Il 5 febbraio 2023 a Hoogerheide

Non è il 30 ottobre del 1974 a Kinshasa, non è The Fight o Rumble in The Jungle. Non può essere Alì contro Foreman, perché è il 5 febbraio del 2023, a Hoogerheide, ed è van der Poel contro van Aert e viene presentato come il Mondiale di ciclocross più atteso di sempre.
Non c’è più niente da nascondere, basta pretattica: quello che si ha lo si tira fuori, sul percorso oppure altrove, comprese le foto che sui social vengono mostrate da stamattina: van Aert contro van der Poel in ogni forma ed età. Bambini in uno studio televisivo, uno con la faccia imbronciata, l’altro un po' stupito, contento, curioso, oppure sul podio a darsi un pugnetto poco convinto, o ce n'è una, più ricostruita, che raffigura un braccio di ferro tra i due, dove uno tiene lo sguardo fisso negli occhi dell’altro come un duello ripreso per il momento di maggiore tensione di uno spaghetti western.
Un western del Nord, belga e olandese, una questione per qualcuno di statistiche: van Aert ha vinto tot gare mentre van der Poel gli è superiore in questo e quello. È uno scontro fatto di polemiche, come ogni diatriba, serve a colorare la vigilia; è qualcosa in cui tutti si fanno da parte e lasciano la scena a loro. È l'apoteosi della superiorità. È devastante per gli altri. È un anticipo della stagione su strada, è il finale della stagione nel cross.
Non vorremmo mai spostare l’attenzione dalla corsa, ma bisognerebbe almeno citare, e lo facciamo, la quantità di gente, di colori e di rumori lungo tutto il percorso di Hoogerheide, Olanda.
Non vorremmo mai spostare l’attenzione dal colore tutto intorno, ma ci tocca ritornare in corsa: è quel che conta oggi. Dopo tre minuti attacca van der Poel, quarantatré secondi dopo i due se ne vanno, inizia il braccio di ferro, non li rivedono più. È un continuo logorarsi a vicenda, un domandarsi, giro dopo giro, chi vincerà? Chi è più forte dell’altro? Dove attaccherà Wout? E Mathieu sfrutterà le barriere?
Uno è spalluto, l’altro una sfinge. Uno attacca, l’altro risponde.
Uno prova ad allungare in un punto, l'altro cerca il proprio limite per evidenziare quello del suo avversario.
Avremmo voluto vederne ancora, e poi ancora, e ancora, ancora, fino a dire basta. Un altro giro, ma poi quell’ultimo giro è arrivato. C’è silenzio per un attimo, o almeno così pare di percepire, come in una di quelle piazze vuote a El Paso, Texas, oltre un secolo fa. C’è tempismo, potenza, c'è lo spiccato senso tattico che da un po’ di tempo è diventato parte del corredo agonistico di van der Poel che scatta sul rettilineo finale e vince.
E poi c'è quella domanda che sorge spontanea: l'idea dell’uno di andare così a tutta dall'inizio, può aver logorato l’altro svuotandolo dell'energia necessaria per fare la differenza prima della volata? Van Aert dice, più o meno, che è andata così, il 5 febbraio del 2023 a Hoogerheide.


Cresce, esplode, De Lie

La facilità con la quale Arnaud De Lie ha vinto ieri la prima frazione dell’Étoile de Bessèges, classico appuntamento di inizio stagione in Francia, ha ricordato la medesima inclinazione di un certo Peter Sagan per quel tipo di arrivi: pochi minuti in cui sprigionare potenza e saltare gli avversari in vista del traguardo.

E per certi versi simile - anche se al momento giocano su terreni differenti di coinvolgimento - è quella sorta di spavalderia genuina che esprimono nel godersi una vittoria. Ieri niente segno delle corna, lui è "Il Toro di Lescheret", ma si guarda indietro, scruta i corridori dribblati e che affannosamente tagliano la linea del traguardo alle sue spalle, e si esibisce in un gesto quasi di liberazione per la fatica fatta sulla rampa finale.

La crescita di Arnaud De Lie appare netta, anzi lo è, così come il modo con cui sconfigge gli altri corridori su terreni che si assomigliano: vincere su uno strappetto che taglia le gambe sembra diventare un marchio di fabbrica.

Sale di livello lo scontro, e il classe 2002 belga cresce a sua volta. Ieri a Bellegarde ha messo la sua squadra davanti a metà gara, spezzando il gruppo ed esasperando la fatica dei suoi, sportivamente parlando, nemici. Poi sullo strappo che portava al traguardo, dopo il lavoro di un altro suo compagno di squadra, ha lasciato sfogare Mads Pedersen nel tratto più impegnativo prima del plateau finale dove, dopo aver stretto i denti, ancora pieno di energie bruciava un corridore come il danese, che lo scorso anno, su quello stesso arrivo vinse con (estrema) facilità: un momento che fu prodromo della sua miglior stagione in carriera, almeno in fatto di continuità.

