Breve ricordo di biciclette da Vermiglio

Le bici dei ciclisti professionisti non sono normali. In nessun caso. Sono messe a punto da professionisti, adoperate da persone che le immaginano estensioni del proprio corpo.
Per andare sulla neve, per di più, devono essere bici molto particolari: le pedivelle e le parti meccaniche, per esempio, sono state bagnate con abbondante liquido antigelo. Prima di arrivare a Vermiglio, per la tappa della Coppa del mondo di ciclocross, ero incuriosito proprio dai mezzi che sarebbero stati adoperati: d’altronde, cos’è un tennista senza la racchetta?
Ecco diversi dettagli insoliti delle biciclette in Val di Sole:
- Una delle bici più riconoscibili è quella del team KTM Alchemist, le cui forcelle arancioni risaltano vividamente rispetto al telaio verde muschio;
- La Pinarello Crossista di Tom Pidcock (il Team Ineos ne ha portate tre, una per tipo di copertone montato) ha sul telaio l’adesivo con le carte da poker e la scritta “play your cards right”;
- Le ruote imbiancate dalla neve: le ruote di tutti, sempre;
- Gli inserti gialli della Cervélo di Marianne Vos, che si confondono quasi con gli inserti gialli sulle sue gomme;
- Dettagli tecnici della Proflex 855, bici degli anni Novanta vista dal cellulare dello speaker Paolo Mei, che ne discuteva con Christian Leghissa. Quest’ultimo ha fatto firmare – e poi metterà all’asta, per beneficienza – il sellino di una bici a Wout van Aert;
- La scritta “Ago” sulla Guerciotti di Filippo Agostinacchio. Tecnica utilizzata: pennarello nero indelebile su carbonio;
- I nomi delle atlete sui copertoni: “Eva” per Lechner, “Puck” per Pieterse;
- La S-Works violacea di Maghalle Rochette, piantata nella neve a fianco di una bottiglia di Ferrari stappata sul podio (la canadese è arrivata terza) e col sellino sepolto sotto il bouquet di fiori.

Foto: Daniele Molineris


Quei posti dove vivere le corse

Per l’ennesimo giro consecutivo, un tifoso insegue Wout van Aert lungo il rettilineo. Il campione nazionale belga sta cercando di destreggiarsi tra la neve, il fan gli corre a fianco al di fuori delle transenne. Stanno tutti guardando la scena, sul muro: aspettano l’arrivo di van Aert perché è il primo della corsa e il primo trasmette sempre una vibrazione differente. Percorrono una ventina di metri fianco a fianco, Wout e questo tifoso vestito di nero. Il crossista riesce a domare la bici, mentre il tifoso non vede un avvallamento nella neve, inciampa e cade. È una scena fantozziana che fa ridere tutti coloro che seguono la corsa dall’alto.
Nel salire verso la parte più ostica del tracciato di Vermiglio, un gruppo di amici ha rovesciato un box di plastica e lo ha usato come sostegno per un tagliere. Tempo verbale al passato perché la funzione dei due coltelli si è già esaurita: croste di formaggio e pellicine di salame rimangono sul tagliere come dimostrazione di un pasto goduto. C’è una bottiglia di vino vuota, poco distante, e una pentola di notevoli dimensioni che chissà cos’ha contenuto. Iserbyt scende dalla bici per affrontare il muro di corsa proprio davanti a questo banchetto improvvisato.
I tifosi che sono quassù non godono di un privilegio notevole: la neve battuta anche fuori dal tracciato di gara permette di non bagnarsi i piedi, di non affondare fino al polpaccio. Sul muro - tutto, sempre all’ombra - no, ci sono pazzi i cui corpi devono essere ormai prossimi all’ipotermia. Finito il tratto in contropendenza, una discesa che tanti fanno comunque a piedi porta a una seconda salita, in cui il passaggio è obbligato verso l’interno del tornante. Lì è stata ricavata un’area per un fotografo, che segue con enfasi ogni atleta che passa. Ha la pettorina gialla, sta con un ginocchio nella neve e probabilmente trovava noioso scattare ai matrimoni.
Dentro all’azione com’era quel fotografo, non so se si è accorto che il muro e il scendi-sali spaccagambe subito successivo, visti dall’inizio del tracciato della Val di Sole, sembrano un cuore. Con le reti rosse a tracciarne il perimetro, con le persone a renderlo vivo e rumoroso. Non a caso Eva Lechner, dopo un brillante quarto posto, ha detto che tutto il tifo è stato grandioso, ma ogni passaggio sul muro è stato speciale.

Foto: Daniele Molineris


Ciclisti delle nevi

Da una decina di giorni, a Vermiglio, le ruspe di Flanders Classics coordinate da Chris Mannaerts spostano, compattano, rovesciano neve. Un gatto delle nevi grande quando un bilocale ha lisciato un minimo il fondo, ma fin dai primi minuti di prove libere si capisce che presto verrà rotto dalle biciclette, come una pista alle quattro del pomeriggio dagli sci.
«Il tracciato è diviso in due parti» spiega Mannaerts. «All’inizio c’è un tracciato più tecnico e poi dall’altra parte del fiume c’è una salita molto ripida. Sarà molto impegnativo perché è una linea retta verso la collina. Vedremo chi riuscirà a salire in cima e chi scenderà dalla bici. Questa sarà la chiave fondamentale in questa gara, insieme a chi sarà in grado di effettuare gli sforzi più volte».

Il manager di Flanders Classics, che organizza la Coppa del Mondo di ciclocross compresa questa nuova tappa in Val di Sole, ha ragione: il rettilineo verso quel muro atroce sarà il passaggio chiave della corsa. È lunghissimo, un centinaio di metri a occhio, e nelle prove è caduto un atleta su due.
Va ripetuto: è un rettilineo pianeggiante. Non dovrebbe essere così difficile. Il problema è anche il motivo per cui tutti gli occhi sono puntati su questo evento: la neve. Fa slittare le ruote, il ciclista perde aderenza, la bici scoda. Qualcuno ha dovuto appoggiarsi alle reti che confinano la pista, altre si sono rifiutate di non farcela e hanno provato più volte a uscire indenni da quel settore.

