Il monumentale del Giro 2021

L'attesa è finita: è tempo di Giro d'Italia. Dopo le classiche, a scandire irrimediabilmente il tempo che passa, arriva il momento bramato da noi italiani ciclofili, che quando si parla di Giro alimentiamo il nostro essere strapaesani soffiando sul fuoco della partigianeria.
Esiste ancora, per fortuna, quella razza seppur in via d'estinzione che si prende giorni liberi per seguirlo - limitazioni permettendo - sulle strade; più numerosi, fatto naturale, quelli che lo aspettano sotto casa, “affacciati dalla finestra” come cantavano i Pitura Freska (sic!) in una vecchia sigla del Giro: un ricordo che si perde addietro, a metà degli anni '90, ai giri di Berzin e Pantani, Gotti, Rominger, Tonkov e Zaina.

E allora che importa se invece il ricordo più vicino è legato a pochi mesi fa, a un Giro posticipato in autunno causa pandemia e dai contenuti tecnici smagriti dall'anomalia della stagione 2020, ma arricchiti da quelli legati all'incertezza che lo ha reso vibrante fino alla fine. Con la maglia rosa decisa nella sfida Tao-Jai che tanto sa di lotta marziale, ma che lungo i 15,7 chilometri della crono finale verso il Duomo di Milano appariva già segnata sin dalla notte prima, come un bisticcio tra bimbi, per la superiorità nell'esercizio contro il tempo dell'hipster londinese sull'australiano con un passato ciclistico abruzzese.

Tao Geoghegan Hart e il Trofeo senza Fine al Giro 2020. Crediti foto: Alessandro Trovati/Pentaphoto

E allora che importa se anche quest'anno, per l'ennesima volta, le facce migliori dei Grandi Giri hanno scelto il più ricco, sia a livello di montepremi che di fama, Tour de France - parliamo naturalmente di Pogačar (Pound for Pound il ciclista più forte del mondo, oggi) e Roglič, ma, come quasi sempre accade, mancano pure i mammasantissima delle grandi classiche primaverili.
Checché se ne dica, però, la sfida alla maglia rosa finale del Giro d'Italia 2021 mette in campo una batteria di galli incazzosi da far invidia a un racconto di Gabriel García Márquez. E quindi importa solo che è maggio, che è tempo di Giro d'Italia e francamente frega il giusto di tutto il resto.

Ma bando a inutili orpelli e sofismi, e via con gli aspetti più tecnici di questa corsa che ci terrà compagnia da sabato 8 maggio (partenza da Torino con una cronometro di 8,6 km) fino al 30 dello stesso mese (finale a Milano, sempre a cronometro: stavolta lunga 30,3 km).

LA ROSA DEI FAVORITI

Crediti foto: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2018

Prendendo in prestito anche i dubbi evidenziati dalle parole di Bernard Hinault è impossibile trovare un favorito assoluto per questo Giro d'Italia, ma ci proviamo lo stesso. Si parte dall'incertezza, parola che sentirete spesso ripetere in questo articolo e probabilmente anche nelle prossime settimane; incertezza non solo legata all'epoca che stiamo vivendo, ma anche ai nomi che citeremo. Su di loro pende come una spada affilata e assetata di duelli un grosso punto di domanda, per un motivo o per l'altro. Sì anche su quello che, per opinione comune, parte come il favorito numero uno della corsa: Simon Yates.

Ci si chiede: non è che si è mostrato troppo in forma al Tour of the Alps? Il suo direttore sportivo lo esclude categoricamente, è preparato a puntino per essere in forma al Giro, dice. E poi Simon è questo, sempre stato, se non fossero identici in quasi tutto ti chiederesti come possa davvero essere gemello di Adam, così diversi nel muoversi in gruppo tanto che da quest'anno le loro strade si sono pure divise: Adam è passato alla INEOS e sarebbe stato un espediente affascinante averli avuti entrambi al via del Giro, ma va così.

Torniamo al punto. Simon è corridore caldo, nonostante la provenienza britannica, attaccante per indole più che per necessità, piccolo, a volte imperturbabile in salita, i suoi scatti febbrili possono far male ma non solo: ha la possibilità di prendere la maglia rosa abbastanza presto (quarta tappa a Sestola, oppure un paio di giorni dopo ad Ascoli Piceno) e magari di non lasciarla più – d'altra parte superato lo scoglio della prima cronometro, avrebbe solo lo spauracchio dell'ultimo giorno. Un Babau di 30 chilometri contro il tempo che, come lo scorso anno, potrebbe ribaltare le sorti della corsa. Anzi potrebbe pure essere ancora più decisivo, visto il chilometraggio, e allora Simon avrà bisogno di arrivare a Milano con più margine possibile.

Simon Yates in azione al Tour of the Alps, vinto, pardon, stravinto. Crediti foto: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2021

Dicevamo dello stato di forma di Yates: al Tour of the Alps è apparso brillantissimo, una spanna o qualcosa in più sopra tutti i contendenti, ma la corsa fra Austria e Trentino si è disputata un mese prima quella che sarà l'ultima durissima settimana in programma al Giro, e lui la sfrontatezza, e la condizione arrivata troppo presto, in una grande corsa a tappe l'ha già pagata con gli interessi e sotto le sembianze di un evidente calo di forma nella fatidica terza settimana.

Era l'edizione del 2018 e vestiva la maglia rosa, si consumò con il suo modo di correre spavaldo e baldanzoso, che, per quanto possa avergli assicurato fama e affetto lo ha portato a perdere male. Certo, un grande Froome lo rivoltò come un calzino a tre giorni dalla fine, ma, anche senza l'intuizione britannica sul Colle delle Finestre, le cose per lui sarebbero andate verso un'inevitabile sconfitta: era cotto e aspettava solo il momento per alzare bandiera bianca.

Allo stesso tempo, però, lo Yates di quella volta aveva quasi 26 anni, oggi quasi 29: tre anni sono un'eternità, almeno nel ciclismo.
Tre anni in cui il motore è cresciuto, la tenuta e la brillantezza anche, per non parlare della conoscenza, di sé e dei propri limiti. La squadra è tutta per lui - Tanel Kangert e Mikel Nieve sprizzano esperienza da ogni poro, seppure atleticamente in calo, Nick Schultz è una carta interessante per le tappe mosse, e la batteria di australo-danesi da pianura è di livello. C'è da chiedersi se possano bastare, un Giro logora – fatto evidente – ma soprattutto il Team BikeExchange appare inferiore alle squadre dei suoi rivali più accreditati.

Ed eccoli i suoi avversari, tutti da decifrare, iniziando da Egan Bernal.

Egan Bernal al Tour 2020. Crediti foto: ASO / Alex Broadway

Senza i problemi alla schiena che si porta dietro da tempo e che lo hanno frenato anche in questo inizio di stagione si parlerebbe del colombiano come favorito numero uno della corsa, altro che Simon Yates. Invece i dubbi rimangono.
Ci ha illuso a inizio stagione, Bernal, con prove incoraggianti soprattutto nelle corse di un giorno, mentre i problemi fisici che lo affliggono lo hanno portato a fare un passo indietro alla Tirreno-Adriatico – chiusa, nonostante le difficoltà, al quarto posto, ma la classe è classe da quella parti.

Da lì non s'è più visto: se non nell'alimentare lo spirito vouyeristico dell'epoca tramite i suoi allenamenti pubblicati su Strava, setacciati da addetti e appassionati. Il tracciato del Giro gli si addice, non potrebbe essere altrimenti. Altimetricamente probante, strizza l'occhio alle aquile, e poi la crono finale non gli fa paura. I dubbi però espressi sulla sua condizione fisica restano e non sono pochi.

Alaphilippe e Sivakov in azione al Delfinato 2020 - Crediti foto: ASO / Alex Broadway

Le alternative non mancano alla multinazionale britannica: ci sarebbe il franco-russo Pavel Sivakov, cadesse di meno. Strano questo suo storico fatto di incidenti, l'ultimo in ordine di tempo al Tour of the Alps, considerando come sia praticamente “nato” in bicicletta, lui che come miglior risultato in un Grande Giro conta il nono posto proprio nella corsa italiana nel 2019. Per uno col suo pedigree, risultato assolutamente migliorabile.

Restando nell'ex Team Sky: il colombiano Daniel Martínez è solido in salita, e se c'è da dare una mano al capitano allora rende ancora più forte il racconto attorno a un possibile strapotere INEOS, mentre appare leggero come alternativa di alta classifica, ma vedremo: è una squadra che ci ha abituati a stupire in tutti i sensi e che in tutti i sensi potrebbe essere l'ago della bilancia della contesa. E non dimentichiamo la presenza di Jhonatan Narvaez, inserito solo nelle ultime ore al posto dell'enigmatico Sosa, Gianni Moscon e Filippo Ganna, a caccia di tappe in ogni dove, partendo, nel caso del colosso piemontese, dalla maglia rosa il primo giorno.
Dal trenino anestetizzante degli anni d'oro (gialli) al Tour, alle tappe vinte a ripetizione al Giro nel 2020 (e anche alla Boucle) attaccando ogni giorno con corridori diversi, fino all'epilogo vincente firmato Geoghegan Hart: un modo differente di lasciare il segno, eventualmente, lo troveranno.

Giro d'Italia 2017. Mikel Landa in maglia Sky nella vittoriosa tappa San Candido- Piancavallo- Crediti foto: Alessandro Trovati Pentaphoto/Mate Image

In ordine di fama e alla ricerca della gloria, al terzo posto mettiamo Mikel Landa, al di là delle simpatie che si possono provare per il basco di Murgia el chico de pueblo come lo chiamano in Spagna. Landa, pur senza vincere quest'anno, è piaciuto in salita, suo terreno ideale dove, almeno sulla carta, potrebbe essere anche il numero uno al Giro.

Terzo a Larciano e alla Tirreno, ottavo ai Paesi Baschi in un percorso di avvicinamento al Giro tranquillo e tranquillizzante. È uno degli eterni piazzati - e incompiuti - del ciclismo degli anni 2010 (e ormai 2020), con un solo podio (Giro 2015) e ben tre quarti posti (due al Tour e uno ancora al Giro). Bando al Landismo 'ché c'ha stufato, e chissà che prima o poi la ruota possa girare e fermarsi sul suo numero o su quella faccia da orsacchiotto buono.
La squadra poi appare robusta, dietro i granatieri della INEOS e, al pari della Quick Step, la più solida: Pello Bilbao e Damiano Caruso sono qualcosa in più del solito usato sicuro, Gino Mäder, ennesimo talento svizzero emergente, è una pedina importante in salita, gli sloveni Jan Tratnik e Matej Mohorič possono svariare tra ambizioni personali e la possibilità di giocare un ruolo tatticamente importante.

LE PRINCIPALI ALTERNATIVE

Almeida in Rosa al Giro 2020 - Crediti foto: Gabriele Facciotti/Pentaphoto

Nominiamo quattro corridori come le più credibili alternative ai tre sopracitati e lo facciamo in rigoroso ordine alfabetico: João Almeida (Deceuninck-Quick Step), Romain Bardet (Team DSM), Hugh Carthy (EF Education-Nippo) e Alexander Vlasov (Astana-ProTech).

