Dietro il sorriso di Chaves

Eppur sorride. Verrebbe da dire così, incontrando Esteban Chaves in questa Vuelta a España. Eppure ovvero nonostante tutto. Nonostante la fatica che è più fatica del solito, nonostante i risultati che non arrivano, nonostante le ruote degli altri sempre più distanti. Una distanza che aumenta ogni volta, davanti a lui, non dietro. Da solo, con pochi, in coda, non in testa. Quasi che quel colibrì danzante fosse diventato un colibrì sgraziato. Leggero eppur pesante. Non una leggerezza di pensieri e azioni, di imprevedibilità e velocità, di scatto e controscatto. Una leggerezza di vuoto: quando le gambe non vanno, quando l'energia finisce.
Pensare a Esteban Chaves senza quel sorriso fa quasi strano perché il suo è un sorriso che sembra restare anche quando fatica, quando si commuove, quando non ce la fa più. Quasi un negativo di una foto, qualcosa che in controluce traspare sempre. Anche in questi giorni in cui, già fuori dalla lotta per la classifica generale, dopo aver lavorato, dopo aver preparato la corsa, far fatica sembra senza un fine, se non quello di immagazzinarla, di assorbirla, di farsene parte. Una prospettiva difficile.
Qui la leggerezza diventa davvero difficilmente sostenibile; da vivere e da trasmettere. Eppur ancora c'è, eppure ancora sorride quando può. Quel sorriso è in realtà un modo di prendere le cose, una filosofia semplice e profonda. Un fanciullino di Pascoli, qualcosa di primordiale. Primordiale, all'origine come sognare di vincere una grande corsa a tappe: così puro, così grande sognano i bambini. Gli adulti ridimensionano, talvolta nascondono quando il sogno è troppo grande. Chaves, per i sogni, è restato il bambino che era e lo ammette.
Anche se ora ha paura. Non tanto di non vincere: un ciclista sa che perdere è molto più facile, molto più probabile. Ha paura di deludere la squadra, le persone che lavorano con lui, che credono in lui. Ha paura perché sente di non poter dare quello che ci si aspetta da lui. Qui la leggerezza diventa pesante, diventa difficile. Perché anche vedere quella festa sulle strade può fare male quando non sai perché le gambe non girano, quando non ti riconosci.
Restare Esteban Chaves, restare un colibrì, che fatica a planare, ma pur sempre un colibrì, era la prova decisiva, l'ostacolo da affrontare ancora una volta. "È la vita da atleta, da professionista" ha detto Chaves. È la vita, direbbe chiunque. Chaves ci sta riuscendo.
La misura di ciò in cui crediamo è nei giorni in cui quel qualcosa, pur potendo svanire, resta. Perché lo abbiamo voluto, non solo perché è capitato. Questa è la forza: Chaves che continua a sorridere e pensa a quando quella bicicletta lo farà nuovamente felice. Davanti a tutti.


Carapaz e saudade

C'è qualcosa che richiama l'armonia in Richard Carapaz che se ne va sulle pendici di Peñas Blancas. Quasi un profumo o una sensazione che, da El Carmelo, in Ecuador, arriva fino in Spagna, e sembra proprio aria di casa. Aria di casa come uno scalatore in fuga mentre "la strada si rizza sotto i pedali" avrebbe detto qualcuno.

Ma la fuga di Richard Carapaz è partita ben prima oggi: a inizio tappa, insieme a tanti. I suoi lineamenti, talvolta, a tratti ricordano la “saudade”, la nostalgia. Quando è lontano, persino della sua prima vecchia bicicletta che i genitori recuperarono in una discarica, oggi, invece, proprio di quel sentirsi a casa in salita, del suo essere, delle sue sensazioni. Così attacca la "Locomotora del Carchi", durante la dodicesima tappa della Vuelta a Espana, il primo giorno di settembre.

Attacca per andare in fuga dopo un inizio di Vuelta complicato, dopo essere andato completamente fuori classifica, dopo giorni difficili. Attacca dopo quel maggio che, proprio in salita, sulla Marmolada, gli ha strappato di dosso la seconda volta al Giro. Hindley che parte, Carapaz che si stacca. Lo ricordiamo tutti, dopo venti giorni di gara. Il giorno prima di Verona.

