La manifestazione del talento

La vittoria di Remco Evenepoel alla Coppa Bernocchi è il prorompere del talento. Semplicemente il manifestarsi del talento nella sua forma più pura. Non ce n'era bisogno, forse, perché le doti di Evenepoel sono sotto gli occhi di tutti e non certo da oggi, ma la meraviglia del talento è proprio questa, che non vuole sottostare a regole, forme o dettami. Lo sport, poi, è per eccellenza il luogo in cui il talento si manifesta e in cui tutto si deve al talento.

Anche in giornate di inizio autunno, mentre la pioggia battente sembra far male, quasi picchiare la carne degli atleti nelle loro divise zuppe e i fari delle moto già alle quattro del pomeriggio bucano il buio. Chi si aspettava l'attacco di Evenepoel ieri? Chissà, forse si sarebbe anche potuto prevedere perché i fuoriclasse fanno così. Qualcosa era andato di traverso a Evenepoel negli ultimi tempi: prima la beffa subita da Colbrelli all'Europeo, poi il Campionato del Mondo e tutte le discussioni, lui a fare il lavoro duro e il Belgio che non concretizza. Si è parlato molto di lui, oggi se ne parla per ciò che più ci piace.

Evenepoel che ha portato via la fuga quando i chilometri al traguardo non si contavano. Una fuga che parla di talento: basti citare Alessandro Covi, altro secondo posto amaro con vista sul futuro, Fausto Masnada, Samuele Battistella, Antonio Puppio e Thibaut Pinot, che probabilmente in fuga c'è andato appunto per il proprio talento, per rendergli giustizia.
Evenepoel che se ne va da solo ai meno trentacinque dall'arrivo. Pedala che è un piacere, una mostra di compostezza, efficacia, potenza. Qualcuno ha parlato di vera e propria esibizione e noi condividiamo la definizione perché esibizione è ciò che attira gli occhi e l'attenzione. Così Remco Evenepoel mentre doppia il gruppo e continua a guadagnare in solitaria, mentre i cinque dietro sembrano lottare a vuoto. Eppure vanno che è un piacere anche loro.

Fa così il talento quando si stufa di tante chiacchiere o semplicemente quando vuole riprendersi qualcosa che gli manca. Parte, scatta, scalpita. La rabbia, quella agonistica, lo galvanizza. Può imbizzarrirsi, e Legnano che è città di Palio ben sa cosa intendiamo, e poi ritrovare piacere, goduria. Epico il suo arrivo. Certo siamo alla Coppa Bernocchi, non al Mondiale, non al Fiandre o all'Europeo ma se questi sono gli effetti dell'orgoglio ferito o di qualche sconfitta lasciateceli ammirare. Come il lampo, il tuono e la saetta.
Certo è la Coppa Bernocchi, certo è il Piccolo Stelvio, certo è che la Coppa Bernocchi torna a un atleta belga, l’ultima volta nel 1958. Certo è un antipasto, un'anteprima. Qualcosa che accenna al gusto, che stimola le papille gustative e fa intuire altro. Una prova, tornando all'esibizione. Ma sabato c'è "Il Lombardia", la corsa che l'ha disarcionato e per qualche istante ci ha lasciato senza fiato, e l'altrove che immaginiamo potrebbe proprio essere sulle strade che vanno da Como a Bergamo.


La lezione di Roubaix

Elizabeth Deignan è partita da sola quando mancavano ancora diciassette settori in pavè. E ci viene da dire che, forse, inizio più bello di questo non poteva esserci per la Parigi-Roubaix femminile, alla sua prima edizione oggi, dopo 125 anni da quel 1896 che vide la prima edizione della Roubaix maschile.
È partita da sola mentre la pioggia rendeva fango la terra incastrata fra il ciottolato irregolare e l'hanno rivista dopo il traguardo. Dietro il lavoro magistrale di Elisa Longo Borghini, che è caduta, ha sbattuto una spalla, ha sporcato la maglia tricolore di quel fango, poi è ripartita, all'inseguimento di Marianne Vos ed è entrata per terza in quel velodromo, schiacciato contro il cielo plumbeo, dietro alla compagna di squadra e all'olandese.

Lizzie Deignan che solo qualche settimana fa aveva risposto in maniera decisa a Patrick Lefevere che ironizzava sulla possibilità di investire nel ciclismo femminile. Per dire che il ciclismo femminile non ha bisogno di chi non crede alle sue possibilità, di chi lo tratta come una seconda scelta o di chi vuole elemosinargli qualcosa. Non ne hanno bisogno queste atlete che oggi all'ingresso a Roubaix erano stremate, sporche, infreddolite per tutta quell'acqua presa, ma, guardando il pubblico, si sentivano orgogliose. Quelle atlete che ieri sono passate dalle docce di Roubaix e che adesso ci torneranno, per sciacquare via la terra, per ripulire ogni lineamento dalla ghiaia e anche dal sangue che si dura a cadere fra quelle pietre. Quelle che hanno fatto vedere che la Roubaix non era una corsa troppo dura per una donna. Era dura, certo. Come lo è per gli uomini, come per qualunque essere umano. Lo sa Elisa Balsamo che è caduta eppure all'ingresso nel velodromo sorrideva e salutava: perché la maglia iridata l'ha portata lei in quel velodromo.