João Almeida è, per chi scrive, il nome più affascinante all'interno del lotto allargato dei pretendenti alla vittoria finale. Corridore tenace, non che non lo siano anche gli altri, affamato, dà sempre quella sensazione di grinta, tra smorfie e cadenza di pedalata, che sembra permettergli di superare qualche limite in salita, mentre il suo ex mentore, Axel Merckx, lo dipinge come corridore di grande intelligenza tattica, maniaco nella cura dei dettagli nonostante la giovane età, e con grande capacità di lettura delle situazioni: tutto può tornare utile in una corsa come il Giro, in uno sport dove saper interpretare in maniera diversa le varie situazioni resta un tassello fondamentale nella carriera ad alto livello.

Forte a cronometro, tra i papabili al podio è il più forte contro il tempo, e dunque guai a portarlo in zona primi tre posti l'ultimo giorno; veloce nei finali misti, anche lui tra Sestola, Ascoli e Montalcino mira a prendersi la Rosa e magari provare a emulare l'impresa di pochi mesi fa quando vestì la maglia di leader per ben 15 tappe e chiudendo poi al quarto posto finale: mica male per uno che faceva il suo esordio assoluto in una corsa a tappe di tre settimane. Da valutare la tenuta fisica nella terza settimana che lo scorso anno gli presentò il conto. Il portoghese, però, è solo la punta di una Deceuninck-Quick Step di qualità che mai come quest'anno pare abbia intenzione di vincere il Giro: tre come Fausto Masnada, Remco Evenepoel e James Knox non ce li hanno tutti.

Bardet in una delle sue prime uscite in maglia DSM alla Tirreno 2021. Crediti: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021

Da quest'anno scordatevelo nel bianco latte macchiato di azzurro e marroncino della AG2R ma cercatelo nella maglia nera DSM: è Romain Bardet a cui si aggrappano le speranze francesi (ci sarebbe pure Rudy Molard, Groupama-FDJ, buono per un piazzamento tra la decima e la quindicesima posizione, con lui in squadra il duo svizzero Badilatti-Reichenbach, mentre l'altra World Tour francese, l'AG2R, affida le speranze di classifica all'ex commesso di Decathlon Geoffrey Bocuhard) e che inevitabilmente si dividerà i compiti in classifica con Hindley - parleremo di lui nel prossimo capitolo.
Insegue un successo di tappa – non ha mai vinto una corsa fuori dalla Francia, che è sempre una notizia – ma il miglior Bardet potrebbe anche lottare per il podio finale. La domanda da farsi però è: quanto è lontano dal miglior Bardet?

Lo scorso anno Hugh Carthy è salito sul podio della Vuelta e ha conquistato la tappa più suggestiva sull'Alto de l'Angliru Crediti: ©PHOTOGOMEZSPORT2020

Infine, credibili alternative appaiono il pennellone di carta velina Hugh Carthy, tanto magro quanto forte in salita - e in un Giro così la salita farà la differenza - ma allo stesso tempo imprevedibile - terzo all'ultima Vuelta, forse dovrebbe imparare a correre un po' meglio tatticamente, e il russo Aleksandr Vlasov, capitano Astana, che lo scorso anno illuse nella prima parte di stagione, poi si ammalò, e il suo Giro durò il tempo di un caffè al banco.
Ora è atteso a un risultato di rilievo e che riscatti una prima parte di stagione silenziosa, non entusiasmante, ma che a conti fatti lo ha visto chiudere sul podio sia la Parigi-Nizza che il Tour of the Alps. In carriera vanta un successo al Giro Under 23 come credenziale maggiore, ma per vincere un Giro dei grandi serve qualcosa di più.

I nomi di spicco presentati dalla EF Education-Nippo di fianco a Carthy, sono sicuramente Ruben Guerreiro e Alberto Bettiol. Entrambi a caccia di tappe, ma che all'occorrenza saranno imprescindibili per il capitano: il portoghese in salita (lo scorso anno conquistò la tappa di Roccaraso e la maglia azzurra finale) e Bettiol in pianura, ma con la possibilità di dire la sua nella tappa degli sterrati con arrivo a Montalcino: quello sarà inevitabilmente il suo giorno.

Aleksandr Vlasov tenta la stoccata nel finale della Lugo - Ourense, quattordicesima tappa della Vuelta 2014. Crediti: ©PHOTOGOMEZSPORT2020

Mentre l'Astana non sembra la miglior squadra possibile per supportare Vlasov in salita, almeno sulla carta, ma presenta un gruppo di corridori molto giovani e attesi da tempo: Harold Tejada (per la verità mai brillante in questo inizio 2021) e Vadim Pronskiy che in futuro potranno provare a curare la classifica generale, Matteo Sobrero e Samuele Battistella cavalli rampanti del bistrattato ciclismo italiano, ma ancora alla ricerca di un acuto dopo un anno e mezzo tra i professionisti. A completare la formazione al via tre inossidabili del ciclismo europeo: il solito e solido Luis León Sánchez, buono per qualsiasi tipo di fuga, e i solidi e soliti Gorka Izagirre (il fratello meno forte, se ve lo state chiedendo) e Fabio Felline, buoni per tutte le mansioni.

OUTSIDER

La Jumbo-Visma lascia a casa in vista Tour de France i vari Roglič, Kuss, Kruijswijk e van Aert Crediti: ©PHOTOGOMEZSPORT2019

Dalla Nuova Zelanda, George Bennett: occhio a lui. Negli anni in cui nazioni relativamente nuove si inseriscono nella geografia ciclistica, è da tenere in considerazione. In salita va forte, la sua squadra ha un conto in sospeso con il Giro e lui arriva in Italia a fari spenti.
Italia con la quale oltretutto Bennett ha una certa affinità: qualche mese fa è salito sul podio al Lombardia e pochi giorni prima vinceva il Gran Piemonte. Se il meglio possibile la Jumbo-Visma lo ha riservato per il Tour non è detto che Bennett al Giro non possa dare qualche soddisfazione alla sua squadra. Peso leggero, anzi leggerissimo, lo storico nei Grandi Giri non fa di lui un uomo a 5 stelle, 8° al Giro nel 2018 come miglior risultato, ma a dare fastidio ai big, quello sì, ce lo aspettiamo. Tra i gialloneri d'Olanda da tenere d'occhio anche il norvegese Tobias Foss, ultimo vincitore del Tour de l'Avenir e 5° lo scorso anno nel prologo d'apertura in Sicilia.

Lo scorso anno Bilbao è arrivato 16° al tour e 5° al Giro. Crediti: ASO / Charly López

C'è poi Pello Bilbao, da tanti indicato persino come l'alternativa più credibile a Simon Yates e Bernal, ma che sulla carta partirà per aiutare il suo connazionale e amico Landa. Dal 2019 il Bilbao che conoscevamo è un altro corridore. Spicca nelle doti di fondo e resistenza, intelligente tatticamente, non ha paura di muoversi all'attacco, discretamente veloce anche in uno sprint ristretto soprattutto al termine di corsa dura, bravo in salita e a crono, si è trasformato in corridore vincente e impossibile da sottovalutare: difficile trovare un corridore più completo al Giro. Forse, quello che gli manca, oltre a un podio in una corsa a tappe di tre settimane nel suo score personale, è quel colpo del KO che possa mettere a tappeto la concorrenza, ma si sa che un grande giro lo puoi vincere anche con la regolarità giorno dopo giorno, sfiancando gli avversari assestando colpetti alla figura. Il tridente Bahrain Victorious - Landa, Bilbao, Caruso – sembra davvero l'ideale per conquistare la Cintura.

Jai Hindley lo scorso anno sul podio finale del Giro dietro Geoghegan Hart e davanti al suo compagno di squadra Kelderman. Crediti: Alessandro Trovati/Pentaphoto

Se Jai Hindley difficilmente potrà migliorare il risultato dello scorso anno – anche perché significherebbe vittoria finale, e oltretutto appare separato in casa con la DSM (si vocifera di un addio persino prima di fine stagione), ma non parte certo battuto per un piazzamento nei primi cinque, il capitano in casa BORA-hansgrohe, Emanuel Buchmann, lo annoveriamo in quell'insieme di corridori sotto la voce regolaristi senza grandi fiammate.
Si difende ovunque, non eccelle in nulla, ma per lui e per la squadra tedesca un piazzamento a ridosso del podio (ripetendo il sorprendente quarto posto del Tour 2019) sarebbe un risultato con i fiocchi.

Bauke Mollema inseguirà il suo primo podio in carriera in un Grande Giro (il terzo posto nella Vuelta '11 è arrivato sette anni dopo, postumo, per via della squalifica di Cobo, vincitore sul campo di quella corsa) o la sua prima tappa nella Corsa Rosa? (e se ottenesse tutti e due i risultati?) Crediti: Luis Angel Gomez/BettiniPhoto©2021

Alla voce outsider mettiamo Bauke Mollema, che, viste le condizioni di Nibali e i punti di domanda su un Ciccone (ecco l'incertezza, ci risiamo!) da classifica, sarà il capitano della Trek-Segafredo, ma ci auguriamo che, piuttosto di vederlo lottare per un quinto-ottavo posto che poco darebbe alla sua carriera, possa provare ad aggiungere una tappa al Giro (dopo aver vinto alla Vuelta e al Tour), in un palmarès che conta poche vittorie, ma davvero buone. Scaltro, coraggioso, temibile non appena la strada sale, crediamo che Mollema abbia già cerchiato di rosso tappe di ogni genere sul Garibaldi della Corsa Rosa. Certo è che nessuno gli vieta, vista la malizia nei finali concitati, di provare a vincere qualche tappa, restando comunque aggrappato alla classifica.

Remco Evenepoel è uno dei corridori più attesi di questa edizione di Giro d'Italia. Crediti: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2020

Infine Remco Evenepoel: lo abbiamo tenuto per ultimo, perché è già un miracolo che sia qui dopo l'incidente al Lombardia. Lo abbiamo tenuto per ultimo perché non corre dal pomeriggio del 15 agosto del 2020. Lo abbiamo tenuto per ultimo perché è al suo esordio in un Grande Giro, ma fa comunque paura. Perché lui è uno di quei talenti à la Pogačar che potrebbe stupire in positivo lo stesso (magari già il primo giorno); potrebbe apparire quando meno ce lo aspettiamo e, se magari dovesse essere fuori dalla lotta per la generale, potrebbe essere anche un fattore determinante nella corsa alla vittoria finale. È capace di tutto, e soprattutto, se trovasse la forma giusta, anche di strapazzare la concorrenza lontano dal traguardo: mai porre limiti a corridori che studiano per diventare dei fenomeni.

ITALIANI

Fausto Masnada correrà con un occhio sulla sua classifica e con un altro su quella di Almeida ed Evenepoel. Crediti: Tommaso Pelagalli/BettiniPhoto©2020

Excursus sulle speranze italiane al Giro, almeno per la classifica generale. Il più accreditato appare Fausto Masnada (Deceuninck-Quick Step), se non fosse che già alla vigilia sappiamo dovrà correre in appoggio totale al capitano Almeida. Masnada pochi giorni fa ha avuto le sue carte e se le è giocate benissimo in un Romandia impegnativo, di buon livello, e battuto dalla pioggia: terzo in classifica dietro Thomas e Porte, gente che ha collezionato successi e podi al Tour de France. Obiettivo concreto per uno dei più duri del gruppo: ripetere la top ten dello scorso anno (fu 9°) che potrebbe significare anche essere il migliore tra “i nostri” a fine Giro. Discorso simile per Damiano Caruso , corridore che non ha mai evidenziato grossi problemi di tenuta e di recupero, anzi, e che nonostante la top ten al Tour 2020, si spenderà, con pochi se e senza ma, in favore di Landa e Bilbao: a oggi il ciclismo italiano senza squadre World Tour vede i migliori interpreti per le corse a tappe lavorare per gli altri.

