Nonostante tutto

Niente male Luca Colnaghi che in queste condizioni oggi ha sprintato al Tour de l'Avenir e ha rischiato pure di vincere. Francamente se lo meriterebbe pure dopo tutto quello che ha passato negli ultimi anni: un'altalena di situazioni da far venire il capogiro, tra squadre che lo mettono sotto contratto e chiudono ancora prima di aprire, vittorie al Giro Under che lo rilanciano, e poi una squalifica con assoluzione e riabilitazione.
Si va forte in questi giorni al Tour de l'Avenir, si cade, perlopiù: maledetto ciclismo con la sua imprevedibilità. A farne le spese, tra gli altri, Ayuso, il grande favorito: caduto e ritirato, malconcio e sanguinante; Umba, il piccolo puncheur che corre in Italia con Gianni Savio, si è rotto un braccio: pare abbia colpito uno spartitraffico.

E che dire di Ben Turner. Il talento inglese, il primo giorno di gara, dopo 5 km ha colpito con violenza un cartello: fratture multiple al volto con il rischio di perdere un occhio - ora rientrato. «Ti alleni con un obiettivo e poi dopo nemmeno dieci minuti di gara finisce tutto. Per fortuna avevo il casco che mi ha salvato la vita».

Oggi, tra ritiri e mancate partenze il conto dei corridori fuori dalla corsa ammonta a tredici, ma fra questi non c'è Colnaghi che forse un pensierino negativo lo avrà anche avuto ma ha tenuto duro nonostante le botte e si è lanciato allo sprint.

«Considerando la brutta caduta che mi ha quasi messo fuori dai giochi due giorni fa, le botte, escoriazioni ovunque, il poco sonno, il morale un po' giù, forse, nonostante tutto, devo ammettere che son contento di questo terzo posto» ha scritto sui suoi profili social, poco fa.

Terzo, dietro due olandesi che in questi giorni stanno facendo la controparte al maschile delle dominatrici orange del ciclismo femminile, monopolizzando podi e maglie di leader. Nonostante tutto, come direbbe lui, un buon risultato. E domani un altro bel giorno per riprovarci.