Attacca e torna ad attaccare ai due chilometri dal traguardo questa volta restando solo, sui pedali, poi seduto e ancora sui pedali e ancora seduto. Sta bene così, Carapaz. È tornato a casa: ha fatto quello che sa fare, quello per cui in Ecuador lo imitano, lo cercano. Quello per cui qualche ragazzo lascia la propria terra cercando fortuna.

Ha vinto, alzando le braccia, sollevato, risollevato, rialzato. Anzi, sollevatosi, risollevatosi, rialzatosi perché nessuno tranne lui poteva farlo. Perché in montagna, perché primo davanti a tutti. E, anche se Carapaz conosce bene la vittoria, questa volta sembra ancora la prima volta.


Zoncolan Challenge: oltre la salita

Spesso, quando Walter Franz esce in bicicletta, con lui, nel carrellino dietro, c'è Joseph, suo figlio. Per Joseph, otto anni, affetto da una forma di autismo grave, gli oggetti attorno sono estranei: a causa di un deficit cognitivo, Joseph non comprende e non parla. Quando è su quella bicicletta, però, sorride, anzi, più la bicicletta va veloce, più sorride. Walter conosce bene la felicità che può dare una bicicletta, lui stesso l'ha sperimentata, anni fa, ma vedere suo figlio felice è più importante. Vedere suo figlio felice fa quella bicicletta più importante. Fa tutte le biciclette più importanti. La bicicletta, in quel momento, è una opportunità di cambiare qualcosa.
Zoncolan Challenge, in fondo, nasce da qui. Sabato dieci settembre, alle sedici, Walter inizierà a scalare lo Zoncolan e lo farà per otto volte, fino alla domenica alla stessa ora. Joseph non ci sarà, non nel carrellino di Walter, almeno. «Mi dicono tutti che è difficile e lo so. Lo è. Ma, nella vita, ci sono tante cose più difficili a cui non pensiamo mai fino a quando non ci capitano. Forse servirebbe un poco di cura in più. Perché il dolore di una salita finisce, altri dolori non si affrontano così. L'ho imparato conoscendo la disabilità». Walter parla delle disabilità gravi, di Joseph, delle parole che non arrivano e di quell'universo del silenzio che ribalta lo stomaco. «Un genitore soffre anche quando il figlio ha mal di denti perché lo vede provare dolore. Noi, quando vediamo soffrire nostro figlio non sappiamo perché, non possiamo saperlo, non possiamo chiederlo a lui, non possiamo chiederlo a nessuno».
Sullo Zoncolan, accanto a Walter, potrà esserci chiunque: in bicicletta, con una bicicletta elettrica, persino a piedi. Perché lo Zoncolan non si sale da soli, come da soli non si cresce, non si impara. «Imparare a nuotare, ad esempio. Non ho mai saputo farlo e un paio di anni fa mi sono iscritto a nuoto. Qual è il problema? Rinunciamo a tante cose di cui abbiamo paura, quando possiamo riuscirci benissimo. Forse dovremmo farle proprio per rispetto di chi non può farle. Di chi non potrà mai farle». Walter pensa a Joseph: «In quell'universo del silenzio c'è molto da imparare. Da quel silenzio abbiamo capito che c'è un futuro da tutelare: il futuro di mio figlio e dei ragazzi come lui. Una casa, una possibilità di essere autonomi».
Pedalando Walter ha pensato a tutto ciò che in questi anni ha capito dell'autismo chiedendo a medici, a esperti. Soprattutto in casa un ragazzo autistico grave è esposto a ogni rischio: «Ho pensato che l'opportunità potesse essere un progetto, potesse essere small-house, un prototipo di casa in cui Joseph possa vivere anche quando sarà solo. Una casa che rispecchi le sue abitudini, che si adatti a lui per non fargli male, per non fargli troppo male. Perché gli oggetti possano essere meno estranei. Con dei tablet ai muri». Walter l'ha pensata su Joseph, ma ogni bambino e ogni ragazzo è diverso. Ogni famiglia può pensare a una casa che sia davvero casa, che protegga. Insieme a questo un trust, derivato dalla legge "dopo di noi" che garantisca le possibilità economiche a questi ragazzi. Perché il loro domani passa anche da qui.
È difficile da raccontare, da capire fino in fondo. Non il progetto, la sensazione che si prova sentendosi impotenti. «Quell'idea, in bicicletta, mi ha fatto capire che qualcosa si può fare. Da quel giorno, sono ancora più legato alla bicicletta». E dalla bicicletta si può partire come ha fatto quel signore che, tempo fa, ha portato suo figlio a pedalare con Walter e Joseph. «Mi ha detto che era importante vedesse, capisse . Entrasse in contatto con una realtà diversa dalla sua. Non so se qualcuno porterà i propri figli a Zoncolan Challenge, ma lo spero. È importante che un bambino possa capire mentre si diverte, perché la bicicletta è il primo segno di autonomia, di libertà. Assomiglia a quando inizi a conoscere qualcosa. Conoscere e pedalare sono verbi similari».
All'evento sarà connessa una raccolta fondi per continuare a dare forma a questi, a queste idee. «Più volte ci siamo sentiti soli, più volte non abbiamo saputo come fare, perché non conoscevamo quasi nulla. Da soli, ascoltando, abbiamo provato a imparare. Pedalare assieme è anche combattere quella solitudine, dire: "So che succede così, ci sono passato, vivo la stessa situazione". Da lì poi nasce il coraggio per continuare a viverla e per continuare a pensare al futuro». Quella strada all’insù, quel giorno, sarà tutto questo: oltre la salita.


