Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 2

DEL TORO 10 Chi guarda il dito penserà alla concessione del suo capitano – che, invece di superarlo, lo spinge fin sul traguardo urlandogli “vai! vai! – ma sulla luna viene proiettata l’immagine di quell’ultima curva con la quale Del Toro supera Skjelmose, scava un piccolo solco sugli altri e va a vincere. Se molti chilometri più a nord arriva una vittoria di un predestinato che ci manda in brodo di giuggiole, più a sud in Spagna, godiamo per il successo di un corridore che è soltanto all’inizio del suo viaggio. E fanno due successi di tappa tra Giro e Tour distanziando gli avversari in una curva in discesa.

TARRAGONA 9 Ho visto, soprattutto al Tour, posti decisamente brutti da cui hanno preso il via alcune tappe. Tarragona non fa parte di quella categoria, anzi, si sposta nell’insieme delle partenze più belle mai viste.

UAE TEAM EMIRATES 8 Sono un problema, grosso, per tutte le altre. Non che ci fossero molti dubbi, ma il modo con cui controllano e selezionano il gruppo con McNulty e Yates, la doppietta sul traguardo, la confidenza tra Pogačar e Del Toro sanciscono la loro superiorità.

FUGGITIVI 7 Li citiamo, sono i primi del Tour 2026: Frank van den Broek, il primo a mollare in preda ai crampi dopo aver concluso il Giro in terzultima posizione con una spalla malridotta; Felix Engelhardt, che di recente ha vinto il campionato nazionale tedesco, che da quando si è fatto i baffi ha iniziato ad andare forte come da under 23; Alex Molenaar, nederlandese di Barcelona, gioca in casa e porta la Caja Rural, al primo Tour della sua storia, sul podio, vestendo la maglia a pois. Menzione anche per Baptiste Vistroffer, il più atteso tra i fugaioli. Primo a scattare, viene ripreso. Poi quando vanno via i tre ci riprova, ma non rientra e si rialza. Lo rivedremo, magari già oggi.

JOHANNESSEN 7 In una tappa in cui i big si marcano, rendendo la giornata più soporifera del previsto, vittime del caldo asfissiante e del ritmo dell’UAE, il più forte dei due gemelli della Uno-X Mobility è l’unico a provare qualcosa, conquista qualche punto al GPM e chiude sesto all’arrivo.

VINGEGAARD 6 Non ha la scaltrezza del duo UAE, né l’esplosività che da un po’ di stagioni pervade i muscoli di Evenepoel, nemmeno, a tratti, una bellissima faccia, ma nonostante tutto, in una giornata non troppo felice per i suoi (eufemismo: voto 3 alla Visma che vede Joregnson e Kuss saltare completamente e Piganzoli perdere un minuto), chiude quarto, difende la gialla, lascia per strada solo i secondi di abbuono e resta lì, in attesa delle giornate di alta montagna, a lui più congeniali.

EVENEPOEL E SEIXAS 5 Remco chiude terzo di tappa, forse sembrerò ingeneroso, ma ieri era una tappa per lui, invece resta a guardare, prende un buco, lo ricuce. Forse poteva provarci un po’ prima, avrebbe forse raccolto di più. Addirittura vincere. Paul, invece, continua a litigare con il Tour. Problemi meccanici, inseguimenti, mancanza di comunicazione: rimane intruppato dietro mentre Benoot, suo compagno di squadra, si mette a fare il ritmo nel finale. Il suo Tour passa anche da queste piccole incertezze.

TIBERI 4 Uno dei più grandi enigmi del nuovo millennio. Che fine ha fatto quel corridore che puntava ai podi nei grandi giri, che a inizio stagione vinceva in salita una tappa all’UAE contro avversari che ora al Tour sembrano appartenere a un’altra categoria? E perché andare in Francia invece di provare una corsa più semplice sotto diversi aspetti come il Giro d’Italia?

LIPOWITZ 3 Vero che non sono questi i suoi arrivi. Vero che lui è un diesel che ha bisogno delle montagne, di sforzi duraturi, ma intanto in due giorni il distacco dalla maglia gialla è di 45”, dal suo compagno di squadra Evenepoel, 30”.

PUNCHEUR 2 Ritmo alto, ma costante, davanti restano quasi solo uomini di classifica, ma qualcosa in più da corridori come van der Poel o Grégoire era lecito aspettarsi.

JEGAT E VAUQUELIN 1 Lo scorso anno in top ten, ma quest’anno la condizione è lontana per vari motivi. In classifica sono già distanti, ma il loro Tour si può ricostruire, alla grande, con le fughe.

REGIA 0 Perché il modo con cui dimostrano che il capitalismo liberale ha trionfato su tutto è puro accanimento. Serviva davvero, mentre molti da casa soffrivano il caldo e una tappa soporifera, inquadrare in continuazione le meravigliose spiagge catalane?


Il Tour alla ghigliottina: le pagelline della tappa 1

SFIGA 10 Voto altissimo alla sorella cattiva della Dea bendata perché lei sì che ci vede benissimo e alla fine colpisce sempre chi deve. Nel caso di De Lie, ammalato anche alla vigilia del Tour, è quasi accanimento. Aiuto: aiutatelo!

VISMA 9 Affini, Hagenes, Armirail e Campenaerts sono perfetti panzeroni per la prima parte di corsa, anticipando il frenetico finale, quando salgono in cattedra Vingegaard, Piganzoli e Jorgenson. Soprattutto l’amerregano che apre il gas e crea quel margine necessario per tenere a bada la rimonta del rivale verso il suo capitano. Piganzoli è uscito benissimo dal Giro ed è un piacere vederlo lì attaccato a Vingegaard nel finale. Intanto la prima sfida tra i due favoriti la vince il danese, ma andiamoci piano che non è nemmeno il primo round.

NETCOMPANY INEOS 8 Specifichiamo come il voto sia tutto, o quasi, per Filippo Ganna che conferma gli ulteriori progressi contro il tempo già visti di recente al Giro e si candida, se la condizione lo sosterrà nelle prossime settimane, a conquistare anche l’unica prova contro il tempo individuale che arriverà più avanti.

POGAČAR 7 Perché è lui anima e gambe della squadra durante la crono, perché è il più veloce nella salita finale (e infatti aprirà le danze nella seconda tappa, in prima fila, con la maglia a pois). Ha perso il primo round a Barcelona, ma proprio a Barcelona, oggi, lo aspettiamo a cercar rivincite.

CRONOSQUADRE 6 Non ho ancora capito se questo nuovo format mi piace. Perché è una cronometro a squadre, ma i tempi valgono singolarmente e forse c’è del genio in tutto ciò. Forse è persino più meritocratica in ottica risultato in classifica, ma penalizza oltremodo se si incappa in qualche tipo di problema (vedi, per esempio, Vauquelin e Skjelmose). Fatto sta che, per via della posta in palio e dei protagonisti, è stata estremamente divertente.

ALPECIN, LIDL, GROUPAMA E TIBERI 6 Brave tutte e tre. La prima lancia van der Poel in testa, per qualche minuto, prima dell’arrivo della Netcompany INEOS sono loro i leader della corsa, ma quando Ganna taglia il traguardo a Philipsen cadono mascella e casco. La Groupama è un’altra rispetto alla robaccia vista al Giro e viene trascinata da un Grégoire in grande spolvero che spiana lo strappo finale. Occhio a lui, oggi, con questa gamba, dovesse tenere… Bene anche la Lidl, che guadagna un Ayuso in forma, un Vacek trascinatore, ma che perde Skjelmose azzoppatto da una foratura – ma che, tuttavia, si salva, perdendo anche poco rispetto a come poteva andare. Bene anche Tiberi (come tutta la Bahrain) che, a dispetto delle mie critiche, chiude con un ritardo abbastanza contenuto e al momento, dopo un giorno, fa classifica. Durerà?

RED BULL 5 Erano i miei favoriti, perché non può essere diversamente quando hai Evenepoel e c’è una cronometro. La forza della squadra, sommata, ha dato un risultato inferiore ad altri team, ma soprattutto costringe il belga già a masticare e poi ingoiare qualche boccone amaro di troppo addolcito però dall’aver staccato Lipowitz alla prima occasione. Gerarchie per qualche ora messe in ordine.

DECATHLON 5 Seixas bene, ma non benissimo, la squadra fa quel che può, ma è inferiore alle solite note anche soltanto per esperienza nel lottare a certi livelli. Lasciamolo crescere con calma, va là. C’è tempo, anche in questo Tour.

MOVISTAR 3 La scena dei tre Movistar che si aprono a ventaglio per aspettare il proprio capitano designato, Uijtdebroeks, che si stacca, con i crampi, ma poi riuscirà a rientrare, è già la prima scena da Movistar di questo Tour de France. Altre ne arriveranno, ne sono sicuro.

TEAM PICNIC POSTNL 1 Partono a tutta per provare a prendere la maglia verde (che invece vestirà Bernal) facendo il miglior tempo nel primo intermedio, soddisfazione di plastica, ma non riescono nemmeno in quello. Si disuniscono quasi subito, arrivano lontani e penultimi. Squadra peggiore del World Tour, ieri si mettono dietro solo l’Astana che ha perso mezza squadra quasi subito per una caduta. Un Tour tutto in salita per loro, anche quando ci sarà pianura e discesa.

FORTUNA 0 Si apre con un voto alto alla sfiga e si chiuda con un voto bassissimo alla fortuna che si è girata dall’altra parte nei confronti di due attesi protagonisti, Skjelmose e soprattutto Vauquelin, vittime di foratura e staccati. Il francese puntava alla prima maglia gialla e chissà se lasciare così presto la compagnia dei suoi sodali non abbia contribuito al ritardo finale (8 secondi) di Ganna nei confronti di Vingegaard.


Il monumentale del Tour de France 2026

Per certi versi la storia che stiamo per raccontare o meglio, quella di cui stiamo per essere testimoni, rischia di essere la più incredibile degli ultimi anni. Il Tour de France 2026, in partenza da Barcelona il 4 luglio, infatti, vede al via il meglio del meglio senza alcun dubbio. Un livello così elevato da toccare il cielo e sfondarlo. Non manca nessuno per la classifica generale (sì, ok qualcuno sì… ma chi, tra gli assenti, sarebbe stato realmente capace di scombussolare i piani dei migliori? Gall? Pellizzari? Eulalio? Siamo seri…), qualche cacciatore di tappe (van Aert, lo sappiamo, avrebbe dovuto esserci, ma è fuori causa per un infortunio), Milan e Magnier, tra i velocisti, che hanno dato battaglia al Giro. Per il resto si prospettano tre settimane da ricordare forse anche per via del caldo che rischia di fare più danni… della grandine in un vigneto. Con il punto di domanda su qualche tappa (occhio non solo al caldo, si cercheranno soluzioni e se non sarà possibile andare avanti avremo tappe tagliate o chissà, persino cancellate, ma anche alla tappa con il Col de Sarenne, uno smottamento potrebbe modificare il finale di una delle giornate più attese, la penultima).

IL FAVORITO

Ovviamente lui, l’unico, l’incredibile, lo stupefacente Tadej Pogačar, che se fosse un supereroe sarebbe uno di quelli ancora da creare o inventare; non c’è kriptonite a batterlo, nemmeno se stesso. Difficile pensare possa perdere se non a causa di una caduta o malanno, nonostante, come abbiamo detto, la grande concorrenza. Il marziano che arriva dalla Slovenia, caduto sulla terra chissà quanto tempo fa, punta alla quinta vittoria al Tour, per eguagliare Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain e per superare definitivamente Froome (che resterà fermo a quattro). Ha tutto per vincere, la forma, la parabola, i numeri ottenuti di recente, pure la squadra la quale, nonostante l’assenza di Almeida, si presenta forte e compatta come non mai. E difatti, per portare a compimento un programma di questo genere, Pogačar non ha bisogno di una squadra grande ma di una grande squadra che si presenta con tutti i tasselli al loro posto: quella che doveva essere, a differenza di ciò che è accaduto a tutti i suoi possibili rivali, è. C’è Isaac Del Toro, che potrebbe pure salire sul podio e di sicuro sarà l’ultimo ad affiancare lo sloveno in salita, mentre Brandon McNulty, Adam Yates e Felix Grossschartner si alterneranno nel lanciare la volata allo sloveno con il loro ritmo, in salita. Tim Wellens gli starà di fianco quanto potrà, ma avrà anche un ruolo importante da tuttofare compreso quello di provare a vincere una tappa in fuga come accadde lo scorso anno. Florian Vermeersch e Nils Politt avranno, invece, l’arduo compito di prendersi sulle spalle la squadra in pianura, di portare borracce, di essere sempre pronti se c’è un buco, se c’è uno sguardo in più da dare anche in fasi all’apparenza tranquille. La squadra più forte possibile per Pogi è servita.

L’AVVERSARIO

Jonas Vingegaard è il suo primo e forse unico avversario. Vingegaard, del quale, gli esperti di numeri ne parlano benissimo, pare stia ottenendo cifre al di sopra di ogni suo miglior momento. Reduce dalla vittoria al Giro che gli ha permesso di entrare nel club dei vincitori dei tre grandi giri (cfr. prossimo numero di alvento), arriva alla Grande Boucle quasi a cuor leggero, sapendo di essere l’unico che può avvicinare lo sloveno (batterlo? Uhm, questo è un altro paio di maniche, difficile anche solo rimanergli attaccato), ma con una squadra un po’ ammaccata che nelle ultime settimane ha perso prima Laporte, poi van Aert e ha rischiato di perdere anche Edoardo Affini. L’italiano, caduto nella crono dei campionati nazionali qualche giorno fa, ci sarà e darà il suo contributo in piano, nelle prime fasi, porterà borracce, mentre Victor Campenaerts sarà l’ombra del danese come accaduto al Giro e lo scorso anno al Tour, magari avrà anche licenza di provare a vincere una tappa in fuga. Saranno fondamentali in pianura anche il giovane norvegese Per Strand Hagenes, all’esordio in un grande giro, meritatissimo, rappresenta il nuovo che avanza in casa neerlandese, e che nuovo! Uno dei migliori corridori in stagione nelle gare di un giorno, qui al Tour avrà il compito di tenere i suoi fuori dai guai nelle fasi convulse, di tirare in pianura, di stare davanti nelle giornate difficili ma non durissime, compito che invece spetta a Bruno Armiarail, che avrà un ruolo di peso anche nella cronosquadre iniziale, a Sepp Kuss e Davide Piganzoli, soprattutto in salita, entrambi reduci da un Giro in cui il primo ha vinto una tappa in salita con la pipa in bocca, il secondo ha realizzato la prima top ten in carriera in una corsa di tre settimane e sarà il corridore più giovane a disputare due grandi giri di fila negli anni 2000, dopo aver fatto una top ten (https://x.com/m_mundbjerg/status/2069466642682126748).

Infine Matteo Jorgenson sarà l’ultimo uomo di Vingegaard, ma bisognerà capire molte cose di lui. Lo scorso anno deluse enormemente in classifica generale e da possibile ago della bilancia della contesa si è ritrovato a uscire presto dai piani alti e inseguito in prima persona da Pogačar (o dai suoi stretti collaboratori) colpevole di essere finito nell’ormai leggendaria lista nera dei nemici giurati dal campione del mondo (leggendaria nel senso figurato e contemporaneo del termine: un misto di realtà e finzione, nessuno sa se esiste davvero, ma si racconta ci sia un foglio appeso nel pullman dell’UAE con i nomi appartenenti a questa lista) . Se troverà le tre settimane giuste potrà anche fare alta classifica e provare a chiudere in top ten, ma in casa Visma sono più interessati che l’americano dedichi anima e corpo al capitano danese.

IL GIOVANE TERZO INCOMODO

Il cammino del giovane Paul Seixas verso il Tour de France è minacciato da ogni parte dalle iniquità del giornalismo francese ed è stato costellato sin qui di incidenti di percorso di ogni genere, compresa una sua brutta caduta al Delfinato e malanni vari che hanno colpito alcune pedine importanti – vedi Riccitello. Si è parlato persino di problemi interni alla squadra e di difficoltà nella scelta degli uomini da affiancargli al Tour. Insomma, per il classe 2006 (ripetiamo per chi si fosse messo in ascolto solo ora: Seixas è un 2006, è nato a settembre, compirà vent’anni durante la Vuelta) una vigilia più complicata del previsto, ma che gli darà tanta esperienza per il futuro. Superare queste difficoltà fa parte del processo. La Decathlon CMA CGM è di livello, ma pensiamo possa diventare ancora più forte nei prossimi anni: Nicolas Prodhomme sarà la sua ombra in salita, con Aurélien Paret-Peintre che potrebbe sacrificare le ambizioni personali (vincere una tappa) per dare una mano il più possibile al suo compagno di squadra. E per la classifica c’è un backup di livello: Matthew Riccitello, quinto alla Vuelta 2025, corridore che ha tutto per provare a chiudere nei primi dieci. Tutto tranne forse una grande condizione.

Dopo aver presentato la sua squadra ancora qualche parola (di troppo) sul giovane francese: l’ho inserito come “terzo incomodo” più per un allineamento allo spirito di appartenenza della categoria analisti del Tour de France 2026 (leggasi: lo stanno mettendo tutti lì, chi sono io per pensarla diversamente?), ma in realtà Seixas, seppure da metà 2025 in avanti ha dimostrato di averne davvero pochi più forti di lui, avrà solo da perdere da questo Tour de France, vi rendete conto dell’enorme rischio a cui va incontro? Mi spiego: il rischio, nonostante sia un ragazzo leggerissimo e con la testa altrove, nel senso positivo del termine; nonostante sia uno che si fa scivolare addosso le pressioni, al Tour rischia di vivere le giornate più complicate della sua vita ciclistica. In Francia è già indicato come il salvatore della patria. Il ciclismo lo sta già provando a inghiottire osservandolo con due occhi grandi così che paiono esclamare: il più forte corridore del mondo dai tempi di … Pogačar. Insomma, dai, 20 anni ancora da compiere, tutto da dimostrare in un grande giro. Poi, attenzione, le qualità ci sono, e sono, probabilmente davvero da terzo incomodo. Ma un Tour si gioca anche su altri campi. Saper reggere, saper restare sul pezzo. Bisogna mettere in conto anche come una sfida di questo genere possa spossarti fisicamente e mentalmente e c’è ancora una stagione dopo il Tour, ancora una carriera. Sfida molto affascinante, ma che avrei visto volentieri alla Vuelta 2026 e poi eventualmente dal prossimo Tour. Certo è anche da dire una cosa a favore della scelta di portarlo: se sta bene – e stava bene fino alla caduta del Delfinato – e per stare bene si intende essere poco sotto i due favoriti, in salita, di avere un ritmo indiavolato a cronometro, una squadra forte tutta (o quasi) per lui, insomma se sta bene meglio sfruttare il momento perchè poi non è detto che il prossimo anno la forma sia la stessa, troppe le variabili in uno sport come il ciclismo. Troppo importante per questa società avere tutto e subito.

CHI PARTE BATTUTO MA NON SCONFITTO (posizioni dal 3° al 6° posto)

E Seixas fa da tratto d’unione con quei corridori che si giocheranno con lui, probabilmente, il podio, o comunque un piazzamento in alta classifica a cominciare dal duo Red Bull-BORA-hansgrohe Florian Lipowitz e Remco Evenepoel. Evenepoel, che, almeno sulla carta, non parte così battuto dal francese della Decathlon. Anzi, se non altro per esperienza già maturata nei grandi giri, poi succederà quel che deve succedere. L’arrivo di Evenepoel in casa Red Bull ha alzato l’asticella non solo a livello di qualità, ma anche di responsabilità e competizione interna, così la squadra tedesca proverà ad agguantare nuovamente il podio, consapevole che anche un terzo posto con uno dei due corridori – che, guarda caso, sono gli ultimi due corridori a essere saliti di fianco al Pogagaard al Tour, Evenepoel nel ‘24 e Lipowitz nel ‘25 – sarebbe un risultato eccellente probabilmente il massimo possibile. Evenepoel ha dichiarato di non essere mai andato così forte, poi c’è la strada anzi le salite, il ritmo dettato dagli avversari. Da evenepoeliano della prima ora, mai fatto mistero, mi auguro che per una volta le dichiarazioni di questo tipo non si rivelino un boomerang. Squadra di alto livello la Red Bull con Jai Hindley reduce dal podio al Giro e Mattia Cattaneo, che serviranno in salita, ma l’italiano anche nella cronosquadre; con Jan Tratnik utilissimo dal primo giorno compreso, soprattutto in pianura, così come gli affidabili Nico Denz e Tim van Dijke. Se il primo ha alle spalle anche il Giro, il secondo ha svolto tutta la preparazione con il gruppo di lavoro per il Tour, con l’obiettivo di dare qasi solo esclusivamente una mano ai capitani.

