Perché adesso che il Tour è finito si può dire: intervista ad Elisa Longo Borghini

Perché adesso che il Tour è finito si può dire.

«Dopo la cronometro molte persone sono venute a farmi i complimenti, perché ero decima e perché avevo accusato solo un minuto di ritardo da Marlen Reusser. Non l’ho presa bene. Ho avuto un problema meccanico ed ho dovuto cambiare bicicletta. Non fosse accaduto, probabilmente sarei stata a pochi secondi da Vollering già dopo quella tappa. Invece la sfortuna, ancora una volta, ci aveva messo del suo. Nessuno lo sapeva però e tutti si affrettavano a dirmi che ero stata brava. Io sentivo di non essere quell’atleta. Intendiamoci, non ci sarebbe stato nulla di male in un decimo posto, in un minuto di ritardo, ma se maturato dalla prestazione. La mia prestazione, invece, era stata superiore. Come sportiva sono abituata a fare i conti con atlete più forti di me e talvolta anche con la sfortuna, detesto piangermi addosso. Però questo è stato un anno particolare, difficile, e per una volta avrei voluto mostrare davvero il mio valore ed io ho un modo solo per farlo: pedalare più forte delle altre. Quella mattina non vedevo l’ora di partire, volevo gareggiare, volevo batterle tutte. Quella sera ero arrabbiata. A tutti quel ritardo andava bene. A me no. A me faceva incazzare e, a pensarci, fa ancora incazzare».

Perché adesso che il Tour è finito si può dire.

«Quasi tutte le notti di questo Tour de France mi sono svegliata alle tre, se non prima, con addosso una brutta sensazione. Il mio 2026 mi ha costretta a rincorrere. Ho rincorso al Giro, dove il successo è arrivato all’ultima tappa ed il podio mi è sfuggito e ho rincorso anche all’inizio del Tour. Quando ti svegli di notte, non dormi ed il giorno dopo devi correre, si innesca una sorta di reazione a catena che ti blocca nel letto. A tutti i pensieri che già hai si aggiunge una voce interiore: “Adesso non ti riposi, domani sei stanca, fai più fatica, perdi minuti. Perdi il Tour”. La notte dopo la cronometro non ho riposato, tanto era la rabbia. Nella quinta frazione, forse anche per quello, ho accusato un passivo importante da Vollering, Reusser e Niewiadoma. Quella stessa sera non riuscivo ad addormentarmi. Alle quattro, sveglia già da più di un’ora, avevo deciso che sarei tornata a dormire, il mattino dopo avrei lasciato il Tour e annunciato la fine della carriera. Avevo iniziato a pensare di essere atleticamente finita, di essere vecchia per questo ciclismo, sorpassata. Quella mattina, invece, pur stando male, sono ripartita, me ne sono fregata, ho attaccato per disperazione, e da quel momento ho iniziato a non pensare più a nulla. Io, abituata a navigare nei miei pensieri, ho capito che spesso è meglio farne a meno. Stare leggeri. A Nizza sono arrivata così».

Perché adesso che il Tour è finito si può dire.

«Quando hai vinto, sei riconosciuta, riconoscibile e, se non riesci a stare con le prime, nel posto dove dovresti essere, senti benissimo tutto quello che le persone attorno a te, sulla strada, dicono. Le senti parlare del fatto che ti sei staccata, che vai piano, che sei in crisi nera, che le altre pedalano bene mentre tu non riesci a muoverla. Al Giro ho sentito queste frasi. Le persone a bordo strada le dicono e poi ti incitano perché sei in difficoltà. Sia chiaro: è il bello del ciclismo. Io, però, per come sono fatta, per l’orgoglio che mi porto dentro, mi sento umiliata quando accade. Ho pensato più volte che qualcuno potesse incitarmi solo perché mi vedeva in difficoltà, gesto, peraltro, umanamente bellissimo. Sul Mont Ventoux ho cercato di riprendermi quel che era mio, di fare in modo che chiunque gridasse il mio nome lo facesse perché si sentiva meravigliato da quel che stavo facendo, Perché lo emozionavo. Perché ero davanti. Di nuovo. Dopo qualche tempo».

Perché adesso che è finito il Tour si può dire.

«Stamattina credevo al podio, più che alla tappa. Allo stesso tempo, però, mi sembrava di non avere buone gambe. Abbiamo saputo praticamente subito della caduta di Marlen Reusser: era già staccata ma in ogni caso nessuno vuole mai approfittare di una situazione simile. Ho controllato Niedermaier perché consapevole che avrebbe potuto insidiare la mia terza posizione e, negli ultimi chilometri, assieme a Paula abbiamo deciso che lei avrebbe fatto lo sprint ed io mi sarei messa a sua disposizione. Purtroppo nel finale ho anche forato, giusto per non farsi mancare niente. Sulle gambe, però, mi sbagliavo, non erano così male. E dopo che il Tour mi aveva portato così tanta sfortuna, alla prima volta che lo finisco, arrivo sul podio. Non mi sento un patrimonio del ciclismo, anche se so che c’è chi lo dice e lo scrive. Sono una professionista seria, un’atleta che non lascia nulla al caso. Ma non sono un patrimonio del ciclismo. Faccio una gran fatica a fare quello che faccio. Tanta fatica. E quando sento che basta sognare in grande per farcela, non capisco bene cosa si intenda. Ai miei sogni non è mai bastato per diventare realtà. Forse sarò io».

Perché adesso che il Tour è finito si può dire.

«Non so ancora esattamente il significato di questo podio. Lo capirò tra qualche tempo o, forse, mai. Però una cosa voglio dirla: quando si imbrocca la strada giusta, poi non si sa mai. Tornerò al Tour e, chissà, il primo posto potrebbe non essere così lontano».

Perché adesso che il Tour è finito si può dire.

«Demi Vollering ha fatto qualcosa di eccezionale. A livello atletico provo una stima totale. Vincere Giro e Tour nello stesso anno, a questi livelli, è qualcosa di raro. Credo che Vollering sia un bene per il movimento. Se la crescita del movimento è costante è anche grazie ad atlete del suo talento. Per me Demi Vollering è uno stimolo continuo. Lavoro per batterla».

Perché adesso che il Tour è finito si può dire.

«Ho avuto uno sfogo con un giornalista, qualche giorno fa. Credo che troppo spesso non si rifletta su quanto un articolo, una frase, una parola possa segnare chi la legge. Il vostro lavoro è importante, ne ho profondo rispetto, ultimamente però ho avuto l’impressione si sia caduti più volte nella ricerca della polemica per fare notizia. Questo non mi piace. Ho letto troppo riguardo alle problematiche in squadra: alla fine era solo un continuare a rimestare nello stesso discorso. Non è facile gestire una leadership condivisa, non è facile per nessuno, però l’abbiamo fatto. Credo che chiunque ne scriva o ne parli abbia il dovere di comprendere questo, prima di tutto. Più in generale, ritengo sia necessario parlare di quel che effettivamente si sa. Dare valore alla competenza. E qui parlo dei social. Ho letto molti commenti sgradevoli, offensivi, gratuiti. Non opinioni. Offese. Piuttosto che speculazioni: “Free Paula”, ad esempio. Oppure domande sul perché Dominika Włodarczyk fosse leader. Finché si parla di idee, è giusto che ognuno esprima la sua con rispetto, se questo porta altre persone a non dover più aprire i social perché ogni volta si trovano di fronte a giudizi gratuiti o insulti, no. Io sono arrivata a non guardare più i social in questo Tour, lo ammetto. Mi chiedo se questo sia necessario. Mi chiedo perché si debba arrivare a tanto. Non ho una risposta. Sono stanca».


