Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 21
ULTIMA TAPPA DEL TOUR 10 Che sia la volata sui Campi Elisi tradizionale oppure la versione accorciata con il passaggio in salita a Montmartre, la costante è una sola: la tappa di Parigi, per la quantità di gente, lo scenario, la battaglia, la tensione, è uno dei momenti più intensi, attesi e spettacolari del ciclismo contemporaneo.
VAN DER POEL 10 Verrebbe facile dire che quella di ieri, seconda vittoria al Tour 2026, quarta in totale nella corsa francese, è stata la sua Gioconda. Verrebbe facile, ma non è possibile perchè van der Poel di successi memorabili ne ha ottenuti diversi. Ma quelle ultime centinaia di metri in cui stacca Pogačar e resiste al ritorno del gruppo ce li ricorderemo per decenni.
PHILIPSEN 9 Firma l’uno-due Alpecin chiudendo in crescendo, con la gamba piena nonostante le fatiche di questi giorni e pronto, nel caso van der Poel fosse stato ripreso, a mettere lui la ruota davanti a tutti. Un primo, un secondo, due terzi, un quarto e due quinti posti di tappa, nonostante le critiche, tra le quali quelle di questa rubrica, e il secondo posto nella classifica a punti, battuto solo da un eccezionale Pedersen, sono, alla fine, un bottino importante.
POGACAR 8 Il gusto dello spettacolo non gli manca e con le sue accelerazioni esalta il pubblico in strada e a casa. Non era obbligatorio sbattersi come ha fatto lui, ma per fortuna c’è, anche in giornate come queste.
PEDERSEN 7 Attacca a ripetizione, si stacca, rientra, fatica, poi si lancia pure in volata e chiude terzo. Semplicemente Mads Pedersen.
VAN MECHELEN 6 Nel primo passaggio a Montmartre è l’unico nome diverso a tenere la ruota dei mammasantissima del gruppo. Classe 2004, da tenere a mente per le corse di un giorno di ogni genere, da qui al futuro.
EVENEPOEL 5 Brillante sui primi due passaggi, nel terzo e decisivo momento si fa sorprendere, forse dorme come Gaudenzio, troppo indietro nel momento dell’attacco di Wright e poi in quello decisivo di van der Poel. Peccato, avrebbe reso ancora più memorabile un arrivo che già così racconteremo ai nipotini.
VISMA 4 Giornata emblematica del loro Tour. Con Hagenes e Campenaerts mancano di poco l’aggancio al duo di testa e forse se quel gruppetto (comprendente anche Abrahamsen, Pedersen e Stuyven) fosse rientrato, il finale avrebbe preso un’altra piega. La caduta che coinvolge Hagenes in volata è un altro segno di come, da un certo punto in poi, siano andate le cose al Tour per i nederlandesi.
GANNA 3 A proposito di emblema: quanto lo è l’ultima tappa di Ganna e il suo quattordicesimo posto finale? lo avremmo visto meglio provare a restare davanti sugli strappi, ma lui, invece, forse non sentendo una gamba super, si tiene per una volata che alla fine non aggiunge nulla alla sua carriera.
ITALIA 0 Come Francia e Spagna (prima volta nella storia che le tre nazioni organizzatrici dei grandi giri chiudono senza un successo in una frazione singola di una corsa di tre settimane) a secco di tappe, ma se la Francia si consola (alla grande) con Seixas e Martinez e la Spagna riesce a portare un Ayuso in difficoltà al settimo posto, l’Italia è lontana da ogni traguardo e mette in evidenza ancora una volta il tracollo del pedale italiano che si ritrova senza squadre di livello, difficoltà (e lunghi silenzi) politiche, sempre meno praticanti, un movimento con un paio di punte e poi tanta mediocrità, giovani da crescere che aspettiamo, ok, ma una totale mancanza di classe di mezzo, quella che si distingue andando in fuga e provando a conquistare tappe. Alla fine chiudiamo il Tour con quarto, Frigo, un quinto, Ganna, e un sesto posto, Cattaneo, come migliori risultati di tappa. Notte fonda, ma che potrebbe diventare ancora più buia se non si fa qualcosa.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 20
CARAPAZ 10 Come le sue vittorie in carriera nei grandi giri, vittorie divise in sei diverse edizioni. Non dite che non è meritata la sua seconda tappa al Tour 2026, perché vi ci mando. Per quello che ha fatto in quest’ultima settimana, per come ha battagliato ogni giorno per conquistare la maglia a pois (la seconda, dopo quella del 2024), per come, ieri, ha saputo mettere pressione a Kuss: è sacrosanto. C’è un’immagine emblematica che spiega tutto: siamo negli ultimi tornanti del Sarenne, Kuss è davanti, pensa di aver fatto il vuoto e invece si gira e vede lì, Carapaz, aggrappato con i denti a una decina di secondi di distacco, poco meno di un centinaio di metri. Accelera Kuss, si consuma, scollina, affronta la discesa e cade due volte. Carapaz lo supera di slancio, poi sul finale in salita verso la cima dell’Alpe d’Huez diventa imprendibile per ovvi motivi. Un grande Tour, due tappe, la maglia a pois, l’ottavo posto in classifica. Nel ciclogigantismo di questi anni uno spazio lo merita anche lui, uno dei corridori più grandi, spettacolari e intelligenti del gruppo. Viva Carapaz!
KUSS 10 Gli do il massimo dei voti perché, in fondo, forse, meritava lui la vittoria, anche se, non avremo mai la controprova, c’era ancora un tratto di salita da affrontare e Carapaz non era poi così lontano. Uno degli ultimi esemplari al mondo di scalatori; uno che, dopo aver vinto al Giro un paio di mesi fa, sfiora la vittoria anche al Tour, ma rischia anche di fare una fine peggiore che chiudere terzo di tappa. Cade due volte, la seconda poteva costare caro, a causa di una disattenzione data dalla vista annebbiata dalla fatica e dalla pressione di avere Carapaz in agguato dietro: viene salvato da una rete di protezione che evita il peggio, se non la vita, qualche osso. Alla Visma non è che siano andate troppo bene le cose dopo la vittoria iniziale nella cronosquadre, c’è stata la caduta con ritiro di Vingegaard e poi solo tappe sfiorate. Abbraccio il fatalismo: doveva finire così.
PEDERSEN 9 Vince matematicamente la maglia verde dopo essere andato all’attacco sulla Croix de Fer. Giorni interi in fuga, pure in montagna, per raggiungere il suo obiettivo. Altre parole da spendere, dopo tre settimane di elogi e voti altissimi, non ce ne sono, se non chiedergli di prendersi una pausa e farsi rivedere più avanti perché abbiamo bisogno di uno così.
MARTINEZ 8 Il giorno dopo la rimonta in classifica, grazie all’intuizione nel prendere la fuga giusta, va ancora più forte, consolida il quinto posto e anzi, viste le difficoltà di Seixas, finisce addirittura per avvicinare il quarto posto. Tour che lo lancia in un’altra dimensione, quella meno attesa per un corridore dalla sua taglia in un’epoca in cui gli XS come lui soffrono da matti tutte le fasi che non siano la salita vera e propria. Questo ci mostra con che razza di talento abbiamo a che fare.
PIGANZOLI E TIBERI 7 Ieri, bravissimi. Piganzoli lo aveva già fatto vedere al Giro e finalmente lo dimostra anche Tiberi: in un ciclismo di alto livello, i due ragazzi italiani possono tornare utilissimi, mettendo a disposizione le loro qualità, che sono importanti, come gregari per capitani di alta classifica.