Cresce, esplode De Lie, che solo un anno fa si presentava raccontando della sua vita a Vaux-sur-Sûre, della fattoria e di come, la mattina prima del suo successo più importante tra gli Under 23, si alzò presto, come ogni giorno da quando era bambino, per mungere le vacche. Poi salì in macchina, raggiunse Grotenberge, preparò bici e vestiti e andò a vincere in volata la Omloop Het Nieuwsblad di categoria. Disse di aver sentito la fatica di quella levataccia, in gara. Almeno fu sincero.

Impressionante è la facilità con la quale in questi primi 13 mesi di professionismo De Lie abbia alzato le marce della competitività: passando dall’essere un ottimo prospetto a dare nemmeno troppi ambigui segni di predestinazione. È sicuramente presto (ma nemmeno troppo), pensare fin dove potrà abusare della pazienza dei suoi avversari, maltrattandoli su arrivi dove in passato hanno vinto o dominato, avendo pur sempre solo 20 anni.

L’idea di vederlo prima o poi (più prima che poi) scontrarsi con i più grandi del ciclismo di oggi, e su traguardi via via più prestigiosi, ci sta facendo venire l’acquolina in bocca.


Affinità

C'è un rapporto particolare tra Thibaut Pinot e l'Italia, particolare e reciproco. Qualcosa che si potrebbe sintetizzare in quel "Tibò", scritto così, come si pronuncia, oppure nella scritta sul suo braccio destro, "solo la vittoria è bella", quasi uno scambio di linguaggio, di comprensione. Per descrivere questo rapporto, questa reciprocità, noi torniamo a Como, in un fine settimana autunnale del 2018, in un angolo della sala stampa, dopo quell'assolo di 14 chilometri circa di Pinot, dal Civiglio alle acque calme del lago.
Già, perché proprio quel giorno "Tibò" Pinot descrisse l'Italia, aiutandosi con la mimica, con gli occhi: parlò delle sue strade, dei suoi vicoli storici, caratteristici, dei suoi scorci sempre diversi, anche a distanza di pochi metri, e poi del suo linguaggio, della sua lingua, dei suoni che a Pinot piacciono. Quel giorno, dopo il duello con Nibali, questi erano i suoi pensieri. Quel giorno, dopo il dolore di qualche mese prima, queste erano le sue parole.
Quegli stessi occhi, ma con uno sguardo diverso, li avevamo visti a maggio, a fine giro, a un passo dal podio, anzi, a un giorno dal podio di Roma, afferrato il giorno prima a Bardonecchia. Eravamo a Cervinia, ormai oltre quaranta minuti dopo l'arrivo di Nieve, vincitore di quella frazione. Thibaut Pinot sembrava svuotato, non c'era mimica, non c'era niente, forse solo la speranza che quella sensazione passasse, anche solo per arrivare a Roma. Anche quella speranza era bella, non solo per Pinot, perché quel giorno di Pinot chiedevano in tanti nel via vai di un arrivo in salita. Crisi profonda, ritiro.
Le delusioni che feriscono, che spengono i fuochi o li accendono, li fanno divampare. In quel Lombardia il fuoco è divampato, descritto, raccontato come un esperto d'arte, come all'amico che arriva nella tua città, nella tua nazione, quella che senti tua. Quel fuoco si era acceso da ragazzo, alla vittoria del Giro della Valle d'Aosta, a diciannove anni. Era lì, una fiamma, in attesa, in divenire, tra sogni e desideri. Raccontati allo stesso modo in cui mostra quelle parole sul suo braccio.
Quello di tornare, ad esempio. A fine Giro d'Italia 2017, addirittura, l'unico desiderio. Tutto in quel pensiero, tornare dove "non ho visto nulla di negativo". Anche se era stato quarto, alla fine, sempre di poco, sempre giù dal podio. Eppure il legame si stringe, si amplia, diventa più forte. Non è più solo ciò che si desidera, ma quel che si vuole. Perché a Superga, pochi giorni prima di quella vittoria e di quella storia sull'Italia, Pinot, vittorioso alla Milano-Torino, è un corridore che ha voluto la vittoria, che ha voluto questa vittoria in Italia. Lo sottolinea lui stesso. Avvicinamento e allontanamento continui.
È giusto parlarne perché, proprio in questi giorni, Pinot ha annunciato che nel 2023 sarà al Giro d'Italia. Di più: che, al Giro d'Italia, le montagne saranno il suo grande traguardo, ciò a cui punta. Sono accadute tante cose da quel 2018, tante delusioni, sì, le stesse di quei fuochi che si spengono e si accendono, le stesse delle affinità che sono somiglianze da cercare e vivere, le stesse, anche, della bicicletta, degli esseri umani. Eppure Thibaut Pinot continua ad avere quella voglia, la stessa che l'ha fatto piangere sotto la pioggia, a Lienz, al Tour of the Alps dello scorso anno, dopo una vittoria, dopo tanto tempo. E sarà proprio con quella voglia che tornerà al Giro d'Italia, cinque anni dopo. Si tratta delle affinità.