La beffa consiste nel fatto che, finito questo inferno ghiacciato, comincia un muro - sempre innevato - di cinquanta metri in cui si dovrà scendere e caricare la bici in spalla. La discesa, poi, è altrettanto insidiosa: lanciarsi a oltre 40 km/h giù dal versante di una montagna su fondo innevato non è esattamente una passeggiata.
Per le gare di domani, Wout van Aert, che oggi ha corso in Belgio - e ha vinto - e arriverà in Italia stanotte, ha le stesse certezze che hanno gli spettatori, già accorsi in massa per le prove del sabato: nessuna. «Non sono mai stato un re della neve» ha detto uno dei ciclisti più forti della sua generazione, che ha comunque fatto di tutto per esserci. La neve spaventa e affascina tutti.

Foto: Giacomo Podetti


Vivere e pedalare la 5mila Marche

«Si è alzata la tramontana ieri, copriti». È così presto che riesco a malapena a capire chi sta parlando. Si tratta della signora davanti al cui cancello ho parcheggiato la macchina, alle sei del mattino, a Porto Recanati. Effettivamente fa un freddo insospettabile per una località di mare. Manca un’ora alla partenza della 5mila Marche, ma la signora è stata svegliata dal figlio, che non vede l’ora di andare a vedere la partenza dei ciclisti sul lungomare. Non accade molto altro d’inverno, a Porto Recanati: il weekend della Gran Fondo Nibali, organizzato dall’ex professionista Andrea Tonti, ha riempito questo paesino e tutti quelli limitrofi.

 

Andando a ritirare numero da attaccare alla bici e mappa, scopro cosa significa “partenza alla francese”: fissata un’ora, in questo caso le 07:00 del mattino, si può partire a quell’ora precisa, ma anche dopo. Senza fretta. La 5mila Marche bisogna prenderla con calma. Si chiama così perché si fanno cinquemila metri di dislivello in più di 250 km: al via si discute se il primo ci metterà più o meno di dieci ore. Mentre ascolto gli altri, penso inorridito che non ho mai pedalato più di nove ore. Non ho mai partecipato a un evento organizzato con altri ciclisti, che grande idea una 250 km per la prima volta! Non ho mai nemmeno pedalato con un numero attaccato alla bicicletta (quest’ultima voce non viene depennata perché non riesco materialmente ad attaccarlo alla bici).

Devo fare in fretta, lo speaker si sta già spendendo in un discorso motivazionale. È vero che si può partire quando si vuole, in sostanza, ma al primo evento della mia vita potrò arrivare in ritardo? Se il sole fosse sorto una dozzina di minuti prima, mi sarei accorto di aver dimenticato in macchina il ciclocomputer. Me lo fa notare un signore con cui inizio a chiacchierare perché sulle appendici del manubrio ha un accessorio di cui devo chiedergli: è un piccolo specchietto retrovisore «che comprai alla classica più bella, la Amstel Gold Race. Ne trovai solo uno, altrimenti ne avrei comprati di più».

Al primo semaforo, dopo pochi chilometri, tutto il gruppo si ferma. Un centinaio abbondante di ciclisti aspetta il verde, senza particolari smanie. La gran parte di noi è partita col buio e arriverà col buio. Lo strappo che da San Girio porta a Potenza Picena è la prima salita di giornata. Ci lasciamo sulla destra la via Contrada Crocefissetto che siamo già impiccati al rapporto più leggero. Johnny, invece, spinge un rapporto lunghissimo. È alto sui pedali da almeno un paio di minuti, come se la sella scottasse. Ha il casco largo e rosa, gli occhiali, anche in volto assomiglia ad Alberto Bettiol. Ma viene dal Massachusetts. Si è trasferito a Monteriggioni perché «I don’t like America» e non sembra molto in vena di chiacchierare, per il momento mena sui pedali e basta.

Tutto attorno, si svolge la vita normale delle persone. Il furgone del pane, il muratore che fa colazione nel bar sotto casa. Ogni tanto qualcuno ti guarda con un misto di incredulità, stima e sbigottimento. Uscendo da Montelupone, sono tanti i bambini che aspettano lo scuolabus sul cancello di casa, avvolti in sciarpe e piumini che vorremmo avere indosso anche noi.

Francesco ha il k-way nero e giallo della Direct Energie di qualche stagione fa. Stiamo tentando di recuperare un gruppetto in cui l’ultimo ha raffigurato, sulle tasche posteriori della maglia, il volto della Madonna. Dimenticato il navigatore, devo sempre stare con qualcuno che conosce la strada, per non perdermi. Ne battezzo un paio con la maglia del Pedale Lecchese. Esperti. Uno sta distanziando l’altro all’ingresso di Macerata e il secondo, il meno giovane, ha tutto il tempo di raccontarmi di lui e della bici. Non è alla sua prima randonnée, anzi in passato ha fatto la «Parigi-Brest-Parigi, la Alps4000 e altre mattate da oltre mille chilometri».

Entrati a Macerata per l’unica manciata di chilometri in un traffico fastidioso, sussulto quando vedo il monumento ai caduti. Su quelle scalinate venne arrestato Luca Traini, il neofascista che si mise a sparare a chi aveva un colore della pelle diverso dal suo. Fortunatamente, continuando a pedalare si prova a dimenticare anche questi orrori.

