10 nomi da seguire al Lombardia 2026
L’assenza di Pogačar, vincitore delle ultime cinque edizioni, apre la porta del successo, un po’ come visto al mondiale, a diversi corridori: Healy, Pidcock, Seixas, Del Toro, Evenepoel, perché no, anche il campione del mondo McNulty, i suoi connazionali Simmons e Jorgenson e persino qualche italiano che punta a un bel risultato come Ciccone, Scaroni e Piganzoli. Sarebbe troppo facile fare questi nomi e allora proviamo a spostarci un po’ più giù, scavando, scegliendo dieci nomi da seguire che difficilmente potranno non solo vincere, ma anche ambire a un posto sul podio o tra i primi cinque, ma che, ugualmentem potrebbero essere protagonisti in un modo o nell’altro.
Pello Bilbao 🇪🇸 (Bahrain-Victorious)
Un archetipo più che il corridore in sé nello specifico. Ovvero colui che al Giro di Lombardia correrà l’ultimo Monumento della carriera – in qualche caso proprio l’ultima gara in carriera,, uno degli esempi più noti, e la memoria va al 2023, è Thibaut Pinot che lasciò il ciclismo qui in un tripudio di tifo e miccette. Pello Bilbao e un altro nome di peso: Bauke Mollema che ha persino vinto qui, nel 2019, ma affronterà le strade che portano a Como in supporto dei propri compagni di squadra. Qualcosa di simile per Bilbao, con qualche licenza in più, perché la Bahrain potrà contare, sì, su Lenny Martinez, ma è apparso un po’ spompo nelle ultime uscite, e allora il basco, per la verità mai protagonista su queste strade nelle tre precedenti volte che ha disputato la corsa, che ha dimostrato di stare bene di recente, si giocherà qualche carta, a partire dalle discese.

Ramses Debruyne 🇧🇪 (Alpecin PremierTech)
Tra i corridori maggiormente cresciuti in questo 2026 c’è Ramses Debruyne. Il belga della Alpecin ha, in qualche maniera, fatto di tutto per non far sentire la mancanza in gara di van der Poel e Philipsen, due che, soprattutto il nederlandese, corrono con il contagocce. Oltretutto il belga è il corridore più forte della squadra dei Roodhoft in salita e punta, a breve termine, a diventare l’uomo da classifica nelle brevi e nelle grandi corse a tappe. Ma prima c’è da chiudere in bellezza questo 2026 che l’ha visto di recente 6° al Campionato europeo e 16° alla Tre Valli Varesine lui che lo scorso anno al suo esordio in una gara dura e lunga proprio come il Lombardia arrivò 37° in un gruppetto non molto lontano dalla zona primi dieci (suo obiettivo oggi) e che ad aprile ha chiuso nei 20 (18°) la Liegi. Uomo da percorsi duri: Il Lombardia può diventare la sua corsa.

Jarno Widar 🇧🇪 (Lotto Intermarché)
Che ci crediate o no il suo nome era stato già inserito non solo nei dieci ma anche nella prima lista, quella dei cinque, sicuri, da scegliere per il Lombardia, ben prima della vittoria alla Tre Valli Varesine. Certo, voi direte, beh, bella forza, da quando è junior Widar fa parlare di se per spunto veloce, esplosività, resistenza sulle salite più o meno lunghe: c’è un profilo più adatto a corse di un giorno come Liegi e Lombardia fra gli emergenti? Se togliamo due già diventati grandi come Del toro e Seixas e in attesa di Finn, no. Jarno Widar ci pare il più pronto e lo ha già dimostrato. La vittoria, prima da professionista, di qualche giorno fa lo ha sbloccato, i dubbi sono sulla tenuta in una corsa così lunga, ma eventualmente sarà una scoperta che faremo anche noi strada facendo.

Jan Christen 🇨🇭 (UAE Team Emirates)
A rappresentare la quota della categoria corridori che attaccano a caso (o, come vengono definiti brutalmente in altri lidi, polli senza testa) ecco Jan Christen, uno dei tanti esemplari in gruppo di attaccanti senza criterio che forse, preservando qualche energia in più potrebbero ambire a qualcosa di meglio. Oppure no? Sta lì il gioco della coperta corta: e se uno come Jan Christen attaccasse proprio perché insicuro (o cosciente) di non avere i mezzi per giocarsela con i più forti? Eppure passato professionista ci eravamo fatti un’altra idea, ovvero un corridore se non con le stimmate del predestinato, almeno capace di giocarsela con tutti sui suoi terreni di elezione che sono, in fin dei conti, anche le corse come il Lombardia. Vedremo che ne sarà di lui: qui ha corso una volta sola e si è ritirato dopo una caduta, qui avrebbe dovuto aiutare Pogačar ei n sua assenza non avrà molte chance, perché ci sono Del Toro e McNulty, ma per noi ci proverà comunque. Stagione strana la sua, tuttavia, alti e bassi, cinque vittorie su 10 totali ottenute in tre anni e mezzo da professionista poche non sono, ma l’impressione, seppure è un corridore ancora giovanissimo, di essere, a oggi, di fronte a un piccolo incompiuto o a qualcosa di completamente diverso rispetto alle aspettative.

Mikel Landa 🇪🇸 (Soudal Quick Step)
Sarà all’ultima gara in maglia Soudal perché l’anno prossimo effettuerà un romanticissimo salto all’indietro tornando a correre con la Euskaltel Euskadi, la squadra che ha lanciato lui e altri baschi e proverà a riportarla più in su, dopo anni di difficoltà. Intanto, Landa, sembra aver ritrovato quel modo che ci ha fatto appassionare: lo scatto in salita che spesso è senza speranza, ma che a La Vuelta 2026 si è tramutato in successo di tappa il penultimo giorno, quando ormai nessuno ci sperava più. Alla Tre Valli ha chiuso nel gruppo davanti, dimostrando di stare ancora bene, al Lombardia ha corso 12 volte con 8 ritiri e un podio nel 2022, arrivando a pochi secondi da Pogačar e Mas che si giocarono la vittoria allo sprint. E se si ripetesse salendo sul podio? In un finale di stagione che senza lo sloveno sta regalando spettacolo, sorprese e incertezze, lo spazio ci sarebbe pure.

Clément Berthet 🇫🇷 (Groupama FDJ United)
Anche se un passo alla volta, il signor Labous ce l’ha (quasi) fatta ed è riuscito finalmente a mostrare, anche in una corsa di tre settimane, il potenziale da scalatore che ogni tanto ha tirato fuori in carriera o in corse minori oppure a sostegno dei suoi capitani. Clement Berthet, 29 anni, ancora zero vittorie in carriera, arriva da un 8° posto in classifica generale alla Vuelta, un 13° e un 11° tra Emilia e Tre valli che lo candidano come minimo alla possibilità di entrare tra i primi dieci. Tra gli scalatori più in forma del momento, Berthet ha partecipato alle ultime 5 edizioni della corsa, tutte quelle vinte da Pogačar, e ha ottenuto, come migliori risultati, un 14° (2022) e un 16° (2023) posto.

Alessandro Fancellu 🇮🇹 (MBH Bank CSB Telecom Fort)
La MBH Ballan fa l’esordio assoluto in una Monumento e lui, che pare vicino al grande salto nel World Tour, è atteso con curiosità a una sfida che soltanto qualche stagione fa immaginavamo potesse diventare il suo pane quotidiano. Ha fatto tanta fatica a emergere, ha avuto problemi fisici, malanni, cadute e risalite, ma da qualche tempo a questa parte il corridore lombardo ha ricominciato a far vedere quei numeri che da junior lo mostravano per quel che era: un corridore dall’enorme potenziale. Forse negli anni, oltre ai problemi fisici, c’è stato un malinteso su ciò che sarebbe potuto essere, ovvero un corridore da corse a tappe e se invece Fancellu preferisse le corse di un giorno? Tra le righe de Il Lombardia (corsa che lo ha visto ai nastri di partenza due volte, e all’arrivo una, 55° nel 2022) potremmo leggere la risposta, magari non quella definitiva, ma almeno farci un’idea, quello sì.

Oscar Onley 🇬🇧 (Netcompany INEOS)
La carriera di Oscar Onley, invece, è decollata quasi sin da subito, non appena ha varcato la soglia del professionismo e, al netto di qualche caduta di troppo che ne ha condizionato alcune parti della carriera, sta dimostrando in questa fase di stagione di essere affidabile non solo nei grandi giri (4° al tour 2025, 6° alla Vuelta 2026), ma anche nelle corse di un giorno. Di recente è stato protagonista al Mondiale, membro della fuga con i due van, roba che per poco non arrivava al traguardo, e ha chiuso 17° e stremato, mentre settimana scorsa è stato tra i più brillanti al Giro dell’Emilia, terzo alle spalle di Piganzoli e Pidcock, corsa che in chiave Il Lombardia difficilmente mente, almeno per quanto riguarda la forma.

Enric Mas 🇪🇸 (Movistar Team)
Invito i lettori a recuperare il pezzo uscito su di lui sull’ultimo numero di alvento (potete ordinarlo qui), e in cui cerchiamo di riabilitarlo agli occhi del tifoso, non solo grazie al successo in Spagna, ma cercando di mettere qualche puntino sulle i. Dopo la vittoria alla Vuelta, Mas, che a Il Lombardia nel 2022 ha vissuto uno dei migliori momenti in carriera in una grande classica, battuto solo da Pogačar allo sprint, ha rifiatato. Lo abbiamo visto, al Mondiale, staccarsi quasi subito, e poi ritirarsi, mentre alla Tre Valli Varesine la sua sagoma a un certo punto è apparsa davanti in salita, chiudendo poi in coda al gruppo finito alle spalle dei tre che si sono giocati il successo. In una corsa così, con un bel po’ di dislivello, difficile non considerare lo spagnolo come un possibile outsider, certo va anche valutata l’energia (e la voglia) rimasta, dopo il successo nel grande giro di casa.

Mathys Rondel 🇫🇷 (Tudor Pro Cycling team)
Chiudiamo con un giovane francese che, lontano dai riflettori, si candida per essere uno dei regolaristi per eccellenza di questo 2026. Quando corre, e le gare prevedono salite, lui, affidabilissimo in montagna, c’è quasi sempre. Lo dimostra la sfilza di piazzamenti da inizio stagione: 12° all’UAE Tour, 8° alla Parigi-Nizza, 5° al TotA, 11° al Giro, 6° alla Vuelta a Burgos e 2° al Giro d’Abruzzo – questo per quanto concerne le corse a tappe. Anche nelle gare di un giorno, se impegnative, lo abbiamo intravisto: 15° a San Sebastian, 8° a Larciano, 9° al Pantani, 11° all’Europeo. Uno così farebbe comodo al ciclismo di casa nostra, anzi probabilmente lo esalteremmo come uno dei corridori di vertice. Invece punterà a essere, a il Lombardia, uno dei tanti nostri cugini transalpini in top 20.

Irrequieti
«È finita pochi minuti fa» dice una vocina nella mia testa «e tu sei ancora lì che decidi cosa, come, quando scrivere». Sapete, cari lettori, quanto a noi stia a cuore Remco Evenepoel, abbiamo raccontato il suo arco con passione, abbiamo intriso di retorica le sue disavventure. Abbiamo tifato e gioito, ci siamo spaventati. Gli siamo stati vicini: ci fa impazzire in diversi sensi per il suo modo di correre e anche oggi ha fatto scuola. È caduto quando era in testa, si è rialzato, ha recuperato e poi riattaccato, ha sbagliato e fatto tutto bene: una corsa come metafora dei suoi anni da professionista. Eppure, oggi, felici perché il belga chiude un cerchio (titoli mondiali, olimpici ed europei in tutte le specialità: in linea e a cronometro, roba da grandissimi), resta l’amaro in bocca.
Sapete bene, cari lettori, quanto, allo stesso modo in cui amiamo Remco, abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo per Ciccone. Corridore con la febbre quando corre, spesso smanioso di slanci, con le gambe con un prurito innato, poco riflessivo, ma maturato negli anni fino a diventare il corridore italiano più forte su certi percorsi, uno dei migliori al mondo. Oggi ha fatto tutto bene fino a quel punto in cui pochi millimetri hanno diviso la gioia dal dolore. Millimetri come attimi infiniti.
La volata degli irrequieti la vince Remco Evenepoel su Giulio Ciccone. Ciccone che anticipa e prende quella curva come se ne avesse già sbagliate altre mille e quella l’avrebbe dovuta fare in maniera del tutto perfetta, è una volata lunghissima, veloce, agitata. Poi, da dietro, spunta Evenepoel che trova il colpo di reni giusto. E vince. Mentre un grande Christian Scaroni chiude terzo. Comunque sia andata è stato (quasi) un successo.
Mondiali di Montréal: cosa ci è rimasto nel gozzo
Come direbbe un noto giornalista di un celebre podcast sulle quattro ruote: cosa è rimasto nel gozzo di questi Mondiali di ciclismo?