Alla voce corridori che possono salire sul podio non può mancare Isaac Del Toro che poche settimane fa ha stabilito un primato: primo corridore nella storia a vincere Tirreno-Adriatico e Delfinato nella stessa stagione. Roba grossa, così come sembra ulteriormente migliorato sulle salite lunghe. Occhio al messicano che stando il più vicino possibile a Pogačar potrebbe creare diversi grattacapi a chi punterà a un posto sul podio oltre a, eventualmente ce ne fosse bisogno, creare un importante diversivo per provare a rispedire al mittente i tentativi di far vacillare il trono del despota sloveno.

GLI ALTRI (posizioni dal 6° al 10° posto)

Un lungo elenco, una cornucopia di talenti di ogni genere, da giovani in cerca di affermazione o riscatto, a vecchie volpi che grandi giri ne hanno già vinti. Corridori che puntano a un piazzamento tra la quinta e la decima posizione e che, a seconda di come si metteranno le cose, potrebbero andare oltre ogni aspettativa oppure anche deludere. Il passo è breve. Juan Ayuso è quello che, forse, ha più potenziale tra questi. Ha lasciato la via vecchia (UAE) per quella nuova (Lidl-Trek) sperando che con più spazio a disposizione migliorino anche i risultati. Finora la sua stagione è stata agrodolce con il momento saliente della vittoria all’Algarve davanti a Seixas e Almeida che ha fatto presagire grandi cose, poi due ritiri alla Parigi Nizza e ai Paesi Baschi ne hanno rallentato la progressione. A quasi 24 anni, e dopo essere stato a lungo considerato un wonderkid del ciclismo mondiale, è il tempo di far vedere che le gambe procedono pari passo con l’ambizione. Sarà uno dei capitani di classifica di una Lidl-Trek che gli mette di fianco Mattias Skjelmose Jensen (da 8°-15° posto) e Derek Gee (come il danese). Capire come si gestiranno tre galli che hanno già dimostrato di non amare particolarmente correre per gli altri, anzi, sarà uno dei temi più interessanti della gara. Una squadra che, tuttavia, potrà fare un gran risultato nella cronometro di Barcelona. A dare una mano in salita c’è Carlos Verona che magari proverà anche a vincere una tappa in fuga.

E se la sorpresa di questo Tour de France (relativa, leggendone il nome, grossa sorpresa considerando il livello della corsa) fosse Tom Pidcock?  L’inglese, leader della Pinarello Q36.5 non ha certo bisogno di presentazioni. In salita appare ulteriormente migliorato e nella giornata secca è uno che ha pochi rivali. Sulla lunga distanza può tremare o cedere, anche se va ricordato come lo scorso anno ha chiuso sul podio la Vuelta. personalmente lo preferirei vedere mollare la classifica e dare spettacolo in fuga, ma a oggi, le sue ambizioni sono quelle di provare a entrare tra i cinque, sei della classifica finale. Squadra più o meno tutta per lui, anche se con licenza di attaccare. Xabier Azparren è utile in pianura, come Brent Van Moer; Xandro Meurisse, Chris Harper e Damien Howson in salita, Quinten Hermans nei finali mossi potrà dire la sua, così come Fred Wright si getterà nelle volate a ranghi ristretti o in qualche fuga in tappe non durissime.

Tobias Halland Johannessen, Uno-X Mobility, pensa in grandissimo: punta forte alla top 5, avvicinata lo scorso anno, mancata di una posizione e poco più di 3’ e la squadra norvegese al solito sarà arrembante, completa, competitiva, con Torstein Traeen, corridore che potrebbe ambire a un piazzamento intorno alla decima posizione, ma verosimilmente si spenderà per il suo capitano, con Anders Halland Johannessen che sarà l’ombra del gemello finché potrà, mentre Magnus Cort e Anders Skaarseth porteranno al Tour esperienza, oltre che le recenti maglie di campioni nazionali (Danimarca e Norvegia, rispettivamente), dando una mano ovunque, con il baffuto danese, al suo ultimo Tour, si ritirerà a fine stagione, che proverà magari anche a vincere una tappa in fuga sfruttando il suo spunto veloce.

Harold Tejada sarà il capitano di classifica per la XDS Astana che all’ultimo incassa il forfait di Fortunato, che aveva rinunciato al Giro per esordire al Tour, ma sarà assente per un malanno. Il colombiano, che in salita potrà contare sul supporto di Nicolas Vinokourov e Sergio Higuita, può essere una delle sorprese della corsa per una buona classifica.

Cian Uijtdebroeks, dopo stagioni difficili, ha la chance di mostrare tutto il suo grande valore con una squadra (quasi) interamente devota alla sua causa, ma occhio che in generale la Movistar sa dividersi bene i compiti, che poi vengano portati a termine questo è un altro paio di maniche. E allora dopo aver infiammato, raccogliendo molto poco, il Giro, la squadra spagnola ci riproverà in Francia, non solo per la classifica, ma anche per le tappe. Al Tour non conquista una vittoria dal 2019, quando Quintana trionfò a Valloire. Il belga ha tutte le carte in regola, qualità in salita e a cronometro, per essere colui che alla fine la spunterà tra i vari nomi elencati per ottenere un risultato in zona quinto posto che sarebbe il miglior risultato in carriera, lui che finora, accolto con titoli a nove colonne (PREDESTINATOOOO!) per le vittorie ottenute in tutte le categorie giovanili, a conti fatti ha l’ottavo posto della Vuelta 2023 come miglior risultato, a cui hanno fatto seguito due DNF (uno alla Vuelta, uno al Giro). Al suo esordio al Tour, è uno dei nomi che destano più curiosità.

Di Thymen Arensman, invece, sappiamo tutto o quasi. Il neerlandese della Netcompany INEOS dopo il quarto posto al giro, proverà a fare classifica, ma se non ci riuscirà allora si riciclerà come nel 2025 quando vinse due tappe in fuga. Senza Onley e Rodriguez, la squadra britannica si affiderà in salita (e di conseguenza anche in classifica) a Egan Bernal, ma soprattutto a Kevin Vauquelin. Il francese esce un po’ malconcio dal Delfinato, ma ha recuperato (pare stia bene, altrimenti la squadra avrebbe escluso anche lui) e punta a replicare un risultato di peso come lo scorso anno quando chiuse settimo nella generale. Anche per lui vale la regola aurea di queste corse: se non dovesse avere il livello per un piazzamento nei dieci lo troveremo staccato, ma felice, nel senso felice di farsi trovare pronto in fuga inseguendo un successo di tappa che tutto sommato delizierebbe pubblico di casa e sottoscritto, suo grande estimatore.

GLI ALTRI, MA MENO QUOTATI (posizioni dall’8° al 15° posto)

Ben O’Connor cerca il riscatto dopo un Giro d’Italia che definire sottotono sarebbe come esaltare le gesta eroiche di uno dei più grandi di sempre. Il mio pensiero è arcinoto: piuttosto che vederlo arrancare come poche settimane fa sulle strade italiane, sarebbe più interessante e gratificante trovarselo in fuga in alta montagna, come per altro già accaduto lo scorso anno quando vinse una bella tappa, sul Col de la Loze, flirtando persino con la top ten (chiuse undicesimo in classifica). Ecco, è questo che si chiede a un certo tipo di corridori come lui: più che vivacchiare per un piazzamento che non dà nulla in carriera, vederlo davanti a cercare le vittorie di tappa in fuga. Poi certo, contano anche i premi, le disposizioni di squadra, i punti UCI… Piuttosto che O’Connor, magari la Jayco potrebbe fare un pensierino a Luke Plapp, anche se l’australiano in classifica nei grandi giri è sempre rimbalzato e lo vediamo meglio puntare alle tappe, oltre a dare un contributo fondamentale perché la squadra australiana possa concludere in maniera dignitosa la cronosquadre iniziale.

Se di Jorgenson, Yates, McNulty, Hindley, Traeen e Skjelmose ne abbiamo già accennato – sono corridori che potrebbero ambire a una posizione in classifica, alta o meno alta tra la quinta e la quindicesima a seconda, ma saranno perlopiù di supporto ai compagni di squadra che invece punteranno al podio o giù di lì, ecco ancora un gruppetto di corridori che hanno ambizioni di classifica. Magari non altissima, ma qualcosa proveranno a dirla.

Jordan Jegat prova a ripetere le belle cose fatte nel 2025 quando, a suon di piazzamenti, fughe, strenue resistenza, chiuse a sorpresa in top ten e si rivelò al mondo. Sarà il capitano di un TotalEnergies che in stagione si è vista poco e che punta principalmente alle fughe del Tour. Jegat, che per far capire come sono messi bene i francesi, potrebbe essere soltanto il quarto francese alla fine del Tour in classifica (Seixas, Vauquelin e magari Martinez di cui parlo a breve), è un regolarista che si difende in salita, a cronometro e ha pure spunto veloce. Classico corridore che se dovesse uscire di classifica ci potremmo trovare spessissimo in fuga a cercare un successo di tappa. Per questioni contrattuali legate alla prossima stagione – dovrebbe lasciare la squadra attuale, che oltretutto non è viva e vegeta per il 2027 – ha rischiato anche di restare a casa.

Michael Storer ci riprova: farà classifica come al recente Giro o come nel 2025 dopo la Corsa Rosa sarà protagonista delle fughe della Grande Boucle? Ilan Van Wilder, in contumacia di Mikel Landa, che non ha recuperato in tempo per essere competitivo al Tour, sarà l’uomo di classifica di una Soudal Quick Step, ma visto i nomi appena citati, farà fatica a entrare in top ten e punterà perlopiù alle tappe. Guillaume Martin mette il mirino sull’ennesimo piazzamento (in carriera ha concluso 12 grandi giri su 14 finendo sempre tra l’8° posto del Tour 2021 e il 23° del Tour 2017, all’esordio in un GT) e lo farà andando in fuga o tenendo duro il più a lungo possibile. Corridore su cui c’è da scommettere per un posto tra la quindicesima e la ventesima. Di fianco a lui, in salita, due Clément, Barthet e Braz Afonso, che vedremo anche spesso all’attacco. Da segnalare l’esclusione di un David Gaudu sempre più in crisi e in sfiducia (cambierà aria o smetterà del tutto?), entrato in un vortice da cui non riesce più a uscire.

Richard Carapaz, Ben Healy e Georg Steinhauser guidano la EF Education EasyPost. Inutile girarci attorno, l’ecuadoriano ha le migliori cose alle spalle (sette volte tra i primi quattro in un GT), l’irlandese e il tedesco (lui per problemi fisici) non arrivano dalla migliore stagione, quindi è improbabile pensarli davvero a lottare per una posizione di vertice, ma specifico meglio.  Uno sa tirare fuori il numero quando non te lo aspetti, e magari si nasconde e non lo stacchi e te la devi vedere con lui per un posto intorno alla quinta posizione; l’altro è un diesel che si esalta nelle situazioni difficili e il Tour 2026, per caldo, percorso, tipo di competizione, promette di essere per gente tosta come Healy. L’altro ancora è sempre sul punto di fare grandi cose in montagna, magari con le fughe, anche se non ha, per il momento, ottenuto alcun piazzamento nei due grandi giri a cui ha partecipato, ma ha le potenzialità per farlo. Nel caso comunque non c’è problema per nessuno dei tre: hanno già pronto il piano B fatto di tappe in fuga o inseguimento di maglie parziali o magari di quella a pois, finale. Insomma, dalle loro parti difficilmente ci si annoia.

Infine chiudiamo con Lenny Martinez che sarà una delle punte della Bahrain-Victorious e verrà affiancato in salita da Damiano Caruso (chiamato agli straordinari dopo il Giro), Antonio Tiberi e con Robert Stannard, anche lui reduce dal Giro, che sarà un tuttofare e magari ogni tanto fungerà da punto d’appoggio nelle fughe. Martinez ha già detto che il suo obiettivo sarà, principalmente, provare a vincere una tappa e magari la maglia a pois e che difficilmente lo vedremo coinvolto in classifica. Lo dico da anni: per il francese, viste le sue caratteristiche, al momento fare classifica in una corsa esigente sotto tanti aspetti come il Tour de France è complicato – decisamente meglio per lui un Giro o una Vuelta, a proposito, speriamo di vederlo esordire l’anno prossimo sulle strade italiane, perché con il livello che si propone di volta in volta potrebbe fare man bassa di tappe di montagna. Lui lo sa, i tecnici pure e quindi probabilmente lo vedremo sfilare in coda nelle tappe di pianura o comunque non adatte a lui. Però è un nome da seguire con attenzione ugualmente perché la sua esplosività in salita ce l’hanno in pochi, manca di continuità, è vero, ma dovessero allinearsi un po’ di cose non sarei così stupito da vederlo alla fine in zona top ten, con una tappa vinta e la maglia a pois: sarebbe il massimo bottino possibile, quasi clamoroso.

I MATTI DELLE VOLATE

Festival delle volate (cit.) a cui partecipano i migliori al mondo, tranne, ahinoi, Jonathan Milan che lo scorso anno con due tappe e la maglia verde finale salvò il bilancio della spedizione azzurra e anche quest’anno avrebbe potuto fare qualcosa di simile seppure la concorrenza è cresciuta e lui pare abbia perso qualcosina in termini di fiducia e treno.

E allora a colpi di volate (dovrebbero essere sei, forse sette, non pochissime, nemmeno troppe, è il numero giusto in una competizione con 21 tappe di cui due a cronometro?) e treni, si sfideranno:

Jasper Philipsen (Alpecin Premier Tech) che potrà contare oltre che su van der Poel, su Silvan Dillier e Tim Marsman nelle fasi di cucitura a inizio tappa e su Jonas Rickaert ed Edward Planckaert nei finali. Niente male. Il velocista belga lo scorso anno iniziò col botto: tappa al primo giorno, maglia gialla, caduta due giorni dopo con ritiro. Quest’anno vorrebbe spostare i suoi obiettivi più in là, anche se a Parigi pure quest’anno si penserà più a corridori come il suo illustre compagno di squadra van der Poel.

Tim Merlier: forse pound for pound il più forte velocista al mondo. Sicuramente il meno giovane tra questi, ma il più elegante e implacabile. Al Tour ha vinto solo tre tappe (a differenza delle dieci di Philipsen) e l’idea sarebbe di metterne vicine almeno un paio. La presenza di Jasper Stuyven che si aggiunge all’affidabilità e affinità che il mago delle volate ha con Bart Van Lerberghe, e alle tirate di Dylan van Baarle, fanno del treno Soudal forse il più forte al via del Tour.

Ma non ditelo a Olav Kooij, Decathlon CMA CGM che di recente ha firmato le sue prime vittorie con la squadra francese dopo un lungo stop per infortunio:  tre nel giro di un mese che gli hanno permesso di arrivare a cinquanta tonde tonde. Ora, al suo esordio al Tour, e dopo averne conquistate tre al Giro d’Italia tra 2024 e 2025, vuole mettere la sua firma, sfidando il meglio che c’è (o quasi, abbiamo detto) e con l’aiuto di due formidabili vagoncini, Dan Hoole, a tirare a tutta nel finale per portarlo fuori e Cees Bol a lanciarlo definitivamente e magari lasciarlo con strada libera davanti dove poter sfruttare tutta la sua potenza, con il bonus Tiesj Benoot che aiuterà sia Kooij a tenere alta l’andatura, sia Seixas in salita fin dove potrà, ma soprattutto dipenderà dalla condizione in cui si trova (se lo hanno chiamato sta bene) visto che è stato fermo quasi tutta la stagione e ha corso solo di recente cinque giorni al Tour de Suisse.

Non ditelo nemmeno a Biniam Girmay che ci sono treni più forti di quello della sua NSN Cycling Team. L’eritreo sulla carta parte come quarta forza, ma fino a un certo punto. Già due anni fa al Tour si prese il lusso di battere a ripetizione Philipsen, Pedersen, De Lie, Van Aert, vincendo tre tappe e conquistando pure la maglia verde finale. Sta benissimo e non va sottovalutato né lui, né un treno composto da Krists Neilands (che troveremo spesso in fuga), Matis Louvel, Lewis Askey, Jake Stewart e Tom Van Asbroeck. Se trovano le linee giuste possono provocare cocenti delusioni a tutti gli altri velocisti.

Poi si scende di una fascia: Mads Pedersen, Lidl-Trek, non ha né le punte di velocità assoluta per vincere volate pure, né un supporto decente: gli restano di fianco solo Mathias Vacek e Toms Skujins, e se il primo si sta ritrovando e può essere un corridore spesso in fuga e magari anche fughe vincenti, il secondo viene da forse la sua peggiore annata in carriera. Pedersen potrebbe puntare alla maglia verde e sprintare nei tanti parziali lungo le varie tappe potrebbe togliergli brillantezza in volata. Di certo, però uno come lui sa dare spettacolo e ce lo aspettiamo anche in fuga. Max Kanter, XDS-Astana, potrà contare su un trenino mica male con Davide Ballerini e Mike Teunissen, i quali misureranno anche le proprie ambizioni personali di tanto in tanto. Ballerini sogna pure la doppietta dopo aver vinto una tappa al Giro poche settimane fa, Teunissen vorrebbe tornare al successo al Tour dopo quella sorprendentissima vittoria nel 2019 che gli valse anche la maglia gialla per un paio di giorni. Kanter, da par suo, proverà più che altro a piazzarsi tra la quinta e la decima posizione un po’ come il suo connazionale Phil Bauhaus, Bahrain-Victorious, uno che in passato ha ottenuto successi di peso come alla Tirreno-Adriatico, due volte, ma nei grandi giri solo piazzamenti (al Tour ha due secondi posti). Qui, aiutato da Kamil Gradek e Vlad van Mechelen, (e in parte anche da Matej Mohorič) non dovrebbe andare al di là di qualche top ten, che con un po’ di fortuna potrebbe trasformarsi in qualche top five. Arnaud De Lie, dopo il dimenticabile esordio al Giro, ci riprova al Tour. In passato in questa corsa ha ottenuto buoni piazzamenti, francamente mi viene difficile pensare uno scenario in cui riesca a battere tutti i corridori sopra menzionati in un colpo solo, a meno di situazioni particolari. Piuttosto sarebbe più interessante vederlo in qualche situazione in cui vada a giocarsi tappe più selettive, ma vedremo. Supporto più o meno inesistente, anche se i suoi compagni di squadra gli daranno una mano nei limiti del possibile, ma, come vedremo nel prossimo capitolo di questa lunga guida, la Lotto Intermarché sarà impegnata più che altro ad andare in fuga e provare a sorprendere vincendo così.

Pascal Ackermann, Team Jayco AlUla, appartiene ormai al passato se pensiamo al top degli sprinter attuali, a una fascia bassa, e dopo un Giro deludente, ma ormai sui suoi standard, difficilmente lo immaginiamo al vertice degli sprint in un Tour de France del 2026. Pavel Bittner, invece, Team Picnic PostNL potrebbe essere una delle sorprese delle volate di questo Tour, lui che nel 2024, ancora giovanissimo, conquistò a Sevilla, alla Vuelta, la volata più importante sinora della carriera. Lo scorso anno al Tour ottenne un quarto e un quinto posto, quest’anno vorrebbe migliorare e per farlo ha un buon supporto, seppure non il migliore in circolazione. John Degenkolb, Frits Biesterbos (occhio a lui perché lo vedremo spessissimo in fuga e potrebbe giocarsi con Veistroffer il premio della combattività), Niklas Märkl e Julius van der Berg saranno i vagoncini del suo treno. E se Soren Waerenskjold, Uno-X Mobility, ormai lo conosciamo, corridore capace a volte di tirare fuori la prestazione mostruosa e vincente anche contro i massimi calibri del circuito, seppure qui non avrà molti uomini a disposizione, essendo la squadra norvegese più improntata a dare una mano a Johannessen in montagna, Arvid De Kleijn dovrà invece rivelarsi ad un così alto livello. Il nederlandese è il velocista di punta della Tudor e lui sì che ha un bel trenino a disposizione. Marco Haller, Matteo Trentin, Rick Pluimers sono un terzetto capace di mescolare potenza, colpo d’occhio, esperienza, velocità ed esplosività, starà al velocista dei Paesi Bassi riuscire a finalizzare. De Kleijn avrebbe anche le punte di velocità necessarie per provare a impensierire i più forti in volata non fosse che arriva da un lungo periodo di infortuni e problemi vari. I tre suoi compagni citati sopra, avranno, tuttavia, chance di imbastire anche azioni personali, in fuga, in sprint ristretti, magari in volate a gruppo sgranato. Se Anthony Turgis è l’uomo deputato a gettarsi in volata per la TotalEnergies, pur non essendo un velocista puro, anche se di tanto in tanto fa capolino in volate di gruppo, Fernando Gaviria lo sarà per la Caja Rural squadra che ha ricevuto una sorprendente wild card e farà il suo esordio al Tour dopo 27 stagioni di vita. Infine, Milan Fretin, aiutato da Piet Allegaert, Hugo Page e Jenthe Biermans, sarà il velocista di punta della Cofidis. Occhio al belga che da diverse stagioni è atteso all’exploit in corse importanti contro i migliori al mondo. Chissà che la lunga attesa non sfoci in una volata vincente al Tour.