La sfida a Pogačar viene dal Nord

Il ciclismo del nord Europa vive, senza ombra di dubbio, il momento migliore della propria storia. A vittorie sporadiche e a volte isolate, nell'arco dei decenni, fa seguito un vivaio sempre più prolifico e di qualità da cui attingere.
Chiariamo: ciclismo del nord non con riferimento a Belgio e Olanda, ma ancora più su, Danimarca e Norvegia per la precisione.
I risultati dei danesi, recenti, sono sotto gli occhi di tutti, dal Mondiale di Pedersen all'esplosione di Vingegaard, passando per le monumento di Fuglsang e il Fiandre di Asgreen fino alla definitiva maturazione di corridori come Cort Nielsen, di recente vincitore di una tappa alla Vuelta, e diversi risultati di peso qua e là. E tanto altro arriverà grazie a interessanti giovani in rampa di lancio.
In una direzione simile (verso il vertice) si muove la Norvegia, che ai soliti noti (vedi Kristoff, e dove Hushovd e Arvesen sono stati un po' pionieri di questa nuova generazione, tanto che Arvesen ora è direttore sportivo della squadra norvegese UNO X-Pro Cycling Team, compagine emergente del ciclismo mondiale) affianca alcuni fra i maggiori talenti da seguire a livello assoluto: Foss, Leknessund e da quest'anno anche Tobias Halland Johannessen.
Il giovane "norge" Tobias, grazie anche all'aiuto del gemello Anders, è stato l'autentico dominatore del Tour de l'Avenir, concluso, pochi minuti fa, con due vittorie di tappa (che per la Norvegia diventano cinque su dieci se contiamo quella di Anders e le due di Wærenskjold) e la vittoria nella classifica generale, conquistata davanti a due corridori già presenti nel mondo del professionismo: lo spagnolo Carlos Rodriguez (INEOS Grenadiers) e l'italiano Filippo Zana (Bardiani). Rodriguez che oggi sfiora un'impresa clamorosa, rimontando 2'11 dei 2'18'' che aveva di distacco, con una fuga solitaria di quasi 50 km.
Tobias Halland Johannessen (per farla più breve: THJ), corridore esplosivo più che scalatore puro, è alla sua prima vera e propria stagione su strada dove si è diviso tra squadra Continental e Professional; arriva da mountain bike e ciclocross, vive vicino a Oslo e in alta montagna non si è mai praticamente testato: alla conquista del Tour de l'Avenir mette vicino anche il podio al Giro Under 23 alle spalle di quel fenomeno che porta il nome di Ayuso.
Nelle scorse settimane, THJ ha prolungato di tre anni il contratto con la Uno X Pro Cycling Team, la squadra, si diceva, rivelazione, della stagione, che a suon di investimenti vuole crescere a dismisura facendosi portavoce del movimento nordico.
In pochi anni, UNO X ha creato due squadre - prima la Continental, poi quella Professional - e ha lanciato diversi corridori sia norvegesi che danesi (i già citati Foss e Leknessund, ma anche Hindsgaul, il campione europeo U23 Hvideberg, il vice campione olimpico su pista Larsen, e poi Andersen, Wærenskjold, eccetera), si è messa in grande evidenza in diverse corse in Belgio, dal 2022 avrà la sua squadra femminile (già chiesta la licenza per far parte del Women's World Tour) e dal 2023 l'idea è chiara: Uno X vorrà entrare nel mondo del WT.
Uno X che lo scorso anno ha tesserato simbolicamente Johannes Klæbo, il fondista più forte del mondo.
Nella giornata di ieri, poi, al termine della fatica fatta sulle Alpi francesi dai ragazzi del Tour de l'Avenir, il CEO di Uno X, Vegar Kulset, tra il serio e il faceto (ma nemmeno troppo) scriveva così su Twitter: «Uno X Mobility (progetto fondato proprio da Kulset e improntato a diverse soluzioni per la mobilità sostenibile N.d.A.) e Uno X Pro Cycling Team invitano LEGO™ a unirsi con i propri mattoncini all'avventura norvegese-danese. Vingegaard e i fratelli Halland Johannessen nella stessa squadra potrebbero diventare dei seri avversari per Pogačar in un paio di anni».
Il vento del nord spira e sembra davvero fare sul serio.


Alta fedeltà

Si scrive Salvatore Puccio si legge alta fedeltà. Come uno strumento fondamentale che ti serve e trovi nella cassetta degli attrezzi, oppure uno di quegli elettrodomestici che in cucina fanno tutto, ma proprio tutto.
Si scrive Puccio, si pensa all'usato sicuro; se guardi quando è arrivato al team Sky, era l'estate del 2011, ti accorgi che solo un certo Geraint Thomas ha militato più di lui nel team britannico: G è infatti l'unico ancora attivo dall'anno della fondazione (ci sarebbe Swift, il quale però, ha passato qualche stagione fuori da casa) della squadra.

Se pensi a Puccio, e questo sarà lo stesso ragionamento che faranno loro, i suoi tecnici, pensi a quel ragazzone di ormai 32 anni che in carriera non ha mai vinto, ma è il combustibile per fare andare avanti la macchina. È il collante che tiene uniti i pezzi, il "penso quindi sono" fondamentale per costruire una squadra, soprattutto quando poi davanti - o a ruota - ha corridori che altrove potrebbero essere capitani ovunque: Bernal, Adam Yates, Carapaz, Sivakov giusto per fare quattro nomi presenti alla Vuelta e dove gli altri sono, oltre a lui, Narvaez, Pidcock e van Baarle.

Se pensi a Puccio pensi a ieri alla Vuelta quando lo vedevi tirare nel tentativo di riavvicinare il gruppo a Caruso in fuga, e allora per una volta dicevi, "dai Puccio, lascia stare, vai piano, lascia Caruso davanti con quel bel vantaggio".

Scrivi Puccio e pensi al gregario: funzione basilare per ogni azione da mettere in pratica in uno sport che premia l'individualità, ma che dietro ha la squadra, ma soprattutto corridori come lui.
E quando guardi nel suo palmarès ricordi quella volta che vinse un Giro delle Fiandre, no, non stiamo dando i numeri, era un Fiandre per Under 23, Beloften oppre Espoirs, lo chiamano. Quel giorno Puccio vestiva la maglia della nazionale e quinto, sempre con la maglia azzurra, arrivò Trentin: le loro carriere sono state poi diametralmente opposte.