L'oro di Tel Aviv: imparare a vincere, imparare a perdere

Ci fu un giorno in cui Daniele Fiorin, padre di Matteo, gli consigliò di conoscere meglio la sconfitta perché gli sarebbe servito. Essenziale per lui, essenziale per qualunque giovane, nello sport e fuori. Accadde mentre, da ragazzino, Matteo Fiorin giocava a calcio e faceva ciclismo: preferiva il ciclismo, lì vinceva spesso e stava quasi decidendo di dedicarsi solo a quello. «No, credo tu debba continuare almeno per un altro anno anche a giocare a calcio. Non perché il ciclismo non faccia per te, esattamente il contrario. Vinci molto, vinci tanto con quella bicicletta, ma, alla tua età, bisogna anche imparare a perdere altrimenti poi sono problemi». Matteo quel giorno ascoltò suo padre ed oggi, a diciassette anni, nonostante le vittorie, conosce la sconfitta.

«So che quando si perde si è sbagliato qualcosa e bisogna tornare ad analizzare ciò che si è fatto. In realtà, però, so anche che pure quando si vince bisogna riguardare la gara e imparare qualcosa in più per un semplice fatto: chi ha perso, in quel momento sta imparando, se tu che hai vinto non lo fai resti indietro e la prossima volta perderai». Essere pronti, questo è il punto. Pronto per fare il proprio dovere, per un velodromo a Tel Aviv, per una maglia azzurra al mondiale, per il quartetto juniores, per l’inseguimento a squadre, per una medaglia d’oro.

Sì, Matteo Fiorin non avrebbe dovuto essere a Tel Aviv, ai mondiali juniores su pista, ma quando il suo telefono è squillato sapeva esattamente cosa fare, perché lo aveva sempre fatto, perché è un ciclista. «Non ho avuto paura, ma dubbi sì. È normale. Forse per questo devo ancora realizzare. Tutto però apparteneva a Matteo ragazzo, non a Fiorin ciclista. In sella riesco ad essere “cattivo”, deciso, convinto, molto preciso. So quello che devo fare e lo faccio». Nella vita di tutti i giorni è contento di essere Matteo prima che Fiorin. Ha amici ciclisti e con loro parla di ciclismo ma con i compagni di scuola o con chi non è interessato alle due ruote non sente il bisogno di raccontare ciò che fa in bici perché «sto bene così, essere al centro dell’attenzione non mi interessa, non mi piace». In pista, a Tel Aviv, loro: Alessio Delle Vedove, Matteo Fiorin, Renato Favero, Luca Giaimi e Andrea Raccagni Noviero e i timori che passano dopo le qualifiche.

Così perfezionista che dopo l’oro nel quartetto era dispiaciuto per aver mancato per un niente il record del mondo: qualche istante, poi urla, abbracci, l’inno e qualche ricordo. “Da esordiente primo anno quando persi una prova in batteria al meglio delle tre. Mio padre mi si avvicina e mi dice: «Vai e divertiti. Ora devi solo divertirti. Arrivai terzo». Padre e figlio, soprattutto questo, in grado di crescere assieme e poi di fare autonomamente strada: “Quest’anno mi sento più autonomo, ma l’autonomia l’ho costruita anche grazie ai suoi consigli”.