Le cronache del ghiaccio e della neve

Per raccontare la gara di oggi in Val di Sole serve mettere da una parte il contorno, notevole, e dall’altra i contenuti tecnici, in una gara che ha visto corridori in difficoltà nello stare in piedi su un tracciato che doveva essere una gara di ciclocross sulla neve, ma alla fine si è rivelato un ciclocross sul ghiaccio.
È tutto all’ombra il percorso, con la neve battuta e spalata in diversi tratti e un terreno duro, durissimo, ghiacciato; i corridori battono i denti alla partenza, mentre il pubblico si scalda guidato dallo speaker e accompagna il via muovendo le mani a ritmo. Per incitare, per scaldarsi.
Il ritmo è una parola chiave, c’è chi lo trova subito, come Kuhn: il binomio neve e Svizzera, se pensiamo, tanto per fare un nome, a Odermatt, in questo momento è tornato molto in voga da un punto di vista dei risultati e l’elvetico veste per un po’ i panni di quel fenomeno che non sbaglia una gara - in altro sport - e parte forte, come per altro ci sta abituando in stagione, tenendo davanti la sua maglia rossa di campione nazionale che risalta sul bianco accecante che caratterizza il percorso.
Il ritmo lo tiene quella solita apoteosi portata avanti da campanacci e motoseghe che pare davvero una gara di sci alpino oppure nordico e che fa da colonna sonora a chi rimonta, cade, frena, tiene, spigola, spinge. In alcuni momenti pensavamo pure di vederli andare via in alternato oppure a spazzaneve.
Si fa fatica a prendere il ritmo perché si rischia di cadere, pensate a van der Poel finito lontano, troppo lontano: non prende alcun rischio (e fa bene), e la notizia è non vederlo a fine gara davanti a tutti, lui che spesso, oppure sempre, in gara prende rischi, ma oggi non era quel giorno. Non era giorno nemmeno per Iserbyt che il ritmo lo tiene pure bene finché non cade, sbatte il ginocchio e si ritira, portato via in barella. Speriamo bene.
La spunta Vanthourenhout che ci mette poco a trovare ritmo e feeling, vincitore degno, degnissimo campione europeo, con quella faccia simpatica come pochi: lascia gli altri a distacchi abissali come un tappone alpino (d’altra parte siamo sulle Alpi) di decenni fa.
Sul podio con lui Vandeputte e Kuhn, entrambi alla loro prima volta tra i primi tre in Coppa del Mondo, e l’impennata di uno, e il pugno liberatorio dell’altro dopo aver resistito al ritorno di Sweeck ,ne certificano l'importanza del risultato acquisito.