PAUL SEIXAS E LA PAZIENZA
Portiamo pazienza con Seixas, ma anche Seixas porti pazienza con il suo percorso da corridore. Ho come l’impressione – e qui sono pronto a sbilanciarmi, cosciente di sbagliare – che il corridore sia questo, almeno atleticamente. Mi è stato già fatto notare come, da un punto di vista fisiologico, potrà ancora crescere: ha 20 anni. Ma a me, nonostante l’evidenza anagrafica, dà l’idea di un corridore già fatto e finito. Per come sbuffa, per come si muove in gruppo e in bici, per una certa passività quando le cose non vanno come lui pensa possano andare. Ma non è per forza un aspetto negativo ciò che deve trasparire dalle mie parole, intendiamoci. Anzi, specifichiamo ulteriormente: probabilmente gli basterà, da qui ai prossimi dieci anni, per vincere Tour a ripetizione, Mondiali, eccetera.
Ma la mia provocazione è: ci arriverà a dieci anni di carriera ai massimi livelli se, subito dopo la corsa, reagisce così?
https://cyclingpro.net/spaziociclismo/montreal-2026/mondiali-montreal-2026-paul-seixas-avere-i-crampi-cosi-e-un-errore-da-ragazzino-mi-vergogno-la-francia-non-merita-un-leader-cosi/
Aiutatelo, salvatelo: mi ha distrutto ascoltare le sue parole nel dopo corsa. Francesi, andateci piano, perché è un ragazzino di 19 anni e lo avete già cotto. Anche la stagione ha fatto il suo per il suo essere massacrante. Una gestione impensabile per un classe 2006 che, da metà stagione 2025, è tirato al massimo per l’obiettivo di rendere di nuovo la Francia orgogliosissima di un proprio corridore (ovvero vincere il Tour e, in epoca contemporanea, avere qualcuno in grado di contrastare Pogačar).
Prima parlavo di margini. Se atleticamente lo considero già al massimo, o giù di lì, e quel massimo o giù di lì già gli permette di vincere Paesi Baschi e Freccia Vallone, di rispondere al più grande corridore di quest’epoca alla Strade Bianche e alla Liegi, di fare quarto al Tour e di essere considerato il favorito per il Mondiale, per me qualcosa può ancora limare. E parlo di tutti quei fattori relativi all’esperienza come la gestione del calendario e probabilmente delle emozioni, delle dichiarazioni, la lettura in corsa del momento e tutte quelle cose che si affinano col tempo.
In ogni caso, da amante delle debolezze umane, perché a noi gli imbattibili ci stanno antipatici, non posso che dire: Forza Seixas.

LA CLASSE OPERAIA È UN’ALTRA COSA (MA NIENTE TOGLIE IL MERITO A UN GRANDE MCNULTY)
Sento parlare di gregario, di classe operaia va in paradiso che è diventato un modo di dire senza considerare che il Lulù interpretato da Gian Maria Volonté è un uomo tormentato e completamente alienato da quella società (e Petri forse non immaginava che quegli anni di cambiamento ci avrebbe lasciato in eredità un mondo ancora peggiore, ma lasciamo stare), insomma altro che operaio. McNulty, citando un altro grande film, è qualcosa di completamente diverso. Intanto parliamo di un motore fuori dal comune, di un corridore che farebbe, avrebbe fatto, il capitano ovunque, ma se lo mettiamo in squadra con Pogačar è naturale essere un suo gregario. Il fatto è che McNulty, fortissimo sin dalle categorie giovanili, dotato di grandissimo talento, fino a domenica scorsa non aveva sfruttato pienamente le sue capacità e caratteristiche, ma se poi vai a spulciargli il palmares trovi qualche bella vitotria qua e là, 23 in totale che poche non sono per un “operaio”. Il suo problema è essersi spesso mostrato molto discontinuo, soprattutto quando chiamato a essere alternativa dei suoi capitani. La maglia arcobaleno lo sbloccherà? Difficile a dirsi, magari no e lo ritroveremo da subito tirare per Del Toro, ma in fondo chi se ne frega: è lui il campione del mondo o come urlerebbe (più di) qualcuno (SONO) IL RE DEL MONDO .

FONDISTI: UN’ARTE PLASMATA COL TEMPO
Ancora una volta mi ritrovo a parlare di fondisti e il cuore mi inizia a battere forte in petto – non per la fatica ma per l’emozione. Una gara così rimette a posto l’idea di ciclismo come sport di resistenza e dimostra che, quando si raschia il fondo del barile, escono fuori quelli che il serbatoio, partendo da doti innate, lo hanno costruito o affinato stagione dopo stagione. Non è un caso che sul podio salgano tre corridori degli anni ’90, quando tutti si aspettavano gli anni 2000 (poi, lo so: potevano anche finire sul podio tre fra Del Toro, Healy, Evenepoel e Seixas e quindi questo discorso andava a donne di facili costumi, ma l’esito dà ragione alla mia tesi).
Non è un caso che a muoversi tra i protagonisti assoluti c’è Ben Healy, uno che negli anni ha dimostrato di essere un grande fondista; e quando ti sbagli quando pensi che sesto è arrivato Pedersen? Quando è spuntato nel finale abbiamo strabuzzato gli occhi, ma lui lo aveva detto qualcosa tipo: per provare a fare risultato devo correre con la testa evitando i miei soliti (sciagurati, ma divertentissimi NdA) attacchi dalla lunga e media distanza. Detto fatto. Un altro grande motore.
E che dire degli americani? Tre corridori (e mancava all’appello Powless, uno che al meglio sarebbe stato davanti a giocarsela perché ne condivide tempra e caratteristiche) che negli anni hanno costruito il loro modo di stare in corsa dimostrando spessore e bava alla bocca, ideali per questo tipo di gare per fondisti. D’altra parte: McNulty, esemplare del ciclofachirismo, era uno che si allenava ore e ore facendo su e giù per i desertici stradoni dell’Arizona – e non è un modo di dire. Simmons viene da una famiglia di sportivi: il cicloalpinismo, sport durissimo, gli ha dato le basi. Jorgenson è uno che pur di arrivare mandava email alle squadre professionistiche.
In tutto questo, oltre a una grande etica del lavoro, c’è pure il talento, sia chiaro. E il fondo.

FINN E I PICCOLI PASSI
Al traguardo sono arrivati quattro azzurri: Ciccone 9°, Scaroni 18°, Piganzoli 20°, Finn 55°. A parte Pellizzari, una delle delusioni del Mondiale in senso assoluto, e Bettiol, che si salva solo in parte, tutti si sono trovati nel posto giusto, quello in cui era lecito aspettarsi, nel momento designato. Ciccone in lotta per le medaglie, Scaroni e Piganzoli a provare a fare i guastafeste, a dare una mano, a fare l’elastico dal gruppetto dei più forti in una corsa estremamente tirata e massacrante, un po’ sorpresi e prosciugati dalla tattica francese e dall’attacco di Van der Poel e Van Aert dalla media/lunga distanza, un’azione che forse avrebbe potuto vedere qualche italiano dentro, ma tant’è.
E Finn? Giudico la sua una prova importante per il futuro. Un’idea, quella di misurarsi in questa gara, che dimostra l’intelligenza e quello che manca troppo a tanti corridori italiani: lo spessore. Ha chiuso la gara, fatto non banale in un Mondiale dove molte volte si porta la bici ai box una volta fuori dalla contesa; ha fatto fatica – l’ha definita la giornata più dura della sua vita, io gli direi che è stata la giornata più dura della sua vita fino a oggi, non sai cosa ti aspetta nel World Tour! – ha fatto esperienza.
La politica dei piccoli passi aiuta e con Finn mi sa che ci divertiremo, perché oltre al grande talento, sembra in grado di coltivarlo con fame e intelligenza, fattori che spesso mancano ai ciclisti nostrani.

NEPO BOYS
Infine, due nomi provenienti dalle categorie giovanili: Benjamin Noval Jr (dal 2027 corridore della Netapp‑Ineos, salterà direttamente nel World Tour, bruciando le tappe) e Ashlin Barry (attualmente corre con il team di sviluppo della Visma, con il quale ha un contratto fino al 2029, ma qualcosa mi dice che passerà presto nel World Tour), rispettivamente figli di Benjamin Noval Sr, lo spagnolo, Michael Barry e Dede Demet, il corridore statunitense.
Il primo, vincitore della prova in linea junior e under 23 – Noval c’ha messo vicino anche la crono, doppietta che non accadeva dai tempi di Remco Evenepoel. Il secondo è un corridore che mi stupirei se da qui ai prossimi dieci anni non dovesse essere uno dei protagonisti assoluti delle gare più esigenti del calendario: soprattutto al Nord, ma preferisco non correre troppo.
Appena Benjamin Noval è salito agli onori delle cronache, è iniziata una particolare macchina del fango. Fonte El País (https://www.domestiquecycling.com/en/news/double-junior-world-champion-noval-faced-proposed-suspension-over-2024-disciplinary-case/) e l’autorevole Carlos Arribas, veniamo a conoscenza di un problema avuto un paio di anni fa, una proposta di sospensione per un allenamento del 2024 svolto con José “Pepe” Martí, tecnico ancora squalificato per il caso US Postal. La Guardia Civil li aveva sorpresi durante un test del lattato, e l’agenzia antidoping spagnola aveva aperto un procedimento che poteva costargli 18 mesi di stop. Il caso è però decaduto per scadenza dei termini: nessuna sanzione, nessun ostacolo. Noval Jr prosegue la sua traiettoria diretta verso il WorldTour.
Benjamin Noval Jr, figlio di Benjamin Noval Sr, ex corridore di US Postal, Discovery, Tinkoff e Astana, gregario di Armstrong e anche lui chiacchierato (https://www.cyclingnews.com/news/ucis-suspicious-list-leaked-from-2010-tour-de-france/), è già nel mirino. Avrà bisogno pure di spalle larghe per non bruciarsi e di una bella mano da chi gli sta intorno.
Guida al fine settimana dei Mondiali di Montréal
Domenica scorsa i Mondiali hanno dato il primo strappo. Le cronometro sono andate in archivio, le prove U23 femminile e juniores maschile hanno già buttato in strada l’odore dell’iride, quello che ti pizzica la pelle e ti dice che la settimana non avrà nulla di normale. E adesso si va verso la conclusione: da oggi, venerdì, fino a domenica, il Mondiale entra nella sua zona rossa: U23 maschile e junior femminile nel pomeriggio, 25 settembre, con partenze alle 15 e alle 20.15; le donne élite domani, 26 settembre, dalle 15 in poi; e infine la chiusura di rito, domenica, con gli uomini. Sempre a partire dalle 15.
UOMINI ELITE
Partiamo dalla fine: dalla corsa che, chi scrive, aspetta tutto l’anno. Quella giornata che da sola ti prende allo stomaco, ti fa dimenticare tutto ciò che sta attorno, ti fa mettere in chiaro le cose a casa, ti tiene incollato nelle ultime 3, 4 ore, almeno, ma prima è il giusto sottofondo. Con il fascino indicibile delle maglie nazionali: colori che compaiono una volta sola, ormai, o poco più, che ti ricacciano all’indietro verso un ciclismo d’antan, quando il Mondiale era un romanzo e non un protocollo.
E quest’anno c’è pure il vuoto lasciato da Pogačar. Il favorito assoluto, cinque stelle piene, quello che avrebbe piegato la corsa solo stando in griglia. Senza di lui si rimescola tutto: la porta si spalanca a sei, forse sette corridori che possono davvero prendersi il titolo.
Da Evenepoel in giù, lui che nella cronometro ha mandato segnali da brivido: gambe e postura di chi sembra già sapere tutto, pur col suo gusto del dramma. Probabilmente il favorito numero uno – ma ci arriviamo.
Dietro, un gruppo ben nutrito di alternative: chiamateli outsider, underdog, cavalli scuri, joker. Dipende da dove venite, da cosa vi piace, da che ciclismo vi portate addosso.
La verità è che questa corsa, senza Pogačar, ha un sapore diverso: più aperta, più nervosa, un po’ come subito prima del suo breve interregno iridato. Ricordate Wollongong 2022? Una fugona che parte, da lì uscirà il vincitore, oppure Glasgow 2023, la corsa impazzì in un circuito al cardiopalma e si decise con uno scatto finale dopo vari rimescolamenti. Ecco: ci aspettiamo che si vada in una di queste direzioni, abbandonando il dominio assoluto delle ultime due edizioni vinte dallo sloveno.