Davide Formolo appare magro e tirato alla vigilia della prima tappa del Giro. In conferenza stampa ha ammesso che terrà duro per fare classifica: ci riuscirà? Foto: Luigi Sestili

Davide Formolo (UAE-Team Emirates) si testerà ancora una volta per la classifica generale oppure sarà libero di giocarsi singole chance per provare a vincere qualche tappa? Bella domanda, manca poco per ottenere una risposta. Noi speriamo più nella seconda ipotesi, ma la rinuncia da parte dell'UAE-Team Emirates a McNulty (con l'inserimento di un altro americano, il sempre discontinuo Joe Dombrowski che proverà a fare classifica ma senza grosse velleità, più facile vederlo in fuga con regolarità nella terza settimana) ci fa pensare che il corridore della provincia di Verona possa provare a superare il suo miglior risultato in una corsa a tappe di tre settimane - 9° nel 2016 alla Vuelta. Da non sottovalutare, invece, non solo in termini statistici e di cabala come Formolo non abbia portato a termine gli ultimi tre Grandi Giri che ha disputato, oltre alla classica giornata no che spesso ha avuto in una corsa a tappe di tre settimane. Anche se per lui potrebbe valere il discorso affrontato con altri: con l'età il suo motore e il suo recupero potrebbero essere migliorati.

Giulio Ciccone (con Vincenzo Nibali) è in assoluto uno dei corridori italiani con maggiori aspettative in questa corsa. Crediti: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021

Poi ci sono Giulio Ciccone e Vincenzo Nibali (Trek-Segafredo), sui quali la narrazione si fa affrettata e con l'aria pesante e un po' mistificatoria: finendo per creare aspettative a oggi esagerate. Il Ciccone visto di recente è difficile immaginarselo lottare per un piazzamento nelle parti nobili della classifica, quanto invece, come nel caso di Formolo, sarebbe l'ideale vederlo sganciarsi dagli uomini in gara per il Trofeo senza Fine per cercare gloria nelle tappe e magari a inseguire la maglia dei GPM.
Attaccante nato, in salita non molla mai soprattutto quando è in fuga, dotato di spunto veloce: le qualità e le attitudini sono quelle giuste.
Su Nibali grosso interrogativo e non ci dilunghiamo di più: dopo l'infortunio in allenamento di qualche giorno fa è già un miracolo che sia al Giro. Qualsiasi cosa verrà, la prenderemo.

Pozzovivo, capitano del Team Qhubeka-ASSOS a questo Giro d'Italia. Crediti: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021

Per chiudere la carrellata ecco tre diverse “generazioni” di corridori che planano sul Giro d'Italia con grandi ambizioni, ma con focus differenti.
C'è un vecchietto, Domenico Pozzovivo (Team Qhubeka-ASSOS), che arriva dalla Basilicata, che è capace ogni volta di risorgere dagli infortuni e di inventarsi qualcosa: non chiedetegli la luna, ma attenzione, ha preparato a puntino la corsa e lui un'altra top ten in un Giro ricco di salite la vorrebbe - e potrebbe - conquistare (sarebbe la settima in carriera).

Matteo Fabbro al recente Tour of the Alps concluso al 12° posto. Crediti: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2021

In mezzo c'è invece un ragazzo che arriva dal Friuli, Matteo Fabbro (BORA-hansgrohe), che cresce di stagione in stagione e forse è arrivato al punto della maturità: nel 2021 buon protagonista alla Tirreno-Adriatico e al Tour of the Alps. Si dice che già lo scorso anno – ricordate quanto andò forte sull'Etna? - se non si fosse messo a disposizione della squadra, avrebbe potuto indirizzarsi verso una buona classifica. Quest'anno sarà impiegato per Buchmann in salita, con un occhio dovrà tenere da conto Peter Sagan, e magari insieme a un altro battitore come Felix Grossschartner, potrebbe puntare a una bella tappa. Scontato dire che l'ideale per lui sarebbe quella “di casa”, con arrivo sullo Zoncolan. Ecco, a differenza di Formolo e Ciccone, che vediamo da subito fuori dal gioco della maglia rosa, lui non ci dispiacerebbe se quest'anno si testasse in ottica classifica per vedere a che livello può arrivare anche in ottica terza settimana e se in chiave futura potrà ambire a un piazzamento nelle parti nobili della generale.

Classe '99, Aleotti è uno dei talenti emergenti del nostro ciclismo. Crediti: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021

Sempre in casa BORA-hansgrohe spicca il nome di Giovanni Aleotti. Neo professionista, Aleotti è una delle speranze del ciclismo italiano per le corse a tappe. Non finisce di stupire, come stupì i suoi tecnici a livello giovanile – anche lui arriva da quella fucina di talenti che è diventato il Cycling Team Friuli che negli anni ha portato al professionismo tra gli altri: De Marchi, i fratelli Bais, Venchiarutti, lo stesso Fabbro, e di recente Jonathan Milan – quando arrivò secondo in una corsa importante come il Tour de l'Avenir del 2019.
Si difende in salita e si difende a cronometro, ce lo hanno sempre descritto come uno “con la testa da campione”. Certo da qui a immaginarcelo futuro vincitore di un Grande Giro ce ne passa, ma il suo impatto con il mondo dei professionisti è stato già notevole, tanto da convincere i suoi tecnici a portarlo al Giro. Nessuna pressione, nessuna aspettativa, sia chiaro, in una squadra che avrà già il suo da fare per dividersi tra Sagan e Buchmann, ma il nome del classe '98 di Finale Emilia è uno tra quelli che seguiremo più volentieri.

CACCIATORI DI TAPPE, FUGAIOLI, VELOCISTI E ALTRI NOMI DA SEGUIRE

Riuscirà Filippo Ganna a ripetere l'exploit visto al Giro 2020?

Alcuni li abbiamo infilati qua e là nei vari paragrafi, ma ecco, altri nomi da seguire per il Giro. Intanto, a caccia della prima maglia rosa, fatta eccezione per qualche uomo di classifica ben caldo (Almeida ad esempio) ecco Rémi Cavagna e Ganna in ordine di come, chi scrive, li vede favoriti al momento. Occhio anche a Tratnik, Patrick Bevin, Victor Campenaerts, Evenepoel, e ancora, per l'Italia, Bettiol, Moscon ed Edoardo Affini.

Tutta la gioia di Caleb Ewan dopo la vittoria di Nimes al Tour 2019. (Crediti: ASO/Pauline Ballett)

Per le volate sono almeno in sei, se non sette o otto, salvo coloro capaci di inserirsi tra le righe delle convulse volate. Caleb Ewan (Lotto Soudal), che dopo il secondo posto alla Sanremo si è praticamente eclissato, è il capofila dei padroni della velocità, Elia Viviani (Cofidis) che dopo essersi sbloccato finalmente qualche settimana fa – non vinceva dal 2019 - brama un successo al Giro e sarà supportato da una squadra quasi interamente per lui con suo fratello Attilio, Consonni e Sabatini.

Peter Sagan (BORA-hansgrohe) che vuole la ciclamino (è il favorito), oltre alle volate lo vedremo anche nelle tappe miste, Tim Merlier che vuole confermarsi dopo la qualità mostrata in primavera e approfitta del palcoscenico del Giro e del ruolo di capitano nella Alpecin-Fenix.
Ci sarà il campione italiano ed europeo Giacomo Nizzolo (Team Qhubeka-ASSOS), anche lui in arrivo da una bella primavera nella quale è mancato solo il successo di peso, e infine Dylan Groenewegen: la squalifica dopo l'episodio che ha coinvolto lui e Jakobsen al Giro di Polonia, scade proprio alla vigilia del Giro. Anche per lui, come si dice in questi casi: è un successo anche solo essere al via. Con lui occhio al figlio d'arte David Dekker che potrebbe essere la vera punta in volata del Team Jumbo-Visma.

La vittoria di Moschetti nella prima edizione della "Per sempre Alfredo" 2021. Crediti: Valerio Pagni/BettiniPhoto©2021

Una menzione per Matteo Moschetti (Trek-Segafredo). Talentuoso quanto sfortunato, lo ammettiamo: un po' per partigianeria, facciamo il tifo per lui, per quei suoi modi sempre gentili, quel sorriso elegante e perché dopo tutta una serie di sfortune e di cadute, meriterebbe davvero qualcosa di importante. Le qualità ci sono tutte.

Fuori da questi nomi Fernando Gaviria che da possibile dominatore si è trasformato in un oggetto del mistero. Vedremo: l'UAE gli mette di fianco Richeze e Molano per farlo sentire a suo agio, a lui il compito di ripagare la fiducia.

Diego Ulissi in carriera ha conquistato otto successi di tappa al Giro. Crediti: Ilario Biondi/BettiniPhoto©2020

Tra quei corridori veloci, e che potranno approfittare anche delle fughe (non hanno problemi a gettarcisi dentro, persino nelle tappe di montagna) o degli arrivi misti, da seguire Andrea Vendrame (AG2R Citroën) e Diego Ulissi (UAE-Team Emirates). Il primo insegue ancora quel successo di peso che ne valorizzi la carriera, mentre il secondo, dopo essere arrivato a tanto così dalla fine precoce della sua attività agonistica, ha mostrato in poco tempo che cos'è il talento. Nonostante lo stop forzato di quest'inverno, appena si è attaccato il numero alla maglia si è già messo in evidenza. Vincere altre due tappe al Giro significherebbe oltretutto raggiungere il pregevole traguardo dei dieci successi nella corsa rosa: mica male.

Enrico Battaglin punta al riscatto dopo stagioni difficili (Foto: Paolo Penni Martelli)

Tra le Professional italiane interessanti i nomi di Enrico Battaglin , Filippo Zana e Giovanni Visconti per la Bardiani, quello di Natnael Tesfatsion (Androni, che schiera al via il corridore più giovane del Giro, Andrii Ponomar, 18 anni e poco più) e dell'esperto duo Manuel Belletti-Francesco Gavazzi, per la Eolo-Kometa.
La squadra di Basso e Contador insegue ancora il primo successo da quando ha effettuato il salto di categoria e presenta una squadra con altri nomi che proveranno a mettersi in evidenza, come Vincenzo Albanese veloce e coraggioso quanto basta per provare a sbloccarsi nelle tappe vallonate, anni fa sembrava sul punto di diventare corridore di prima fascia, Eddy Ravasi che proverà a tenere duro per la classifica (come Mark Christian) o eventualmente a gettarsi nelle fughe nelle tappe di alta montagna e infine il talentuoso quanto discontinuo Lorenzo Fortunato che di recente si è ben difeso in Spagna alla Vuelta Asturias e cerca, sulle strade italiane, il rilancio, dopo due annate da dimenticare in maglia Neri Sottoli e Vini Zabù.

De Gendt ha indossato la maglia di leader dei GPM al Tour e alla Vuelta e insegue questo traguardo anche al Giro. Foto: Paolo Penni Martelli

E a proposito di fughe: c'è il fugaiolo per antonomasia, Thomas De Gendt. In squadra con lui (Lotto Soudal) l'interessante Kobe Goossens, corridore con caratteristiche simili e con un nome che è una delle crasi più geniali del mondo dello sport. Ci sono Samuele Rivi (Eolo-Kometa) e Simon Pellaud (Androni), poi ci sarà sicuramente chi, una volta uscito di classifica, potrà trasformare la strada in un rodeo nel quale sbizzarrirsi. Quei nomi chiaramente li scopriremo cammino facendo. Tornando al Belgio c'è curiosità su Gianni Vermeersch, Alpecin-Fenix, ciclocrossista in grande evidenza questa primavera nelle classiche del nord. Libero da compiti di gregariato - corre con van der Poel - qui al Giro è pronto per giocarsi le sue carte.