Apparecchiare la corsa

In un ciclismo che, negli ultimi anni, ha abituato a finali attesi e previsti, il Tour de France Femmes, giunto all’ottava tappa, la penultima, e giunto a Nizza, ha fatto riscoprire l’incertezza. Non è questione di valore, di meglio o peggio, lo chiariamo sin da qui: nel ciclismo, come in mille altre sfaccettature della quotidianità, ciascuno si emoziona o si annoia con formule fisse o variabili. Lo spettacolo solitario e ripetuto ha un fascino, la variabilità continua ne ha un altro. Entrambe le situazioni sono capaci di far partire per un viaggio, di far accendere la televisione, ascoltare la radio o leggere una pagina di racconto. Questo è quel che serve, questo è quel che basta. Il Tour de France Femmes, così stando le cose, assomiglia a tutto quel che c’è nel gesto di apparecchiare una tavola: il desiderio prima che la realtà si compia, prima che i piatti arrivino, l’immaginazione prima del gusto e prima che gli invitati trovino il loro posto. Il Tour de France Femmes pare, in questi giorni, la mente che esplora mille possibili dialoghi con la persona che siederà di fronte a noi prima dell’unico dialogo possibile che, spesso, non ha nulla di quel che si era pensato, è goffo, impacciato e sbilenco, ma è giusto così perché la perfezione annoia anche i sogni: forse bello è sognare perfetto e realizzare umano.

Il Tour de France Femmes è quel gesto di apparecchiare la tavola e quel sentimento a cui non sappiamo dare un nome quando il gruppo si approccia agli ultimi dieci chilometri dell’ottava tappa e Demi Vollering aumenta l’andatura in testa. Il Tour de France Femmes è quel gesto di apparecchiare la tavola e quel sentimento a cui non sappiamo dare un nome quando arriva la rampa di 450 metri con tratti al 13.5% di pendenza, detto Cammin de l’Arieta, e Demi Vollering parte come una fionda lanciata dalla testa del gruppo, mentre, trafitta dai raggi di sole di un tardo pomeriggio di agosto, Elisa Longo Borghini si alza sui pedali e cerca di prenderle la ruota. La maglia gialla di Kasia Niewiadoma fa lo stesso. È l’attimo prima. È la tavola che viene apparecchiata con attorno aspettative, dubbi, pensieri, timori. Demi Vollering va. Longo Borghini e Niewiadoma le prendono per qualche istante la ruota, poi bastano cinquanta metri, forse anche meno, per rompere l’equilibrio e l’olandese già vincitrice del Giro d’Italia Women si invola da sola in discesa. Vince la tappa e conquista la maglia gialla.

La sua corsa è apparecchiata mentre dentro ha fatto il nido una sorta di dolore muto. L’ha provato ieri, sul Ventoux, quando doveva essere lei a staccare Reusser e ce l’ha fatta, peccato che davanti ci fosse Niewiadoma con oltre un minuto di vantaggio. O, forse, ancor più, l’ha provato un anno fa, in un Tour de France che non è andato come avrebbe voluto. La sua immaginazione, per lunghi tratti, è stata bloccata dal rimpianto, dalla paura di non fare ciò che si sarebbe voluto fare e poi restare incastrati in quella mancata azione. Vollering, di tutti i discorsi pensati, di tutti i gusti immaginati, temeva di non riuscire a tirare fuori nulla una volta nella realtà. Fuori di metafora, stamani aveva avuto la sensazione che quel dolore se ne sarebbe andato e che in qualche modo oggi sarebbe stato il giorno giusto per recuperare i quindici secondi da Niewiadoma e tornare in giallo. Certe volte basta pensare al bello per rischiare di farsi male se poi non si verifica. Accade con le cene sperate. Accade con le tappe, le cicliste e la maglia gialla. Per questo si prova quel sentimento strano mentre si apparecchia una tavola. Per questo si prova quel sentimento strano mentre si apparecchia una corsa.

Niewiadoma ha sognato perfetto ieri sera ed ha fatto bene. Ha realizzato umano oggi, perché ha perso la maglia gialla per un niente, per otto soli secondi, quelli che domani cercherà di recuperare a Vollering inventandosi il possibile e l’impossibile anche. Quel sentimento che c’è nel gesto di apparecchiare la tavola e la corsa in lei è ancora pieno, non sciolto, non risolto, semmai deluso da una giornata in bilico. Longo Borghini quel gesto e quel sentimento lo ha addosso dall’inizio di questo Tour de France: dalla cronometro quasi perfetta, poi il cambio di bici, dalla giornata storta seguente, dalla fuga di giovedì per scrollarsi di dosso la delusione e qualche secondo di ritardo di troppo, dal terzo posto di ieri sul Ventoux. Longo Borghini è per eccezione il gesto di apparecchiare la corsa. Quella sensazione indefinita quando non si sa cosa farà un’atleta ma si sa che prima che tutto finisca qualcosa farà. Ed il Tour finisce domani. Chissà.

A quel sentimento, per dire il vero, non abbiamo saputo dare nome fino a poco fa. Fino a che, proprio, Demi Vollering, in un’intervista post corsa ha parlato di “sentimento giallo”. Allora sì, abbiamo pensato che se deve avere un nome, è proprio quello il suo. Il sentimento giallo è quello che stasera ha apparecchiato per l’ennesima volta la corsa. Allora si pensino tutti i discorsi, i gusti, i piatti. Si pensino tutte le tattiche, gli attacchi, le delusioni e le felicità. Domani il Tour de France Femmes finisce e, dopo otto tappe, ci sono solo otto secondi tra la prima e la seconda. Tra Vollering e Niewiadoma.


Kasia Niewiadoma nel vento

Sul Mont Ventoux, quando Kasia Niewiadoma, ai dieci chilometri dal traguardo, ha attaccato Demi Vollering e la maglia gialla Marlen Reusser, l’arrivo era lontano. Molto lontano. Dicono che Niewiadoma parta sempre troppo presto, almeno nelle volate, e forse è anche vero. Presto è partita anche oggi e sicuramente in molti avranno pensato che la tappa si sarebbe decisa più avanti, che lo scatto giusto sarebbe arrivato poi, che quella era un’azione bella, forse anche troppo bella, ma non decisiva. Sì, ogni ciclista ha una propria atmosfera, qualcosa che fa presagire o che la fa presagire. Ogni ciclista viene attesa in un determinato posto ed in un determinato modo, proprio a seconda dell’atmosfera che rimanda. Kasia Niewiadoma, nonostante in carriera un Tour de France lo abbia già vinto, nel 2024, sull’Alpe d’Huez, e nonostante nel palmares, oltre a tutto il resto, annoveri una Amstel Gold Race e un Trofeo Alfredo Binda, richiama da sempre un coraggio fuori dimensione, un cuore grosso così e un finale spesso triste o, comunque, non all’altezza del preludio.