TAPPOMANI

Al Tour, a differenza di quello che abbiamo visto nel recente Giro d’Italia, i nomi sono tantissimi, di ogni tipo. Del meglio mondiale manca praticamente solo van Aert, per un infortunio. Il più atteso è, ovviamente, Mathieu van der Poel, che in qualche versione extralusso potrebbe dire la sua già il secondo giorno di gara, ma deve sperare che gli uomini di classifica non esagerino, soprattutto Pogačar e Vingegaard. In ogni caso di occasioni ce ne saranno parecchie. Così come le possibilità ce le hanno i suoi compagni di squadra, i giovani Emiel verstrynge e Ramses Debruyne che proveranno a imporsi in fuga, possibilmente in montagna, e magari uno dei due terrà anche duro per fare una buona classifica. Matej Mohorič, che al Tour ha vinto tre volte, viene da un paio di stagioni sottotono, a parte qualche risultato, e non vince una corsa dal campionato nazionale del 2024: riuscirà a sbloccarsi?

La Ef darà spettacolo e oltre ai sopracitati Healy, Carapaz, Steinhauser, porta altra gente con il fuoco nel sangue: i danesi Kasper Asgreen e Michael Valgren sono tra i cacciatori di tappe di maggiore qualità. Entrambi hanno chiuso un cerchio con all’interno un sacco di pensieri negativi vincendo di recente tappe in fuga in un GT. Asgreen al Tour nel 2023 e poi anche al Giro nel 2025, l’altro al Giro poche settimane fa. Ci riproveranno, così come ci proverà Alex Baudin, da poco vincitore di tappa al Delfinato, e tra gli attaccanti e corridori da finale impegnativo più attesi e in forma. Visto che nelle tappe dure, ma non durissime, bisognerà vedersela con gente tipo Pogačar, Vingegaard, Seixas o Evenepoel, allora meglio per lui battezzare qualche fuga e provarci da lì se vuole vincere – è uno dei francesi più attesi per portare a casa un successo di tappa. Infine Sean Quinn lavorerà molto, per tutti, mentre Max Walker lo troveremo spessissimo in fuga anche nelle giornate interlocutorie. Bonus: occhio a questa squadra per un bel piazzamento nella crono iniziale di Barcelona.

Squadra votata all’attacco, quasi interamente, la Groupama-FDJ che cerca dei risultati anche al di fuori di Romain Grégoire che resta la stella polare che guida una compagine che in questa stagione ha raccolto proprio poco al di là del fortissimo classe 2003 che punta a una tappa al Tour da vincere in maglia di campione nazionale. Se la condizione lungo l’arco delle tre settimane lo sosterrà, lo vedremo spessissimo davanti a dare battaglia. Dopo un orrendo Giro, i francesi corrono in casa e ci proveranno, almeno ad animare le tappe, prima di finalizzare con Grégoire. Quentin Pacher, Ewen Costiou, Clément Russo e Lorenzo Germani sono attaccanti nati e li vedremo spesso in fuga.

Netcompany INEOS che oltre a curare la classifica punta forte alla cronosquadre iniziale, da qui le chiamate di Filippo Ganna e Joshua Tarling, che proveranno, se arriveranno ancora con qualche energie residua, a vincere pure la crono individuale, e Tobias Foss il quale potrà sfruttare le sue qualità anche in fuga o stando vicino ai capitani in montagna. Michał Kwiatkowski non ha bisogno di presentazioni, la sua convocazione, l’ennesima al Tour, dà solidità ed esperienza alla squadra, mentre Dorian Godon è uno dei francesi con più aspettative per provare a vincere una tappa, magari in uno sprint ristretto, sia in fuga o nel gruppo maglia dei migliori.

Quinn Simmons è un altro dei corridori più attesi per le fughe, lui che quando c’è da accendere una miccia non si tira mai indietro, corridore dinamitardo, anarchico, a tratti estremamente spettacolare. Lo scorso anno per un paio di settimane è sembrato irresistibile, un’iradiddio, salvo, alla fine, raccogliere poco (un secondo e un nono posto di tappa). Lotto-Intermarché è squadra che ha velleità soprattutto pensando a offendere più che a coprirsi; Lennert Van Eetvelt difficilmente potrà fare classifica (prima di ritirarsi non c’è riuscito manco al Giro…), ma nemmeno di giocarsela ad armi pari, nei suoi arrivi (mossi, salite brevi, magari dure, insomma percorsi da ardennisti, più che da scalatori veri) con i calibri più grossi della corsa e allora si dovrà inventare qualche fuga buona così come faranno Georg Zimmermann, Liam Slock, Huub Artz e Jenno Berckmoes tutta gente in grande forma e che potrebbe trovare un successo di tappa attaccando da lontano. Chi non ha bisogno in tal senso di spinta è Baptiste Veistroffer, il fugaiolo per antonomasia di queste ultime due stagioni, capace di macinare migliaia di chilometri faccia al vento, fa il suo esordio al Tour per farsi conoscere e amare anche da un pubblico più ampio.

Oltre alla classifiche di Uijtdbroeks la Movistar punta a vincere (almeno) una tappa e tra Raul Garcia Pierna, Pablo Castrillo, Einer Rubio, Javier Romo e Jefferson Alveiro Cepeda avrebbe tutto il potenziale per farlo con una fuga in alta o media montagna. Nelson Oliveira e Michel Hessman, invece, saranno perlopiù di supporto. Nella NSN Cycling Team, Marco Frigo inseguirà fughe a ripetizione e George Bennett proverà, finché riesce, a far classifica, altrimenti pure lui si dedicherà alle azioni da lontano, soprattutto nelle tappe più dure, mentre in casa Red Bull-BORA-Hansgrohe è molto atteso Maxim Van Gils, che sarà il battitore libero di una squadra che, come abbiamo visto, avrà mire di altissima classifica, ma non disdegnerà la possibilità di raccogliere qualcosa con il talentuosissimo classe ‘99 belga. In montagna Valentin Paret-Peintre sarà tra i più attesi, vincitore al Giro nel ‘24 a Bocca della Selva, ma soprattutto al Tour sul Mont Ventoux nel ‘25, come lui magari anche Louis Vervaeke, più libero del solito da compiti di gregariato in casa Soudal, potrà provarci in fuga nelle tappe con tanto dislivello. Il team Jayco AlUla andrà a caccia di successi parziali, con una varietà di corridori di alto livello, ma magari in tappe meno impegnative. Mauro Schmid ha tanta qualità da mettere in campo quando va all’attacco, punta forte su un successo, ma ne ha anche per aiutare i suoi e tra quelli a cui dare una mano c’è Michael Matthews che viene da stagioni difficilissime per via di infortuni vari, non è più un ragazzino, ma ha sempre la classe per imporsi su quasi ogni terreno. Felix Engelhardt, di recente laureatosi campione di Germania, può essere un po’ la sintesi di entrambi: tiene bene in salite non troppo lunghe e ha un discreto spunto veloce. Se al Giro non si è mai visto, ritiratosi nelle prime tappe, al Tour cerca riscatto. Chiudono la selezione Jayco  due australiani di grande esperienza come Luke Durbridge e Kelland O’Brien, perlopiù passisti che aiuteranno la squadra, magari anche andando in fuga. Team Picnic PostNl che farà quel che può, essendo una delle squadre meno competitive del World Tour (e faticherebbe anche a esserlo tra le professional), abbiamo parlato del velocista e del suo treno, restano in ballo Warren Barguil, corridore in netta parabola discendente da diverse stagioni e che riesce ugualmente, dopo un Giro in cui era più la volontà che le gambe, a strappare una convocazione per il Tour. Sicuramente ci proverà, ma c’è troppa gente che viaggia più forte di lui, come, magari, sperano nella squadra di matrice neerlandese, possano fare Robbe Dhondt e Frank van den Broek, due che in salita tengono bene, il primo lo impareremo a conoscere magari proprio a questo Tour, il secondo lo conosciamo bene. In Francia una tappa l’ha sfiorata nel 2024, arrivò in passerella e lasciò il successo al suo capitano Bardet, e nel 2025, battuto in fuga dal solo Kaden Groves, in stato di grazia quel giorno. Inutile dubitare di lui: ci proverà e riproverà anche quest’anno, dopo aver concluso un Giro d’Italia con pochi guizzi, il terzultimo posto, una spalla dislocata nei primi giorni e un paio di fughe nella terza settimana.


Jonas Abrahamsen, Uno-X Mobility, dalla forza inesorabile quando va all’attacco, un po’ su tutti i terreni (tranne le salite lunghe) è tra i più attesi cacciatori di tappe. Al Tour ha sempre dato spettacolo e lo scorso anno ha pure vinto una tappa, a Tolosa, andando in fuga praticamente dal km 0, battendo corridori come Schmid, van der Poel, van Aert, Ballerini. La squadra norvegese punta alle tappe anche con Anton Charmig, corridore esplosivo e resistente sulle salite di media lunghezza, che di recente ha conquistato la vittoria più importante in carriera imponendosi, dopo una lunghissima fuga, in una tappa del Delfinato.

Se Aaron Gate, XDS-AStana, a quasi 36 anni farà il suo esordio al Tour (pensate, tra i 48 debuttanti della corsa gialla, lui è il più vecchio, mentre il più giovane è Seixas e tra i due passano quasi 16 anni) e cercherà, magari con un colpo di mano, a vincere una tappa o a piazzarsi bene portando punti alla sua squadra, Alex Aranburu, Ben Thomas e Ion Izagirre inseguono con grande ambizione successi di tappa per la Cofidis su terreni differenti. Aranburu un po’ ovunque, in fuga anche in giornate più impegnative, se in stato di grazia è difficile staccarlo ed è anche veloce, oltre che uno dei migliori discesisti del gruppo, Izagirre in montagna (e pure lui va forte in discesa), Thomas nelle giornate medio facili. La Cofidis ogni tanto si ricorda di essere una buona squadra, una di quelle con maggiore tradizione e quindi a volte il colpetto riesce a batterlo: sarà così anche quest’anno?

Julian Alaphilippe, per la Tudor Pro Cycling Team, non ha di certo bisogno di presentazioni. Al Tour ha vinto 6 tappe, ha vestito ogni maglia, il suo arco narrativo è stato pressoché completo e completato. Non sappiamo ancora quanti anni avrà davanti come corridore professionista, ma prima del declino inesorabile – che preconizzo ogni anno, ma alla fine lui smentisce sempre – mi aspetto una degna conclusione. Un colpo buono magari ce l’ha ancora in canna e tappe su cui mettere le sue fiches anche. Lo aspetto. Restando in Francia,  la TotalEnergies punta tanto su Joris Delbove, dato in grande forma, terzo al recente campionato nazionale dietro Grégoire e Lapeira. Tiene bene su percorsi impegnativi, da classiche e non è nemmeno fermo in caso di sprint ristretto, caratteristiche che condivide con Matteo Vercher e Alexandre Delettre, due che fanno della fuga la loro vocazione e  potremmo vedere spesso all’attacco anche in questo Tour, così come Mathis Le Berre e Thibault Guernalec.

Esordio al Tour per la Caja Rural che, come avete visto, punta su Gaviria per le volate e per il resto la troveremo all’attacco in montagna – con Abel Balderstone, Sebastian Berwick e Felix Parra, sono in grande forma e nella fuga giusta possono anche vincere, ma chissà che magari uno di loro possa pure provare a tenere duro in classifica – nelle giornate meno dure con Jakub Otruba o provare a piazzarsi nelle tappe vallonate con Alex Molenaar, Joel Nicolau e Stefano Oldani, corridori che hanno anche un buono spunto veloce, sono esplosivi, se in giornata possono tenere sugli strappi brevi.

SPEDIZIONE ITALIANA UN PO’ GRAMA, MA QUESTO OFFRE LA CASA

12 corridori italiani al via non è nemmeno un numero così basso confrontato alle ultime stagioni, la qualità, invece, è quella che è, ma rispecchia il livello del nostro ciclismo che fa grande fatica a farsi spazio quando il livello diventa il massimo possibile: se fosse un videogioco, il Tour de France sarebbe l’hard-mode del ciclismo mondiale. Questi 12 li ho già nominati, ma qui entro un po’ di più nello specifico. Filippo Ganna è il nome più altisonante, ma cosa aspettarsi da lui? La Netcompany INEOS lo porta perlopiù per il contributo che riesce a dare alla causa, cronosquadre e lavoro per i suoi capitani nei finali di gare, vedremo come arriverà a livello di energie per l’unica crono presente, dove, tuttavia, sarà uno dei due, tre favoriti. C’è Davide Ballerini, XDS Astana, che ha vinto poche settimane fa al Giro, poi è caduto, ma si è ripreso e lo scorso anno arrivò secondo nell’ultima tappa a Parigi. Pochi corridori in circolazione come lui, fra quelli che hanno caratteristiche da velocista resistente, riescono a crescere man mano che un grande giro va avanti; lui comunque ci prova sempre e chissà che peschi un nuovo jolly come successo a Napoli al Giro. Lorenzo Germani è un gregario importante per la Groupama, ma è uno che sa anche ritagliarsi il suo spazio: non ci stupiremmo nel vederlo provare a vincere una tappa con una fuga da lontano. Stessa cosa Marco Frigo, forse dopo Ganna e più ancora di Ballerini, il più atteso tra i corridori italiani. Lui sì che si sta ritagliando una carriera da fugaiolo grazie alla quale in stagione ha pure chiuso in top ten la Amstel. Qualche centesimo su di lui lo si potrebbe giocare per una vittoria di tappa e probabilmente qualcosa si vincerebbe da qui a fine Tour: le giornate per lui, che tiene bene in salita, non disdegna il caldo, ama stare chilometri e chilometri faccia al vento, sono, sulla carta, tante. Se Davide Piganzoli, in salita, e il ristabilito, dopo la brutta caduta nella crono del campionato nazione, Edoardo Affini, in pianura e nella cronosquadre, saranno gregari di Vingegaard, Stefano Oldani e Matteo Trentin avranno le loro chance. O gettandosi in qualche sprint ristretto oppure in fuga, sfruttando magari il colpo d’occhio e lo spunto veloce. Mattia Cattaneo, Red Bull-BORA-hansgrohe, condivide, con Piganzoli e Affini, il ruolo di gregario di corridori papabili al podio. Correrà in supporto di Evenepoel e Lipowitz, e appare proprio una sintesi dei due italiani della Visma, andando forte a cronometro e tenendo bene in salita, mentre, infine, Damiano Caruso e Antonio Tiberi daranno il loro contributo alla squadra, Bahrain-Victorious, magari aiutando Lenny Martinez in salita o provando in prima persona fughe da lontano nelle tappe di montagna. Per Caruso vincere al Tour sarebbe un premio alla carriera e una chiusura del cerchio – dopo aver vinto nel 2021 una tappa Giro e una alla Vuelta. Per Tiberi sarebbe una svolta quasi imprevedibile a una carriera che pare del tutto plafonata nella mediocrità.

PERCORSO TOUR 2026

Si parte da Barcelona, e sarà subito una grande festa. Si è scelto, però, di farlo in maniera particolare: cronosquadre (che non si vedeva al Tour da un po’ di anni e che ricordo ha subito una decisa modifica: il tempo individuale di ogni corridore varrà per la sua classifica generale) e serale. Potrebbe essere già una sfida per la maglia gialla tra Vingegaard, Pogačar, Seixas e il duo Red Bull Evenepoel-Lipowitz, ma occhio alla Ineos che porta Ganna anche ( o soprattutto) per questo sforzo. Il giorno dopo, ancora a Barcelona, si fa sul serio: tappa per corridori esplosivi, sfida tra cacciatori di classiche e uomini di classifica. La terza tappa, la Granollers – Les Angles, secondo il sito ufficiale è tappa di montagna. Vero che ci sono due salite sopra i 1500 metri, ma l’impressione è che gli uomini di classifica se ne stiano buoni e che quindi possa arrivare la fuga. Da Carcassonne a Foix di nuovo si strizza l’occhio a fugaioli o puncheur, poi dipende sempre tutto da quello che vogliono fare gli uomini di classifica, mentre la tappa numero 5, la cambiale da pagare a Pau (stavolta sede d’arrivo), è la prima chance di una volata vera e propria di gruppo. Tappa 6: si arriva a Gavarnie Gèdre, ma si scalano Aspin e Tourmalet, non serve aggiungere altro a un Tour duro sin dalle prime tappe. Il giorno dopo a Bordeaux e quello successivo verso Bergerac, avremo probabilmente la seconda e la terza chance per gli uomini veloci di sfidarsi in una volata a gruppo compatto. Domenica 12 luglio, prima del giorno di riposo, la tappa 9 da Malemort a Ussel vede scritto a caratteri cubitali: fuga!

Tappa 10, 14 luglio, sarà grande festa in Francia sul Massiccio Centrale con la Aurillac-Le Lorian. Tappa dura, sette GPM, tra cui Puy Mary-Pas de Peyrol e Col de Pertus. Arrivo a le Lorian dove Vingegaard sconfisse Pogačar nel 2024. Tappe 11 e 12 ancora volata, tappa 13 l’arrivo a Belfort con il solo Ballon D’Alsace da scalare nel finale potrebbe richiamare all’appello qualche uomo di classifica o magari sgranare il plotone e vedere una volata di un gruppo molto ristretto. Il giorno dopo ancora Vosgi, ancora Ballon d’Alsace ma stavolta in compagnia di altre salite con arrivo a Le Markestein Fellering dopo aver superato l’impegnativo Col du Haag. Fuga tra gente forte e lotta per la classifica così come il giorno dopo con uno degli arrivi più duri del Tour 2026, a Brison sul Plateau de Solaison, 11,3km al 9% di media, già affrontata qualche settimana fa al Tour de Suisse. Riposo prima dell’ultima settimana che si apre con la crono di 26.1km da Evian les Bains a Thonon les Bains, troppo corta per essere vera, ma tant’è. Volata (o fuga se non ci sono gambe per tenere chiusa la tappa) a Voiron e classica tappa da fuga nell’ultima settimana con l’ondulata Voiron-Orcières Merlette prima della due giorni più attesa (e stramba) del Tour: due arrivi nella stessa località, ovvero Alpe d’Huez. Il primo giorno è giornata per distruggere ogni record di scalata, il secondo, penultima tappa del Tour, con la Bourg D’Oisans-Alpe d’Huez abbiamo anche la giornata più difficile altimetricamente parlando. Croix de Fer, Télégraphe, Galibiere, e infine Sarenne per arrivare su all’Alpe d’Huez. Infine arrivo a Parigi che lo scorso anno ci regalò una giornata memorabile con la vittoria di van Aert. Confermato Montmartre a fare selezione, magari, se sarà ancora in corsa, potrebbe essere la giornata per l’altro van, ovvero der Poel.

Per seguire nel dettaglio le tappe, con le loro altimetrie, gli orari di partenza e arrivo ecco il sito ufficiale del Tour: https://www.letour.fr/en/overall-route

LE STELLINE DI ALVENTO

MAGLIA GIALLA

⭐⭐⭐⭐⭐ Pogačar
⭐⭐⭐⭐ Vingegaard
⭐⭐⭐ –
⭐⭐ Del Toro, Seixas, Lipowitz, Evenepoel
⭐ Ayuso, Riccitello, Pidcock, TH Johannessen, Tejada, Uijtdebroeks, Arensman, Vauquelin, Hindley, Jorgenson, Yates, McNulty, Skjelmose, Carapaz, Healy, Martinez

MAGLIA VERDE

⭐⭐⭐⭐⭐ Philipsen
⭐⭐⭐⭐ Pedersen
⭐⭐⭐ Merlier, Kooij, Girmay
⭐⭐ De Lie, van der Poel, Waerenskjold
⭐ Turgis, Fretin, Pogačar, Gregoire, Godon, Bittner, Vingegaard

MAGLIA A POIS

⭐⭐⭐⭐⭐ Martinez
⭐⭐⭐⭐ Pogačar, Carapaz
⭐⭐⭐ Vingegaard, Seixas
⭐⭐ Pidcock, Jegat, Tejada, Storer, Vauquelin
⭐ Lipowitz, Arensman, Evenepoel, Healy, Steinhauser, O’Connor, Verstrynge

MAGLIA BIANCA

⭐⭐⭐⭐⭐ Seixas, Del Toro
⭐⭐⭐⭐-
⭐⭐⭐ Ayuso
⭐⭐ Vauquelin, Uijtdebroeks
⭐ Martinez, Riccitello


Dispacci dal World Tour #25

Chi ci segue, o meglio, chi segue nello specifico questa rubrica, sa che esce quando vuole e puote, ma soprattutto, a dispetto del nome (poco) generico cerca di trattare diverse forme di ciclismo, non solo, nello specifico, quello del World Tour.

