Le azzurre a Grenchen: al via gli europei su pista

Ci siamo! Oggi iniziano gli Europei su pista di Grenchen, in Svizzera. «Una pista che conosciamo bene- ci dice subito Diego Bragato- preparatore dell'Italpista- perché qui, pochi mesi fa, è avvenuto il record dell'ora di Filippo Ganna: 56,792. Non te li scordi più certi luoghi».
Sì, il velodromo è proprio quello, esattamente un anno dopo l'inizio del lavoro di Marco Villa con la nazionale femminile su pista. È stato «tutto nuovo», ci spiegano, il modo di rapportarsi con le atlete e anche l'organizzazione del lavoro. La mattina dell'Europeo, è appunto questa una delle prime osservazioni di Bragato: «L'aumento delle gare femminili su strada, con l'equiparazione dei calendari uomini e donne, ha senza dubbio rappresentato qualcosa di positivo per le squadre e per le stesse atlete. Devo anche dire che è diventata più difficile l'organizzazione del nostro lavoro, in vista di appuntamenti come l'Europeo. Le squadre femminili non hanno, spesso, un organico ampio quanto quelle maschili e indubbiamente la sottrazione di atlete di rilievo per gli appuntamenti della nazionale ha un peso rilevante. Un esempio: Vittoria Guazzini è arrivata qui da un ritiro, proprio in questi giorni. Abbiamo spesso lavorato singolarmente con le ragazze che, ancora una volta, hanno mostrato la loro professionalità. La situazione si gestisce per priorità, in vista dell'Olimpiade, probabilmente, chiederemo una ancor maggior collaborazione alle squadre».
Il progetto di Marco Villa è sempre lo stesso ed è focalizzato sulla continua crescita della squadra e la verifica di come le atlete reagiscono alle diverse situazioni, per questo motivo le atlete schierate varieranno e ognuna delle convocate avrà modo di mettersi alla prova. Bragato approfondisce il tema: «Se guardassimo solo alle medaglie, alla vittoria, potremmo schierare una ragazza particolarmente forte in tutte e cinque le gare. Sono cicliste di livello e agendo così avremmo quasi sicuro il risultato. Facendo in questo modo, però, non cureremmo la crescita del gruppo. Noi vogliamo che tutte le atlete siano pronte e sappiamo gestire le varie situazioni».
A Montichiari sono state effettuate le prove quasi definitive di ogni specialità, ma la decisione finale su chi verrà schierato in alcune discipline sarà presa solamente in mattinata. Una variante importante è quella della temperatura: mediamente a Grenchen, nel velodromo, è intorno ai 26 gradi, ma ieri, nelle prove, era inferiore, tra i 20 e i 22 gradi, «certamente è una pista molto veloce, ma una differenza di questo tipo permette di togliere circa mezzo secondo a giro, non è da poco. Per questo, stamani capiremo arrivati in pista come sarà la situazione e da lì torneremo a riflettere anche sui rapporti».
A Grenchen convocate: Paternoster, Zanardi, Balsamo, Barbieri, Guazzini, Fidanza, Alzini, Capobianchi e Vece. Di certo l'attenzione maggiore è puntata sul quartetto perché «abbiamo la nazionale Campione del Mondo, anche se non sarà con noi Chiara Consonni», un monito è tuttavia necessario: «Dobbiamo fare bene, le aspettative sono alte, ma ricordiamoci che siamo a febbraio e i mondiali sono stati a ottobre: le condizioni di forma sono per forza diverse». Fare bene significa anche racimolare i punti preziosi con uno sguardo su Parigi.
Per il quartetto, aggiunge Bragato, le avversarie da controllare sono indubbiamente la Gran Bretagna e la Germania: «Vanno davvero forte» è l'osservazione lapidaria. «Villa vorrebbe provare Elisa Balsamo e Vittoria Guazzini in coppia nella Madison, Rachele Barbieri, invece, nelle discipline di gruppo». A queste idee, dovrebbero aggiungersi: Letizia Paternoster nell'eliminazione e Martina Fidanza nello scratch.
Diego Bragato ci sottolinea un aspetto che sta sempre più cogliendo in questi giorni con le azzurre: «Si parla molto di mentalità vincente, di atlete vincenti. Ci sono molti modi per identificare cosa sia la mentalità vincente e cosa significhi averla. Io parto da un esempio banale: basta sedersi a tavola con queste ragazze per capire che non ragionano come si ragiona normalmente. Hanno qualcosa in più, una visione diversa. Lo capisci anche a pranzo. Credo questo racconti molto».
Ieri ancora una simulazione di una parte di gara. Stamani sveglia, colazione e richiami sui rulli, che verranno ripetuti anche in pista. Intanto si definiranno gli ultimi dettagli. Poi iniziano gli Europei di Grenchen, in Svizzera, dove Ganna ha stabilito il record dell'ora.


Diario dal Teide: quel giorno a Roubaix

«Sentivo il fuoco dentro, non mi era mai successo. Non così, almeno. Quando mancavano trentadue chilometri all'arrivo, sono scattata e per la prima volta in tante gare, ho pensato: "Io vado, ci rivediamo a Roubaix. Ci rivediamo al velodromo". Non so cosa mi sia accaduto». Durante l'ultima sera sulle pendici del Teide, si finisce a parlare di Parigi-Roubaix ed Elisa Longo Borghini è davvero una delle persone più adatte per parlarne, lei che, l'anno scorso, ha vinto la seconda edizione nella storia della Roubaix femminile. Il sole, intanto, sta calando fuori dall'albergo e Longo Borghini confessa che, a casa, dei cieli di queste sere in alta montagna sentirà la mancanza. Ci dice che non crede molto a quella cosa della malinconia della sera, non ci ha mai creduto e, anzi, di fronte alla sera, ha sempre pensato al giorno dopo, alla possibilità di progettare. Ma quella volta, a Roubaix, non c'erano progetti nell'aria. Anzi, a Roubaix, Elisa Longo Borghini non avrebbe neppure voluto andarci.

Dopo l'inverno, era ormai diverso tempo che la tormentava una sinusite che rendeva tutto più difficile: in gara e fuori gara. Ad un certo punto, stanca, aveva detto a tutti che avrebbe staccato per un periodo dalle corse, che sarebbe tornata in primavera inoltrata, guardando all'estate, intanto avrebbe pensato a curarsi e a risolvere definitivamente il problema: «Dico spesso che, in quei momenti, ho fatto "la matta", ma proprio non volevo correre». Sono trascorsi molti giorni e la convinzione è sempre stata la stessa: non era il momento giusto per partecipare alle gare. Fino a una telefonata di Luca Guercilena, direttore generale di Trek-Segafredo. Una telefonata che la spiazza.

«Elisa, il tuo programma lo stabilisco io. Sarà una stagione intensa: a settembre c'è il mondiale, a luglio il Tour de France e, poco prima, il Giro d'Italia. Non possiamo permetterci di farci trovare impreparati. All'Amstel Gold Race non partecipi, alla Parigi Roubaix, invece, devi andare. Senza pressioni, ma il numero sulla schiena, quel giorno, dovrai attaccarlo». Immaginate un telefono: da una parte queste parole, dall'altra Longo Borghini che non dice no, ma resta dubbiosa. Di lì a poco telefona al suo compagno, a Jacopo Mosca, racconta la telefonata avuta con Guercilena e aggiunge «dovrò fare la Roubaix, ma non mi sento pronta. Non so come andrà». Mosca l'ascolta e risponde con poche parole: «Segui l'istinto e, se ne hai voglia, fai “la matta” verso Roubaix». Ancora silenzio.