E quando pensi a Puccio, pensi a un ragazzo che a 12 anni si trasferiva dalla Sicilia all'Umbria perché suo padre lavorava da tanti anni da quelle parti come camionista; a casa a Menfi rientrava così poco che la scelta, per tutti, di emigrare fu naturale. Vedi un ragazzo umile che quando si racconta ti rimanda indietro semplicità. «Quante gare avrei potuto vincere? - raccontava tempo fa a Bicisport - Non molte. E allora mi sono ritagliato il ruolo di gregario, la squadra lo apprezza e mi premia, economicamente e professionalmente».

Zero vittorie da professionista, ma 27 classiche monumento disputate (pure con un 12° posto alla Sanremo nel 2014), 15 Grandi Giri, quest'anno di fianco a Bernal al Giro, vinto e alla Vuelta, in questi giorni. Una maglia rosa vestita per un giorno sarà il punto più alto della sua carriera, ma di fianco a lui quante soddisfazioni per i capitani. A lui questo importa: perché essere Puccio significa essere fedeli. A ogni costo.


L'uomo dalle mille occasioni

Lo avevamo lasciato, Jasper Philipsen, in lacrime accasciato sul marciapiede al termine dell'ultima tappa del Tour de France, sull'Avenue des Champs-Élysées. Inconsolabile (e con un bicchiere di champagne in mano che chissà se gli avrà dato un po' di sollievo), singhiozzante dopo l'ennesimo piazzamento, la sua bici appoggiata sull'asfalto come a volersene liberare per sempre dopo tre settimane di fatica e tanti piazzamenti, mentre tifosi, o semplicemente gente accorsa lì per vedere quei matti in bicicletta fare scintille in volata, lo riprendevano col telefonino, altri bevevano birra e ridevano forse ignari di quello che stava succedendo da lì a pochi passi.
Lo ritroviamo, poche settimane dopo, vincente nella prima volata della Vuelta 2021. Lui che da bambino aveva un poster di Tom Boonen in camera e ha sempre sognato di emularlo, prima o poi.
Eccolo davanti a tutti in un finale che è caos come solo i finali veloci sanno esserlo, dove Roglič stavolta evita per un soffio la caduta; dove altri invece a terra ci finiscono e chiudono imbrattati di sangue come pezze gonfie di tempera rossa; dove il treno Groupama si sfalda; mentre alle sue spalle arriva Fabio Jakobsen, che poi alle "spalle" non è nemmeno corretto: gli arriva di fianco, dalla parte opposta della careggiata, e allora Philipsen si gira per guardarlo e lo batte con un colpo di reni che è quanto mai un guizzo risolutivo come quello di una rana in uno stagno.
Quel Fabio Jakobsen che arriva secondo di una ruota, ma è come una vittoria questa, lui che un anno fa era praticamente morto ed è un miracolo vederlo in bici, mentre ora rischia di vincere le volate di un Grande Giro - e ci saranno, nei prossimi giorni, altre occasioni per riprovarci.