Sarà perché, se è vero che ha vinto corse che l’hanno consacrata campionessa, è altrettanto vero che si è ritrovata ancor più volte ad un passo dal successo ed è stata beffata. Talvolta dalla sorte, talvolta da quel cuore e da quel coraggio straripanti che sono croce e delizia, come quasi tutto ciò che non rispetta gli schemi, la matematica, i dettami, le bilance e le misure. L’ultima volta è accaduto solo due giorni fa, a Belleville-en-Beaujolais: uno sprint lanciato lunghissimo, il traguardo a cinquanta metri, Demi Vollering che l’affianca e la supera assieme a Marlen Reusser. Terza Niewiadoma. Allora, quando ha attaccato sul Ventoux, tutti hanno sperato potesse farcela (almeno per la vittoria di tappa, il resto era troppo) e tutti, allo stesso modo, hanno avuto almeno per qualche istante la sensazione che sarebbe stato un amore caduto, un canto incompiuto, un sogno risvegliato troppo presto, una ciclista che ci prova e non ci riesce. Invece, sul Ventoux, Kasia Niewiadoma è arrivata sola. Ha vinto la tappa, conquistato la maglia gialla e ribaltato il Tour de France a due giorni dalla fine. Sul traguardo di questa pietraia bianca, c’era lei, la sua ombra e dietro il cielo, che pareva un faro, luce pura. Questa volta non c’era  proprio nessun altro.

Pedalata dopo pedalata quel vantaggio iniziale è sempre aumentato. Kasia Niewiadoma ha messo il cuore ed il coraggio al servizio del vento: l’attacco era studiato per raggiungere in solitaria Chalet Reynard, punto in cui le folate di vento forte non avrebbero più consentito a nessuno di reagire, costringendo quindi ad assecondare la situazione già venutasi a creare. Niewiadoma ci è riuscita e Reusser e Vollering non hanno potuto che continuare a inseguire un miraggio. La loro pedalata non è mai parsa in grado di ridurre il vantaggio della polacca. Scriveva Gianni Mura che il vento è una mano che ti prende e ti ferma, ti spinge indietro. Chi perde qualche metro, appuntava, non lo recupera più. Lo scriveva nel 2000, quando quassù Marco Pantani superava l’americano, Lance Armstrong. Quel giorno il vento aveva addirittura spazzato i cartelli a segnalare il traguardo. Oggi le raffiche non sono così forti ma soffiano come sempre su questo monte bussola della Provenza, luna dei campi di lavanda. Anche il vento non ha dimensione, non ha quantità definita, straripa, non si fa contenere, sparpaglia il mondo e, poi, si quieta, sbattendo contro una montagna o contro il nulla. L’atmosfera di Kasia Niewiadoma è il vento, è questo vento. Quello che nel 1903 affrontò per prima Marthe Hesse quassù.

Ha pensato a tutto questo per mesi, Niewiadoma. Quando ha vinto il Tour era forte, aveva l’obbligo di tornare più forte per provare a vincerlo di nuovo. Questo è l’obbligo del ciclismo contemporaneo dove la crescita è costante per tutte e chi si ferma è perduta. É riuscita nell’intento senza stravolgere la propria idea di corsa e di ciclismo. E lei che non aveva mai vinto una tappa alla Grande Boucle l’ha fatto sul Gigante della Provenza, incrociando, in salita, lo sguardo dei genitori e gli occhi commossi del padre. Non le avevano detto che sarebbero venuti. Demi Vollering ha provato a scattare nel finale, ha guadagnato qualcosa su Reusser ma aveva già perso troppo da Niewiadoma. Reusser, sul traguardo, si è vista superare da Elisa Longo Borghini che, salendo del proprio passo, ha sfatato quello che Mura sosteneva valere sul Ventoux: se perdi un metro non lo recuperi. A proposito di quel che esonda e si rifiuta di farsi contenere.


Contro il caldo e la stanchezza che appesantisce lo sguardo e l'animo

Quando il Tour de France Femmes, giunto ormai alla sua sesta tappa, si risveglia a Montbrison, la notte non ha portato via la stanchezza, dei muscoli e della mente, come nei primi giorni. C’è la fatica in bicicletta, dopo una frazione frastagliata e mossa, e c’è questo caldo che nella prima settimana di agosto continua a stringere la sua morsa su tutta la Francia. Ci sono, poi, anche tutti i pensieri e le preoccupazioni che ogni atleta ha ma non dice. In partenza, questa volta, Noemi Rüegg non ha nascosto nulla. Arrivate a questo punto, ogni atleta è stanca, anche chi vince, anche chi sorride e svia il discorso, non parliamo di chi è in crisi, di chi viene da una giornata no o di chi, dopo una notte insonne, con un problema allo stomaco, alla gola, o a un’articolazione, sa che andrà incontro alla fatica nuda e cruda, senza quel minimo di soddisfazione, di orgoglio personale che la giustifichi. Rüegg, stamani, si è chiesta come si fa ad andare all’arrivo e, ancor più, come si fa a pensare di affrontare altre tre giornate così, perché il Tour finisce domenica, a Nizza, ed è solo giovedì. La risposta non l’ha trovata, ma ha richiamato alla mente l’esperienza: alla fine, quasi d’istinto, talvolta per inerzia, si va da un giorno all’altro e Nizza arriva. È sempre arrivata.

Domani c’è il Mont Ventoux e l’idea serpeggia in gruppo, lunare quanto il monte calvo, bianca ed inquietante come i fantasmi. Si parla di fuga e si pensa che, oggi, le donne di classifica potrebbero lasciarla andare e per chi resta nel plotone potrebbe essere una giornata tranquilla. Più o meno insomma. Ma la fuga che va non è tale da quietare gli animi. Vanno via in tre Nikola Noskovà, Loes Adegeest e Katrine Aalerud ed il gruppo non lascia spazio. Chissà che forma ha la stanchezza per chi fugge, perché anche chi fugge è stanco. Quell’inseguimento a un sogno che è spesso un miraggio, dovrebbe rendere ancora più stanche, svuotate, invece qualche volta sembra che quell’impossibile sospeso nell’aria contribuisca a non far calare definitivamente la voglia. Forse è più facile combattere la stanchezza quando si è ancora capaci di credere all’impossibile. O, forse, “è solo un tarlo di chi ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo” e le atlete in gruppo agiscono e basta, perché sono cicliste al Tour. Ma, oggi, nel giorno in cui se ne va Francesco Guccini, via Paolo Fabbri 43 è più vicina e Pavana si sente e si sente da ogni dove. Il plotone, dicevamo, non lascia spazio, perché quando la stanchezza morde, la vittoria è l’unica cura. Una soddisfazione è l’unica cura. Far vedere che si esiste in quel gruppo è l’unica cura.