Tutto riprende proprio il giorno della Parigi Roubaix, il 16 aprile 2022. Per spiegare quanto tutto fosse inaspettato, Longo Borghini parla della pressione prima delle gare e del modo in cui, grazie a Elisabetta Borgia, psicologa clinica e dello sport, abbia imparato a gestirla in vari modi: dalle tecniche di respirazione alla visualizzazione del luogo sicuro. La sera prima della Roubaix, però, c'è tranquillità. Ciò che accadrà non è nemmeno nei pensieri.
Poi lo scatto e l'arrivederci a Roubaix. «Sentivo le persone gridare, sentivo tutti scandire il mio nome e, se da un lato mi faceva piacere, dall'altro mi imbarazzava. Sì, stavo vincendo la Parigi Roubaix, ma ero sempre Elisa da Ornavasso. Lo sono ancora. Ho pedalato e ho vinto, ho pedalato più forte delle altre, però non sono e non sarò mai abituata a quell'attenzione. Forse non la merito neppure». Giro di pedali dopo giro di pedali, il velodromo si avvicina e lei vorrebbe fosse sempre più vicino, vorrebbe che la Roubaix fosse già finita, vorrebbe essere sdraiata a terra, a piangere, a ridere. Lo vorrebbe soprattutto per incontrare lo staff della squadra: «Penso, ad esempio, alle nostre massaggiatrici. Loro i massaggi ce li fanno ogni giorno. La Roubaix c'è una volta all'anno, quante volte può capitarti di vincerla? Loro ci sono anche se non la vinci, anche quando sei così delusa che fatichi a parlare. In quelle occasioni penso che dovremmo dirci più spesso che, alla fine, si tratta solo di una gara di biciclette, che, comunque vada, non stiamo salvando il mondo».

Torna proprio in quel velodromo un telefono, un cellulare. È Paolo Barbieri, addetto stampa di Trek Segafredo, a fare il numero di Jacopo Mosca e a passare il cellulare ad Elisa: «Hai visto? Hai fatto la matta e ce l'hai fatta. Ce l'abbiamo fatta un'altra volta». Sebbene Longo Borghini non riveda spesso le gare a cui partecipa, la Roubaix l'ha rivista e le è sembrato strano: «Ho notato che si ha più paura quando ci si riguarda, anche una sbandata sembra più difficile da gestire. In parte mi sono anche vergognata. Sì, avevo terra ovunque e questo potevo anche immaginarlo. Non pensavo, tuttavia, di averla anche fra i denti. Avevo anche i denti pieni di terra». Tra le telefonate, anche quella con i suoi genitori: «Così porti a casa un altro bel pezzo di marmo. Non ti pare che ne abbiamo già abbastanza?». E giù a ridere perché i suoi genitori sono marmisti.
In realtà, quella pietra di Roubaix è ancora a casa dei genitori, custodita attentamente. Ad un certo punto, racconta Elisa, quel trofeo è entrato anche a far parte del presepe: «Sono le stranezze di casa Longo Borghini, rappresentava una piccola montagna». In tutto questo c'è la fatica, della Roubaix e del ciclismo in generale. C'è il dolore ai muscoli che la fatica porta, una sensazione «che accetti il giorno in cui decidi di diventare ciclista. Sai che, da quel momento, non ti lascerà più. Diventa parte di te, qualcosa che conosci alla perfezione. Diverso è il dolore delle cadute, quello fa paura. Una paura che è necessario continuare ad affiancare al coraggio per fare il mestiere del ciclista».

La caduta più brutta per Longo Borghini risale al 2013, al campionato nazionale, in discesa, contro un guard rail, con una ferita molto profonda all'addome, a sfiorare il peritoneo. Da quel giorno ha una certezza: «Dicono che il dolore si dimentichi, che la mente lo cancelli, in qualche modo. Non è così, per me, almeno, non è certamente così. Ho ben chiaro quel dolore lancinante del guard rail sull'addome e, solo a ripensarci, mi sembra di risentirlo. Non a caso, anche quando sono arrivata al Teide, ho guardato i guard rail da queste parti. Mi capita spesso. Si va oltre il dolore causato dalle cadute. Non si dimentica quasi mai».

Poche altre parole e si torna in camera a preparare i bagagli. Oggi si riparte, verso casa.


Diario dal Teide: "E io chi sono?"

Erano i primi anni 2000, il periodo dei mondiali di ciclismo, l'inizio dell'autunno: Elisa Longo Borghini ricorda i cortili, le telecronache in televisione e un gruppo di amici che giocavano a fare i ciclisti professionisti, ispirandosi alla gara vera di cui arrivava la voce dal televisore. Ricorda tutti quegli "io sono Freire", "io sono Valverde" che i bambini improvvisavano prima di dare il via alla contesa. Ricorda soprattutto il suo spaesamento perché il ciclismo femminile si vedeva poco in televisione, del ciclismo femminile si sapeva poco e lei, mentre tutti avevano un campione da interpretare, restava a chiedersi: «E io chi sono?». Si è domandata e continua a domandarsi quante ragazzine abbiano provato la stessa cosa. Un sospiro di sollievo lo ha tirato qualche tempo fa, quando Marta, sua nipote, di nove anni, le ha detto: «Da grande, voglio scattare come Katarzyna Niewiadoma». Ha pensato che lei avrà qualcuno in cui rispecchiarsi, che non resterà a farsi quella domanda. Parte proprio da qui il racconto di una nuova pagina di diario.

Ormai sono diverse le ore di allenamento che Longo Borghini ha messo nelle gambe sulle pendici del Teide e questo la porta sempre più vicina alla stagione che sta per iniziare. Nel mezzo di una pioggia fitta, per contrasto, è tornata con la mente a Cesena, al Giro dello scorso anno, ad una crisi dovuta al caldo, al troppo caldo, e, alla fine, si è detta che, per quanto sia stato difficile arrivare al traguardo in quelle condizioni, quello dell'anno scorso è stato un Giro importante. Capiamo presto che il concetto di bellezza del ciclismo per Longo Borghini non è strettamente legato a un risultato personale: dice che una delle tappe più belle della storia del Giro d'Italia femminile è stata in Liguria, nel 2016, «ho accumulato un sacco di minuti di ritardo, ma sentivo che davanti il gruppo era scatenato».
Quando non deve fare classifica, riesce a fare cose che vorrebbe fare sempre, come parlare a inizio gara con le più giovani del gruppo, le cicliste meno conosciute: «Alcune corrono in bici pur avendo un altro lavoro e vanno ad allenarsi a sera, concluso il turno. Hanno una voglia intatta e attaccano. Non interessa se poi vengono riprese, interessa il fatto che abbiano ancora il desiderio di provarci. Non è facile a certe condizioni. Mi chiedo: cosa potrebbero fare se avessero le possibilità ideali per essere cicliste? Credo dovremmo chiedercelo tutti».

Sono proprio le diverse condizioni di partenza a far pensare Elisa Longo Borghini, quando, ad esempio, parla di quelle realtà in cui alcune ragazze hanno solo una bicicletta e quella di scorta è condivisa, perché l'allenamento fa molto, ma, se non si parte dallo stesso punto, il confronto è falsato.
«Non mi vergogno a dirlo: da junior c'è stato un periodo in cui non andavo avanti. Ho provato a ritirarmi dopo trenta chilometri di una corsa perché non ne avevo più e, quando non riesci a finire le gare, è dura. Spero di essere un modello per loro, perché mi rivedo in loro. Non sono un fenomeno, non lo sono mai stata, non pensavo di arrivare dove sono arrivata, per nulla. Quel che sono oggi deriva solo dall'allenamento, fatto di tanta fatica e sacrifici. Vorrei che a queste ragazze fosse permesso di fare lo stesso perché possono farlo, ma per permetterglielo bisogna cambiare qualcosa». Così è un bene che ci siano più gare World Tour affiancate alle gare maschili, però bisogna salvaguardare le corse minori, incrementarle, se possibile, come è necessario tutelare le squadre più piccole, anche perché «senza il loro futuro, anche le squadre più grandi non ci sarebbero. Non bisogna scordarlo, quando si arriva».