Imparare a vincere, imparare a perdere. Come è successo nella Elimination Race: «Non ero così lucido come avrei dovuto essere. L‘ho riguardata e la riguarderò, capirò l’errore e imparerò». Anche di questo è fatta la realtà di un ciclista: delle corse viste e riviste, di studio, in fondo. Perché quando l’adrenalina della corsa scende, vedi molti dettagli che prima non avevi nemmeno considerato. E poi divertirsi vedendo Wout van Aert e Mathieu van der Poel, su fango o su strada. Quel sano piacere che vedere la bravura fa provare.

In quel velodromo, a Tel Aviv, Matteo Fiorin ha voluto fare una foto con Walter Perez, già Campione Olimpico e Campione del Mondo, ora C.T. della nazionale Argentina. A casa, aveva rivisto una foto con lui, di quattordici anni fa, a soli tre anni. «Ci tenevo ad avere un’altra foto con lui, dopo tanto tempo. Ci tenevo a rivivere quel momento. Soprattutto perché di quel giorno, ovviamente, non ricordo nulla e mi spiace. Volevo ricordarmi di quel momento, così ho chiesto un’altra foto. Un ricordo di quello che ho fatto, di quello che posso fare».


Quella vecchia Graziella in un fienile

Quel giorno, Fabio era in un fienile, nulla di strano per un ragazzo di campagna, a Peveragno, vicino a Cuneo. Ad un certo punto qualcosa di antico, qualcosa che, un tempo, era stato una bicicletta e adesso era solo il suo ricordo: ingranaggi, ferro, acciaio, ruote, sella e manubrio. Fabio lo sapeva: quelle parti erano parti di una vecchia Graziella. Serve cura per raccoglierli tutti, ricostruirla e rendersi conto che, tutto sommato, funziona ancora, che quelle ruote portano ancora altrove, vicino o lontano. Perché, in fondo, una bicicletta resta sempre una bicicletta e chiunque ne scorga un tratto sa benissimo cosa c'è e cosa manca per tornare a farla viaggiare.
Potrebbe dirvelo un suo amico, Andrea, che, in quei giorni, aveva trovato una Graziella a casa della nonna. Su quella bicicletta, però, gli anni non avevano lasciato molti segni: non serviva ricostruirla, funzionava già, forse una spolverata, un ritocco ai freni e sarebbe andata ovunque come aveva fatto con i nonni di quel ragazzo di ventisette anni.

Nasce così “Graziellando”. Fabio e Andrea, qualche bomboletta spray, per dare colore, per avvicinarle a una nuova giovinezza, a qualcosa di spensierato e leggero: "Da lontano sembrano quasi belle, da vicino portano tutto il peso degli anni. Sono un simbolo: come la Vespa e una vecchia Cinquecento". Il moderno non le sfiora: sono gli anni trascorsi proiettati nel futuro. Scattate una foto con una Graziella in qualsiasi contesto e poi guardatela bene: c'è tutto lì dentro.
Andrea e Fabio, l'anno scorso, hanno usato quelle due Graziella per arrivare fino in cima a Sant'Anna di Vinadio. "Ci abbiamo messo sette ore solo per fare l'ultimo tratto, circa quattordici chilometri, ma ci siamo riusciti". Leggerezza è la parola chiave: "Avevamo addosso un costume da leone e uno da mucca: si moriva di caldo lì dentro ma non abbiamo desistito. Crediamo una Graziella sia soprattutto allegria, vacanza, voglia di fare qualcosa di diverso, voglia di provare a vivere un altro tempo". Un tempo diverso, quello della lentezza, dell'imperfezione.
A Peveragno c'è Via Roma, a Roma c'è via Peveragno: Fabio e Andrea l'hanno notato. Allora perché non unire questi due punti proprio su due Graziella? Sono partiti così, attraversando l'Italia per una settimana per arrivare all'ombra del Colosseo. "Immaginare Roma ci piace perché non ci siamo mai stati. La prima volta in Graziella non si scorda mai". Così, al fresco di quell'ombra ci saranno due ragazzi e due biciclette che fino a qualche tempo fa si erano scordate di essere tali.
"Ogni volta si rompe qualcosa e allora corriamo a sistemarlo. L'altro giorno abbiamo chiesto la chiave per una riparazione a un signore e non voleva crederci. Una proprietaria di un ostello, invece, ha voluto raccontarci come era fatta la sua Graziella e delle sue pedalate con gli amici". Cose che Fabio e Andrea già conoscevano perché Peveragno è lontano da Roma, molto diverso, ma le origini, le radici parlano a tutti nello stesso modo: "Da bambino ricordo dei signori che andavano a lavorare nei campi in Graziella" dice Fabio divertito.