Nella neve in Val di Sole

Bianco ciclocross. Domani ai Laghetti di San Leonardo, località Vermiglio, Val di Sole, decima tappa (su quattordici, siamo ormai in dirittura d’arrivo) della Coppa del Mondo di ciclocross, seconda volta - di fila - per la località trentina. L’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, si sa, è quello di convincere chi di dovere a far entrare questa disciplina all’interno del programma olimpico. Milano-Cortina è fuori tempo massimo, magari nel 2030, sarebbe un salto di qualità enorme per il ciclocross sotto tantissimi aspetti, a volte ci immaginiamo cosa sarebbe (stata) una lotta per l'oro olimpico tra van der Poel, Pidcock e van Aert e quasi non prendiamo sonno, ma tutto questo è un discorso a parte sul quale non ci dilunghiamo. Non ora.
Ci si prepara da tempo a Vermiglio, invece, per la gara di domani, anzi le gare. L' inverno fa l’inverno, tra freddo e neve. Lo scorso anno sul campo ci si è divertiti al netto di Capitan Temperatura Bassa ma con van Aert, Vos, Pidcock, tutto bianco intorno, le montagne a dare un contorno totalmente inusuale per una gara di ciclocross, piuttosto poteva apparire mountain bike, sci di fondo, specialità di cui la Val di Sole è ghiotta; quest’anno si ripete e il cast vede soprattutto van der Poel e la sfida di altissimo livello che sta tenendo banco al femminile; sfida entusiasmante in pieno svolgimento da un po’ di settimane, sfida tra due 2002, una generazione d’oro, olandese, rappresentata da Fem Van Empel e Puck Pieterse. Van Empel qui vinse lo scorso anno. Fu la prima vittoria nella categoria élite per lei. Van Empel guida la challenge di Coppa del Mondo con oltre cento punti di vantaggio, forte soprattutto (ma non solo) dei due successi negli Stati Uniti, in contumacia della coetanea.
Si esce dalla tradizione di erba, fango e sabbia, sperando che il cross sulla neve dei Laghetti di San Leonardo possa diventare tradizione.
Ci sarà da battagliare con il freddo. Vestitevi pesante: non lesinate. Si combatterà bevendo birra (suggeriscono in alternativa vin brulè), con cautela come sempre. Si combatterà il freddo (ci sarà anche un tendone riscaldato) spostandosi da una parte all’altra del percorso - occhio alle cadute. Urlando, applaudendo. Evento intenso come solo il ciclocross sa regalare dal vivo. Con un percorso leggermente modificato rispetto al 2021, con due collinette in più e zone dove la neve sarà dura, battuta, scivolosa e altre dove, con la neve più morbida, sarà più simile a un percorso con la sabbia ed è per questo che si dice di buttare sempre un occhio su Sweeck, abile guidatore su certi percorsi e leader di Coppa del Mondo, oltre al solito noto, il signor Mathieu van der Poel.
Saranno fondamentali le scelte tecniche, e in questo assumerà una certa importanza la ricognizione - poi che van Aert lo scorso anno abbia vinto arrivando la sera prima e provando il percorso solo il giorno della gara è un altro discorso. Ma di van Aert ce n’è uno solo. Ci vorrà potenza e tecnica, insomma, anche se non a tutti convince l’idea del "ciclocross sulla neve", sarà comunque quello sport lì, potenza e agilità assieme, partenza in griglia, bici in spalla; sarà differente, inusuale, ma non per questo meno bello, entusiasmante e con la solita parola che gira e rigira è sempre quella: spettacolo.
98 corridori al via: 47 donne (partenza alle ore 13) e 51 uomini (partenza alle ore 14:30). Nutrito il contingente italiano che vedrà il ritorno in una gara di massimo livello di Silvia Persico, Eva Lechner, Filippo Fontana, ma non solo. C’è van der Poel, lo abbiamo già detto ma lo ripetiamo, gli occhi saranno su di lui, e anche le urla e il tifo e ogni sua azione, ogni suo passaggio, errore, rimonta eccetera, sarà accompagnata dal frastuono e ci aiuterà a non ghiacciare il fondoschiena.


Attaque de Pierre Rolland!

Ieri ha annunciato il ritiro Pierre Rolland. Un corridore che a noi è sempre piaciuto in modo particolare e infatti ne abbiamo parlato all'interno di #Alvento14.

Era un numero dedicato alle fughe e quella di Rolland al Tour de France 2011, tappa 19 con arrivo sull’Alpe d’Huez, meritò di essere ricordata quella volta, merita di essere menzionata nuovamente.

“Alpe d’Huez 2011, terzultimo giorno di corsa. Mentre Voeckler soffocava il proprio sogno e quello di tutti i francesi cedendo in salita con indosso la maglia gialla, il suo giovane compagno di squadra cavalcava vittorioso verso una delle salite simbolo della storia del ciclismo. Non una vera e propria fuga da lontano, ma emblematica: dopo aver raggiunto Contador sulle rampe finali dell’Alpe d’Huez, Rolland si scrollava di dosso la sua compagnia (e quella di Samu Sanchez) regalando alla Francia la prima e unica vittoria in quell’edizione della corsa francese. Rolland correrà la stagione successiva con il profilo della tappa vinta inciso sul telaio”.

Quel giorno Rolland rimase di fianco a Voeckler, in maglia gialla a due tappe dal termine, finché il leader della classifica gli diede via libera. «Non ho mai pensato di perdere la tappa, non avrei mai lasciato solo Voeckler per arrivare secondo o terzo», raccontò, in modo quasi sfrontato, un corridore che sfrontato lo è stato soltanto in corsa, amante delle fughe, spesso bizzarre, delle maglie a pois, della visibilità in salita.

Rolland lascia il ciclismo a 36 anni. 16 stagioni tra i professionisti e 12 vittorie. Un bel palmarès: due tappe al Tour, una al Giro, un quarto posto nel 2014 nella Corsa Rosa dietro Quintana, Uran e Aru, davanti a Pozzovivo. Un ottavo posto al Tour del 2012 quando vinse anche la tappa con arrivo a La Toussuire e un decimo con maglia bianca finale al Tour del 2011.

Lascia dopo una carriera passata perlopiù in compagini francesi, ma con una parentesi alla Cannondale, squadra americana, che inizialmente Rolland commentò così. «Finché si parla di ciclismo me la cavo. Se dovessi parlare di letteratura sarebbe un problema. Ho dovuto imparare l’inglese perché la Cannondale è una squadra americana. Dopo una vita passata in ambienti francesi, chissà che questo cambiamento non mi faccia bene».

Lascia dopo aver speso una carriera con la consapevolezza dell’importanza del circondarsi di persone per lui importanti. Nei giorni scorsi ha ricordato la figura di Gautier, compagno di allenamenti e di vacanza, amico fraterno con il quale ha diviso gli ultimi anni in squadra. «Il ciclismo è uno sport di sofferenza, durissimo, per questo ritengo essenziale avere con me le persone che amo».