Elizabeth Deignan che è madre e da quando lo è diventata è più felice. Così felice da riuscire a rendere facili molte cose difficili. Certe cose, invece, non si possono semplificare e si affrontano come sono, da uomo, da donna, da bambino o da ragazzo. Si affrontano come capita nella vita e non c'è chi può riuscirci e chi no. Dice che per essere una madre migliore, forse, non dovrebbe più correre perché non bastano le ore di una giornata per essere una buona madre. Dice che da quando è diventata madre il ciclismo è contato sempre meno, eppure in giornate come queste la sua lezione è più che mai importante per il ciclismo.

Perché l'ingresso nel velodromo di Roubaix di Deignan, che ha vinto e tornerà a casa con quel trofeo di pietra che narra tutta la concretezza e la crudeltà di una gara così, è la migliore risposta a tante cose che si sentono e non solo nel ciclismo. Come l'ingresso di tutte le altre atlete che hanno fatto di tutto per arrivarci. A tutti coloro che dicono che il ciclismo femminile non è spettacolare basterebbe riguardare la sua azione. Alla continua tentazione di paragonarlo al maschile, come se per avere dignità dovesse assomigliargli, come se per meritarsi spazio e opportunità dovesse rincorrerlo. Come se non gli bastasse essere ciò che è.

E ancora per tutti coloro che chiedono alle donne di scegliere tra una carriera e una famiglia come se non potessero gestire entrambe le cose e farlo bene. Come se non potessero scegliere autonomamente se avere una famiglia, un figlio o un certo lavoro. Elizabeth Deignan lo ha raccontato anche per dare un segnale. Ma non solo perché questa giornata fa a pugni, come molte altre giornate di sport, con tutti quei pregiudizi, quegli assiomi senza alcun significato: la fatica come qualcosa riservato agli uomini, su tutti.
Basta guardare e poi tornare a riflettere. Quello di oggi è un passo importante, qualcosa di cui essere orgogliosi come è Roubaix. Ma alle donne non può bastare questo orgoglio, che è gran cosa ma deve essere solo l'inizio. Non può bastare se poi i premi di gara sono mostruosamente squilibrati, se gli stipendi non si equiparano, se molte ragazze che vorrebbero correre in bicicletta per lavoro non possono farlo pur avendo il talento, pur meritandoselo. Non può bastare l'orgoglio, serve la presa di coscienza, serve la volontà.
Giornate come queste, podi come questi, storie come queste possono essere la spinta giusta per essere così felici da rendere facili cose che fino ad oggi sembrano difficili. Oppure da affrontarle in tutta la loro difficoltà, perché così fanno gli esseri umani. Da rendere ovvie cose che dovrebbero esserlo da sempre. Da rendere più giusta la fatica e anche l'orgoglio.


Genuino come Biniyam Ghirmay

Il padre di Biniyam Ghirmay non ha avuto dubbi su cosa dire al figlio, quando gli ha telefonato giovedì sera, prima della prova in linea Under23 al Campionato del Mondo di Leuven. «Ricorda di quando eri bambino», così ha iniziato a parlare il signor Ghirmay. Biniyam ha subito pensato ad Asmara, la sua città natale in Eritrea, quella in cui ogni domenica c'è una gara, quella in cui i bambini si sfidano a chi arriva prima a un punto prefissato. Come in tutte le città del mondo, in fondo, ma ognuno ricorda la propria.

E chiunque lo abbia visto venerdì pomeriggio, partire da una posizione arretrata in gruppo e recuperare uno a uno tutti coloro che si alzavano sui pedali davanti a lui, ha pensato alla leggerezza della bicicletta in uno di quei pomeriggi. Tutti ripresi e sorpassati, tranne Filippo Baroncini. Qualcuno dice che Ghirmay ha ancora il vizio di correre in fondo al gruppo e per questo talvolta perde l'attimo giusto, altrimenti chissà, forse poteva essere lì a giocarsela con l'azzurro. I suoi genitori gli hanno detto anche questo la sera prima: «Noi sappiamo che tu puoi conquistare una medaglia».

Argento. Primo ciclista eritreo a conquistare una medaglia ai Campionati del Mondo. Da non crederci, lo testimonia la testa di Ghirmay, scossa dopo il traguardo. Qualcuno ha pensato fosse un segno di risentimento per aver mancato il primo posto, lui ha spiegato che in realtà era un segno di felicità per il secondo posto conquistato. Un altro modo di leggere ciò che accade, forse un modo di mettere ogni cosa al proprio posto restituendole la giusta importanza. Come quando gli hanno chiesto se Peter Sagan fosse il suo eroe. «Non si può parlare di eroe, certamente però mi piace come ciclista e vorrei assomigliargli». Gli eroi sono altri e Biniyam lo sa.