Cominciamo dicendo che il calendario così intasato è uno schifo. Nemmeno il tempo di riprendersi dalla fine di un Giro d’Italia (bruttino?) che ci siamo ritrovati con giornate piene di corse su corse da non sapere nemmeno dove e cosa guardare. Prodotti perfetti per la bulimia del fruitore di questi tempi, il quale, magari, guarda senza nemmeno assimilare, capire, analizzare. Lo fa tanto per e sono dell’idea si perda totalmente il gusto di ciò che vediamo. Un modo per ammazzare la passione, più che alimentarla. Figurarsi se poi ci sono 35 gradi a giugno quanto sia forte la voglia di stare davanti agli schermi a seguire dieci corse in un giorno.  D’altra parte ci sono molti appassionati che, consapevolemente, sono felici di vedere corse già finite a 100km dall’arrivo, quindi…

Magari aver letto il risultato, un ritiro, un ritardo fa dell’appassionato un vero e proprio esperto pronto a sparare sentenze caustiche, ma non lo si può mica biasimare, eh? Direbbe interrogandosi retoricamente uno come Roglič che esce con la sua solita aurea mediocritas dal Giro di Svizzera, a livello di atteggiamento, ma ne viene fuori palesemente in fase calante; poi magari alla Vuelta avrà un colpo di coda, ma dubito soprattutto perchè il suo colpo di coda significherebbe vincerla e se in Spagna ci va il connazionale…

Bisogna avere fegato per mettersi a seguire tutta sta roba, bisogna avere una grande memoria per ricordarsi tutto ciò che è successo e pure un enorme equilibrio (altro che aurea mediocritas) per non iniziare a mescolare fatti, attacchi, salite, cadute. Insomma, improponibili questi ultimi due fine settimana con una decina di corse al giorno, non giova a nessuno, nemmeno a malati come chi vi scrive, che ha fatto delle scelte.

Una di queste è stata mettere in primo piano il Next Gen, il Giro Under 23 vinto da Finn, ma non è tanto sull’angloligure che mi vorrei soffermare pur sottolineandone la grande qualità dei suoi successi, la dimostrazione come ormai, a tutti gli effetti, la categoria gli vada stretta e ora i prossimi obiettivi saranno Avenir e Mondiale. In Francia, come abbiamo scritto più volte, si cerca (disperatamente) la doppietta con il Giro. Le statistiche non gli sono minimamente d’aiuto, perché ogni volta che uno ci prova rimbalza. L’ultimo (ma vi sveliamo, anche l’unico) ad aver vinto Avenir e Giro Baby (diamo l’appelativo che è stato di moda un tempo, per una corsa che negli anni ha cambiato modalità e denominazioni) è stato Baronchelli nel 1973 e per fare esempi recenti di corridori che arrivavano con l’idea di raddoppiare mi vengono in mente: Sivakov nel 2017 dopo aver vinto il Giro arriva da favorito al Tour, esce di classifica, vinta da Bernal, ma riesce lo stesso, con una grande impresa, a conquistare una tappa in fuga da lontano l’ultimo giorno. Nel 2021 Ayuso domina il Giro davanti a Johannessen (Tobias) ma all’Avenir cade e si ritira e in Francia vince proprio il norvegese. Nel 2022 Leo Hayter vince il Giro, davanti a corridori come Van Eetvelt e Lenny Martinez, ma in Francia non sarà mai protagonista fino a ritirarsi l’ultimo giorno. 2023 Staune Mittet dopo aver stravinto un Giro di basso livello si ammala nella prima tappa dell’Avenir e si ritira. Nel 2024 Widar salta malamente di classifica il penultimo giorno quando era perfettamente in linea per giocarsela e Omrzel, invece, non riesce a stare con i migliori lo scorso anno nella corsa vinta da Seixas. Insomma non di grande auspicio per Finn.

Però Finn mi sa che è abituato a segnare record e sfatare tabù: è il primo italiano capace di vincere la corsa rosa per under 23 dai tempi di Cattaneo 2011, mica poco, e anche se dietro di lui in classifica c’è il nulla più assoluto (Scalco, che ambiva al podio, chiude 11°, poi arriva Cattani, buon 16° e un ritrovato Bessega 21°), portiamo pazienza, perché tanto ormai ci stiamo abituando a un ciclismo italiano che fatica con la classe di mezzo. La sua superiorità è stata tale da sembrare vederlo vincere con un filo di gas sia in salita che a cronometro. Per lo stile lo paragonano al campione del mondo sloveno, per me è più bellino da vedere Finn, così alto e slanciato in bicicletta, quell’altro, invece, con quelle misure tutte sue particolari sembra sempre appeso al manubrio e sul punto di cadere dal sellino. Per la facilità con cui si è sbarazzato della concorrenza (Ramirez e Bravo!) è parso avere quelle stesse categorie (un paio) di differenza che ha dimostrato Vingegaard con  suoi avversari al Giro.

Dicevo che di questo Next Gen volevo parlare anche, o soprattutto, o comunque porre in particolar modo l’accento sulle prove degli italiani delle squadre continental (italiane) perché a differenza di ciò che accadde lo scorso anno, quando Agostinacchio vinse una tappa, sì, ma per il resto furono poca cosa, quest’anno c’è stato modo per mettersi in evidenza. Matteo Fiorin ha vinto una tappa in volata, à la Gaviria”, Pizzi, Fabbro e Arrighetti ne hanno sfiorata una a testa. Il primo anticipando e venendo battuto proprio da Fiorin sul traguardo, il secondo nella tappa d’avvio vince la volata di gruppo battendo nientemeno che Donati e Delle Vedove e mangiandosi le mani perché davanti, della fuga, era rimasto solo Haugland. Il terzo è tornato a mostrare la qualità e la solidità degli anni scorsi sfiorando la vittoria a Bacoli, battuto, dopo essere stato in fuga tutto il giorno, dal solo Matisse Van Kerckhove, ovvero una dele stelline di questa corsa. Poi ci sono stati i piazzamenti nei 10 non da buttare, di certo, dei vari Menghini, Fantini, Lorello, Anastasia (che ha dimostrato di andare forte su diversi terreni), Gialli (che si è messo in mostra anche in fuga), e ancora di Fiorin, Fabbro e Arrighetti capaci di ottenere altre top ten di tappa. 

Un accenno anche ai primo anno: gli spagnoli Cubillas e Villate della Movistar, classe 2007, il primo di febbraio, il secondo di fine novembre, sono stati i migliori, rispettivamente 10° e 12° in classifica. Molto interessanti considerando poi che Cubillas è in assoluto uno dei migliori primo anno della stagione.

Poi ci sarebbe da parlare in ordine sparso, casuale, perché come detto troppe corse e alla fine mi ricordo ben poco, della vittoria di Piganzoli in Francia, la prima in maglia Visma, che diventano due perchè fa sue tappa e classifica finale della Route d’Occitanie che gli valgono il posto al Tour al posto di van Aert; di Lipowitz in Slovenia, che per vincere deve battere i suoi compagni di squadra e con la sua regolarità ambisce di nuovo al podio del Tour (per me sarà molto difficile). Pidcock vince in salita l’Andorra classic davanti a Verona, padrone di casa; Pidcock che chissà fino a dove vorrà spingersi al Tour 2026. Ha già provato a fare classifica in Francia, in Spagna c’è riuscito alla grande (podio alla Vuelta), ma la concorrenza alla Boucle sarà enorme: certo che in salita va molto forte e lo sta confermando. Punterà a una top ten che, visti i nomi al via del Tour, vale quasi come il podio ottenuto in Spagna lo scorso anno? Oppure lo vedremo solo giocarsi le tappe? Personalmente preferisco la versione meno sparagnina, ma chissà… la sua squadra raccoglierebbe punti molto pesanti in caso di piazzamento in alta classifica al Tour.

Ci sarebbe da parlare della sfida in Belgio tra gli sprinter più forti al mondo: Philipsen, Merlier, Kooij e a loro aggiungiamo pure Girmay. I quattro si ritroveranno (Decathlon permettendo che non ha ancora sciolto le riserve sulla partecipazione di Kooij) al Tour dove daranno il via a uno dei momenti di più alto livello per le volate degli ultimi anni. Noi, come ciclismo italiano avremmo un corridore che se la giocerebbe alla grande, Milan, ma il friulano non ci sarà e al Tour i nostri colori rischiano di essere meno che comparse.

Chiudiamo con la Svizzera dove lanciano segnali i giovani Widar e Martinez, finalmente, entrambi reduci da infortuni, stanno bene e valgono già il meglio in salita (Martinez lo sapevamo, Widar lo attendevamo) e si rivedono Vacek e Bagioli i quali, se non altro, fanno ben sperare che la Lidl possa essere di nuovo competitiva per le vittorie dopo un periodo difficile. Periodo difficle che continua per Tiberi che ha scelto il Tour al posto del Giro quest’anno perché, parole sue, gli si addice più di ogni altra corsa, lo stesso Tiberi che sosteneva come a lui piacciono le gare tirate dall’inizio. Nella prima tappa dello Svizzera si è staccato da mezzo gruppo a 80 km dall’arrivo sulla prima salita di giornata.


Mini guida al Giro Next Gen 2026

No, non temete, anche se da titolo e durata della lettura secondo il plugin di wordpress lo avrete già intuito: non andrò troppo per le lunghe, anzi, per facilitare a me (e a voi) il tutto, lascio qui alcune considerazioni sulla corsa dello scorso anno che può fungere da lancio verso ciò di cui parleremo quest’anno: https://alvento.cc/appunti-dal-giro-next-gen-2025/

Ecco il percorso: Giro Next Gen 2026 interamente disegnato nel centro sud Italia e questa sì che è una notizia. Si parte dalla Calabria (da Reggio) per arrivare in Abruzzo (a L’Aquila), attraversando Basilicata, Puglia, Campania, Lazio. Otto tappe: 2 possibili volate – ma occhio alle fughe – 2 arrivi in salita, 3 tappe vallonate e dalle difficoltà differenti di volta in volta, infine una bella cronometro di 22 km.

Primo giorno si parte da Reggio Calabria per arrivare a Vibo Valentia: prima parte pianeggiante lungo lo Ionio per poi passare nell’entroterra con due salite negli ultimi 50 km, non durissime per carità, ma nel finale una rampetta potrebbe sgranare il gruppo e premiare corridori esplosivi e magari tenere già davanti qualche uomo che punta alla classifica generale.

Seconda tappa, da Tropea a Crotone, dalla costa tirrenica a quella ionica, tagliando in due la regione. Frazione mossa nella parte centrale che potrebbe favorire una fuga, altrimenti è volata a ranghi più o meno compatti (e potrebbe essere anche l’unica).

La terza tappa, da Sibari (ancora mar Ionico) a Villa d’Agri di Marsicovetere segna il passaggio dalla Calabria alla Basilicata, dalla provincia di Cosenza a quella di Potenza. Giornata da non sottovalutare: 169 km di continuo su e giù, con salite più o meno lunghe e che porterà gli uomini di classifica al primo scontro diretto. A Viggiano probabile resa dei conti giornaliera.

Quarta tappa, da Matera a Corato. Anche in questa giornata il percorso è mosso e le salitelle non sono da sottovalutare: frazione per fuga o per uomini veloci ma resistenti, dipenderà sempre dall’atteggiamento dei favoriti e delle loro squadre. Come il giorno prima, volendo, c’è il terreno per fare un po’ di selezione e arrivare magari in pochi lì davanti – a maggior ragione in una categoria dove le differenze sono più spiccate rispetto al professionismo.

Tappa numero 5 e dopo la Puglia, si va in Campania. Da Bacoli a… Bacoli con il circuito nei Campi Flegrei e il Monte Procida da affrontare 5 volte. Che sia una prova generale per provare a organizzare un giorno il Mondiale su queste strade? I crismi ci sono tutti e il percorso è proprio da mini classica vallonata con il già citato Monte Procida, il durissimo strappo di Mofete e uno spettacolo suggestivo e anche tecnico per via delle variazioni planimetriche prima del finale, quando una discesa velocissima porterà al traguardo. Tappa da fuga, da gruppo spezzato e sgranato, da chi sa tenere duro e ha lo spunto veloce. Ampio il ventaglio di soluzioni.

La tappa 6, invece, con partenza da Velletri, segna il primo dei due arrivi in salita con l’ascesa del Monte Livata da Subiaco e prima ancora il Passo della Sella e un continuo su e giù nei dintorni di Roma. La salita finale misura 16 km, è molto irregolare all’inizio, dove alterna tratti in doppia cifra a veri e propri momenti in falsopiano, ed è caratterizzata da una seconda parte quasi tutta tra il 5 e il 7 %.

Tappa 7, breve, ma impegnativa e che potrebbe cambiare ancora la classifica, con l’arrivo in salita a Piana delle Mele (Guardiagrele), non prima però di aver affrontato Forcella di Acciano e soprattutto Passo Lanciano, la salita più dura dell’intera corsa. 11,3 km all’8,5% di pendenza media con diversi tratti in doppia cifra. Si scollina ai -40 dall’arrivo, ma, dopo una lunga discesa il finale farà, se ce ne fosse ancora bisogno, tanta ulteriore selezione, quella decisiva.

Ultimo giorno, tappa 8, con l’attesissima cronometro da Villa Sant’Angelo a L’Aquila. 22,2 km, vallonata, in cui si potrà spingere e fare tantissima differenza. All’ottavo giorno di corsa e dopo due tappe di montagna la classifica potrà essere ribaltata completamente.

I PROTAGONISTI

Che non è, secondo la traduzione italiana, soltanto il titolo di un bellissimo film del 1992 di Altman (The Player) e no, non sto parlando nemmeno di un omicidio nel mondo di Hollywood (che poi è tutto un metaforone su come si lavora nell’industria del cinema). Qui si parla per ovvi motivi dei corridori da seguire con maggiore attenzione nella settimana che va da domenica 14 a domenica 21 e che percorreranno perlopiù le strade sopra descritte molto in breve.

⭐⭐⭐⭐

Avrei detto che c’è un solo favorito assoluto a cinque stelle, con margine, ma quel nome, che tutti avrete intuito è ormai il più che noto Lorenzo Mark Finn, di fianco, come si è visto, si ritrova “soltanto” 4 stelle e la vittoria finale se la dovrà sudare come forse non immaginava. Questo per via dell’infortunio che lo ha visto fermarsi dopo due giorni al Tour of the Alps dove dimostrò, seppure per una sola tappa, di valere corridori che poche settimane dopo sarebbero stati protagonisti al Giro. Da valutare, infatti, la condizione in cui si trova e anche i miglioramenti nelle corse a tappe: se fino a oggi si è dimostrato quasi sempre l’uomo da battere nelle gare di un giorno, nella gare divise su più giornate deve ancora dire la sua. Però una cosa c’è da dire: quelli che gli sono finiti davanti in questi anni (Bisiaux, Seixas, Nordhagen, Omrzel, Widar, Tuckwell e Novak) sono passati professionisti e gli avversari, seppure di livello, hanno qualcosa in meno di lui. Sulla carta.

⭐⭐⭐

L’avversario più temibile potrebbe essere Mateo Ramirez (UAE Team Emirates Gen Z), il quale però, dopo un 2025 rivelatorio sulle sue grandissime qualità, non si è mai visto: ha corso solo un giorno in 6 mesi. Lo scalatore ecuadoriano parte in seconda fila con Matteo Scalco (XDS Astana Devo team), che in stagione ha lasciato buone sensazioni in salita anche tra i professionisti, l’australiano della Lidl Trek Future Racing Jack Ward, tra le rivelazioni di questa stagione, il francese Rémi Daumas della Groupama FDJ United CT, anche lui andato già forte in alcune gare con i professionisti, scalatore dall’alto potenziale e di recente vincitore di una tappa alla Ronde de l’Isard in cui si sono scalate diverse vette affrontate negli anni al Tour de France e il belga Matisse Van Kerckhove che avrà dalla sua un jolly da giocare mica male: la crono di 22 km che chiuderà il Giro e dove, eventualmente, potrà scavare margine, recuperare posizioni e perché no, dovesse trovarsi in zona, pure attaccare podio o maglia rosa. Sul belga della Visma  |LAB Devo il punto di domanda è capire quanto potrà tenere sulle salite più lunghe, ma in realtà i suoi margini sono ancora da scoprire. Dovesse essere più avanti di quello che si pensa, diventerebbe lui, più del compagno di squadra Patryk Goszczurny (⭐⭐) l’uomo di classifica della squadra nerlandese, ma non solo, sarebbe cliente sgraditissimo (agli altri) per il podio.

⭐⭐

Troviamo poi (a due stelle), ma le differenze alla fine tra un corridore e l’altro sono minime e , come vedremo, ci saranno le solite sorprese inaspettate, Matteo Vanhuffel (Devo Tem Picnic PostNL), insieme a Finn e Scalco uno dei tre superstiti della top ten del Next Gen 2025, con lui anche il compagno di squadra il neerlandese Jurgen Zomermaand, prospetto molto interessante per la salita, Max Bock, tedesco della Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies, ottavo all’ultimo Tour de l’Avenir che, almeno sulla carta, sarà d’aiuto a Finn, ma, molto regolare in salita e tra quei corridori che migliorano più le gare sono dure, potrà ambire a un piazzamento in alta classifica. Jan Michal Jackowiak è l’uomo di classifica della Bahrain Victorious Devo team, squadra multinazionale che punta molto alle tappe, ma che ha nel polacco uno dei migliori primo anno di questa stagione e già capace di mettersi in evidenza in mezzo ai professionisti. Grande motore, vincitore quest’anno a San Vendemiano, da misurare sulle salite lunghe, ma dubbi in realtà ne lascia pochi: ha talento per dire la sua anche a questo Giro Next Gen. Viktor Soenens, scalatore belga, è uno dei diversi nomi che la Soudal QS Devo Team potrebbe lanciare in classifica, forse, per l’attitudine alle salite è il più adatto al percorso del Giro 2026, seppur non viene da un grande inizio di stagione e quindi in casa Soudal occhio anche a Henrique Bravo, brasiliano, corridore completo e dall’altissimo potenziale un po’ su tutti i terreni, veloce, resistente, e a Jasper Schoofs, un altro che dalla sua ha l’ultima crono in cui poter fare la differenza. Un altro blocco di squadre belga da seguire: parliamo di quelli della Lotto Groupe Wanty, Milan Donie e Kamiel Eeman potranno, visto il passaggio di Widar tra i professionisti, per la prima volta in tanti anni, fare la loro corsa e puntano alla top ten, anche se da dietro spinge Nils Driesen autore quest’anno di un enorme salto di qualità, infine Jan Huber, Tudor Pro Cycling Team U23, arrivato a ridosso della top ten la scorsa estate al Tour de l’Avenir, e secondo al mondiale in Rwanda quando fu l’ultimo a mollare le ruote di Lorenzo Finn, è corridore da temer eper l’alta classifica, essendo uno di quelli che si esalta nelle giornate più complicate altimetricamente parlando.

⭐

Altri, nomi che potranno ambire a un piazzamento in classifica: Joshua Golliker (EF Education Aevolo), che dopo le tre tappe vinte in due anni al Valle d’Aosta non si è più ritrovato, Kevin Biehl, danese della General Store Essegibi F.lli Curia, lo scorso anno 23° al Giro e 12° al Valle d’Aosta, il norvegese della Tudor Pro Cycling team U23 Jesper Stiansen, che se non lo vedremo in classifica proverà a vincere una tappa, Javier Cubillas, Movistar team, tra i prospetti spagnoli più interessanti in assoluto e il suo compagno di squadra Ibai Vilate; Balint Feldhoffer (Bahrain Victorious Devo team), Remi Arsac (Decathlon CMA CGM Devo team), Adam Rafferty (Hagens Berman Jayco), vincitore di una tappa lo scorso anno che proverà anche a vincere la crono, Liam O’Brien, Lidl Trek Future Racing, irlandese come Rafferty, 4° al Valle d’Aosta 2025, al Giro dello scorso anno lavorò a fondo per Withen Philipsen, qui forse avrà più spazio, Daan Dijkman (UAE Team Emirates Gen Z) vincitore della Liegi di categoria pochi mesi fa, e i francesi Ugo Fabries (sempre UAE) e Pierre-Henry Basset (XDS AStana Devo Team), quest’ultimo, però, con Simone Zanini, sarà una pedina fondamentale per la classifica di Scalco su cui la squadra kazaka punta forte.

Infine discorso a parte per la INEOS Grenadiers Racing Academy, squadra con corridori da scoprire, ma in che senso? Fino a che punto potranno arrivare in una gara a tappe di questa difficoltà? Cameron Rogers (che ha la crono dalla sua) è un corridore dall’altissimo potenziale, come Matthew Dodd e Nicolas Milesi che andranno perlopiù a caccia di tappe, mentre Max Hinds, Dylan Sage (anche lui forte a cronometro) e l’ex triatleta Fletcher Medway, si misureranno probabilmente anche nella generale.