Si affianca a noi un signore in pensione, Silvio, coi baffoni. Originario di Pandino, tra Lodi e Crema, un «famoso centro per lo smistamento carni, ma ora delle famiglie che gestivano macelli e facevano salami non ne è più rimasta una» dice con un po’ di nostalgia. Qualche anno fa, Pandino ha ospitato alcune riprese di "Chiamami col tuo nome", chissà se Silvio l’ha visto. Non fatica, comunque, a trovare un ciclista originario del lodigiano e sentirli parlare in dialetto diverte tutti.

Riascoltando messaggi vocali mandati prima delle nove del mattino, sento i denti sbattere tra una parola e l’altra. Ulivi, campi arati, alberi ai lati della strada e traffico minimo sono lo sfondo delle prime due ore. Addentrandosi nell’entroterra, si nota, come dice Simone del gruppo con cui condivido questi chilometri, che «nelle Marche non sanno cosa sono i tornanti. Vedono una collina e pensano “ma sì, facciamoci passare una strada dritta per dritta”». È una considerazione certamente parziale, ma certi muri mettono il dubbio. Quello di Pollenza lo vedi arrivare da lontano, sotto le ruote senti ogni grado di pendenza cambiare.

 

Ottime notizie: siamo in via Gioacchino Murat, quindi – immaginavo affamato e desideroso di fermarmi – vicino a Tolentino, sede del primo gazebo-assistenza. Nel 1815, il re di Napoli subì la sconfitta decisiva nei confronti dell’impero austriaco proprio qui, nel comune di cui si fatica a trovare informazioni online perché omonimo della scrittrice del New Yorker Jia Tolentino. Oltre al cibo, i volontari regalano opuscoletti (quello sulla basilica di San Nicola è fatto davvero bene) e brochure (“Tolentino musei. Arrivi come turista, parti come amico”) su Tolentino, che per qualche strano motivo ho conservato per tutto il viaggio.

Andrea prende subito una bevanda energetica, un panino e siede per terra per mangiare con più calma. Poco prima, sul muro di Pollenza, era stato in grado di descrivermi le differenze tra la mia Bianchi Infinito e la sua Bianchi Oltre, sul cui manubrio ha ben fissato un enorme ciclocomputer che avrebbe indicato la strada fino a Matera. Mi metto in testa di seguire lui, sempre a ruota, fino a che non torneremo a Porto Recanati, ma il piano fallisce presto: Andrea ha già divorato il suo panino quando io non sono ancora a metà e le mie gambe di rimettersi in moto proprio non ne vogliono sapere.

 

Un tratto speciale della 5mila Marche è quello che collega Tolentino a Sarnano, campo base della prima, vera salita di giornata. Sono una trentina di chilometri con più salita che discesa, con zero traffico e zero pianura perché siamo nelle Marche, con una vista mozzafiato sulle valli circostanti. Per uscire da Tolentino, un bellissimo ponte sul Chienti in selciato. Poi Sarnano, che inganna. Inizia qui la salita di Sassotetto, si sa, ma non subito. Da un paio di chilometri ho tolto il padellone davanti in attesa della salita hors catégorie, ma non comincia. Il cielo s’è fatto nuvoloso e un’indicazione, a bordo strada, spicca sulle altre per bellezza del nome: indica una passeggiata, la Via delle cascate perdute.

Finalmente la salita verso il valico di Santa Maria Maddalena comincia, e forse si stava meglio prima. Si parte da circa 500 m.s.l.m. e si arriva a quasi il triplo. Si parte in gruppo e si arriva sgranati. Si parte con le barrette prese a Tolentino che ancora danno energia, e si arriva che il ristoro in cima è l’unica cosa importante. Alcuni operai stanno rifacendo un terrapieno a lato della strada, ci chiedono se siamo della corsa di Nibali, «certo!» rispondiamo. «Volete un passaggio fino a Porto Recanati, eh?» Ci chiedono senza sapere che a noi interessa viaggiare, non arrivare.

Supero un paio di persone in salita. Uno ha lo zaino e si lamenta in continuazione con se stesso, per non essere stato in grado di vestirsi adeguatamente. D’altronde non è facile: siamo partiti in riva al mare e ora se alziamo gli occhi vediamo cime imbiancate di neve e impianti sciistici. Un altro, proprio a un chilometro dalla cima, ha stracciato la catena. Siede a bordo strada, disperato.

I paletti neri e gialli a bordo strada, quelli che restituiscono inequivocabilmente la sensazione di essere in montagna, si fanno più frequenti. Dopo un tornante verso sinistra, ci si lascia alle spalle lo sperone di roccia rossa, che un local del nostro gruppetto non riesce a ricordare se si chiami Punta di Ragnolo o Pizzo di Meta. Ogni tanto la strada permette di guardare giù, verso valle, e immagine cosa stia succedendo là in basso. Se lo starà chiedendo, solo da molto più in alto, anche Michele Scarponi, la cui stele si trova proprio sul punto di scollinamento del valico di Santa Maria Maddalena. Scarponi ottenne una delle sue vittorie più belle proprio in una tappa che passava da qui: la Civitanova Marche-Camerino della Tirreno-Adriatico 2009, di cui si aggiudicò la classifica generale. «Il mio soprannome è l’Aquila di Filottrano. L’altro giorno, dopo la tappa di Montelupone, il mio compagno Gilberto Simoni mi aveva detto: “Se non vinci ti chiamiamo il Fagiano di Filottrano”».

La stele è in bianco sibillino, «una delle rocce più chiare che ci sono. Poi l’ho incisa e scelto il blu per realizzare un’immagine moderna» mi dirà il giorno dopo l’artista Valentino Giampaoli. Scarponi è rappresentato vittorioso, che indica il cielo, sotto la scritta “correte in bici, divertitevi, inseguite un sogno”. Tira un vento micidiale, che ci costringe a prendere due cose al volo e a ripartire subito. Uso la musette di carta come foglio di giornale sotto la maglietta, ringrazio chi si sta prendendo tanto freddo per rifornirci, e via, in picchiata verso Bolognola e San Lorenzo al Lago. Il primo cartello che si incontra, in realtà, è quello dell’abitato di Pintura: perfetto perché dietro le cime innevate sembrano dipinte per davvero.