Forse, proprio pensando al suo periodo più difficile, dice che, sin da ragazza, ha imparato che, quando si va a vedere una gara di ciclismo, è giusto aspettare fino al passaggio degli ultimi, non correre via dopo il transito della maglia rosa o della maglia gialla. Quel periodo è stato quello in cui si allenava con il fratello Paolo e una salita di nove chilometri, vicino a casa, sembrava non finire mai: «In quei giorni, le mie barrette erano le merende kinder, Paolo continuava a spingermi, a dirmi che mancava poco, sempre meno. Doveva aspettarmi perché, se fosse andato più veloce, mi sarei fermata. Mi aspettava come si sedeva accanto a me in quei sabato sera a casa, con me influenzata e i miei genitori lontano per lavoro. E non si può credere a quanta fatica faccia ancora oggi Elisa Longo Borghini, per questo la parola gregario è fra più belle che conosca e, se non fosse andata com'è andata, mi sarei messa a disposizione e essere un buon gregario non mi avrebbe reso meno orgogliosa di me. Anzi». Qui torna il concetto di lavoro e di quanto, visto che il ciclismo è uno sport di squadra, fare bene il proprio compito, qualunque esso sia, permetta di tornare in camera d'albergo la sera ed esserne fiere: «Il nome che resta è uno, ma nelle mie vittorie c'è chiunque abbia fatto qualcosa per me in quel giorno o nei giorni prima. Si dice che i compagni di squadra tengono coperto il capitano e questo "tener coperto" non è gratuito. Costa acqua, vento, ritmi elevati, acido lattico. Le mie compagne si prendono carico di tutto questo».

Elisa Borghini ritiene sia essenziale permettere la conoscenza di tali aspetti perché serviranno a tutte quelle ragazze che, magari senza che nessuno lo sappia, stanno sognando di essere cicliste. L'anno scorso, al Tour de France, ha acceso la televisione e su France2 ha visto una pubblicità del Tour femminile: «Come me, l'avranno vista in molte e avranno avuto la certezza che, oggi, non bisogna più aspettare una replica a tarda sera per vedere una corsa femminile». Il Tour, spiega Elisa, fa bene al movimento, perché è un'idea cresciuta nel tempo, perché l'organizzazione è andata a casa delle ragazze che si contendono la generale e le ha intervistate, poi, ha diffuso quei contributi in televisione, chiunque ha potuto conoscerle. «Certo non bisogna scordarsi delle corse più piccole che hanno sempre scommesso su di noi, ma questo innalzamento dell'attenzione porterà anche loro a continuare a crescere, a migliorarsi».
L'alba ha dei colori stupendi al Teide e vale anche la pena anticipare la sveglia per godersela. Accade pure alle cicliste che poi salgono in sella e scattano. Forse accadrà così pure a una bambina di oggi che un domani, ricordandosi uno di quegli scatti, potrà dire: «Mamma, voglio scattare come Elisa Longo Borghini».


Diario dal Teide: la fuga impossibile

Qualche volta, in ritiro, nei giorni di riposo, Elisa Longo Borghini permette alla fantasia di spaziare. Ultimamente le capita spesso di immaginare una fuga, una fuga impossibile, una di quelle fughe che, come dice lei, si possono solo pensare e mai mettere in pratica, soprattutto quando si è Longo Borghini. Lei le chiama "fughe ignoranti", dove l'aggettivo si richiama alla follia e, quindi, alla bellezza: «Penso ad uno scatto dopo dieci chilometri di una tappa del Tour de France, su uno strappo su cui nessuno farebbe mai nulla. Quelle fughe che fanno esplodere il gruppo, con atlete da ogni parte. Se facessi qualcosa di simile, giustamente, dalla radio mi chiederebbero spiegazioni. Non accadrà, ma, qualche volta, vorrei essere nei panni delle atlete più giovani che queste cose possono permettersele». Un pensiero di questo tipo e dall'altra parte il mare, come ieri.

Solo un pensiero perché nei giorni di riposo, Longo Borghini, negli anni, ha imparato a non toccare proprio la bicicletta, ma non è stato facile, a causa di quel senso del dovere che, tempo fa, le faceva pensare che non si potesse, che non fosse giusto. «Facevo troppo» ci dice e la frase riassume molti momenti. Per esempio, il 2017, il mondiale di Bergen, l'overtraining, le cose che non vanno e un pensiero che si affaccia: «E se fosse finita qui? Se fosse il momento di smettere?». Ha sempre saputo che la vita di una sportiva ha un termine e, in fondo, si è sempre ripetuta di essere pronta ad accettarlo, semmai spera di capirlo prima, che non sia uno stop forzato, ma una consapevolezza che arriva, una scelta, non un'imposizione «perché se non sei tu a scegliere, è molto più difficile farsene una ragione, ma, comunque, ci sono altri capitoli, altre pagine». Così, a quella domanda, nel 2018, ha provato a rispondersi sinceramente e sarebbe stata pronta a scendere di sella, se avesse sentito che al ciclismo non poteva più dare il 100%: «Preferisco non iniziare nemmeno se so che non posso essere totalmente in quello che sto facendo. È una questione di rispetto: per me stessa e per ciò che faccio».

Fino a una telefonata, quella di Luca Guercilena che le proponeva un progetto in Trek Segafredo. Elisa ascoltava le parole di Guercilena, rispondeva e, intanto, pensava: «Perché mi vogliono? Perché vogliono proprio me? Non è la mia stagione, non è il mio momento».

Ha risposto subito di "sì", ha firmato quel contratto, quanto ha vinto lo sapete, lo sappiamo, ma, a distanza di anni, in un pomeriggio di gennaio, Longo Borghini pensa soprattutto a quanto, nella sua carriera, l'aiuti la consapevolezza che qualcuno ci crede, che qualcuno ti crede, come Luca Guercilena in quel momento. Tornando indietro nei ricordi, pensa che una delle prime volte in cui questo fatto ha avuto importanza è stato nel 2013, quando ha vinto il Trofeo Binda, la prima volta, l'ultima, invece, è di due anni fa. C'erano già dei risultati importanti, ma lei voleva la certezza che il ciclismo potesse essere il suo lavoro, così ha parlato ai genitori: «Datemi due anni, tre anni al massimo. Provo a diventare una ciclista e, se non riesco, mi rimetto sui libri». C'era un corso per interpreti in Università Bicocca, Elisa Longo Borghini ricorda di aver cercato informazioni a proposito, per essere pronta. In ogni evenienza. Non è servito perché, poi, il Trofeo Binda l'ha vinto.

«Quando dicono che il primo a credere in quel che vuoi fare devi essere tu, è vero. Ma da soli non ce la fanno neppure i campioni. Anche i campioni hanno bisogno di sapere che per i propri genitori possono riuscirci, che per la propria famiglia possono riuscirci. Restare soli a vedere un sogno è davvero troppo». Anche perché la crepa dei dubbi, del timore di non essere all'altezza, può arrivare anche in corsa e basta poco. Bastano quelle voci confuse dei tifosi che sembrano solo un insieme di suoni che nessuno distinguerà mai, invece, si colgono nettamente: «Quando sei al massimo dello sforzo, tutti i sensi si acuiscono, qualunque sensazione si esaspera. Vale anche per l'udito. Soprattutto quando ti stacchi, quando sei in fondo al gruppo e le altre se ne vanno. Certe parole sono come sberle involontarie: "Guarda, Longo Borghini è staccata" oppure "Longo Borghini è in crisi". Le senti e ti dici che non è possibile, che non puoi non farcela, che non puoi non essere all'altezza. Voglio dire: ha importanza ciò che senti a bordo strada e io alcune volte ho reagito proprio per qualche voce sentita lì. Dietro tutta l'epica, alla fine, ci sono solo esseri umani e gli esseri umani cercano anche queste cose». Intanto i vestiti per l'allenamento del giorno dopo sono pronti sul letto e la bicicletta è in garage.