A innescare l’azione decisiva è Célia Gery che da queste parti è di casa. Gery ha il dorsale numero tredici e non è superstiziosa. L’organizzazione ha stampato il numero al contrario, come di solito lo portano gli atleti, lei l’ha indossato come niente fosse: il tredici si vedeva benissimo, il suo nome, invece, era capovolto. La stanchezza toglie inutili fronzoli, va alla radice, a “quell’erba di scarpata ferroviaria” di Autogrill: che cresce nonostante tutto, che non sarà bellissima, che avrà un’eco triste se vista dai giorni migliori, ma in giorni così no. In giorni come questi, con l’asfalto raggrinzito e l’aria che non si sente nemmeno a scendere in discesa bisogna essere come quell’erba, come quei fiori, per farcela dopo aver pensato di mollare. Al modo di Kim Le Court che quando la fuga decisiva, con Longo Borghini, Van Dam, Lippert, Kerbaol e Pieterse se ne va, ha già passato una giornata senza senso. Ha avuto un problema meccanico in salita e solo l’aiuto della squadra le ha permesso di rientrare. E la fatica che non si conta. Longo Borghini, abbiamo detto. Sì, Longo Borghini dopo i problemi di ieri è la prima a inseguire Gery in discesa. Di testa. Ed è la prima a dare man forte al tentativo, non lesinando niente, non risparmiandosi mai. Le altre pensano al Ventoux, lei dice che, in fondo, non gliene frega niente, che è solo una corsa in bicicletta e vuole divertirsi. Longo Borghini è in “Cirano”: “Per la mia rabbia enorme mi servono giganti, ai dogmi, ai pregiudizi da sempre non abbocco, e al fin della licenza io non perdono e tocco”.

Insegue Le Court, insegue Kerbaol, insegue Markus, nulla può quando Le Court lancia la sua volata e supera nell’ordine Kerbaol e Pieterse. Longo Borghini guadagna secondi preziosi in classifica generale, forse una giornata che porta un pochino di dimenticanza di due giorni dannati, Le Court si prende una vittoria che inseguiva dall’inizio di questo Tour e che le sfuggiva di continuo. Una vittoria che aveva messo in discussione dopo una cronometro sofferta, conclusa senza più nulla, invece le possibilità non sono finite dove temeva potessero essere finite e oggi ne è stata la prova. Da qualche parte, intanto, c’è quel ragazzo a cui l’altro giorno Le Court ha regalato una bandiera delle Mauritius, dopo aver fatto una foto. Piangeva di felicità quel ragazzo. E, sì, contro il caldo e la stanchezza, di qualunque tipo, che appesantisce lo sguardo e l’animo serve che passi una ciclista. Non perché smuove l’aria, ma perché smuove le persone.

“Non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia? Non lasciamo che trabocchi, vieni, andiamo, andiamo via”.


Nessuna al sicuro, nessuna persa

Succede ad una ciclista. Che parta al Tour de France Femmes con sulla schiena il numero uno, avendo vinto l’anno precedente, in maniera netta, senza dubbi, senza, almeno apparentemente, nemmeno una grande fatica nello staccare le avversarie, dopo un ritorno al ciclismo su strada che le aveva già consegnato, pochi mesi prima, la Parigi Roubaix, e nonostante tutto questo, si ritrovi a perdere oltre due minuti nella cronometro di ieri e quasi tre nella tappa di oggi, da Mâcon a Belleville-en-Beaujolais. Una tappa, per usare un lessico non certamente francese, “impestata” di salite e strappi tanto da raggiungere un dislivello complessivo di oltre duemila metri, anche se la salita più lunga era di meno di dieci chilometri. Non certo una tappa pirenaica, insomma, ma il ciclismo non permette “cartellini” fissi, sulle tappe e sulle atlete. Non esiste tappa che solo in quanto tale farà la differenza, non esiste atleta che in quanto ha già vinto, poco o tanto che sia, ha un credito o una rendita di posizione. Allora, sì, succede che l’atleta di cui parlavamo sia Pauline Ferrand-Prévot, che il numero uno a naufragare e inseguire su questi strappi sia il suo. Come succede che all’arrivo, con tranquillità, serenità, sincerità, ammetta: «Le altre sono state semplicemente migliori di me. Non stavo male». E chiosi con “c’est la vie”, questo sì molto francese. O, se preferite, molto umano.

Succede ad una ciclista. Che abbia centrato alla Vuelta a España e ci sia andata vicina al Giro, eppure in un caldo mercoledì nel Beaujolais abbia problemi e non riesca a tenere le ruote del gruppo. Succede di dover inseguire tutta la giornata ed arrivare troppo lontana per quello a cui ha abituato il pubblico. Oppure succede di partire con il sorriso di sempre, con una sorta di eterna leggerezza ed in un tratto di strada anonimo, nemmeno nel centro della concitazione della gara, di ritrovarsi sbalzata a terra e gridare dal male. Succede che chiunque veda quelle immagini creda che il ritiro sia l’unica cosa possibile ed invece nell’ordine d’arrivo, alla fine, c’è anche il suo nome. La prima atleta è Monica Trinca Colonel, la seconda è Chiara Consonni. Entrambe hanno vissuto una giornata da dimenticare. E no, non lo scriviamo per dire che una ciclista va sempre fino in fondo, se può, anche se è vero. Lo scriviamo perché succede ad una ciclista e non tutto quel che accade deve avere risvolti eroici o tragici, semplicemente accade ed è giusto raccontarlo.

Succede ad una ciclista. Che il giorno prima metta su strada forse una delle migliori cronometro possibili ed il giorno dopo, forse, pensi di attaccare, perché la gamba c’è. Succede anche che in molti si aspettino un attacco. Invece su uno stappo perda un metro, poi due e non riesca più a rientrare sulla testa della corsa. Oggi è successo ad Elisa Longo Borghini. Oppure succede ad una ciclista che il primo giorno di Tour de France venga coinvolta in una caduta e lasci sulla strada quasi quaranta secondi: quella ciclista era designata capitana, assieme a Longo Borghini, della squadra. Si tratta di Dominika Włodarczyk che, oggi, è stata in fuga ed all’arrivo ha concluso quarta, recuperando posizioni in classifica generale e tornando fra le prime cinque del Tour. Succede ad una ciclista che, pur avendo già vinto un Tour de France Femmes- quello del 2024- al Tour non abbia mai vinto una tappa. Tra Mâcon e Belleville-en-Beaujolais, quella ciclista, Kasia Niewiadoma, è l’unica a riuscire a tenere le ruote di Marlen Reusser e Demi Vollering. Scala posizioni in classifica generale, certo, ma inizia anche a pensare alla vittoria di tappa. Così all’ultimo chilometro si stringe gli scarpini e si prepara a partire.