Forte soprattutto in pianura, Samuele Zoccarato se in giornata sa difendersi bene anche in salita. Crediti: Luca Bettini/Photo©2021

Occhio anche a Samuele Zoccarato, marcantonio della Bardiani tra i migliori della sua squadra in questo inizio di stagione che può provare a sognare di vincere una tappa se nella giornata giusta. E poi Alessandro De Marchi, già più volte ribattezzato il De Gendt friulano e con il quale potrà anche dare il via a una bella sfida a colpi di chilometri in fuga e con lui da seguire anche i suoi compagni di squadra, il lettone Krists Neilands, corridore poco pubblicizzato, ma capace di tirare fuori la prestazione importante un po' su tutti i terreni, Patrick Bevin, tra i più in forma dell'ultimo periodo, forte a cronometro e abbastanza veloce, e Alex Dowsett, corridore da seguire anche su Twitter per le sue uscite non convenzionali e capace di conquistare una tappa al Giro nel 2020.

Simone Petilli sarà invece l'uomo per la Intermarché-Wanty-Gobert Matériaux ed è chiamato a dare segnali in salita: possibilmente in fuga e con lui l'estone Rein Taaramäe, vincitore di una tappa al Giro nel 2016. Petilli ha già puntato l'arrivo del penultimo giorno di Giro: si passerà vicino casa sua. Nella squadra belga, unica World Tour ancora a secco di vittorie in questo scorcio di stagione, al via Andrea Pasqualon veloce per arrivi più complicati, Riccardo Minali, nome di seconda fascia per le volate di gruppo, Jan Hirt per un piazzamento a ridosso dei dieci in classifica generale e Quinten Hermans, corridore in crescita e che potrebbe lasciare il segno nelle tappe mosse dei primi dieci giorni di corsa.

Insieme a Samuele Battistella (presente al Giro e atteso al salto di qualità) e Andrea Bagioli (fuori causa per un infortunio), Alessandro Covi è una delle maggiori speranze del ciclismo di casa in ottica corse di un giorno, pur essendo stato nel 2018 (ottavo) e nel 2019 (quarto) il migliore italiano in classifica generale al Giro Under 23. Crediti: Heinz Zwicky/BettiniPhoto©2021

E la meglio gioventù? Alcuni li abbiamo citati, se pensate che la sfida alla Maglia Bianca potrebbe vedere diversi corridori in lizza per il successo finale (Bernal, Almeida, Vlasov ad esempio) altri meritano una menzione come Alessandro Covi (UAE-Team Emirates) e Clément Champoussin (AG2R Citroën Team). Uno veloce, ma abile anche sui percorsi misti, l'altro forte in salita. Per entrambi sarà il primo Grande Giro, ma potranno agire abbastanza liberi da compiti di squadra. Discorso simile per Stefano Oldani, uno di quelli che hanno corso di più a inizio stagione. Il corridore della Lotto Soudal punta a una tappa, magari andando in fuga e sfruttando discrete doti veloci.

Meritano un discorso a parte, infine, Daniel Martin (Israel Start-Up), Marc Soler (MovistarTeam ), Harm Vanhoucke (Lotto Soudal) e Jefferson Cepeda (Androni). Sono quattro corridori che se trovano le tre settimane giuste, potrebbero persino ambire a un buon piazzamento in classifica, altrimenti è plausibile trovarli, giorno dopo giorno, soprattutto nella seconda parte di Giro, in fuga per inseguire un successo in alta montagna o magari lottare per la maglia dei GPM.

Capace di tutto e il contrario di tutto, Dan Martin divide le sue ambizioni verso il Giro tra un pensiero alla classifica e uno alle vittorie di tappa. Crediti: Luis Angel Gomez .©PHOTOGOMEZSPORT2020

Dan Martin: lo scorso anno alla Vuelta ha sfiorato il podio, quarto e suo miglior risultato in carriera in un Grande Giro, ma conta pure tre top ten al Tour. Corridore imprevedibile ma che con la luna giusta può davvero puntare a qualcosa di importante. A differenza di altri però, il suo feeling con il Giro d'Italia non è mai nato: nel 2014 si ritirò subito alla prima tappa a causa di una caduta (uno dei suoi limiti più evidenti) mentre nel 2010 finì lontano in classifica senza mai lasciare il segno.

Marc Soler, capitano Movistar in questo Giro 2021. Crediti: Luis Angel Gomez .©PHOTOGOMEZSPORT2019

Marc Soler è il cavallo pazzo del ciclismo contemporaneo: capace di tutto e di più. Come lo ha definito di recente un blog spagnolo: “Marc Soler è un corridore con il pregio di non lasciare nessuno indifferente”. La sua storia è fatta di picchi come il successo al Tour de l'Avenir del 2015 o la vittoria alla Parigi-Nizza del 2018, ma anche di storie controverse per un carattere bizzoso e particolare. Pochi giorni fa però al Romandia ha dato segno del suo (enorme) talento vincendo l'arrivo di Estavayer ed esultando in maniera polemica (contro chi non si è capito). Al Giro sarà il capitano della Movistar, ma con che ambizioni? Dipenderà molto da come si sveglierà al mattino. Einer Rubio, Antonio Pedrero, Dario Cataldo e Davide Villella rappresentano la batteria da salita per la storica squadra spagnola un po' ridimensionata in quest'ultimo periodo, mentre Matteo Jorgenson è un giovane da seguire con molta attenzione. Corridore completo potrà tornare utile alla causa della squadra su ogni terreno, ma anche cercare gloria personale in fuga.

Il Giro 2020 di Cepeda è passato un po' in sordina, quello del 2021 potrebbe essere quello che lo lancerà nell'élite del ciclismo. Crediti: Roberto Bettini/BettiniPhoto©2020

Infine due giovani: Harm Vanhoucke e Jefferson Cepeda. Il primo, forte scalatore belga, anche se non appare a livello di altri giovani connazionali rampanti (non solo Evenepoel, ma anche Vansevenant e Van Wilder, qui assenti) lo scorso anno ha vestito la maglia bianca di miglior giovane per qualche giorno (anche se il titolare era Almeida, in rosa): proverà a tenere duro fin che può per la classifica altrimenti via in fuga come da DNA della sua squadra.

Il secondo, scalatore ecuadoriano con margini tutti da scoprire, di resistenza e di recupero. Al Tour of the Alps ha sorpreso tutti arrivando quarto in classifica generale e restando quasi sempre in scia o assieme a corridori che partono verso questo Giro d'Italia per vincerlo. La squadra di Savio potrebbe aver trovato un altro ragazzo da lanciare nell'élite del ciclismo mondiale. E per chiudere, restando in casa Androni, una menzione per l'argentino Eduardo Sepúlveda che potrebbe lottare per un piazzamento nei primi venti in classifica generale: sarebbe un ottimo risultato per una squadra che solo un mese fa risultava esclusa dal Giro d'Italia.

IL PERCORSO

La Planimetria delle 21 tappe. Dal sito ufficiale del Giro d'Italia.

"L’Unità d’Italia, Dante Alighieri, il 90° compleanno della Maglia Rosa (indossata per la prima volta nel 1931 – prima tappa vinta da Learco Guerra e Giro vinto da Francesco Camusso)" citando la presentazione del sito ufficiale. 21 tappe in 23 giorni. Due giorni di riposo (quest'anno di martedì, saranno contenti i barbieri, finalmente), prima e ultima tappa a cronometro, una a Torino e l'altra a Milano e in mezzo un disegno vario, duro e spettacolare forse uno dei più interessanti degli ultimi anni.

È vero che quando mancano Mortirolo e Stelvio qualcuno storce il naso, è vero che lo Zoncolan ci sarà, ma dal versante meno duro (nel senso che l'altro versante è durissimo che di più non si potrebbe, ma occhio che questo potrebbe persino fare più selezione). Ma è vero anche che ci sarà da divertirsi e ce ne sarà per tutti i gusti.

Tante tappe interessanti nei primi dieci giorni di corsa: una delle più dure è la Castel di Sangro-Campo Felice di 158 km.

Trabocchetti: tanti, e senza contare il possibile effetto del meteo. A partire dalla prima settimana o meglio nei primi dieci giorni: oltre alla crono iniziale, alla quarta e alla sesta tappa ci sarà già modo di vedere la classifica ribaltata con gli arrivi in salita di Sestola e di Ascoli Piceno. Poi l'ottavo giorno RCS creò la Foggia-Guardia Sanframondi e il giorno successivo l'arrivo di Campo Felice, forse prima del riposo la frazione più interessante in assoluto. Oltre a essere il punto più a sud di questo Giro 2021, presenta quattro GPM, l'arrivo in salita, un tratto sterrato, ma soprattutto nemmeno un metro di pianura. Ci sarà la possibilità di vedere scremata in maniera netta la lotta per la classifica generale. Con la L'Aquila-Foligno di lunedì 17 maggio si chiuderà la prima parte di Giro che vedrà a conti fatti una crono, quattro tappe che muoveranno la classifica e cinque probabili, possibili, arrivi per velocisti.

La tappa degli sterrati sarà spartiacque nella lotta per la classifica finale.

La seconda settimana di Giro si apre, mercoledì 19, con una delle tre tappe chiave di questo Giro: la Perugia-Montalcino di 162 km è frazione già destinata a entrare nella storia, sin dalla sua presentazione. Sconquassi anche per il fatto di arrivare dopo il riposo, e in caso di maltempo molti malediranno quel giorno. La tappa successiva non concede respiro: l'arrivo a Bagno di Romagna infatti è la classica frazione appenninica per imboscate e dove tutto potrebbe succedere. Tappa adattissima alle fughe, è vero, dipenderà dal disegno che avrà preso la classifica, ma attenzione: arriverà dopo i possibili sconvolgimenti della tappa di Montalcino e con una cinquantina di chilometri di salite e quasi 4.000 metri di dislivello non si scherza.

Cosa c'è di più bello di un tappone dolomitico? La Sacile-Cortina d'Ampezzo ha tutti gli ingredienti per far saltare il banco.

E dopo una frazione relativamente tranquilla (la numero 13) pensavate di annoiarvi ancora? Niente di tutto questo: nella tappa numero 14 si arriva sullo Zoncolan - anche se dall'altro versante, e non c'è bisogno di presentazioni. Il giorno dopo finale a Gorizia con un circuito insidioso, ma adatto alle fughe e ai colpi di mano; soprattutto i corridori da classifica si terranno ben tranquilli in attesa di quello che sarà il giorno cruciale del Giro 2021 con la Sacile-Cortina D'Ampezzo. 221 km, quattro salite tra l'impegnativo, il duro e il mitico. Si scaleranno Crosetta, poi Marmolada (per chi scrive la salita più bella d'Europa), Pordoi (Cima Coppi 2021), Giau e infine discesa fino a Cortina: ci sarà da divertirsi.

Due salite durissime negli ultimi 60 km, si fa sul serio anche nella tappa numero 17 del Giro.