Lascia dopo che la sua squadra, la B&B Hotels-KTM ha annunciato la chiusura: «La mia carriera si chiude qui, ma non è per me che saranno giorni complicati», raccontava giorni fa pensando ai suoi compagni di squadra e ai componenti dello staff rimasti a piedi. Forse gli sarebbe piaciuto continuare ancora, chissà: «Ma il destino ha deciso diversamente», scrive su Twitter.

È stato un gran bel talento in salita Rolland, di quelli sempre all’attacco: L’Equipe ricorda come a un certo punto “Attaque de Pierre Rolland!” divenne una sorta di slogan al Tour ed esistono anche pagine sui social network che si chiamano così.

È stato uno scalatore con un timbro caratteristico: la strada si impennava e lui partiva, non importa se poi spesso dopo qualche centinaio di metri veniva ripreso, lui magari ti scattava di nuovo in faccia per poi essere ancora ripreso. Era fatto così: poca paura di stare al vento, a volte di quelli che aspetti e che non arrivano, di quelli su cui la Francia ci scommetteva come grande speranza, ma dove grande speranza per loro significava (significa) vincere il Tour de France. Si è portato sulle spalle l’onere e l’onore, ma alla maglia gialla ha spesso preferito una più comoda maglia a pois.

È stato un bel corridore non c’è che dire, poco vincente, molto appariscente, è stato Pierre Rolland, anzi, “Attaque de Pierre Rolland!”, detto proprio così.


Stefan Küng: per il progresso

Sulla bici Stefan Küng ci è salito solo per un motivo: andare più veloce di tutti gli altri, ma quante volte da quando corre tra i professionisti la differenza con un avversario è stata così sottile da relegarlo spesso a un piazzamento ricco di rimpianti? Quante volte lui si è disperato per una questione di metri o secondi e noi a dispiacerci? Ma proprio per questo, forse, Stefan Küng è un corridore che riscuote quel successo riservato allo sconfitto, alla sua dignità, all’enfasi che si porta appresso, all’umanità che si manifesta dietro un nome, un numero, una maglia, una bici, dei pedali.
E poi c’è chi lo segue da vicino che in quanto a teatralità non ha nulla da invidiare alla gradinata di una curva di calcio argentino: ha un gruppo di tifosi tra i più folcloristici in assoluto, si chiamano King Küng Freunde e se non vi è capitato di vederli dal vivo, fatevi un giro sui loro profili social per conoscerli perché ne vale veramente la pena; e poi come non si fa ad apprezzare un corridore sempre davanti nelle corse del Nord, che se c’è brutto tempo si esalta, spesso all’attacco, a volte per terra a buttare via occasioni come se forze misteriose lo avessero preso di mira, uno che va forte sul passo e tiene bene pure sugli strappi?
In bici Küng ci è salito per correre sempre più veloce, degli altri e di se stesso, per lui inizialmente era solo fare il giro dell’isolato come uno di quei circuiti fatti di pietre e vento che lo esaltano o come quando su pista da ragazzo si toglieva diverse soddisfazioni; nessuno a casa lo ha spinto, costretto, convinto a mettere il sedere su un sellino, ma è stato un vicino che - probabilmente - lo vedeva scorrazzare come un matto da solo: «Perché non ti iscrivi in qualche squadra e ti misuri con gli altri?» pare gli avesse detto proprio così. Storia normale di cui ne avrete sentito parlare migliaia di volte e che riguardano migliaia di altri come lui.
E poi inizia a pedalare sempre più sul serio e arriva nella nazionale junior svizzera quando pareva quasi un miracolo al tempo ricevere l'attrezzatura per misurarsi a livello mondiale con le squadre avversarie: «Con la Svizzera siamo riusciti a fare grandissime cose con mezzi limitati, è il caso del mio titolo mondiale nell’inseguimento individuale nel 2015, mentre oggi i ragazzi di 17/18 anni arrivano già con casco e ruote». E lo studio del dettaglio per lui è tutto. Spiega, Küng, come sia una componente fondamentale del progresso. Ciclistico, di atleta e uomo. Se vuoi fare risultato non puoi far finta che non esista. «Io mi trovo in grossa difficoltà con quella categoria di persone che accettano ogni novità senza farsi domande». Si nutre di curiosità, condivide i suoi dati con i partner tecnici, ma fa di più, vuole sapere cosa c’è dietro ogni novità. «Pensate che quando arrivarono i freni a disco molti in gruppo dissero: vedrai che è solo la moda del momento Stefan! fra tre o quattro anni sparirà!». Uno schema mentale che il ventinovenne di Wil reputa inconcepibile.
Chi lo conosce racconta di come Stefan Küng sia persino troppo severo nei suoi confronti, come dire che se non stesse a misurare ogni dettaglio nella vittoria e nella sconfitta, non migliorerebbe mai. Su questi principi si basa la sua carriera. «Anche se avessi vinto il Mondiale in Australia subito dopo avrei analizzato i miei dati per capire dove migliorare»
Una storia fra lui e il ciclismo partita dal giro in bicicletta dietro casa, con in mezzo le tanto agognate crono dove da anni è uno dei tre, quattro più forti al mondo, e culminata con le classiche del Nord nelle quali è costantemente uno dei protagonisti, outsider (ruolo che lui adora) di grido, anche se solo quest’anno pare abbia fatto quel deciso salto di qualità, pur mancandogli ancora qualcosa per il successo, quel grande successo che ne coronerebbe una carriera. Eppure ci è arrivato così vicino. Anche lui (come noi, ahinoi) ricorda quel giorno ad Harrogate prova in linea del Mondiale 2019, quando arrivò allo sprint e perse contro Pedersen (e Trentin): una giornata fredda, con la pioggia, il suo habitat naturale, condizioni climatiche in cui lui spesso riesce a tirare fuori qualcosa in più.
«A 28 anni voglio vincere un mondiale su strada e una grande classica» dice. Fino ad allora Stefan Küng continuerà a cercare nel progresso la chiave per dare tutto nel ciclismo. Ma siamo certi che nel caso non cesserà la spasmodica ricerca verso la sua aristotelica perfezione.


