Dalla crisi alla seconda medaglia: intervista a Federica Venturelli

Dopo il bronzo nella crono juniores a Glasgow 2023, l’orizzonte sembrava tutto in discesa per Federica Venturelli. Il 2024 e il 2025, però, le hanno riservato più di qualche complicazione, tra infortuni, gare annullate in momenti cruciali della sua preparazione, una forma difficile da ritrovare e un po’ di comprensibile scoramento. «Quello che avrebbe dovuto essere un percorso di sviluppo e crescita, non stava andando nel migliore dei modi”, racconta. “Ho pensato che fosse destino, e avevo perso un po' di motivazione ad allenarmi, il piacere in quello che facevo».

Una pedalata dopo l’altra, però, la gamba è tornata, e con essa la testa e quel bellissimo sorriso che lunedì abbiamo visto sul volto di Federica, dopo il suo secondo bronzo mondiale. Confermandosi anche a Kigali, come in Scozia due anni fa, l’atleta italiana capace di smuovere lo “0” dal medagliere azzurro, dopo una domenica non indimenticabile per le crono élite. «Mi ero già dimenticata di questa cosa», risponde se le viene fatta notare la curiosità, come se fosse un “bis” che si scorda facilmente. «Me l'hanno ricordata dopo il podio, e non ne avevo idea. Spero possa accadere anche in futuro, mi auguro di ricevere convocazioni per appuntamenti così importanti anche i prossimi anni, anche se passando all'élite ovviamente non sarà così semplice mantenere la tradizione… ma ci pensiamo più avanti, un passo per volta».

 

Federica Venturelli in azione a Glasgow 2023

Ora, in effetti, è il momento di godersi questo bronzo, tutt’altro che scontato. Tanto per il risultato in sé, quanto per dove e come è maturato: in un Mondiale con grandi pendenze, e rimontando nel finale, sull'infernale Côte de Kimihurura, la rampa in pavè che porta al Convention Center di Kigali, e quindi alla linea d’arrivo. «Non me l’aspettavo assolutamente. Nelle ultime settimane ho visto tantissime ragazze in forma, non mi aspettavo di finire sul podio. Il giorno prima della gara qui a Kigali ho guardato la start list e mi sono messa a fare la conta di quante potevano andare più forte di me, e mi ero segnata 17 nomi. Mi sono detta: bene, magari posso sperare in una top-15, magari una top-10… mai mi sarei immaginata una medaglia. Guardando il percorso e l'altimetria soprattutto, perché non era certo un tracciato ideale per me, era una crono per ragazze più leggere. E soprattutto quello strappo alla fine è molto impegnativo, con 20 chilometri già nelle gambe… è tostissimo, devastante».

In una breve intervista post gara l’ha definito «uno dei chilometri più lunghi della mia vita». E anche a freddo, il giorno successivo, si respira tutta la fatica della Côte de Kimihurura nelle sue parole. «Il primo pezzo è il più duro, ma una volta passato quello ti immagini che sia un po’ più semplice. E invece no, lo strappo nelle gambe dei metri prima è difficile da smaltire, anche per l’altura, che rende più difficile recuperare dagli sforzi. Ripensandoci direi che sono stati più duri gli ultimi 500 metri prima dell'arrivo che la rampa sul pavé, proprio perché si arriva con il serbatoio completamente vuoto. Vedevo i cartelli con le centinaia di metri mancanti, passavano molto, troppo lentamente. Continuavo a ripetermi: dai, manca poco, manca solo un chilometro e mezzo e poi sarà tutto finito. Alla fine il traguardo è arrivato, in qualche modo, ed è stata una grande sorpresa vedere il mio nome al secondo posto, e ancora di più lo è stata rimanere sul podio, visto che mancavano ancora tante delle favorite».

Eppure è proprio su quella rampa che la sua medaglia ha preso forma, recuperando 37 secondi all’australiana Wislon-Haffenden, avanti nei due parziali precedenti. Ma non parlate a Federica di intertempi, perché non è quel tipo di atleta che vuole avere tutto sotto controllo, rilevazioni cronometriche incluse, durante la prestazione. Anzi, come dice lei stessa, «Io ho sempre un rapporto un po' così con gli intertempi, perché ho paura che non siano uno stimolo positivo, per come sono fatta. Da una parte, se passo all'intertempo e vedo che non sto andando bene, mi dico: beh, se già sto andando male, allora non vale la pena continuare a soffrire per una posizione di cui già non sono contenta; dall'altra, se vedo che sto andando bene e che sono tra le prime, magari mi deconcentro un po’. In ogni caso è un qualcosa che non mi aiuta a dare il 100%, a concentrarmi solo sul mio sforzo e sul dare tutto quello che ho. Poi in realtà qui a Kigali nei passaggi degli intertempi ci sono dei maxi-schermi, anzi dei maxi-maxi-maxi-schermi, soprattutto il primo che è in un tratto in salita. Io avrei voluto non guardarlo per niente, ma mi è caduto l'occhio e ho visto che avevo il terzo tempo. Ho cercato di toglierlo subito dalla mia testa e andare avanti. Poi al secondo, quello a 4-5 km dall’arrivo, appena prima dello strappo finale, si passa veloci, in discesa, e quello non l'ho guardato proprio. Mi sono girata dall'altra parte per non vederlo. È la tattica migliore per me, perché la cronometro individuale è una gara contro se stessi in cui si deve trovare il proprio ritmo e arrivare alla fine sapendo di aver dato tutto. E poi ognuno ha il proprio modo per gestire lo sforzo: c'è chi va più forte all'inizio, chi alla fine, e quindi confrontare i tempi con le altre atlete senza sapere la loro gestione della gara non ha molto senso. Sì, con gli intertempi sono un po’ emotiva, e forse impulsiva, ma è il mio modo di dare il 100% in gara».