Riposo e poi ultime cinque tappe, quattro delle quali risulteranno decisive ai fini della classifica generale. La tappa di mercoledì 26 è il terzo punto chiave del Giro dopo Montalcino e Cortina, la salita finale che porta a Sega di Ala, 11,5 chilometri al 9,6 per cento di pendenza media, una delle più dure in assoluto di questa edizione. Dopo aver rifiatato il giorno dopo con un probabile arrivo a ranghi compatti, venerdì e sabato la due giorni finale alpina con altri due arrivi in salita impegnativi: Alpe di Mera e infine Alpe Motta, una frazione con 4.200 metri di dislivello, circa, con la lunga - da sembrare infinita - scalata verso il Passo San Bernardino. Ultimo giorno con 30,3 km a cronometro fino a Milano che dopo tutto il ben di dio proposto, potrebbe ulteriormente cambiare il volto alla classifica. La speranza è che un Giro così duro non costringa gli attori principali ad aspettare sempre il giorno successivo per paura di saltare in aria. Film già visto, ma quello che parte domani è un film nuovo.

DOVE SEGUIRE IL GIRO 2021

Quest'anno ci sarà modo di non perdere nemmeno un secondo di corsa - interventi da studio permettendo, sigle e pubblicità, e cambi di canali che ci coglieranno verso le 14, tra Raisport e Rai2. Per la prima volta nella storia infatti il Giro offrirà la diretta integrale di ogni tappa. Oltre alla Rai potrete seguire il Giro d'Italia 2021 tutti i giorni anche su Eurosport e per chi non fosse sempre incollato al televisore consigliamo l'ascolto su RadioRai: la squadra radiofonica con Martinello, Ghirotto e soci riesce a trasmettere emozioni ed è un valore aggiunto sorprendente alla narrazione del Giro d'Italia.

E ovviamente anche noi di Alvento non vi faremo mancare nulla, con i contributi dei nostri inviati e i racconti della corsa giorno dopo giorno sul nostro sito e sui nostri canali social.

I FAVORITI DI ALVENTO PER LA MAGLIA ROSA

⭐⭐⭐⭐⭐ S.Yates
⭐⭐⭐⭐ Bernal
⭐⭐⭐Landa, Almeida
⭐⭐ Vlasov, Carthy, Bardet, Sivakov, Bilbao, Hindley
⭐ Evenepoel, G.Bennett, Masnada, Martínez, Buchmann, Mollema, Soler, D.Martin

I FAVORITI DI ALVENTO PER LA MAGLIA CICLAMINO

⭐⭐⭐⭐⭐P. Sagan
⭐⭐⭐⭐ Ewan
⭐⭐⭐ Almeida, Ulissi
⭐⭐ Viviani, Nizzolo, Merlier, Bevin
⭐ S.Yates, Moscon, Vendrame, Gaviria, Bilbao

I FAVORITI DI ALVENTO PER LA MAGLIA AZZURRA

⭐⭐⭐⭐⭐ De Gendt
⭐⭐⭐⭐ Guerreiro, M.Soler
⭐⭐⭐Ciccone, Cepeda, Caceido
⭐⭐S.Yates, Bernal, Landa, Champoussin
⭐ Formolo, Bouchard, Mollema, Fabbro, Knox, Grossschartner

I FAVORITI DI ALVENTO PER LA MAGLIA BIANCA

⭐⭐⭐⭐⭐ Bernal
⭐⭐⭐⭐ Almeida
⭐⭐⭐ Vlasov
⭐⭐Hindley, Sivakov
⭐ Evenepoel

Foto copertina: Luigi Sestili


I fantasmi cartesiani di Miguel Ángel López

Miguel Ángel López è quello che è e che non è mai stato. Miguel Ángel López è essenza e metafisica, non è boria né vanità. È presenza costante, ma spesso deficitaria. Miguel Ángel López è uno degli scalatori più forti e che allo stesso tempo hanno dato più delusioni negli ultimi anni; un dato di fatto come i turbamenti di chi lo tifa o le parole sempre pronte a tagliare di chi lo critica. Tante volte, López è stato atteso, scalpitando, dietro a una curva, sul tratto più duro della salita, mentre dentro le orecchie si rimarcava l’urlo immaginario dei commentatori colombiani di RCN Radio. Quelli che nelle telecronache degli anni ’90 a volte si sentivano strepitare persino attraverso i microfoni degli inviati Rai.

López è quell’urlo. Una montagna russa di emozioni. È scalare pareti in bicicletta ricordandosi le sue origini da ragazzo montanaro. È pedalare all’aria rarefatta in punti della terra così alti che si sorpassano le nubi. Uno stretto telaio di metallo, acciaio o carbonio – dipende – e poi abituare muscoli già di loro segnati in maniera definita dal DNA e da quell’esercizio carnale, muscolare, fatto di ossigenazione che è il ciclismo.

López è dritto, ma pedala curvo, si fa attendere e lo attendiamo e lo abbiamo sempre atteso così tanto da ridurre il landismo a puro esercizio di stile narrativo. Landismo che suona bene, Lópezismo che è brutto anche solo da pensare.

LE ORIGINI ALL’ARIA RAREFATTA

Foto: Miguel Angel Lopez/Twitter

Le origini di López vanno ricercate nel Dipartimento di Boyacá, nel paese di Pesca, un nome proprio così: fiabesco. E non è un caso, anzi fa sorridere, vederlo in diverse foto su Instagram intento a portare avanti il suo hobby preferito: la pesca, per l’appunto, alle trote perlopiù, delle quali va matto da sempre. Anche se in realtà “Pesca” in questo caso significa tutt’altro, deriva da un termine chibcha, la lingua che parlavano le popolazioni precolombiane, qualcosa come “chiuso ermeticamente”. López nasce a 2600 metri di altitudine – pare pure persino qualcosa in più. Un posto circondato dalle vette e così alto dove nemmeno le aquile oserebbero. Lui che del regno animale, come ogni colombiano in bicicletta, è uno stambecco.

Del dipartimento di Boyacà, sullo sfondo di questo tracconto, ne avete sentito parlare chissà quante volte e chissà quante volte ancora ne sentirete parlare. È terra di ciclisti. Un territorio non troppo vario, prevalentemente caratterizzato da montagna a tratti verde a tratti arida, e da valli scavate dal Rio Bogotà.

Le origini di Miguel Ángel López non sfuggono all’immaginario classico del ragazzo colombiano, piccolino, forte in bici, un viso pragmatico, un po’ sgrammaticato e leggermente rugoso; origini umili, lavoratore serio. Di quelli che tutti i giorni percorrono la strada per andare a scuola in bicicletta. Accade così anche con i corridori belgi: diventa ormai leggenda la storia di tale ragazzo che percorreva tale muro delle Fiandre o côte della Liegi per andare fino a scuola e che grazie a quell’esercizio costante, quotidiano, ha plasmato muscoli e volontà e la sua carne è diventata ferro.

Fino a quando lo sguardo, solitamente grossi occhi a palla da adolescente e che sembrano uscire dalle orbite, è riuscito a incrociare l’orizzonte che delinea il ciclismo dei professionisti.

Foto: Astana Pro Team/Twitter

Miguel Ángel López ha quegli occhi a palla, lo sguardo severo, furbo, deciso. Tutti i giorni percorreva la strada chiamata Pesca-Sogamoso per raggiungere la scuola Institucion Educativa Indalecio Vasquez di Pesca e lo faceva chiaramente in bicicletta. Attraversando strade, sentieri e un corso d’acqua, il Rio Pesca, circondato da quelle montagne verde chiaro che facevano da cornice al suo paesino. Strade strette e polverose di un grigio chiaro struggente, un noioso esercizio di su e giù in mezzo a campi e fattorie delimitate da pali e filo spinato e zeppe di felici vacche normanne stese al sole. Case di mattoni e fichi d’india, contadini con il sombrero vueltiao sulla testa nei giorni di festa.

Andava bene a scuola, raccontava suo padre anni fa, ed è uno dei motivi per i quali nel 2011 gli regalarono la sua prima bici. «Prima ne usava una mezza scassata appartenente ai fratelli, gliene regalammo una più nuova pagata poco più di un milione di pesos». Ma in realtà Santiago López e Marlene Moreno non volevano che il loro Miguel Ángel diventasse un ciclista. Troppi sacrifici, poco in cambio. Tanto allenamento, troppe lacrime versate per sbucciature e cadute. C’è una fattoria a cui badare, ci sono i campi su cui lavorare e se questo figlio, quarto di sette fratelli, non fosse mai diventato un ciclista professionista? E poi sempre quelle ferite. Tutte quelle volte che questo bambino – che sembra più piccolo di quello che poi in realtà è – tornava a casa malconcio, una volta col polso fratturato: immaginatevi, a proposito di occhi, quelli di un genitore a vedere certe scene. Poi sono subentrati i problemi al ginocchio sempre a causa di una caduta che gli aveva messo fuori uso i legamenti, era il 2013 e López, giovanissimo, nato nel 1994, era già lanciato per diventare qualcuno. E invece arrivò a tanto così dallo smettere.

SUPERUOMO O CAVALLINO?

Foto: Volta a Catalunya/Twitter

Iniziamo a chiederci qual è il suo vero nome. Quello che faceva il giro tra gli scout di diverse squadre importanti a livello mondiale, non più locale, anche se per la verità lo si attendeva alle prime corse europee per capire meglio con cosa si aveva a che fare.

Una gemma da intagliare: aveva iniziato a correre da pochissimo e questa sua scarsa esperienza e fiducia nel mezzo si rifletterà poi nel mondo del professionismo nella scarsa abilità di guida e in reazioni umane, troppo umane ma non adatte agli occhi del sistema. Come quella volta in cui – nemmeno troppo tempo fa, è il Giro del 2019 – un tifoso lo fa cadere e lui, divorato dall’adrenalina ed esageratamente coinvolto dal momento, lo prende a schiaffi. Gesto non giustificabile, ma comprensibile in realtà. Si attendeva questo ragazzo che ancora doveva divincolarsi tra gli spettri che attendono anch’essi, come aquile in cima alle Ande, quei corridori che arrivano annunciati da sirene spiegate. Pronti a gettarsi veraci sulle carcasse, magari muniti di penna e taccuino e bava alla bocca. Pronti a distruggere carriere, in attesa del prossimo da divorare.

Il suo nome circolava, il suo nome che da un certo punto in avanti non è stato più soltanto Miguel Ángel López, ma è diventato Superman. Era il 2011, aveva da poco iniziato a correre in bicicletta e lo faceva agli ordini di Rafael Acevedo che, come vedremo, sarà una delle figure più importanti non solo della sua carriera, ma anche della sua vita privata.

Si stava allontanando proprio da casa di “Don Rafael” come lo chiamano con orgoglio e una punta di reverenza i genitori di López. Era in sella alla mountain bike che gli aveva regalato il padre. Incrociò due ladri che lo aggredirono accoltellandolo a una gamba, una-due volte, ma – almeno così leggenda vuole – Miguel Ángel López si divincolò riuscendo a strappare di mano il coltello agli avventori e facendoli fuggire.

Piccolo sì, ma con una forza d’animo che gli permetteva di fare tutto: persino di mettere in fuga ladri affamati e agguerriti e di salire in bici pochi giorni dopo, e vincere. Lui, affamato e cos’ agguerrito. Da lì il nome di Superman; ma se tutti lo conosciamo così, c’è qualcuno che lo chiama diversamente. “Ciavalìn” è il soprannome che gli affibbia Oscar Pellicioli.