POGAČAR 7 La maglia gialla tira, per aiutare il suo compagno di squadra Del Toro, dal finale del Galibier fino alle prime rampe del Sarenne, una roba che si è vista raramente nel ciclismo, ma Pogačar è proprio questo: un’eccezione. Oggi ci riproverà prima di rivederlo al Mondiale come strafavorito.
EVENEPOEL 7 C’è rammarico perché arriva a tanto così dalla terza vittoria di tappa a questo Tour, roba quasi alla Tadej Pogačar. E infatti al traguardo è incazzato come una iena. C’è rammarico perché forse parte qualche centinaio di metri troppo tardi; si mangia le mani perché la presenza di Hindley che pare, a lungo, giocarsi la tappa, paradossalmente lo sfavorisce, blocca la Red Bull dietro, che non può sfruttare un Van Gils (voto 8 al suo Tour) in stato di grazia che avrebbe potuto tirare accorciando il distacco verso la fuga. Non ci deve essere rammarico, però, in realtà, perché Evenepoel esce da questo Tour più forte e consapevole che mai. Quello lì non si batte in nessun modo, poi alle sue spalle c’è anche lui. Se volesse ritornare a vincere un GT, potrebbe venire al Giro l’anno prossimo…
AYUSO 6 Bravo, davvero, a provarci dopo le batoste dei due giorni precedenti. La condizione, alla fine, è quella che è. Non so più che pensare: se è un momento no, se davvero, come detto nei giorni scorsi, è il massimo che può fare in questa fase di carriera, se anche lui paga una situazione in Lidl-Trek un po’ incerta e dove solo pochi corridori (Pedersen e Skjelmose ad esempio) hanno saputo esprimersi ai loro livelli oppure oltre. Chiuderà il Tour settimo a una vita dal podio, suo obiettivo, e magari con in testa altre idee, tipo abbassare le pretese e provare un domani a giocarsi gare con meno competitività, come un Giro o una Vuelta.
DECATHLON 2 O dell’incomunicabilità, che non è soltanto uno dei cardini su cui si basa la filosofia del cinema di Antonioni, quella che poi Wong Kar-wai trasforma in qualcosa di ancora più poetico e coetico, sospeso e ricco di virtuosismi cinematogr… ok veniamo al ciclismo. L’incomunicabilità è anche, o soprattutto in questo caso, ciò che avviene in casa Decathlon CMA CGM. la squadra decide che sì, oggi è arrivato il momento in cui bisogna andare a tutta per Seixas, peccato che Seixas non ne abbia e lo dice a Prodhomme che fa il ritmo e lo stacca. Glielo dice anche a Riccitello che, dopo aver fatto il suo sforzo, si gira verso il Paolino francesino il quale però fa no con la testa perché non ne ha più. Chiude, in affanno, è fisiologico, quello che però è stato un grande Tour: quarto posto a 19 anni, roba che fa strabuzzare gli occhi.
BROMANCE 0 Poi magari qualcuno gli darà 10, e mi farà piacere, lotterò fino alla morte per difendere le sue idee; qualcuno sarà felice che in tempi di guerra ci sia spazio per l’amore e l’amicizia in mondovisione, e in questo caso parlo di ciò che accade tra Del Toro e Pogačar, ma io, che preferisco sale e pepe alle competizioni sportive, non ho particolarmente amato (per restare in tema), come hanno condotto quelle fasi, con tanto di esternazioni di fortissimo affetto. Ma loro sono ragazzi che fanno le loro scelte, io, invece, sono soltanto un po’ cinico.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 19
POGAČAR 10 Non ci sono ulteriori parole da spendere, lo facciamo da anni e aggiungere altro sarebbe solo un inutile esercizio di stile. In questo Tour ha ulteriormente umiliato la concorrenza riscrivendo, anche ieri sull’Alpe d’Huez, il significato di strapotere, con una delle sue azioni più memorabili che si vanno ad aggiungere ad almeno una mezza dozzina di altre imprese che non dimenticheremo e ci faranno dire che abbiamo vissuto nella sua epoca. Ci facciamo aiutare dai primi numeri più interessanti, quanto banali: record di scalata della mitica vetta alpina (35’26’’, contro il precedente 36’50 di Pantani nel 1995), centoventiseiesima vittoria in carriera, ventiseiesima al Tour, quinta stagionale alla Grande Boucle, nome che verrà aggiunto a uno dei tornanti della salita, per me si fermerà qui nel conto dei successi per questa stagione (al Tour!) e oggi lascerà la fuga, poi a Parigi, mi espongo, vincerà qualcun altro.
ARMIRAIL 9 Dopo lo sloveno campione di tutto, il gregarione francese della Visma è, senza ombra di dubbio, l’altro migliore in campo. Ha tirato tutta la tappa portando a rimorchio una quarantina di corridori (gli hanno dato una mano Jorgenson, Foss, Healy, Baudin e Quinn, voto 7 a tutti e cinque) in salita, pianura e discesa. Se la fuga ha avuto più di qualche speranza di arrivare, gran parte del merito è suo. Un altro paio di Tour ad aiutare i prossimi capitani se li è conquistati di diritto.
CARAPAZ 8 Che spettacolo di corridore. Non ha mai mollato pur sapendo che da dietro Pogačar rientrava salendo come una moto, anzi più delle moto. Si è innervosito con Martinez e come risposta continuava a scattare: ne avrà fatti a decine di quegli attacchi. E ognuno era più bello dell’altro. Ripreso, ha provato a resistere, ma alla maglia gialla non resiste nessuno figurati lui che era in fuga dal giorno prima. In un colpo solo, però, sale all’ottavo posto in classifica, prende la maglia a pois di un solo punto su Pogačar strappandola a colui che sembrava potesse indossarla a fine giornata, stavolta come legittimo proprietario, Valentin Paret-Peintre.
SKJELMOSE 8 Un Tour de France quasi di nascosto, crescendo tappa dopo tappa e che lo porta, alla vigilia delle ultime due frazioni, al sesto posto. Solido in salita, in piena lotta per la quinta posizione, alzi la mano chi se lo immaginava così alto a questo punto del Tour.
PEDERSEN 8 Andando ancora all’attacco, aiutato da Vacek, Simmons e Gee, Mads Pedersen, altro corridore spettacolare che uscirà da questo Tour con uno status ancora maggiore di quello conquistato in questi anni, blinda in maniera quasi definitiva la maglia verde. Siamo sollevati per lui.
MARTINEZ 7 Eppure pensavo che in casa Bahrain quello forte per la classifica generale fosse Tiberi: non potevo leggerla peggio. Eppure pensavo che il piccolo francese fosse troppo leggero per fare alta classifica in una corsa massacrante sotto tanti aspetti come il Tour, mi cospargo il capo di cenere, perché Lenny Martinez, a due giorni dalla fine, è quinto, dopo aver scelto la tappa giusta, il momento giusto, la giornata ideale per consacrarsi andando a scavalcare i due corridori della Lidl. Due voti in meno per un atteggiamento che ha infastidito, e non poco, Kuss e soprattutto Carapaz con i quali è andato vicinissimo a giocarsi una tappa che si sarebbe ricordato per tutta la vita. Ma c’è ancora oggi, se ne avrà, anche se immaginiamo come il suo obiettivo sarà difendersi da Skjelmose, dietro di soli nove secondi. Tra lui e Seixas la Francia sta divinamente quando si parla di classifica generale.
DEL TORO 7 Sgombera il campo da ogni dubbio sulla sua salute staccando nel finale Paul Seixas – ora dietro a 24’’ – facendo un altro passetto verso il podio finale. A nemmeno 23 anni, li compirà a novembre, Isaac Del Toro è a due giorni dal suo primo podio al Tour da mettere vicino a quello conquistato al Giro nel 2025. Il futuro nei grandi giri è (anche) suo e in futuro ci aspettano grandi sfide tra lui e Seixas che potrebbero diventare i Pogacar-Vingegaard del prossimo lustro.