In direzione opposta, tante moto storiche, numerate, partecipano a un raduno, una sorta di 5mila Marche a motore. Arrivati al lago di Fiastra, troviamo Andrea fermo sulle scalette di un bar. Poche ore prima mi raccontava di come si fosse stancato, dopo diversi anni vissuti a Bologna, di fare le salite di Mongardino, di Monghidoro, sempre quelle. Va molto forte in bici, Andrea, e ora mi dispiace vederlo fermo a dibattere, sembra proprio, di cose di lavoro al telefono.

Saliamo insieme verso la città universitaria di Camerino, dove perdiamo un’altra occasione per abbandonare la strada più veloce, la provinciale che lambisce solo i paesi, e addentrarci nel centro storico, arroccato su una collina che promette una vista spettacolare. Ma quando hai così tanta strada ancora da fare, allungare è una delle ultime cose a cui pensi. Castelraimondo, Matelica: la SP256 è scorrevole, forse per la prima volta da inizio randonnée facciamo un’ora sopra i 28 km/h di media. Tutto troppo piatto, Francesco? Il meccanico messinese ha fatto buona parte della 5mila Marche con me e ha letto male la traccia: involontariamente, abbiamo tagliato via dal percorso il muro di Brondoleto e Castel Santa Maria. Fanno circa otto chilometri e trecento metri di dislivello in meno. Tante chiacchiere e risate in più.

In “Matelica. I suoi abitanti, il suo dialetto”, Amedeo Bricchi fa uno spaccato del parlato locale dedicandogli paragrafi come “Ciò che della sintassi latina permane nel dialetto matelicese”. È un libro molto complicato e quasi illeggibile da chi non viene da Matelica, ma alcuni passaggi fanno sorridere: «Non è regolare né bella la pronuncia Matèlica con la è aperta, cosa che si riscontra specialmente nella zona di Jesi, Ancora e più a nord, e nelle radio e tv locali di quei territori, e che la Pro Matelica dovrebbe curare di correggere». E ancora, in una nota sui soprannomi della famiglia Carsetti: «Brodolò era il notissimo Antonio, la cui figura di barbiere nella piazza principale è stata per decenni un’istituzione. Quando si sposò, non disse nulla al padre, che venutone a conoscenza lo rimproverò. Imperturbabile, Antonio rispose: “E quando ti sei sposato tu, mi hai detto qualcosa?”. Diceva che sulla sua tomba si doveva scrivere questa epigrafe: Carsetti Antonio non fu mai perverso: non pregate per lui ch’è tempo perso».

Tra Matelica e Pianné, dove la strada inizia a salire verso la seconda vetta terribile di oggi, Monte San Vicino, gli scuolabus stanno riportando a casa i bambini. Braccano è l’ultimo insieme di case, ma non è il classico insieme di case. Ce ne accorgiamo subito, quando su un muro di mattoni vediamo il cartello “paese dei murales” e sulla destra vediamo il primo: una donna con quattro occhi sul muro di una casa, che fissa i randonneur. Una tigre disegnata su una casa gialla, una carpa su un’abitazione color salmone. Catapecchie sfitte rinascono grazie a un po’ di colore. Il murale migliore? Dei panni appesi a un filo, su un balcone di una villetta poco dopo Braccano.

Letizia, un’amica jesina, mi aveva parlato benissimo di Monte San Vicino, ma è ancora più bello di così. La strada rimane in costa per un bel pezzo e si può guardare giù, mentre si sale. Matelica e altri abitati che compongono la valle del fiume Esino (l’unica che abbiamo incontrato che si sviluppa da nord a sud) diventano sempre più piccoli. Una quantità di verde da far impallidire foreste ben più note è illuminata a chiazze dalla poca luca del sole che penetra le nuvole. La cosa da fare sarebbe fermarsi ogni duecento metri e scattare mezz’ora di fotografie, ma la strada chiama: sono una dozzina di chilometri di salita al 7% medio, meno regolare rispetto a Sassotetto. Macchine incrociate in circa un’ora di faticaccia: una.

Avendo mangiato poco a Sassotetto causa freddo, le energie non sono più tante. Ho un ultimo gel e mentre lo apro mi chiedo – siccome è fatto principalmente di acqua, fruttosio e acido citrico – quale sia il verbo più adatto per descrivere l’azione che sto facendo. Si mangia un gel? No, non è abbastanza solido. Si beve un gel? No, non è abbastanza liquido. Si assume un gel? No, non è una medicina. È strana, questa abitudine dei ciclisti, di affidarsi a una sostanza così enigmatica (tra gli ingredienti, sul retro, leggo cloridrato di tiamina: che diavoleria sarebbe?) eppure così indispensabile. Me ne cade una goccia sul manubrio e pur di non assumere quelle tre calorie la raccolgo col dito e me lo metto in bocca. Ognuno ha il suo rapporto coi gel: a me, per esempio, non fanno sentire le gambe per una ventina di minuti. Dopodiché, però, è crisi nera. Lo stomaco inizia a volere qualcosa di sostanzioso, le gambe si intorpidiscono, la testa si chiede perché l’hai preso quel maledetto gel.

Quasi in cima, la salita dà un attimo di tregua. Arriviamo all’ultimo ristoro, allestito poco dopo il GPM, assieme a un uomo argentino che invece saliva dall’altro versante. Scoppia a ridere appena ci vede, capisce tutto: ha preso la traccia al contrario. Per ripararci dal vento, con Lucio e Francesco ci sediamo dietro al camion dell’organizzazione. Ci fosse il thè caldo, ne berremmo un litro a testa. «Fanno tre gradi» dice con accento sudamericano l’ex massaggiatore di Andrea Tonti.