Proprio in quel momento, a Longo Borghini viene in mente che non l'ha ancora lavata e, quando non c'è gara, la lava sempre. Spiega che è una pratica che l’aiuta anche a pensare, a riflettere. Si tratta di un'abitudine che risale ai tempi del team Top girls Fassa Bortolo. Lucio Rigato, il suo direttore sportivo, aveva un assioma: bici pulita, atleta pulito, maglie pulite, atleta pulito. Longo Borghini spiega meglio questo concetto: «Non è cosa da poco dire: questa è la mia bici. La maggior parte del tempo lo passo su questa bici, le devo rispetto come si deve rispetto al proprio lavoro. Faccio attenzione a non rigare il telaio e, per quanto sembri assurdo, mi infastidisce anche quando i meccanici la toccano troppo. Inizialmente non volevo la toccasse nemmeno Jacopo Mosca, il mio compagno. Poi ho capito che lui ha lo stesso approccio che ho io con la bicicletta e oggi può prendersene cura anche lui. Ma c’è voluto tempo. La bicicletta è una parte di me e con ciò che sento appartenermi sono molto riservata. Lo difendo».

Una bicicletta con cui gareggia, perché è il suo lavoro, una bicicletta che, in realtà, identifica come stile di vita, come modo per divertirsi, per farsi del bene. Dice che è questo l’importante e lo sintetizza con una frase di disarmante semplicità: «Se non ti diverti, cosa lo fai a fare? Talvolta bisogna divertirsi seriamente, tutto qui». Oggi, al Teide, riprendono gli allenamenti e il mare è più lontano.


Diario dal Teide: "Io non sono capace di farti tanto male"

In cima al Teide, il passaggio delle nuvole è particolare ed Elisa Longo Borghini lo ha notato proprio lunedì, quando si è trovata a pedalare fra quelle nuvole basse che avvolgono pietre e terra. Dopo qualche metro, la mantellina era bagnata, piena di minuscole gocce, come se piovesse, in realtà il cielo era limpido, ma, «sarà l'altitudine del Vulcano, sarà che quelle nuvole erano davvero radenti il terreno, si ha la sensazione di sfiorarle». Non le era mai capitato e, anche mentre ce lo racconta, fatica a spiegarselo. Le montagne, in fondo, possono sorprendere anche chi le scala da sempre. In realtà, però, oggi Longo Borghini ha in mente un'altra cosa, una frase che torna da molti anni fa. Una frase che dice così: «Io non sono capace di farti tanto male».

Sarà perché martedì è stata giornata di test e al Teide è arrivato Paolo Slongo, il suo preparatore, da molti anni, non da sempre, però, perché, nei primi tempi, Elisa era preparata dal padre.
Ferdinando Longo Borghini allenava i fondisti, si occupava dello sci di fondo, e, quando la portava a fare le salite, diceva più o meno così: «Negli ultimi cinquecento metri, fai il medio, la soglia e poi lanci la volata». Elisa ricorda ancora le volte in cui lo guardava e: «Ho i battiti alti, papà». Lui rispondeva con naturalezza: «Tira su un dente». Longo Borghini aveva la sensazione che per suo padre la fatica fosse qualcosa di inevitabile, non solo nel ciclismo, nella quotidianità, per questo l'accettava: bisognava sopportare e continuare a spingere. Anzi, abituarsi a farne di più. È cresciuta così, almeno fino a quando il padre le ha detto che ormai era tempo che percorresse la sua strada affiancata da un preparatore professionista.

«Non volevo, perché mi trovavo bene con lui, perché significava ripartire da capo e chissà come sarebbe andata. Ho chiesto molti perché: mi ha detto che era il momento per lui di farsi da parte, che le cose diventavano più importanti e che bisogna lasciare che un figlio percorra da solo la propria strada. Ad un certo punto, ha riso. Mi ha fissato, lo ricordo come fosse adesso: "Poi, se vuoi sapere la verità, io non sono capace di farti tanto male". Quella frase l'ho capita tempo dopo, ho capito il bene che c'era dentro: quando ci si prepara, ci si allena, si soffre e non tutti riescono a vederti così». Prendete, ad esempio, la giornata di ieri: cinque ore di allenamento e il test del lattato.
Funziona in questo modo: un tratto di salita, un chilometro e mezzo, un piccolo esame del sangue per verificare il valore del lattato prima di iniziare a pedalare e si torna a ripetere continuamente lo stesso tratto. Ogni volta che si arriva in "vetta" si ricalcola il valore, fino a che si raggiunge un parametro standard, denominato soglia, quattro millimoli. Da quel momento, si ripete ancora il test, da fermi, per due volte, dopo tre e sei minuti. Ciò che emerge fotografa la condizione attuale dell'atleta: «Non sarò in piena forma per le prime gare, ma da marzo penso di sì, lì potrò dire la mia». A noi, allora, viene naturale parlare di scatti, di quando si lascia il gruppo o il gruppetto sul posto e si va via, si va a vincere. Cosa c'è di più naturale della tentazione o della voglia di scattare per una ciclista?
«Ti confesso che, all'inizio, scattare mi faceva paura. C'è un gruppo di cento atlete e tu, da sola, parti, attacchi. Nei primi tempi, sembra quasi una lesa maestà al plotone. Mi vergognavo ad attaccare. Pensa che il primo attacco, che ricordo come tale, avvenne al trofeo Binda 2011. Non per andare a vincere, ma per riportarsi sul primo gruppo. Mi dicevo "adesso parto", mi rispondevo "ma no, che figura ci fai se non riesci a staccarle?" e argomentavo "tanto non ti conosce nessuno, anche se ti riprendono, non si ricordano chi sei". Dopo questa frase, ho attaccato davvero». A Plouay, sempre nel 2011 il primo scatto dalla testa del gruppo, per provare a vincere. Un poco di margine e il plotone che torna ad inglobarla: «Non potevo andare da nessuna parte, mi sono spenta da sola. Sono rientrate senza nemmeno aumentare il ritmo. In quel momento, però, avevo la percezione di essere davvero una ciclista».


Spiega Longo Borghini che quella sensazione non cambia mai: appena si affaccia alla mente l'idea di scattare, quel misto di adrenalina torna e scompiglia come le prime volte. Basta solo pensare: «Adesso le seguo, poi attacco e le stacco». Si insegue di grinta o di intelligenza, dipende dalle salite.
C'è Elisa e c'è Longo Borghini. A fare tutto questo, sul Teide, è Longo Borghini, Elisa, invece, è altro. «Per chi mi vuole bene voglio essere solo Elisa. Devo essere solo Elisa. Longo Borghini resta da una parte, resta agli incoraggiamenti delle persone, dei tifosi, tutte cose che fanno piacere, ma non posso fermarmi lì. Elisa, invece, racconta il ciclismo come un qualunque altro lavoro perché per Elisa è così. Per Elisa c’è la strada in cui è cresciuta, la scuola che ha frequentato, le amicizie di quel tempo, le parole con mia madre che vedo sempre meno e che, per stare con me, è arrivata fin quassù».
E ancora ci sono tutti quei fogli su cui, anche in una camera, affacciata sul Teide, anche mentre fuori ci sono solo le poche luci dell’alba, segna ciò che le viene in mente. Il foglio, poi, lo butta via, ma ha bisogno di vedere scritte le idee che le frullano in testa. C’è un libro di Carlos Ruiz Zafón, “L’ombra del vento”, che è il suo preferito da sempre e la musica che porta ovunque. “Qui vicino, ho percorso una salita che si chiama “Jama”. Questo è anche il titolo di una canzone che mi ha fatto ascoltare una persona molto importante per me. Ho iniziato a scalare e, nel frattempo, in mente avevo solo le parole di quella canzone”. Forse il senso della musica, come delle parole, per chi pedala è questo: legare cose lontane.
Tutte cose apparentemente normali, come un passaggio di nuvole basse in alta montagna o uno scatto per una ciclista. Tutte cose che, in realtà, normali non lo diventano mai. Per fortuna, aggiungiamo noi. Elisa Longo Borghini, intanto, là fuori, ha ripreso i lavori sulla soglia e sui cambi di ritmo: il menù di questi giorni.