PERCORSO
Intanto un accenno alla sede che ospita le corse, Montréal, Canada, che, ciclisticamente, conosciamo bene visto da anni riempie un (purtoppo uno solo) fine settimana di settembre con due corse (Gp Quebec e Gp Montréal) che, per via anche dell’orario in prima serata, assumono sempre un certo fascino. E quindi la familiarità con il tracciato esiste e l’affetto è aumentato in questa settimana, avendolo visto attraversato in lungo e largo. Un circuito che misura circa 13,4 km e che i professionisti percorreranno 12 volte con un tratto in linea abbastanza inutile (ci sono un paio di salitelle) nel quale si scalderanno i motori e probabilmente ci sarà una fuga che potrebbe vedere terze e quarte linee di nazionali fuori dai radar delle usuali corse World Tour e magari qualche nome più di peso buttatocisi in mezzo a sorpresa ad alzarne il livello. Poi il circuito, un continuo su e giù, con strade spesso largo e qualche pericolo di troppo tra piloni di cemento, coni e transenne, con la sua salita principale, la Voi Camillien-Houde (1,6 km al 7,4% punte in doppia cifra) e un altro paio di strappi, quelli del Chemin de Polytechnique (780m al 6%, anche qui con un breve tratto sopra il 10%) e quella di Avenue Pagnuelo (600m al 7% di media).
Tutto questo prima della rampa finale che porterà al traguardo di Parc Jeanne Mance, che servirà, nel caso ci fosse bisogno, a incasinare ulteriormente un possibile sprint ristretto. Niente di insuperabile, si tratta di poco più di mezzo chilometro al 4%, ma volete mettere dopo sei, sette ore circa di gara e quasi 4.000 metri di dislivello?
Le donne, categoria élite, invece, sabato 26 settembre, dopo un tratto più breve in linea, sempre con partenza da Brossard, affronteranno 8 giri del circuito: il totale della loro corsa è di 180,4 km.
Le junior, nella giornata di oggi venerdì 25 settembre non dovranno affrontare il tratto in linea ma solo il circuito per 6 volte (80.4 km in totale); gli under 23, infine, 13 volte, per un totale di 174.2 km.

L’ANALISI DEI FAVORITI
Remco Evenepoel, in contumacia di Tadej Pogacar, è, in maniera quasi naturale, il favorito (quasi) assoluto della corsa, anche se il divario che intercorre fra lui e i suoi primi rivali non è lo stesso che ci sarebbe stato tra lo sloveno, ormai ex campione del mondo, e il resto della compagnia. Ma il belga, che un titolo in linea lo ha già vinto nel 2022, e viene dalla nettissima vittoria nella cronometro, è profilo perfetto: il percorso è cucito su misura per lui che negli anni, oltre a diventare esplosivo e adatto a percorsi vallonati, ha anche affinato uno sprint ristretto che lo elegge a uno dei migliori della classe, soprattutto al termine di corsa dura e nel caso dovessero arrivare dai due in su con lui presente, resta uno dei maggiori pretendenti alla vittoria anche così. Conosciamo tutti le sue caratteristiche: se prende il largo non lo rivedi più, non ha paura, anzi va a cercare le responsabilità e con un Belgio così forte potrà gestire la corsa come vorrà. A patto, però, di saper almeno convivere con Wout van Aert – con lui presente, Remco ha vinto mondiale e giochi olimpici e sappiamo quanto il corridore della Visma sia soprattutto molto leale. Van Aert, però, ha l’occasione della vita. L’assenza di Pogačar, van der Poel adatto, ma non adattissimo, la sua forma che sembra in linea con i giorni migliori, le tante vittorie in stagione tra cui una Roubaix che lo ha liberato di un macigno e aggiungiamo che forse un avvicinamento così a una rassegna iridata non c’è mai stato, insomma, è una bella opportunità. Le primavere, oltretutto, si fanno pesanti e pressanti anche per lui: potrebbe essere l’ultima occasione per salire sul gradino più alto del podio al Mondiale. Il percorso oltretutto, è adattissimo, non potrebbe essere altrimenti. Sapranno i due galli evitare di combattere tra di loro? Saranno pronti a darsi una mano l’un altro a seconda della situazione? Crediamo possa essere uno dei temi più interessanti della gara. Forse anche uno di quelli decisivi. Su una cosa siamo sicuri: ci aspettiamo di ritrovarci a un certo punto Evenepoel sbracciare, litigare, fare gestacci a qualsiasi avversario o compagno di squadra a seconda della situazione. Solo così potremmo considerare il Mondiale realmente accaduto.
Tornando seri: la squadra è forte, ha persino una terza punta da poter spendere per provare il colpaccio, Maxim Van Gils, che in stagione è diventato una sorta di fedelissimo di Remco (a differenza di ciò che è accaduto in passato con un altro talento belga, un po’ smarrito, come Van Wilder) e potrebbe anche approfittare di alcune logiche di corsa (a qualcuno viene in mente Varese: tutti marcavano Bettini e poi alla fine si corse ad abbracciare Ballan). Adattissimo anche lui pure se la corsa dovesse diventare molto dura; è pure veloce in uno sprint ristretto, quindi occhio se il Belgio dovesse inserire lui in una fuga dalla media distanza. Belgio che, tuttavia, pur dovendo rinunciare a Wellens (si è tirato fuori il corridore: una scelta che ha fatto storcere il naso a molti), presenta Alec Segaert, Tiesj Benoot, Gianni Vermeersch e Quinten Hermans, pronti a immolarsi alla causa dei due capitani e con loro Thibau Nys, cresciuto giorno dopo giorno alla Vuelta, elemento che se dovesse beccare la fuga giusta poi ti ritroveresti a dover staccare prima dello sprint.
Inizialmente avevamo inserito Seixas a tre stelle anzi la diciamo tutta: prima del week end di gare World Tour in Canada, lo avevamo messo a due stelle. Volevamo capire se, dopo un Tour corso a quel livello a soli 19 anni ci fosse stato un impatto di un certo tipo sul suo percorso di crescita, se ne fosse uscito stanco e magari con lì’idea di staccare la spina fino a fine stagione: lo avremmo compreso, anzi ci sembrava lo scenario più probabile. Invece, il giovane francese, dopo il Tour è stato 17° al Gp Quebec, 2° al Gp Montreal, battuto allo sprint da Del Toro, 3° nella prova a cronometro che ha aperto la rassegna iridata, battuto solo da Evenepoel e Ganna (i due più forti cronoman del decennio). In un attimo le sue quotazioni sono lievitate esponenzialmente fino a diventare un favorito da quattro stelle. Inutile girare intorno alle sue caratteristiche, le conosciamo: sa resistere, sa attaccare, sa sprintare – magari con più attenzione rispetto a un paio di domeniche fa – è già capace, nonostante la giovane età, di gestire la squadra. Voeckler gli ha messo intorno una selezione esclusivamente votata a lui, senza alcun piano B. Tutti corridori che militano (Jordan Labrosse, Nicolas Prodhomme), hanno militato (Bruno Armirail, Valentin Paret-Peintre, Alex Baudin) o militeranno (Pavel Sivakov) nel gruppo sportivo ex AG2R oggi Decathlon CMA CGM a cui si aggiunge Jordan Jegat, chiamato per sostituire l’infortunato Barré. Quindi niente Romain Grégoire, Paul Lapeira, Alexandre Delettre, tutti in grande forma e adattissimi al tracciato (lo vogliamo urlare: l’assenza di un corridore come Grégoire a un Mondiale di questo genere: NON HA ALCUN SENSO!). Una dichiarazione di intenti, quella del selezionatore della nazionale francese, che non ammette fraintendimenti.
A quattro stelle troviamo anche Isaac Del Toro che verrà supportato da una squadra tutta a sua disposizione, che non avrà lo stesso livello di Francia e Belgio, ma è comunque una nazione che, ciclisticamente, sta crescendo anno dopo anno sulla scia dei risultati del 2003 dell’UAE e che in futuro si toglierà belle soddisfazioni anche con altri corridori. Del Toro, che guida la bici benissimo, ed è capace di grandi letture nei finali di gara, come i già citati corridori di cui sopra ha diverse armi da poter sfoggiare e forse, in caso di sprint ristretto, potrebbe essere, van Aert e van der Poel esclusi, persino il più veloce – sì lo so abbiamo detto che anche Evenepoel ha quell’arma lì: cosa ci possiamo fare se sono quasi tutti veloci?
Negli anni 2000, su 26 edizioni, abbiamo vissuto il primo titolo di un lettone (anzi il millennio si chiudeva proprio con il successo di Vainsteins), di un australiano (Evans), di un norvegese (Hushovd), di un portoghese (Rui Costa), di un polacco (Kwiatkowski), di un danese (Pedersen), di uno slovacco (Sagan per tre volte di fila), di uno sloveno (Pogačar fermo a due suo malgrado): che sia arrivato il tempo del primo titolo messicano?
E se lo fosse per il primo ecuadoriano? Perché tra i papabili a conquistare il titolo figura Jonathan Narvaez il quale però non abbiamo capito a che tipo di gioco stia giocando. Ce lo aspettavamo più in palla nel suo rientro in corsa: ma il punto è che magari si è semplicemente nascosto calibrando alla perfezione la crescita fino all’appuntamento iridato. Anche lui, per caratteristiche e valore assoluto, non ha nulla da invidiare ai grandi favoriti. E occhio: con così tanti UAE sparsi nel gruppo, non è affatto detto che non provino a giocarsi la carta della “fratellanza di squadra”. Una possibile alleanza Narváez–Del Toro (mcNulty), se la corsa si disponesse nel modo giusto, vi sembrerebbe davvero qualcosa di impossibile da vedere o che condannereste?
C’è, poi, Mathieu van der Poel che si presenterà al mondiale incarnando lo spirito junghiano della dualità dell’essere umano. Dice che il percorso è un leggermente duro per lui, ma con un sorrisetto afferma anche di pesare un paio di chili in meno di quando si presenta al Nord; dice di volerci arrivare più fresco possibile, ma lo fa nel giorno in cui al Lussemburgo si inventa una fuga (vincente) di 175 km. Una roba fuori dal normale se non riguardasse van der Poel che prova a tirarsi fuori dai favori del pronostico in ogni modo, ed è vero che, se il mondiale diventa una corsa per scalatori, rischia di non stare in mezzo alla lotta per le medaglie, ma nelle gare di un giorno dure non sono in molti a stargli davanti. Noi, insomma, uno così lo consideriamo a tutti gli effetti tra i sei, sette favoriti al titolo considerando pure che di modi per vincere ne ha diversi. Può attaccare da lontano, in uno sprint ristretto non ha rivali, se lo porti all’ultimo giro poi auguri a staccarlo, anzi, prega in ginocchio che sia lui a non fare fuori te. Per eliminarlo dalla contesa servirà corsa durissima sin da quasi subito, una corsa logorante, e non che si accenda all’improvviso. Anche in questo caso squadra tutta per lui, altrimenti come definireste una spedizione olandese in cui figurano Dan Hoole, Menno Huising, Mathijs Paasschens, Pascal Eenkhoorn, Bauke Mollema (alla penultima gara della carriera)? Tutti con le loro differenti caratteristiche e ruoli. A loro vanno aggiunti, invece, Bart Lemmen e Tim Van Dijke che di sicuro sono in Canada per aiutare van der Poel, ma mai sottovalutarli se dovessero trovarsi davanti in qualche azione che sfugge al controllo della corsa.
A chiudere il gruppo degli ormai “sei, sette” favoriti di cui è piena questa lettura, ecco Pidcock, uno che ha conquistato il mondiale nel ciclocross, lo è in carica di mountain bike (e come Evenepoel è anche olimpico) ed è un altro che ha il profilo perfetto per chiudere davanti a Parc Jeanne Mance a braccia alzate. Profilo e forma. Può staccare tutti, sa attaccare, anche lui non è fermo in volata ed è esplosivo. Gli va bene che la corsa venga dura e anche caotica. E sta bene, come dimostrato di recente: difficile trovare controindicazioni a un Pidcock iridato. Squadra di ottimo livello la Gran Bretagna che, oltretutto, potrebbe anche giocarsi altre carte per diverse soluzioni. C’è Adam Yates, che se in giornata su questo tracciato non ne ha moltissimi più forti, soprattutto in caso di corsa dura, così come Oscar Onley, il quale però arriva da una Vuelta dispendiosa. Mark Donovan e Finlay Pickering sono due scalatori che avranno il compito di stare il più vicino possibile a Pidcock, mentre Fred Wright è la quota in caso di gara meno selettiva del previsto. Avrebbe lo spunto veloce per un piazzamento importante, ma saprà resistere a una gara che si prevede massacrante? Infine, il giovane Callum Thornley farà esperienza utile per il futuro, e dopo l’ottima crono a inizio rassegna e le due vittorie sfiorate alla Vuelta sarà un appoggio per le prime fasi di gara così come James Shaw.
OUTSIDER
L’Italia avrà un capitolo a parte e quindi partiamo da un quartetto di americani che ha tutte le carte in regola per far saltare il banco. Quinn Simmons e Brandon McNulty sono due che in un’azione dalla media distanza rischiano di fare male a molti. Entrambi se vogliono salire sul podio devono arrivare possibilmente da soli e cercheranno di rendere la corsa più dura possibile come piace anche a Kevin Vermaerke che esce da una Vuelta sempre in fuga e sulle salite brevi del circuito canadesi potrà essere un brutto cliente, soprattutto in caso di azione con le seconde linee. Tra le prime linee, invece ci sarà Matteo Jorgenson, che probabilmente avrà il compito di tenere il più possibile le ruote dei favoritissimi per poi giocarsi le sue carte nel finale provando ad attaccare. Stati Uniti d’America mai così forti, almeno nel ciclismo, potendo anche contare su uno Sean Quinn in una delle migliori stagioni in carriera, su Riley Sheehan, che sostituisce Powless, corridore veloce e resistente, Larry Warbasse che sarà l’unione tra ammiraglia e squadra, sia per distribuire borracce che tattiche e infine Artem Shmidt, il giovane della compagnia, che viene premiato per l’ottima stagione e che potrà essere utile in diversi modi strada facendo, ma soprattutto farà esperienza per il futuro quando diventerà uno degli atleti di punta del movimento a stelle e strisce.
Tobias Halland Johannessen punta del suo movimento lo è già e dopo l’infinito numero di piazzamenti di recente è tornato alla vittoria che mancava da tre anni, conquistando l’ultima tappa della Vuelta. Brutto cliente se dovesse avere ancora energie e voglia dopo una stagione così dispendiosa. La Norvegia costruita perlopiù attorno a lui avrà tuttavia altri cagnacci: Andreas Leknessund, altro eterno piazzato che ha vinto una tappa alla Vuelta, lo troveremo in fuga quasi sicuramente, Anders Skaarseth lavorerà per tutti, Jorgen Nordhagen cerca esperienza e magari una fuga, così come Embret Svestad Bardseng. Infine Tobias Foss, anche lui chiamato ai lavori forzati per il capitano e perché no, a farsi vedere in qualche fuga.
Rimanendo al nord: occhio ad Anton Charmig, leader in pectore della spedizione danese e chiamato all’ultimo momento per sostituire Skjelmose. Il corridore della Uno -X è uno dei portacolori della squadra scandinava che ha dimostrato grande condizione nell’ultimo periodo e chiudendo terzo al Gp Quebec dietro Evenepoel e Ciccone si candida come uno degli outsider più temibili. Danimarca, squadra che non resterà a guardare l’evoluzione della corsa e che pur non avendo uno dei favoriti può fare da guastafeste: c’è Mads Pedersen, ma lo abbiamo visto con l’acqua alla gola alla Vuelta, soffrirebbe un percorso così forse, anche fresco di energie e in condizione, ma tuttavia non escluderemmo a priori la possibilità di vederlo nel ruolo di mattatore a metà gara, magari con una delle sue azioni all’apparenza senza un filo logico, ma così spettacolari. Per contro, Mikkel Honoré, anche lui si è guadagnato la chiamata in un secondo momento, appare uno dei più in forma, occhio anche a lui e a un eventuale attacco nel finale. Squadra di attaccanti, si diceva e a questa definizione appartengono: Kasper Asgreen, Michael Valgren, Soren Kragh Andersen, tutti pericolosissimi qualora si inventassero un azione. Infine Mikkel Bjerg, carta da giocare in diversi modi, potrebbe essere un appoggio importante in fuga e Andreas Kron, che potrebbe essere il corridore designato per tenere le ruote dei migliori il più possibile.
Juan Ayuso è il capitano della Spagna che si fregia dell’onore di avere l’unico dei vincitori di un GT del 2026 al via, Enric Mas. Con il portacolori della Lidl l’obiettivo è un piazzamento nei dieci (forse fino a un paio di stagioni fa avremmo considerato Ayuso tra i favoriti e invece…); da Mas non sai mai cosa aspettarti, arriva da una Vuelta che potrebbe avergli lasciato ben poco in termini di energie, ma tanta motivazioni e una mente sgombra. Il potenziale per una grande gara c’è. Occhio anche ad Arrieta, corridore furbo, cavallo pazzo, che probabilmente si farà vedere con un attacco e quell’attacco potrebbe anche creare dei fastidi a molti. Se Ivan Romeo e Raul Garcia Pierna si giocheranno le loro carte con un’azione dalla media distanza, Markel Beloki farà esperienza, Carlos Verona aiuterà la squadra, Marcel Camprubì vedrà premiato il suo salto di qualità stagionale – e anche la forma esibita alla Vuelta- che lo ha portato a vincere pure il titolo spagnolo, con la sua prima partecipazione a un mondiale.
MINE VAGANTI
Mauro Schmid per la Svizzera, potrebbe essere la mina vagante per antonomasia di questa corsa, capitano di un Svizzera che può contare anche su Marc Hirschi i fratelli Fabio e Jan Christen, i cronoman Stefan Bissegger e Stefan Kung, ma è soprattutto il corridore della Jayco da tenere d’occhio. Schmid è cresciuto stagione dopo stagione e ha vissuto prima un’ottima primavera e poi un grande Tour de France dove è stato uno dei protagonisti assoluti in fuga. Il rientro alle corse non è stato di alto livello, ma si potrebbe pure essere nascosto in vista di questa gara. Veloce, resistente, sa beccare l’azione giusta, occhio allo svizzero, uno di quei nomi un po’ fuori dai radar ma capaci di ribaltare la situazione a suo favore. Tomas Silva, per l’Uruguay, con lui c’è anche Eric Antonio Fagundez, recente vincitore del Giro di Campania, è uno di quelli che è meglio non portarsi in uno sprint ristretto, opportuno staccarlo prima, ma non dovrebbe essere cosa impossibile, poca esperienza in corse sopra i 230, 250 km, ma occhio perché è profilo adattissimo e quest’anno è esploso ad alti livelli. Michael Matthews guida l’Australia: come puoi tenere fuori uno dei corridori con il pedigree più alto del gruppo? Fra i più esperti, uno capace di andare fortissimo in ogni tipo di gara del giorno e che ha vinto una volta il Gp Montreal e al Gp Quebec è stato dieci volte nei primi 10 – con tre vittorie. Poi, certo, le primavere per lui sono tante, e anche lo stato di salutein queste ultime stagioni è segnalato da una barretta rossa lampeggiante, però è Matthews, mai escluderlo a priori da un piazzamento. L’Australia che, a parte lui, fa comunque i conti con una probabile gara per scalatori: chiamati infatti alcuni dei migliori disponibili: Jack Haig, che lo vediamo perfettamente nella fuga della prima ora, Jai Hindley e Michael Storer che proveranno a tenere il più possibile nel finale le ruote dei migliori e guai a sottovalutarli come si fa troppo spesso durante l’anno, Ben O’Connor, scheggia impazzita, capace di tutto o niente, e Luke Tuckwell, tra i più interessanti giovani in chiave corse a tappe e qui a fare esperienza.
Afonso Eulalio è l’uomo forte di un Portogallo con più punti interrogativi che altro. Il portacolori della Bahrain dovrebbe essere una garanzia su questo tracciato, mentre non lo è la forma stagionale di Joao Almeida e Antonio Morgado, all’apparenza convocati più per mancanza di alternative che altro, ma lo stesso capaci di sorprendere. Michal Kwiatkowski guida, con poche ambizioni e non una grande forma, una piccola Polonia (che le soddisfazioni se le inzierà a togliere nei prossimi anni con tanti giovani di prospettiva); Felix Gall, Felix Grossschartner e Patrick Konrad sono i tre austriaci che proveranno a tenere duro il più possibile e magari strappare un posto finale nei primi dieci, mentre Derek Gee e Michael Leonard sono i capitani della nazionale di casa che vedrà anche un Michael Woods, ritirato dal ciclismo su strada, ma scongelato appositamente per queste corse di casa – e al GP Montreal è stato a lungo davanti, chiudendo diciottesimo oltre a un Nickolas Zukowsky che si farà vedere in fuga.
Santiago Buitrago guida la Colombia puntando a una top ten e lo fa dopo un’ottima Vuelta, chiusa con la maglia a pois e le lacrime per la sconfitta patita nelle ultime centinaia di metri della tappa con arrivo a Penas Blanca Estepona. Tutti competitivi i suoi connazionali, ma inferiori a lui sulla carta, Sergio Higuita, Nairo Quintana, Brandon Rivera, Harold Tejada e Wilmar Paredes. Difficile immaginarli nel cuore della gara nelle fasi finali. Come potrebbero invece fare Mathias Vacek, per la Repubblica Ceca, veloce e resistente, forte sul passo, a tratti irresistibile, ma atteso ancora al definitivo salto di qualità. L’eritreo Natnael Tesfatsion sa tenere duro (più difficile invece vedere Bini Girmay competitivo su un percorso così, ma intanto lui c’è,) ed è veloce, mentre Ben Healy per l’Irlanda così come Toms Skuijns per la Lettonia sono nomi da tenere in considerazione, ma con un paio di ma. Entrambi in un altro momento con un percoso del genere li avremmo messi anche a due stelle, ma la loro stagione è stata molto complicata e poco redditizia, anche se Healy qualche segnale al GP Montreal lo ha dato con una bella azione dalla media distanza ed è pur sempre il bronzo uscente. Corridore da gara durissima. La Slovenia orfana del detentore e all’ultimo anche del giovanissimo Omrzel, si affida soprattutto a Primož Roglič, che, se avrà tenuto qualcosa dalla Vuelta, punta a sorpendere. Poche invece le speranze di vedere un Matej Mohorič lottare con i migliori come avrebbe fatto fino a un paio di stagioni fa. La Germania schiera una squadra di buon livello: Georg Zimmermann è un battitore libero capace di tutto e niente, Nico Denz sarà il tutto fare, uomo squadra buono per ogni situazione, Marco Brenner si è sbloccato alla Vuelta e magari ce lo ritroviamo in fuga, così come Felix Engelhardt che è tutto l’anno che va forte, sa tenere sugli strappi ed è pure veloce. Poi ci sarebbe Florian Lipowitz, ma da verificare in che forma è e allora l’uomo per il finale potrebbe diventare Maximilian Schachmann, visto pimpante nelle gare canadesi di due settimane fa. Infine ci sono Aleksandr Vlasov, parso in buone condizioni nelle ultime settimane, corridore che può provarci dalla media distanza e la Nuova Zelanda che avrà due pedine molto veloci e all’occorrenza resistenti come Laurence Pithie e Corbin Strong, ma il percorso e gli avversari fanno pensare a un epilogo diverso da quello che possono sperare, forse le maggiori ambizioni potrebbe averle così Finn Fisher-Black, il più adatto fra loro a una corsa che si rivelerà sicuramente dura.