Di sicuro, al ventunenne eritreo lo spunto veloce non manca e se la cava egregiamente anche su percorsi vallonati. Chiedete a Evenepoel che ha qualcosa da raccontare in proposito. Ghirmay ha affinato tattica e tecnica del suo correre in bicicletta al suo arrivo in Europa nel 2018. Come per molti ragazzi che condividono con lui le origini, per Ghirmay l'Africa non è solo una terra ma è senso di appartenenza.

«Sono felice per l'Eritrea e per l'Africa». Anche i suoi compagni sono felici per lui e quella soddisfazione è la soddisfazione di un popolo che continua ad aver fame di rivincita, di voglia di dimostrare, ma anche di musica, ballo e voci che si levano nelle piazze. È accaduto qualche sera fa a Leuven, con Biniyam, lì, sulle loro spalle. Ma Ghirmay non si è fermato qui. Ha detto un’altra cosa alle giovani ragazze e ai giovani ragazzi eritrei che vanno in bici: «La prossima medaglia sarà d’oro». Proprio nei giorni in cui è stato ufficializzato il mondiale in Rwanda nel 2025, perché l'Africa è sempre più una realtà. Dopo Kudus, Berhane, Gebreigzabhier, Teklehaimanot e Dlamini, dopo le prime gare e il Tour del Rwanda con tutte le persone riversate in strada, sempre come fosse la prima volta.

James Walsh, regista di “The King of the mountains”, che proprio su Daniel Teklehaimanot e sul ciclismo eritreo ha girato un film, ha raccontato a Cyclingtips: «Tutti noi giudichiamo un Paese in cui non siamo mai stati, per me questo documentario è stato un modo per andare in questo posto, provare a raccontarlo attraverso il ciclismo e lasciare che il mondo lo vedesse e scoprisse questa passione, questo talento genuino. Spero che sia solo un punto di partenza per le persone per saperne di più». Perché in Africa non si aspetta una medaglia per festeggiare, ma la festa è parte della libertà di ogni giorno, parte del poter andare ovunque in sella a una bicicletta.


Grazie, Elisa!

Un capolavoro. È un capolavoro quello realizzato dalle azzurre a Leuven, al Campionato del Mondo delle Fiandre. Certe volte nello sport si esagera, oggi no, oggi si può dirlo forte e chiaro. L'Italia non ha sbagliato un colpo e la spietata meritocrazia dello sport, in questo sabato di inizio autunno, ha omaggiato il talento genuino di Elisa Balsamo, una ragazza di soli ventitrè anni, di Cuneo. Una ragazza che crede nel potere delle storie, che ha scelto una penna per sconfiggere la timidezza e una bicicletta per raccontare che è possibile. Anche per i più timidi, anche per chi, caratterialmente, stenta a crederci e si sente sempre un gradino inferiore, è possibile.

Una corsa allo sfinimento. Il concetto di marcatura a uomo non è un concetto ciclistico, ma questa è stata la tattica delle ragazze di Dino Salvoldi. A controllare le olandesi e ripartire, perché oggi le favorite erano loro. Era Marianne Vos, un cannibale delle due ruote, che sembrava quasi non fare fatica. E non è facile continuare a rispondere quando le tue avversarie non mostrano un minimo segno di cedimento. Non ce n'è.

Non ce n'è perché, ad ogni attacco, le ragazze azzurre erano lì. Quanto ha fatto Maria Giulia Confalonieri? Fino all'ultimo sulle ruote di Vollering, Blaak, Brand. A voltarsi e a controllare che dietro stessero rientrando, perché non c'è spazio per follie personali, si lavora per Elisa Balsamo. Quanto hanno fatto Elena Cecchini, Vittoria Guazzini e Marta Cavalli? In testa, a chiudere il gruppo, prima all'inizio e poi alla fine.

Marta Bastianelli sa cosa vuol dire vincere un mondiale in giovane età e stasera dirà tante cose a Elisa Balsamo. Tante gliene ha dette in questi giorni. Lei che è in questo gruppo con l'orgoglio di essere la maggiore di età e per questo la più ricca di consigli. Lei che dopo le sfuriate olandesi ha fatto un solo cenno alle compagne: «Avanti, andiamo avanti a tirare».
Quanto bene ha fatto a questo gruppo Elisa Longo Borghini? La sua tenacia, la sua forza, la sua umiltà. Il suo essere ovunque, quasi incollata alla ruota di Annemiek van Vleuten, come a dirle «oggi non scappi, oggi non molliamo un metro». Si meritava questo mondiale Elisa, meritava che a vincerlo fosse l'Italia per il suo rispetto dei ruoli, per quel «faccio quello che mi chiedono e fino all'ultimo non mi tiro indietro».