Malinconica essenza

Quando si hanno giusto quei venti, venticinque anni, si arriva dai piedi del Massiccio di Gorbeia, tra Bizkaia e Álava, si va forte in salita, si ha lo sguardo che più malinconico non si potrebbe, il fascino che si emana è come quello di un romanzo ben scritto, un film che colpisce, che solo cuori freddi come abitassero oltre la barriera del nord potrebbero restare glaciali, indifferenti, apatici.
Mikel Landa, che oggi di anni ne ha più di trenta, con quel ciclismo atipico che viaggia sempre a metà tra il desiderio e la realizzazione, tra il colpo risolutivo e quello velleitario, tra la sfortuna e il successo definitivo, è quel romanzo, quel film, è colui che emana fascino e prova a scalfire gli animi più impenetrabili. Prova a fare breccia nella barriera.
In questa stagione non gli è riuscito molto in verità, quasi nulla; respinto, come quando arrivava al Giro tra i favoriti e alla quinta tappa sbatteva contro il segnale di uno spartitraffico. Oh, no, ci risiamo ancora.
Quei cuori - non quelli glaciali - si sono fermati ad osservare, a soffrire, non c'era più alcun modo per cambiare la situazione, nessun passo indietro o cambio di sceneggiatura. Nessuna finzione, né concetti astrusi e astratti come il landismo.
Si è disfatto il corpo, ha continuato a farsi del male nonostante quella quantità di sconfitte, di incidenti, di discese, di delusioni, avrebbero demolito anche un colosso.
E pochi giorni addietro è tornato alla vittoria a Burgos, dove Landa ha iniziato tempo fa a studiare ingegneria: conterebbe poco come successo se non fosse che uno così ha vinto poco. Sulfurei, in molti sostengono che, nonostante tutto, Mikel Landa difficilmente potrà vincere la Vuelta che parte oggi, ma soprattutto non potrà nemmeno andarci vicino.
«Il mio desiderio? Vincere una tappa, salire sul podio. Il momento più difficile dopo la caduta al Giro? Non partecipare alle Olimpiadi, non essere in questo circo che a vederlo da fuori ci sono momenti in cui non ne vorresti più far parte» racconta Landa sulle pagine di AS.
Chissà, amanti (a volte) delle storie a lieto fine ci aspettiamo qualcosa dalle tre settimane in terra spagnola e il conto con la sorte prima o poi dovrà dare qualcosa indietro al buon Mikel Landa, basco, scalatore, difficile da non amare. Nonostante tutto, o forse proprio grazie alla sua malinconica essenza d'antan.

Di ritorni e multidisciplinarità

Non saranno, forse, le due gare più importanti del mondo, nemmeno l'acme della loro carriera, ma vincere ieri è stato importante. Un ritorno in piena regola e nello stesso giorno, a distanza di poche ore, ma che diciamo, di pochissimi minuti e nemmeno troppi chilometri.
Sulle strade di casa sua, in Danimarca, vince l'ex campione del mondo Mads Pedersen, che sostenere arrivi da un momento difficile è un eufemismo, come racconta a fine corsa lui stesso e senza troppi giri di parole: «Al Tour ho sofferto e lottato per raggiungere un buon livello: ma non è un segreto che lì sia stata tutta una merda».
Volata che pareva infinita, gestita splendidamente come ogni tanto gli capita, in quelle giornate di grazia che a volte lo prendono e lo fanno sembrare imbattibile: sconfitti Groenewegen e Nizzolo, di certo non due che si avventuravano lì davanti per caso. Ora che il suo nome torna in voga, sarà un avversario per tutti in ottica Europeo.
In Polonia, invece, passano pochi minuti quando a vincere è Fernando Gaviria. Se Pedersen, in una stagione difficile il segno lo aveva comunque lasciato (Kuurne-Brussels-Kuurne a inizio stagione), il velocista colombiano non vinceva da quasi un anno esatto, due se parliamo di World Tour.
Per farlo si è dovuto inventare un guizzo da cavalletta per mettere il proprio copertoncino davanti a quello di Kooij. Giovanissimo (2001) che fino a un paio di anni fa faceva speed skating a buon livello e che tutt'ora d'inverno continua a praticarlo. Esaltazione della multidisciplinarità.