E L’ITALIA?
Inutile girarci troppo attorno: l’occasione per tornare sul podio a sette anni di distanza da quel disgraziato (per noi) mondiale di Harrogate c’è, ghiotta come non accadeva da tanti anni. È una delle nazionali italiane per uomini adatti al percorso più forte da diverso tempo e anzi, a dimostrazione della profondità, restano a casa tanti corridori che forse avrebbero meritato una chance per la forma mostrata di recente (pensiamo a Romele, Fancellu, Pinarello o Crescioli: gli ultimi tre potrebbero far parte, con anche Ulissi, riserva al mondiale, della spedizione per gli Europei in Slovenia) e questo fa ben sperare e pensare. Una nazionale che è stata pensata per mettere Giulio Ciccone in condizione di giocarsi le medaglie (e perchè no, pure il titolo) con i migliori, di dare a Christian Scaroni e Giulio Pellizzari la possibilità di muoversi un attimo prima e ad Alberto Bettiol e Davide Piganzoli quella di provare a fare da grimaldello dalla media distanza. Con loro Lorenzo Finn per fare esperienza e vedere fino a dove potrà spingersi in quella che è la sua prima vera gara a questi livelli e su queste distanze. Matteo trentin ricoprirà il tanto caro ruolo del regista in corsa e siamo sicuri che la sua classe e capacità di leggere la corsa come pochi tornerà utile in diverse fasi della gara. Infine Mattia Cattaneo è un punto d’appoggio, in una eventuale fuga in cui inserire più corridori, per portare borracce, fare su e giù dall’ammiraglia. Il fatto è che non possiamo restare a guardare con una squadra così, ma non possiamo nemmeno gettarsi nel fuoco, bisognerà essere capaci di dosare gli attacchi senza sperperare energie. va bene tenere Ciccone incollato il più possibile ai Remco, Del toro, i van eccetera, ma gli altri dovranno azzardare, ma trovando il momento giusto. Bisognerà anche avere la fortuna di trovarsi nella giornata di grazia e nell’azione buona, magari di seconde linee, che prende e se ne va – dietro tirerebbero Belgio, Francia e qualche nazione a caso che in queste gare mettono sempre fuori il naso pur non avendo speranze. Bisogna incrociare le dita e sperare: perché l’occasione di cogliere un grande risultato esiste, seppure il livello resta altissimo anche in contumacia di Tadej Pogacar.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐Evenepoel
⭐⭐⭐⭐ Del Toro, Seixas
⭐⭐⭐ Pidcock, van Aert, van der Poel
⭐⭐ Narvaez
⭐Ciccone, Pellizzari, Scaroni, Bettiol, Simmons, McNulty, Jorgenson, Vermaerke, Van Gils, T.H. Johannessen, Leknessund, Charmig, Ayuso, Arrieta, Mas, Schmid, Silva, Eulalio, Healy, Matthews, Buitrago, Onley, A.Yates, Schachmann, Brenner, Engelhardt, Honoré, Roglič, Skuijns, J.Christen, Hirschi, , Fisher-Black, Vacek, Tesfatsion