Parte lunga Kasia Niewiadoma, in un momento in cui Reusser e Vollering si stanno guardando. La loro è una sfida anche mentale che va avanti da chilometri. Vollering aveva puntato gli abbuoni al traguardo volante per rosicchiare secondi a Reusser, invece, è stata Reusser a rosicchiarle quei secondi. In salita, l’olandese era riuscita a darle qualche metro, ma nulla più, nonostante le sue progressioni. Reusser era rientrata in discesa. Succede ad una ciclista che i piani siano saggi da fare, ma altrettanto saggio sia saperli rivedere. Niewiadoma parte lunga sul rettilineo d’arrivo e tutti pensano ce l’abbia fatta perché si crea il varco. Vollering aspetta, poi lancia la propria volata. Sempre più vicino. Ai settantacinque metri le prende la scia, ai cinquanta la affianca e la supera. Vollering vince la tappa, Reusser è seconda, Niewiadoma solo, si fa per dire, terza. Quelli tra Vollering e Reusser ora sono solo dodici secondi, ieri erano quattordici. La fame di Vollering farà di tutto per scavare quei secondi il prima possibile, la stabilità di Reusser non glielo permetterà facilmente. Di gambe e ancor più di testa. Oggi la più forte è stata Vollering: anche Reusser lo dice a Niewiadoma facendole i complimenti. Domani si vedrà. Proprio perché non ci sono rendite di posizione, proprio perchè quel che si è già fatto non basta mai a definire, a sentirsi a posto, a sentirsi arrivati, tanto più in uno sport che riparte sempre, nessuna è al sicuro, ma nessuna è persa. Anche questo succede ad una ciclista.


Il respiro di una cronometro

Per qualche strana ragione, dopo il traguardo della quarta tappa del Tour de France Femmes, la cronometro di ventuno chilometri, da Gevrey-Chambertin a Dijon, in mezzo a tanti suoni, rumori e voci, quel che più arriva ovunque è il respiro di ogni atleta. Lo colgono i microfoni, e questo è normale, lo colgono le telecamere, lo colgono le persone che stanno osservando dalle transenne e quando sentono quel respiro stanno in silenzio, si limitano a guardare, ad ascoltare e quasi mettono in pausa la loro festa, il loro incitamento. La cronometro ha a che fare con il tempo ed il tempo è intangibile. Gli umani si illudono di racchiuderlo negli orologi, ma quelli servono solo a segnare il tempo, a calcolarlo, tuttavia il tempo di una cronometro- e non solo di una cronometro a dire il vero- è altro ed ha i suoi segni. Nelle giornate, la prima luce ed il primo buio, il primo passo e, forse, l’ultima ruga, nelle persone. Nel ciclismo, nelle cronometro, il tempo è questo respiro che pare cadenzare la giornata. Quasi fosse il sottofondo di un film nel momento cruciale: quello che, non appena cambia, si intuisce quel che sta per avvenire e si presta ancora più attenzione. Più rumore o più silenzio. Il respiro di quando si fanno i rulli, di quando si aspetta di salire sulla pedana, l’ultimo prima di scendere, il primo di uno sforzo prolungato, quello in salita, in discesa, quello alla fine, quello su un drittone infinito, quello a terra, quando il tempo, ormai, si è fermato.

Il respiro di Zoe Bäckstedt è quello di una ragazza di ventuno anni che sapeva che avrebbe sofferto, perché si soffre sempre a cronometro, ma, ha dichiarato, di amare questa forma di dolore. Ha ventuno anni, Bäckstedt, e voleva arrivare al traguardo talmente stanca da non riuscire più a stare in piedi. Infatti è rimasta a lungo sulla propria bicicletta, gambe sospese, tremanti, capo chino e lunghi respiri. Ha affrontato la sua prima cronometro al Tour de France perché questo è il suo primo Tour de France. Non sapeva come sarebbero state le gambe al quarto giorno di gara: a giudicare dalla prestazione pare buone, perché conclude quarta a soli diciannove secondi dalla vincitrice, Marlen Reusser. Suo padre, Magnus, ha vinto una tappa al Tour non lontano da qui, come ricordava L’Equipe stamani, a Autun. Anche la madre di Bäckstedt è stata una ciclista, una di quelle, però, che il Tour non l’hanno potuto correre, perché il Tour ancora non c’era. Si chiama Megan Hughes e può spiegare bene cos’è il respiro al termine di uno sforzo simile. Ha provato. Ma in un altro tempo. Quello in cui non tutte le cicliste erano riconosciute e chiamate per nome. Non per demerito, per mancanza di conoscenza.

Ce lo dice Elisa Longo Borghini: “Dopo questi anni di Tour, ora sulla strada ci chiamano per nome anche se non siamo francesi”. C’è da pensare. Il suo è un respiro arrabbiato. Ha messo su strada una delle sue migliori prove contro il tempo, Longo Borghini, e sarebbe finita a ridosso del podio se un salto di catena ed un cambio di bicicletta ai meno due chilometri all’arrivo non le avessero fatto perdere secondi preziosi. Ora ha circa un minuto da Marlen Reusser e circa quaranta secondi da Demi Vollering. Il respiro di chi non è solo stanco ma è soprattutto arrabbiato lo si riconosce agli arrivi. Tira dritto e così fa Longo Borghini. Non si ferma come chi è solo felice, non va via come chi è solo delusa. La delusione è il sentimento di Pauline Ferrand-Prévot. Lungo la strada, qualcuno la incitava con dei megafoni. Al suo arrivo c’è stato un applauso, poi silenzio, poi ancora un applauso come è ripartita verso il bus. Ha perso tanto Ferrand-Prévot: oltre due minuti da Reusser. Era la sua prima cronometro dal rientro alle corse. Dieci anni fa. Aveva vinto un Tour ma con questo esercizio non aveva ancora fatto i conti. Il suo è un respiro svuotato. Quello di fronte a cui si fa silenzio e quasi si ha paura di intuire il pensiero che lo seguirà, perché è un pensiero amaro.

Il respiro di Demi Vollering somiglia alle ultime sue pedalate: non sapeva più come fare a spingere più veloce quella bici e nel finale si è scomposta. Ha spinto con tutto quello che aveva, anche i pensieri. E ora respira con tutto quello che ha, anche i pensieri. Forse per questo cambia leggermente l’espressione del volto e qualcuno riesce a gridarle qualcosa. C’è la consapevolezza di essere lì, a pochi secondi dalla campionessa del mondo e di poterla staccare in salita. Se tutto è andato bene, è più facile riuscire a interrompere il silenzio del respiro di una cronometro. Si trova il coraggio. Allora qualcuno grida il nome di Reusser che, a terra, ha appena concluso il “Progetto Digione”: vittoria di tappa e maglia gialla, come la mostarda della città, in un Tour partito dalla Svizzera. Le sue affermazioni sarebbero quasi scontate per altre atlete: suggerisce che tutto può accadere, che non è finita fino a Nizza, che vincere è sempre difficile. Ovvio. Ma Reusser ha perso un Giro, quello del 2025, quando tutto pareva già fatto e in quel giorno- anche se non era una crono- tutti erano zitti quando passavano accanto a lei che pescava chissà dove il respiro mentre piangeva. Sigrid Haugset ha perso la maglia gialla e, forse, era anche nelle cose. Il suo respiro, stanco, dopo un giorno in fuga ed una cronometro con la pressione di essere la maglia gialla, non le ha impedito di ringraziare più volte chi le dava una bottiglietta d’acqua e chi le chiedeva di cosa avesse bisogno.