Il mare della Liguria, poi Forte dei Marmi, i campi, le stradine secondarie, Civitavecchia e tra poche ore Roma. In Comune a Roma verrà regalata una targa da questi ragazzi e chissà che una targa da Roma non arrivi a Peveragno. Sarebbe bello, sarà, in ogni caso, molto bello per quanto faticoso: come è bello viaggiare mentre albeggia e al pomeriggio vistare città con amici. Come è bello sapere che anche una bicicletta in un fienile resta sempre una bicicletta e, se qualcuno la nota, se qualcuno se ne prende cura, può tornare a viaggiare come ha sempre fatto. E domani? "Chissà, vorremmo queste due Graziella diventassero una sola. Magari un tandem. Dobbiamo pensarci ma l'idea c'è. Allora ripartiremo per un’altra avventura".


Wiebes-Balsamo: la forza delle idee

Monaco, da qualche giorno, pensava alla forza delle idee. Le idee che sono forse l'unico modo per cavarsela quando ci si trova davanti a qualcosa di così spropositato da sembrare ovvio, inevitabile, ineluttabile. Qualcosa che contrasta con l'essenza stessa della bicicletta perché pensare a una bicicletta è, in fondo, pensare a qualcosa per nulla scontato, semplice o intuitivo. Perché la bicicletta sceglie l'equilibrio precario, la fatica, sceglie di non avere alcuna protezione, di esporsi al vento, all'acqua o al sole, al caldo o al freddo, porta ovunque, certo, a patto che sia tu a portarla ovunque: in questo senso è il contrario dell'ovvio, di ciò che è facile, che è comodo. Somiglia più a ciò che è bello e quindi, spesso, difficile.
A Monaco, alla prova su strada degli Europei femminili, l'inevitabile, l'ovvio, poteva essere la volata finale, poteva essere Olanda e quindi Lorena Wiebes. Talmente veloce, reattiva, da vincere in volata, che è gruppo, vicinanza per definizione, quasi sempre staccando le avversarie. Wiebes, oggi, era uno spettro, da qualche notte era un incubo: quelli che arrivano quando non te lo aspetti e se ne vanno lasciandoti senza altro che domande. Quelli privi di comprensione.
Allora sono arrivate le idee e, in fondo, non sembra neanche difficile, quasi una conseguenza, a parole, perché nei fatti è difficilissimo. Prima bisogna mettere in difficoltà le olandesi, sfaldare quel treno, stancarle. Perché non si sa mai che si riesca ad andare via da sole, senza di lei oppure con lei, quasi un'imboscata per sorprenderla e poi batterla, per una volta sola, magari in difficoltà. Poi perché se volata deve essere, le olandesi devono guadagnarsela, sudarla, devono fare più fatica delle altre visto che, almeno sulla carta, sono più forti delle altre.
Difficilissimo e non solo per questo. Difficilissimo perché chiunque ha provato a scattare oggi, tante francesi, tedesche, italiane, sapeva bene che avrebbe potuto essere tutto inutile, che le olandesi avrebbero potuto essere così forti da non patire quegli scatti che anzi avrebbero potuto essere un'arma a doppio taglio contro chi li aveva pensati. La volata arriva per tutti e se il treno che paga dazio non è quello olandese ma quello italiano, ad esempio? Che si fa? Che si dice dopo aver fatto tanto, dopo aver dato tanto? Un rischio ma, se ricordate, l'ovvio con una bicicletta ha poco a che vedere.
E dopo tutti questi "se", questi "chissà", si arriva davvero in volata e le azzurre sono lì, una striscia di colore, quasi uno stralcio in una tela. Sembra un assolo di chitarra il modo in cui lanciano la volata: dapprima Fidanza, Sanguineti, Cecchini, Guarischi e Confalonieri poi Barbieri, lì dietro non solo la maglia iridata di Elisa Balsamo ma anche quella di Lorena Wiebes. Già, perché quel treno olandese ha effettivamente pagato la fatica, quasi sfibrato da tutti gli agguati e Wiebes nel finale deve arrangiarsi da sola.
È un tempo sospeso quello della volata, come lo sguardo e le mani di Ilaria Sanguineti, che sperano, quasi esprimono un desiderio a una stella cadente solo immaginata. È un tempo sospeso anche quell'attesa perché Wiebes e Balsamo arrivano talmente vicine che non si capisce chi abbia vinto. Prima Wiebes, seconda Balsamo: serve rivedere la volata per saperlo. terza Rachele Barbieri.
E allora? Allora le idee non sono servite? Allora è stato tutto inutile? No, è il contrario. Quello che è successo oggi è la dimostrazione che proprio le idee sono più forti. Di tutto, anche di Wiebes. Perché l'ovvio ha dovuto faticare a materializzarsi, grazie al difficile, al faticoso. Grazie alla squadra. Di quella fatica che fa piangere Marta Bastianelli che oggi avrebbe voluto fare di più. Sono state le idee a costruire quel tempo sospeso e quella speranza.
Attraverso la fatica, la decisione, l'abnegazione, la volontà anche quando sembra inutile. Wiebes è campionessa europea e chi ha visto la prova di oggi ha imparato qualcosa in più. Se le idee sono così potenti, allora si può essere felici anche secondi, terzi. Persino fuori tempo massimo a patto di aver creduto a quelle idee e di averle costruite.