EVENEPOEL 6 Un venerdì sull’Alpe d’Huez di ordinaria amministrazione per lui che ha dimostrato, in questo Tour, di essere a puntino anche in salita. Non prova nemmeno a seguire Pogačar, non avrebbe senso, non deve dannarsi per distaccare gli altri uomini di classifica, rischia di tamponare una moto, ma si riprende subito e fra due giorni potrebbe festeggiare il suo migliore risultato in carriera in una grande corsa a tappe dopo la vittoria alla Vuelta del 2022. Secondo posto in classifica: il miglior risultato possibile quando in gara c’è Lui.
SEIXAS 5 Attenzione, voto da prendere con le pinze e anche breve annuncio per chi potrebbe sentirsi irritato: non è un voto globale al Tour di un ragazzo di 19 anni (perché a fine gara meriterà un bel 10) che contro corridori di questo livello forse chiuderà al quarto posto la sua prima grande corsa a tappe, quando c’è gente più grande di lui che ancora milita nelle categorie inferiori, ma è riferito alla giornata di ieri, grazie alla quale ho trovato la risposta ai miei perché dei giorni scorsi: non attacca in quanto le energie sono al lumicino anche per lui. Però ci crediamo: che possa provarci oggi in una giornata dal profilo terribile? D’altronde Del Toro, al terzo posto, è a soli 24’’ davanti…
V. PARET PEINTRE 5 Carapaz al contrario. Si scanna sui primi GPM e poi si lascia sfilare un po’ troppo presto tenendo a mente la presenza dei punti disponibili l’indomani. In un colpo solo, però, si fa superare in classifica dei GPM da Carapaz e Pogačar e oggi potrebbe dare il via, tra Croix de Fer, Telegraphe e Galibier a una sfida appassionante contro il corridore ecuadoriano della EF.
ITALIANI IN FUGA 4 Ci siamo scaldati per aver visto ben tre italiani davanti in fuga, ma poi man mano che aumentavano chilometri e difficoltà loro si staccavano, e le nostre flebili speranze di vederli protagonisti andavano a farsi benedire. Prima Tiberi, Tour incomprensibile, poi poco dopo Piganzoli, stanco anche per le fatiche del Giro e infine Cattaneo, utile come testa di ponte per capitan Remco. Non è la nostra corsa, non è il nostro momento, ma serve qualcosa che lo cambi perché il movimento italiano ha imboccato una brutta strada…
VOISARD E VAN WILDER 2 Il loro Tour anonimo prosegue, in classifica generale, rispettivamente con un undicesimo e dodicesimo posto che potrebbe dare qualcosa in futuro in termine di carriera, ma che scalda pochissimo gli animi. Seppure, ieri, Voisard in fuga ha provato ad andare, staccandosi abbastanza presto. Per entrambi un tentativo in una gara meno esigente a livello di concorrenza come il Giro potrebbe essere un’idea per il futuro.
AYUSO 0 Di nuovo, alla voce sconfitto di giornata, troviamo lo spagnolo della Lidl-Trek che a 24 anni peggiora di stagione in stagione e a questo Tour di tappa in tappa. Chiuderà con uno scialbo settimo posto (ma senza i ritiri di Lipowitz e Vingegaard sarebbe stato nono), scialbo per lui che a 19 anni saliva sul podio alla Vuelta e ora pare un gamberetto. Forse, in futuro, un’idea potrebbe essere quella di iniziare a lasciar perdere la classifica generale e diventare un cacciatore di tappe.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 18
CARAPAZ 10 Una sentenza. Sentiva nella testa la giornata buona e allora, con l’aiuto della squadra (Voto 10 anche a tutta la EF Education EasyPost), rientra nella fuga giusta dopo esserne rimasto fuori inizialmente. Il modo in cui se ne va verso la vittoria dovrebbe fare scuola nell’arte del vincere in fuga. Attacca, sfianca i suoi rivali tenendo il ritmo altissimo, ma conservando ancora un po’ di energia. Appena c’è un attimo di rallentamento attacca di nuovo e mentre gli altri fanno il conto di ciò che gli è avanzato è troppo tardi. Ancora una volta Carapaz dimostra di avere un paio di mercoledì in più nel suo bagaglio tecnico e tattico, rispetto a tutti gli altri. Se ne va e lo rivedranno al traguardo. Top ten in classifica generale conquistata e probabilmente in saccoccia salvo crolli suoi e azioni improvvisamente brillanti di Voisard. Venticinquesima vittoria in carriera, seconda al Tour, almeno due successi di tappa in tutti e tre i grandi giri. Basterebbe questo per elevarlo a uno dei corridori più forti dell’ultimo decennio. Non mi stupirei se dovesse ripetersi in (almeno) una delle due giornate con arrivo sull’Alpe d’Huez.
PEDERSEN 9 Ancora in giro per la Francia a dare spettacolo – lo ritroveranno al traguardo dopo aver spinto il monocorona con il 56 davanti in una tappa di media montagna. L’obiettivo maglia verde, ora, è quasi in cassaforte e se oggi riuscisse, nuovamente, ma sarebbe folle e io ho male alle gambe per lui, insomma se oggi ci riprovasse, andando a conquistare altri 25 punti, l’ambita classifica sarebbe sua quasi matematicamente.
SCHMID 8 Avevo pronto il nomignolo, perché per un lungo periodo mi era parso il più forte tra i corridori all’attacco: il Pogačar delle fughe. Invece ci vuole un grande Carapaz per relegarlo al secondo posto, dopo il secondo posto del giorno prima. Va forte ovunque, salita, collina, sprint ristretti. Il più forte, pound for pound, fra i corridori non impegnati nell’alta classifica generale. Forma della vita, un grande Tour il suo – e anche della sua squadra che ieri ha messo di nuovo in evidenza Engelhardt (voto 7).
JORGENSON 7 Un piacere rivederlo competitivo in fuga. Strano non vedergli nessun UAE appiccicato a ruota. Hanno fatto pace oppure la squadra del leader della classifica sta facendo i conti con i malanni e ha preferito pensare ai guai in casa? Me lo aspetto di nuovo all’attacco oggi e domani per provare a vincere una tappa che in carriera, tra 2023, 2024 e ieri ha soltanto sfiorato.
V.PARET PEINTRE 6 Verrebbe da dire: e anche oggi i francesi vinceranno domani. Nemmeno la consolazione di conquistare ufficialmente la maglia a pois perché Pogačar è un punto davanti, mentre Carapaz, sei dietro e da oggi se la giocheranno traguardo dopo traguardo – magari pure a Parigi, ci sono quattro GPM di quarta categoria, con quattro punti disponibili in totale. La Francia, che si gode Seixas, Martinez e Jegat in classifica, ha le polveri bagnate in fuga e rischia di chiudere a zero vittorie di tappa come non accade da troppo tempo.
GARCIA PIERNA 6 Tra i sei rimasti davanti è quello che fatica di più in salita, ma il figlio d’arte non demorde e resta attaccato con i denti finché può. Attaccante nato, alla settima fuga in questo Tour, vero lottatore, corridore da Movistar fatto e finito, dopo il terzo posto di Foix ci mette vicino anche questo sesto.
JOHANNESSEN 5 Nel finale soffre il ritmo non solo di Carapaz, ma anche di Schmid, Jorgenson e Paret-Peintre. Non è quello dello scorso anno e si vede anche dalla posizione in classifica, ma oggi e domani altre due giornate per provare a conquistare quella vittoria che quest’anno gli manca, all’ennesimo (ventesima volta come ci ricorda Pietro Pisaneschi) piazzamento nei dieci in stagione senza alzare le braccia al cielo.