La voglia di normalità di Fabio Aru

Leggere il suo nome fra gli otto Qhubeka NextHash che parteciperanno a La Vuelta al via sabato, ci ha fatto piacere non c'è che dire. L'uomo Aru che è esattamente l'Aru corridore, che merita rispetto per i suoi tentativi di provarci, di stare a galla, di riuscirci anche a costo di fallire.
Di rispondere alle critiche come se poi essere Aru dovesse cambiare qualcosa più a noi che a lui; essere Aru nella sua normalità, quella del corridore, dell'uomo che ci prova sempre e comunque. Che sprofonda e ritenta, che ingoia delusioni e prova a dribblare critiche - a volte sacrosante quando espresse con giudizio, a volte, troppo spesso, ingiuste, pesanti. Che più che critiche sembrano lo sfogo amaro di chi aspetta sempre un passo falso altrui.
Ci riprova: in quella Spagna dove conserva alcuni fra i suoi migliori ricordi: «La mia prima Vuelta è stata nel 2014: ho vinto due tappe e sono arrivato tra i primi cinque della classifica generale. Nel 2015 ho vinto la Roja è stato fantastico: mi ha davvero cambiato la vita» ha raccontato poche ore fa.
Sarà il ritorno in un Grande Giro dopo il ritiro al Tour 2020 che lasciò scorie nella sua giovane testa e nelle gambe già usurate dal tempo, e portò al divorzio con la sua vecchia squadra.
Non interessa se "a parlare sarà la strada", come si direbbe, perché essere Fabio Aru risulta poi troppo spesso un tentativo di dimostrare qualcosa a chissà chi; a chi gli fa i conti in tasca, a chi la prende sul personale per i risultati che non arrivano, come se fosse la loro vita a dipendere dai piazzamenti di Aru e non quella di Fabio.
Oggi leggere il suo nome tra i partecipanti alla prossima Vuelta non può che riempirci di piacere, a prescindere dai risultati, e da quello che verrà. "Dalla parte di Fabio Aru", anche questo si è scritto e letto spesso nei mesi scorsi. Oggi l'intento è quello di schierarsi di fianco a lui e alla sua voglia di normalità. Al desiderio di attaccarsi un numero sulla maglia e correre, faticare, sudare, come uno dei tanti. Comunque andrà la corsa a noi interessa il giusto: forza Fabio, allora, dietro la sua voglia di normalità si nasconde l'amore per la bicicletta.


British Legacy

Una foto che assume diversi significati tra i quali l'ispirazione per chi inizia a correre, per chi sa che non deve mollare perché nella vita non si sa mai. Soprattutto quando inizi a fare qualche sport e magari chiudi gli occhi e ti immagini un giorno sul podio dei Giochi Olimpici.

Una foto che pare raccogliere direttamente l'eredità su pista dei Clancy, Wiggins, Thomas, Cavendish, eccetera.

Una foto che ritrae il podio della madison agli "School Games" inglesi del 2014. Li avrete anche riconosciuti (uno di loro sicuramente): i quattro ragazzi al centro (qui poco più che quindicenni) corrono nel World Tour, ma non solo. Tre di questi escono da Tokyo dopo aver conquistato titoli e medaglie. Sapete chi sono?

Togliendo il primo e l'ultimo, non sappiamo chi siano, da sinistra ecco Matthew Walls, BORA-hansgrohe, ventitré anni. A Tokyo oro nell'omnium e argento nella madison. Ma su strada si è già fatto notare, veloce e resistente: sì farà, ha le doti giuste.

Di fianco a lui: Ethan Hayter, INEOS Grenadiers. Ventitré anni li compirà fra qualche settimana e lui tra i giovani britannici è sempre stato ritenuto quello più interessante. Un predestinato, secondo la stampa di casa sua. Nel 2019 il Telegraph lo inserì tra gli otto profili da seguire - tra tutti gli sport - in vista di Tokyo.

Torna a casa con l'argento - conquistato in coppia proprio con Walls - e su di lui un certo Ed Clancy, leggenda della pista mondiale, disse, dopo che i due condivisero l'oro nell'inseguimento a squadre nella rassegna iridata del 2019, «A vederlo non sembra sia così giovane. Ha fatto due giri e mezzo in testa e ci ha strapazzati. È un po' come il prescelto, the choosen one. Tempo fa stavo guardando Matrix e ripensandoci mi sono sentito un po’ come Morpheus quando incontra Neo». Insomma, non stiamo nemmeno ad elencare quanto ha già vinto su strada Hayter, nelle categorie giovanili, possiamo immaginare quanto potrà vincere tra i professionisti - e in realtà ha già cominciato.

Scorrendo, sempre verso destra: Fred Wright. Lui forse è quello che, anche per caratteristiche, fatica di più a emergere, ma di questi è l'unico ad esempio, che ha già corso il Tour. Traguardo non di poco conto.