IL SOL DELL’AVVENIRE

Miguel Ángel López è pronto. Un salto temporale narrativo che giustifica il passaggio dal 2011 al 2014. Per noi balzo temporale, per lui sono gli anni vissuti intensamente in quanto quelli della formazione, dei duri allenamenti agli ordini di Rafael Acevedo, ex corridore professionista che diventerà suo suocero: López sposerà sua figlia e sarà uno dei “segreti” della sua carriera. «Essere sposato con la figlia di un corridore è un passo fondamentale per la sua crescita. Perché vuol dire avere una persona vicina e abituata a vivere nel ciclismo e che ti sa dare tranquillità» ci racconta Giuseppe Martinelli per sei anni direttore sportivo di López all’Astana. «López è quello che vedete, un ragazzo tranquillo, fatto per il ciclismo, senza grilli per la testa» – nonostante da fuori le cose possano sembrare differenti.

Quando lo vedi perdersi tra alti e bassi, quando quei fantasmi vengono partoriti dalla sua testa. Perché López rappresenta quella categoria di corridori che li aspetti, aspetti, aspetti e poi *puf* si diradano in una nuvoletta di speranze svanite. «Perché ci sono corridori che quando arrivano a un valore che poniamo e definiamo con un numero: 100, riescono a dare qualcosa in più. Quelli sono i campioni assoluti. López è un gran corridore, un campioncino, ma gli mancherà sempre qualcosa per fare quell’ultimo passetto in avanti», ci rivela nuovamente Martinelli.

Ma torniamo alla sua di rivelazione. Al 2014, quando López ha appena vent’anni e conquista la Vuelta de la Juventud (il Giro di Colombia Under 23): un lasciapassare che gli schiude le porte dell’Europa, prima con un viaggio in Europa con la sua nazionale, poi con il contratto con la squadra di Vinokourov.

Al Tour de l’Avenir, Miguel Ángel López è guidato, in seno alla nazionale colombiana, da un team di tecnici italiani agli ordini di Carlos Mario Jaramillo e tra i quali spicca Oscar Pellicioli, quello che, quando lo incontra lo chiama “ Ciavalìn”. «Così lui si volta e sa che sono io: non c’è nessun altro che lo chiama in questa maniera. Perché Ciavalìn? Perché mi ricorda un cavallino. Perché fisicamente è un po’ come ero io e per questo motivo mi sono affezionato a lui. Piccolo, forte in salita. Certo, io andavo bene in salita, ma mai forte come va lui» sono le parole di Pellicioli scalatore, protagonista tra i professionisti a metà degli anni ’90, uno capace di chiudere al sedicesimo posto il leggendario mondiale disputato proprio in Colombia a Duitama e raggiunto telefonicamente per farci raccontare il Tour de l’Avenir del 2014.

E a quel Tour dei giovani il fuoco divampa dentro López. «Lo dovevamo tenere a freno. Perché lui è così. Umile, ma istintivo».

Foto: Miguel Angel Lopez/Twitter

Per prendere confidenza con le corse europee, un mondo distante da quello a cui López era abituato nella sua Colombia, López, prima dell’Avenir disputa alcune corse del calendario italiano. A Capodarco rimedia un ritiro. «Il ritmo nelle corse europee è spaventoso. Totalmente differente», ricorda López del suo primo approccio all’Europa. Nei giorni successivi Pellicioli si occupa proprio della ricognizione in Francia pronto a lanciare il giovane colombiano in quelle ultime tre tappe di montagna che lo consacreranno in vetta al Tour dei giovani. «L’ultimo giorno è stato davvero duro» ricorda ancora oggi l’ex corridore bergamasco. «Dovevamo difendere la maglia gialla di López, ma avevamo in gruppo un solo compagno di squadra: Brayan Ramirez. Vervaeke (che vinse quella tappa verso La Toussiere e chiuse quinto in classifica generale, classifica che tra l’altro vide Geoghegan Hart al decimo posto N.d.A.) andò via sulla salita precedente a quella finale e López, agitato, fremeva».

Non c’erano radioline e quando prepari una corsa nella riunione del mattino spesso i piani si ribaltano. «Con l’ammiraglia abbiamo affiancato il gruppo. Abbiamo cercato di tranquillizzarlo perché lui voleva partire subito per inseguire il belga. A un certo punto, a circa dieci chilometri dall’arrivo, il vantaggio dei battistrada diminuiva e López partì riguadagnando il tempo necessario per vincere la classifica finale di quella corsa».

E a casa come reagirono? Beh a casa non riuscivamo ad avere notizie immediate: niente immagini in Colombia. In quei giorni non riuscirono nemmeno a comunicare con lui per telefono, racconta L’Espectador, e tutto ciò che scoprirono lo scoprirono grazie alle notizie recuperate su internet dai fratelli di Miguel Ángel. E l’attesa per la sua partenza era enorme: «Ci riunimmo nella nostra fattoria a Pesca il giorno prima della partenza cucinando per lui “pollo sudado (piatto tipico colombiano), verdure e spremuta di frutta». Così come importante è il richiamo di quei successi. Appena Miguel Ángel López tornò dall’Europa viene decorato con il titolo di Ufficiale dell’ordine della libertà da parte del governatore di Boyacá.

PROFESSIONISTA

A qualsiasi persona, addetto ai lavori, tecnico, domandi: «ma che tipo è Miguel Ángel López?» la risposta è unanime: «Un bravissimo ragazzo. Umile, simpatico, un perfetto compagno di squadra». Quando arrivò all’Astana sembrava poco più di un adolescente: con quelle fossette e il sorriso sempre in tiro. «Nonostante quei risultati al Tour de l’Avenir pensavamo di tenerlo monitorato un’altra stagione, ma su di lui si scatenò l’interesse di altre squadre e così decidemmo di farlo firmare». Il talento c’era ma Martinelli si sorprese «Quando arrivò era una bambino che arrivava da una realtà totalmente differente, ma si integrò subito in una squadra con diversi campioni come Nibali, Scarponi, Aru. Veniva da un infortunio al ginocchio che lo tormentava eppure i risultati arrivarono subito». Anche se pure lui si portava dietro il fardello di tutti quei ragazzi provenienti dalla Colombia. La nostalgia di casa è sempre stato il suo punto debole, anche se magari lo ha sempre sofferto meno degli altri grazie alla vicinanza della moglie e agli anni vissuti in Spagna a casa di Vicente Belda, ex corridore e suo primo procuratore. «Quando ci si radunava a inizio stagione chiedeva sempre: ma quando posso tornare a casa? Quanti giorni devo stare qui? Ed è un po’ la storia di tutti i colombiani questa: sono molto legati alla loro terra e quando devono stare qui in Europa soffrono di nostalgia. Non sono come i nordici o soprattutto i russi che vengono in Italia e si stabiliscono. Loro hanno nel cuore la loro terra e strappare le radici dalla loro Colombia è impossibile. Una cosa, però», puntualizza Martinelli, «A differenza di altri corridori non si è mai presentato in sovrappeso, nonostante quando quei ragazzi tornano nel loro paese è facile mollino un po’».

Foto: ASO / Pauline Ballet

A fare un elenco statistico di quello che López ha ottenuto in questi anni di professionismo si finirebbe per intaccare il senso o persino rovinare il ritmo di questa storia.

Vittorie parziali e podi nei grandi giri arrivano con la stessa facilità con la quale ne riuscirà a buttare via altrettanti. Su otto Grandi Giri disputati a parte due ritiri, sei volte su sei finisce nei primi otto in classifica generale con due terzi posti uno al Giro e uno alla Vuelta. Cade spesso, forse troppo, anzi senza il forse. Non solo non è un drago a guidare la bicicletta, ma la sensazione è che se esistesse una magia sovrannaturale lui ne sarebbe vittima.

Capitomboli, ruzzoloni, in maglia di leader oppure semplicemente a inseguire un sogno scappando da quegli spettri che si pongono davanti alla vita di ognuno. In fuga un po’ per paura, un po’ per vocazione visto che, appena la strada si impenna, sono pochi a potergli stare dietro o a poter rispondere a quelle infide rasoiate.

L’ultima caduta in ordine di tempo arriva al Giro 2020 nella prima tappa. Prende una buca, perde il controllo della bici da cronometro e si schianta contro le transenne. Di nuovo a chiacchierare in corsa con quei fantasmi – reali o irreali sempre fantasmi sono.

Qualche settimana prima al Tour aveva vinto la tappa più bella e spettacolare dell’edizione 2020 nello scenario del Col de la Loze, staccando Roglič e Pogačar. Poi sul più bello, quando è in lotta per il podio, il penultimo giorno a cronometro è di nuovo il López che soffre e che lotta contro quella sensazione che più che sensazione è un dato certo: è un ottimo corridore, ma forse non sarà mai un campione.

Il 2021, quando cambierà maglia e vestirà quella della Movistar, ci dirà davvero chi è Miguel Ángel López e capiremo, o forse lo capirà lui prima di tutti, se finalmente sarà riuscito a liberarsi dai suoi fantasmi.

Foto in evidenza: A.S.O./Angel Gomez ©PHOTOGOMEZSPORT2019


Nessuno è più veloce di Caleb Ewan

Tempo fa, durante un’intervista a un giornale inglese, Caleb Ewan raccontava quale fosse la prima visione all’interno del suo immaginario ciclistico. Affermò, sostanzialmente: il Tour de France del 2003. Ciò che ricordava meglio, sosteneva, ancora più che lo sprint finale sui Campi Elisi, erano le scintille emanate dalla bici di Jan Ullrich dopo la caduta nella cronometro. Ullrich, con la maglia verde-acqua della Bianchi, quel giorno avrebbe dovuto recuperare sessantacinque secondi ad Amrstrong per interromperne la strisce di quattro Tour vinti consecutivamente. Finì a terra malamente e ne perse undici. La maglia gialla amministrò, a vincere la tappa fu lo scozzese David Millar e tutto questo restò scolpito dentro il mondo delle idee di Caleb Ewan.

Lo stesso David Millar, un anno dopo circa, mentre era a cena con David Brailsford in un ristorante sulla costa vicino Biarritz, ultima citta francese prima di entrare nei Paesi Baschi spagnoli, fu avvicinato da tre poliziotti in borghese e portato nel suo appartamento dove vennero trovate siringhe usate. Venne arrestato, e primo di condurlo in cella gli tolsero tutto: persino i lacci delle scarpe – poche settimane dopo Lance Armstrong avrebbe vinto il sesto Tour. Quello del 2003, invece, era il quinto dei sette Tour del texano, e l’ennesima delusione per il panzer(otto) tedesco. Era un ciclismo appartenente a un’epoca fa – basta vedere gli ordini d’arrivo – prima del rimescolamento causato da quello che successe ad Armstrong e ai diversi protagonisti del ciclismo di quell’epoca; i Tour tolti, gli albi d’oro riscritti, strascichi – ancora vivi – decenni di menzogne, ferite apertissime, concetti che oggi solo ad accennarli si rischia di far danno. Questa, tuttavia, è una storia sulla quale è inutile soffermarci.