DECATHLON 4 Il giorno prima, Yates sta male e si rincorrono voci su un Del Toro non al meglio. Ieri si stacca (e poi si ritira) McNulty, e quindi: perché non fare un controllo sul rivale messicano e tastare con mano eventuali reazioni? Più conservativi di quello che pensavo con il giovane Seixas: da una parte non vogliono rischiare, esporlo e magari vederlo saltare, dall’altra cercano il podio. Oggi e domani le ultime due chance.
INEOS 2 Nel linguaggio di oggi si direbbe: disasterclass. Hanno due corridori come Bernal e Arensman nella fuga allargata e quando si muovono Schmid e soci restano a guardarsi, dormono, sospirano ad alta voce i maligni, buttando via la possibilità di giocarsi la tappa. Non è la prima volta che in questo Tour si distinguono per le loro disattenzioni.
Alpe d'Huez, 14 luglio: il giorno dell'anarchia
Questo testo – di seguito trovate solo un estratto – è apparso sul numero 22 di alvento (Agosto 2022)
Testo: Alessandro Autieri
Foto: Paolo Penni Martelli
Abbiamo passato tre giorni accampati all’Alpe d’Huez per pedalare, mangiare, bere e ballare, conoscere gente da tutto il mondo. Insomma, vivere in prima persona uno dei più incredibili spettacoli di tifo e festa nello sport
Eppure lassù, in cima all’Alpe d’Huez, dentro Notre-Dame des Neiges, hanno suonato l’organo Kleuker. Non importa per chi hanno intonato la musica, nemmeno chi sarà poi il vincitore. Prendete ad esempio Tom Pidcock che scalerà la salita in circa 41′, un tempo quasi umano rispetto al passato, fatto da chi di umano non sembra avere nemmeno le sembianze, faccia da elfo scappato in bicicletta da una brughiera inglese, fisico che non è nulla a confronto a certi suoi colleghi, eppure capacità fuori dal comune nel salire, ma anche nello scendere: la sua impresa in fuga sull’Alpe partirà da una sfrenata picchiata giù per il Galibier.
Non importa se, lungo i tornanti, Froome ci ricorderà chi è stato andando in fuga dove lo hanno insultato, beccandosi stavolta le urla a favore di tutto il pubblico; o se Ciccone, staccandosi nel finale, non vestirà la maglia a pois. Non importa neppure se Pogačar proverà, senza riuscirci, a distanziare Vingegaard, dopo il primo giorno di crisi di tutta la sua carriera, sul Granon. Non importa come finirà il Tour. Chi vincerà o chi perderà, perché il 14 luglio, nel giorno della festa nazionale francese, c’è l’Alpe d’Huez. Il 14 luglio a Bourg d’Oisans, a valle, le campane rintoccheranno un motivo di festa, lassù echeggierà l’organo, in mezzo sarà il delirio.
Eppure è così: devi pedalarla tutta a testa bassa e ignorare chi ti dice Per un amatore non è poi così difficile, come racconta Enzo, dal Trentino. L’ha percorsa partendo dalla cima, passando per il Col de Sarenne per scendere fino a Bourg d’Oisans e risalire di nuovo. È da solo col suo furgone dotato di ogni confort, cucina, lavandino, letto, e con se ha una Merida appartenuta a Michele Scarponi. «Dovrei incontrare degli amici il giorno della gara». In realtà dice domenica, ma la tappa si correrà giovedì. Sono giorni di festa ed è come fosse domenica da ore ormai, in mezzo a quel cosmo ciclistico che si forma con il passaggio, senza soluzione di continuità, di migliaia e migliaia di bici, e poi camper, auto, gente a piedi. Giorno e notte. Le stime diranno che lungo tutta la salita saranno oltre un milione di persone, chissà.
Devi pedalarla tutta a testa bassa, ignorare le strutture che si intravedono in cima (quasi) da ogni tornante, su quell’altopiano dove c’è di tutto: ristoranti, bar, supermercati, una piscina, un cinema, un centro congressi, persino farmacie, la stazione dei pompieri e della gendarmeria. Lassù non devi guardare altrimenti vedrai gli indiani spuntare da dietro i tornanti, mentre in cima, sotto il ghiacciaio Pic Blanc, troverai orrendi palazzoni, hotel con oltre trentamila posti per dormire, gru in procinto di costruire ancora e ancora. Lassù ci saranno migliaia di camper – la maggior parte dalla Slovenia, patriottici tifosi di Pogačar e Roglič, perché va bene la festa, ma i campioni fanno da traino a un intero popolo accorso qui in massa – e nemmeno più uno spazio dove parcheggiare un’auto o dove fermarsi a bivaccare. Ci sarà gente costretta a salire ancora più in alto di quello che si poteva credere, accampandosi in alcuni tratti delle piste da sci; altri circonderanno con le loro tende il laghetto subito dopo il traguardo, lì faranno fare il bagno ai loro cani mentre delle papere sguazzeranno alla ricerca di una pace che troveranno solo dal giorno dopo il passaggio della corsa.
Eppure, devi pedalare, testa bassa e menare, e superare quei tornanti, i virage, che spianano, danno sollievo e sembrano lanciarti per affrontare rettilinei crudeli come unghie infilate senza pietà nelle cosce. Tornanti aperti – pieni di gente e biciclette poggiate sui muretti già da giorni – da dove arrivano folate di vento che asciugano il sudore, illudono e scandiscono il ritmo: dal numero 21 dedicato a Coppi, primo vincitore qui nel 1952, al numero 1 di Guerini, vincitore nel 1999 dopo aver colpito in pieno un fotografo in mezzo alla careggiata. Passando per il 7 di Bugno o per il 3 e il 2 di Pantani, autore di un tempo di scalata inarrivabile.
13,8 km alla media del 8,1%, le misure dell’Alpe. 21 virages, proprio così: anche quando devi spedire una lettera indirizzata all’Église Saint-Ferréol scriverai sopra virage 7. Non serve altro. Dicono che siano stati numerati ancora prima di intestarli ai vincitori di tappa per far capire ai turisti – qui si scia dagli anni ’30 – quanto manca alla zona dei resort o per dare un’indicazione agli spazzaneve sull’avvicinamento alla cima. La chiamano anche la montagna degli olandesi per via delle otto vittorie arancioni, e di arancione si traveste tutta la zona davanti all’Église Saint-Ferréol: il dutch corner, appunto. E quando arrivi lì in bicicletta c’è un po’ di sollievo, perché è una bolgia. Qualche curva sopra, invece, ci sarà l’alcolico covo dei norvegesi: musica a palla, colore in prevalenza rossoblù. A capo di tutto il Vichingo personaggio di culto delle salite del Tour, vestito da sciatore di altri tempi e con in testa un elmetto con le corna. «Se volete venire, ogni sera facciamo un party con musica e birra fino a tardi». Mentre ce lo dice ai piedi ha un paio di sci. Qualche curva sotto, invece, la zona presa in custodia dai tifosi di Geraint Thomas, bandierone appeso al muro con la faccia del corridore da giovane e di fianco una gigantografia sopra un telo con Thomas in maglia gialla. Una coppia dal Galles è arrivata con un camper lungo, infinito, e sarà costretta a salire fino in cima perché su quel tornante non c’è più posto. Hanno portato un gatto persiano di nome Ripley, lo tengono in una gabbia che è più grande di diverse tende viste lungo la salita, «ma – specifica l’umana che se lo porta con se ovunque – è solo per una questione di sicurezza mattutina, in realtà durante il giorno lo lasceremo più libero e poi verrà a fare una passeggiata con noi al guinzaglio. Più che un gatto per noi è un amico fedele». Sono qui ormai da quasi una settimana, hanno fatto migliaia di chilometri e non vedono l’ora di sostenere il vincitore del Tour del 2018, ancora in piena lotta per il podio.