Vincenzo Albanese ha vinto di coraggio

Il treno su cui sta viaggiando Vincenzo Albanese, Eolo Kometa, di ritorno dal Tour du Limousin, arriverà a Firenze intorno alle quattordici. Dai finestrini si vedono gli stessi paesaggi di sempre, eppure per Albanese oggi è diverso. Non lo dice direttamente ma, da come parla, capiamo che quelle parole sul coraggio, quelle che dicono che il coraggio è la principale delle qualità umane perché garantisce tutte le altre, dicono qualcosa anche a lui.
«Avessi avuto più coraggio probabilmente le cose avrebbero potuto andare diversamente anche prima. Poche ore fa, a Limoges, ho vinto di coraggio». Vincenzo Albanese si riferisce ai molti piazzamenti nell'ultimo anno, ci ripensa adesso e ci pensava anche ieri in corsa sebbene, come racconta lui stesso, chi fa il mestiere del ciclista non ha molto tempo di pensare. «In squadra mi hanno sempre mostrato questa possibilità, probabilmente non ero pronto per metterla in pratica. Doveva scattare qualcosa e nell'ultima tappa del Limousin è successo». Quel qualcosa è scattato e insieme a lui, a un chilometro e mezzo dal traguardo, è andato via anche Albanese.

«Non ho paura delle volate, mi piacciono e sono anche veloce. Le volate sono il mio terreno, è questo il punto: per questo le ho sempre scelte. Il rischio delle volate è un rischio che conosco bene. Quello di ieri, forse, era un rischio che mi intimoriva, perché nel momento in cui scatti azzeri ogni possibilità intermedia: se non vinci, non ti piazzi nemmeno». Ad Albanese un nuovo piazzamento non interessava, per questo se ne è andato e dietro hanno potuto solo guardarlo: prima a braccia levate, poi a terra, a respirare.

La cosa bella del suo coraggio è che, poi, una volta scattato, una volta che lui era in testa, controvento, col gruppo alle spalle, il momento più difficile era diventato il più semplice: faticoso, certo, ma naturale. Ai meno duecento metri dal traguardo, Albanese era ancora abbastanza lontano da sentirsi al sicuro: «Che avrei vinto l'ho capito lì, quando mi voltavo e vedevo che più di tanto non recuperavano. Quando ho alzato le braccia, avevo già pensato alla vittoria da qualche secondo».

Sembra un paradosso, quello della vittoria che non arrivava mai e alla fine è arrivata prima di arrivare veramente. Bastano pochi metri, pochi secondi: sono già tanti, sono sempre tanti quando non vedi l'ora.

Per questo dal finestrino persino i binari, linee parallele che si corrono accanto come treni di una volata, sembrano diversi. Perché «fare il ciclista mi è sempre piaciuto ma, ad un certo punto, hai anche bisogno che le cose vadano bene, crederci non ti basta più se non succede qualcosa». Così il coraggio ha salvato Vincenzo Albanese, così Vincenzo Albanese ha salvato il suo coraggio su una bicicletta.