IL MONDIALE ELITE FEMMINILE
Come spesso accade, ai Campionati del Mondo e non solo, quel che si vede nei primi giorni, contro il tempo, influenza, bene o male, l’idea che ci si fa o ci si è fatti rispetto alla prova in linea. Ci sta, perché comunque la “gamba”, come si dice in gergo, qualche segnale può darlo, ma con un’avvertenza pur banale e scontata: si tratta di discipline differenti, i cui riscontri, spesso, non sono strettamente collegati. A causa della specialità, a causa del fatto che passeranno comunque dei giorni, e basta davvero un nulla, in particolar modo a fine stagione, per cambiare le cose, anche un semplice e innocuo malanno stagionale, ed anche a causa del fatto che le tattiche di una corsa in linea possono influire in modo netto sul risultato di una gara di una giornata. Non sempre vince la più forte, talvolta la più scaltra, talvolta la più attenta, anche se, in astratto, nel confronto, ha una condizione inferiore. La riflessione non è casuale e nemmeno un cappello introduttivo ad anticipare il tema. Demi Vollering ha deluso nella prova a cronometro, inutile nascondersi dietro un dito: un ottavo posto a quasi due minuti da Marlen Reusser è una prova negativa. Basta controllare i precedenti confronti a cronometro tra le due, per denotare una prestazione sottotono dell’olandese. Lei ha parlato di buone sensazioni e di una Reusser che, letteralmente, volava. C’è della pretattica. Forse non poteva dire altro. Certo è che, solo un anno fa, di questi tempi, nel maschile, ci trovavamo a commentare una prestazione simile di Tadej Pogačar che, poi, pagò, oltre due minuti e mezzo da Remco Evenepoel. Ecco, un promemoria potrebbe venire dalla considerazione di quel che lo stesso Pogačar fece la domenica, dominando in lungo ed in largo. Non è e non vuole essere un confronto, semmai un porre sul tavolo delle situazioni. Demi Vollering è stata l’atleta più forte nel plotone femminile in questo 2026: Omloop Het Nieuwsblad, Ronde van Vlaanderen, Freccia Vallone, Liegi Bastogne Liegi, Giro d’Italia (con plurime vittorie di tappa), Tour de France (e tre frazioni). La maglia iridata sarebbe la ciliegina sulla torta e chi vorrà vincere, se Vollering sarà quella di questa annata, non potrà non confrontarsi con lei e con i Paesi Bassi. Puck Pieterse, Karlijn Swinkels e Femke De Vries, su un percorso simile, saranno d’appoggio ma potrebbero anche metterci lo zampino se la giornata dovesse incontrare imprevisti.
Di segno opposto, invece, i segnali che le prove a cronometro hanno consegnato per Elisa Longo Borghini, faro della spedizione azzurra in Canada. Per cinque secondi non si è messa al collo la medaglia di bronzo a cronometro, per dieci quella di argento. Nella Staffetta Mista ha conquistato l’oro, che certo è merito condiviso di tutta la squadra, non solo di Longo Borghini e Ganna, anche se sono i nomi che circolano di più, tuttavia è innegabile il valore della prestazione messa in strada dall’atleta di Ornavasso. Nel ciclismo si dice “non sentire la catena” e Longo Borghini pareva proprio non sentire la catena. La strada le scorreva sotto i pedali con una facilità rara. Dopo un Giro d’Italia sbloccato all’ultima giornata con la straordinaria fuga di Saluzzo, ha conquistato il podio al Tour ed a trentaquattro anni e alla ventisettesima partecipazione al Campionato del Mondo la prima medaglia d’oro. L’umore è al massimo, delle gambe abbiamo già detto, sembrerebbe la ricetta perfetta per un’atleta che meriterebbe l’iride. L’Italia, oltre a fidate gregarie, ha anche Eleonora Camilla Gasparrini che, per spunto veloce, potrebbe dire la sua. Magari inserendosi in qualcuna di quelle fughe che Marco Velo auspicava. E se Marlen Reusser decidesse di chiudere il Mondiale con una delle sue azioni? Parliamo di uno scatto dei suoi, al momento giusto e di un’andatura tenuta alta e controllata come sa fare la svizzera che per potenza sviluppata non è seconda a nessuno. Reusser, dopo la felicità della cronometro individuale, ha provato l’amaro in bocca di una Staffetta Mista in cui le rossocrociate sono arrivate terze, dove si aspettavano di contendere l’oro alle azzurre. Anche Marlen Reusser non viene da una stagione facile: il Giro non è stato il suo Giro. Al Tour, proprio a cronometro aveva stravolto la classifica. Sul Ventoux ha ceduto la gialla. Poi sempre in calando, fino alla débâcle dell’ultima frazione, a Nizza, dove ha perso anche il podio. C’è la caduta, è vero, ma quando troppe componenti negative si sommano, di solito il problema parte dalla condizione. Domenica scorsa Reusser ha dimostrato che la condizione è tornata, le altre devono controllarla, tanto più che la nazionale Svizzera ha una doppia carta: il nome di Noemi Rüegg sembra scritto su un percorso simile. Magari non fra le primissime file, ma comunque atteso.
La Polonia si affida a Kasia Niewiadoma che al Tour de France ha sfiorato il bis, dopo il successo del 2024 e si è poi arresa- si fa per dire, Niewiadoma non si è mai arresa- a Demi Vollering, oggettivamente superiore in quella circostanza. Si parla spesso dei piazzamenti di Niewiadoma: ecco, per il Mondiale il discorso è un poco differente. L’ultima occasione in cui la polacca ha centrato il podio risale a cinque anni fa nel Campionato del Mondo, per noi stupendo, della vittoria di Elisa Balsamo a Leuven, poi si è spesso fermata nelle zone della top ten. Potrebbe essere l’occasione per cambiare i numeri. In squadra con lei anche Dominika Włodarczyk che, dopo aver sfiorato il podio al Tour de France Femmes dello scorso anno, quest’anno sarà a disposizione di Niewiadoma, magari anche con la possibilità di un proprio spazio in alcuni frangenti di gara. Discorso simile per Marta Lach. Molto interessante la formazione francese che può contare su Cédrine Kerbaol, che già ha ben figurato a cronometro domenica, Célia Gery e Maeva Squiban, anche se nel 2026 è apparsa una lontana parente della transalpina che avevamo imparato a conoscere al Tour dello scorso anno con quella doppietta sulle strade di Francia. La Spagna punterà indubbiamente su Paula Blasi, l’atleta che ha portato la Vuelta di nuovo a casa, la prima volta per una ciclista spagnola oltre ad aver conquistato l’Amstel Gold Race. Parliamo di una ragazza di soli 23 anni. La stessa per cui il C.T. Velo ci ha confidato: «Se corre con le Under23, possiamo considerare la corsa finita». A suo supporto l’esperta Mavi Garcìa e, tra le altre, citiamo Usoa Ostolaza, atleta di cui si parla sempre poco ma in crescita. Quest’anno, ad esempio, ha concluso in quarta posizione la Vuelta España Femenina.
Abbonda di talento anche casa Germania. Sì Liane Lippert, sì Antonia Niedermaier, ma attenzione, davvero attenzione, a Franziska Koch che, ma ne abbiamo già ampiamente parlato nelle nostre newsletter, viene da una stagione eccellente pur se al servizio di Demi Vollering: basti considerare che ha vinto la Parigi-Roubaix. In questa settimana canadese ha già dimostrato di essere ad alto livello andando a conquistare il terzo gradino del podio contro il tempo dietro a due specialiste come Marlen Reusser e Zoe Bäckstedt. Proprio di Bäckstedt parliamo occupandoci della nazionale britannica dove, con Pfeiffer Georgi e Anna Henderson, merita una menzione Lauren Dickson. La sua traiettoria assomiglia a quella di Koch: anche lei al servizio di Vollering ma gregaria di eccellenza. Dickson, a ventisei anni, ha sfiorato la top ten in un Giro d’Italia in cui ha lavorato sodo per Vollering, poi vincitrice. Bello è menzionare Mauritius e farlo con un’atleta che potrebbe far felice un’intera nazione dopo aver già festeggiato tappe al Giro, al Tour e la Liegi Bastogne Liegi dello scorso anno: Kim Le Court Pienaar può inventarsi qualcosa e la sua punta di velocità potrebbe favorirla in caso di arrivo in un gruppetto ristretto. Fa quasi strano citare Lotte Kopecky così avanti nella scrittura di un pezzo, anche se l’analisi non segue in tutto e per tutto un filo che preveda una gerarchia, ma, un paio di anni fa, Kopecky sarebbe stato il primo nome in testa, o, comunque, uno dei primi. Non lo è perché la sua stagione è stata abbastanza in chiaro scuro, che è tutto un dire per una professionista che ha vinto la Sanremo Women nel 2026. Roba che svolterebbe la stagione e la carriera di gran parte del gruppo, ma Kopecky ha nel palmares due Mondiali, tre Fiandre, due Strade Bianche, una Parigi Roubaix, per citare solo parte dell’elenco, così ci si aspetta sempre qualcosa in più. Con lei Margot Vanpachtenbeke e Shari Bossuyt. Non ci siamo dimenticati di Magdeleine Vallieres, la vincitrice, a sorpresa, dell’anno scorso a Kigali. Sarà dura per lei- e per chiunque altro, perché le big dovrebbero avere imparato la lezione- orchestrare un’altra sorpresa. Però Vallieres è canadese, atleta di casa, e parte con il numero uno. La menzione è d’obbligo, oltre al fatto che, rispetto ad alcuni pronostici (pessimistici o forse solo amareggiati) degli istanti subito dopo Kigali, Vallieres ha mostrato con orgoglio la sua maglia iridata e ha fatto quel che poteva, senza grossi timori reverenziali. Sempre di casa è, a proposito di atlete abituate a fare la festa alle grandi, Alison Jackson e citiamo anche Maggie Coles Lyster e Sarah Van Dam.
Fra le altre nazionali, citiamo: Amanda Spratt e Sarah Gigante, Australia, Cecilie Uttrup Ludwig, Danimarca, pur non ai suoi livelli, Sigrid Ytterhus Haugset, Norvegia, fa molto il ricordo dell’impresa al Tour de France, Kristen Faulkner, Usa, Niamh Fisher-Black, Nuova Zelanda, Nina Berton, Lussemburgo, Paula Patiño, Colombia, Christina Schweinberger, Austria e Daniela Campos, Portogallo.
GRIGLIA FAVORITE
⭐⭐⭐⭐⭐Vollering, Longo Borghini
⭐⭐⭐⭐Reusser, Blasi, Niewiadoma, Kim Le Court,
⭐⭐⭐ Rüegg, Koch, Lippert, Niedermaier, Kerbaol,
⭐⭐ Pieterse, Kopecky Włodarczyk, Lach, Gigante, Fisher-Black, Gery, Georgi
⭐Dickson, Faulkner, Spratt, Berton, Van Dam, Vanpachtenbeke, Squiban, Schweinberger, Ludwig, Henderson, De Vries
IL MONDIALE UNDER 23 MASCHILE
La corsa, senza i corridori del World Tour perde qualcosa, all’apparenza è più equilibrata e sensata, ma in verità va detto come al via ci siano corridori delle squadre di sviluppo della massima serie che già fanno un’attività doppia, correndo spesso (a volte pure vincendo o andandoci vicino) tra i professionisti, che hanno a che fare con preparatori e metodologie appartenenti al World Tour. Assente Finn, impegnato con gli élite, è Aubin Sparfel il favorito assoluto: la Francia stavolta può solo perderla. Hector Alvarez, Spagna, già bronzo nella cronometro, proverà a far saltare i piani dei cugini transalpini con uno dei suoi soliti attacchi dalla media distanza mentre il nederlandese Daan Dijkman e l’ecuadoriano Ramirez, figurano tra le più valide alternative ai due. La Polonia ha buone chance di salire sul podio: Jan Michal Jackowiak soprattutto, e Patryck Goszczurny sono papabili per le medaglie, come praticamente tutti i belgi Matisse Van Kerkchove, Matteo Vanhuffel, Jasper Schoofs, Niels Driesen e Vitkor Soenens, come Remi Arsac (Francia), Valentin Hofer (Austria), Miguel Angel Marin (Colombia), Kasper Borremans (Finlandia), Cameron Rogers e Jack Ward (Australia) tutti i danesi, soprattutto Patrick Frydkjaer, anche se potrebbe essere un po’ duro il percorso per lui, Lindholm Møller Andersen e Mads Landbo e i tedeschi, in particolare Moritz Mauss, Max Bock e Paul Fietzke, Eliot Rowe e William Smith (Gran Bretagna), Balint Feldhoffer (Ungheria), Kasper Haugland, Halvor Dolven e Jesper Stiansen (Norvegia), Erazem Valjavec (Slovenia), Enaut Urkaregi (Spagna), Teodor De Luca, (Svezia), Diego Casagrande e Jan Huber (Svizzera), Ashlin Barry (USA), Vaclav Jezek (Repubblica Ceca), Seth Dunwoody e Liam O’Brien (Irlanda). Un discorso a parte li meritano Henrique Bravo (Brasile) e la nazionale italiana di Amadori.
Il brasiliano è uno dei corridori più interessanti del mondo Under 23, e tra i più attesi per la gara di oggi: esplosivo e resistente, con una serie di attacchi ben congeniati potrebbe far saltare i piani della Francia sfiancando la loro resistenza. Affascinante anche per provenienza, un brasiliano ad alti livelli lo aspettiamo da un po’ e per background, viene dalla mountain bike e su strada corre da poco, ma quello che ha fatto è già notevole tanto che su di lui si sono fiondate tutte le squadre più forti e ricche del World Tour e in verità una scelta sul futuro non l’ha ancora fatta. Resterà ancora un anno con la Soudal devo? Salirà con i belgi nel World Tour che dovranno fargli spazio essendo già con i posti occupati per il 2027? Oppure cambierà squadra? Il risultato al mondiale potrebbe modificarne lo scenario.
Sull’Italia c’è da dire che senza Finn perdiamo il logico capitano (oltre che il favorito della corsa), ma siamo anche consapevoli del lavoro enorme fatto da Amadori negli anni, capace di creare gruppo e portare risultati come pochi altri: una sorta di re Mida di questa categoria. Riccardo Lorello e Mattia Negrente sono le nostre carte in caso di sprint ristretto, ma devono tenere duro e come si è visto il percorso negli ultimi giri presenta il conto. Il classe 2005 della Padovani Lorello (speriamo che trovi un meritato contratto per l’anno prossimo tra i professionisti) oltre ad aver vinto il Piva questa primavera, nell’ultimo mese si è ben distinto prima all’Avenir con i pari categoria, poi all’Abruzzo dove erano presenti diversi professionisti e una squadra World Tour, dimostrando ottima condizione e anche tenuta su percorsi mossi. Matteo Scalco è il corridore designato per la corsa dura, ma dovrà superarsi per tenere le fiammate di Sparfel e gli altri. Enea Sambinello e Mattia Proietti Gagliardoni saranno corridori da muovere nella prima parte di gara. Infine Alessandro Cattani che ha rotto il ghiaccio nella prova a cronometro e punta molto a questa gara. Di lui si parla poco ma sono due anni che mette assieme buoni risultati e prestazioni dimostrando di essere uno degli under italiani più validi del circuito continental, su tracciati impegnativi.
GRIGLIA FAVORITI
⭐⭐⭐⭐⭐Sparfel
⭐⭐⭐⭐ Alvarez
⭐⭐⭐Bravo, Dijkman, Van Kerckhove, Ramirez
⭐⭐Jackowiak, Haugland, Stiansen, Rowe, Ward, Driesen, Lindholm Møller Andersen
⭐ Lorello, Negrente, Scalco, Barry, Arsac, Maus, Fietzke, Bock, Landbo, Schoofs, Dolven, Dunwoody, Rogers, Borremans, Jezek
IL MONDIALE JUNIOR FEMMINILE
Nell’analisi delle favorite della prova junior partiamo dalla nazionale italiana: un team polivalente, con più carte da giocare. Se la corsa si dovesse fare dura, sarà Giorgia Pellizotti a dare le carte in casa Italia. Ma le azzurre possono contare su una squadra che non si lascerà sorprendere anche qualora servisse lo spunto veloce oltre alla resistenza: allora ecco Maria Acuti, Matilde Rossignoli e Azzurra Ballan. Da tenere d’occhio saranno, in particolar modo, la nazionale francese e quella spagnola. Tra le transalpine, il nome chiave dovrebbe essere quello di Thaïs Poirier, atleta che abbina doti spiccate di scalatrice a uno spunto buono quando gli strappi sono brevi. L’anno scorso fu sesta, nel 2026 però è cresciuta per prestazioni e per costanza di risultati. Assieme a lei, Justine Baud che su percorsi simili eccelle. Dal versante spagnolo, la principale rivale sarà Alejandra Neira che, dopo il Mondiale dello scorso anno, si è confermata in questa stagione abbinando le doti tecniche alla capacità di osare. Non ha esperienza, ma a proposito di intraprendenza e coraggio, è doveroso citare Élodie Malois, atleta di casa, canadese, che sicuramente proverà a fare qualcosa per mettersi in mostra. Altra nazionale da attenzionare è quella britannica con soprattutto Zoe Roche e Peggy Knox. Per la Germania occhio a Edda Bieberle, per la Svizzera Anja Grossmann, terza lo scorso anno e campionessa del mondo nella mountain bike, per gli Stati Uniti Sofia Tripcevich, per la Polonia Maria Okrucińska, che ha già in cassaforte l’oro conquistato a cronometro, per i Paesi Bassi Mirthe Mons, decima alla Liegi Bastogne Liegi, e per la Repubblica Ceca a Karolina Špicarová, già campionessa nazionale, adatta a saliscendi e capace di sopportare bene la fatica di tracciati senza tregua.
GRIGLIA FAVORITE
⭐⭐⭐⭐⭐Poirier, Neira
⭐⭐⭐⭐Baud, Roche
⭐⭐⭐ Špicarová, Pellizotti, Rossignoli
⭐⭐Grossmann, Mons
⭐Tripcevich, Malois, Bieberle, Okrucińska, Knox
SELLE SAN MARCO - Shortfit Allroad
Finalmente ci siamo. È arrivato quel momento dell’anno in cui stacchiamo dalla vita di tutti i giorni, mettiamo le borse sulla bici e maciniamo chilometri con un ritmo diverso. L’unica cosa che potrebbe disturbare quella pace interiore è il dolore al fondoschiena, puntuale dopo giorni consecutivi di pedalata. Per fortuna Selle San Marco ha creato la Shortfit Allroad, progettata per offrire il comfort necessario per affrontare molte ore su superfici miste.
La forma è quella Shortfit: compatta, con una sezione posteriore rialzata e arrotondata per sostenere il movimento in salita, e un anteriore snello pensato per adattarsi a diverse conformazioni del bacino. Il profilo waved, ondulato nella zona centrale, distribuisce il carico in modo più uniforme e aiuta a mantenere una posizione stabile anche quando la strada smette di essere tale.