I cent'anni di solitudine di Sigrid Haugset

Più di un anno dopo, Sigrid Ytterhus Haugset si è dovuta ricordare del giorno in cui, su una bicicletta, a Roubaix, si portò a scoprire cosa fosse davvero una ciclista. Gabriel Garcia Marquez l’avrebbe scritto meglio e, in fondo, la scoperta del ghiaccio del colonnello Aureliano Buendìa, assieme al padre, in “Cent’anni di solitudine” poteva pure starci bene, perché Sigrid Haugset, ventisette anni, è norvegese, di Berkåk, e il ghiaccio l’ha visto sin da bambina, non come a Macondo. Lì Buendia era davanti al plotone di esecuzione, qui, a Poligny, Haugset è al Tour de France Femmes e, ai due lati della strada, dietro le transenne, ci sono centinaia di persone che rumoreggiano dalla felicità. Eppure lei non rallenta, non si ferma, pur ormai certa della vittoria, fa solo cenno al pubblico di applaudire, di farsi sentire, poi va dritta fino alla fettuccia bianca del traguardo e, solo in quel momento, alza un braccio al cielo in segno di felicità. È fuggita dal gruppo, in solitaria, quando mancavano ottantotto chilometri alla conclusione e non l’hanno più ripresa. Stasera è la prima norvegese a vincere al Tour de France Femmes, domani partirà nella cronometro di Dijon con addosso la maglia gialla e con una nazione accanto.

Il ghiaccio, invece, lo si scopre da soli o quasi pure se si ha un genitore che ci tiene per mano ed anche cosa sia davvero una ciclista lo si scopre da sole, pure se, sulla strada per Roubaix, ci sono sempre tante persone che aspettano fino all’ultima atleta del gruppo. Era il 12 aprile del 2025 e Haugset aveva pedalato per oltre sessanta chilometri con una frattura all’anca causata da una caduta. Andò all’arrivo e quando le chiesero il perché di questo gesto, da alcuni definito eroico, disse che se qualcuno le avesse detto di scendere di sella l’avrebbe fatto ma nessuno le aveva detto niente e lei aveva pensato che una ciclista fosse fatta per andare all’arrivo e ci dovesse andare a qualsiasi costo. Quei sessanta chilometri li ha percorsi seduta sulla sella, incapace di alzarsi per il male e, al velodromo, due persone hanno dovuto aiutarla a scendere dalla bicicletta perché non ne era capace. Nei quasi novanta chilometri di fuga di oggi, ci sono certamente anche i sessanta al vento di quel giorno, anche se tutto è cambiato, come tutto cambia dal momento in cui un padre porta un figlio a scoprire il ghiaccio, al giorno in cui quel figlio, quel colonello, è davanti alla fine. Ma i ricordi seguono una strada tutta loro, tornano a caso e ti dicono da dove vieni. Colonello, ciclista o povero diavolo.

Anche oggi Haugset ha faticato a scendere di sella ed al proprio massaggiatore ha detto “sono molto stanca”. Le hanno chiesto se questo fosse il suo sogno e lei ha risposto come rispondono le cicliste “a là Haugset”. Ha spiegato che non poteva esserlo perché lei a vincere non ci ha proprio mai pensato, anzi, quando ha saputo che ad inseguirla c’era Lotte Kopecky era quasi certa che l’avrebbe ripresa. Ha riflettuto sul da farsi e si è detta che non avrebbe comunque mollato perché un secondo posto non si butta via, perché un secondo posto è bello. Lotte Kopecky ci ha creduto fino a quando le mancavano dieci secondi a tornare su Haugset, poi non ci è più riuscita. Al traguardo, a terra, appena Anna van der Breggen è andata a cercarla per congratularsi, glielo ha detto: “Ci ho creduto”. Un cartello, sulla salita recitava: “Honneur à l’effort” e probabilmente non c’è nulla di più profondo da scrivere ad una ciclista. Non c’è null’altro che riguardi tutte, da cui tutte possano sentirsi spronate. Prima, seconda o ultima, fuori tempo massimo.

Quelli di Haugset sono davvero cent’anni di solitudine. In quella solitudine, con l’anca fratturata, un anno fa, Haugset ha capito che una ciclista è fatta per andare all’arrivo, comunque sia. Ci è andata con oltre dodici minuti di ritardo e un osso a pezzi, senza dire nulla. Ci è andata felice, davanti a tutte e con la maglia gialla ad un passo, ugualmente senza dire nulla e pedalando sino all’ultimo metro. Quel che ha imparato quel giorno, e che poteva essere solo uno dei mille e più giorni da cani di chi fa questo mestiere, le è servito oggi che tutti parlano della sua gloria. Arrivare quel giorno, le è servito per arrivare oggi. E non è la solita storia della sofferenza che serve sempre, no. È che certi gesti fanno rumore quando tutti possono vedere ma si diventa capace di farli quando a guardare non c’è nessuno. I cent’anni di solitudine di una ciclista sono questi, prima dell’unico giorno in cui essere soli fa sentire grandi. I cent’anni di solitudine che hanno portato qui Sigrid Haugset, prima ed in maglia gialla a Poligny, oppure quelli di Morgane Coston che, in un angolo, a Poligny, piangeva dalla fatica mentre qualcuno le diceva che al Tour ci sono tutte campionesse ed è normale soffrire. Chissà se un giorno dovrà ricordarselo. Il giorno in cui, arrivata, si ricorderà da dove è venuta. E ripenserà ai suoi cent’anni di solitudine.


Un'altra storia

Quella sì che fu un’estate piovosa, non certo simile a questa, soffocata dal cielo come fosse una serra. Era il 1816 ed in Indonesia aveva eruttato il vulcano Tambora, la luce si era oscurata e l’aria era diventata più fredda, tanto da far parlare qualcuno di una sorta di inverno nucleare. Mary Wollstonecraft Godwin era fuggita di casa quando aveva solo sedici anni ed ora assieme a lei c’era un poeta, Percy Bysshe Shelley. I due erano arrivati a Ginevra assieme alla pioggia: la vedevano dalle vetrate della villa di Lord Byron che li ospitava. Erano altri tempi, quelli in cui, quando non si sapeva cosa fare, si faceva una storia, perché le parole e un briciolo di immaginazione, in fondo, le avevano tutti: quando non si poteva uscire, quando fuori l’aria era cupa, ad esempio. Sembra che i tre si raccontassero di fantasmi e immaginassero chissà cosa di quella nuova scoperta che era l’elettricità. E siccome la pioggia continuava, si decise che quelle storie era giusto scriverle. Ne vennero fuori alcuni racconti e un romanzo che è poi quel che resta di quell’estate. Mary Wollstonecraft Godwin sarebbe diventata Mary Shelley e le pagine di Frankenstein, in realtà, sono state scritte a partire da quei giorni ginevrini. Oggi, invece, non piove, non si respira a Ginevra e anche le storie sono più difficili da fare, perché, pure piovesse, c’è tanto altro a disposizione per ingannare le ore e aspettare che il tempo si aggiusti. Però, nel giorno in cui a Ginevra arriva la seconda tappa del Tour de France Femmes e si dice sia giornata per velociste, tirare fuori qualche storia da raccontare non è male, pensando a Mary Shelley. Tanto più che, anche se si è atrofizzata la fantasia, è rimasto il ciclismo.