Transaphar 2022: da Tel Aviv a El Cairo con mille matite

Niccolò, Lorenzo e Giovanni conoscono bene il valore degli appuntamenti. Niccolò sostiene che quando si parte, soprattutto per un viaggio lungo, che porti molto lontano, è bene avere un appuntamento con qualcuno nelle terre in cui si arriva. Così prima di partire per Transaphar Tel Aviv - Il Cairo 2022 questi tre ragazzi avevano già qualcuno ad aspettarli, qualche giorno dopo, ad Amman e avevano qualcosa da lasciare, da donare: mille matite, in un bar, una sera.
Questa storia parte con un volo per Tel Aviv, il lunedì appena trascorso, poi tre biciclette e via a pedalare verso Il Cairo, circa 1000 chilometri, dodici giorni per percorrerli. Non è facile, ma, alla fine, Niccolò e i suoi amici lo sanno bene e ce lo spiegano: "I problemi sono quello che sono, la differenza la fa il modo in cui tu li approcci. Possono atterrarti oppure farti scoprire qualcosa di te che non conoscevi. Senza scordare che la maggior parte dei problemi è risolvibile". Due mesi fa, quando questa idea è nata le cose belle sono balzate subito alla mente: "Abbiamo immaginato l'atterraggio, il momento in cui avremmo pedalato a Gerusalemme, l'Oasi di Fayyum e gli scheletri delle balene, le notti in tenda e i pasti dove capita. Insieme a queste, però, sono arrivate anche le cose difficili: passare in zone desertiche, il forte caldo, l'acqua che in alcune zone non si trova se non a distanza di molti chilometri, perché nulla è scontato come può sembrare e il bello e il difficile si affiancano.
"Viaggiare vuol dire capire questo, vuol dire studiare, conoscere e quindi rispettare ciò che incontri". Viaggiare, soprattutto, vuol dire capire che mentre si viaggia e ci si diverte si può fare qualcosa di utile. Niccolò, Giovanni e Lorenzo lo dicono spesso: "Non vogliamo passare per quello che non siamo, non vogliamo elogi perché questo è soprattutto un viaggio di svago, però, quando guardiamo quelle mille matite che trasportiamo sulle biciclette siamo contenti": Qui torna la questione degli appuntamenti: in quel bar, ad Amman, ad attenderli c'è il responsabile della Onlus "Terre des hommes" che farà avere le matite ai bambini dei campi profughi siriani.
"Se possiamo aiutare quei bambini, possiamo farlo grazie alla scuola, all'istruzione, da lì passa il loro futuro. Tante cose si potevano donare, noi abbiamo pensato a delle matite. L'oggetto con cui si impara a scrivere ma che si conosce sin da prima perché si usa per disegnare. Qualcosa che tutti hanno tenuto fra le mani da bambini e che li ha guidati nelle prime lezioni imparate: scrivere, sottolineare". Il punto, racconta Niccolò, è proprio questo: per noi avere in mano una matita è assolutamente normale, talvolta, invece, non si ha nemmeno una matita da stringere fra le mani.
Matite che hanno a che vedere con la crescita di questi bambini, con un viaggio in bicicletta e con le biciclette perché donate da Campagnolo e Selle Royal: una sorta di porta su un viaggio. Come qualcosa di questo viaggio, di questo "safari oltre i faraoni", resta in quei tre cappellini con copertura da deserto realizzati da Niccolò: un omaggio ai compagni e la dimostrazione di quante cose possa unire un viaggio, di quante cose possa fare un viaggio.
Gli uomini hanno la possibilità di adattarsi, una possibilità che spesso si dimentica nella comodità quotidiana e, in quell'adattamento fare qualcosa anche per gli altri. Tre ragazzi che pedalano da Tel Aviv a Il Cairo, provando a fare qualcosa di buono, ce lo ricordano.