Diario dal Teide: la prima volta di Elisa Longo Borghini

Mentre il dialogo con Elisa Longo Borghini si infittisce, sulle pendici del Teide, dove si trova da sola, in altura, da giovedì, sono le cinque del pomeriggio, in Italia, invece, a qualche migliaio di chilometri di distanza, l'orologio segna già le sei della sera. È una delle prime cose che Longo Borghini ci fa notare: «Alle diciotto, qui, calerà il silenzio. Un silenzio totale, assoluto. Non so cosa accada alla giornata, quando scocca quell'ora, ma ogni volta è così. I rumori scompaiono, sembra non esserci più nulla». Sarà questa l'ora delle parole, dei ricordi, dello scambio di opinioni, fino a che Elisa Longo Borghini sarà lassù. Basterà un telefono e questo sarà il nostro "Diario dal Teide".

Il Teide, già, la vetta più alta della Spagna, un vulcano, sull'isola di Tenerife, che raggiunge i 3715 metri sul livello del mare, con ancora un lato avvolto nel mistero, almeno nell'immaginazione, come tutte le vette. È la prima volta che Elisa Longo Borghini, Trek Segafredo, viene in altura qui, lei che il primo ritiro in altura l'ha fatto nel 2011, a Livigno. Certo, del Teide ha sentito più volte parlare, perché sul Teide vanno molti ciclisti a costruire il lavoro della stagione che verrà, ma arrivarci è tutta un'altra cosa: «Lo scorgi da lontano sull'ampia strada che percorri. Pensi che, lassù, sia il luogo della solitudine, invece no, invece, qui, durante la giornata, non ci si sente soli. Ci sono navette che accompagnano i turisti, c'è, soprattutto, la funivia che arriva in vetta e che continua a percorrere il suo tragitto, a scandire il tempo che passa». Longo Borghini ripensa alla montagna, a quello che per lei ha sempre significato, al fatto che, ci dice, forse, è necessario esserci cresciuti per conoscerla meglio.

«Potrei dire che sono sempre andata a pedalare in montagna: pedalavo ore e ore, da sola, strada dopo strada, passi e valichi in successione, cambiava la vegetazione, cambiava l'aria, mi stancavo, mi sfinivo in montagna. Però, per qualche ragione, ho sempre avuto la spinta per tornarci». Del resto, Elisa Longo Borghini, fra le montagne, è cresciuta, quelle del Verbano Cusio Ossola che non hanno l'aspetto lunare che si nota affacciandosi adesso alla sua camera d'albergo, ma sono sempre montagne e la spiegazione del suo carattere, del suo modo di essere, la trova proprio vicino a casa.
«La nostra è una vallata, le vette sono tutte attorno, da qualunque parte guardi. Non è detto che chi ci arrivi si trovi subito a proprio agio perché spesso piove e, quando fa freddo, l'aria punge. Ma chi resta, chi ha pazienza e inizia a camminare scopre cosa c'è nei meandri della vallata: certi scorci, quel verde che resta in memoria. Ora che ci penso, io assomiglio a quella vallata. All'inizio posso sembrare sulle mie, "musona", in realtà non lo sono. Mi piace ridere, rido di gusto, ma ho bisogno di tempo. Perché, per iniziare a ridere, devo iniziare a fidarmi, a conoscere. La vera Longo Borghini è questa». Intanto c'è il Teide e anche "lui" è da conoscere, da studiare. Non a caso, Elisa cerca informazioni, ovunque, legge, studia, fotografa oltre a pedalare e, poi, riflette e si preoccupa di ciò che resterà di tutto questo, quando sarà passato molto tempo: «Posso dire di vedere i luoghi da una prospettiva privilegiata, quella di atleta. Una prospettiva che, però, non prevede un tempo per il turismo, perché i luoghi ci scorrono accanto e non si visitano quasi mai. Però la cultura ci è concessa, possiamo informarci e tornare a casa sapendo qualcosa in più. Viaggiare consapevolmente. Altrimenti cosa resta? Solo valigie e zaini che si riempiono e svuotano di continuo. Ora sto cercando di capire qualcosa in più a livello geologico di quel gigante, del Teide».

I primi giorni di un ritiro in altura vanno affrontati con tranquillità, con calma, altrimenti "ti finisci", precisa Elisa in modo deciso. Fra poche ore, con lei ci sarà anche Paolo Slongo, il suo preparatore. Intanto si pedala dai 1980 metri fino ai 2300 e quando si arriva intorno ai 2100 il respiro inizia a essere più difficoltoso. «La sensazione è quella del cuore in gola, qualcosa che si avverte spesso all'inizio. Il corpo deve ambientarsi e serve qualche giorno. Questo processo avverrà anche quando tornerò a casa e dovrò abituarmi nuovamente a un'altra aria. Quello è il momento in cui "smaltisci il ritiro", la migliore forma fisica arriverà dopo poco». C'è anche il fatto che, in ritiro, si è lontani dalle gare e ci si resta per molti giorni. Ovviamente è una percezione soggettiva, tuttavia, per molti, il ritorno in corsa è difficile. Così, almeno, è successo spesso a Longo Borghini.
Lassù ci si prepara per un traguardo distante settimane, a volte mesi. Un traguardo che, inutile nasconderselo, quest'anno sarà il Tour de France. Anzi, ancora meglio, come aggiunge lei stessa: il mese di luglio, arrivare pronti in quei giorni e «quando si è pronti, ce la si gioca ovunque». La differenza non è sottile e Elisa l'ha compresa in un momento di apparente rammarico: l'anno scorso, dopo il Tour de France. «Ricordate come avevo vinto lo Women's Tour? Bene, avevo provato sensazioni buone e avevo anche vinto divertendomi e facendo divertire. Eppure, dopo il dolce amaro lasciato dal Tour, sembrava cancellato. Mi sono resa conto che sono bastate le prestazioni della Grande Boucle e delle Ardenne perché mettessi tutto in discussione». Il tutto per diversi giorni, fino a che, a fine stagione, si fa il punto di ciò che si è fatto e la prospettiva cambia: «Avevo vinto una Parigi Roubaix a cui non pensavo nemmeno di partecipare, non potevo dimenticarlo. Forse, in quel momento, si è fatta ancor più strada la consapevolezza che fosse giusto lavorare in vista di un periodo più che di una singola gara».