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Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 17
PHILIPSEN 10 A lui, alla squadra, a uno straordinario pesce pilota di nome van der Poel che, come già accaduto in passato, al Tour migliora di giorno in giorno e non mi stupirei di vederlo alla’attacco, così giusto per fare un buon allnemanto, nelle prossime due tappe e poi provare a vincere a Parigi – dove sarà il favorito numero uno, o numero due, dipende dalla maglia gialla che decide di fare. Philipsen finalizza, all’ultima giornata buona per le sue caratteristiche, il grande lavoro di taglia e ricuci che la sua squadra ha messo in atto in una giornata completamente pazza fatta di fughe e controfughe e in cui, alla fine, o meglio, all’inzio del terzo atto, va via la prevista azione con dentro (quasi) tutti i velocisti. Coglie il successo numero undici al Tour (mica poco), in una tappa che aveva le caratteristiche di quelle semiclassiche del Belgio che tanto gli piacciono. Ora, con soli sette punti di distacco da Pedersen, può giocarsi anche la maglia verde finale. Tour, all’improvviso in attivo per gli Alpecin con due successi di tappa ottenuti dai due capitani e una giornata come quella di ieri di assoluto strapotere e in cui vanno citati pure Planckaert e Verstrynge.
STUYVEN 9 Da un Jasper all’altro. Come già accaduto al Giro, ma anche al Tour in altre circostanze, arriva a tanto così dalla vittoria che ne avrebbe suggellato un lungo periodo in cui sta dimostrando di essere tra i più forti uomini-squadra del gruppo. Perché se Magnier e Merlier escono dai due grandi giri sin qui disputati con tre successi a testa, buona parte di merito va anche a lui. Prova l’attacco a più di venti chilometri dall’arrivo e per un po’ sembra pure farcela. Quando è stato ripreso nel finale ci si è spezzato il cuore.
JEGAT 8 La combinazione della cassaforte in cui mette dentro la sua seconda top ten di fila al Tour è fatta di fughe anche nelle tappe meno adatte e dalla gestione degli sforzi di cui è capace nelle giornate più difficili. Lettura della gara paranormale: la sua intuizione lo porta, senza doversi dannare troppo l’anima, a cementificare, con oltre dieci minuti di vantaggio sull’undicesimo posto, il suo nono. Ora potrà sedersi in bicicletta con molta meno ansia alla vigilia del trittico alpino che deciderà il Tour de France. Dovrà solo arrivare a Parigi.
PEDERSEN 7 Tappa che alla fine rischia di essere dolceamara, ma uno come lui ci diverte sempre. Prendo in prestito le parole di Marco Castro: La Danimarca non è un Paese di sterminata grandezza, ma ci sarà pure un po’ di spazio per erigere una statua di Mads Pedersen. Esaltante per ¾ di tappa, dopo aver preso i 25 punti dello sprint intermedio e averci provato ancora e ancora, nel finale ha le polveri bagnate e ora arriva alle ultime tappe con un vantaggio striminzito su Philipsen. In ogni caso scommetterei su di lui.
SCHMID 7 Dopo la vittoria a Belfort è ancora una volta protagonista. Secondo di tappa, seppure con ampio distacco da Philipsen, Mauro Schmid si conferma in questo 2026 tra i corridori più forti su un certo tipo di percorsi. Ormai lo abbiamo capito: fugaiolo di grande qualità, resistente anche in salita, che può sfruttare anche uno spunto veloce capace di dargli ancora tante soddisfazioni in carriera.
HEALY 6 Finalmente pimpante seppure non su un percorso adattissimo alle sue caratteristiche. Riuscirà, lui o la sua squadra, sempre molto attiva, ma al momento inconcludente, a sbloccarsi da qui a domenica?
HAGENES 6 Appena ha avuto via libera ha mostrato quanto di buono potrà dare alla sua squadra in giornate di questo genere. Una sorta di Pedersen o van der Poel, per piglio e caratteristiche, al momento è lontanissimo da quello status (e sempre lo sarà, siamo d’accordo), ma che saprà togliersi tantissime soddisfazioni in carriera. Mi aspetto da lui un grande finale di stagione.
LIDL TREK 5 Pedersen perde diversi punti per la maglia verde, Simmons e Gee rincorrono tutti e forse nel finale in uno di quei tentativi si poteva azzardare l’affondo. Ne escono battuti e con il clamoroso rischio di uscire sconfitti dalla lotta per la maglia verde fin qui indossata con merito. (Spoiler: non accadrà, ma Philipsen darà più di un pensiero)
TARLING 5 La media tra il voto 8 per la condizione cercata e finalmente arrivata quasi all’improvviso e ieri messa in mostra per tutta la tappa e il 2 per quel finale abbastanza insensato dove, invece di tenersi buono per una sparata o lo sprint (il corridore è pure veloce, soprattutto al termine di giornate in cui si raschia il barile), decide di tenere altissimo il ritmo mettendo in fila il gruppo come se in squadra con lui ci fossero contemporaneamente Philipsen, Kooij e Pedersen. Va beh, è giovanissimo e si rifarà.
GIRMAY 2 Davanti c’erano tutti i velocisti più attesi tranne lui che si stacca subito nelle prime (folli) fasi di corsa e alla fine brucia l’ultima occasione di giocarsi una tappa a questo Tour 2026.
FRANCESI 1 Ancora a secco di successi tappa, e per i padroni casa a zero vittorie non succede dal 1999, ma è già accaduto negli anni 2000 che si salvassero in corner in una delle ultime tappe: nel 2011 e nel 2013 con Rolland e poi Riblon sull’Alpe d’Huez, tappe 19 e 18 rispettivamente (e l’Alpe d’Huez sarà protagonista di questo fine settimana, più volte); Bardet nel 2016 (tappa 19 a Sant Gervais Mont Blanc); nel 2022 tappa 19 con Laporte a Cahors e lo scorso anno, tappa 2016, con V. Paret Peintre sul Mont Ventoux. Ieri Russo, sesto, migliore all’arrivo, e da oggi ci sono tre tappe che stuzzicano i corridori di casa, i quali, però avranno una bella batteria di rivali pronti a dargli ancora dispiaceri.
ITALIANI 0 Come le vittorie a questo Tour, ma non solo. Come i corridori in una fuga di una cinquantina di corridori. Come le azioni promosse nelle giornate di ieri. Nessun lampo, salvo qualcosina da parte di Ganna. Restiamo aggrappati alla top 13 in classifica di Davide Piganzoli. Disastro annunciato, ma forse non così.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 16
RED BULL 10 Voto che va anche a Lipowitz con il quale sono stato sin troppo duro nei giorni scorsi, ironizzando sul dualismo con Evenepoel. Stava andando molto forte, anche ieri, e invece il suo Tour, che alla fine della crono lo avrebbe visto perfettamente in linea nella lotta per il terzo posto, si chiude in ospedale con una clavicola rotta. Tuttavia, la squadra tedesca ne esce benissimo: vince la crono, sla econda tappa di fila, blinda il podio con Evenepoel, potrebbe essere il secondo podio al Tour di seguito dopo quello dello scorso anno con Lipowitz, e mette Cattaneo al sesto posto di tappa, migliore tra i corridori che non lottano per la classifica, all’arrivo.