VELOCISTA TASCABILE

Volata a Châlon-sur-Saône al Tour 2019: Primo Groenewegen, secondo Ewan. (Crediti: ASO/Thomas Maheux)

Era il 2003, si diceva. In Australia era pieno inverno. Caleb Ewan aveva appena compiuto nove anni, precisamente nel giorno del successo al Tour di Alessandro Petacchi, davanti a Baden Cooke, nella tappa con arrivo a Lione. E mentre quel ragazzino guardava la corsa francese, fuori dalla sua finestra pulsava la luna australe. Già, perché Caleb andava a dormire prestissimo per alzarsi tutte le notti alle tre. A volte svegliava i suoi genitori, per esempio quando si faceva prendere dal troppo entusiasmo vedendo scorrere le immagini di una corsa che, in un futuro all’epoca lontano, avrebbe visto protagonista anche lui. Aveva appena iniziato a pedalare proprio in quei mesi e non si sarebbe mai immaginato che, piccolo com’era, avrebbe schizzato energia sui rettilinei confusi e convulsi del Tour de France. Lo avrebbe fatto negli anni successivi in mezzo ad altri panzer (stavolta Ullrich non c’entra) come Kittel uno che avrebbe potuto nasconderlo nelle taschine della maglia, o a omini michelin con il turbo come Groenewegen, a facce sempre sorridenti ma che in realtà nascondono strani intenti come Ackermann, o rivali dalle più svariate caratteristiche e provenienze come Gaviria, Sagan, Bennett e Viviani. In una corsa come il Tour de France che per Ewan è sempre stata talmente grande e importante da preferirla ai Giochi Olimpici. «Partecipare a un’Olimpiade sarebbe bello, ma il Tour de France è la corsa più importante di tutte» uno dei suoi ritornelli preferiti. Saranno le nottate passate sveglio durante l’estate europea del 2003 ad avere fatto maturare questo pensiero? Quella fu un’edizione particolarmente sentita nell’altro emisfero, McGee vestì la maglia gialla il primo giorno, mentre Cooke e McEwen contesero quella verde a Zabel fino all’ultimo: alla fine vinse proprio Cooke. Tanti elementi che facevano sognare il Caleb Ewan bambino e ne illuminavano gli occhi a mandorla come quella luna che gli teneva compagnia.

Era piccolo Caleb Ewan, sia quando guardava il Tour in piena notte, sia quando si gettava in pista prima ancora che su strada. Piccolo è sempre stato e sempre lo sarà: 166 centimetri per un peso variabile a seconda del momento della stagione. Talmente piccolo e leggero da affermare che alle volte, quando era impegnato nella Madison, rischiava di venire sbalzato fuori dal velodromo dall’altro componente della coppia nella famigerata, quanto spettacolare, americana a punti. «Quelle corse le ricordo con piacere: mi divertivo da matti. Quando il mio compagno di squadra mi dava il cambio mi lanciava a una velocità supersonica, un effetto elastico che mi dava tantissima adrenalina. La prima volta che l’abbiamo provato mi sono pure schiantato contro la ruota di quello che stava davanti».

Caleb Ewan in carriera fino a oggi ha conquistato quarantasei successi tra i professionisti. (Crediti: ASO / Pauline Ballet)

Ha sempre avuto animo competitivo e sempre lo avrà – non si diventa corridori così per caso. L’esplosività se la costruisce con il passare del tempo. «In realtà con doti da velocista ci devi nascere», racconta sempre l’australiano – «Vi immaginate Nairo Quintana lottare per gli sprint di gruppo?». Anche se inizialmente non era proprio così. Non solo non era un predestinato, ma neppure un vincente – parole sue riportate dai media. «Fino a sedici anni non ho mai vinto nulla, al massimo facevo secondo o terzo. Ho dovuto lavorare tanto per impormi».

Iniziò con la mountain bike in un circuito a Bowral, nel Nuovo Galles del Sud – vicino a dove Ewan è nato e dove tutt’ora vive la sua famiglia. Da quella zona arriva uno dei più grandi sportivi della storia del continente: Sir Donald Bradman. Non solo, Bradman è considerato ancora oggi il più grande giocatore della storia del cricket, il più forte battitore di uno sport dove vista e riflessi hanno una particolare funzione; più che particolare, suona meglio dire: Fondamentale. Vista e riflessi che sono Fondamentali anche per permettere a Ewan di liberare quella potenza che abbiamo imparato a inserirla tra i suoi punti di forza, vedendolo sprintare. Con muscoli a guidarlo che non sono solo un casuale coacervo di fibre e tessuti ma che svolgono una funzione che, col passare del tempo, diventa sempre più armonica. Strumenti che fanno suonare in modo perfetto l’orchestra diretta dal Maestro Caleb.

E inizialmente Ewan, che nel giro di qualche anno inizia a far vacillare la leadership di Sir Bradman come sportivo australiano più importante di sempre, aveva provato a giocare con la palla, ma era, appunto, troppo piccolo. Calcio, insieme al fratello Josh, persino rugby australiano. Se abbia mai provato il cricket non se ne hanno notizie, mentre è noto come, grazie alla passione trasmessa dal padre, è il ciclismo a diventare la sua vocazione. Dopo la mountain bike approda alla pista per diventare forte su strada, prendeva tutto quello che veniva inizialmente con una certa predilezione per quegli ovali, dove girare con bici senza freni gli permetteva – a lui così impulsivo in bicicletta, esplosivo, generoso – di trovare il modo per stimolare la sua attitudine. Anche se «quando dovrò scegliere prima o poi propenderò principalmente all’attività da stradista. La pista dopo un po’ risulta monotona, su strada non sai mai cosa può succedere». Aveva circa diciotto anni quando si raccontava così.

DALLA KOREA

Caleb Ewan durante lo Shanghai Criterium del 2019. (Crediti: ASO/Pauline Ballet)

Vi siete mai chiesti perché Caleb abbia gli occhi a mandorla? Forse lo avrete certamente letto da qualche parte. Sua madre Kassandra arriva dalla Korea e lui negli anni non è mai riuscito a imparare quella lingua: più complessa dello zigzagare tra maglie strette e telai in carbonio lanciati a oltre settanta chilometri orari. Ha un tatuaggio con il suo nome scritto nella lingua materna e nel 2015 corre il Giro della Korea venendo acclamato come una vera e propria star.

Ewan ha solo 21 anni quella volta, è alla sua prima stagione nel World Tour eppure ha già iniziato a impressionare. «Essere qui a Busan per me è qualcosa di incredibile. Amo la Korea e questa cultura anche se è solo la seconda volta che vengo qui. Adoro la cucina koreana e da piccolo sono sempre cresciuto assieme ai miei parenti di qui», dirà alla vigilia della prima tappa. Vincerà quattro frazioni e la classifica finale. Solo due mesi dopo alla Vuelta a España conquisterà la sua prima vittoria nel massimo circuito battendo allo sprint John Degenkolb e Peter Sagan – e pensate che, riprendiamo quel suo concetto, non si era mai sentito un predestinato.

E su quegli zigomi alti e gli occhi a mandorla ci puoi scommettere sopra come tratto inequivocabile del suo diventare ciclista: non c’è nulla di fraintendibile nella sua fisionomia né nel suo modo di essere o di lavorare. Sangue asiatico, ligio e determinato, passione ed estro australiana. Brucia le tappe in fretta: a diciassette anni conquista il titolo mondiale tra gli juniores nell’Omnium, entusiasmante prova multipla su pista. Erano i mondiali di Mosca e in quell’esibizione incrociò, come ci racconta Jean-François “Jeff” Quénet, uno dei suoi grandi rivali di questi anni di volate su strada: Pascal Ackermann, protagonista con la maglia della Germania e quarto nella gara dell’Omnium vinta proprio dal piccolo australiano.

LA FRANCIA DEL “PETIT CALEB”

Caleb Ewan da junior con bici e casco marchiate FDJ (Foto per gentile concessione di Jeff Quenet)

Una delle svolte della carriera arriva grazie all’incontro con la famiglia McGee. Bradley “Brad” McGee è stato uno dei ciclisti più importanti e influenti in patria negli anni ’90, insieme all’altro “MAC”, ovvero Robbie McEwen, velocista spettacolare al quale spesso negli anni Caleb Ewan verrà accostato. Caleb inizia a lavorare nel negozio di biciclette dei McGee, gestito da Brad e Rod, due che daranno lustro al movimento su pista australiano laureandosi campioni del mondo dell’inseguimento a squadre nel quale era una presenza costante anche un certo Stuart O’Grady, primo corridore extraeuropeo capace di vincere la Parigi-Roubaix – il secondo e ultimo? Un altro australiano: Matthew Hayman. Quella volta che sconfisse Tom Boonen non è mai stata storia: è entrata subito nella leggenda di questo sport.

Brad, che in carriera conquisterà anche cinque medaglie in diverse edizioni dei Giochi Olimpici, gli fa da mentore, lo aiuta a crescere guidandolo nella New South Wales Institute of Sport (NSWIS), una sorta di accademia dello sport della sua regione. Lo dovrà abbandonare quando Caleb diventa professionista per una sorta di conflitto d’interesse. McGee dal 2017 è è anche il selezionatore della nazionale australiana, eppure non ha mai avuto occhi di riguardo per lui. «In nazionale sono stato poche volte. Per i percorsi misti mi si preferisce Matthews e direi anche a ragione visto i risultati che raccoglie», ma il suo sogno resta il mondiale del 2022 che si correrà proprio dalle sue parti, a Wollongong. «Fatemi il nome di un australiano che conosce meglio di me quelle strade» afferma convinto a Bicycling Australia.

Nel 2011 McGee decide di mandare Ewan in Francia per fare di questo ragazzo un corridore vero. Contatta “Jeff” Quénet, con il quale si conoscevano per gli anni passati in Française de Jeux, e lo spedisce da lui qualche mese per fargli ottenere confidenza con il ciclismo europeo. «Quando andai a prenderlo all’aeroporto di Nantes mi trovai di fronte questo ragazzo piccolino accanto al suo bagaglio bici» ci racconta Quénet «simpaticissimo, occhi vispi e che trasmettevano una determinazione incredibile. Ebbi l’impressione da subito che non sarebbe venuto in Francia per fare una vacanza, ma per studiare per diventare un campione».

La prima vittoria di Caleb Ewan in Francia: era il 2 ottobre del 2011. (Foto per gentile concessione di Jeff Quénet)

Vivrà tre mesi in Francia in un appartamento di proprietà di Quénet ad Angers, dipartimento della Loira, giusto il tempo per capire di che cosa si parla in Francia quando si parla di ciclismo. «La prima cosa che Caleb mi disse fu: “Jeff, c’è una sola cosa che non mi piace del ciclismo: le cronometro! Sapete io cosa ho fatto? Chiamai subito Marc Madiot mi feci mandare una bici da crono e la prima corsa a cui lo iscrissi fu proprio una prova contro il tempo. Mi odiò per questo». L’anno dopo, con quell’esperienza maturata, Caleb Ewan diventa campione australiano proprio della cronometro. «Stavolta chiamò per ringraziarmi, aveva vinto il titolo nazionale davanti ad Alex Morgan, un passista e pistard d’eccellenza all’epoca».

Eppure, in quella breve esperienza francese, non è che fece numeri indimenticabili. La seconda corsa a cui partecipa è una gara internazionale. Vince Oliver Le Gac, all’epoca il campione del mondo juniores in carica. Ewan arriva a giocarsi lo sprint per il quinto posto. Finirà settimo e quella volata la vincerà Guillaume Martin. Anni dopo tra i professionisti i poli si invertiranno: Martin non sarà mai capace di vincere uno sprint di nessun genere, sviluppando ben altre doti,  Ewan diventerà uno tra, e a volte il velocista più forte del mondo. «Al Tour di quest’anno ho mandato un messaggio a Martin con la classifica di quel giorno: “Te lo ricordi?” gli ho detto. “Come faccio a dimenticarmi di quella volta che ho battuto Ewan in volata? Mi ha risposto» ci racconta sempre Quénet.