L'ubicazione della camera di Longo Borghini fa sì che dalle finestre si senta il rumore del vento, una brezza che, a tratti, risuona. Non c'è solo l'allenamento in un ritiro in altura, c'è anche il tempo della riflessione e Longo Borghini dedica molto spazio all'introspezione. «Anche la solitudine, che si prova quando tutto tace, non è negativa. Anzi, credo sia una solitudine che fa bene perché consente di fare chiarezza. Talvolta non ci si pensa, ma abbiamo bisogno di momenti da dedicare alla riflessione, per avere un quadro più chiaro delle cose. È un tempo importante quello che le dedichiamo, non meno importante di quello sui pedali. Tutto è strettamente collegato: quello che hai già fatto, quello che stai facendo e quello che farai. Penso non esista futuro, senza quello che hai già lasciato alle spalle. Di più: serve oggettività nel vedere quello che è già passato. Serve la volontà di vedere gli errori, perché imparerai, ma anche quella di vedere il buono che c'è stato perché ti renderà forte, ti restituirà consapevolezza»
In quei momenti di solitudine, di riflessione, il vento sembra portare odore di zolfo, un odore che Longo Borghini non è nemmeno certa appartenga a queste zone: «Penso sia un ricordo di quando, da bambina, andavo in vacanza alle isole Eolie. Sull’Isola di Vulcano c’è quel profumo. Qui non credo, gli altri non lo sentono. A me, però, piace pensare che sia reale, così non indago oltre. Mi fa felice percepirlo».
Adesso fuori c’è solo silenzio. Martedì sarà giorno di test e noi torneremo lassù, seppur a molti chilometri di distanza. Il “Diario dal Teide” è solo all’inizio.


Finire non mi spaventa: intervista a Martia Bastianelli

Ora che Marta Bastianelli ha annunciato che il Giro d'Italia femminile del 2023 sarà la sua ultima corsa, capita che le si chieda se di smettere avesse già pensato altre volte: «Sì, devo essere sincera, ci ho pensato e ci ho pensato più volte. Credo ogni atleta, in certi momenti, ci pensi. Poi, sai come siamo fatti, andiamo avanti, ma il pensiero viene, per momenti difficili o circostanze. Quando sono rimasta incinta, per esempio, ero quasi sicura che non avrei più corso. Ho continuato soprattutto grazie al mio compagno, anche lui ciclista. Ricordo il giorno in cui mi disse: "Visti i risultati che ottieni, non è giusto che sia tu a smettere. Smetto io, tu continua. Tu devi continuare". Anche in quel caso ho fatto bene a non smettere». Oggi, però, no. Non ci sono ripensamenti su questa scelta, di nessun tipo. Lo si capisce quando, dal nulla, ci dice: «Sono felice». Si lega a tutto, si lega in particolare a una situazione che Marta Bastianelli vive con la sua squadra, il Team UAE Adq.

«Sono una professionista e so che non è scontato sentirsi dire: "Stai tranquilla, fai ciò che ti senti di fare". Non capita spesso, anzi capita raramente. Loro me lo hanno detto e, anche se sono al diciassettesimo anno fra le élite, questo mi colpisce ancora. È vero che ho annunciato il mio ritiro, ma non ho ancora appeso la bicicletta al chiodo: fino all'ultimo chilometro dell'ultima gara voglio restare la professionista che ho imparato a essere. Voglio dare tutto. Questa è la sfida». Sì, Marta Bastianelli smetterà, questo è certo. Anzi, era certo ancora prima che lo dicesse, come spiega lei. «Se prendiamo con entusiasmo l'inizio delle cose, non capisco perché abbiamo spesso questo problema con il finale. Questa malinconia, questa nostalgia. Mi mancherà questo lavoro, certo che mi mancherà. Molto, non poco. È un lavoro così totalizzante che diventa la tua vita, in realtà, però, non bisogna dimenticare che la vita è altro. Il punto è saper scegliere, quando hai scelto e sei convinto, poi, la fine è un dato naturale». Così, in estate, Bastianelli uscirà da questa "bolla", come la chiama lei, che è l'attività professionistica e inizierà un altro percorso, anche se ancora non sa quale. Il sogno sarebbe restare all'interno del mondo del ciclismo.
Un sogno che è, poi, anche un modo di agire. Per esempio, in questo ritiro di inizio stagione in Toscana. Nuove compagne, molte giovani, e anche atlete di esperienza come Alena Amaliusik. Marta Bastianelli, trentacinque anni e sicuramente molte cose che potrebbe insegnare, tuttavia usa molto più volentieri il verbo imparare. «Ha a che vedere molto anche con il domani. Più cose imparerò da queste ragazze, meglio potrò provare a essere un direttore sportivo, ad esempio. Dei sogni ci si prende cura in questo modo: studiando, imparando. Essere state campionesse nella nuova vita non conta nulla, proprio nulla, in ogni settore. Sarà, invece, importante conoscere ogni sfumatura di una atleta, compresi aspetti legati alla sua cultura, alla sua terra d'origine, ai problemi che incontra quotidianamente». E Bastianelli di cose ne ha imparate anche ultimamente, molte rispetto all'alimentazione di un'atleta.

Poco prima di partire per questo ritiro, Clarissa, sua figlia, le si è avvicinata e le ha detto: «Mi raccomando, goditi il ritiro perché sarà uno degli ultimi». Lei ci ha pensato molto: «Per lei sono stata spesso una "mamma volante" e da piccola avrebbe voluto avermi più spesso al suo fianco per fare le cose che tutte le mamme e le figlie fanno assieme. Ora mi segue in televisione, segue le gare e conosce le mie compagne. So che rinunciare a questa parte della sua realtà mancherà anche a lei, so che quella "mamma volante" mancherà anche a lei. Quel giorno non stavo pensando a questa ultima volta e, sono sincera, sentirmelo dire mi ha fatto effetto». La figlia di Marta Bastianelli è competitiva, pratica tennis e nuoto, e a Bastianelli piacerebbe anche vederla in sella, ma c'è un punto interrogativo. «Credo non ci siano ancora le strutture adatte, almeno nelle nostre zone, per permettere a questi bambini di andare in bicicletta in sicurezza. Quello che succede sulle nostre strade lo vediamo tutti i giorni e abbiamo anche finito le parole per parlarne. Servono i fatti. Il ciclismo è parte della nostra famiglia ma per mia figlia, con queste condizioni, avrei dubbi, un genitore non può non averne. Nonostante mi piacerebbe».

Ci sarebbero altri tasselli da aggiungere alla carriera di Bastianelli, in fondo, c'è sempre qualcosa in più che si vorrebbe o si potrebbe fare, però, la prospettiva, con gli anni, cambia: «Pensi che a casa hai una bambina, pensi che ti piacerebbe diventare mamma ancora una volta ed in volata inizi ad evitare di lanciarti in spazi in cui prima ti buttavi. Una ciclista vuole vincere e anche io voglio farlo ancora, però, a trentacinque anni, se possibile, sono più contenta quando insegno qualcosa agli altri, quando permetto a qualcuno di non fare errori che io ho fatto». Qui si ritorna al tema alimentazione: «Bisogna sbagliare, fuggire dall'errore è un male. La via principale di apprendimento è quella. Anche io, da giovanissima, ho provato a preoccuparmi perché avevo mangiato un panino in più rispetto a quello previsto nel mio piano nutrizionale. Sai perché? Perché non mi conoscevo ancora abbastanza. Oggi l'attenzione è aumentata ed è giusto così, però, una atleta deve anche sapersi gestire e questo arriva con l'esperienza. Se mangi qualche grammo in più di un alimento, puoi diminuire l'altro. Se sei stanca e fai mezz'ora in meno di allenamento non succede nulla, se insisti stai peggio. Essere atleti significa anche conoscere il proprio corpo che è il nostro tutto. Le sensazioni vanno ascoltate». Perché accade questo? «Il mondo social non aiuta. Espone a un confronto continuo. Il senso di colpa appartiene a tutti e, se ogni sera sei sollecitata al confronto con le colleghe che pubblicano l'allenamento del giorno, le conseguenze non sono buone. Tempo fa non si sapeva ciò che facevano le altre. Non è, per forza, sbagliato conoscerlo, è sbagliato non concentrarsi su ciò che chiede il tuo corpo». In ogni caso, il ciclismo è cresciuto e cambiato a 360 gradi, a partire dai trasferimenti: «Sembra scontato che tutto lo staff pensi a noi, non lo è. Tempo fa, anche un trasferimento lungo, uno spostamento, era un problema».