PER LE TAPPE

Davide Stella (UAE) è il punto di riferimento per le volate, varie (2?) ed eventuali (lo scorso anno non ne sono arrivate, difficile tenere chiusa la corsa), attesissima la sfida con Davide Donati, sprinter (in realtà qualcosa in più per il futuro, in Italia si fa ogni tipo di scongiuro perché lui, Magagnotti e Finn non diventino gli ennesimi talenti dispersi nel marasma del professionismo) della Red Bull che ha già vinto due volte nella massima categoria e scusate se è poco. Sono veloci anche Thomas Capra e Seth Dunwoody, ma l’irlandese lo scorso anno vinse una tappa in fuga, tenendo bene anche in salit. In generale la Bahrain con Borremans e Hofer in aggiunta va a caccia di tappe su ogni terreno. Aubin Sparfel è il punto di riferimento della Decathlon CMA CGM Devo team. Lo scorso anno a suon di fughe e piazzamenti vinse la maglia a punti, non fece classifica (chi scrive continua a pensare che in questa categoria una top 10/15 è nelle sue corde) e non riuscì a vincere nessuna tappa, quest’anno quel paio di frazioni mosse sembrano disegnate apposta per lui che già tra i professionisti ha vinto e ha iniziato a piazzarsi bene nelle folli gare francesi per puncheur. Tomos Pattinson (britannico della EF Education-Agevolo) come il connazionale Jed Smithson (Hagens Berman Jayco) e il francese Eliott Boulet possono piazzarsi nelle volate di gruppo o imporsi in quelle più sgranate o in fuga, come pure Alessio Delle Vedove, Ludovico Mellano e Mattia Negrente sui quali la XDS Astana Devo team fa affidamento per riuscire a portare a casa una tappa.

L’italiano Juan David Sierra (Tudor Pro Cycling team U23) e il polacco Dawid Lewandowski (NSN Devo Team) sono altri due corridori veloci, ma resistenti adatti pure a finali mossi o selezionati. Il corridore italiano, che lo scorso anno fu escluso all’ultimo dalla Corsa Rosa per Under 23, non sta vivendo un periodo molto facile nella categoria. Pur dotato di enorme talento, da mettere a disposizione dei suoi come ultimo uomo, ma anche per potersi giocare in prima persona volate di gruppo, fughe, anche su percorsi vallonati, è evidente come stia facendo enorme fatica anche a capire cosa potrebbe diventare: se il Giro non è la sua ultima chance, in un ciclismo che non ha pazienza, poco ci manca.

I norvegesi del Team Drali Halvor Utengen e Hakon Oksnes sono da temere in una eventuale fuga o sprint a ranghi ristretti. il danese Patrick Frydkjaer (Lidl Trek Future Racing) con il compagno di squadra Andrea Bessega (che cerca la sua strada dopo una stagione difficile per problemi personali), il norvegese Halvor Dolven e il neerlandese Wouter Toussaint (Lotto Groupe Wanty) l’esplosivo britannico Elliot Rowe (Visma), vincitore lo scorso anno in fuga di una tappa all’Avenir, i francesi della Groupama Victor Lolergue, Johann Blanc e Soan Ruesche, il ceco della Development Team Picnic PostNL Pavel Sumpik, l’esplosivo colombiano Jonathan Guatibonza (Movistar Team Academy), l’italiano Federico Savino (SOudal QS Devo team), corridore completo, sono tutti atleti di livello che proveranno a vincere magari andando in fuga, alcuni di loro sfruttando lo spunto veloce, altri le capacità di resistere sulle salite, altri con un colpo di mano.

Ben Wiggins (Hagens Berman Jayco) come Aldo Taillieu (Visma LAB Devo), Duarte Marivoet (Lotto Groupe Wanty), Will Holmes (Hagens Berman Jayco), Reef Roberts (Groupama) sono, oltre a quelli già nominati negli altri capitoli, fra i corridori che potrebbero puntare alla crono finale.

E IL RESTO D’ITALIA?

Un Giro d’Italia Next gen sempre più internazionale e meno italiano: sono solo otto le squadre di casa  a cui va aggiunta la nazionale di Amadori. Senza Bardiani ed MBH (che lo scorso anno piazzarono in alta classifica Turconi, quinto, e Novak, terzo), c’è buona qualità anche se appare incanalata per lo più verso le tappe: sia nel tentativo di vincerle, che anche semplicemente di riuscire a esserne protagonista prendendo una fuga. Lo scorso anno il divario fu ampio, a parte le eccezioni (vedi Filippo Agostinacchio che conquistò la sesta tappa attaccando dalla fuga nella fuga, anticipando Borgo e Mattio, oggi tra i giovani più promettenti del ciclismo italiano e già in evidenza con i professionisti), molte squadre facevano fatica persoino a tenere le ruote del gruppo in alcune fasi ; in questa edizione 2026 potrebbero non cambiare le cose, ovvero una forbice ampia tra i corridori delle Devo del World Tour e alcuni corridori delle Continental italiane, ma nel mezzo, qualche buona speranza c’è. La Biesse Carrera resta una delle squadre riferimento e con Leonardo Vesco proverà a vicnere una tappa, magari in fuga sui percorsi più impegnativi e perrché no, tenere duro in classifica, mentre Nicolò Arrighetti, proprio ex Biesse e oggi alla General Store (altra squadra di riferimento da anni per l’Italia nella categoria) è un talento che aspettiamo da un po’ all’esplosione. Che arrivi qualche lampo proprio al Giro? Veloce e resistente, Arrighetti, all’ultimo anno nella categoria, un paio di stagioni fa sembrava sul punto di scalare il vertice rapidamente, poi una brusca frenata e ora cerca il rilancio. In squadra, in stagione, hanno però fatto vedere molto di più Cristian Remelli e Diego Nembrini anche loro corridori che hanno nella caccia alle tappe vallonate la propria vocazione. La Mg.K Vis Costruzioni e Ambiente ha in Vittorio Friggi e Luca Attolini gli uomini da seguire con maggiore interesse, ma per loro già un piazzamento di tappa tra i primi dieci sarebbe da accogliere stappando il vino migliore in cantina, la Solme-Olmo-Arvedi ha in Etienne Grimod un grande talento da rilanciare, ma soprattutto in Matteo Fiorin il velocista di punta che potrebbe provare a piazzarsi (o perché no a vincere sorprendendo gli altri) in una delle possibili volate attese, mentre la S.C. Padovani Polo Cherry Bank ha diverse frecce al proprio arco: Samuele Alari per la cronometro, Mirko Bozzola per le volate sia di gruppo che a ranghi ristretti, Antonio Bonaldo, ma soprattutto Riccardo Lorello, per le fughe nelle tappe vallonate. Quest’ultimo, vincitore quest’anno del Piva e della Coppa Della Pace e sul podio anche al Liberazione di Roma, proprio alle spalle del compagno di squadra Bozzola, il Giro Next Gen è il palcoscenico ideale per mettersi in mostra e strappare un contratto (che meriterebbe) da professionista. Se il Team Nippo non ha moltissimo da dire e dare, almeno sulla carta, viceversa il Team Technipes è molto atteso ed è forse la squadra italiana con più corridori che stanno facendo bene sia a livello italiano che internazionale. Alessandro Cattani ci riprova a fare classifica dopo uno scialbo Giro 2025, anche se ha caratteristiche per mettersi in mostra in qualche fuga nelle tappe più impegnative; Tommaso Anastasia è una delle rivelazioni stagionali: ha fatto un salto di qualità enorme, è andato forte anche in corse in Belgio contro una concorrenza qualificata e anche lui cerca un posto tra i professionisti (e visto il Mondiale in Canada pure in nazionale). Se Alessio Menghini, all’ultimo anno come Under 23 sarà la punta per le volate – ma è corridore che sa tenere bene anche su percorsi mossi -, Marco Martini e Tommaso Bambagioni sono altre due carte di qualità da spendere in fuga nei percorsi vallonati. Senza troppi giri di parole, anche con una concorrenza delle Devo straniere molto alta, dalla squadra di Coppolillo e Chicchi ci aspettiamo molto, pure un successo di tappa. La UC Trevigiani prova a rilanciare Lorenzo Mottes che dopo un brillante secondo anno tra gli juniors nel 2024, coronato dal successo di tappa al Lunigiana, con tanto di podio finale dietro Bisiaux e Finn e davanti a corridori come Nordhagen, Omrzel, Decomble, Bessega, Borgo, Widar, Torres (una delle edizioni con il livello di talento più alto di sempre), non è riuscito a sfruttare l’occasione di correre con uno dei team di sviluppo tra i più importanti in circolazione il CTF poi Bahrain. La squadra non lo ha aspettato e lui, al terzo anno nella categoria, sta iniziando a dare qualche segnale, ma è misurandosi con gli avversari che troverà al Giro il modo migliore per vedere a che punto è la sua parabola. Infine, a proposito di rilanci e chance (a oggi) non sfruttate, la nazionale guidata da Amadori punta forte su Stefano Viezzi. Grandissimo talento del ciclocross, il corridore friulano della Alpecin Devo (squadra assente qui al Giro), vuoi soprattutto per via di qualche infortunio di troppo, non sta mantenendo ciò che gli anni da allievo e soprattutto juniores dicevano di lui: ovvero si parlava una futura stella del ciclocross con buona, se non ottima, attitudine anche su strada. Viezzi, comunque giovanissimo, classe 2006 e quindi al secondo anno da Under 23, ha tutto il tempo per trovarsi o ritrovarsi scegliete voi. Il Giro è una buona occasione anche per, eventualmente, firmare un contratto per il 2027 (a fine stagione scade quello attuale e la sua squadra non glielo ha ancora rinnovato). In nazionale con lui da seguire anche i due Beltrami TSA, Davide Basso e Leonardo Rossi oltre al corridore della Campana Imballaggi Leonardo Volpato. Li potremmo vedere in fuga, quest’ultimo magari anche nelle tappe più impegnative, con l’obiettivo di tenere il più possibile la ruota dei migliori per ottenere un piazzamento di tappa nei dieci.


Il monumentale del Giro 2026

Il Giro d’Italia 2026 partirà da un luogo che, per interesse ciclistico, rischia di essere persino meno coinvolgente di quello scelto lo scorso anno – impresa non semplice da perpetrare, ma tant’è. Bisogna trovare il modo di mandare avanti il carrozzone, ed evidentemente Albania ieri e Bulgaria oggi sono state occasioni da cogliere.

Prima però di parlare del percorso, e prima ancora di accennare al fatto che il primo giorno di riposo coinciderà con un trasferimento enorme dalla Bulgaria alla Calabria – un dispendio di soldi ed energie che squadre, staff e un po’ tutti avrebbero volentieri evitato – conviene snocciolare la startlist. Raccontiamo chi c’è, accennando anche a chi manca, perché una vittoria si misura sempre anche sul livello degli avversari. E quest’anno mancheranno tanti corridori che, chi prima chi dopo, dal Giro sono passati: alcuni sì, altri magari li vedremo in futuro. Ma di certo quelle di Pogačar, Evenepoel, van der Poel, Pidcock, van Aert, Pedersen, Del Toro, Seixas, Almeida – unico tra questi che sarebbe dovuto esserci e invece non c’è – ovvero nove dei primi dieci corridori del ranking mondiale, sono assenze pesanti, che impoveriscono la lista di partenza della Corsa Rosa 2026. Che dite?! Ci siamo abituati!. Anche questo è vero.

Da un certo punto di vista non sarebbe nemmeno un problema, se non fosse che l’unico presente tra i primi dieci rischia di chiudere partita e campionato fin da subito. E qui si entra nell’aspetto tecnico, diciamo così. Se lo scorso anno l’assenza dei grandissimi delle classifiche generali aveva reso la corsa aperta fino all’ultimo, tenendo viva la fiamma dell’interesse per la Maglia Rosa, regalandoci per altro una bellissima ultima tappa di montagna, quest’anno – salvo interventi esterni, cadute, malanni o ritiri – c’è un forte odore di Giro che viaggia sulla falsariga del 2024.

La possibilità che la corsa venga chiusa alla prima rampa della prima salita è concreta: Vingegaard non ha rivali. Non è pensabile, per quanto mostrato in questa prima parte di stagione e per quanto ottenuto in carriera, che qualcuno possa creargli anche solo un piccolo grattacapo, un pensiero, che si possa aprire una crepa nel suo potenziale dominio. Oltretutto, come si è visto in Primavera (quando è ciclistica è sempre con la maiuscola), la Visma appare in grande condizione con i suoi capitani: tatticamente preparata, legata al Giro anche dalla tradizione più recente come dimostrato dalle vittorie al penultimo giorno di Roglič nel 2023 e di Simon Yates nel 2025. Una squadra che difficilmente mostrerà il fianco. Una squadra molto forte, come vedremo.

IL FAVORITO ASSOLUTO

Jonas Vingegaard senza alcun dubbio, senza se né ma. Può persino pensare di non dare tutto, usando il Giro sia per infoltire il suo palmarès che per diventare il primo, dai tempi di Froome a vincere tutti e tre i grandi giri, anticipando così – per una volta – il suo rivale sloveno. Vingegaard che proverà, anche nei limiti del possibile, a prepararsi vincendo il Giro senza strafare fisicamente pronto poi a sfidarlo un mese dopo in Francia.

Squadrone, nel contesto di questa Corsa Rosa, con Davide Piganzoli che, provando a stargli vicino per più tempo possibile potrebbe anche puntare a un piazzamento nei dieci. D’altra parte ai calabroni neerlandesi non è mai dispiaciuto piazzare in classifica dei GT più corridori possibili. Il corridore italiano è tra i massimi prospetti del nostro ciclismo per quanto riguarda le corse a tappe di tre settimane. Atleta solido, ma che cerca qualche guizzo in più: essere un vice Vingegaard al Giro è una grande occasione da sfruttare. Se per Piganzoli il meglio deve ancora venire, Sepp Kuss e Wilco Kelderman lo hanno alle spalle, ma sono qui ugualmente con un ruolo importante – dare una mano al capitano – e magari a cercare una giornata libera a testa per vincere in montagna e tenere una posizione dignitosa in classifica fino alla fine. Con una condotta simile Kuss lo scorso anno ha chiuso settimo La Vuelta, sfiorando un successo di tappa, mentre Kelderman potrebbe anche cercare di sbloccarsi: l’ultimo successo in carriera è del lontano 2015. Fatto sta che entrambi, tra i più forti interpreti delle gare di tre settimane di questi ultimi due lustri, portano tantissima esperienza. Sommando le loro partecipazioni nei grandi giri siamo a quota 36 compreso questo Giro. Chi invece farà da controcampo con il suo esordio assoluto è Tim Rex, fratello d’arte, neo professionista, speranza del gregariato mondiale, porterà borracce e darà una mano indistintamente in montagna e pianura. Bart Lemmen sarà uno dei primi vagoncini del treno in salita, ma si farà vedere anche in qualche ordine d’arrivo con finale impegnativo, mentre Victor Campenaerts porterà tutto l’agonismo possibile e immaginabile e sarà a lungo uomo ombra del favorito di questo Giro d’Italia.

TANTE ALTERNATIVE PER IL PODIO E L’ALTA CLASSIFICA

Iniziamo da quelle che sono le maggiori speranze del ciclismo italiano (che non sale su un podio di un grande giro dal 2021) a questo Giro e non solo: Giulio Pellizzari, che guida, insieme a Jai Hindley, la Red Bull-BORA-hansgrohe, è un altro che a ogni gara sembra mettere un mattoncino che lo porti verso la costruzione del suo castello e l’obiettivo è quello di far sventolare su una delle torri una maglia rosa. Forse, oggi, inteso come Giro 2026, è dura, vista la presenza di Vingegaard, ma sarà interessante studiarne la crescita: sembra che il ragazzo marchigiano abbia ancora del potenziale da esprimere. Non solo nell’affinare motore ed esplosività, non solo assemblare quei dati che solo l’esperienza ti sa dare, ma anche, più semplicemente, migliorare in una corsa lunga quasi un mese in tappe difficili e ravvicinate. Lo scorso anno alla Vuelta, ma eravamo a fine stagione e lui aveva corso con grande profitto anche il Giro, dopo aver vinto la tappa di Alto del Morredero, nelle ultimissime giornate ha leggermente perso il passo, finendo per scivolare dalla quinta alla sesta posizione. Quisquilie, ma per l’appunto, interessanti da notare. Di fianco a lui l’esperienza di Hindley, corridore di cui si parla sempre sin troppo poco ma pur sempre un vincitore di Giro, con un podio e tanti altri piazzamenti nelle grandi corse a tappe. Hindley sembra qualcosa in più di un semplice luogotenente, anche se sicuramente agli occhi della dirigenza tedesca al momento fa più effetto la gioventù di Pellizzari, ma un’ alternativa come l’australiano non si trova molto spesso in giro, al Giro, ma nemmeno al Tour. Ed è un solido nome per un posto sul podio. Solido lo era anche Alexandr Vlasov, ma sta vivendo stagioni difficili e pare abbia perso lo smalto per fare classifica e allora ci si affiderà lui e a Ben Zwiehoff per tirare in salita, il russo anche nelle fasi finali, il tedesco in quelle iniziali, così come Giovanni Aleotti resta uno dei corridori in assoluto più affidabili per un uomo che punta all’alta classifica di un GT. Forte in salita, veloce, utilissimo e devoto alla causa, il corridore emiliano è il perfetto prototipo dell’uomo squadra. Nico Denz, Gianni Moscon e Mick van Dijke andranno a rinforzare il team in pianura, con Moscon che porterà tante borracce, van Dijke cercherà anche un po’ di gloria personale in qualche sprint ristretto, Denz tirerà per tre o quattro corridori assieme e magari proverà pure a gettarsi in qualche fuga.

Thymen Arensman ed Egan Bernal guidano l’assalto al podio della Ineos, anzi, abituiamoci al nuovo nome, Netcompany INEOS, podio che in un grande giro manca proprio dalla Corsa Rosa del 2024 con Geraint Thomas. Arensman sul podio finale di una gara di tre settimane non c’è mai salito, ma quello visto al Tour 2025 è un serio candidato; Bernal, invece, non ci sale dal 2021, poi i problemi alla schiena, un grave incidente, una sorta di declino: entrambi, però, hanno il livello per provarci, in un contesto, quello del team britannico, che quest’anno è ritornato a fare molto sul serio da inizio stagione. Ad aiutarli nel loro intento una squadra forte, ricca anche di cacciatori di tappe (ne parliamo successivamente, di loro), con Jack Haig e Embret Svestad-Bardseng solidi coequipier per la salita, entrambi potrebbero anche provare a vincere una tappa di montagna o piazzarsi intorno alla quindicesima posizione finale. Connor Swift aiuterà tutti un po’ ovunque, idem Ben Turner, che si getterà anche in qualche volata di gruppo più o meno compatto.

Con Almeida fuori causa, Pogačar con la testa alla conquista del Tour de France e Del Toro vicino a lui a imparare come si fa, la UAE si ritrova all’improvviso un po’ spuntata al Giro e chi lo avrebbe mai detto? Adam Yates difficilmente potrà ripetere l’impresa del fratello di dodici mesi fa, se non altro per l’inscalfibilità in salita del favorito numero uno, ma anche per lui, come tutti quelli elencati in questo lungo capitolo sugli outsider, la possibilità di agguantare il podio, tre anni dopo quello conquistato al Tour, esiste. Così come è concreta la possibilità di vincere una tappa dopo averne conquistata una alla Vuelta e una alla Boucle e probabilmente è nel mirino come obiettivo – minimo o massimo vedremo strada facendo. Per la classifica c’è anche Jay Vine: l’australiano, se non cade, resta uno degli scalatori più forti del gruppo e con la possibilità pure di guadagnare su tanti avversari nell’unica cronometro a disposizione, ma su di lui pende sempre la spada del possibile incidente con ritiro dalla corsa e della capacità di resistere in un paio di tappe dell’ultima settimana con tante salite ravvicinate. Per il resto il corridore australiano potrebbe, finendo fuori classifica, fare anche il mattatore in fuga.

Jayco AlUla con Ben O’Connor capitano, corridore sempre indecifrabile, capace, al suo meglio, di essere tra i migliori in salita anche in corse come il Tour, e di lottare per il podio nei grandi giri, ma allo stesso tempo così enigmatico che avremmo qualche remora a puntare su di lui per un risultato anche mediamente importante. E quindi la domanda da farsi è: quale versione del simpatico corridore australiano troveremo? Lo scopriremo solo strada (quando sale) facendo. Gruppo GreenEdge, poi, con un solo dei quattro italiani in rosa al via: da ritenersi bocciati per il rendimento De Pretto, Conca e Covi? Diremmo proprio di sì, salvo smentita. Segno dei tempi. Con O’Connor, da seguire in salita, Alan Hatherley e Koen Bouwman. Il primo, in quel poco che corre su strada, mostra progressi e proverà a fare classifica al suo primo grande giro a 30 anni, ma dopo soli due anni da professionista, lui che è un grande specialista della mountain bike. Il secondo è proprio nella corsa rosa che ha fatto vedere le cose migliori, 2 tappe con maglia dei GPM nel 2022, risultato francamente irripetibile, 12° posto l’anno prima. Tornato al Giro ogni stagione sarà una pedina di buona qualità per O’Connor in salita, mentre Christopher Juul-Jensen sarà l’aiutante principale in pianura.