Ricordi. A casa di Jeff Quénet una maglia autografata da Caleb Ewan dove lo ringrazia per essersi preso cura di lui “nel suo primo vero assaggio di corse europee”. (Foto per gentile concessione di Jeff Quénet)

L’unica vittoria di quel periodo arriva in una gara in Bretagna che serve a capire quello che ancora era Caleb Ewan: vince per distacco, in solitaria. «Era la corsa del livello più basso che puoi trovare in Francia in quella categoria, ma Caleb dimostrò di essere comunque più maturo di tutti i suoi coetanei francesi».

Quando Ewan torna in Australia al termine dei quei tre mesi all’apparenza non sembra migliorato, anzi. Torna leggermente sovrappeso perché tra il finire di quel periodo di gare e la partenza per casa sua passano due settimane nelle quali Jeff Quénet gli fa conoscere la cultura enogastronomica francese. «Tornato in Australia sua nonna koreana si lamentò di averlo trovato ingrassato! E lo stesso Caleb si è lamentato che i suoi risultati non eccelsi di quel periodo erano dovuti a una dieta di certo non adatta a un corridore. Ma io non l’ho mai messo in condizione di diventare un corridore, l’ho messo in condizione di scoprire se stesso. Aveva solo diciassette anni e avrebbe avuto tutto il tempo per diventare un campione».

E difatti quella Francia rimarrà sempre dentro Caleb, ne formerà i tasselli del suo vigore protoplasmico, come Jack London definiva i muscoli di Oscar Mathæus “Battlin Nelson” Nielsen nel suo lungo reportage sul “match del secolo” tra James Jeffreis e Jack Johnson e apparso nel 1910 sul New York Herald. Quel disputare cronometro controvoglia, partecipare a corse dove si corre davvero il ciclismo e dove il tifo poi, ricopre un ruolo fondamentale: tutto serve a far cuocere Ewan in un brodo gourmet. «Rimase impressionato dai tifosi» e sempre Jeff Quénet che ce lo racconta. «Quando i suiveur del ciclismo scoprirono che sarebbe venuto da me questo ragazzo di diciassette anni, la casella postale di casa mia si riempì di decine su decine di fotografie con il giovane Ewan, da autografare. Era famoso in Francia nonostante fosse “solo” un campione del mondo juniores su pista. E per non parlare della gara vinta in Bretagna: migliaia di persone a fare il tifo: immaginatevi lui abituato in Australia dove i tifosi sulla strada all’epoca erano solo gli stessi ciclisti o i loro genitori. Ne rimase colpito, strabiliato».

IL PIU FORTE VELOCISTA DEGLI ANNI 2020

Caleb Ewan giovanissimo omaggiato dai giornali australiani e paragonato al grande Mark Cavendish. (Foto: per gentile concessione di Jeff Quénet)

Nel Gennaio del 2012, Caleb iniziava la sua seconda stagione tra gli juniores e forte dell’esperienza francese si iscrive, accompagnato da Jeff Quénet, al Jayco Bay Classic, una quattro giorni di kermesse cittadine tra Victoria e Melbourne, in programma i primi quattro giorni dell’anno. Una challenge particolarmente sentite dalla Orica GreenEdge la squadra australiana che negli anni sarebbe diventata riferimento nel mondo del professionismo e che in quei giorni faceva proprio la sua prima uscita della storia. Immaginatevi: il team, praticamente di casa a Melbourne, schiera un terzetto che avrebbe dovuto fare incetta di traguardi per iniziare a far conoscere il suo nome in giro: Allan Davis, Baden Cooke e Robbie McEwen; si punta su tre fra i più forti velocisti del mondo degli anni 2000. I più forti della storia del movimento aussie. Alla partenza della seconda prova, con arrivo al Geelong Eastern Park, Quenet si avvicina a Baden Cooke. «Conosci ‘sto ragazzino?», indicando il piccolo Caleb Ewan. «No», gli risponde con convinzione la maglia verde di quel già citato Tour del 2003. «Beh, a fine corsa imparerai il suo nome». La prova la vince Ewan, contro professionisti più grandi ed esperti, lo fa indossando la maglia della NSW Institute of Sport e guanti e calzetti della Saxo Bank. Caleb vincerà anche la quarta e ultima prova, precedendo Howard, campione del mondo su pista e Davis, bronzo mondiale su strada due anni prima proprio in Australia. Il direttore di corsa John Trevorror ricorda così quel giorno su cyclicst.co.uk. «Leigh Howard  precedeva Allan Davis nell’ultima curva e sembrava scontata la prima vittoria del team Orica. Caleb è uscito dalla terza ruota e ha superato due velocisti di livello mondiale così facilmente da farmi girare la testa. Ricordo che Phil Liggett (storico giornalista inglese N.d.A.) disse all’epoca che Mark Cavendish e Robbie McEwen non avrebbero potuto fare di meglio». Ma non solo, per Phil Liggett Ewan era superiore a Cavendish alla stessa età e si sarebbe immaginato dall’australiano un futuro «Più da corridore alla Gilbert che alla Cannonball».

Tutta la gioia di Caleb Ewan dopo la vittoria di Nimes al Tour 2019. (Crediti: ASO/Pauline Ballet)

E qui arriviamo alla domanda che avremmo dovuto porci all’inizio: che velocista è Caleb Ewan? Iniziamo col riprendere le sue parole, di quando era ragazzino e rispondeva ai giornalisti del suo paese dicendo che: va bene la tanta attività in pista, va bene andare forte nell’Omnium (e quindi in tutte le discipline che lo compongono), la velocità di punta e la buona resistenza, ma teniamo presente come lui, inizialmente, era considerato uno che sapeva facilmente scollinare davanti le brevi salite. «Le mie caratteristiche? Qui in Australia mi considerano praticamente uno scalatore, mi difendo bene quando la strada sale, ma se dovessi diventare professionista mi vedrei meglio come velocista». E tra gli Under 23 Caleb Ewan era uno che ti ritrovavi sovente negli ordini d’arrivo delle corse più impegnative del calendario. La vittoria al Palio del Recioto, al suo primo anno da dilettante, è un segno utile a identificare le caratteristiche di un corridore che “diventerà uomo da classiche”. Non solo la prova internazionale che si corre a Negrar, provincia di Verona; la settimana dopo conquista La Côte Picarde, prova di Coppa delle Nazioni su un tracciato impegnativo andando via nel finale con gente come Simon Yates, Sean De Bie e Jan Polanc e regolandoli allo sprint. E i risultati ottenuti dal 2012 al 2014 nelle rassegne iridate giovanili non possono che rafforzare questo concetto. Argento mondiale juniores a Valkenburg su un percorso da classiche, quarto a Firenze e secondo l’anno dopo a Ponferrada tra gli Under 23 sempre distinguendosi più come corridore resistente e dallo spunto veloce che come sprinter puro.

Ma passato professionista qualcosa cambia, scatta una molla che lo rende veloce, velocissimo. Potente – il famoso vigore protoplasmico di Jack London. Una pallottola senza gravità con quel suo modo particolare di sprintare curvo abbassato al limite della coerenza sul manubrio della bici, il colpo d’occhio da giocatore di cricket, l’abilità nel saltare da una ruota all’altra e di emozionare in quei momenti così convulsi chiamate volate, quelle azioni che a volte vorresti fare a meno di vedere per quanto ti preoccupi per i loro protagonisti, come fossero i personaggi di un film d’azione a cui ti sei affezionato. Velocista ci nasci, lo aveva detto, lo abbiamo scritto all’inizio di questa storia, ma diventare velocista è una questione di pratica, di immersione totale, di coraggio. Di scelte dolorose ma condivise, e di sacrifici.

La prima scelta dolorosa è il divorzio dal gruppo Orica, quello che lo ha portato al professionismo, che gli ha permesso di vincere una tappa alla Vuelta al primo anno nel World Tour e di imbarcarsi dall’Australia all’Europa e di viaggiare, ma non solo semplicemente viaggiare: pagato per viaggiare. Quella cosa che, quando chiedi a un corridore cosa ti piace del tuo mestiere, lui la metterà sempre al primo posto. Con quel Shayne Bannon che lo volle fortemente nel progetto Orica-GreenEdge dopo averlo conosciuto ragazzino alla presentazione del Tour 2012. Era l’autunno del 2011 e Caleb andò insieme a Jeff Quénet al Palazzo dei Congressi di Parigi. «Caleb non poteva crederci: era estasiato. Erano presenti cinquemila persone per quell’evento».

E quindi Caleb è ormai chiaro come corra a pane e Tour. Lascia “casa” Orica (ormai diventata Mitchelton Scott) dopo essere rimasto per l’ennesima volta escluso dalla selezione per la corsa francese: le tappe vinte al Giro e alla Vuelta non gli bastano, nemmeno quelle semiclassiche dove il piccolo australiano riesce a mettere la sua ruota davanti a tutti,. Il Tour è quel sogno inseguito sin da quando si alzava la notte d’inverno da bambino.

La vittoria nella terza tappa di Caleb Ewan al Tour 2020 è una delle affermazioni più spettacolari della storia recente degli sprint mondiali. (Crediti: ASO/Pauline Ballet)

Allora chiude con l’Australia e viaggia in Belgio. Lascia la sua squadra per correre in maglia Lotto. Sempre grazie al ricordo di Jeff Quénet, scopriamo di quando Caleb nel 2011 andò a Parigi e si fermò sugli Champs-Élysées per fotografe la zona dove ogni anno arriva la Grande Boucle. «Ricordati Jeff» gli disse «un giorno io vincerò su questo traguardo». Seppure in leggero ritardo sulla sua tabella di marcia, quella vittoria arriva nell’estate del 2019.

Ma parlavamo di scelte: la seconda è straziante, ancora più che dolorosa. Nel 2019 infatti, Caleb e sua moglie Ryann hanno la loro prima figlia. La piccola nasce prematura di sei settimane ed è costretta a restare per un mese in ospedale proprio a ridosso della partenza del Tour per il quale Caleb aveva sacrificato anni della sua vita e ne aveva condizionato anche le scelte professionali. «Non poteva respirare da sola, non poteva mangiare da sola e io ho dovuto andare via proprio un paio di giorni prima che lei uscisse dall’ospedale. Avrò sempre il ricordo di non essere stato io a portare a casa mia figlia» e la prima volta che Caleb la vede senza macchine attaccate è il secondo giorno di riposo della corsa francese. «Concentrarmi per il Tour è stato difficile, quasi impossibile: pensavo solo a lei a casa, volevo solo passare del tempo con lei, e allo stesso momento mi stavo preparando per la corsa più importante della mia vita» Quella per il quale il Caleb bambino si alzava in pieno inverno alle tre di notte.

Caleb Ewan nel 2017 ad Alberobello conquista la sua prima vittoria al Giro (Crediti: Alessandro Trovati Pentaphoto/Mate Image)

Oggi Caleb si gode la figlia facendo «quelle cose che fanno tutti i papà». È un corridore affermato e tra 2019 e 2020 ha vinto diciassette corse, tra le quali cinque tappe al Tour, due al Giro, la Brussels Cycling Classic e lo Scheldeprijs – senza dimenticare il secondo posto alla Sanremo anticipato solo da Vincenzo Nibali. Qualcuno ancora mette in dubbio il suo status di migliore (e più spettacolare) velocista al mondo: beh quel qualcuno vada a rivedersi la volata della terza tappa al Tour de France di quest’anno. Ai 150 metri Ewan è ancora in sesta, settima posizione, dribbla tutti come un Maradona sui pedali e infila Sam Bennett sulla linea del traguardo. Pochi dubbi: il piccolo Ewan è diventato grande. Il piccolo Ewan, oggi, è il velocista più forte del mondo.

Foto in evidenza: ASO / Pauline Ballet