E poi Elisa Balsamo, la Campionessa del Mondo. Fa quasi effetto scriverlo, dirlo, pensarlo, immaginarlo. Ragazza semplice, che studia Lettere e legge fumetti. Ragazza determinata, fragile come il suo pianto al traguardo, e forte come la capacità di rialzarsi dopo quella brutta caduta alle Olimpiadi, staccare qualche giorno, ripartire ed essere qui, sul gradino più alto del podio. Lucida come chi, a pochi metri dall'arrivo, fa cenno di no a Elisa Longo Borghini: «Non è ancora il momento di spostarsi. Aspetta». Così anche Marianne Vos ha dovuto arrendersi.
Non aveva più parole Elisa, dopo il traguardo. Piangeva con singhiozzi profondi, quelli che si ritrovano nei pianti più veri, quelli dei bambini. Piangeva, sospirava e non parlava. Però, le sue compagne, le ha ringraziate tutte. Si voltava, cercandole con gli occhi pieni di lacrime, e le ringraziava. Noi ne siamo certi, in giornate come queste non serve poi molto per raccontare una storia. Basta poco. Anche solo un grazie


UCI e Gravel, ne parliamo con Enough

L'annuncio UCI, riguardante la creazione di una nuova serie gravel e di un campionato mondiale apposito, ha aperto un interessante dibattito nell'ambiente. Abbiamo scambiato qualche impressione con Federico Damiani, una delle anime del team Enough, che in Italia è velocemente diventato un riferimento nel settore: «Sono tematiche complesse in cui la lucidità di analisi è fondamentale. Prima di farsi un'idea specifica di ciò che potrebbe accadere, bisognerebbe conoscere in maniera accurata quello che l'UCI vorrà fare e a oggi questo non lo sa nessuno. La speranza è che venga salvaguardato il clima di condivisione e festa che, soprattutto qui in Europa, è alla base del mondo gravel. Nessuno, anche ai vertici, però ha detto che questo non avverrà». Damiani pone l'accento su un tema importante: si parla spesso di spirito e disciplina gravel, ma il termine gravel racchiude un insieme di cose talmente diverse da non potersi semplificare così. «È una disciplina così vasta da non essere una disciplina: credo che se questo avverrà, sarà sul modello americano, gare più veloci su fondo sterrato. In Europa, invece, abbiamo gare più lunghe e basate anche molto sulla fruizione del paesaggio, che si avvicinano di più al mondo ultracycling. Basta fare un confronto fra Unbound Gravel e Badlands».

Le gare lunghe, specifica Damiani, sono, in fondo, un modo diverso di viaggiare: «Di solito nel viaggio scegli tu dove andare, come e quando, riservandoti anche di rimandare. In queste gare invece è il mondo a “capitarti” addosso e tu lo vivi in quel momento».

Un indizio che propende per il modello americano è il fatto che, a quanto pare, sarà prevista una vera e propria Gravel Fondo Series per le qualificazioni agli eventi più importanti. «Qui i punti sono due. Il primo è capire in che relazione saranno questi eventi con il calendario gravel che conosciamo. Di certo, se i nomi maggiormente rappresentativi non dovessero partecipare a queste gare, il potenziale Campione del Mondo in carica sarà parzialmente delegittimato. Il secondo, invece, concerne il fatto che chi partecipa a questi eventi anche per il paesaggio e i luoghi che vede, e sono moltissimi, farà più fatica a dedicare un intero fine settimana a una gara che in realtà da questo punto di vista non offre nulla». A questo proposito gli fa eco Mattia De Marchi, recente vincitore di Badlands: «Dovremo essere noi bravi a raccontare alle persone che, qualunque sia la decisione presa, nella visione della bicicletta e del ciclismo non cambierà nulla: già adesso ci sono persone che hanno una maggiore propensione agonistica e altre che invece vogliono solo godersi il momento».

Già, perché tanto De Marchi quanto Damiani sono concordi sul dire che nessuna scelta UCI potrà mai cambiare ciò che il gravel significa per ciascuno. «Crediamo sia sbagliato togliere l'aspetto di festa e scambio dalle gare gravel, però non bisogna nemmeno demonizzare la parte di agonismo che c'è. Quella c'è in tutte le circostanze della vita, non si può fingere di non vederla». Mattia De Marchi continua: «Mantenere le relazioni è molto semplice: basterebbe dormire tutti nello stesso villaggio e preservare i momenti di convivialità. Evitare che ad un certo punto ci sia un fuggi fuggi ognuno nella propria camera di albergo perché “si deve gareggiare”. Se lo si farà, questa scelta potrà anche avere buoni effetti». Il vincitore di Badlands si riferisce alla possibilità che più professionisti si avvicinino a questo mondo, soprattutto coloro che soffrono l'eccessiva competitività, le rinunce e le pressioni. «Saranno pochi, magari, ma di certo qualcuno ci sarà e questo sarà il modo per raccontare un ciclismo diverso, per far capire che può esserci». Del resto, come Federico Damiani spiega bene: «Il mondo gravel non è più un mondo di nicchia e ovviamente crescendo ha iniziato a suscitare interessi commerciali. Peter Stetina ha detto che si sarebbe dovuti per forza arrivare a questo punto. Non so se “per forza”, ma che ci si sarebbe arrivati era prevedibile».