 

La discesa è lunga e abbastanza rotta. Pian dell’Elmo, Frontale, lago di Cingoli. Arrivati ad Apiro, lasciamo attraversare la strada ad alcune nonne che stanno riportando a casa i bambini dopo il pomeriggio a scuola. È divertente: abbiamo incrociato tutti i momenti della vita scolastica. Se i bambini hanno fatto mille cose nel mentre, noi fondamentalmente solo una: pedalato.

Nella salita verso Cingoli, un ciclista con una maglia particolarmente bella prende forma davanti a noi. È tutta nera, coi colori dell’arcobaleno davanti. La indossa Christian, che di quella maglia mi spiega il significato: «È dedicata a mio figlio Teo, che non c’è più» dice con la voce rotta. Dall’emozione, non dalla salita. “Il Sorriso di Teo” è un’associazione di Spoleto che Christian ha co-fondato e si occupa di prevenzione di malattie cardiologiche. Hanno cardio-protetto tante scuole e Christian ne parla con orgoglio. È di nuovo in sella da poco, mi spiega in una chiamata a novembre. Era arrivato a pesare 120 kg, ma «per me la bici è tutto» e ha ricominciato a pedalare. «In bici ho riso, pianto, chiacchierato con Teo: tutto».

Nessun soprannome è meritato come “il balcone delle Marche” per Cingoli. Le colline sottostanti, verdi (color muschio, boschi e siepi) o gialle (ocra, i campi arati) a seconda di dove si posa lo sguardo, continuano per chilometri e chilometri. Il mare – che è anche dove dobbiamo tornare noi – è una striscetta blu all’orizzonte. Al contrario di noi tre, le nuvole in cielo non sembrano aver voglia di continuare assieme il loro viaggio e si sparpagliano, senza logica. Varcata la soglia dei duecento chilometri, Francesco è davvero alla frutta. Lucio gli urla che «a ruota devi stà! A ruota che non pigli aria!».

Sul roadbook si legge che a Cingoli inizia la parte più facile della 5mila Marche ed è probabilmente vero: da seicento metri d’altitudine si deve arrivare a zero e le due salite più toste sono alle spalle. Essendo nelle Marche, però, le strade non ce la fanno proprio ad appiattirsi. Si sale verso Montefano, poi verso Recanati. Non sono salite paragonabili alle precedenti, s’intende, ma il livello d’energia è sul rosso da un pezzo. La luna compare, ancora alta, quando la strada s’inclina e costringe ad alzare lo sguardo. Se Leopardi ha scritto qualcosa sulla luna, mi piacerebbe leggerlo una volta arrivato. Dopo un paio di birre, magari, mi corregge Lucio, che indica Loreto, consapevole della fortuna che ha nel pedalare abitualmente in queste zone.

L’ultimo strappo – l’ultimo, davvero – lo approcciamo che il tramonto sta a metà dell’opera. In via Selve di Sant’Antonio, a prepararci all’ultimo muro della 5mila Marche ci pensano un cavo della luce che sembra colleghi il niente al niente e qualche ulivo sparuto. La casa del custode di villa Beniamino Gigli, tenore marchigiano considerato tra i migliori al mondo tra gli anni Venti e Trenta, ravviva i sensi intorpiditi dallo sforzo. Può tranquillamente essere scambiata per una villa a sé stante: non si capisce se di un rosa naturale o di un rosso sbiadito dal tempo. Si nota bene, invece, che ormai edera ed altre piante la stanno mangiando. Un viale sassoso porta alla villa vera e propria, e lo percorrerei, se non mancasse così poco all’arrivo.

Gli ultimi tre, quattro chilometri sono una meraviglia. Dalla sommità del colle di Montarice è tutta leggera discesa fino al mare. Quel panettone che si vedeva da decine di chilometri si conferma essere il Conero e il cielo dietro assume striature rosa. Le case di Porto Recanati sono luci, si possono contare dall’alto; le gambe a Porto Recanati ti ci portano perché non hanno fatto nient’altro per le scorse dieci ore e mezza. Le foto scattate dalla bici, quel giorno, finiscono qui: se scorro il rullino, Francesco e Lucio hanno una medaglia al collo, triangolare come le colline delle Marche viste di profilo, e si rallegrano di avercela fatta. Come disse Andrea ore prima, con la voce rallentata dallo sforzo sul muro di Pollenza, «non si è mai soli quando si condivide la strada».


Alienazione

Venerdì sera, Arena Gigli in piazza Brancondi, centro di Porto Recanati. A due pedalate dal Castello Svevo. Un palco brandizzato Gran Fondo Nibali accoglie l’organizzatore della corsa, Andrea Tonti, lo stesso Vincenzo, due Beppe (Conti e Saronni) e alcuni comici locali. Questi ultimi parlano spesso e volentieri in dialetto, facendo molto ridere i marchigiani, ma rendendosi pressoché incomprensibili a tutti gli altri, che comunque si divertono nel vedere i marchigiani sganasciarsi dalle risate.

È uno dei tanti eventi organizzati a latere delle prove su strada: la rando di venerdì e le due Gran Fondo di domenica. Sono le undici e mezza e fa così freddo che, anziché una birra, al bar ordino un thè caldo. La mia rando è terminata circa cinque ore fa. Più di dieci ore in sella, quasi dodici ore di tempo totale, una settimana di tempo di recupero stimato. Due persone, invece, stanno arrivando adesso, e magari non sono nemmeno le ultime. Ricordo i loro volti alla partenza, ma non so come si chiamino né le loro storie. Hanno una luce sul casco, sono avvolti in mantelline una rossa e una gialla, con un piede staccato dal pedale si stanno dirigendo cadaverici verso lo stand dal quale ritirare un po’ di cibo. Dentro la busta dell’approvvigionamento, uguale per tutti credo: due paninetti, gel, un Kinder Bueno, una banana, una Heineken in lattina.