Il cuore della sella è il sistema Bow Rail: i binari permettono alla scocca di ruotare leggermente attorno a essi, assorbendo micro-impatti e vibrazioni senza togliere nulla alla pedalata. Completano il quadro gli Shock Absorbers integrati nella scocca, studiati per filtrare le frequenze alte tipiche dello sterrato, e una membrana che chiude lo scarico perineale per proteggere dagli schizzi nelle giornate più fangose.
Dopo qualche giorno in sella, il corpo trova il suo ritmo e la testa, finalmente, si quieta. La Shortfit Allroad fa la sua parte. Per il resto, ci pensa il viaggio.
Shortfit Allroad (da 79,90 €)
sellesanmarco.com
Vedere vincere Wout van Aert
Prima di proporre in redazione un pezzo di questo genere, su questo tono, ho ponderato a lungo la mia scelta. Non per qualcosa, ma perché anche io faccio parte di quella schiera di sfigati cronici che, forse per una questione generazionale, ma anche di percorso di crescita, educazione, letture, visioni, crede (anche se non troppo ciecamente o fedelmente) nella magia. E quindi, prima di pensare di scrivere un pezzo con le parole “vincere” e “van Aert” nel titolo c’ho pensato molto bene e ho fatto scongiuri e nel caso chiedo già scusa in anticipo ai tanti fedelissimi del corridore belga. Il fatto è che vedere vincere Wout van Aert è un privilegio per noi, per chi gli corre di fianco, anche per i suoi compagni di squadra, senza dimenticare quanto per esempio, in questi giorni, alla Vuelta, sia fondamentale per i successi di Brennan (nel momento in cui scrivo il 21enne inglese ha conquistato 5 tappe, 4 delle quali con l’ausilio del belga). Senza andare poi a scomodare i successi passati della squadra neerlandese, ne abbiamo già parlato e sarebbe da scriverne un libro, chissà. Ogni sua vittoria sembra arrivare da un luogo più profondo, più scuro, più umano di quello che il ciclismo concede di solito. Ci sono corridori che vincono perché devono, per ruolo, stipendio e genetica, Van Aert invece vince come una bella stagione dopo un lungo inverno, un sollievo oltre a un trionfo.
Due tappe alla Vuelta, in questi giorni. Due arrivi che non cambiano la storia del ciclismo, anzi, ma un po’ la nostra e pure la sua. Noi che lo abbiamo tifato nei momenti bui e sappiamo cosa significa vederlo così feroce e chirurgico, in pace con la strada che significa tornare a fare quello che sa fare meglio ovvero vincere. Solo così possiamo dire che Van Aert è tornato a essere Van Aert, e questo basta.
Il privilegio sta tutto qui: nel poter assistere a un atleta che non ha mai smesso di essere grande, che in questa stagione ha trovato ritmo e vittorie, che quel giorno a Roubaix… insomma quel giorno a Roubaix… Che ne ha passate e lo sappiamo: cadute e operazioni, malanni e primavere buttate, redenzioni e abissi. E noi lì, a guardarlo arrancare, a cercare nei suoi gesti un segnale, un lampo, un indizio che dicesse: sta tornando. E dopo l’ennesimo problema che pochi mesi fa lo ha messo fuori dal Tour eccolo: è tornato.
Le due vittorie alla Vuelta non sono solo due vittorie. Sono una dichiarazione di esistenza. Sono il momento in cui un corridore ritrova il filo e lo tira con forza, con rabbia che diventa gratitudine. Gratitudine verso il ciclismo, ok, verso la strada e verso chi lo ha aspettato. Gratitudine verso se stesso, soprattutto.
Per questo vederlo vincere è sempre un privilegio, perché sappiamo cosa c’è dietro. Sappiamo quanto gli è costato. Sappiamo che ogni metro di quelle due tappe è stato un metro rubato alla sfortuna, alla paura, al dubbio. Sappiamo che non sta vincendo per dimostrare qualcosa agli altri, ma per dimostrare qualcosa a se stesso, che è ancora lì, che non è finito, che il ciclismo non gli ha tolto niente che non possa riprendersi. Roubaix e poi queste tappe alla Vuelta – ma in generale un 2026 in cui ha toccato un altissimo livello, forse uno dei suoi migliori di sempre.
Fra due settimane ci sono i Mondiali in Canada. Non sappiamo cosa succederà, e va bene così. Non serve che vinca. Non serve che faccia il numero. Non serve che sia un van Aert iridato. Serve solo che sia questo van Aert, che ha ritrovato la strada, sé stesso, quello che ha ricominciato a vincere per sé e anche per gli altri perché è così che piace a lui e non rompetegli le scatole se, nel senso di quando, si fa a fettine per vedere vincere un compagno di squadra.
Il privilegio è tutto qui: vederlo tornare tutte le volte e sapere che lo abbiamo aspettato bene.
Dispacci dal World Tour #27
Non ricordo, forse era già accaduto e allora, a maggior ragione ha senso partire così: in Italia si va molto veloce in bici, ma quando dico veloce, intendo proprio che si schizza via fortissimo in volata e negli sprint. Nell’arco delle ultime settimane ne abbiamo avuto una grande dimostrazione. Alla schiettezza stradale di Jonathan Milan, ormai faro, stella, chiamatelo come volete, del movimento – ci sarà un mondiale per velocisti, forse, fra qualche anno, sempre che non si concretizzi l’idea degli Emirati di buttarci dentro una salita artificiale per far vincere l’ennesimo mondiale allo sloveno – insomma se ci sarà un mondiale per velocisti quel giorno potremmo veramente pensare di vincere. Con Milan, sì, che tra Polonia (al Giro omonimo, ne avevamo già parlato, questo sì che lo ricordo) e Belgio, (al Renewi) mette in fila 4 vittorie su 4 volate. L’ultima in ordine di tempo, quella in Belgio, la dodicesima in stagione, suo record personale. Una delle migliori in carriera se non altro perché ha visto (finalmente!) la sfida tra i quattro considerati, oggi, più forti al mondo (non ce ne voglia Magnier il quale ha qualcosa in più e di diverso, ne abbiamo già parlato e ne parleremo), Milan, infatti, mette in fila Kooij, Merlier e Philipsen sotto pioggia battente. Peccato aver dovuto alzare bandiera bianca il giorno dopo a causa di una caduta causata dalla distrazione di un suo collega, avremmo visto altre sfide caldissime e chissà, anche fino a che punto, su un percorso del genere, si sarebbe spinto il friulano pure in classifica generale – vinta poi da Philipsen.
Philipsen che merita due parole. In una stagione tutto sommata dai toni minori, riesce, tuttavia, a portare a casa la Gent-Wevelgem, due top ten alla De Panne e alla Dwars, la tappa al Tour (con il secondo posto a Parigi che vale quasi come un successo), dove ha lottato per la maglia verde, risultando l’unico avversario credibile di Pedersen, costringendolo persino alle condizioni di dover andare in fuga in montagna per fare punti e la classifica finale del Renewi tour con tre tappe vinte su cinque. Abbiamo visto stagioni peggiori di chi le ha vissute in tono minore.
Tornando all’Italia dei velocisti o simili è anche la settimana di Magagnotti, Stella e Borgo. Quest’ultimo, classe 2005, non è propriamente un velocista, ma ha spunto. lettura della corsa, coraggio, che gli farà togliere tante, davvero tante soddisfazioni. Potrebbe ricordare una sorta di Matteo Trentin (magari!). Non vince, ma si piazza due volte, terzo e quinto, al Renewi, allo sprint. Dimostrando, come già visto in tutta la stagione, dove l’apice è stata la vittoria al Gp Criquielion di qualche mese fa, di essere corridore fatto (finito, no) per le gare in Belgio.
Alessio Magagnotti, invece, classe 2007, vince e per farlo mostra un numero notevole al Giro di Germania, battendo niente di meno Paul Magnier che a 23 anni, al cospetto del successo del corridore italiano pare già anziano, pensate come siamo.ù messi col ciclismo di oggi, che, come qualcuno profetizzò tanti anni fa, sta andando verso una dimensione in stile nuoto: esplosività e precocità. Che è esattamente ciò che ha dimostrato Magagnotti, corridore al primo anno da Under, chiamato in causa dalla Red Bull a correre tra i professionisti, e già vincitore. Come accaduto lo scorso anno anche a Donati, di un anno più grande e anche lui da velocista Under 23 della Red Bull lo scorso anno vinse quasi subito tra i professionisti.
E non siamo messi male nemmeno quando si tratta della categoria Under 23 vera e propria. Davide Stella, velocista friulano (generalizzando ormai sono come i portieri nel calcio, se vengono da quella regione sai che su di loro ci puoi contare), fresco di firma con la UAE Team Emirates, con la quale correrà dal 2027 nel World Tour e pure con una certa centralità e responsabilità – la squadra dovrebbe perdere Molano e quindi non avrà alcun velocista – vince in volata all’Avenir* dopo una stagione tribolatissima tra incidenti, in corsa e uno in allenamento, che poteva avere conseguenze peggiori, investito da una persona alla guida di un’auto. Una vittoria che lo lancia anche lui in questo sempre più nutrito gruppetto di corridori italiani molto veloci. Un bel vedere. Per altro nella corsa francese si è messo in mostra con un quinto e due secondi posti, allo sprint, Thomas Capra, che da junior, nel 2022, vinse una Gand di categoria, un po’ a sorpresa, battendo eccellenze dell’epoca e alcune pure attuali, come Svarre, Smithson, Hobbs, Kockelmann, De Schuyteneer, Martì, Erzen, Seintjens, Raccagni Noviero, Gruel, Grisel, van der Meulen, ma che fino a poco tempo non era più riuscito ad emergere a livello internazionale. Ora, al terzo anno con la Bahrain Devo (il primo era in maglia CTF, per la precisione), sembra aver trovato il suo spazio, i primi risultati di peso, la tranquillità per poter emergere e la possibilità magari pure di strappare un contratto con la squadra World Tour.
*A proposito di Tour de l’Avenir. Lorenzo Finn firma una storica vittoria, storica perché nessuno dal 1973 (Baroncehlli) era riuscito a conquistare nella stessa stagione Giro (dei dilettanti, poi die giovani eccetera, con tutte le sue denominazioni) e Tour de l’Avenir. Lo fa attaccando sotto la pioggia (situazione che lui adora) in una tappa mossa, stravincendo la crono con numeri da podio al Giro (dei grandi), lo fa controllando con il piglio del padrone navigato in salita. Una stella di cui l’Italia aveva bisogno e che ora non deve perdere per nessun motivo perché con Finn possiamo esserci pure noi al tavolo dei grandi (giri).
Infine, in questi giorni si sta correndo anche un’altra corsetta, la Vuelta, terzo grande giro della stagione e che spesso per vari motivi è quello che suscita meno clamore, ma che a volte sa essere interessante tanto quanto gli altri due GT. Il primo giorno Pogačar non concede sconti a nessuno, vuole la maglia rossa di leader e se la prende nel cronoprologo (pure cronoprologoman! direbbe la signorina Silvani se fosse appassionata di ciclismo). Il secondo, ci riprova, ma sbaglia. Cade nel tranello Visma che attacca nel finale con van Aert, lo sloveno risponde al suo giustiziere (tappa a Parigi 2025 e Roubaix 2026), per poi trovarsi spompato allo sprint, nettamente vinto da Matthew Brennan. Da quanto tempo ne parliamo di lui? Stagione difficile e alla fine ne sta uscendo alla grande ugualmente e, come scrive Michele Moretti, primo 2005 vincitore di tappa in un GT. Non è poco per questo grandissimo talento che ha solo bisogno di tempo e lo vedremo arrivare un po’ ovunque. Il terzo giorno, una grandinata ferma la corsa e i corridori si rifugiano in un hotel in montagna. Il quarto giorno non fa in tempo a partire la tappa che a 50 dall’arrivo il campione del mondo, qui di rosso vestito, attacca e (stra)vince, in una giornata in cui misurano le ambizioni di classifica corridori giovani come Widar, Debruyne, Brenner, Omrzel, Nordhagen e Bisiaux. Con risultati alterni: promossi Widar (alla grande, secondo di tappa alla prima giornata di montagna in un Grande Giro) e Debruyne (che andrà forte anche nella tappa degli sterrati e attualment è ottavo in classifica) rimandati Brenner e Omrzel, lui se non altro, entra in questo club per questioni anagrafiche e di esperienza; bocciato e lo scrivo a malincuore, Bisiaux oltre a Nordhagen. Nel momento in cui esce questa newsletter si sono disputtae sei tappe in sette giorni: 4 le ha vinte Pogačar, 2 Brennan. Probabilmente il conto, senza l’annullamento della frazione di Font Romeu, sarebbe stato, 5 a 2 con il resto del mondo a 0. Il record di tappe nella stessa edizione di un grande giro è 13.
Le avventure di Tadej Pogačar
Tadej Pogačar ha solo ventun’anni, i capelli a spazzola biondi e occhi grandi che risaltano uno sguardo vispo, assetato di vittorie e affamato di conoscenza. Due nei spuntano sulla guancia sinistra, mentre qualche lentiggine gli macchia il viso: se lo guardi pensi sia uscito da un libro di Mark Twain. Quando piove, si trasforma: ha caratteristiche simili a un anfibio e la forma di un ciclista navigato. La sua zattera è un mezzo a due ruote; non arriva dal Missouri, ma da Komenda, un piccolo paesino della Slovenia a nord di Ljubljana, dove vivono circa mille persone dedite principalmente all’agricoltura e all’allevamento. In bicicletta è salito per imitare il fratello più grande, perché: <>. Ha seguito le sue impronte nel team Radenska Rog, poi suo fratello si è fermato e ha scelto di fare altro, mentre Tadej ha iniziato la propria scalata al vertice del ciclismo.
È considerato un predestinato: un marchio che può mettere pressione o suscitare invidia. Pogačar, però, ha spalle corazzate e caratteristiche inconsuete rispetto a tanti suoi giovani colleghi emergenti: sa gestire bene le situazioni più intricate ed è abile nel leggere la corsa; è riflessivo in gara tanto quanto nei momenti in cui si racconta sceso dalla bici. In un’intervista concessa tempo fa a rouleur.cc dice di sentirsi diverso dal suo capitano Aru, di non accusare la pressione e di fregarsene se una corsa non va come sarebbe dovuta andare. Il suo è uno dei volti che sta cambiando il ciclismo di questi anni, ma se Bernal macina pedalate con una cadenza così devastante da scuotere le montagne, se van der Poel e van Aert sono talento e perseveranza, se Evenepoel è un divoratore che non si pone limiti e Pidcock recita la parte dello showman, Pogačar è pura saggezza, un cavaliere Jedi capace, in poco tempo, di controllare la propria forza.
Tadej Pogačar migliora di corsa in corsa, giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata. Lo abbiamo definito una anfibio, ma è anche una spugna. Assorbe il meglio da chi gli corre a fianco ed è capace di amministrarsi come se fosse in gruppo da oltre vent’anni. Se chiedi in giro notizie su di lui, le parole chiave che emergono con maggiore frequenza sono: intelligenza e capacità di gestire la corsa; se lo osservi con attenzione non è bellissimo da vedere, non ha la grazia o lo stile di altri corridori che come lui hanno avuto la voglia di concedersi al ciclismo, ma è tremendamente efficace. La sua pedalata non gli fa perdere un briciolo di energia, la sua posizione in sella non gli fa disperdere nemmeno un watt.
Questo articolo è apparso sul numero 7 di alvento ottobre/novembre 2019 dove potete trovare la versione completa
Dispacci dal World Tour #26
Per una volta bisogna dirlo: c’è stata un po’ d’Italia persino nel ciclismo maschile, parlando della scorsa settimana, quando, gli occhi degli appassionati, divisi in diverse parti d’Europa e del mondo, si sono soffermati in modo particolare sul Giro di Polonia (corsa World Tour) e Vuelta a Burgos (corsa .pro che inizia a lanciare messaggi in direzione Vuelta).
Il miglior Milan della stagione senza Allegri guarda un po’ inizia a fare sul serio, vince, verrebbe da dire che persino gioca bene e fa il diavolo al Giro di Polonia dove finisce per conquistare tre volate su tre, e va bene che il palcoscenico non era quello del Tour de France, anzi, però vincere è sempre vincere e per ben due volte (la terza è stato declassato), il battuto portava il nome di Paul Magnier che al Giro d’Italia gli aveva fatto il mazzo tanto, nonostante una faccia agli antipodi di Charles Bronson, è stato il suo giustiziere dei pomeriggi di giorni da cani nella Corsa Rosa. Magnier, Hobbs, Magnier, Malucelli, Hobbs, Romele sono i nomi dei battuti (nettamente). Ok, non abbiamo detto Philipsen, Merlier e Kooij, ma quellì lì in realtà li ha già battuti e queste vittorie servivano per il morale, per mostrare la maglia di campione nazionale – un italiano, come ci ricorda il sempre bravissimo Michele Moretti, non vinceva una gara con la maglia Tricolore indosso dai tempi di Zana al Giro del 2023. Dopo di lui Bettiol rimase a secco, mentre l’ultimo vincitore del campionato nazionale è stato Filippo Conca che colse un jolly irripetibile e da lì in poi ha fatto fatica persino a concludere corse di medio livello, figuriamoci non dico vincere, ma nemmeno andarci vicino. Con questa tre vittorie Milan sale a 36 successi tra i professionisti, su strada, tra cui 24 nel World Tour, percentuale quasi pogacariana, numero di successi che, però, se ci pensate è pure (molto) poco per un velocista del suo calibro e potenziale. Prossimo obiettivo, ora, sarebbe quello di portare a casa una bella semiclassica come quella di Amburgo, domenica 16 agosto.