Di fronte a ciò che accade, allora, la domanda migliore che ci si possa fare è come leggerlo per trasformarlo in una opportunità. «Se si avvicinassero sempre più media? Se anche la televisione provasse a raccontare una gara in Kenya, ad esempio? Forse non in diretta, ma in leggera differita. Un sacco di persone seguono i nostri tracciati sulle mappe interattive - continua De Marchi - proviamo a pensare a cosa potrebbe voler dire seguire le immagini televisive. Non tanto per la cronaca, per raccontare il prima e il dopo. Per raccontare gli ultimi ancora più dei primi: è in loro che le persone si immedesimano».

Il mondo cambia e Federico Damiani fa notare che ciò che avviene ora nel gravel è già avvenuto nella mountain bike senza tutte queste discussioni: «Non mi risulta che ci siano persone che si domandano se sia corretto oppure no disputare una gara di cross country. Il punto è sempre il come. Penso alle regole: è del tutto ovvio che delle regole servano, ovunque non solo nel gravel. Ad oggi si rispettano anche tante regole non scritte, per esempio in alcuni eventi, fermarsi tutti assieme ai ristori e poi ripartire. Se ci saranno tante regole scritte, dubito che qualcuno rispetterà quelle non scritte. Anche perché il livello cresce sempre».
Detto che in ogni scelta è lecito seguire anche una logica commerciale, l'importante è che non ci si limiti esclusivamente a quella. «Si può parlare con i brand, ma è necessario parlare anche con gli atleti o gli organizzatori degli eventi e questo, purtroppo, al momento non è stato fatto. Speriamo che l’UCI lo faccia presto» si augurano Federico e Mattia.

Il giudizio è, quindi, sospeso almeno fino a quando non ne sapremo di più.


Il colombre e l'iride

Chissà che aspetto avrebbe oggi il Colombre di Dino Buzzati. Chissà se proprio oggi Stefano Roi sceglierebbe di andargli incontro, magari proprio verso il Mare del Nord. Il Colombre, questo essere marino tra colori e ombre, è, poi, il futuro e dal futuro non puoi scappare.
Ellen Van Dijk, su quella sedia, in attesa della conclusione delle avversarie, dopo un tempo talmente assurdo da costringerla a tenersi i muscoli con le mani dopo l'arrivo, fasci tremanti esauriti dalla posizione innaturale della cronometro, ha visto il Colombre in faccia. "Sedersi qui è terribile, non puoi fare niente. Devi solo aspettare ma sai che il momento del verdetto arriverà". Dopo l'Europeo, in linea, il Mondiale, a cronometro, per lei che col futuro è da sempre schietta. "Non potrei mai mettermi solo al servizio di un'altra atleta perché vincere mi piace. Ma non riuscirei nemmeno a essere sempre la solista, perché il gioco di squadra mi affascina".
Marlen Reusser, medaglia d'argento, ha sempre creduto in se stessa e quando le chiedono se ha mai immaginato di ottenere i risultati di questi tempi, lascia da parte la falsa modestia: forse non li immaginava così, ma di certo ci sperava, altrimenti non si sarebbe nemmeno messa in sella. Dritta, lineare, perfetta in sella quasi a prendersi gioco del vento che si insinua tra le strade e ti deride. Nel suo futuro ha timore di diventare una di quelle atlete che vince tanto, ma sa solo vincere, che non si gode nulla e di conseguenza è sempre altrove, col pensiero e l'ambizione.
Amber Neben quel libro di Buzzati sembra averlo letto, come un avvertimento. Ben quarantasei anni, la statunitense ha corso la cronometro dopo che poche settimane fa, a causa di uno scontro con un’auto in allenamento, si è fratturata il bacino. Il suo futuro, in bicicletta almeno, è arrivato e quando arriva il futuro lasci da parte tanti dubbi, tante insicurezze, perché, forse solo lì, capisci che il problema non è il Colombre ma il tuo sfuggirgli, quello che ti porta a non vivere. Aveva voglia di una grande prova Neben, di dare tutto. Lo ha fatto e non è passata inosservata.
Dall'altra parte del tempo, ci sono Elena Pirrone e Vittoria Guazzini che a Bruges sono andate per provare, per continuare a crescere e, magari, per avere buone sensazioni. Non erano le favorite per la vittoria, ma non abbiamo fretta. Elena ha raccontato più volte che è stato il ciclismo a renderla la donna sicura che è oggi. Vittoria, che stamattina era stranamente silenziosa, andava a vedere le gare mentre Van Dijk già vinceva. C'è tempo. C'è futuro e il futuro, si sa, arriva sempre. Loro, con la presenza, hanno provato ad andargli incontro e il Colombre, sullo sfondo del Mare del Nord, ha lasciato spazio all'orizzonte.