Pello Bilbao vuole migliorare ancora

In un momento in cui il mondo del ciclismo professionistico va a caccia di talenti sempre più giovani, sempre più giovani, sempre più giovani, giù giù, facendo scouting tra gli allievi, e dove ci si domanda quanto potranno durare le carriere di corridori che in maniera sempre più precoce si affacciano ai vertici (tendenza attuale, ma non una novità assoluta), da sottolineare le parole di Pello Bilbao rilasciate giorni fa a un quotidiano spagnolo.
Il corridore basco di Guernica, classe 1990, febbraio 1990, e che dunque entrerà nel momento caldo della stagione quando avrà già compiuto 33 anni, appartiene ancora a quella categoria di corridori che, usciti con calma, cresciuti anno dopo anno, sentono di avere ancora diverse stagioni davanti, ma soprattutto afferma: «Questa è stata la mia migliore annata è vero, ma il bello per me deve ancora arrivare».
Tre vittorie in un 2022 corso col solito piglio in discesa, la sempre solida resistenza in salita, lo spunto veloce, l’usuale regolarità su ogni terreno e con doti di fondo, il magrissimo corridore della Bahrain in stagione si è permesso il lusso di battere persino Alaphilippe allo sprint. Vero, non il miglior Alaphilippe mai visto, ma pur sempre un corridore che dell’esplosività ha fatto una delle sue armi migliori - e soprattutto che arrivava da un successo solo ventiquattro ore prima. «Ai Paesi Baschi ho provato a vincere in tutti i modi quel giorno: prima in discesa, poi attaccando ai meno quattro, poi ai meno due, poi allo sprint». Ha detto che la foto di quello sprint la metterà dentro a una cornice: «una di quelle vittorie che ti segnano». Dietro lui Alaphilippe, Vlasov, Gaudu, Mas, Roglič, Vingegaard, Uran, Evenepoel. La crema al via.
Per Bilbao i cambiamenti più significativi rispetto ai primi anni in cui correva arrivano da un modo diverso di interpretare ogni corsa in quanto «Prima si cercava un picco di forma specifico durante l’anno, ora devi andare sempre forte, da febbraio a ottobre. Sotto questo aspetto trovo similitudini con il calcio, uno sport dove devi essere costantemente ai massimi livelli per tutta la stagione» e a un modo di preparati differente «ci metti molta più qualità negli allenamenti sin da subito e già tra gennaio e febbraio devi essere in forma ma capace di dosare ogni sforzo».
Sostiene, Bilbao, quanto questo tipo di approccio possa essere sfiancante per qualcuno, ma come nel suo caso sia uno stimolo ulteriore: «Non riesco a pormi nessun obiettivo specifico durante l’anno: io voglio andare forte sempre».
E infatti lo puoi trovare davanti nelle brevi corse a tappe di inizio stagione: terzo all’UAE Tour, nei dieci alla Tirreno-Adriatico, quinto ai Paesi Baschi, quarto al Tour of The Alps vincendo anche lì una tappa, regolando anche lì un francese, Bardet, nella volata del gruppetto dei migliori. Oppure nelle grandi corse a tappe: al Giro è quinto, un Giro fatto di regolarità senza picchi - come ha spiegato - e con le già citate doti di regolarità e di fondo e con quelle battute che girano tra tifosi e addetti ai lavori: «Corridore da quarta settimana».
Fino a vederlo competitivo nella seconda metà di stagione, 3° al Giro di Polonia, 2° al Giro di Germania (dove arriva, sempre in uno sprint ristretto, la sua terza vittoria in stagione), in zona decimo posto nelle ultime due corse disputate, stavolta di un giorno, Grand Prix Quebec e Grand Prix Montreal. Chiudendo 17° il ranking UCI, 8° quello di Procyclingstats, 13° quello di First Cycling. Senza dimenticare quanto sia fondamentale il suo aiuto ai compagni di squadra. Landa, spesso, ma anche Caruso al Giro del 2021, ne sanno qualcosa.
Non è un caso che nel suo 2023 abbia messo nel mirino corse differenti a confermare il suo status di corridore ai vertici e il suo modo di intendere la stagione a tutta dall’inizio alla fine: «Punto a partire forte già al Tour Down Under, alla Strade Bianche e al Giro dei Paesi Baschi con obiettivo di essere competitivo anche sulle Ardenne». Senza dimenticare che quest’anno il Tour partirà praticamente da casa sua e anzi, non appare un dettaglio di poco conto che la città di partenza si chiami esattamente come lui (Bilbao, si capisce).Pello Bilbao vuole migliorare ancora e per farlo vuole dimostrare di andare forte ovunque.