Non deve sorprendere come, in queste due settimane di agosto, i migliori corridori italiani siano stati, oltre a Milan: Ciccone, Scaroni e Pellizzari, ovvero colore i quali, insieme a Ganna (a riposo dopo il Tour), rappresentano il meglio del ciclismo azzurro. Scaroni è andato vicino più volte al successo di tappa in Polonia: battuto due volte dai Visma, prima Lemmen e poi Barrè, i quali, ironia della sorte, proprio contro il corridore della XDS Astana ottengono il primo successo in carriera. Scaroni andrà a vestire la maglia di leader prima della crono finale (vinta da Kung, dopo una stagione disgraziata finalmente si sblocca, mentre la classifica finale va all’ex megatalento Brenner, suo compagno di squadra, la Tudor vive una grande giornata al Polonia, in un’annata con più bassi che alti) e chiuderà settimo la classifica finale, davanti a Sobrero e Bettiol; Scaroni sarà, pochi dubbi, insieme a Ciccone, la nostra punta della nazionale (se ancora esiste una nazionale, mai come quest’anno c’è silenzio intorno, anzi facciamo un veloce gioco: senza cercare su Google, riuscireste a dirmi, a memoria, chi è il CT della Nazionale?)

Poi in Spagna, Vuelta a Burgos, Ciccone e Pellizzari, perlopiù. Anche perché nelle tappe stravinte da Brennan non c’era speranza di vedere qualche italiano inserirsi. Brennan che, dopo una prima parte di stagione complicata per via di malanni vari, sta entrando in forma (in grande forma come tutta la Visma che dopo il Tour sta raccogliendo un po’ ovunque) e che si candida a essere tra i corridori più in vista e vincenti tra fine estate e autunno. Lo storico dei due italiani sopracitati è interessante e li lancia verso un finale di 2026 ricco di soddisfazioni. L’abruzzese della Lidl-Trek: due secondi (dietro Onley e Gall) e un quarto di tappa (dietro Pellizzari, Onley e Gall) e il terzo posto nella classifica finale (dietro, nemmeno a dirlo, a Galla e Onley). Per Ciccone una stagione in cui proprio non riesce a sbloccarsi in alcun modo: quattordici volte nei primi sette, senza riuscire a vincere. Quando alzerà le braccia al cielo – l’ultima colta proprio un anno fa quando mise in fila San Sebastian e tappa proprio alla Vuelta a Burgos – ci sarà ancora più gusto. Ora, obiettivo classiche in Canada in preparazione al Mondiale, che, come abbiamo detto per Scaroni, vedrà i due come capitani – sempre che non vengano fuori strane scelte tipo quellò del 2025, in cui uno andò al Mondiale e l’altro ci riunciò per poi arrivare quarto all’Europeo. Vero che al Mondiale sarà impossibile vincere e proibitivo salire sul podio, ma i nomi per fare bene su un percorso del genere ci sono.
A questi, salvo stravolgimenti, andrà aggiunto anche Pellizzari il quale, dopo aver rinunciato per un malanno all’edizione del 2025, ce lo aspettiamo al via della rassegna iridata in Canada per andare a completare un terzetto di alto livello per l’Italia che su su percorso del genere, non si vedeva competitiva come potenziale da un bel po’ – discorso comunque che contestualizzerò più avanti, perché l’Italia potrebbe avere buone punte, ma anche gli altri non sono da meno.
Pellizzari che, dopo i piazzamenti di cui abbiamo parlato di Scaroni e Ciccone, lui sì che riesce a vincere conquistando l’ultima tappa della Vuelta a Burgos, confermandosi un corridore che, piano piano, si può rivelare anche un buon vincente con una certa regolarità. Categoria di cui, a parte Milan, ormai gli italiani non riescono a farne più parte. Da quando si è sbloccato sul finire della stagione scorsa, Pellizzari ha ottenuto altre 4 vittorie tutte nel 2026, per uno scalatore non è male. Stagione lunga e faticosa la sua, culminata con la grande delusione patita al Giro. Il suo calendario per questo parte finale di stagione lo vedrà impegnato nelle classiche italiane d’autunno dove potrà togliersi tante soddisfazioni vista la scaltrezza, le caratteristiche e la forma dimostrata in Spagna. Sperando che non rinunci al Mondiale, sarebbe un delitto.
Cucire il tempo, ritrovare la vittoria: la maglia dei paesi Bassi di Kelderman
Articolo di Santino Stavola
In queste ore circolano le prime immagini della maglia di campione nazionale olandese che Wilco Kelderman sta indossando al Giro di Polonia. È una delle reinterpretazioni più eleganti delle tradizionali maglie nazionali che sfilano nel gruppo, ma non è questo il motivo per cui continuo a guardarla. Quella maglia racconta una storia iniziata molto prima della vittoria di fine giugno. Una storia di talento, di pazienza e di trasformazione che, per me, affonda le radici nell’essenza stessa del ciclismo.
Perché Kelderman non alzava le braccia al cielo in una corsa in linea da undici anni. Undici stagioni trascorse ai massimi livelli del ciclismo mondiale, senza però riuscire a trasformare in vittoria quel talento da predestinato che si portava dietro da ragazzo. Una bella storia di sport, destinata a consumarsi nello spazio di una domenica. Per me invece è stato come ritrovare un vecchio compagno di viaggio.
Perché da oltre vent’anni, ogni volta che apro un ordine d’arrivo, finisco sempre per cercare il suo nome. E ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato sulle strade del Giro della Basilicata.
Il Giro della Basilicata juniores, alla fine degli anni Novanta, si correva appena prima del Lunigiana. La vera rassegna mondiale della categoria, i cui ordini di arrivo anticipavano le classifiche che avremmo ritrovato pochi anni dopo al Tour de France. Ma proprio per questo le grandi nazionali attraversavano l’Europa qualche giorno prima e scendevano anche in Basilicata. Per molti di noi era il primo contatto con il vero mondo del ciclismo.
Ricordo ancora quando arrivava la Rabobank con quei ragazzini biondi. Erano nostri coetanei, ma sembravano già professionisti. Quelle Colnago arancioni erano identiche a quelle dei loro compagni più grandi al Tour de France. Tutto era perfetto: biciclette, abbigliamento, organizzazione. Loro sembravano il futuro. Noi cercavamo semplicemente di stargli dietro.
Io correvo con una bici d’acciaio e una maglia celeste un po’ sblusata, sulla quale campeggiava una gigantesca scritta “Basilicata”. Eravamo tutti ragazzi. Ma qualcuno sembrava già appartenere a un altro mondo.
In una tappa riuscii perfino ad arrivare settimo, ma quando dopo pochi giorni quel circo si spostò in Lunigiana, ricordo che arrivai all’ultima tappa senza più gambe e mi ritirai perché non riuscivo più a tenere le ruote nemmeno del fine gara. Qualche anno dopo Wilco Kelderman avrebbe chiuso quella stessa corsa al secondo posto, come capita ai corridori destinati a qualcosa di grande. Forse era già scritto lì che le nostre strade avrebbero preso direzioni diverse.
Lui diventò uno dei talenti più attesi della sua generazione. Io, invece, lasciai il ciclismo.
Wilco era un talento che doveva detonare.
Cronoman formidabile, elegante in salita, uno di quei corridori completi che sembravano destinati a vincere i grandi giri a tappe. Nei primi anni da professionista mantenne quasi tutte le promesse. Vinse per due volte la classifica dei giovani al Delfinato, fece altrettanto in diverse brevi corse a tappe, concluse settimo il Giro d’Italia e quarto la Vuelta. Le vittorie erano poche, ma bastava guardarlo correre per capire che apparteneva di diritto all’élite del ciclismo mondiale.
Era sempre lì. A un passo dalla consacrazione.
Il Giro del 2020 sembrò finalmente il momento giusto. Sullo Stelvio Kelderman conquistò la maglia rosa e riportò la Sunweb nella posizione di vincere il Giro. Ma quello stesso giorno la squadra si ritrovò con due uomini in lotta per la classifica generale: lui e il più giovane Jai Hindley. Da quel momento cambiò qualcosa. Sul finale dello Stelvio Kelderman perse contatto da Tao Geoghegan Hart e si aspettava l’aiuto del compagno per rientrare, ma l’ammiraglia fece una scelta diversa. Wilco vestì la maglia rosa, ma l’equilibrio tattico di quel Giro si era ormai spezzato. A vincere sarebbe stata l’Ineos.
Non era la prima volta che, nel momento decisivo, mancava qualcosa. Nel 2017, sul Blockhaus, una moto della polizia provocò la caduta di Kelderman e Geraint Thomas mentre erano in testa con i migliori. In altre occasioni furono un fotografo, un contatto in gruppo, un episodio di corsa. Cambiavano le circostanze, non il copione. Wilco si rialzava sempre. Tornava tra i migliori. Ma la vittoria che avrebbe trasformato il grandissimo corridore in un campione riconosciuto continuava a sfuggirgli.
Per questo, quando il ciclismo entrò nell’era dei fenomeni capaci di riscrivere ogni parametro, molti smisero di aspettare l’esplosione di Wilco Kelderman. Lui, semplicemente, continuò a fare quello che aveva sempre fatto: correre con i migliori.
Io per tutto quel tempo avevo smesso di correre.
Ogni tanto riprendevo la bicicletta, ma senza obiettivi. La vita aveva preso altri ritmi. Del ciclismo mi era rimasta soprattutto la passione di guardarlo in televisione, o di rincorrerlo a maggio in qualche paese vestito di rosa. E così, quasi senza accorgermene, continuavo a fare una cosa che andava avanti da vent’anni. Se trovavo una Gazzetta aperta su un tavolo, finivo sempre ai trafiletti di ciclismo. E ogni volta che scorrevo un ordine d’arrivo, cercavo con più attenzione quel nome con la W non così comune.
Poi, qualche anno fa, qualcosa è cambiato.
Dai piccoli raduni domenicali, mi ritrovai in una squadra amatoriale e, quasi senza accorgermene, catapultato in un ciclismo completamente diverso da quello che avevo lasciato. Più scientifico, più veloce, più competitivo. Un mondo in cui i numeri sembrano aver preso il posto delle sensazioni e in cui i giovani, ma anche attempati cicloamatori, arrivano preparati come professionisti.
Eppure, pedalando, mi sono accorto che alcune cose non erano cambiate affatto.
Ho ricominciato a vincere qualche corsa. Ma, soprattutto, ho scoperto che ciò che mi dava più soddisfazione non era più tagliare il traguardo per primo. Mi appassionava costruire la corsa, leggere gli avversari, organizzare la strategia della squadra. Mi piaceva insegnare ai ragazzi quelle piccole cose che io avevo imparato quando il ciclismo era ancora una palestra di strada.
Negli ultimi anni avevo raccolto tante soddisfazioni anche tra gli amatori. Ma spesso erano vittorie costruite da solo, in un ciclismo in cui ciascuno pensa per sé. Sentivo che mancava qualcosa. Così di recente, ho preso una decisione che molti intorno a me non hanno compreso, lasciando la squadra di cui ero leader indiscusso per approdare ad una formazione più strutturata, con gerarchie sedimentate e tanti giovani di talento.
Da fuori poteva sembrare una forma di resa al tempo e alle ambizioni. Ma nulla di tutto questo.
Sapevo di poter offrire qualcosa che oggi è diventato raro: l’arte silenziosa di fare la corsa. Suggerire i movimenti giusti, tenere unito un gruppo, leggere l’aria prima che la fuga parta. Perché un buon regista non smette mai di essere un corridore: semplicemente, comincia a vincere anche attraverso le gambe degli altri. E quando tocca di nuovo a lui, non ha dimenticato come si fa.