Il viaggio di Luis Ángel

Luis Ángel Maté ci scrive intorno a mezzogiorno: «Sono a casa con il bambino e sta dormendo. Vi scrivo più tardi, così non lo svegliamo». Passano pochi minuti e a squillare è il nostro telefono.
Luis sa bene che vogliamo parlare de “La Vuelta de la Vuelta" ovvero del suo ritorno in Andalusia in bicicletta da Santiago de Compostela, luogo di conclusione della Vuelta e meta di pellegrinaggio per molte famiglie. Ci sono voluti sei giorni e poco più di mille chilometri. Nel frattempo, Luis è tornato a respirare.
«Eravamo alla Parigi-Nizza, dopo una tappa stressante, al traguardo c'era la solita folle corsa alle borracce, ai massaggiatori e ai pullman. Le nostre corse non finiscono al traguardo, bisogna saperlo. Sfrecciai accanto a Michele Scarponi e lui mi richiamò: “Luis, fermati”. Michele mi fissò e prese un forte respiro invitandomi a fare lo stesso. Scoppiammo a ridere, però, come spesso accadeva con lui, dietro la battuta c'era una profonda serietà. Mi invitò a prendermi il tempo di respirare, almeno all'arrivo. Non siamo abituati a farlo». Da quel giorno, Luis ci ha pensato spesso e, soprattutto, ci ha pensato quando ha immaginato questo ritorno in bicicletta da Santiago de Compostela.
«Se guardassi solo al mio lavoro, non riconoscerei più la bicicletta, non saprei più perché l'ho scelta e perché, ancora oggi, quando qualcuno mi dice che la bicicletta è il mio lavoro rispondo che è molto di più». Per un professionista il ciclismo diventa stress, watt da sviluppare, allenamenti, grammi da perdere, pasti contati e ansia di controllare sulla bilancia che il peso non sia aumentato. Luis Ángel non può adeguarsi a questa idea, per questo ha progettato questo viaggio. «Voglio raccontare alle persone una storia diversa. Voglio dire che la bicicletta è il primo mezzo di emancipazione di un bambino, che in bicicletta hai il diritto di avere tempo per guardarti attorno e vedere ciò che ti circonda, che è un modo di vivere, incontrare persone e comunicare. Tutte le informazioni e l'attenzione alla performance di cui il ciclismo si è circondato hanno aiutato a formare altri campioni, ma siamo certi che non ci si perda più di quanto si guadagni? Noi non ci rendiamo nemmeno conto di dove siamo».
Maté ne è certo. Ha attraversato tutta la Spagna e sa descriverne i minimi dettagli: dal verde e dall'umidità della Galizia e del nord del Portogallo, al clima mediterraneo del sud della Spagna. Il percorso, Luis l'ha studiato nei dettagli, prima di partire: «Normalmente quando viaggiamo scegliamo il percorso più comodo o più veloce per andare da un punto all'altro. In questo modo mi sono allontanato dalle strade conosciute e ho percorso stradine nascoste, spesso deserte perché nemmeno la gente del posto, presa dalla quotidianità, sa che esistono. Ci sono monumenti e viste rare».
E poi la possibilità di fermarsi a un bar e raccontare al barista da dove si viene e dove si sta andando. Di pranzare e cenare senza fretta o di visitare un piccolo negozio locale. Di vedere ragazzi e ragazze che in Portogallo cercano strade nuove da percorrere. Qualche volta di chiacchierare con un contadino. «Ho capito che è proprio vero: tutto quello che ho, me lo ha dato la bicicletta. Non il ciclismo, non il mio lavoro, la bicicletta pura e semplice attraverso cui sto imparando a conoscere il mondo e anche me stesso».
Luis ha viaggiato con Antonio Ortiz, ex professionista di Mountain Bike e suo amico da tempo. «Quando fatichi senti la necessità di avere vicino qualcuno che ti conosca e ti capisca. Qualcuno con cui parlare di tutto o di niente alla sera». Magari insieme a qualcuno che hai appena conosciuto perché la bicicletta è anche un mezzo di socializzazione. «Non importa che tu parta da solo o con amici. Lungo la strada conoscerai persone e storie». E, ci viene da dire, la vera ricchezza sta tutta qui.