Ritorno nel fango: la "nuova casa" di Joris Nieuwenhuis

«Dopo un po' di anni ho capito che la strada non faceva più per me: stava diventando alienante. Gli impegni, i pericoli, le cadute. Il fatto per esempio di doversi preparare alla Vuelta, che dura 3 settimane, ma per farlo dovevo prepararmi per quattro settimane». Joris Nieuwenhuis si è stufato della strada ed è tornato in questa stagione a sporcarsi nel fango e per farlo è rientrato da una delle porte principali, la Baloise Trek Lions di Sven Nys.
Ha ricominciato come se quell’attività non l’avesse mai abbandonata con un 4°, un 5° e un 11° posto in Coppa del Mondo e un 4° posto al Campionato Europeo di Namur: «I giovani lo ammirano e anche noi siamo stupiti da vedere il suo livello - parole proprio di Sven Nys - e il fatto che abbia solo 26 anni non può che farci pensare che possa crescere ancora come livello. Oltretutto porta tutta la sua esperienza e le conoscenze acquisite come corridore che ha fatto diverse stagioni nel World Tour».
Stagioni nelle quali il barbuto Joris ha provato a lasciare il segno, ma non come voleva lui che sperava di trovare il suo destino scritto a caratteri cubitali nelle grandi classiche del Nord: nel 2020 è stato sul podio della Paris Tours, che resterà il miglior risultato ottenuto in carriera. Vinse il suo compagno di squadra Pedersen (Casper) in quella che all’epoca era il Team Sunweb della stagione post confinamento, squadra che volava e spesso strapazzava gli avversari (ricordate i risultati di Kragh Andersen e Hirschi per esempio?). Nieuwenhuis, che per comodità chiameremo più spesso Joris in queste righe, sempre che qualcuno non voglia persino italianizzare in Giorgio Casanova, conquistò la terza piazza battendo in volata Madouas, Barguil e Bardet. I migliori tra i francesi che quel giorno impararono a conoscerlo bene. Joris che diventava un punto di riferimento per i più quotati compagni di squadra.
«Ma sinceramente non vedevo l’ora di tornare al mio primo amore: il ciclocross». Tra 2015 e 2018 si segnalò come uno dei corridori più forti nel cross della categoria Under 23, prima di prendere la decisione, nel 2019, di varcare il confine del World Tour. Ha vinto alcune gare di Coppa del Mondo ed è stato due volte campione olandese (in una sul podio anche un’altra conoscenza della strada come Thymen Arensman, suo compagno di squadra in Sunweb e DSM) e si laureò nel 2017 anche campione del mondo - parliamo sempre di Under 23.
«Ho un programma a lunga scadenza di tre anni, e penso che come prima cosa debba riadattarmi al contesto» diceva nei giorni dell’annuncio della decisione. Detto? Fatto. Subito competitivo, Joris ha di nuovo scaldato i cuori di tanti suoi tifosi che nel ciclocross hanno sempre apprezzato il suo stile, qualcuno sentendosi persino tradito vedendogli abbandonare una prima volta la bici sul fango, attratto dall'irresistibile chiamata dell'asfalto. «Ma la strada non mi lasciava tempo per fare altro: ora invece riprenderò gli studi e potrò dedicarmi anche a delle iniziative di tipo sociale a Zalhem». La sua città natale. C’è da fidarsi o verremo di nuovo “traditi” dal talento di lingua neerlandese? La risposta è soltanto dentro di Joris, il quale però a detta del suo Team Manager, oltre a prendere il via in qualche gara Gravel, in estate continuerà a gareggiare su strada in modo da poter proseguire la sua crescita in vista del prossimo inverno «E magari puntare anche a qualche vittoria».
Intanto, mentre domani a Hulst in Coppa del Mondo tornerà in scena Mathieu van der Poel, il suo destino sarà proprio legato a quello del più famoso dei nipoti di Poulidor. Joris dopo Hulst non verrà convocato per la tappa di Anversa per via proprio della presenza di van der Poel. Questione di numeri di corridori selezionabili dalla nazionale olandese - per chi volesse approfondire le questioni regolamentari https://www.wielerflits.nl/.../joris-nieuwenhuis.../ - e al momento Joris, fuori dai primi 50 del ranking (è 52° secondo la classifica che viene stilata ogni martedì), come Mathieu, si giocherebbe un posto con il fenomeno della Alpecin. «E se c’è di mezzo van der Poel - specifica Nys - la priorità va chiaramente a lui».
È tornato nel fango Joris e ora fatecelo gustare di nuovo, magari senza intoppi o cavilli regolamentari.