Felix Gall guida la Decathlon CMA CGM Team per la classifica, occhio al corridore austriaco perché ha preparato a puntino il Giro ed è uno che lo scorso anno ha fatto 5° al Tour e 8° alla Vuelta: risultati di peso. Gall, con questi nomi alla partenza, non ne ha troppi superiori in salita – ma deve limitare i danni nella cronometro – e in quel caso il 1° giugno potrebbe anche trovarsi sul podio. Johannes Staune-Mittet è una speranza un po’ sbiadita del ciclismo scandinavo, quasi vecchio stampo, di quelli che andavano fortissimo da giovani salvo poi un po’ perdersi tra i professionisti. Ha comunque solo 24 anni e le qualità non si smarriscono da un giorno all’altro. Sarà il suo secondo grande giro e può essere un’interessante seconda punta Decathlon per la salita. Gregor Muhlberger, invece, porta tantissima esperienza per le tappe di montagna e Callum Scotson è un corridore capace di andare forte ovunque e sarà un punto di riferimento per i suoi compagni di squadra sia in pianura che in salita, soprattutto nelle prime fasi di corsa.

Santiago Buitrago e Damiano Caruso guidano la Bahrain-Victorious a caccia di un doppio piazzamenti in classifica generale, consapevoli che forse le due carte migliori le hanno mandate al Tour, ma non è detto. Il colombiano se in forma è uno dei migliori scalatori del gruppo, e dalla sua ha anche la capacità di andare forte nelle salite brevi, e questo giro ha tante frazioni ricche di misteri da risolvere adatti pure a scalatori con il profilo da ardennisti come lo è Buitrago. L’italiano ha un curriculum che parla da solo: 21 partecipazioni a corse a tappe di tre settimane con un podio al Giro (2° nel 2021), altre svariate top ten in tutti e tre i GT con vittorie di tappa alla Vuelta e nella Corsa Rosa dove, nelle ultime stagioni ha chiuso 4° nel 2023 e 5° nel 2025. A fine stagione lascerà il ciclismo pedalato, perderemo uno dei più forti corridori italiani degli ultimi anni, ed è per questo che immaginiamo possa fare di tutto per lasciare ancora il segno. Fran Miholjevič in pianura, Mathijs Paasschens e Robert Stannard sulle prime rampe in salita) saranno uomini su cui appoggiarsi, oltre ai vari Alec Segaert, Edoardo Zambanini e Afonso Eulalio i quali, però avranno anche la possibilità spesso e volentieri di andare a caccia di una vittoria di tappa. Il belga esce da una buonissima primavera e ha più carte da giocare su diversi terreni, l’italiano insegue il primo successo tra i professionisti dopo una sfilza di piazzamenti nei dieci conquistati dal 2022 a oggi: 26. Con un secondo posto in una tappa del Giro e un terzo in una tappa della Vuelta come migliori risultati. Il portoghese, infine, è corridore veloce e resistente e oltre a poter dare una mano ai suoi capitani è un brutto cliente per tutti nei finali di gara mossi, ma non impossibili.

Enric Mas guida la Movistar Team e si gioca nella testa di alcuni tifosi quello spazio lasciato vacante da Mikel Landa: il suo è un esordio assoluto al Giro dopo sette partecipazioni al Tour e le medesime alla Vuelta. Arriva un po’ tardi e nel momento peggiore di una carriera condizionata da alti e bassi in cui ha avuto attimi salienti di altissimo livello come ad esempio il finale di stagione del 2022 quando si prese il lusso di battere Pogačar al Giro dell’Emilia e di sfiorare il successo al Lombardia. Chissà che l’aria italiana non gli faccia ricordare quanto forte è andato ogni tanto in carriera: da capire, però, che versione di Mas disporremo. Se in un buon momento, cosa che ultimamente è accaduta di rado, può persino lottare per un posto sul podio, ha già detto che è il suo obiettivo, altrimenti potrebbe pure fatica a stare in piedi e concludere la corsa. Di fianco a lui in salita Einer Rubio, tra i colombiani meno appariscenti del gruppo, negli ultimi tre Giro d’Italia ha occupato undicesima, settima e ottava casella finale, pure con una vittoria di tappa ottenuta in fuga nel 2023, in quella celebre tappa con arrivo a Crans Montana, accorciata per il maltempo e in cui approfittò del plateale litigio verso l’arrivo tra Pinot e Cepeda, infilandoli. Quell’anno vinse anche in salita all’UAE Tour davanti a Evenepoel e Adam Yates e sono gli unici due successi in carriera. Non ci stupiremmo se lo vedessimo attaccato con i denti per tutto il Giro per poi chiudere nei primi dieci al termine delle tre settimane. In terza battuta la squadra spagnola porta Juan Pedro Lopez che proprio in Italia (maglia rosa al Giro 2022 per diversi giorni e 10° posto finale, vittoria di una tappa e classifica finale al TotA del 2024 e, tra gli Under 23 vincitore di una tappa al Valle d’Aosta), ha vissuto le cose migliori che ora non gli vengono da un bel po’. In cerca di riscatto e probabilmente di qualche fuga buona, oltre a dover fungere da appoggio ai capitani sopra menzionati.

Derek Gee-West torna al Giro dopo il 4° posto del 2025 e la spettacolare corsa offerta nel 2023, e lo fa per provare a salire sul podio, così si dice, ma i fatti, a meno che non salga di colpi all’improvviso, potrebbero non confermare questa idea. Tutta (o quasi), salvo eccezioni, la Lidl-Trek appare un po’ in difficoltà e il canadese al TotA ha dimostrato di non essere da meno. Ciò che conta, però, è qui e ora, sulle strade del Giro d’Italia. La squadra oltre a lui potrà contare su Giulio Ciccone, il quale, però, se vincerà la tentazione di provare a fare ancora una volta classifica, diventa uno dei cacciatori di tappe più importanti da seguire, non che le due cose si escludano, sia chiaro, oltre a poter magari puntare anche sulla maglia dei gran premi della montagna, ma quello potrebbe venire da sé eventualmente strada facendo. Assieme a loro la squadra americana di matrice tedesca in salita potrà contare su Amanuel Ghebreigzabhier e Matteo Sobrero, i due saranno utili, su ogni terreno, anche in pianura, e in diverse fasi di gara. Sarà, tuttavia, come vedremo nei prossimi capitoli, una Lidl-Trek principalmente da volata.

La Pinarello Q36.5, orfana di Pidcock, punta a una buona classifica con uomini di esperienza come David de la Cruz e Chris Harper, i due in alta montagna sanno essere molto regolari anche in corse di buon livello, seppur lo spagnolo sembra avere ormai decisamente alle spalle il meglio. E a proposito di spalle, Nicolas Zukowsky sarà il gregario per la pianura, Mark Donovan un supporto in salita.

Michael Storer è l’uomo, invece, su cui punta forte la Tudor e lo fa a ragione: nelle ultime due edizioni della Corsa Rosa ha ottenuto due decimi posti che dicono meno di quello che è il potenziale del corridore australiano capace, nel 2021, di conquistare due tappe in montagna alla Vuelta, anno in cui vinse pure la maglia finale dei GPM. Non ci stupiremmo se, a fino Giro, dovesse migliorare il suo storico, magari non di tappe vinte in un GT, ma di piazzamento finale.

ALLA SCOPERTA DI QUALCHE “NOME NUOVO”

Oltre a Storer,  la squadra svizzera, che ci dà così l’occasione per dare il via al nuovo paragrafo, schiera Mathys Rondel uno dei volti nuovi da seguire con maggiore interesse per la classifica generale. Al suo esordio in un grande giro, al suo secondo anno tra i professionisti ha già dimostrato regolarità ad alto livello: 8° alla Parigi-Nizza e 5° al TotA in questi mesi sono un biglietto da visita importante. Regolarista in salita, Rondel è un nome che si farà conoscere al grande pubblico in queste settimane, ne siamo certi. Oltre al già citato Storer, ci sarà Florian Stork quando la strada sale, ma il tedesco proverà anche a vincere una tappa, magari in fuga, e sarà importante la presenza degli americani Will Barta e Larry Warbasse, tra le più costanti locomotive del gruppo.

Alessandro Pinarello è il “volto nuovo”, del ciclismo italiano per le classifiche generali, al momento, delle brevi corse a tappe, per i grandi giri vedremo: quest’anno ha fatto un notevole, quanto forse inaspettato, salto di qualità, finendo anche per conquistare poche settimane fa la sua prima vittoria tra i professionisti all’ O Gran Camino, in una volata in salita contro Adam Yates e Jorgen Nordhagen e chiudendo 3° nella classifica generale dopo aver ottenuto il 10° posto alla Tirreno Adriatico, con ben tre top ten di tappa e un 12° alla Volta ao Algarve. Niente male. Classe 2003 come Pellizzari, con il quale condivide anche il passato in maglia Bardiani, a questo Giro non vuole stupire, ma vuole confermare ciò che ha fatto di buono in questo scorcio di stagione cercando di tenere più duro possibile in classifica generale. Dovesse andare male si potrà riciclare in cacciatore di tappe; dovesse andare male dietro di lui la squadra di matrice svizzera potrebbe puntare sull’esperienza di Jan Hirt, scalatore già capace di vincere una tappa (e che tappa) al Giro 2022, sull’Aprica, davanti ad Arensman e Hindley, e di chiudere al 6°, all’8° e al 12° posto tre edizioni della Corsa Rosa. Con loro in salita ci sarà pure Nick Schultz, il quale avrà il compito non tanto di vedere di se stesso, quanto dei compagni di squadra, un po’ su tutti i terreni.

Johannes Kulset, altro nome relativamente nuovo da seguire, è, fra quelli che proveranno a fare classifica a questo Giro, pure il più giovane – per gli amanti di questo genere di notizie, il più giovane al via sarà Filippo Turconi, qualche mese meno vecchio di Markel Beloki e di Simone Gualdi. Classe 2004, due anni fa ha iniziato a farsi le ossa nei GT esordendo al Tour, mentre lo scorso anno ha mancato la selezione per la corsa francese, e quest’anno si testerà al Giro non tanto per puntare proprio così in alto, ma per continuare a ingrossarsi, a mettere via esperienza, a vedere fino a che punto potrà arrivare. Per qualcuno molto in alto, lui che non è così pubblicizzato come diversi suoi colleghi e coetanei, ma che ha stoffa da vendere quando la strada sale. L’obiettivo potrebbe proprio essere quello di vedere se riesce ad avvicinare un piazzamento nei dieci o provare a vincere una tappa. Concretizzare: non solo apparire; essere, non solo divenire, potrebbe essere il suo motto a questo Giro 2026.  Oltre ad Andreas Leknessund, attaccante nato, che al Giro ha vissuto uno dei suoi momenti migliori da professionista, con la maglia rosa indossata per qualche giorno nel 2023 e l’ottavo posto finale sempre in quell’edizione, presenti Sakarias Loland, Martin Tjotta, e Adne Holter, altri scalatori che daranno una mano al loro giovanissimo compagno di squadra.

Infine, Brieuc Rolland a rappresentare per la classifica una Groupama-FDJ pesantemente criticata per le scelte fatte di portare una squadra con atleti di secondo piano, ma il classe 2003 francese ha il potenziale per ben figurare in salita. Dategli un occhio. Quando la strada sale ci saranno anche Remy Rochas e Cyril Barthe che sanno tenere duro e hanno un buono spunto veloce e Josh Kench, neozelandese di 25 anni appena compiuti e al primo anno tra i professionisti, anche lui con un’idea per il futuro di diventare corridore da corse a tappe.

DI VELOCISTI O ROBE SIMILI

Jonathan Milan si candida per essere il velocista di riferimento a questo Giro d’Italia, ma non sarà semplicissimo. Le occasioni per rimpinguare il proprio palmarès (31 vittorie in carriera con 4 successi al Giro e 2 al Tour) non mancano, a partire dal primo giorno – obiettivo tappa e maglia rosa in quel di Burgas – e poi, percorso alla mano, almeno altre cinque volte (tappe 3, 6, 12, 15, 21 e forse tenendo duro anche nella tappa 4), insomma tra le cinque e le sette possibilità di sprint non sono poche, anche se la concorrenza, seppure non impossibile, come vedremo, non manca. Per dare una mano al velocista friulano, la Lidl-Trek si è attrezzata, ma è più debole che in passato (anche rispetto al Giro 2024 quando Milan vinse tre tappe e a guidarlo tre uomini di assoluta eccellenza come Hoole, Stuyven e Theuns, i primi due hanno cambiato squadra, il terzo non è stato selezionato). E quindi un aiuto glielo darà l’esperto Max Walscheid, che all’occorrenza potrà anche essere il suo ultimo uomo, il giovane Tim Torn Teutenberg, vedremo se avrà anche qualche occasione per mettersi in mostra a livello individuale o se si svilupperà come uomo da treno per grandi velocisti, e il fido Simone Consonni a cui Milan dovrà chiedere, però, un salto di qualità rispetto al recente passato dove spesso lo abbiamo visto un po’ in difficoltà in mezzo al caos delle volate.

La concorrenza non manca, si diceva: Dylan Groenewegen guida la Unibet Rose Rockets che fa il suo esordio assoluto in un Grande Giro e si porta dietro un pieno di entusiasmo che di rado si vede nel mondo delle corse. Il velocista neerlandese quest’anno pare aver ritrovato lo smalto smarrito un tempo. Pericoloso, spesso in diversi sensi, Groenewegen punta anche lui al colpo grosso subito in Bulgaria, mentre si può dire come abbia sicuramente più difficoltà nel superare certe asperità anche minime rispetto ad altri velocisti presenti e quindi lo vedremo bello carico da subito, perché poi per lui le chance diminuiranno. Avrà una squadra quasi tutta per lui: Elmar Reinders su tutti, anche perché nelle ultime ore la squadra ha perso Karsten Larsen Feldmann pedina fondamentale in 3 delle 4 vittorie stagionali di “Groene”, sostituito da Matyas Kopecky, più giovane (e più forte) dei fratelli cechi. Ex Novo Nordisk, classicomane, fa della continuità di risultati tra il decimo e il ventesimo posto in ogni corsa di un giorno di qualsiasi tipo a cui partecipa la sua arma migliore. Oltre a dare una mano per le volate cercherà gloria personale, magari in fuga o in qualche frazione vallonata e come lui anche Niklas Larsen, Lukas Kubis, Hartthijs de Vries e il fratello Tomas Kopecky: Larsen e de Vries in fuga, uomini di ottima qualità e volontà, li vedremo spesso all’attacco e magari anche in quelle azioni buone che vanno al traguardo e Kubis si dividerà con i due Kopecky nel cercare piazzamenti di peso nelle volate a gruppo più selezionato. Infine, Wout Poels, tantissima esperienza e grande pedigree, proverà, nonostante le 39 primavere, a vincere una tappa di alta montagna.

Terzo velocista, ma non per questo il meno forte tra quelli nominati, anzi, è pure il più resistente e potrebbe avere ancora più chance da giocarsi rispetto a Milan e Groenewegen, è Tobias Lund Andresen che da quest’anno veste i colori della Decathlon CMA CGM Team. Proprio nel 2026 TLA ha fatto il salto di qualità atteso dopo le tante belle cose mostrate nelle categorie giovanili aggiungendo, però, alla sua ideale cornucopia di caratteristiche, anche la capacità di sprintare nelle volate a gruppo compatto, quelle da velocista puro, lui che è sempre stato abile soprattutto negli sprint di gruppo a ranghi più ridotti. In questo senso è sicuramente il corridore più simile a Jasper Philipsen in circolazione. In stagione, Lund Andresen ha vinto tre volte, la metà dei successi di Milan e uno in meno rispetto a Groenewegen, ma ha battuto Brennan e Welsford in Australia, De Lie, Philipsen, Magnier e Milan alla Tirreno Adriatico, piazzandosi secondo alla Gand, proprio alle spalle di Philipsen e ottenendo altri piazzamenti di peso. Vista la qualità che riesce a esprimere anche su finali più complicati potrebbe anche puntare forte alla maglia ciclamino e avrà una buona parte di squadra per lui: Oliver Naesen porta tanta esperienza, il giovane Rasmus Sojberg Pedersen sarà utile alla sua causa, ma potrà ogni tanto provarci in prima persona, se Lund Andresen dovesse marcare visita. Infine Tord Gudmestad che come pesce pilota ha già dimostrato affiatamento e capacità di condurlo verso il successo e sta crescendo a dismisura in quel ruolo.

Altro nome per la ciclamino è Paul Magnier. Stagione particolare la sua: lo si attendeva al salto di qualità definitivo, ma dopo aver alzato il livello di corse da disputare ha fatto un po’ fatica, anche per contingenze esterne, come problemi meccanici nei momenti clou delle classiche al Nord. Poi ha staccato in preparazione del Giro d’Italia dove fece l’esordio lo scorso anno con un buon piazzamento, terzo nella tappa di Napoli e poi un ritiro preventivato al termine della seconda settimana. Quest’anno, invece, avrà un signor treno a disposizione: aiutato negli sprint da uno dei corridori più esperti del gruppo, Jasper Stuyven, oltre che da Dries Van Gestel e soprattutto da Fabio Van Den Bossche, Magnier insegue il primo grande successo in una corsa a tappe di tre settimane, anche se non sarà facile sconfiggere i tre soprannominati. Nel caso dovesse riuscire a portare a termine la corsa fino a Roma, potrebbe anche diventare un serio contendente per la classifica a punti.

Alla sfida per la maglia ciclamino difficilmente parteciperà Arnaud De Lie, il quale (forse*)farà il suo esordio al Giro, ma, in perfetto stile Lotto (storia già vista in passato per esempio con Greipel e Ewan) tempo una decina di giorni e il Toro andrà a casa a prepararsi per il Tour e già ci manca. Il belga avrà a dargli un contributo il solo Milan Menten il quale, però, appare qualcosa in più di una sua semplice alternativa o aiutante. I due, infatti, spesso sprintano assieme e potrebbe andare così anche al Giro.

*Nelle ultime ore De Lie come altri compagni di squadra è stato male e non si è presentato nemmeno alla presentazione della squadra. Speriamo possa essere al via e in condizioni decenti, di certo se c’è un corridore che non si fa mancare mai nulla è lui.

Kaden Groves torna sul luogo del delitto, qui ha già vinto due tappe, una lo scorso anno e una nel 2023, ma torna al Giro dopo un inizio di stagione complicatissimo per via di un problema al ginocchio: potrebbe trovare la forma strada facendo. A buttarsi in volata allora inizialmente ci potrebbe essere Jensen Plowright, mentre Jonas Geens ed Edward Planckaert sono due pedine importantissime per il treno, con Johan Price-Pejtersen e Tobias Bayer a supporto in pianura o in qualche fuga.

Matteo Malucelli è il velocista che guida la spedizione della XDS Astana (che avrà un corposo paragrafo nel prossimo capitolo), sarà all’esordio al Giro ed è un outsider da temere per le volate, mentre un altro Matteo, Moschetti, Pinarello Q36.5, cerca, alla sua quarta partecipazione alla Corsa Rosa, il primo successo, non solo in un grande giro, ma anche nel World Tour.

Ethan Vernon è un altro degli outsider più temibili in volata e se la NSN Cycling team punta (anche) su di lui per quelle di gruppo più o meno compatto – in realtà Vernon è uno che si trova a proprio agio pure nei finali più complicati dal punti di vista altimetrico – Corbin Strong dovrebbe essere, invece, insieme a Jake Stewart, la punta per alcuni finali con il gruppo più selezionato, un po’ come accaduto lo scorso anno quando chiuse al secondo posto dietro Pedersen la tappa di Valona, in cui molti velocisti furono tagliati fuori dal ritmo imposto nella salita posta vicina al traguardo. Da tradizione, però, di questa squadra, ci aspettiamo, nonostante qualche differenza di caratteristiche, che tutti e tre i citati si buttino in volata assieme a cercare piazzamenti e punti UCI. Dion Smith, corridore esplosivo che il suo meglio lo ha lasciato ormai alle spalle e Ryan Mullen, passistone, saranno perlopiù a supporto dei capitani. Se Timo Kielich è la ruota veloce della Visma LAB – quando ne avrà l’occasione e non dovrà lavorare per Vingegaard e soprattutto in situazioni di gruppo a ranghi ridotti -, Orluis Aular e Ivan Garcia Cortina lo sono per la Movistar Team, anche loro più per un piazzamento e in situazioni di gruppo più selezionato possibile.

Paul Penhoet sarà il capitano in volata di una Groupama abbastanza spuntata, Luca Mozzato, Tudor Pro Cycling Team, cerca qualche piazzamento di peso, magari anche in qualche sprint ristretto oppure in fuga e con lui ci saranno gli svizzeri Robin Froidevaux e Fabian Lienhard, rispettivamente ultimo e penultimo uomo di alto livello che lo aiuteranno a tirarlo fuori dal caos delle volate provando a lanciarlo – anche se sappiamo come il gatto sappia ben districarsi da solo. Occhio a Elden Blikra, velocista della Uno-X Mobility che di tanto in tanto ha qualche exploit ad alto livello e cercherà dei piazzamenti in volata e Madis Mihkels, giovanissimo velocista della EF Education EasyPost che arriva da una prima parte di stagione sotto i suoi standard e al Giro cerca il riscatto, mentre Pascal Ackermann è la punta per le volate di gruppo in casa Jayco AlUla, ma le cose migliori – viste proprio al Giro – appartengono oramai al passato e oltretutto non potrà nemmeno contare su un grande supporto.