EVENEPOEL 9 Terza crono in tre anni vinta al Tour, settantaseiesimo successo tra i professionisti e quota cento nel mirino. Mica male: numeri da velocista di primissima fascia. 2’39’’ di vantaggio sul quarto posto, fino a domenica ci sono tre tappe in cui si dovrà difendere come può dai possibili (probabili) attacchi che arriveranno da UAE TEAM EMIRATES (Del Toro), Decathlon CMA CGM (Seixas) e Lidl Trek (Ayuso e Skjelmose). La sua resistenza nei prossimi giorni è uno dei temi che ci appassionerà maggiormente.
CATTANEO 8 Nettamente il meno giovane nella top ten di tappa; un finale di carriera speso con profitto di fianco a Evenepoel e ieri un’ottima crono a livello dei migliori passisti scalatori del Tour a conferma della sua solidità e utilità che, con questa gamba e il ritiro di Lipowitz, saranno fondamentali nel supportare Evenepoel in salita da qui a Parigi.
DEL TORO 8 Per quanto mi riguarda è la sorpresa di questa crono. Rispetto a settimana scorsa non paga la tappa seguente al giorno di riposo, anzi, si inventa una gara di altissimo livello, sfruttando, in un percorso tortuoso, anche le sue capacità di guida del mezzo, con pochi eguali in curva, in cui perde soltanto 5’’ da Seixas, mantenendo ora 20’’ sul giovane francese in classifica generale e in quella di miglior giovane, identificata dalla maglia bianca. Sfida per quel simbolo del primato ormai ristretta a loro due.
SKJELMOSE 8 Tour in crescendo per il danese e terzo posto nella crono che gli permette di guadagnare tantissimo sul suo compagno di squadra Ayuso. I due, ora, sono in lotta per il 5° posto finale, divisi da soli 52’’ e magari con un po’ di fantasia potrebbero anche mettersi insieme per provare a fare un po’ di casino in chiave podio. Il terreno c’è, avranno gambe e idee?
SEIXAS 7 Tifato, tifatissimo. Bravo, bravissimo, bravo, bravissimo, bravo, bravo, bravo, bravissimo, anche se il secondo posto di Evenepoel scappa. Guadagna qualcosina su Del Toro (i cinque secondi di cui sopra) e ora, con la lotta al podio ristretta e sempre meno tappe a disposizione, lo vedremo probabilmente attaccare, il che potrebbe essere una gioia per gli occhi di tutta la Francia e uno dei motivi di maggiore interesse per i prossimi giorni.
POGACAR 6 Fa il suo dovere: definirlo compitino sarebbe un insulto. Non prende rischi, perché non serve, chiude, tuttavia, a meno di trenta secondi da Evenepoel e con oltre trenta secondi sul primo corridore alle sue spalle, senza dare mai l’idea di spinger efino in fondo e questo ci dà la dimensione del suo strapotere. Da qui a Parigi deve portare a casa la bicicletta evitando cadute o (grossi) malanni.
LA VOCE DI TARLING 6 Mi era sfuggito il tono profondo della sua voce: potrebbe, in un’altra vita, essere uno speaker radiofonico, un attore di teatro. Buona crono, tuttavia, considerando come non fosse adattissima alle sue caratteristiche.
PIGANZOLI 6 Con un altro ritiro che gli fa guadagnare una posizione e considerando l’assenza di Vingegaard, uno dei temi per il ciclismo italiano nei prossimi giorni potrebbe essere la speranza di vedere il valtellinese in lotta per una top ten anche al Tour, il che sarebbe abbastanza clamoroso considerando la giovane età e il fatto di aver chiuso nei dieci anche il Giro. Sarà lotta tra il 9° e il 14° posto con Jegat, Voisard, Van Wilder, Carapaz e Adam Yates. Mastini e califfi di fughe e piazzamenti di rilievo. Non sarà facile.
GANNA 5 Non era una crono adattissima, ma lui i freni li tira solo in discesa, un tratto che lo penalizza così come nel finale non riesce a dare sfogo eccessivo ai suoi cavalli. Un undicesimo posto in una crono del Tour che pochissimo aggiunge alla sua brillante carriera.
TIBERI 4 Ogni tappa sembra preservare energie per un giorno che non è ancora arrivato. Potevamo aspettarci una prova d’orgoglio, lui che a crono va forte, e invece nemmeno questo. Ormai si sta tramutando nell’oggetto del mistero per antonomasia del pedale italico.
AYUSO 2 Mi viene in mente una cosa, potrebbe essere una boutade: e se il miglior Ayuso si fosse già visto e appartenesse al passato, fino al 2023? Ieri è stato il peggiore tra gli uomini di classifica in una cronometro tagliatissima per i suoi mezzi, per dislivello, trabocchetti e lunghezza. Il tutto dopo aver fatto fatica anche due giorni prima sul Plateau de Solaison. Benzina finita a questo Tour oppure ci aspettiamo una reazione venerdì e sabato sulle Alpi? In tutto questo il mistero è che alla fine sia comunque ancora quinto in classifica…
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 15
EVENEPOEL 10 Gli evenepoeliani di ferro aspettavano un momento così da tempo e quindi non è parso vero ciò che rimbalzava dalle immagini verso il traguardo di Plateau de Solaison: all’improvviso, dopo tanto penare, diventa, almeno per un giorno, una salita finale, uno dei due, tre corridori più forti al mondo in alta montagna (su una salita vera, per altro), capace di restare alla ruota del più forte (di sempre o quasi, sicuramente di questa epoca). Con un po’ di giornate a questi livelli, magari qualche grattacapo in più glielo avrebbe dato e questo è solo uno dei due rammarichi, l’altro è quello di avere una crono troppo breve per poter scavare un solco ancora maggiore in ottica podio finale, comunque blindato e dopo la crono potrebbe diventare bilndatissimo – da leggere con la voce di Leonard Lawrence di Full Metal Jacket. Ma oggi sarebbe crudele e fuori fuoco parlare di cosa sarebbe potuto essere, oggi è giorno in cui si parla di ciò che è, ovvero il giorno in cui conquista la sua terza vittoria di tappa in tre anni al Tour, la prima in linea, in quella che è stata la sua miglior giornata in salita nella corsa francese, ma forse non solo.
DEL TORO 9 Coinvolto nella caduta che toglie dai giochi Vingegaard, si rialza, rientra, tiene come può il ritmo di Pogačar, si gioca la vittoria di tappa e guadagna su tutti i rivali per il terzo posto, andando a vestire anche la maglia bianca. Il vantaggio in classifica su Seixas, sulla carta superiore a cronometro, non lo farà stare tranquillo, ma alza ulteriormente il livello della sfida che settimana prossima diventerà uno dei motivi da seguire.
POGAČAR 8 Scende a patti con il suo Io, provando a negarlo come fanno i grandi uomini, con l’umana hybris. Decide che nella giornata in cui il rivale di sempre al Tour va a casa, può guardare ad altro, per esempio aiutare Del Toro, concedere la vittoria a Evenepoel, non premendo sull’acceleratore in salita, né in volata. Gli sta bene così, tanto, se vuole, ne potrà vincere almeno un altro paio.
PIDCOCK 7 Nell’epoca di super corridori, lui, con quel fisico da antidivo, conferma, oltre a essere uno dei talenti più luminosi in circolazione, una certa propensione allo spettacolo e decide nuovamente di andare in fuga, anticipando la salita, riuscendo a salvarsi come può e a mantenere la top ten: ora è nono con oltre dieci minuti di vantaggio sull’undicesimo. Settimana prossima l’obiettivo potrebbe essere una vittoria di tappa, magari tornando sul luogo del suo primo successo al Tour, l’Alpe d’Huez.