Esattamente come quel bambino

Quel bambino che correva di fianco alle transenne, nella zona dei pullman delle squadre al Giro, è come se fosse ancora lì. Lì nel senso rimasto conficcato in uno spazietto della nostra mente, altrimenti come minimo sarebbe scattata una denuncia nei confronti dei genitori. Ha le ciabatte ai piedi (faceva caldo, eh), cade e si rialza ma lui vuole solo van der Poel e infatti urla "Vanderpuuul". Immaginatevelo inquadrato con una lunga carrellata.
Domenica, nella caratteristica Hulst, i bambini, questa volta olandesi e belgi, potranno fare più o meno la stessa cosa, magari con altre facce e altre cadenze. Magari non con le ciabatte ai piedi (altra denuncia in arrivo sennò) e visto il clima del nord pure con un piumino, una giacchina pesante, ma tuttavia loro saranno il contorno perché l'attesa è tutta per lui. E quindi ora la carrellata immaginatevela su van der Poel, magari con immagini risalenti al passato quasi remoto, perché, come ha detto lui: «A causa dei problemi della scorsa stagione, è come se fossi assente dal cross da due anni».
«Sto lavorando molto per risolvere i problemi alla schiena - racconta il classe '95, nipote e figlio d'arte, in conferenza stampa a tre giorni dal suo rientro nel circuito del ciclocross - perché resta la parte che mi preoccupa di più dell'inverno. Ora sto bene, lo stesso non si poteva dire dello scorso anno», quando, a causa del famoso incidente ai Giochi Olimpici di Tokyo, arrivò in inverno fatto a metà e finendo per disputare solo un paio di gare di cross, senza nemmeno prendere il via al Mondiale. Sarà infatti quella stagione senza titoli che lo porterà domenica, per la prima volta dopo quasi otto anni, a correre non con la maglia di campione di qualcosa (nazionale, europeo, mondiale), ma con quella di club.
Di recente per il corridore olandese, un intoppo, una ripartenza. Quest'anno, dopo il Giro d'Italia, un Tour appena percettibile con il ritiro (in buono stile oltretutto, arrivato dopo aver tentato la fuga da lontano con van Aert) e la ricerca della causa, per cercare di capire il perché la condizione pareva non volesse arrivare più. «Forse l'inverno difficile, i problemi alla schiena, forse le fatiche di un primo Grande Giro concluso dopo una primavera di corse a tutta e l'aver fatto un lungo ritiro subito dopo la Corsa Rosa. Forse una combinazione di tutti questi fattori». Si è cercato il sintomo, non si è mai arrivati a una verità assoluta.
Domenica a Hulst, in Olanda, Coppa del Mondo, non cercherà risposte: traspare una certa sicurezza dal suo modo di essere e comunicare: «Ho fame, amo correre e amo il ciclocross. Punto al Mondiale, ma penso di avere la forma giusta per vincere: è vero che partirò molto dietro e a Hulst non è facile rimontare essendo un percorso piuttosto veloce, ma mi sento pronto. Avete visto Pidcock? Lui ha dimostrato alla seconda gara di essere già in grado di vincere e quando rientrerà van Aert lo farà vedere anche lui». Perché dovrebbe essere diverso per uno dei più grandi crossisti di tutti i tempi?
Ha già annunciato che (lacrimuccia), il prossimo anno farà il Tour e non il Giro, perché non si sente ancora adatto a correrne di nuovo due nella stessa stagione (anche perché con la spavalderia con cui affronta le gare, minimo fonderebbe il motore) e spera di ritornare sano e senza problemi come il van der Poel di qualche stagione fa (eheh, ti piacerebbe, ma il tempo purtroppo passa per tutti).
Domenica a Hulst, mathieu van der Poel ripartirà, si rialzerà, dovesse cadere, esattamente come quel bambino che urlava il suo nome correndo lungo le transenne. Anche noi urleremo il suo nome, comodamente da casa. Sperando di non cadere a nostra volta dal divano perché iniziamo ad avere acciacchi e una certa età, e forse non ci rialzeremmo così facilmente come quel bambino. Né come, si spera, farà van der Poel.