Un minimo comune denominatore accomuna chi arriva al traguardo dopo oltre duecentocinquanta chilometri e cinquemila metri di dislivello: il volto. Nascosti in casco, occhiali e scaldacollo, certo, senza capello a cilindro nero, tanti 5mila Marche finishers hanno un’espressione che ricorda quella delle persone che camminano sul marciapiede di “Sera sul viale” di Edvard Munch. Il viso è scavato, bianco, privato dei tratti distintivi di ciascuno. Tra le altre cose che il pittore norvegese annotò sul suo diario personale: «Voleva fissare un pensiero ma non gli riusciva, aveva la sensazione che nella sua testa non ci fosse nient’altro che il vuoto… il suo corpo era scosso dal tremito, il sudore lo bagnava».

La 5mila Marche ha chiesto tanto a coloro che l’hanno percorsa. Ha chiesto tutto, anzi: una persona che era con me negli ultimi venti chilometri non è stata in grado di parlare. Il percorso è così bello e la voglia di metterci meno di dieci ore, oppure la speranza di arrivare entro mezzanotte, così forti da prenderti totalmente. Tutti coloro che sono partiti all’alba da Porto Recanati e sono tornati sul lungomare di notte hanno dato tutto a questa rando. E la 5mile Marche, in cambio, ha dato qualcosa che capiremo appieno solo tra diverso tempo.


La mia prima 5mila Marche

«Ciclismo». È la prima volta che rispondo così a un medico dello sport. Mi ha appena chiesto per quale sport sto facendo la visita medico-sportiva agonistica: evidentemente non ha notato il cappellino iridato con la scritta EDDY MERCKX che ho portato in testa fin dentro lo studio. Dopo avermi appiccicato elettrodi e fili su tutto il corpo, torace in particolare modo, inizia a farmi correre sul tapis roulant. Di recente ho letto che, agli albori della sua storia, il tapis roulant venne usato nelle prigioni come strumento di tortura, e avviso il dottore che per me sarà più o meno la stessa cosa. Da quando ho smesso col calcio e anche le partitelle tra amici si sono diradate, non corro sostanzialmente più. La mia unica attività sportiva è la bici.
Il dottore è soddisfatto del test, tutto in regola, idoneità conseguita. Salgo sulla city bike e torno a casa per la strada lunga: è poco che mi sono trasferito a Bologna e girare per una città ancora sconosciuta è un’esperienza unica. Passando su un cavalcavia, noto un murale firmato da un collettivo di donne peruviane. Che bello sarebbe, pedalare sulle Ande. È un breve tratto in salita, questo cavalcavia sui binari del treno, ma per superarlo un rider pieno di borse e zainetti deve spingere sui pedali con tutto se stesso. La salita non è sempre uguale per tutti.
L’idoneità agonistica è obbligatoria per la 5mile Marche: oltre 250 km sono uno sforzo enorme per amatori o dilettanti o cicloturisti. Oggi non solo faremo quella distanza, ma ci metteremo cinquemila metri di dislivello in mezzo: le salite hors categorie di Sassotetto e Monte San Vicino saranno le più dure. Se penso che partiremo a Porto Recanati, a due passi dal mare, e transiteremo ai 1.455 metri d’altitudine di una stazione sciistica, vado già in acido lattico. Dal buffet della fin troppo ospitale struttura in cui trascorro il week-end marchigiano, che culminerà domenica nella GF Nibali, ho sottratto un paio di vasetti di marmellata in più, qualche fetta biscottata, miele, succo di frutta. Non dovrebbe fare caldo, anzi, ma serviranno tantissimi zuccheri.
Spero non piova, non faccia brutto, non ci sia nebbia nemmeno lassù: vorrei riempirmi gli occhi col parco dei Monti Sibillini per alleviare la fatica. Sono pazzo? È la prima volta che attacco un qualsiasi numero alla bici e lo faccio per una gara di oltre duecentocinquanta chilometri. C’è quella telecronaca, «A molti corridori dopo duecentocinquanta chilometri si spegne la lampadina invece la sua luce irradia il circuito di Varese», che riascolto almeno una volta al mese perché è perfetta. Racconta un momento storico mentre accade e lo fa con grazia e precisione. Solo ieri notte - quando non si dorme, bisogna premere play sui video a cui si è più affezionati - ho realizzato che è la stessa distanza che mi toccherà oggi. Altro che lampadina, qua potrebbe saltare un intero impianto d’illuminazione.
Non devo dimenticare i tre punti di ristoro, Tolentino, Sassotetto e San Vicino. Non devo dimenticare di bere costantemente, anche a costo di fermarmi e ricaricare le borracce tramite fontanelle a bordo strada. Non devo mai andare troppo in su coi bpm (non ho la fascia cardio, come la controllo ’sta cosa?), mai sotto le sessanta/settanta pedalate al minuto (non ho il contapedalate, come la controllo ’sta cosa?). Non devo dimenticare di abbassare la luminosità del Garmin, che se si scarica nella prima metà di gara poi come ci torno a Porto Recanati?
Un’ultima considerazione, che sono quasi le sei del mattino e stanno aprendo il ritiro pettorali: avrei voluto un numero figo, il #100, il #91 di Rodman, il #71 con cui Colbrelli ha appena vinto la Roubaix, che ne so. Mi bastavano anche numeri sotto il 230 circa, così avrei guardato le ultime startlist di Giro o Tour e mi sarei immaginato di essere il ciclista corrispondente. Perlomeno, avrei desiderato almeno numeri che finiscono con zero o cinque, perché danno un’idea di rotondità, o numeri divisibili per tre (feticismo ereditato dal prof del liceo). Invece: 1057. Molto deluso, cerco qualcosa su questo inutile numero a quattro cifre e scopro che nel 1057 morì Macbeth, il re di Scozia su cui Shakespeare ha basato la famosa tragedia. Non è un’opera nuovissima ma non l’ho mai letta e non voglio spoiler. Nemmeno voglio paragonare la vita di un reale britannico dell’undicesimo secolo alla faticaccia ciclistica che mi aspetta. Ditemi solo: finisce bene Macbeth, vero?


