman una un braccio fratturato, ma si valuta una possibile frattura di bacino e femore, anche la maglia rosa di Pedersen cadrà, apparentemente senza gravi conseguenze. Così è messo più o meno mezzo gruppo, ma anche i volti di chi non è caduto cambiano, perché un ciclista ha provato almeno una volta nella sua vita, perché un ciclista sa. Una brutta giornata, è una brutta giornata. Anche per chi è compagna, moglie, madre, figlia o figlio e attende uomini e non ciclisti.
Taco van der Hoorn e Enzo Paleni, protagonisti della fuga, ce la faranno quasi a precedere il gruppo, quando la corsa ripartirà, a tempi neutralizzati. Si stringeranno la mano, come coloro che condividono un viaggio, che si incontrano in montagna, anche se non si conoscono. Anche loro sanno, loro che condividono la stessa strada. Le persone tornano ad applaudire, a gridare, ci sono. C’è anche chi mette a rischio di nuovo il gruppo, attraversando la strada, per manifestare non si sa cosa, e come si faccia a non capire la portata demenziale di un gesto simile nel 2025 resta assurdo. Non ci si crede.
Vorremmo ci avesse creduto ancora un poco van Aert che nel chilometro finale ha allungato e, dopo giorni a vedere il gruppo dal fondo, il gruppo non lo ha più visto per qualche istante: è la sensazione di chi è in testa. Bellissima. A Napoli vince Kaden Groves ed è felice. A Napoli vince Kaden Groves e i ciclisti che arrivano sembrano finalmente potersi rilassare, dopo una brutta giornata. Domani ci sarà un’altra tappa, stanotte una notte difficile per molti. E qualcuno, tempo fa, ci ha detto che la bicicletta permette una sorta di volo di terra, perché l’asfalto lo sfiorano solo le sue ruote e chi pedala, in realtà, è sospeso, in un equilibrio precario.
Foto: Poci’s Pix