L'anno scorso sette vittorie, la più bella nel giorno del compleanno, perché era da tanto che non succedeva e perché serviva alla squadra. Quest'anno parte dal freddo della Toscana e da quelle parole a Erica Magnaldi in allenamento, proprio ieri: «Vorrei poter aprire la finestra al mattino e non preoccuparmi del tempo che fa lì fuori. Questa fatica non mi mancherà, non più». Anche se il sogno va ancora nella direzione della fatica: «Mi piacerebbe trovare tanti tifosi ad aspettarmi a Roubaix. Io li vorrei aspettare lì».

 


Di Latifa e della bicicletta che la porterà in Marocco

«Se penso al Marocco, penso a qualcosa di speciale, ma, se penso a casa, penso all'Abruzzo. Qui c'è l'aria che ho sempre respirato, l'acqua che bevo tutti i giorni e la Maiella da guardare da lontano, da ogni prospettiva. Il Marocco è la mia radice, la mia origine. È menta, zafferano e cannella, l'ocra delle sue città, il rosso, le montagne innevate, l'azzurro del mare oppure il blu di Chefchaouen, una città in cui ogni casa, ogni porta, ogni finestra è blu. Il Marocco è il mio nome arabo e il mio cognome che sa di un'altra terra». Latifa Benharara dice così, lei che è nata e cresciuta a Sulmona da genitori di Casablanca. Latifa che è giornalista, dipinge, viaggia molto, scrive ancor di più ed è direttore di corsa. Una specie di missione quest'ultima perché c'è un dovere di restituzione nelle cose che accadono. La bicicletta è una parte importante del suo mondo «ma senza sicurezza la bicicletta è un'immagine che sfuma sullo sfondo, cosa faranno i bambini di domani, cosa faranno i giovani di oggi? La sicurezza viene prima di tutto, nelle gare e fuori. Mettersi a disposizione della sicurezza significa mettersi a disposizione delle biciclette. Quelle di oggi e quelle di domani».
Italia e Marocco, due culture, tanta strada in mezzo e molto altro. Un giorno, in bicicletta, Latifa ci ha pensato: «E se potessi arrivare a Casablanca in bicicletta? Se potessi sentire la musica di quella città, le sue persone e le sue spezie dopo aver pedalato da casa fino a lì? Come sarebbe tutto questo?». Quando Latifa era ancora bambina, i suoi genitori lavoravano ai mercati generali e avevano un furgone che in estate diventava un camper e, in tre giorni, li portava in Marocco. Più di 3000 chilometri, ora come allora. Oggi, però, quei chilometri Latifa Benharara li percorrerà in bicicletta, attraverso strade secondarie, attraverso quattro nazioni. Poi andrà oltre, fino alle porte del deserto per altri mille chilometri, fino alle porte del Sahara. Circa cento chilometri al giorno, circa 40 giorni. Si chiama "From Maiella to Sahara Bikelife Experience".
«In alcuni stati arabi andare in bicicletta può essere un problema per una donna e questo non è giusto. Non solo lì però. Per altre ragioni accade spesso che una donna non si senta a proprio agio in sella o in un viaggio da sola. Si tratta della società. Sono stata in Nepal, in India, in Cina, con uno zaino sulle spalle e tanti passi nelle mie scarpe. Le donne hanno voglia di avventura, di fatica, di scoperta e per tutto questo hanno molto più coraggio che paura. Penso ad Alfonsina Strada, penso a tutto il tempo che è passato, alle cose che sono cambiate e a quelle che ancora devono cambiare. Lo dobbiamo a persone come Alfonsina e a noi stesse». Quattromila chilometri e la bicicletta che unisce incontro e comprensione: attraverso il sudore, il far fatica, si diventa tutti più aperti a capire. La fatica permette di capire, mette in ascolto. E quando si è in mezzo alla natura questo ascolto è amplificato, fuori da ogni schema sociale.
«Avete mai fatto caso al rapporto che hanno i bambini con la bicicletta? Sembrano intendersi senza bisogno di spiegarsi, anche se cadono e si sbucciano le ginocchia. Non hanno paura. Ricordo il giorno in cui insegnai a una bambina l'equilibrio delle due ruote; ricordo come rideva, come mi abbracciava. Come io abbracciavo lei. Credo sia una sorta di istinto». Così, quel viaggio ora non riguarda più lei sola, ma tutte le persone che ci credono e chi vorrà provare ad affiancarla per qualche chilometro perché «chi non conosci e incontri per caso è spesso prezioso. Non bisogna temere chi non si conosce, semmai bisogna aver voglia di conoscere».
Poi ci saranno le offerte che chiunque potrà fare e serviranno a quel futuro della bicicletta, ai bambini che stanno imparando a pedalare e a quelli che immaginano una bicicletta nel loro lavoro: «La realtà è che ci sono famiglie che non possono permettersi di comprare una bicicletta ai loro figli, che non possono mandarli a una scuola di ciclismo. Serve una possibilità per loro, un'altra possibilità». Strada, strada, strada e ancora strada e una voce che si increspa, quella di Latifa che pensa ai genitori: «Forse questo viaggio ricambierà un poco tutto ciò che loro fanno e hanno fatto per noi. I loro sacrifici. Vorrei accadesse. Anche per questo non ho paura, anche per questo ho imparato a essere coraggiosa. E il coraggio ha a che vedere con il bene, con la passione». Di tutte le cose che vorremmo dire, ora bisogna dirne solo una. A voce alta: "Buon viaggio". Lì c'è tutto.


