In un ciclismo che, negli ultimi anni, ha abituato a finali attesi e previsti, il Tour de France Femmes, giunto all’ottava tappa, la penultima, e giunto a Nizza, ha fatto riscoprire l’incertezza. Non è questione di valore, di meglio o peggio, lo chiariamo sin da qui: nel ciclismo, come in mille altre sfaccettature della quotidianità, ciascuno si emoziona o si annoia con formule fisse o variabili. Lo spettacolo solitario e ripetuto ha un fascino, la variabilità continua ne ha un altro. Entrambe le situazioni sono capaci di far partire per un viaggio, di far accendere la televisione, ascoltare la radio o leggere una pagina di racconto. Questo è quel che serve, questo è quel che basta. Il Tour de France Femmes, così stando le cose, assomiglia a tutto quel che c’è nel gesto di apparecchiare una tavola: il desiderio prima che la realtà si compia, prima che i piatti arrivino, l’immaginazione prima del gusto e prima che gli invitati trovino il loro posto. Il Tour de France Femmes pare, in questi giorni, la mente che esplora mille possibili dialoghi con la persona che siederà di fronte a noi prima dell’unico dialogo possibile che, spesso, non ha nulla di quel che si era pensato, è goffo, impacciato e sbilenco, ma è giusto così perché la perfezione annoia anche i sogni: forse bello è sognare perfetto e realizzare umano.
Il Tour de France Femmes è quel gesto di apparecchiare la tavola e quel sentimento a cui non sappiamo dare un nome quando il gruppo si approccia agli ultimi dieci chilometri dell’ottava tappa e Demi Vollering aumenta l’andatura in testa. Il Tour de France Femmes è quel gesto di apparecchiare la tavola e quel sentimento a cui non sappiamo dare un nome quando arriva la rampa di 450 metri con tratti al 13.5% di pendenza, detto Cammin de l’Arieta, e Demi Vollering parte come una fionda lanciata dalla testa del gruppo, mentre, trafitta dai raggi di sole di un tardo pomeriggio di agosto, Elisa Longo Borghini si alza sui pedali e cerca di prenderle la ruota. La maglia gialla di Kasia Niewiadoma fa lo stesso. È l’attimo prima. È la tavola che viene apparecchiata con attorno aspettative, dubbi, pensieri, timori. Demi Vollering va. Longo Borghini e Niewiadoma le prendono per qualche istante la ruota, poi bastano cinquanta metri, forse anche meno, per rompere l’equilibrio e l’olandese già vincitrice del Giro d’Italia Women si invola da sola in discesa. Vince la tappa e conquista la maglia gialla.
La sua corsa è apparecchiata mentre dentro ha fatto il nido una sorta di dolore muto. L’ha provato ieri, sul Ventoux, quando doveva essere lei a staccare Reusser e ce l’ha fatta, peccato che davanti ci fosse Niewiadoma con oltre un minuto di vantaggio. O, forse, ancor più, l’ha provato un anno fa, in un Tour de France che non è andato come avrebbe voluto. La sua immaginazione, per lunghi tratti, è stata bloccata dal rimpianto, dalla paura di non fare ciò che si sarebbe voluto fare e poi restare incastrati in quella mancata azione. Vollering, di tutti i discorsi pensati, di tutti i gusti immaginati, temeva di non riuscire a tirare fuori nulla una volta nella realtà. Fuori di metafora, stamani aveva avuto la sensazione che quel dolore se ne sarebbe andato e che in qualche modo oggi sarebbe stato il giorno giusto per recuperare i quindici secondi da Niewiadoma e tornare in giallo. Certe volte basta pensare al bello per rischiare di farsi male se poi non si verifica. Accade con le cene sperate. Accade con le tappe, le cicliste e la maglia gialla. Per questo si prova quel sentimento strano mentre si apparecchia una tavola. Per questo si prova quel sentimento strano mentre si apparecchia una corsa.
Niewiadoma ha sognato perfetto ieri sera ed ha fatto bene. Ha realizzato umano oggi, perché ha perso la maglia gialla per un niente, per otto soli secondi, quelli che domani cercherà di recuperare a Vollering inventandosi il possibile e l’impossibile anche. Quel sentimento che c’è nel gesto di apparecchiare la tavola e la corsa in lei è ancora pieno, non sciolto, non risolto, semmai deluso da una giornata in bilico. Longo Borghini quel gesto e quel sentimento lo ha addosso dall’inizio di questo Tour de France: dalla cronometro quasi perfetta, poi il cambio di bici, dalla giornata storta seguente, dalla fuga di giovedì per scrollarsi di dosso la delusione e qualche secondo di ritardo di troppo, dal terzo posto di ieri sul Ventoux. Longo Borghini è per eccezione il gesto di apparecchiare la corsa. Quella sensazione indefinita quando non si sa cosa farà un’atleta ma si sa che prima che tutto finisca qualcosa farà. Ed il Tour finisce domani. Chissà.
A quel sentimento, per dire il vero, non abbiamo saputo dare nome fino a poco fa. Fino a che, proprio, Demi Vollering, in un’intervista post corsa ha parlato di “sentimento giallo”. Allora sì, abbiamo pensato che se deve avere un nome, è proprio quello il suo. Il sentimento giallo è quello che stasera ha apparecchiato per l’ennesima volta la corsa. Allora si pensino tutti i discorsi, i gusti, i piatti. Si pensino tutte le tattiche, gli attacchi, le delusioni e le felicità. Domani il Tour de France Femmes finisce e, dopo otto tappe, ci sono solo otto secondi tra la prima e la seconda. Tra Vollering e Niewiadoma.