L'ultimo è il più conosciuto e riconoscibile, non serve nemmeno fare il suo nome. Del suo già noto palmarès non serve dire altro. Del suo potenziale, di quanto va forte e andrà ancora più forte nemmeno. Di quanto è piccolo rispetto ai suoi compagni di viaggio lo si vede a occhio.

Un foto che è passato, che è futuro e che per loro rappresenta un luminoso presente. L'eredità inglese si è fatta ingombrante: spalle larghe, talento, un insegnamento a crederci. Da una medaglia ai Giochi Scolastici a una ai Giochi Olimpici. Sembra un sogno di ragazzi, non lo è.


Dediche

La rincorsa di Mørkøv alla medaglia olimpica inizia nel 2017, quando gli dissero che la madison sarebbe rientrata nel programma olimpico. «Mi stavo facendo un culo così in salita sull’Alpe d’Huez, al Delfinato, e pensavo che l’unico motivo valido per continuare a farlo sarebbe stato puntare a vincere ancora qualcosa in pista».
Oggi ha dominato in coppia con Lasse Norman Hansen, erano i favoriti, ma quando mai basta esserlo? In questi Giochi Olimpici, poi, tesi tutti a stracciare ciò che sta scritto sulla carta. In una disciplina incerta e folle come la madison: confermarsi è l'atto più difficile.
A vedere la tranquillità con la quale i due danesi hanno macinato giri e punti nessun dubbio sull'esito finale. E Mørkøv, il miglior pesce-pilota al mondo (chiedere a Cavendish, a Bennett, a Viviani), uno che di mestiere fa vincere gli altri, uno che ha un'importanza esagerata nei successi in volata dei suoi compagni di squadra, oggi ha vinto. Ma ha vinto lui, davvero. In coppia, sì, ma quella medaglia è proprio sua. Non è che "un pezzo della vittoria è anche di Mørkøv", no, è roba sua.
Ha una dedica pronta, a suo figlio che ripercorre le sue orme: «A volte, quando sono con mio figlio e lo accompagno alle gare, mi rivedo nel mio vecchio. Magari se non fossi assieme a lui - penso - andrebbe più veloce, ma alla fine è mio figlio e voglio stargli vicino, come avrei voluto che mio padre avesse fatto con me». E probabilmente un pensiero proprio a suo padre che ha rivisto l'ultima volta nel 2007 su un letto d'ospedale. «Quando realizzo qualcosa di importante, penso a come sarebbe orgoglioso di me».
Non serviranno le vittorie per rendere un padre orgoglioso di un figlio, certo, ma oggi sarebbe stata una giornata speciale.


Sempre Peter Sagan

Trentuno anni, più di cento vittorie in carriera: pare siano 118, ma quando superi il centinaio, fa lo stesso, dicono.
Trentadue anni quando vestirà ufficialmente la maglia dei francesi del Team TotalEnergies che dà fondo al budget per fare suo uno dei corridori che ha cambiato, o almeno ha provato a farlo, il modo di intendere il ciclismo.
Di tanto in tanto sopra le righe, spesso spettacolare, sempre sorridente. Atteso, a volte fuori luogo, ma tifatissimo. Mangia caramelle gommose a fine corsa, impenna in salita. Le sue esultanze piacciono al pubblico e fanno innervosire alcuni suoi colleghi.
Tre mondiali, un Fiandre, una Roubaix, due tappe al Giro, dodici al Tour, tre Gand Wevelgem, sette maglie verdi. Quando è venuto in Italia è sembrato una copia un po' sbiadita del Sagan amato per i suoi successi, eppure ha vinto, nel 2020 persino andando in fuga. Ma a noi sarebbe andato bene lo stesso, pure senza successi.
In Francia, come impone la tradizione di alcuni grandi capitani del ciclismo, si porterà dietro i fedelissimi: il fratello Jurai, Bodnar e Oss.
È vero, sembra ieri quando a 20 anni vinceva due tappe alla Parigi-Nizza, oggi inesorabilmente la sua parabola è discendente, ma resta sempre Peter Sagan, benedizione per il ciclismo, uno dei corridori più divertenti e amati dal pubblico. Comunque andrà la sua ricerca della vittoria con la sua nuova maglia, quello che ha fatto per il nostro sport non si scorda. Sempre alvento, sempre Peter Sagan.