La lezione di Mattia De Marchi a Badlands

Pochi giorni dopo Badlands, a Rimini, un ragazzo ha avvicinato Mattia De Marchi solo per dirgli che gli sarebbe piaciuto essere come lui. «Gli ho risposto che poteva farlo: avrebbe dovuto solo allenare la mente più che il fisico ma poteva fare tutto ciò che avevo fatto io. Molte persone si fanno intimorire dall'idea di non essere all'altezza; sono sciocchezze. Un viaggio come questo lo consiglierei a chiunque. Non come ciclista, come uomo». De Marchi è certo che la sua vittoria in terra di Spagna, i 750 chilometri percorsi in 43 ore e 30 minuti siano solo una parte del racconto che Badlands merita. «Per esempio, vorrei raccontare che mi mangio ancora le mani per i tratti percorsi di notte, perché avrei voluto vedere quei paesaggi e giuro che ci tornerò. Non solo: potrei dire del rammarico che ho per essermi perso anche la paura del vuoto, le vertigini che ho da sempre, in un sottile tratto di deserto a precipizio nel nulla. Sono andato così veloce perché non me ne sono reso conto, altrimenti probabilmente mi sarei attaccato alla roccia per diversi minuti. È il prezzo da pagare per aver vinto».
Ora che è trascorso qualche giorno dal suo arrivo a Granada si rende conto di quanto Badlands sia stata la gara che non immaginava. Una gara assurda che a pochi chilometri dal centro ti porta in un deserto, poi in una palude e ancora in un deserto, fino al mare e di nuovo alla città. Una gara che ti fa scoprire la Spagna nascosta, quella silenziosa, dai contorni mai visti. «Immaginavo Girona o Barcellona e ad ogni curva mi chiedevo: e adesso dove finiremo? Discese tecniche, sterrati, salite ripide e chilometri nel nulla». Dopo tante gare, la gara in cui ha sconfitto una delle sue fobie: pedalare da solo la prima notte di una corsa. «Non so perché, l'idea mi ha sempre terrorizzato. Al tramonto ero a ruota di Sebastian, un ragazzo tedesco. Ero tranquillo, quando lui ha iniziato a staccarsi. Pur di non restare solo, l'ho anche aspettato: non arrivava. Non è stato facile ma ci sono riuscito. Ho superato una paura che altrimenti non avrei mai superato».
Il segreto, in fondo, non è così complesso. Mattia De Marchi lo dice a tutti, ciclisti e non: nei momenti difficili bisogna ricordarsi sempre che succederà qualcosa che cambierà la situazione. A lui è accaduto l'ultima notte. «Avrei dovuto arrivare intorno all'una, in realtà sono arrivato dopo le cinque. A un certo punto non volevo più pedalare, ero talmente stanco da non sentirmela più. Ha cambiato tutto un messaggio di Federico Damiani, compagno in Enough Cycling. Sono bastate poche parole rivolte al gruppo di Enough: “Guardate cosa sta facendo Mattia! Ci vorrà tempo prima di capire la grandezza di quello che ha realizzato”. È tornato il coraggio, è tornata la forza per pedalare».
Quella forza che è anche piacere. Mattia ne parlava pochi giorni fa con Alessandro De Marchi, suo cugino. «Alessandro ha ancora tanta fame, perché nessuno gli ha mai regalato nulla. Forse anche per questo ha capito che bisogna imparare a godersi la bicicletta senza aver sempre e solo la testa sulle tabelle. Altrimenti ti stanchi, ti stufi e smetti. I professionisti devono capire che liberare la testa fa bene come allenare il fisico». Anche a Mattia De Marchi capita di non aver voglia di allenarsi, allora prende la bicicletta da gravel e va sugli sterrati, nei boschi: basta staccare per qualche ora dalle strade d'asfalto, dalle auto e ci si rigenera. In autunno ha programmato un viaggio di due giorni proprio con Alessandro. «Ho provato anche a portare dei giovani ciclisti con me. Tornano a vedere il mondo e si stupiscono, così faccio notare che quelle cose ci sono sempre state, erano loro a non avere occhi per guardarle».
Anche per questo Mattia si sente fortunato, lui che ha sempre voluto essere un esempio e ci è riuscito. «Nelle fasi finali di Badlands ero rimasto senza cibo, aspettavo di arrivare in un paese per recuperare qualcosa. Ad un certo punto, in fondo a una strada bianca, noto un furgone rosso e una famiglia che mi chiama. Mi avevano preparato un panino e dell'acqua fresca. Avrò perso qualche minuto ma ho voluto fermarmi con loro. Capisci? In Spagna, qualcuno teneva così tanto a incontrarmi che è venuto a cercarmi in gara. È stupendo». Sì, perché come dice Mattia De Marchi, alla fine, tutto torna.


La responsabilità di Anna

Non era facile fare quello che ha fatto Anna van der Breggen. I più diranno che i campioni sono capaci di questo: certo, ma resta difficile. Rinunciare ai Campionati Europei di Trento e alla prova a cronometro mondiale perché non al top della forma, all'ultima stagione da professionista, è un gesto che richiede una responsabilità che, talvolta, sotto la pressione di chi sei e di chi tutti si aspettano tu sia, rischia di sfuggire. Se poi fai parte di quella macchina da guerra che è la nazionale olandese ancora di più.

