Le mani, lentamente, disvelano il volto e lì sopra, sulla pelle, tenuto assieme dal sudore, c’è il bollo della polvere. Quell’uomo, nella polvere, è tornato a riveder le stelle e ora ha gli occhi chiusi, mentre i muscoli del viso suggeriscono un pianto che non vuole arrivare. Wout van Aert ha conquistato la nona tappa del Giro d’Italia, ha abbracciato il caos e, a Siena, in piazza del Campo, si è buttato a terra, a riprendere fiato. Mentre, a pochi metri, un ragazzo di ventuno anni, dal Messico, sta in silenzio, incredulo: ha fatto il pazzo per tutta la tappa, non l’ha vinta, ma, tra poco, indosserà la sua prima maglia rosa. Sarà la prima volta per il Messico, al Giro. È Isaac Del Toro.
Aveva smesso per la povertà che affligge il suo paese, per stare accanto alla madre ed aiutarla, ma in bicicletta è sempre stato veloce e, un giorno, da quella madre è tornato: “Diventerò un ciclista, andrò a correre in Europa e cambieremo questa situazione, mamma”. Dall’ultima curva sono spuntati loro due, dopo che sulla salita di Santa Caterina sussultavano, ballavano, si tenevano e spingevano persino con la testa, finanche con i denti. Sono spuntati loro due e van Aert è passato davanti. Primo. Si rivede l’Orsa Maggiore.
Nel ciclismo, in fondo, si aspetta qualcuno che spunti, che appaia all’improvviso e riporti la meraviglia, lo stupore delle prime apparizioni di quel che ancora non si conosce. Si può spuntare da dietro una curva o dalla polvere fumante di una strada sterrata, fa poca differenza. Si può spuntare da un altro paese, da un altro mondo per cercare di cambiare le cose. I cinque settori di sterrato, da Gubbio a Siena, hanno concesso più volte questa possibilità, in un rimescolarsi da girone dell’Inferno dantesco di possibilità e strategie. Fino a mandare a quel paese le seconde e a prendersi l’anarchia.
Del Toro che tira davanti, con van Aert a ruota, mentre Ayuso è nel gruppo inseguitore. Se ne parlerà e se ne sta già parlando, tuttavia questo disordine incontrollato ed incontrollabile va a nozze con la parte irrazionale di ciascun essere umano. In questo disordine si riconoscono tutti e tutti si bloccano, vorrebbero non finisse, pur se soffrono e non sanno cosa sperare. Per questo anche chi è rimasto solo ad osservare pare quasi stanco, perché, in qualche modo, ha partecipato. Resta qualcosa in sospeso che fa già pensare a martedì, perché domani il Giro riposa e mentre le ferite si curano, i pensieri fermentano.
Diego Ulissi rallenta le ultime pedalate in maglia rosa, guarda la gente ad aspettare. Ha vissuto una giornata così e non gliela toglie nessuno. Primoz Roglič è caduto, gli è franato davanti Hamilton, e non ha potuto fare altro perché non dipende solo da te, anzi, spesso non dipende per nulla da te, in quel gruppo ed in quella polvere. Nel caos ci si finisce anche così e nessuna analisi può uscirne senza questa considerazione. Ha avuto anche un problema meccanico, Roglič, una foratura probabilmente, e si è trovato ad inseguire. Accanto a lui Giulio Pellizzari che del disordine é la via di fuga, della polvere l’acqua che la mette quieta a terra. Allo stesso modo è caduto Storer e sicuramente buona parte del gruppo ha passato qualcosa di simile, pur se le telecamere non l’hanno colta. Sembra assurdo, ma in giorni come questi crediamo di aver visto tutto e non abbiamo visto quasi nulla. Crediamo di sapere tutto e ne sappiamo ben poco. Siamo dietro la curva, oltre la polvere.
Egan Bernal era davanti, è stato davanti per buona parte della tappa, poi, all’ennesima accelerazione di Del Toro è parso spegnersi. Ha guardato la telecamera, aveva un ghigno, stava soffrendo, come tutti, oggi e non solo, ma in fondo a quella fatica sembra di poter vedere qualcosa di simile ad un sollievo. Perché non è mai un caso, ma una volta potrebbe anche esserlo, due no e, oggi, Bernal è stato davanti, come ai vecchi tempi, che tanto vecchi non sono e c’è ancora Giro. Il disordine che si vede dall’esterno è soltanto una parte, forse persino quella meno rilevante, perché, alla fine, le strade bianche sono strade e come tutte le strade hanno un inizio e una fine, una curva da cui spuntare e tornare a respirare, un asfalto freddo su cui lasciarsi andare dopo la povere che acceca.
Nelle persone e quindi nei ciclisti può esistere un caos indomabile che racchiuso in un corpo perfetto e perfettamente ordinato sembra quasi ordine. Wout van Aert può ben capire questa storia, lui che è tornato laddove era nato e il primo pensiero lo ha dedicato alla famiglia “grazie a cui è ancora un ciclista”.