La prima storia parla di Lorena Wiebes e non potrebbe essere che così. Una storia nell’aria da stamani, forse la più ovvia, forse una di quelle storie giuste per tempi in cui quando non si sa cosa fare si è persa l’abitudine di inventarne una di storia. La velocista più forte al mondo che, in maglia gialla, vince la sua seconda tappa al Tour de France di quest’anno e la vince praticamente per distacco perché, quando parte lei, le altre non possono che guardarla e fare un’altra volata, per il secondo posto. Così sembra almeno: seconda sarà Elisa Balsamo, terza Marianne Vos. Forse, sì, perché a ben guardare si scopre che, negli ultimi cinquantacinque sprint disputati, ne ha vinti cinquantaquattro e l’unico che non ha vinto le ha fatto pensare che sia necessario essere ancora più felici delle vittorie e avere ancora più voglia di vincere, tanto ci è rimasta male. Si scopre che qualcuno, anni fa, le ha detto che avrebbe dovuto fare la velocista e basta- o quasi- e lei non c’è stata perché sentiva di poter essere anche molto altro. Allora ha vinto oggi in uno sprint classico e ha vinto ieri con la strada all’insù. Ed in un tempo in cui meravigliarsi dell’elettricità sembra da ingenui, Wiebes non si è fermata alle storie che già c’erano o che avrebbero potuto esserci. Ne ha fatta un’altra.

La seconda storia parla di Romina Hinojosa e Dina Boels che hanno concluso la propria prova entro il tempo massimo per soli due minuti. Hanno inseguito il gruppo per oltre sessanta chilometri e sono arrivate assieme mano nella mano. Assieme si sono sedute per terra, si sono abbracciate, hanno respirato. Dina Boels piangeva, Romina Hinojosa no. È la prima atleta messicana a prendere parte al Tour de France Femmes e da ieri le telecamere la cercano. Ha un entusiasmo particolare, sarà quello della sua terra, dove di biciclette non ne ha viste molte, sarà quello del suo carattere. Deve aver pensato che il Tour comunque continua, che domani è un altro giorno e su quell’asfalto non sembrava nemmeno un’atleta che aveva sofferto così tanto in corsa. Romina Hinojosa che ha il dorsale 184, è una ciclista, corre per Lotto Intermarché e questo è tutto quel che c’è da dire. Oggi che le storie di fantasmi fanno meno paura o non ne fanno più del tutto, fa paura fallire, deludere, arrivare tardi, troppo tardi. Fa paura l’idea che debba capitare a te e che se capita a te sia quasi ovvio perché sei alla prima volta, perché sei inesperta, perché non hai un nome e un palmares importante alle spalle. Per cui nessuno lo nota, nessuno ne parla. Nel ciclismo, in fondo, si è talmente tanti che è più facile anche scomparire. Hinojosa e Boels hanno fatto un’altra storia. Ocèane Mahé ha fatto un’altra storia: si è staccata, ha patito, ma domani ripartirà in maglia a pois perché è arrivata al traguardo.

La terza storia parla di Riejanne Markus che, quando è scattata, non pensava di certo di andare così vicina alla vittoria. Mancavano solo quattrocento metri per farcela. Quando è arrivata all’ultimo chilometro ha visto che mancava poco e ci ha creduto così tanto da restare delusa quando, ai cinquecento metri, ha sentito il fiato del gruppo sul collo ed ha constatato che, comunque, quel poco era ancora troppo. Markus, oggi che quando piove non serve stare chiusi dietro un vetro ma si può andare ovunque, ha fatto quel che tutti sono chiamati a fare in tempi di ovvietà (leggasi per ovvietà il finale in volata e la vittoria di Wiebes). È partita. Ha sparigliato le carte. Non ha trovato la terra promessa, il traguardo, ma ha scoperto quanto non sia così impossibile, pure in periodi dal pronostico facile. Non è poco.

Sulle strade vicine a Ginevra, si vedono ragazzi vestiti da squalo cantare una canzone che resta in testa. Fa caldo, c’è il Tour e domani si va in Francia.


Solo cicliste

Charlie Chaplin ha vissuto diversi anni da queste parti. Non esattamente a Losanna, dove ha preso il via e si è conclusa la prima tappa del Tour de France Femmes, ma, per la precisione, a Corsier-sur-Vevey, circa venti chilometri di distanza. Eppure ogni ciclista in questi giorni prima della partenza della corsa a tappe francese ha notato certamente vari riferimenti a “Charlot”. Noi sappiamo- l’abbiamo letto- che da qualche parte, chissà in quale occasione, qualcuno fermò Chaplin, lo avvicinò, gli toccò il cappotto, cercò di abbracciarlo e, mentre faceva tutto questo, si affrettava a ringraziarlo di quel che aveva fatto: il comico. Chaplin non capì. Sembra che andò via da quell’incontro più che inorgoglito della propria fama, rattristato dal fatto che se bastava così poco per far felice qualcuno, quella persona doveva avere molti pensieri nella propria quotidianità. A Chaplin un comico non pareva poi granchè. Chi scrive ha un’idea diversa, ma non è questo il punto. Anzi, per il momento lasciamo Chaplin da parte e seguiamo la cronaca di una corsa che, nonostante sia solo all’inizio, si disperde in mille angoli tra cadute, accelerazioni e salite e salitelle. Del resto, si dice da giorni che Lorena Wiebes potrebbe essere la favorita numero uno in quanto il suo spunto veloce la rende praticamente imbattibile e le pendenze non sono per lei proibitive, pur se selezioneranno il gruppo. Così accade e, sulla Côte Saint-François, Wiebes è tra le migliori. Vollering ci prova ma non va, lei parte e, per distacco, vince la tappa e conquista la prima maglia gialla, dopo che al Giro aveva conquistato anche la prima maglia rosa. Poi è successo quel che è successo e non ci torniamo. C’è gente, tanta gente. E per una volta non si sentono quei discorsi sulla mancanza di pubblico “quando corrono le donne”. Non si sentono perché, finalmente, non ce n’è ragione e perché è come dovrebbe essere sempre: ciclismo e basta.

A Chaplin abbiamo pensato ascoltando i commenti del dopo corsa. A Chaplin abbiamo pensato perché “siamo solo cicliste” l’abbiamo sentito varie volte. Eppure la gente cerca la mano di Idoia Eraso che taglia il traguardo con oltre sei minuti di ritardo dopo essere stata in fuga dal mattino. Lei se ne accorge, si affianca alle transenne e quelle mani le “batte” tutte. Con lei all’attacco c’era Océane Mahé- uno fra i nomi e cognomi più pieni di fantasia del gruppo, permettetecelo- che si è presa la maglia a pois. E, pure qui, una ragazza con un nome che richiama l’oceano che conquista la maglia delle scalatrici ricorda qualcosa di letterario. C’era Maud Rijnbeek e da un certo punto in poi Amanda Spratt. C’era soprattutto Nikola Nosková che ha attaccato per la maglia a pois, non è riuscita a fare i punti necessari, e si è ritrovata miglior combattiva di giornata.