Cinque istantanee dalla Val di Sole

I Mondiali di mountain bike in Val di Sole sono stati tante cose: le vittorie di due "grandi vecchi” come Schurter e Minnaar, le consacrazioni di Evie Richards e Christopher Blevins, la stupenda quasi-medaglia di Marika Tovo. Da giornate così frenetiche è difficile ricavare certezze; una forse: una rassegna iridata è di chi la vive. Queste cinque cose sì che me le ricorderò:
1. Due chiacchiere con Faranak Partoazar. È l’unica ciclista iraniana della manifestazione, nessuna federazione l’ha sostenuta nella trasferta e non ha alcuna carta di credito con sé. La incontro mentre sta lavando, asciugando e ingrassando la propria bici. Di meccanici neanche l’ombra, ma dal tendone di una famosa marca di lubrificanti per catena esce Robin, un californiano di origine iraniana. I due iniziano a parlare in persiano: è la prima volta per entrambi che possono ricordare la loro terra in un contesto del genere.
2. I colori. Daolasa è stata invasa da persone provenienti da tutto il mondo, con tante maglie diverse (la maglia della nazionale lituana di downhill sembra fatta con le bombolette da graffiti) e acconciature pazze (un rider neozelandese: chioma bionda e una cresta blu di dubbio gusto). Miglior abbinamento divisa-bici: l’azzurro e il bianco della casacca israeliana di Eitan Levi, che saltava le rocce sulla sua Trek rosa.
3. La professionalizzazione del downhill. Disciplina a sé stante, ad alto tasso di adrenalina e palesemente pericolosa, il downhill non consiste più nel lanciarsi alla cieca giù da una montagna pieni di birra, come poteva essere fino a vent’anni fa. Ora gli atleti sono seguiti da professionisti fin dall'adolescenza, si allenano di più e meglio, prendono sul serio quello che fanno. Queste cose le sostengono tanti atleti, ma anche due tecnici della Nazionale italiana, che - coi suoi tempi - ha dato più attenzioni al downhill. Sulla Black Snake, una di queste due persone chiede all’altra come sono andati alcuni atleti nelle prove. Sapendo di dover fornire un'analisi tecnica, la risposta è stata: «una scopa nel culo».
4. Al risparmio. È l’unico modo in cui tantissime persone possono permettersi di essere qui. Solo nei trecento metri che separano il parcheggio riservato ai media e il paddock, si vedono tende da campeggio, camper, famiglie intere che al mattino si lavano i denti nelle fontanelle pubbliche. È la vita che fanno anche atleti stessi: Izabela Jankova, vincitrice del titolo mondiale di downhill tra le juniores, si diceva pronta a fare la sua parte per guidare le sedici ore necessarie per tornare in Bulgaria. Lei farà il primo turno, così riuscirà a dormire la notte, mentre guida il padre. Svegliarsi un minimo riposata è necessario: il giorno dopo ci si deve allenare.
5. I tifosi. Tantissime persone hanno sostenuto gli atleti a fianco delle piste della Val di Sole. Facendosi a piedi la Black Snake, si può incontrare per esempio la famiglia di Giacomo. È un amante del downhill di oltre quarant’anni, che partecipa a varie competizioni riservate ai master, con la sua squadra, il Team Reunion. Si chiamano così perché si radunavano spesso assieme, ma - e questa è la storia più assurda che sentirete quest’anno - «un nostro compagno di squadra ci è andato veramente, a una gara di downhill all'isola Reunion. Ha detto che è semplice: si parte dalla cima di un vulcano e si arriva al mare. Non ha figli, può permettersi un viaggio del genere, non è sposato ed è matto come un caco: sai cosa ti dico? Ha fatto bene ad andarci».

Foto: Giacomo Podetti


Campionesse

Izabela Jankova cammina per la giungla mobile di Daolasa, tra un tendone l’altro. Alcuni stanno già sbaraccando, buona parte degli atleti del cross-country è in aeroporto, tanti non vedono l’ora di tornare a casa. Ma la domenica è il grande giorno del downhill e lei, Izabela, si è appena laureata campionessa del mondo juniores. Indossa la maglia iridata, quella particolarmente larga che si infila per la prima volta sul podio, e tiene in mano la minuscola bici che l’organizzazione fornisce come (curioso) premio.

Viene dalla Bulgaria e questo le crea diverse difficoltà: la federazione praticamente non esiste, è qui in camper col padre e un’amica austriaca e non ha nemmeno una squadra. Esatto: la campionessa del mondo – ha dato dieci secondi a tutte sulla Black Snake – non ha nemmeno una squadra. Spera che questa vittoria le dia visibilità, che qualche sponsor le consenta di ingaggiare almeno un meccanico.

Addentrandosi nel paddock del Mondiale, Evie Richards è molto indaffarata nel tendone della Trek Factory Racing. Ieri nel cross-country ha vinto la sua prima medaglia d’oro tra le grandi e non è chiaro perché sia ancora qui. È in ciabatte e maglietta, di ciclistico ha solo i pantaloncini: sono quelli di campionessa del mondo di ciclocross U23. Sta chiedendo a tutti i meccanici se vogliono espresso o cappuccino, così corre di là (il gazebo della Trek è in realtà cinque gazebo diversi, in tutto lunghi una cinquantina di metri) e glieli porta. Immaginate la scena: la neo-campionessa del mondo che si divincola tra i comuni mortali per portare il caffè.