 

Federica Venturelli in azione a Kigali 2025

Il risultato finale è stato sorprendente per tutti questi motivi, ma anche per l’impossibilità - e in parte la non volontà - per Venturelli di allenarsi in altitudine. La 20enne ha raccontato di non aver avuto modo, tra un problema fisico e l’altro, di dedicare tempo all’altura per prepararsi a Kigali 2025. Al suo fianco, in conferenza stampa, sedeva Zoe Backstedt, fresca di una medaglia d’oro “Evenepoel-like”, ottenuta staccando di due minuti (almeno) tutte le dirette concorrenti. La britannica racconta di essersi preparata in lungo e in largo per l’altitudine di Kigali, che si trova a 1.600 metri circa sul livello del mare. «Tra un infortunio e l’altro», spiega invece Venturelli, «ho corso pochissimo nella prima parte dell'anno e ci tenevo a fare qualche gara con la squadra, a non finire la stagione con solo due o tre corse. E poi è stata anche una questione di mie abitudini, perché non ho mai fatto tanti allenamenti o ritiri in altura, e quindi sinceramente mi sembrava più rischioso provare una cosa che non avevo mai sperimentato, proprio per un appuntamento così importante. Diciamo che per quest’anno mi sono trovata bene così e lasciamo un margine di miglioramento per il futuro».

Un aspetto che l’ha aiutata, da questo punto di vista, è stata la possibilità di parlare con compagne e compagni élite dopo le gare del giorno precedente, per farsi trovare psicologicamente pronta a performance non eccezionali dal punto di vista individuale. «La gestione della gara è stata complicata, perché i dati della potenza, probabilmente per l'altura, sono molto diversi rispetto a quelli in condizioni normali. Ma su questo ero serena, ne avevo sentito parlare da chi ha fatto l’élite prima di me. Non correre il primo giorno è stato meglio, quindi: mi sono preparata a non vedere i miei numeri migliori, stando tranquilla ed essendo consapevole che eravamo tutte sulla stessa barca, che avremmo avuto tutte questo problema».

Nelle parole di Venturelli ritorna spesso il riferimento al periodo difficile che l’ha accompagnata fino a Kigali 2025. «Non un anno facile, per niente», racconta con una smorfia a metà tra la fatica ereditata dalle tante difficoltà superate, e la leggerezza di aver finalmente chiuso un lungo capitolo. «Mi sono rotta il gomito alla prima gara della stagione, dopo che non correvo su strada da sei mesi, anche lì per un infortunio (al polso, ndr). Nonostante le paure iniziali, alla fine si è rivelata una frattura non troppo brutta, da cui ho recuperato abbastanza in fretta. Ma quando avrei dovuto riprendere, hanno annullato le due gare che avevo in calendario - il Mediterraneo e il Ponente in Rosa - ed è stata una bella botta, perché mi sentivo bene, avevo ripreso la forma, ero pronta a correre e mi hanno cancellato gli unici obiettivi a breve termine che avevo. Dopodiché, altri problemi: prima alla schiena, che mi hanno fatto stare ferma ancora tre settimane, e mi hanno causato un po’ di disequilibrio perché pedalavo storta; quindi al ginocchio, per cui ho dovuto saltare ancora un po’ di gare. Insomma, è stato un periodo davvero difficile: dopo dieci mesi praticamente senza correre su strada avevo iniziato a pensare che non ne valesse la pena, avevo perso un po' la motivazione ad allenarmi, il piacere in quello che facevo. La seconda parte dell'anno è andata meglio, ma anche quando ho ripreso a gareggiare c’è stato un momento complicato, perché pensavo: bene, ora finalmente il periodo difficile è finito, rientro e tutto andrà meglio - non correre per così tanto mi ha fatto perdere la forma, e in gara sentivo di non essere più me stessa, quella di prima. Nelle prime ho fatto davvero fatica ad abituarmi, mi facevo staccare anche su salite brevi in cui l'anno precedente avrei retto. Dopo un mesetto, però, ho visto finalmente dei miglioramenti, netti. Anche nelle gare non troppo adatte a me riuscivo a esprimere dei buoni valori, e da lì è stato tutto più facile, fisicamente e psicologicamente. Nell'ultimo mese e mezzo, poi, con l’Avenir e l’Ardèche, che sono due gare molto impegnative e con tanto dislivello, sono riuscita a comportarmi abbastanza bene, a ritrovare fiducia e condizione fisica, e ad arrivare qua il più in forma possibile».