Van Aert-Gravel

Wout van Aert ha avuto un'idea e si sa come sono le sue idee. Fanno parlare, anche perché già solo il fatto che ci sia stato il pensiero fa intuire la realizzazione. E si sa come Wout van Aert realizza le proprie idee: in grande, senza risparmiarsi, senza tenere quel poco di fiato per un'ultima pedalata che, chissà, potrebbe servire. Vogliamo dire "esagerando"? Diciamo esagerando. Del resto, sembra che anche Gianni Brera trasmettesse questa idea ai colleghi: meglio esagerare, talvolta, meglio non risparmiarsi, perché nell'esagerazione può trovarsi la bellezza. Non sempre, ma ogni tanto può servire. In fondo, il dosato, il misurato, il contato perfettamente, in certe circostanze, ha poco a che vedere con l'essere ciclisti, mestiere in cui c’è ragione, c’è grande attenzione al dettaglio, ma ancor più istinto. Nulla con l'essere Wout. Nulla con l’essere van Aert.
L'idea è il gravel. Sembra gli sia venuta vedendo in televisione il Mondiale gravel di questo autunno e un poco lo immaginiamo davanti al televisore. Sembra gli sia piaciuto, più che altro pare gli sia piaciuto, gli piaccia, il gravel. Così dopo quel pomeriggio deve essersi detto: "Perché no?". Ovvero perché non provare anche questo che al fuoriclasse belga appare, prima di tutto, come un bellissimo viaggio. Anche questo è interessante perché è interessante raccontare il ciclismo in questo modo, risalendo alle origini del pedalare, anche se corso da atleti che si contendono titoli e maglie iridate. Detto in altre parole: sulle fondamenta si può costruire come meglio si crede, ma senza fondamenta non vi è costruzione. E le fondamenta qui sono le radici dell'andare in bicicletta. Ancor più interessante, forse, è l'altra motivazione che van Aert apporta per questa scelta.
In un ciclismo in cui le pressioni sono tante, in cui si parla sempre più dell'aspetto psicologico e della tutela di questo aspetto, Wout van Aert, pensando al gravel, pensa a una possibilità in cui le pressioni siano meno, in cui lo stress sia minore rispetto agli altri traguardi annuali. Vogliamo usare la parola "divertimento"? Perché no? Così, proprio ieri, sui profili social di Wout van Aert è apparsa una storia di lui intento a sperimentare il gravel. Un lunedì, su una strada sterrata, in mezzo ai boschi, col cielo cupo di dicembre e il freddo dell'inverno.
L'abbiamo visto vincere sul Ventoux, in pianura, a cronometro, in attacchi folli troppo lontano dal traguardo, quegli attacchi che calamitano l'attenzione anche nei più caldi pomeriggi di luglio, lo vediamo abitualmente nel fango e anche lì vince e meraviglia ogni volta. Il prossimo Mondiale gravel sarà in Italia, poi in Belgio, probabilmente lui sarà presente e del risultato non diciamo nulla. Questo è il dato di fatto, poi c'è il gravel come scelta di bicicletta e di viaggio. Come scelta per un fine settimana o un inizio settimana fra la terra, la ghiaia. A prescindere dal Mondiale che verrà, Wout van Aert ha pensato a questo modo di andare in bicicletta, queste sono le fondamenta, le radici di cui parlavamo, quelle che restano oltre qualunque gara, questa è stata la sua idea, il suo viaggio, il suo modo per un altro pizzico di esagerazione. Quella che fa bene, quella che fa bellezza.
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A proprio agio

Si può pedalare anche da soli ed è ugualmente bello, ma si sta meglio quando si sa che, volendo, si può fare una telefonata e qualcuno è pronto a mettere scarpini e casco, scendere in garage, prendere la bicicletta e arrivare. Valeria Zappacosta ci ha pensato proprio mentre andava ad incontrare una sua amica, proveniente dal Veneto, in Abruzzo per qualche settimana in estate. «Credo che la possibilità di quella telefonata, di quel messaggio per dire "vieni via con me", sia importante, anche se poi si sceglie di andare da sole. Certe volte sono le possibilità che ti fanno partire. Anche nel più piccolo dei paesi c'è sicuramente qualcuno con lo stesso nostro desiderio di scendere in garage, salire in sella e andare. Qualcuno che, magari, non parte nemmeno, perché si sente solo o per altri motivi».

Valeria ha la certezza che questa sensazione riguarda tutti e ha riguardato tutti almeno una volta. Ha pensato che, forse, riguarda ancora di più le donne perché le è capitato, purtroppo, di sentire dire che «il ciclismo è uno sport maschile» e, ancora prima, le è capitato di essere in sella, da sola, e sentirsi dire che «quella salita è complessa, quel giro è troppo lungo, dovresti farlo in compagnia». Altre parole sbagliate, dette senza alcuna attenzione, gliele hanno raccontate. «Sai il bisogno primario che tutti abbiamo? Essere ascoltati ed essere ascoltati davvero, non per abitudine o perché non se ne può fare a meno. Essere ascoltati e sapere che gli altri si ricordano ciò che hai detto, si ricordano come ti senti, come ti sei sentito oppure ciò che ti fa paura, ciò che non vorresti. Ho scoperto che la bicicletta è il mezzo ideale per ascoltare».
“Pedale Rosa” è quella possibilità di una telefonata e di una pedalata assieme, quando si capita nel paese di quella ragazza che si è conosciuta solo perché va in bicicletta come te. In realtà una definizione vera e propria non c'è, «perché è sbagliato etichettare qualcosa solo con ciò che rappresenta per te, impedendo agli altri di riconoscersi. Per ciascuna quella possibilità è qualcosa di diverso e rappresenta qualcosa di diverso». Per esempio, c'è chi in sella non saliva perché non si sentiva apposto con il proprio fisico e con tutte quelle parole sbagliate si era convinta che davvero non stesse bene in bicicletta. Poi ci è salita, quest'anno, durante il Giro d'Italia e, dopo qualche attimo, ha capito che, in realtà, lei in sella stava bene, soprattutto che si sentiva bene.
Monica Marucco fa parte di questo gruppo e a quel "sentirsi bene" offre una propria risposta: «Significa sentirsi a proprio agio e, anche se non lo ammettiamo, come esseri umani spesso ci sentiamo a disagio nelle situazioni quotidiane. Trovare qualcosa che ci fa sentire davvero a nostro agio è un buon rimedio perché alleggerisce anche le altre situazioni. La bicicletta è questo, la bicicletta può essere questo». Si trova ciò che fa stare bene e poi si cercano le persone con cui condividerlo. «Sì, perché una parte dell'essere a proprio agio dipende anche dall'essere messi a proprio agio. In sella, questo passa dal condividere un ritmo, una velocità, un modo di intendere la bicicletta». C'è chi partecipa a gare, chi a Granfondo e chi, semplicemente, sta scoprendo il piacere di arrivare in un luogo solo con le proprie forze, quel piacere e quella fatica che rendono più importanti i luoghi, più forti i ricordi. Qualcosa che rende orgogliose di quel gesto e di ogni piccolo passo avanti.

Già, perché in bicicletta, alla fine, si viaggia. Latifa, un'altra ragazza che ha cercato la possibilità di quella telefonata, di quel "vengo anche io" ne ha parlato proprio con Valeria. «Era un desiderio, dapprima, ora è un progetto perché ha iniziato a studiarlo. Vorrebbe pedalare dall'Italia sino al Marocco, per unire la sua terra d'origine e quella in cui vive. Due forme diverse del suo presente, perché la terra in cui nasci resta sempre». Latifa farà questo viaggio e due culture si incontreranno. In Italia farà questo viaggio affiancata dalle cicliste che di questo gruppo fanno parte. Questo fa pensare.
Perché, ad oggi, i mezzi per "connettersi", ovvero per incontrarsi, sono molti, altamente tecnologici, in grado di mettere in contatto molte persone, eppure una delle connessioni che tutti conosciamo si riconduce alla bicicletta «che è un mezzo antico, sempre uguale nelle proprie linee base, seppur proiettata nel futuro» continua Monica. Se la domanda è perché, la risposta è puntuale: «Perché permette un incontro reale, perché il gruppo che forma è reale, non solo virtuale. Reale anche se le persone vivono a molti chilometri di distanza perché prima o poi ci si conosce». E la conoscenza che si fa in bicicletta è particolare perché toglie molte sovrastrutture, apre al racconto della propria persona anche dopo un semplice saluto e soprattutto restringe lo spazio per il giudizio.
«Sì, perché, se ci si fa caso, in bicicletta si tende a focalizzare l'attenzione sul miglioramento- spiega Valeria- su ciò che è cambiato in meglio rispetto alla volta precedente. Fosse anche solo un dettaglio. Non è poco». Così, per incontrarsi, si possono percorrere anche trecento chilometri e cambiare paese, città, regione, anche da sole, senza un motivo preciso perché, ci dice Monica, «quando fai tue alcune consapevolezze, quelle che ti portano a concentrarti su quello che sei e che vuoi o non vuoi fare, il resto passa in secondo piano, non sprechi tempo perché sai che il tempo in bicicletta è prezioso. Non per forza per andare più veloci degli altri e arrivare prima. Si può anche andare lentamente. Importante è il tempo in cui, grazie alla bicicletta, ti senti meglio. E non vedi l'ora di ripartire».