Infine da seguire con attenzione Casper van Uden che ha firmato di recente al Giro di Turchia la prima vittoria stagionale di un Team Picnic in grande difficoltà. Lo scorso anno il velocista neerlandese vinse un po’ a sorpresa la tappa di Lecce, che resta sin qui il suo successo più importante e proverà di nuovo a ripetersi aiutato allo sprint da Timo De Jong e Sean Flynn.

CACCIARE LE TAPPE

Tanti i nomi italiani a caccia di tappe perlopiù in fuga. Lo scorso anno senza la bella vittoria di Scaroni, arrivata per altro molto in là, nella sedicesima tappa, avremmo chiuso a zero. Quest’anno, oltre alle volate di Milan, che come abbiamo visto, però, ha buona concorrenza, seppure mancheranno Merlier, Kooij (infortunato) e Philipsen, ovvero i tre più forti al mondo insieme al velocista friulano, qualche speranza in più dal vertice del ciclismo azzurro ce lo abbiamo. Detto dei due portacolori della Lidl Trek (Milan e Ciccone) e di Pellizzari che potrebbe firmare un successo in montagna, partiamo proprio dall’Astana che ha in Christian Scaroni uno tra i corridori più attesi di questo Giro. Oltre al corridore lombardo, che vedremo spessissimo in fuga sia nelle tappe di media che nella tappe di alta montagna, finché quella buona non andrà al traguardo, la squadra kazaka porta un gruppo competitivo per ogni terreno. Thomas Silva, resistente ed esplosivo, cercherà il successo in tappe mosse, in fuga, ma non solo, con lui Arjen Livyns, Diego Ulissi e Alberto Bettiol, tutti con caratteristiche da classicomani, corridori che non ci stupiremmo se li trovassimo spesso all’attacco assieme. Davide Ballerini tirerà le volate a Malucelli, ma se ci sarà l’occasione le farà per conto suo. Il vincitore della OHN del 2022, che resta il fiore all’occhiello della sua carriera, sarà uno di quei corridori che vedremo andare forte soprattutto nella seconda parte di Giro, lui che notoriamente cresce di condizione nei grandi giri con il passare dei giorni. Più volte vicino a vincere una tappa nei GT, riuscirà a sfatare questo tabù? Infine presente anche lo scalatore ecuadoriano Harold Martin Lopez che potrebbe cercare di vincere una tappa di montagna, lottare per la maglia dei GPM e chissà, magari provare anche a tenere duro per un piazzamento a ridosso dei dieci.

Francesco Busatto vuole dare una svolta a una carriera che finora ha mantenuto decisamente meno di quanto promesso e per farlo ha scelto una squadra importante come l’Alpecin. La stagione finora è stata ricca di ombre, e si va al Giro per il riscatto. Non è l’unico italiano al via con la squadra tedesca. Presente, infatti, anche Luca Vergallito, non per onore di firma, ma per provare la fuga buona in alta montagna e inseguire quel successo che, fatta eccezione per corse .2, ancora gli manca. Chi al Giro ha vinto, invece, è Filippo Zana, uno dei leader della Soudal Quick Step e reduce da una Liegi di altissimo livello: è stato tra i migliori dalla Redoute in poi, fatto tutt’altro che di poco conto. Più che immaginarlo tenere duro per un posto in classifica, vanta un anonimo 11° posto ottenuto nel 2024, ci piacerebbe vederlo nel vivo come sa fare lui e lottare per qualche tappa, come al Giro nel 2023, quando, davanti a Pinot, ha conquistato il successo più importante della carriera, in maglia tricolore: la tappa di Val di Zoldo. Poi, eventualmente, nessuno gli potrebbe vietare di fare una dignitosa classifica puntando alle tappe e alle fughe, le due cose spesso nei grandi giri avvengono di conseguenza, dipende da certe dinamiche di corsa. Al via con la squadra belga anche Andrea Raccagni Noviero, corridore ancora alla ricerca di una sua dimensione, ma che potrebbe ben figurare su diversi terreni e Gianmarco Garofoli che lo scorso anno disputò un ottimo Giro d’Italia ma che quest’anno è reduce da un brutto infortunio che lo ha tenuto fuori dalla Strade Bianche di inizio marzo facendogli perdere diverse settimane di preparazione. A chiudere gli 8 della QS Ayco Bastiaens che distribuirà borracce come fuori da un ufficio in pausa pranzo.

Nella Ineos, Filippo Ganna si testerà in qualche arrivo misto, aiuterà i capitani a stare fuori dai guai e poi proverà a infilare la zampata nell’unica cronometro prevista. Una buona versione di Ganna potrebbe dire la sua in diverse tappe, anche di media montagna, se nella fuga e nella giornata giusta. Magnus Sheffield, tra i corridori più completi del gruppo, insegue il suo primo successo di tappa in un grande giro, può provarci praticamente su ogni terreno e darà anche man forte ai capitani in salita, in pianura, nei finali convulsi, ovunque.

Chi invece di tappe (al Giro) ne ha già vinte è Andrea Vendrame, due, una nel 2021 e una nel 2024, come già detto il solo italiano convocato per la Corsa Rosa dalla Jayco in quanto unico ad aver mostrato competitività in stagione. Va al Giro con tante speranze di successo. A inseguire una vittoria di tappa con la squadra australiana anche Felix Engelhardt e Bob Donaldson, entrambi corridori veloci e resistenti, meglio non trovarseli vicini in una eventuale fuga all’arrivo perché poi diventa difficile batterli.

Capitolo UAE che, un po’ a sorpresa, per come eravamo abituati, ha più polpa qui nei cacciatori di tappe che per gli uomini di classifica – che comunque andranno all’assalto del podio. Interessante da seguire lo sviluppo dei biancorossoneri, perché per una volta non vestirà i panni del riferimento per la maglia rosa (o gialla a seconda) finale, ma che probabilmente vedremo all’attacco con i tanti uomini adatti a vincere le tappe: Jhonatan Narvaez, visto poco quest’anno per via di un brutto incidente a inizio stagione, Jan Christen, che potrebbe provare a tenere duro per vedere fino a dove può arrivare in classifica in un GT, Antonio Morgado, altro grandissimo talento che inseguirà un successo parziale un po’ su tutti i terreni, Igor Arrieta e Marc Soler, tutte carte interessanti da spendere tra la media e l’alta montagna, ma anche in quelle tappe con il profilo da classiche (soprattutto Narvaez, Christen e Morgado). Alcuni di loro li vedremo anche spesso in fuga (i due spagnoli in alta montagna) magari pure con Mikkel Bjerg che sarà gli occhi dell’ammiraglia in corsa, l’organizzatore di tante situazioni, oltre che un passista talmente tanto forte che dovesse prendere l’azione giusta potrebbe finire per conquistare quel successo che meriterebbe per quanto si è speso per gli altri in tutti questi anni.

E nominato un Christen (Jan della UAE) ecco suo fratello maggiore Fabio, finora stagione da dimenticare la sua, lontanissimo dagli standard del 2025. Lo svizzero, insieme a Sjoerd Bax, è uno dei cacciatori di tappe della Pinarello Q36.5, mentre Simone Gualdi, Lorenzo Rota, Toon Aerts, Liam Slock (all’ultimo momento sostituito da Joshua Giddings per via di un malanno post Famenne Ardenne Classic: è stato male per aver, probabilmente in maniera accidentale ingerito della merda di mucca in corsa), Lennert Van Eetvelt e Jonas Rutsch lo sono per la Lotto-Intermarché. Gualdi, solido e forte un po’ ovunque, e che di recente ha sfiorato il successo al Gp Francoforte, ci fa porre due domande: riuscirà a sbloccarsi lui che fa della continuità, ma senza picchi, la sua arma migliore? Proverà anche a tenere duro in classifica generale? Rota non viene da un buon momento, ma ha esperienza e qualche colpo in canna, Aerts ha dimostrato il suo valore anche su strada, è un nome che crea molta attesa soprattutto nel pubblico di appassionati di ciclocross e riceverà parecchio tifo riuscisse a farsi vedere in qualche fuga, oltre ad avere resistenza e spunto veloce, pure lui se nella fuga buona può essere cliente sgradito in uno sprint ristretto al termine di corsa dura. E se Rutsch può andare via sul passo ed essere utile alla causa dei suoi compagni di squadra, è Van Eetvelt, insieme a De Lie, il fiore all’occhiello della squadra belga a questo Giro. All’esordio assoluto nella corsa rosa, Van Eetvelt ha tantissimo talento finora espresso soltanto in minima parte per via di problemi extraciclistici e numerosi infortuni. Al Giro potrebbe svoltare vincendo tappe e provando anche a fare classifica. Che possa essaere il suo momento?

Alex Huens, Groupama FDJ, per vincere una tappa di quelle mosse in simil classiche – magari quella di Fermo? Ma su quella giornata hanno messo il cerchio in tantissimi, vedremo – e per far ricredere gli scettici sulla spedizione della squadra francese; Johan Jacobs e Remi Cavagna, oltre per dare una mano a Penhoet negli sprint e a Rolland in classifica, li vedremo spesso in fuga. Javier Romo e Lorenzo Milesi come un po’ (quasi) tutta la Movistar stanno vivendo una stagione con più bassi che alti, ma al Giro hanno diverse occasioni per mettersi in mostra e magari conquistare il successo che ne svolti una carriera, soprattutto il corridore italiano che lo scorso anno dall’estate in poi sembrava aver cambiato marcia, ma che in questo 2026 non sta mantenendo le attese.

La Uno X oltre ai già nominati corridori per la classifica e le volate, porta due interessantissime pedine per le fughe nelle tappe di media montagna, ma non solo: Markus Hoelgaard e Fredrik Dversnes. Sono veloci, scaltri e resistenti, sanno andare in fuga e prendere vento e potrebbero pure lasciare un segno vincente a questo Giro.

Il Team Picnic oltre alle volate punta sulle fughe di media e alta montagna con Warren Barguil, Chris Hamilton, Gijs Leemreize, Tim Naberman, ma soprattutto Frank van den Broek. Tutti loro si difendono bene in salita e potrebbe essere proprio quello il terreno d’elezione per farsi vedere al Giro, cosa per altro già accaduta in passato a Barguil, Hamilton e Leemreize, mentre van den Broek, che quest’anno ha sfiorato in fuga un successo ai Paesi Baschi, aspetta solo di farsi conoscere anche dal pubblico del Giro d’Italia – quello italiano, ma del Tour, lo ricorda bene per la tappa di Rimini dove arrivarono in fondo e vincenti lui e Bardet. Attaccante nato, soprannominato Wattage Bazooka (e non serve spiegare perché), se trova le giornate giuste è un corridore che potrà farci divertire. E non poco.

Infine la EF Education-Easy Post squadra che, come da tradizione, è farcita di attaccanti e correrà a trazione anteriore: in questa maniera, oltre che per le maglie speciali e celebrative che spuntano quasi a ogni Giro o Tour, si è fatta conoscere e amare. Oltretutto spesso e volentieri hanno colpito nel segno con i loro attacchi, quasi mai fatti solo per la gloria o le telecamere, ma di solito puntuali per vincere o arrivarci vicino. A maggior ragione quest’anno in cui l’assenza di Carapaz toglie un uomo da podio, seppure Markel Beloki un giorno vorrà diventare uomo (ora è poco più di un ragazzo, classe 2005, compirà 21 anni a luglio è il secondo più giovane al via) da classifiche generali e avrà spazio in questo suo esordio al Giro per provarci, dopo che lo scorso anno ha corso una Vuelta di buonissimo livello. Darren Rafferty è corridore dai percorsi impegnativi, le giornate dure, da attacchi dalla distanza, Samuele Battistella torna al Giro dopo 3 anni e sarebbe troppo bello ritrovarlo sui livelli a cui pensavamo sarebbe arrivato un giorno, il terreno e lo spazio per vincere una tappa ci sarebbe, ma le gambe? Presente Michael Valgren che vorrebbe scrivere un’altra storia importante: proprio al Giro due anni fa ha ripreso in mano la sua carriera dopo un gravissimo infortunio, sfiorò la vittoria a Lucca, successo poi ottenuto pochi mesi fa alla Tirreno-Adriatico dopo 5 anni dall’ultima volta.  Curioso come su nove vittorie da professionista le ultime tre siano arrivate proprio in Italia. Chissà… Infine, a completare la selezione, Jefferson Cepeda che sostituisce Albanese che avrebbe dovuto sostituire Carapaz, James Shaw e Jardi Christian van der Lee: se il primo in montagna sa andare forte e soprattutto nelle frazioni corte è sempre un osso duro, ma le buone giornate in carriera si contano su una mano e al Giro ha già gettato al vento un paio di successi di tappa in passato, gli altri due cercheranno la fuga nelle tappe un po’ più semplici, sono entrambi con 0 vittorie in carriera, e quella fuga, quindi, la cercheranno vincente, con quest’ultimo che sta vivendo la migliore stagione sin qui in carriera.

LE ITALICHE COMPAGINI

Non tantissima roba, lo diciamo già, ma questi siamo e speriamo pure di essere smentiti con la consapevolezza che vista la piega potrebbe andare (e potrà andare in futuro) peggio. La Bardiani CSF 7 Saber punta sulle fughe di giornata con Manuele Tarozzi, e chissà che poi non arrivi quella buona, prima o poi; sulle volate di Enrico Zanoncello e vuole mettere in mostra altri gioiellini (dopo Ciccone, Zana, Pellizzari e Pinarello) da lanciare eventualmente nel World Tour, come Luca Paletti, che proverà a fare classifica e Filippo Turconi, corridore capace di andare forte un po’ ovunque, di tenere in salita e con un buono spunto veloce. Martin Marcellusi punta tutto su questo Giro: poche settimane fa ha sfiorato in Francia la prima vittoria da professionista, e se arrivasse al Giro la volta buona? Difficile, ma perché non crederci? Lo scorso anno il corridore romano fece vedere buonissime cose nella Corsa Rosa, passando ogni giorno della terza settimana in fuga, chiudendo sesto nella tappa del Sestriere. Poi un problema al ginocchio gli precluse l’intera seconda parte di stagione. Presente anche Filippo Magli, che cerca di mettersi in mostra e magari fare pure lui il salto in un altro team che ne faccia risaltare le caratteristiche da corridore adatto alle gare del nord (corridore che starebbe benissimo in una Unibet o in una Lotto, tanto per dire), infine un po’ a sorpresa ecco l’uzbeko classe 2005 Nikita Tsvetkov e il cileno del 2002 Vicente Rojas, che con la vittoria del campionato nazionale ha regalato l’unico successo sin qui alla squadra dei Reverberi, in quella che è una delle stagioni più difficili della loro lunghissima storia.

Team Polti VisitMalta di Basso, invece, che sta facendo decisamente meglio e anche il livello della squadra che porta al Giro appare, almeno nell’immediato, nettamente superiore, senza, però strapparsi i capelli – chi ce li ha. Alcune sono classiche conoscenze ormai del ciclismo italiano: Giovanni Lonardi cerca l’ennesimo piazzamento al Giro, lui che in 4 partecipazioni è stato 8 volte nei 10 con il momento saliente a Francavilla al Mare nel 2024 quando arrivò quarto dietro Milan, Merlier e Groves, risultato che poi divenne un terzo posto per la retrocessione del mago a fondo gruppo a seguito di una scorrettezza in volata. Mirco Maestri, Alessandro Tonelli, Diego Pablo Sevilla e Mattia Bais cercano, invece, le fughe a lunga gittata sognando che, magari, una di queste possa arrivare al traguardo. Andrea Mifsud è un nome nuovo al grande pubblico, ma chi segue il calendario francese spesso e volentieri si è imbattuto nel corridore provenzale di nascita ma maltese di passaporto, altro specialista delle fughe, che sa tenere bene in salita, mentre Thomas Pesenti ha lo spunto giusto per provare a piazzarsi in qualche top ten nelle tappe vallonate. Infine, Ludovico Crescioli cerca di dare continuità a ciò che la squadra di Basso nelle ultime stagioni è riuscita a fare prima con Fortunato e poi con Piganzoli, ovvero mettere in mostra il corridore di maggior talento per poi lanciarlo nel World Tour. Crescioli, che di recente, conquistando il Giro dell’Appennino, è tornato al successo dopo due stagioni (l’ultima vittoria nel 2024 in una tappa del Tour de l’Avenir), è un corridore che sa tenere duro in salita, ma non abbastanza per fare classifica, ma che, grazie allo spunto veloce, potrebbe pure tentare di vincere una tappa, anche lui provando ad anticipare nei finali di gara o andando in fuga da lontano.

E ORA CHE SIETE ARRIVATI FINO A QUI? ECCO IL PERCORSO

Da Nessebar a Roma: 21 tappe, quasi 3500 chilometri, con 48,700 metri di dislivello, circa. Si parte dalla Bulgaria dove le tappe 1 e 3 vedranno un probabile arrivo allo sprint di gruppo e sarà probabilmente uno dei momenti in cui potrà influire qualcosa in termini di classifica (molto provvisoria) il KM Red Bull (traguardo con abbuoni per la generale) che dà l’impressione di essere utile solo per movimentare la prima parte di Giro, quando ancora nulla è fatto per la classifica. Sempre in Bulgaria, il secondo giorno potremmo vedere già chiamati in causa quei cacciatori di tappe nominati nei paragrafi precedenti, quelli scaltri, e resistenti, ma anche veloci; occhio però pure a quei velocisti capaci di tenere meglio sulle pendenze, ma vedremo che cosa accadrà verso Veliko Tarnovo. Tappa lunghissima, 221 km e con quel finale che tirà all’insù e quel GPM di 3a categoria, 3,9 km al 6,8% di pendenza media con punte in doppia cifra e lo scollinamento a 11 km dall’arrivo, che potrebbe pure ispirare da subito gli uomini di classifica.

Dopo il riposo si riparte dall’altra parte del mondo. Dalla Bulgaria alla Calabria: un mega trasferimento perché di certo al Giro non si bada all’impatto ambientale né si tiene conto dello stress e della fatica per squadre (tutto compreso) e chi lo segue per altri motivi (di lavoro). Catanzaro-Cosenza è un altro arrivo tutt’altro che scontato per alcuni velocisti del gruppo, ma dipenderà anche da come verrà affrontata la lunga salita della Crocetta verso Cozzo Tunno, quasi 15 km con GPM a una quarantina dall’arrivo. Probabile volata. Più difficile il giorno dopo da Praia a Mare a Potenza, 203 km con gli ultimi 50 in un susseguirsi di su e giù (compresa la dura salita di Viggiano) che spezzeranno il gruppo e ispireranno molti corridori a provare ad anticipare. Bella frazione da puncheur che potrebbe anche premiare una fuga.

A Napoli, tappa 6, sarà volata: i velocisti che finora potrebbero aver avuto solo due occasioni (forse tre) non si vorranno perdere la chance di sprintare sul lastricato di Piazza del Plebiscito. Tappa che anticipa una delle giornate più attese: venerdì 15 maggio, infatti, tappa 7, da Formia a Blockhaus, la più lunga con i suoi 244 km e un finale duro con gli ultimi 111 in cui non si fa che o salire o scendere. Ufficialmente due GPM (Roccaraso e Blockhaus), ma tanta salita qua e là: sarà la prima tappa a delineare la classifica che arriva prima di un fine settimana particolare. Tappa marchigiana, la numero 8, da Chieti e Fermo, fra le più attese, con i muri fermani. Anche qui una prima parte pianeggiante e un finale, da Cupra Marittima, in cui non si fa che salire e poi scendere con una serie di strappi che se presi di petto faranno tanta selezione. Grande occasione anche qui per quella categoria di attaccanti che potremmo definire “coraggiosi con gambe”. Domenica, per la tappa numero 9, invece, si salirà soltanto verso l’arrivo. Dal mare agli appennini, da Cervia a Corno alle Scale, salita lunga, ma non impossibile e dove l’ultima volta, era il 2004, vinse Gilberto SImoni davanti a un Damiano Cunego che non si era ancora del tutto manifestato.

Riposo tanto atteso e poi la cronometro da Viareggio a Massa, 42 km: sarà il secondo grande test per gli uomini di classifica, forse è il giorno in cui si farà definitivamente la classifica, in vista della seconda parte di Giro. Crono piatta e possibilità che ci siano tante differenze soprattutto tra quegli uomini di classifica che a cronometro, come si suol dire, viaggiano forte, rispetto ai pesi più leggeri e meno aerodinamici.

Il giorno dopo, tappa 11, altra chance per la fuga, altra tappa mista, da classiche. Da Porcari a Chiavari, dalla Toscana si entra in Liguria con tutto quello che ne consegue. Tanti pericoli e trabocchetti mascherati non solo dalle diverse salite che caratterizzano gli ultimi 100 dei 195 km previsti, ma anche per le strade. Prestare massima attenzione a questa giornata.