Di Vincenzo Nibali o dell'estate e di un viaggio

L'estate piena, settembre dietro l'angolo, l'autunno che attende: l'ultima estate, l'ultimo autunno da corridore perché quelli come Nibali hanno qualcosa di antico a cui ben si abbina la parola corridore, come avrebbero detto i nostri nonni. Pensare che fra un anno, a Messina, Nibali potrà dire "un'estate fa" e parlare di quando ancora era corridore potrebbe mettergli malinconia; quella sensazione che si prova quando qualcosa finisce, quando i viaggi finiscono, che non è, poi, tristezza perché una parte di bellezza c'è anche nella malinconia. Il punto è che, in questa estate che è ancora, Vincenzo Nibali quel viaggio lo sta vivendo senza pensare alla fine o, per quanto, pensandoci in maniera diversa.
Vuelta a Burgos. Quinto nella prima tappa, all'attacco ieri, in un finale mosso con tutta l'intenzione di chi questo viaggio vuole goderselo. Proprio ieri qualcuno ci ha detto: «Certo che vedere scattare lo Squalo...», una frase sospesa che, però, non lascia dubbi. C'è una sorta di ritorno alle origini in Nibali: le proprie e quelle del ciclismo.
Le proprie ovvero quelle di un ragazzo che scattava sulle strade siciliane e faceva a gara con altri ragazzi come lui. Che, tempo dopo, nelle prime gare si affidava alle "vibrazioni" e agiva di conseguenza, talvolta sbagliando. Le origini di Nibali che sono, con tutte le differenze del caso, le origini di qualsiasi ragazzo che inizia a correre in bicicletta e che sono, forse, le origini stesse del ciclismo.
Anche Nibali, il campione che tanto ha vinto, sa che, quando si inizia a pedalare, si ha il sogno di vincere, indubbiamente, ma il ciclismo lo si sceglie per sensazioni genuine che appartengono a tutti e che tutti possono capire: una discesa veloce, il brivido in una curva, la vetta di una salita, gli amici che non tengono più la tua ruota. Vincenzo Nibali in questo non fa differenza: ha sempre fatto tutto questo, solo più in grande: al Giro, al Tour, alla Vuelta, alla Milano-Sanremo o a "Il Lombardia".
Un campione non scorda mai tutto questo anche se per le persone è colui che ha vinto due volte il Giro d'Italia e il Tour de France. Non lo scorda mai e quando tutto si fa più lieve torna a godersi questo viaggio. Anche ora, mentre le sagome dei ciclisti sull'asfalto si accorciano, come il tempo che manca. E quando scatta, chi lo vede, pensa sempre: «Certo che vedere Nibali scattare...»


Van Aert e il teorema dell'impossibile

Quando è stata l'ultima volta in cui abbiamo creduto a qualcosa di impossibile? Meglio ancora sarebbe dire: quando è stata l'ultima volta che abbiamo iniziato a fare qualcosa nonostante sembrasse, a noi e forse soprattutto agli altri, impossibile? Perché, poi, il problema è spesso quello che sentiamo dire anche quando, magari, con un pizzico di incoscienza, quell'impossibile lo stiamo per affrontare. Pensate a Wout van Aert e poi pensateci, noi abbiamo fatto così.
Van Aert con l'impossibile ha un legame particolare: lui all'impossibile ha iniziato a pensare molto tempo fa e pensando all'impossibile è diventato l'atleta che è diventato. Una sorta di contemplazione della mente che l'ha portato alla sua risposta che poi dovrebbe o potrebbe essere anche la nostra: a forza di abituarsi al possibile a tutti i costi, talvolta allo scontato, la mente dimentica le possibilità più difficili, quelle che poi cataloga come impossibili. Lo ha detto van Aert ed è una risposta a tante cose.
La ricerca dell'impossibile, anche solo la sua possibilità, sfiorata, progettata è, di fatto, un'abitudine e una capacità e, come tutte le capacità, se non si esercita si perde. Van Aert la esercita spesso, la ricerca nel fango, nel tempo perduto, nelle strade che si arrampicano e in quelle che fanno a pugni col vento e con le leggi della fisica. Van Aert la ricerca nelle fughe che paiono senza senso e forse davvero un senso non l'hanno se non esplorare l'impossibile, conoscerlo, sapere che esiste.
Conoscere questa possibilità, perché anche l'impossibile è una possibilità, non bisogna scordarselo, ha apparentemente più svantaggi che pregi. La mancanza di comprensione, prima di tutto. Perché, ad esempio, una fuga a cento chilometri dal traguardo difficilmente viene capita, soprattutto se non va in porto. Non considerare l'impossibile significa anche questo: valutare tutto in base al solo risultato finale, dimenticando ciò che c'è stato in mezzo, ciò che l'ha provocato e ciò che è stato in grado di provocare.
Ma voler conoscere l'impossibile, applicarlo come un teorema o una formula matematica non offre garanzie di risultato, non può offrirle. Se le offrisse perderebbe di senso. A van Aert quelle garanzie non sono mai interessate . La sua mente non vuole escludere alcuna possibilità.
Sperimentare l’impossibile di van Aert serve. Per migliorare la propria persona nella ricerca o anche solo per sapere che esiste e avere il coraggio di osare anche se le voci attorno raccontano esclusivamente di chi non ci è riuscito. Provare, è questo il traguardo.