Valentina Höll è sostanzialmente l’opposto di Izabela Jankova. Viene da una delle nazioni in cui le ruote grasse sono una religione, l’Austria, ed è già un fenomeno mediatico. Da junior (nel downhill non esiste la categoria U23: nessuno riesce a spiegarsi il perché) ha vinto qualunque cosa più volte, mentre il primo anno tra le élite è difficoltoso. Sta parlando col massaggiatore della sua squadra quando si avvicina un bambino che, evidentemente non conoscendola, non le chiede un autografo, bensì se può allungargli la banana lì sul tavolo. La frutta avanzata viene distribuita tra i presenti e Valentina gli passa la banana con un sorriso.

Poco dopo sopraggiunge uno scooter, uno di quei cinquantini che fanno molto rumore e pochi chilometri all'ora. Chi lo guida, porta un casco da bici. Deve portare Valentina da qualche parte, le dice «dai sali», ma la giovane austriaca preferisce rispondere alle ultime domande dei giornalisti. Anche oggi non ha avuto una giornata brillante (è caduta e non è nemmeno entrata nella top-10), ma non vuole scomparire. È nelle sconfitte, e nell’andarsene in motorino, più che nelle vittorie, che si vede una campionessa.


Qualcosa di magico

Qualcosa di magico avvolge Nino Schurter. Lo si percepisce sempre: quando si passa davanti al gazebo della sua squadra, il Team Scott-SRAM, persone affacciate da mezz’ora gridano ogni volta che vedono un’ombra muoversi; quando online si legge il suo nome, scritto universalmente N1NO; quando viene annunciato di fianco a "nove volte campione del mondo" e questo rende tutti felici, al punto che si applaude come avesse vinto un atleta di casa.

Qualcosa di magico ha avvolto la prova di oggi di Marika Tovo. La sua famiglia e le persone a lei vicine si sono alzate alle cinque del mattino per arrivare puntuali in Val di Sole, fissare un cartello col suo nome, tifare più forte possibile. Mentre saliva per i tornanti dell’ultimo giro, sua madre li ha percorsi di corsa uno a uno per incitarla, facendosi largo tra il pubblico.

Qualcosa di magico passava nella mente di Evie Richards quando ha realizzato che nessuno l’avrebbe più presa. Davanti ai microfoni si copre la faccia, piange, abbraccia tutti. Si collega via telefono con qualcuno per dire i primi grazie, i primi ciao da campionessa del mondo: ha dato un minuto a tutte. Una volta ricomposte le emozioni, pronuncia un paio di frasi fortissime: «Quando sono felice, vado più forte. Durante il Covid è stata dura, ma dopo le Olimpiadi per la prima volta non ho dovuto fare la quarantena al rientro. Ho visto amici e famiglia, è stato bellissimo. Quando sono felice lontano dalla bici, in sella sono ancora più forte».

Qualcosa di magico avvolge tutte le persone che vivono nel bosco una gara di mountain bike. La polvere alzata dalle ruote dei corridori rende l’aria onirica. Se si è fortunati, i raggi di luce entrano trasversali agli alberi, creando un gioco di ombre e luci senza uguali. Le persone portano qualcosa con cui fare casino, una maglietta del fan club o portano semplicemente qualcuno a cui vogliono bene.

Qualcosa di magico avvolge la Val di Sole questi giorni. Potrebbe essere il Mondiale, certo, con tutte le maglie assegnate, il fascino dell’iride. Potrebbero essere tutte le diciassette medaglie d’oro assegnate, mai così tante. Potrebbe essere che – parafrasando Peter Sagan – se qualcosa deve proprio accadere, beh, se accade in un bosco pieno di biciclette è meglio.

Foto: Michele Mondini


Moto Continuo

La Black Snake ha bisogno di manutenzione. È la più affascinante e temuta pista del circuito di downhill, ma non si cura da sola. Un funzionario dell’Unione Ciclistica Internazionale, parlando metà spagnolo metà inglese, cerca di dare istruzioni a volontari del posto riguardo le fettucce che contrassegnano il tratto più difficile della pista: The Hell.
Appena dopo il primo intertempo il problema è di tutt’altra natura: il ramo di un pino a centro pista (sì, un ostacolo niente male) minaccia di staccarsi ed è a cinquanta centimetri dalla testa dei rider. In quel segmento, la traiettoria più seguita prevede un salto di circa tre metri, spiccando il volo da una roccia appuntita. Guardandolo da sotto si prende paura.
L’addetto alla pista affila l’accetta con un cacciavite, sta per sfruttare un momento di calma apparente per andare a potare l’albero. Ma eccoli che già scendono: bestemmia e indietreggia. Missione compiuta qualche minuto dopo, quando un paio di colpi ben assestati fanno cadere ciò che impacciava la vista dei rider.

Il finale della Black Snake è sabbia e polvere. Sono in due coi rastrelli per livellare le buche, togliere lo sporco non necessario. Attorno a loro, si sta assegnando la maglia iridata nell’E-MTB. La corsa femminile è stata dominata in lungo e in largo da Nicole Göldi, la più giovane in gara, nonostante un problema al motore elettrico all’imbocco dell’ultimissima salita. Cos’è successo lo ha spiegato lei stessa: «Mi si è spento. Per qualche secondo ho dovuto fare accendi-spegni-accendi-spegni, poi per fortuna il motore è ripartito». Osservata da fuori la scena stava per diventare drammatica: considerato il peso di una bici elettrica spenta, Göldi riusciva a malapena a pedalare.

Chi non si stanca mai è Ella Myers, una giovanissima ciclista canadese. Ieri nel cross-country juniores è arrivata nella top 30, risultato di cui è molto felice. Oggi tutto il Team Canada è con le gambe all’aria: chi si riposa in vista delle gare di domani, chi si riprende dalle gare di ieri. Lei proprio non ce la fa a stare ferma: ha risalito la Black Snake e incita i canadesi che escono a bomba dal cancelletto di partenza. «Scusami ti devo lasciare», dice dopo due chiacchiere «sono qui in Italia ancora per pochi giorni e non ce la faccio proprio a stare ferma».

Foto: Giacomo Podetti