Quando Wilco Kelderman approdò alla Visma, quella decisione mi colpì. Non sembrava la rinuncia di un corridore in declino, ma la scelta lucida di chi aveva capito come continuare a essere decisivo in un ciclismo che stava cambiando. Soltanto anni dopo, ritrovandomi davanti a una scelta per certi versi simile, ho capito fino in fondo quella decisione. Non era stata soltanto coraggiosa. Era stata profondamente lungimirante.
Da quel momento ho iniziato a guardare Wilco Kelderman con occhi diversi.
Non era più il ragazzo della Rabobank che, da juniores, sembrava destinato a vincere tutto. Vedevo un corridore che aveva saputo evolversi senza tradire sé stesso.
Prima alla Bora, poi alla Visma, il suo ruolo era cambiato. Attorno a lui c’erano ormai campioni generazionali destinati a riscrivere le gerarchie del ciclismo moderno. Kelderman non era più chiamato a costruire la propria classifica, ma quella dei suoi capitani. Eppure bastava osservare una tappa di montagna per ritrovarlo sempre nello stesso posto: tra gli ultimi uomini rimasti accanto ai migliori, quando il gruppo si assottigliava e la corsa diventava verità.
Per chi guarda il ciclismo da fuori, un gregario è semplicemente chi rinuncia a vincere perché vinca il capitano. Si dice che le squadre che vincono il Tour abbiano gregari che sarebbero capitani in altre formazioni. Ma è quel ruolo, quel talento speciale, a fornire il paradosso che rende unico il ciclismo: uno sport di squadra che incorona un solo vincitore, ma in cui nessuno vince davvero da solo.
Suggerire il momento giusto per chiudere una fuga, invitare un compagno ad aspettare qualche chilometro prima di attaccare o ricordargli di risparmiare una pedalata invece di sprecarla, talvolta cambia una corsa e la domenica di chi, il giorno dopo, tornerà semplicemente al proprio lavoro, trasformando corridori con la stessa maglia in una testuggine romana.
Forse è questo il destino dei registi. Il loro lavoro si nota quando non si vede.
Così ho fatto caso più volte a Kelderman portarsi una mano all’auricolare prima di un attacco di Vingegaard, come chi non aveva rinunciato ad essere protagonista, ma aveva semplicemente scelto un modo diverso di esserlo in un ciclismo sempre più simile alla Formula 1.
Eppure c’è una cosa che accomuna tutti i grandi registi, nello sport come nella vita: non dimenticano mai come si vince.
Per questo, quando qualche domenica fa molti hanno raccontato la vittoria di Wilco in Olanda come un miracolo sportivo, io ci ho visto qualcosa di diverso. Non il premio di consolazione riservato a un corridore tenace, ma il biondino della Rabobank con la Colnago arancione che vent’anni prima sembrava nato per vincere.
Per molti è stata una sorpresa, ma era soltanto il talento che, dopo undici anni, aveva finalmente ritrovato il modo di farsi riconoscere.
Ripensandoci oggi, credo sia per questo che la vittoria di Kelderman ai campionati olandesi mi ha emozionato più di tante altre: non perché Wilco Kelderman avesse finalmente spezzato un digiuno di undici anni. E nemmeno perché fosse riuscito a conquistare la maglia di campione d’Olanda in un ciclismo in cui molti dei suoi avversari stavano appena imparando ad andare in bicicletta quando lui era già considerato uno dei grandi talenti della sua generazione.
Mi ha emozionato perché quella vittoria racconta una verità che nello sport dimentichiamo troppo spesso: il talento non coincide sempre col numero delle vittorie.
Ci sono corridori che lasciano il segno dominando. Altri lo fanno restando, anno dopo anno, all’altezza dei migliori, accettando di cambiare ruolo senza cambiare passione. Kelderman appartiene pienamente a questa categoria. Ha rinunciato ai riflettori, non alla qualità. Ha smesso di essere il centro del progetto, non di essere uno dei corridori che lo rendono possibile.
È passato quasi un mese da quella vittoria. La cronaca è già diventata passato. Quella maglia nazionale, invece, continua a raccontare la sua storia. Cucire il tempo ha preteso undici anni di lavoro silenzioso, di cadute, di coraggio nel cambiare pelle senza mai cambiare passione. È arrivata tardi soltanto per chi guarda il ciclismo con superficialità. Per tutti gli altri, era solo il talento che attendeva il momento giusto per ritornare a farsi riconoscere.


