Dall’altra parte della storia, del gruppo se preferite, invece, pedalava Alison Avoine, stessa squadra di Océane, Ma Petite Entreprise, giunta al traguardo con oltre ventisei minuti di ritardo, nettamente fuori tempo massimo. E quelle persone oltre le transenne facevano un rumore assordante per accompagnarla negli ultimi metri. Lei, pochi metri davanti alla Voiture Balai che chiude la corsa già chiusa da un pezzo. Un altro modo di ringraziare. Cosa avrebbe pensato Chaplin? Ci sono differenze enormi, certamente, ma alla fine anche loro “sono solo cicliste”. L’ha pensato Elisa Longo Borghini quando un signore di Premosello, stabilitosi da tempo a Losanna, è andato a salutarla perché “partiva dalla sua città”. Lo stesso signore, dopo le Olimpiadi di Tokyo, era stato a Ornavasso per salutarla con la medaglia al collo. Alessia Vigilia, invece, ventisei anni, è partita al primo Tour de France e ieri sera guardava una foto da bambina. In realtà Vigilia è partita da lì, come chiunque qui. Da un casco indossato goffamente e da una divisa non certo aerodinamica, per alcune atlete anche di taglia troppo grande. Poi ora è qui, fa parte delle professioniste e a certe cose non ci si pensa più. Suo padre è arrivato con una maglia del fan club a lei dedicato. Quella maglia l’hanno indossata le sue compagne e lei si è guardata in giro più o meno come Chaplin quella volta, non capendo bene il perché di tutto questo.

Per strada si vedono persone che scrivono cartelli a tema “fondue o raclette”, qualcuno si è travestito da gorilla, qualcun altro ha fatto indossare al proprio cane una maglia con rappresentata Chiara Consonni durante l’esultanza all’Olimpiade. Allora, sì, Charlie Chaplin non aveva tutti i torti. Lui era davvero solo un comico. E quel “solo” non toglie nulla, anzi, specifica una qualità tra le tante, un mestiere tra i tanti. Come le atlete del gruppo sono tutte solo cicliste- alcune anche dottoresse, ingegneri e via così- ma non serve nulla di più. In certi giorni non si sa più come ringraziare di aver incontrato un comico, in altri non si sa più come ringraziare di aver incontrato una ciclista che, partita più o meno come Vigilia, ora è al Tour de France che passa nella propria città. E la si va a cercare. La si aspetta dietro le transenne o la si rincorre su uno strappo così lontano dalle grandi salite.


Aux Champs-Élysées

L’ultima istantanea del Tour de France 2026 non ha nostalgia sullo sfondo, bensì la sensazione che il presente basti – e a tratti esondi – in questo ciclismo. Poi la tentazione di guardare indietro e tirare fuori i ricordi c’è sempre quando si parla di corridori e biciclette ma non avrebbe senso. Non stasera. Proprio questa mattina in radio, frequenza disturbata da una strada di montagna, qualcuno parlava della “passerella di Parigi” ed anche questo è un modo di dire che affonda radici in quel che sempre è accaduto sugli Champs-Élysées ed in quell’ultimo giorno che era una festa a fare da cornice alla volata finale. Invece stasera, aux Champs-Élysées, c’è Mathieu van der Poel che, subito dopo aver tagliato il traguardo, cerca una transenna, vi si appoggia con i polmoni frantumati dallo sforzo, l’acido lattico chissà dove e un cuore grosso così. Jasper Philipsen lo cerca, lo scuote, lui si sgancia dalla bicicletta e resta per terra, faccia a faccia con la strada di Parigi, con il suo pavè, sotto una transenna. Mathieu van der Poel ha vinto aux Champs-Élysées, nell’ultima tappa del quinto Tour de France di Tadej Pogačar.

Quello di Remco Evenepoel felice ed incazzato, quello di Mads Pedersen senza fine e di Paul Seixas di coraggio e gioventù. Quello di Baptiste Veistroffer che ci ha provato anche oggi e che bello che sia accaduto, quello di Adam Yates che, aux Champs-Élysées, era davanti a tirare il gruppo e solo lui sa quanto ha patito in questi giorni, quello di Jonas Vingegaard che è mancato prima che a tutti gli altri proprio al suo rivale, a Tadej Pogačar, ed è tornato a casa guardando per aria e facendo una smorfia dal dolore. Quello di Xabier Azparren che, salendo a Montmartre, ha invitato tutta la gente lassù a fare rumore e sapeva che lo avrebbero ripreso. Quello di Juan Ayuso che un giorno ha patito, ha pagato, ha perso tutto, appoggiato a una transenna come van der Poel ma rotto dentro, ed il giorno dopo ha avuto il coraggio di ripartire e attaccare. Mica facile. Quello di Carapaz e Kuss, quello di Torstein Træen. Quello di Cees Bol, ultimo, ma aux Champs-Élysées. E non vuole essere un elenco, un riassunto, semmai un insieme di impressioni del presente.

Aux Champs-Élysées, grazie a Montmartre, non c’è stato un attimo di quiete, pois e bollicine. L’hanno accesa ancora loro: Tadej Pogačar, Mathieu van der Poel, Remco Evenepoel e Mads Pedersen. La prima volta. Solo Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel, l’ultima volta. Anzi, in ordine inverso, perché all’ultimo passaggio da Montmartre van der Poel ha fatto una delle sue accelerazioni e anche Pogačar ha dovuto faticare per rientrare. L’anno scorso gli era andato di traverso Wout van Aert, quest’anno van der Poel. L’anno scorso sotto la pioggia, quest’anno al sole, per citare la canzone che si intitola come questo pezzo. Crediamo volesse provare a prendersi anche Parigi e ci ha provato. Solo l’inseguimento del gruppo ai due di testa sarebbe valso il prezzo del biglietto, che non c’è, perché ci si arrampica ovunque per guardare e nessuno dice nulla visto il ciclismo ha i suoi avamposti, i più impensabili, che si tratti di ruvida periferia, di montagna verticale, di discesa scoscesa o di città elegante e infiocchettata. Mathieu van der Poel e Tadej Pogačar sul rettilineo finale e il gruppo che li bracca da vicino. C’è davvero tutto quel che si vuole aux Champs-Élysées.

Entrambi sanno che il pericolo è imminente: Pogačar lo vede, lo sente e si arrende, van der Poel lo vede, lo sente, e quasi tira su la bicicletta da terra pur di fare ancora un metro in più. La volata lo coglie in questo sforzo, mentre il suo compagno di squadra, Jasper Philipsen, fa la volata solo per poterlo indicare con un dito e la fotografia del traguardo coglierà il particolare. Bisogna essere aperti all’ignoto da queste parti, a quello che nessun romanziere, pur ispirato, potrebbe scrivere. Mathieu van der Poel lo è stato. La sua orchestra mille corde è quel pezzo di strada dopo l’arrivo, tutte quelle voci, quei rumori, quei suoni, ascoltati da terra. Tutto quel mondo frenetico visto dal basso. Quando il sole va giù così, quando il Tour de France finisce così, si ha la tentazione di lasciarsi andare ad un pizzico di rammarico e guardare vecchie foto. Ma no, non sarebbe giusto. Questo presente non ce lo consegnerà nessuno, una nuova volta. Questo presente è il nostro.


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