SIMMONS 7 Senza il ritmo tenuto da Red Bull e, ancor più, da Pogačar, probabilmente oggi Simmons avrebbe finalmente trovato quel successo di tappa al Tour che insegue da diverse edizioni. Trova la sua migliore giornata in una tappa forse non del tutto congeniale a lui, seppure dotato di grandi mezzi, e nel finale, a conferma dello stato di grazia giornaliero, riesce pure a dare una mano ad Ayuso, tra quelli arrivati al traguardo, lo sconfitto di giornata. Settimana prossima un paio di occasioni buone ancora ci saranno.
VOISARD 6 Se ne parla pochissimo eppure, il corridore svizzero, stessa età di Pogačar, e che solo quattro stagioni fa correva tra i dilettanti, al suo esordio al Tour sta costruendo una prova da regolarista che lo ha portato alla soglia della top ten. Ieri pure in fuga, con il suo attuale undicesimo posto prova a salvare una spedizione Tudor parecchio sottotono finora.
VISMA 6 Bravi a crederci e provarci, peccato per quello che è successo. Non avremo la controprova, mai, e forse leggo male io questi anni di dominio assoluto e incontrastato di Pogačar: ma davvero pensavano di poter fare del male al leader della corsa tenendo alto il ritmo in salita? A prescindere da questo, loro almeno le pensano e ci provano, a differenza di altre squadre sempre a rimorchio, e non meritavano – lo so, suona retorico e in verità non lo merita nessuno – un’uscita di scena di questo genere del proprio capitano, per una caduta all’apparenza causata da un errore di traiettoria dei suoi compagni di squadra. Nelle prossime tappe però, chissà, li potremmo vedere, senza vincoli di alcun genere, attaccare e magari fra questi trovare pure Piganzoli.
TIBERI 6 Cresce: forse aveva solo bisogno di correre, correre, correre, di stare sul pezzo senza alcuna distrazione. Ieri è andato forte e settimana prossima ci sono un paio di tappe in cui provare a mettersi in mostra per salvare la scialba spedizione sua e del ciclismo italiano a questo Tour.
MARTINEZ E JEGAT 6 Prove solidissime le loro (sesto e quattordicesimo di tappa) che gli permettono anche di guadagnare posizioni in classifica. Due per entrambi, ok, una è gentile omaggio del destino che si è messo di traverso a Vingegaard, ma il resto è tutto meritato. Attualmente Martinez è ottavo, continua la sua rincorsa al miglior risultato in carriera in una grande corsa a tappe, punto di partenza; Jegat è decimo, per provare un po’ a sorpresa visto che si erano messe le cose, a ripetere il risultato del 2025.
SEIXAS 5 La prima giornata no al Tour è arrivata. Seppure una giornata no per Seixas significa comunque chiudere quarto di tappa (e in classifica generale), e mostrando di nuovo una grande capacità di gestione delle difficoltà. Dopo il riposo, la crono potrebbe ridargli ciò che cerca (podio e maglia bianca), ma essere parzialmente delusi per un risultato del genere fa capire di cosa parliamo quando parliamo di Seixas.
HEALY 4 Ci prova, ancora, poi, di nuovo, è tra i primi a staccarsi in fuga. Se la prima settimana è parso lontanissimo dai migliori, questa seconda almeno lo ha visto con coraggio davanti, ma molto, sin troppo altalenante. Che la terza settimana possa essere quella in cui riesce a sistemare tutto?
AYUSO 2 Grande sconfitto di giornata, perde la maglia bianca e vede allontanarsi sempre di più il podio, ora a 1’30’’. Ha ancora diverse tappe per provare e riprendersi almeno una quinta posizione, ma un fine settimana in calando non promette nulla di buono per il prosieguo del Tour.
V. PARET-PEINTRE 1 Ce lo aspettavamo davanti per provare a prendere punti per la maglia a pois ma la marcia folle tenuta tutto il giorno per andare in fuga non gli è stata amica. Il sogno maglia dei GPM si allontana, ma resta quello della vittoria di tappa.
LIPOWITZ 0 Ditegli che da mercoledì probabilmente gli toccherà lavorare per Evenepoel, anche se con una buona crono potrebbe tornare pienamente in lotta per il podio – che, tuttavia, attualmente lo vede distanziato di soli cinquanta secondi.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 14
PUBBLICO 10 Voto massimo al colpo d’occhio, alla correttezza, al tifo sfegatato, alla cornice favolosa sui Vosgi. Complice una bella giornata, non caldissima come nei giorni scorsi, il week end, le ferie, eccetera, è stata la tappa migliore finora per quello che si è visto a bordo strada, con quelle distese di persone a seguire la corsa come fosse la gradinata di uno stadio.
CARAPAZ E TOBIAS JOHANNESSEN 9 Ma anche Healy e Anders Johannessen, ovvero, rispettivamente, compagno di squadra e compagno di squadra ma anche gemello. Fondamentali per portare più in là possibile la fuga (con dentro anche Valentin Paret-peintre e Rubio). EF Education EasyPost e Uno-X Mobility in missione e sarebbe bastato veramente poco per vedere loro due giocarsi la tappa. Ripresi nel finale, non fosse stato per la l’ossssiva mania del controllo degli UAE, tutto il giorno, e per il ritmo (un po’ fine a se stesso, ma poi ci arrivo) tenuto da Kuss prima e poi da Vingegaard, sulla salita finale, l’arrivo sarebbe stato roba per loro e ci saremmo emozionati di più – almeno io. Da oggi, però, nuove possibilità per entrambi.
POGAČAR 8 Aggiorniamo: venticinquesima vittoria al Tour, quarta in questa edizione. Lascia la squadra a controllare la tappa, poi fa sfogare Vingegaard e, infine, quando la stanchezza è uno stato che avvolge corpo e anima dei suoi avversari, lui scatta, fa il vuoto, se ne va, vince. Quasi in scioltezza e con un ghigno di soddisfazione. Imbattibile, non è una novità, quest’anno, rispetto allo scorso pare pure più famelico – se è possibile definire così un cannibale.
SEIXAS 7 Punto in meno perché forse abbiamo capito com’è fatto: uno che più che aizzare le folle, calcola. Si spiega così il costante marcamento ai suoi avversari per il podio, per un mantra ormai chiaro: non si spreca un briciolo di energia in più del dovuto e si punta al podio. Tuttavia, la sua solidità fa sognare i francesi, uno di questo genere non può che essere destinato a vincere tutto in futuro. E intanto, va pure a vestire la maglia bianca. Diamante.
V. PARET-PEINTRE 7 Tiene viva la speranza perché Pogačar non vinca (anche) la maglia a pois (già conquistata tre volte) e che i francesi inseguono dal 2019 ( con Bardet che completò il tris, 2017 Barguil, 2018 Alaphilippe). Perché il suo desiderio si avveri, però, deve sperare magari di aggiungere, all’accumulo dei punti durante la tappa, un successo anche al traguardo, magari già da oggi dove per il vincitore sono 20 e fanno tanta differenza.
DEL TORO 6 Dopo aver sofferto il giorno di riposo, rischiando forse di buttare via la possibilità di salire sul podio, ieri si riprende, crescendo nel finale di tappa, chilometro dopo chilometro – aiutato in parte anche dal capitano, in maglia gialla, che inizialmente, vedendolo un po’ in difficoltà, non affonda il colpo quando potrebbe – e vincendo persino la volata per il secondo posto che gli dà qualche secondo di abbuono. Oggi, deve provarci in qualche modo, sperando di guadagnare il più possibile dagli avversari che, presumibilmente, martedì gli staranno davanti a cronometro.
PIDCOCK 6 Ancora all’attacco, ma è un nulla di fatto. In realtà di energie non ne spreca molte, ma la sua azione risulta fine a se stessa. Perde tante posizioni in classifica, ma al momento è solidissimo in top ten (nono con quasi otto minuti sull’undicesimo, in pratica il bonus guadagnato con la fuga di venerdì).