Ed ecco Federica sbarcare a Kigali, per il primo mondiale di sempre in terra africana, nonché uno dei più strani e controversi di sempre, per ragioni sportive e non. Il racconto della sua esperienza sul posto è quello di chi è arrivata in Rwanda con qualche timore, comprensibile e forse amplificato da una narrazione mediatica un filo eccessiva; ma pronta a fare ritorno con un’esperienza più che positiva, a livello umano oltre che sportivo. Le critiche piovute sull’assegnazione dell’UCI un po’ da qualsiasi angolo del mondo non svaniscono per la bontà a livello organizzativo dell’evento e per le testimonianze di chi ha partecipato, ma di sicuro le parole di Venturelli ci restituiscono un ambiente in cui è stato tutto molto più semplice e naturale di quanto ci si aspettasse. Viaggi esclusi, ovviamente: quelli sono stati lunghi e costosi, inevitabilmente. «Sicuramente dal punto di vista logistico è stato molto impegnativo, perché è una trasferta lunga per tutti, visto che il ciclismo arriva per lo più da Europa, America e Australia, che sono un po' il fulcro di questo mondo. Tante delegazioni hanno dovuto fare delle scelte e lasciare a casa qualcuno, ma per fortuna l'Italia ha portato una delegazione numerosa, anche se non piena come si sarebbe potuto fare altrove. Dobbiamo ringraziare la federazione e Roberto Amadio, che ci hanno consentito di portare tante persone qui a Kigali; ma non solo, anche lo staff che è qui con noi, perché è meno numeroso del solito e vedo ogni giorno le persone che si fanno in quattro, se non in otto, per cercare di stare dietro a tutto. In un certo senso, questo è ancora più appagante, perché chi è qui dall'Europa sa quanto hanno investito le federazioni ed è un onore avere questa opportunità».

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Sulla sua Kigali, Federica racconta che «all’inizio, quando mi hanno detto che il Mondiale sarebbe stato in Rwanda, sinceramente ero un po' preoccupata. Prima di tutto dal punto di vista della salute, della prevenzione e dei vaccini, oltre che per tutte le cose a cui pensare per organizzare una trasferta del genere. Ma direi che è stato più semplice del previsto, sia perché alla fine non ci sono vaccinazioni obbligatorie per chi arriva dall'Italia, sia per il supporto che ci ha dato lo staff medico della nazionale. Quando siamo arrivate qui, poi, l’impatto è stato molto bello. I primi giorni eravamo un po' spaventate dalle zanzare, e ci cospargevamo di spray per evitare tutti i rischi del caso... ma alla fine praticamente non ce ne sono, o almeno non dove stiamo noi (Kigali Delight Hotel, ndr), un bel sollievo. Avevamo paura anche di trovare condizioni non ideali per allenarci, per via del traffico - ma anche qui: non abbiamo mai avuto problemi, anzi. Con le strade chiuse e il rispetto che le persone hanno per i ciclisti, ci siamo trovate subito bene. Ad ogni incrocio tutte le macchine e i motorini si fermano per farci passare, si vede l’organizzazione che c'è dietro l’evento e anche la voglia della gente del posto che tutto vada per il meglio, oltre al rispetto per il nostro lavoro. Onestamente penso che andando in giro ad allenarci sulle strade italiane ci saremmo trovate più volte in pericolo che qui a Kigali. E poi c'è l'atmosfera, che è molto bella e viva. L'accoglienza e l'ospitalità della gente, che vedi anche nelle piccole cose. Penso che sia una bella occasione per conoscere un paese diverso dalle solite trasferte che si fanno durante la stagione, e su questo credo che tutte le mie compagne la pensino allo stesso modo».

Kigali 2025 è stato il mondiale delle opportunità, dunque. Non solo quella di viaggiare in una meta sportivamente improbabile, ma anche perché da quest’anno l’UCI ha garantito nuove occasioni, con l’Under 23, a ragazze come Federica. Oltre alla chance per tanti atleti africani di competere ai massimi livelli internazionali. «Correre qui è un modo di garantire pari opportunità. Basta vedere quanti atleti africani ci sono in gara, anche nelle cronometro, ed è bello. Ci sono tante federazioni per cui i costi delle trasferte in Europa sono difficili da sostenere, e quindi gareggiando qui si dà una grande opportunità. Sono contenta di questo, così come dalla novità dell’Under 23. L’idea che condividiamo tutte è che si tratti di una chance preziosa, perché ora anche le donne, come gli uomini, hanno una categoria e un percorso per crescere in maniera graduale, senza dover forzare il salto da juniores a élite. Grazie all’Under 23 c’è un nuovo stimolo per le donne in questa fascia di età, ed è nata anche una nuova opportunità per correre come leader e non sempre a supporto delle compagne più esperte. Quindi direi che è una cosa positiva, assolutamente».

Foto: Sprint Cycling Agency


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