«Correre una cronometro è qualcosa che puoi fare solo se sei al 100% concentrata sull’obiettivo e con una grande motivazione. Una motivazione che io non ho più perché mi sento già molto soddisfatta per le cronometro che ho corso nella mia carriera e mi sono posta degli obiettivi diversi per questi Mondiali: per la mia ultima volta voglio essere io ad aiutare le ragazze che in questi anni hanno sempre corso per me, per aiutarmi a raggiungere i miei traguardi» van der Breggen lo ha spiegato sui suoi canali social proprio negli scorsi giorni.
Van der Breggen, lo aveva raccontato in un’intervista a Velonews qualche mese fa, già da tempo meditava sulla possibilità di ritirarsi dalle corse per allargare la famiglia: «È stato molto confortante vedere l’esempio di atlete come Marta Bastianelli e Lizzie Deignan, che sono tornate a correre dopo aver avuto un figlio. Per gli uomini questo tipo di problema non si pone: possono tranquillamente portare avanti la loro carriera da professionisti e avere dei figli. Per noi donne si tratta di una questione molto importante, qualcosa che ti cambia la vita. Certo si può sempre pensare di tornare a correre, dopo aver avuto un bambino, ma occorre avere una grande motivazione per farlo. In questo momento per me il desiderio di maternità, soprattutto considerando che mio marito è di nove anni più vecchio di me, è il fattore determinante per cui ho deciso di ritirarmi dal ciclismo professionistico».

Il suo obiettivo, appena scesa di sella, sarà quello di aiutare a crescere una nuova generazione di cicliste, infatti Anna vorrebbe salire in ammiraglia come direttore sportivo nel Team SD Worx, la squadra con cui corre ormai da cinque anni. Anche se in realtà la van der Breggen pare già ragionare da direttore sportivo in corsa, basterebbe vedere il lavoro che ha fatto quest'anno alla Liegi-Bastogne-Liegi per Demi Vollering che poi ha vinto quella Liegi. Nessuno spazio per il protagonismo anche in quell'ultima volta.

Apparentemente timida, indecifrabile, non ha mai temuto di sbilanciarsi parlando di ciclismo. Tempo fa ha placato gli entusiasmi per Cherie Pridham, prima direttore sportivo donna nel WorldTour maschile. Non perché non apprezzi Pridham ma perché ritiene che uomini e donne abbiano competenze e capacità diverse e sia un errore esaltare qualcuno solo sulla base del sesso. Così Pridham non è speciale perché donna, lo è perché competente e perché smentisce quella voce, tipicamente maschilista, secondo cui le donne non capirebbero di ciclismo o di sport. Ed è proprio perché le donne di sport capiscono che auspicano un continuo mescolarsi di competenze e di persone, uomini o donne che siano, nel ciclismo, per vederlo crescere forte.

Foto: Bettini


Per tornare in sella

Per Tom Dumoulin non ci voleva, ma la strada non guarda in faccia a nessuno. Qualche giorno fa, un incidente mentre era in allenamento sulle Ardenne ha messo a repentaglio il proseguimento della stagione che per la farfalla di Maastricht sembra davvero terminata qui.

Siamo certi che la frattura al polso, che pure è la causa dell'infrangersi degli obiettivi di fine stagione, dopo che un automobilista l’ha investito, sia, in fondo, il minore dei problemi per Dumoulin che sin da subito si è mostrato molto deluso. «Ero appena tornato, non ci voleva» ha detto e qui dentro c'è già tutto ciò che non serve dire ma che è necessario capire, soprattutto in un mondo come quello sportivo che richiede freneticamente risultati. Il dolore vero è essere nuovamente fermi, bloccati.

A gennaio, Tom Dumoulin aveva scelto di fermarsi a tempo indeterminato «per scrollarsi una zavorra dalle spalle, per capire cosa effettivamente volesse, per scoprire chi fosse davvero l’uomo Dumoulin» spogliato della maschera di campione e di ciclista esemplare. Era tornato con i suoi tempi, in punta di piedi. Era tornato soprattutto a osservare il ciclismo da bordo strada come un tifoso qualunque prima di tornare a far girare i pedali, quasi gli servisse avere una visione d'insieme del proprio sport, quella che si perde quando si è a tutta, concentrati sulla linea d'arrivo. Gli era servito, se è vero che, al rientro, al Tour de Suisse, a giugno, aveva ben figurato e, poco dopo, aveva vinto il titolo nazionale a cronometro.

Mesi in cui tutto era sospeso, perché non basta tornare, bisogna esserne convinti e quando c'è di mezzo la passione, quella che porta un ciclista a scegliere il proprio mestiere, si può sbagliare, si può tornare per paura, non per volontà. Poi il progetto Tokyo 2020 e quell'argento che vale oro. Abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo quando l'abbiamo sentito dire: «Ho avuto seri dubbi, ma ora so che voglio continuare: penso ancora che il ciclismo sia uno sport molto bello». Perché il ciclismo ha bisogno di persone come Dumoulin.

Veniva dal Tour del Benelux in cui era tornato a mettersi in mostra in buone condizioni di forma. Questa caduta non gli permetterà di partecipare alle gare di fine stagione e al Mondiale, gare in cui sperava, ma siamo certi che lo restituirà al suo mondo ancora più forte. Perché a cadere, sia realmente che metaforicamente, si impara col tempo. Come a medicarsi le ferite e ripartire. Tom Dumoulin ha imparato e oggi è certo di una cosa: tutte le cadute gli hanno solo insegnato come rialzarsi. Per tornare in piedi, anzi in sella.
Foto: Bettini