VINGEGAARD 6 Di incoraggiamento, anche se non si è ben capito a cosa volesse portare la sua azione. Forse a far vedere a se stesso che ancora c’è, ma l’impressione, come l’altro giorno, è che la forma sia in calando come dimostrato dalla sua versione gatto di marmo, di nuovo, al traguardo, quando, a causa dello sprint, perde diversi secondi da Del toro e Seixas. Difficile che si possa inventare qualcosa, salvo cambi di marcia repentini da oggi in poi, al momento difficili da immaginare.
EVENEPOEL 5 Si salva, ok. Gestisce come può, bravissimo, ma non può pensare di salire sul podio arrancando, rispetto ai suoi avversari diretti, non appena le cose si fanno sul serio. Nella tappa di oggi avrà un mirino enorme sulla schiena. Sarà, probabilmente, per i corridori che vogliono fare secondo o terzo a fine Tour, l’avversario principale da far saltare in aria sulla dura salita finale, considerando il possibile bonus del belga martedì a cronometro.
LIPOWITZ 5 Non entusiasma per nulla. Non si può nemmeno chiamare attacco quel timido tentativo a inizio salita nel finale. Poi si difende finendo per farsi pure riprendere da Evenepoel. Il suo attacco al podio passerà dalla tappa di oggi e dalla crono di martedì, poi capiremo se il terzo posto del 2025 sarà un caso isolato.
AYUSO 4 Lo avevamo immaginato. Non appena abbiamo letto le sue parole: “per la lotta al podio vedo, oltre a me, Del Toro e Seixas”, ignorando i due avversari della Red Bull, abbiamo subito pensato che il karma avrebbe riportato l’equilibrio, sfavorendolo alla prima occasione buona. E così è stato: indovinate un po’? Si fa staccare da Seixas e Del Toro, arrivando al traguardo proprio con il duo Red Bull. Più che le gambe, con il giovane spagnolo, che perde per pochi secondi pure la maglia bianca, può la lingua.
MARTINEZ E SKJELMOSE 2 La giornata li sfavorisce e, pur blindando abbondantemente la top ten, danno l’addio alla lotta per il podio. Ci piacciono di più, entrambi, in un’altra versione, quella degli attaccanti, ma potreste biasimare la loro voglia di provare a chiudere nei dieci un Tour de France?
BERNAL 0 Le fatiche del Giro presentano il conto e la top ten – salvo ritiri o crolli di qualcuno tra quelli davanti – è una chimera. Anzi, da oggi dovrà guardarsi dietro da diversi corridori, ma a sto punto sarebbe più interessante vederlo in fuga (come per altro accaduto ieri) per provare a vincere una tappa e salvare il bilancio sin qui negativo di tutta la Netcompany INEOS.
Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 13
SCHMID 10 Solido, completo, utile quando lavora per la squadra, spesso infallibile quando si ritrova davanti in fuga. Tipologia di corridore che una volta il ciclismo italiano sfornava in quantità, mentre ora se li godono gli altri e pensare che da Under battagliava con tanti suoi coetanei nostrani, mentre oggi ha messo la freccia su tutta quella generazione (i primi classe ‘98 e ‘99 che mi vengono in mente e con caratteristiche simili: Bagioli e Battistella), deve continuare a farci porre più di qualche domanda. Perfetto, ieri, come una pellicola in 70mm IMAX girata da Christopher Nolan, prima nello sganciarsi a una decina di km dall’arrivo, poi nel partire al momento giusto e conquistare la vittoria più importante in carriera, la quattordicesima in totale, dopo aver vinto anche una tappa al Giro da giovanissimo e averla sfiorata più di una volta alla Vuelta.
TEAM JAYCO ALULA 9 Squadra in difficoltà e con meno mezzi di tante altre eppure ogni tanto riesce a tirare fuori il numero giusto, grazie, anche, a una qualità e a una esperienza di fugaioli di cui non possono vantare in molti. Ieri erano in quattro: O’Connor ha fatto il ritmo in salita, Matthews si stacca solo verso la cima del Ballon d’Alsace, ma eventualmente sarebbe stata la carta da sprint, Plapp controlla e Schmid finalizza. Tour ampiamente in attivo per loro, che sono anche alla ricerca di solidità economica per il futuro.
TEJADA 8 Ultimo dei mohicani. Uno degli ultimi colombiani di altissimo livello, arrivato al Tour per fare classifica si ricicla per provare a vincere una tappa e ci va vicinissimo in una giornata magari non del tutto congeniale. Gli manca davvero poco allo sprint contro un corridore veloce come Schmid, ma ci riproverà perché il terreno è favorevole a uno come lui, a partire da oggi e domani.
PIDCOCK 7 A lui e alla squadra (PINARELLO Q36.5) che fa tutto bene tranne il finale. Ovviamente si corre contro di lui, il più titolato e anche il più veloce in caso di sprint ristretto, Si fa sfuggire Schmid e Tejada (non può andare dietro a tutti), ma si consola con un gran balzo in classifica, ora è quarto. Difficilmente manterrà la posizione, ma correndo così la top ten al Tour non è un’utopia (e una tappa potrebbe arrivare)
BRAZ AFONSO 6 Solo due anni fa correva in una Continental francese, ora è il più competitivo di una Groupama in difficoltà che ne mette quattro in fuga, ma che arriva solo con lui davanti a giocarsela. Bel corridore, attaccante, completo, lo rivedremo davanti.
WELLENS/MCNULTY 5 La coppia UAE Team Emirates fa paura, ma si fa sorprendere. Non corrono al 100% da compagni di squadra con lo stesso obiettivo, forse troppo abituati di recente a spendersi per le cause altrui. Per gli altri, però una buona notizia: non vincono sempre gli emiratini di Pogačar.
ITALIA E FRANCIA 4 La media tra il 5 ai francesi e il 3 agli italiani. Una volta, quando andavano in fuga, facevano paura e spesso incetta di tappe, oggi sono entrambe a quota zero. la Francia, almeno si consola, numericamente, con tanti corridori che alla fine possono giocarsela, l’Italia, invece, tolti quei due, tre corridori ormai noti – e qui al Tour ci dovevano essere Ciccone e Fortunato – è sparita dall’élite dei fugaioli, né a parte Frigo, sembrano essercene all’orizzonte. Ci stiamo abituando da troppi anni a questa mediocrità.
LIDL-TREK 3 Lasciano da solo Pedersen davanti con 60 corridori in fuga in una giornata adattissima anche a Simmons e Vacek e poi si ritrovano nel finale a tirare il gruppo per non far guadagnare troppi minuti a Pidcock, possibile rivale in classifica di Skjelmose e Ayuso. Doveva essere la loro giornata, lo è stata, ma in negativo
GREGOIRE 2 Oggi per la rubrica “che fine ha fatto?” Parliamo del campione nazionale francese. Tappa adattissima che, visti anche i nomi che hanno tenuto le ruote dei migliori in salita, compreso il compagno di squadra Braz Afonso, fa aumentare il rammarico. È giovane e si rifarà, ma anche questo Tour, come quello dello scorso anno, si fa ogni giorno più complicato. Che soffra la pressione?
HIRSCHI E ALAPHILIPPE 1 Mesti, si infilano nella fuga, ma senza ottenere nulla. Alaphilippe si stacca subito in salita, Hirschi ci prova pure, ma via via che i chilometri e le pendenze si accumulano, il suo livello scende. Se il primo ha la scusa dell’età e del logorio, il secondo è un mistero che potrebbe risolvere solo Indiana Jones.






















