Nella tappa 12 si torna a pensare alla volata, dopo otto giorni dall’ultima volta (Napoli, ricordate?), ma verso Novi Ligure, tuttavia, i velocisti se la dovranno conquistare. Un po’ per le fatiche che iniziano ad accumularsi un po’ per le colline in mezzo e quel finale mosso. Ma non dovrebbero essere pericoli insormontabili ai giorni nostri, mentre sarà più complesso nella tappa 13, da Alessandra a Verbania perchè il disegno ti inganna, piatto come una tavola da surf fino a una ventina dall’arrivo e poi uno strappo duro, quello di Ungiasca, 3 km con tratti in doppia cifra che potrebbe mettere le ali a qualche coraggioso visto che si scollinerà ai -14. Certo se c’è qualche velocista o simile in grande giornata e gli uomini di classifica fanno i buoni, magari arriva un gruppo di 50 o 60 corridori – fuga permettendo.

Ma sarà solo un antipasto per il sabato, per la prima tappa di montagna dai tempi del Blockhaus. Siamo in Valle d’Aosta e si va da Aosta a Pila. 133 km, tappa breve, ma con tanta salita, una rarità a questo Giro. 4 GPM prima dell’arrivo verso Gressan, 16,5 km con pendenze che vanno dal 7% all’11%.

Domenica, invece, si ritorna gettarsi in volata a Milano. Escluse le cronometro (Ganna vincitore le ultime due volte), una tappa in linea nel capoluogo lombardo mancava dal 2015 e vinse Iljo Keisse che anticipò la volata del gruppo. L’ultima volta che un italiano vinse in volata qui era il 2007 e toccò a Petacchi. Al Giro c’è Milan per vincere a Milano, manca, invece Molano e quindi chissà…

Terza settimana, quella che ha sempre differenziato il Giro d’Italia dalle altre corse per la ricerca della durezza e della spettacolarità sulle nostre montagne, ma sembra che quest’anno i grandi classici del ciclismo italiano a RCS non interessino molto e così si va a scovare nella tappa numero 16, dopo il giorno di riposo, la Bellinzona-Carì, frazione tutta ticinese, molto mossa nella prima parte e con una lunga, da sembrare infinita, salita finale: ufficialmente sono 11,7 km ma si inizia a salire una quindicina di km prima. Tappa cortissima, ma di difficile lettura. Su questa salita, molto suggestiva, caratterizzata da 22 tornanti, vinse Adam Yates al Tour de Suisse un paio di anni fa precedendo Bernal, Almeida, Riccitello e Mas.

Poi altre due frazioni “a metà” come le abbiamo definite: due tappe da fughe o al massimo da battaglia nel finale: la 17, la Cassano d’Adda-Andalo e la 18, la Fai della Paganella-Pieve di Soligo (con Ca’ del poggio nel finale) che fungono da antipasto all’ultima due giorni di montagna e dove, almeno al venerdì, finalmente si toccano le Dolomiti e qualche cima mitica.

Da Feltre ad Alleghe, la tappa 19 del Giro è, insieme a quella valdostana, la più dura: Duran, Coi, Palafavera, Forcella Staulanza, Giau, Falzarego e poi arrivo molto impegnativo verso Piani di Pezzè: è giornata vera di montagna. Il giorno dopo, invece, si va in Friuli, da Gemona a Piancavallo con la doppia ascesa pordenonese che chi vi scrive vede tutte le mattina guardando fuori dalla finestra. Poi a chiudere altro mega trasferimento fino a Roma per la passerella finale.

In definitiva un Giro interessante per il disegno delle tappe a metà, diciamo così, quelle miste e vallonate, ricche di pericoli nascosti e possibilità di imboscate, esclamiamo “bene!” per la crono da 42 km (anche se, per i nostri gusti, sempre troppi pochi km contro il tempo, troppo poco una sola cronometro) ma, francamente, deludente nelle frazioni di montagna fatta eccezione per la tappa di Alleghe,. Scriviamo per essere smentiti. E quindi: storciamo il naso per la partenza – seppure arriva da un posto, Nessebar, che è una favola; ci risentiamo per i lunghissimi tarsferimenti, ci lamentiamo per le tante assenze, non siamo troppo convinti (…) dal percorso, ma in ogni caso sappiamo già che se non ci divertiremo avremo argomenti di cui parlare. Buon Giro 2026 a tutti!

LE STELLINE DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ Vingegaard
⭐⭐⭐⭐ –
⭐⭐⭐ Pellizzari, Arensman, Yates, Gall, Mas
⭐⭐ Hindley, Bernal, O’Connor, Buitrago, Storer, Gee
⭐ Vine, Rubio, Piganzoli, Caruso, Rondel, Ciccone, Kulset, Pinarello, Rolland, Hirt, Kuss, Leknessund, Vlasov, H.Lopez, J. Christen


⭐⭐⭐⭐⭐ Milan
⭐⭐⭐⭐ Lund Andresen, Magnier
⭐⭐⭐ Vernon, Vingegaard
⭐⭐ Groves, Vendrame, Aular, Pellizzari, Groenewegen
⭐ Scaroni, Strong, Larsen, Mozzato, Ganna, Sheffield, Turner, Ackermann, Malucelli


⭐⭐⭐⭐⭐ Vingegaard, Vine
⭐⭐⭐⭐ Scaroni
⭐⭐⭐ Ciccone, J.Christen
⭐⭐ Pellizzari, Yates, Leknessund, H.Lopez
⭐ Gall, Storer, Gee, Zana, Caruso, Buitrago, Crescioli, Sheffield, Pinarello


⭐⭐⭐⭐⭐ Pellizzari
⭐⭐⭐⭐ –
⭐⭐⭐ Rondel, Piganzoli
⭐⭐ Kulset, Christen J.
⭐ Rolland, Pinarello, Gualdi, Svestad-Bardseng, Arrieta, Beloki, Staune-Mittet, Paletti, Crescioli, Sheffield


Per qualche chilometro in più

Simone Gualdi è seduto per terra, schiena al muro, la faccia impastata di fango come se la Strade Bianche gli avesse chiesto i documenti e poi gli avesse detto che non bastavano, e lui, invece di protestare, avesse deciso di rispondere pedalando. Ha lo sguardo di uno che non sta pensando a niente e quindi sta pensando a tutto, che è il modo più onesto di stare al mondo dopo una corsa così. È arrivato trentesimo quel giorno, che è un numero che non dice niente a nessuno, forse, anche se andrebbe analizzato: per la sua giovane età, per l’impatto che da un paio di anni sta avendo: prima come non-professionista chiamato ogni tanto a correre con i professionisti, oggi come neo-professionista. Se guardi la foto capisci che non c’è niente da spiegare: certe giornate non si vincono, si vivono, e lui l’ha vissuta tutta, senza fare il fenomeno, né il turista a Siena, senza martirizzarsi, che cosa stupida per uno che fa sport. Ha fatto il corridore e quando è arrivato, invece di cercare una telecamera o un applauso, si è seduto per terra, come fanno quelli che non hanno niente da dimostrare e tutto da costruire. Come fanno quelli che sanno che la fatica costa, ma crea benessere, non è un incidente, ma un investimento.

Gualdi è uno che non si rompe. Non si rompe quando la corsa si mette di traverso, non si rompe quando il vento ti taglia la faccia, non si rompe quando la salita ti chiede il conto. Come è fatto aiuta a spiegare metà delle cose: testardo e continuo, come tutti quelli che fanno questo sport. L’altra metà la spiegano le gambe, che non sono quelle del predestinato che ti fa saltare dalla sedia, ma quelle del corridore che ti fa dormire tranquillo la notte perché sai che domani, qualsiasi cosa succeda, lui c’è.

E infatti c’è sempre, come dimostrato nelle ultime stagioni: terzo alla Liegi U23, dietro Widar e Remijn, quarto agli Europei U23, dietro Widar, Decomble e Alvarez e davanti Remijn, secondo al Tour des 100 Communes, dietro Brennan, terzo nella generale della Course de la Paix con vittorie nella classifica a punti e dei giovani, secondo al Triptyque Ardennais, dietro Toussaint, sesto al Circuit des Ardennes, quattrodicesimo e sedicesimo all’Avenir, dodicesimo al Giro Next Gen e poi tra i professionisti: due top ten al Laigueglia, al Wallonie, alla Famenne. Due top venti alla Faun Drome, una top 20 alla Faun-Ardeche e alla Muscat Classic. E poi il titolo italiano juniores, la maglia di miglior giovane alla Lunigiana, il passaggio alla Intermarché, la promozione già firmata per il 2026. Uno che non sbaglia mai la corsa, che non butta via una giornata, che non si perde nei buchi neri delle stagioni storte. Uno che se gli chiedi di tirare tira, se gli chiedi di aspettare aspetta, se gli chiedi di provarci ci prova, e non fa mai la cosa sbagliata al momento sbagliato, che nel ciclismo moderno è come trovare un bar aperto alle quattro del mattino: raro, prezioso, quasi commovente.

La cosa che colpisce, quando ci parli, è che non sembra un ragazzo del 2005. Ha la calma di chi sa, la lucidità da studente che si porta i libri in corsa perché la vita non aspetta il calendario UCI, quella voce che non alza mai il volume ma ti costringe ad ascoltare. Non fa il brillante, né il duro, né il poeta: fa il corridore. E lo fa con una naturalezza che sembra quasi un mestiere antico, di quelli che si imparano guardando gli altri e poi facendo meglio. È uno che studia, non solo sui libri: studia la corsa, studia gli avversari, studia i compagni, studia se stesso. E quando sbaglia, non si giustifica: prende appunti.

Alla Strade Bianche, per esempio, non ha fatto niente di speciale e proprio per questo ha fatto tutto bene. Ha preso polvere, sassi, strappi, vento, e non ha mai dato l’impressione di essere fuori posto. Sembrava uno che quella corsa la conoscesse da tempo, anche se era la prima volta che la faceva così, da grande, con la gente che ti guarda e si aspetta che tu faccia qualcosa di speciale. E lui qualcosa di speciale l’ha fatto: è rimasto in piedi. Che non è poco, in una giornata in cui metà del gruppo sembrava aver sbagliato sport. E quando è arrivato, invece di fare il giro delle telecamere o di cercare un applauso, si è seduto per terra. Come fanno quelli che non hanno bisogno di raccontarsi perché si raccontano da soli, ogni volta che mettono il numero sulla schiena.

Gualdi è un corridore che puoi mettere ovunque e non ti tradisce mai. Lo metti nelle Ardenne e ti fa la corsa. Lo metti a tirare per un capitano e ti fa il lavoro. Lo metti a giocarsi la sua chance e non si spaventa. È uno che non ti fa venire il mal di testa, che non ti costringe a inventarti scuse, che non ti obbliga a spiegare perché oggi non è andata. Con lui va sempre, magari non va forte, magari non va spettacolare, ma va. E nel ciclismo di oggi, dove in molti potrebbero essere fenomeni e altri corrono il rischio di non essere affidabili, avere uno così è come trovare un barista che ti riconosce al primo caffè: un lusso che non ti aspettavi.

E poi c’è quella cosa che non si vede nei numeri e non si vede nemmeno nelle foto, ma si intuisce in quel modo di stare seduto per terra, schiena al muro, la faccia impastata di fango e lo sguardo che non guarda nessuno: la fame. Non la fame di gloria, non la fame di copertine, non la fame di like. La fame di capire fin dove può arrivare. La fame di migliorarsi. La fame di crescere. La fame di vedere se un giorno, invece di tirare per qualcuno, può essere lui quello per cui tirano gli altri. E non è un’idea campata in aria: è una possibilità concreta. Perché uno così, con questa testa, con questa continuità, con questa capacità di stare nelle corse dure senza fare il fenomeno ma senza sparire, prima o poi una corsa importante la vince. Magari non la più importante, magari non quella che fa impazzire i tifosi, ma una di quelle che fanno curriculum, che fanno carriera, che fanno rispetto.

E allora sì, magari oggi lo trovi seduto per terra, schiena al muro, la faccia impastata di fango e l’aria di uno che sta facendo i conti con la giornata. Ma non fatevi illusioni: quelli così non restano giù a lungo. Si alzano, si scrollano la polvere, guardano la strada e ripartono come se fosse la cosa più normale del mondo. E il bello è che, per uno come lui, lo è davvero.

Foto: Poci’s Pix


Dispacci dal WT #24

C’è un momento dell’anno in cui il ciclismo smette di essere un calendario e diventa un esame di coscienza e quel momento dell’anno per me coincide sempre con il Fiandre. Ogni volta che lo guardo ho la sensazione di assistere alla radiografia di un’epoca: quella dei watt, delle soglie, delle gerarchie che non si discutono più ma si misurano. Il Fiandre di quest’anno è stato esattamente questo: la sublimazione di un ciclismo che non ha più bisogno di metafore. Pogačar ha preso la corsa, l’ha aperta come un manuale e ha mostrato a tutti dove si trovano i capitoli che contano. Gli altri, semplicemente, hanno seguito. Non c’era spazio per interpretazioni.

La settimana successiva, la Roubaix ha fatto il contrario: ha preso la stessa epoca e l’ha sporcata di polvere, rumore, casualità. La addomesticata rendendola romantica e accessibile ai cuori che si inteneriscono più facilmente. Pradossalmente lo ha fatto la corsa che, per antonomasia, meno si lascia addomesticare, e forse per questo continua a essere l’unica che riesce a sorprendere anche quando non dovrebbe. Van Aert ha pedalato come uno che ha deciso di presentare il conto a un destino che gli aveva già tolto abbastanza, ma non è di lui che voglio parlare, perché su van Aert si è già detto tutto e si continuerà a dirlo, almeno finché avremo fiato in corpo, dita che battono sulla tastiera fino a che non rimarranno che moncherini. Solo questo: la sua vittoria è stata la prova che la Roubaix, quando vuole, sa ancora restituire qualcosa – nonostante io da sempre sia alla guida del partito degli scettici che non crede ad alcun tipo di giustizia nel mondo, figurarsi nel ciclismo.

Finita la Settimana Santa, io entro sempre in una specie di calo nervoso. È un fenomeno che conosco bene: l’adrenalina si spegne, la tensione si scioglie e resta solo una specie di vuoto che non so definire. A volte mi viene da ridere, un riso breve e quasi isterico, quando penso alla Liegi che ci aspetta. Una corsa che oggi faccio fatica a definire Monumento – un po’ come il Lombardia – soprattutto se paragonato a ciò che ci siamo lasciati dietro. Monumento a cosa? Alla prevedibilità? Alla mancanza di alternative? Alla geografia che non riesce più a generare conflitti? Lasciamo stare.

Le pietre, almeno, non mentono. Le pietre giudicano. Le pietre non hanno bisogno di giuria. Pogačar al Fiandre ha messo tutti in un angolo come si fa con i bambini troppo vivaci, e alla Liegi gli mancano pure gli avversari. Remco è l’unico (forse, andiamo più in giù con la lettura e capiremo) che potrebbe dargli fastidio, ma è un discorso a parte. La differenza tra quei due (tre?) e il resto del mondo è un canyon scavato da anni di talento, ossessione e cattiveria agonistica. E quando arrivo alla Liegi, ogni anno, mi chiedo perché continuiamo a fingere che sia una corsa aperta.

Arrivati al Brabante che si correrà oggi (venerdì 17 per chi legge), invece resto sempre affascinato: è la corsa che divide chi ha ancora qualcosa da dire da chi ha solo qualcosa da ricordare. Che unisce chi ama parlare di pietre e chi resta a bocca aperta davanti alle prime côtes. Non è una Monumento, non è un rito collettivo, non è nemmeno una gara che si tramanda nei racconti. È un passaggio di stato. Una soglia. Una porta che si apre su un territorio dove non basta più essere in forma: bisogna essere presenti. Il Brabante non perdona l’indecisione. Se esiti, sei già fuori. Se ti nascondi, non ti ritrovi più. Vediamo anche con che tempo si correrà.

Poi domenica arriva l’Amstel, corsa con un fascino sempre particolare, nonostante la birra imbevibile. È una delle poche gare dove Pogačar ha perso negli ultimi anni, ma perso veramente, non come in Canada dal suo compagno di squadra McNulty. Ha perso come accade di rado e già questo basterebbe a darle un’aura diversa. Quel giorno Skjelmose tirò fuori un numero che non saprebbe ripetere nemmeno sotto ipnosi. Una di quelle azioni che riescono una volta sola, come se il ciclismo avesse deciso di concedergli un bonus irripetibile. Non l’ha più ritrovato, e non lo ritroverà probabilmente. Ma l’Amstel vive anche di questo: di episodi che non si spiegano, di deviazioni dalla logica che non si ripresentano.

Intanto, mentre le Ardenne si avvicinano, c’è una squadra che sembra aver perso la propria identità: ed è proprio la Lidl di cui Skjelmose fa parte. Una formazione che negli ultimi anni aveva costruito una reputazione di solidità, di affidabilità, di capacità di leggere le corse come pochi altri. Quest’anno, invece, sembra un organismo che ha smarrito il proprio ritmo circadiano. Infortuni, malanni, controprestazioni: un elenco che si allunga con una regolarità quasi inquietante. Pedersen fa quarto al Fiandre e sesto alla Roubaix – e magari fossimo noi a “sottoperformare” così – ma è l’eccezione in un reparto che sembra aver perso la bussola. Le classiche e le corse a tappe procedono come se qualcuno avesse invertito i cartelli della preparazione.

Certo, peseranno nelle prossime settimane le assenze di Nys, la forma così così di Withen Philipsen, le incertezze di Skjelmose e Ciccone, i soliti dubbi sulla continuità di Bagioli. Felice, eventualmente, di essere contradetto e smentito.

E mentre la Lidl si interroga, il calendario non aspetta. Le corse arrivano, giudicano, archiviano. E in mezzo a questo flusso continuo, in mezzo a questa confusione di segnali, emerge un nome che non si può ignorare: Seixas.

Vedendogli vincere in quel modo i Paesi Baschi mi ha dato la sensazione netta che qualcosa si fosse spostato. Vincere quella corsa a diciannove anni non è precoce: è indecente. È un atto di arroganza sportiva che non si vedeva da tempo. Evenepoel aveva fatto cose simili, sì, ma non con questo cast di avversari, non con questo percorso, non con questa naturalezza da predestinato che non ha voglia di aspettare nessuno. Seixas non sembra un giovane che cresce: sembra un adulto che ha deciso di arrivare in anticipo.

Ora, la teoria su cui sto per basare il mio concetto è molto semplice: ho sempre pensato avrebbe incrociato la parabola discendente di Pogačar tra due o tre anni, ma invece si mette in moto ora, da subito. La pratica è stata brutale: la parabola l’ha incrociata adesso. Uno che batte Lipowitz, il terzo dell’ultimo Tour, dandogli due minuti e mezzo non è un prospetto: è un problema per gli altri. E allora la domanda diventa inevitabile: perché aspettare per andare al Tour?

Tre settimane fa avrei detto fosse presto. Oggi mi sembra quasi tardi. Seixas deve andare al Tour e lo deve fare subito. Domani sarà già tardi. Non perché lo vincerà – quello è un altro discorso, Pogačar e Vingegaard alzeranno ancora il loro livello, ci sono pressioni inimmaginabili per tutti sulle spalle del transalpino – ma perché certe finestre non si riaprono e bisogna provarci. Lo sport non è un romanzo: non ti aspetta. Molto banalmente ogni stagione può essere diversa e il corridore della Decathlon ha già dimostrato oggi che ci può provare.  Alla Strade Bianche è quasi rientrato sul campione del mondo, ai Paesi Baschi ha dominato come pochi prima di lui, e ora lo guarderemo nel prossimo fine settimana sulle Ardenne con la sensazione che ogni corsa possa essere un capitolo definitivo. O forse non dirà niente: i fenomeni parlano quando vogliono, non quando gli si chiede. Ma sarà un altro messaggio chiaro che ci dirà fino a dove potrà arrivare, sin da subito.

Arrivati a questo punto della stagione, ogni anno, mi ritrovo a fare lo stesso esercizio: capire dove finisce l’onnipotenza di Pogačar e dove comincia la fisiologia. È un confine sottile, quasi invisibile, che si sposta di stagione in stagione. Pogačar resta il più grande di tutti, forse pure di sempre, scusate nostalgici merckxiani, quello che negli ultimi mesi ha vinto Sanremo, Fiandre e ha perso la Roubaix per un soffio che sembrava scritto. Eppure, anche lui, ogni tanto, lascia intravedere un lembo di coperta che si accorcia.

Non è un difetto. È un dato. Pogačar apre il gas e fa subito distacco: è la sua natura. L’accelerazione iniziale è il suo superpotere. Ma poi deve tenere quella velocità e lì la fisica diventa democratica. In salita è un massacro: il rapporto peso/potenza lo porta in un’altra dimensione. In pianura, invece, contro van Aert, van der Poel o il miglior Pedersen, non basta. La Roubaix lo ha mostrato con una chiarezza quasi crudele: quando non c’è pendenza, il mondo diventa piattume anche per lui. Alla Roubaix il buco non si è aperto. Non perché non avesse le gambe, ma perché la corsa non glielo ha permesso. La Roubaix è una gara che non concede vantaggi strutturali a chi domina in salita. È una corsa che livella, che schiaccia, che riduce tutto a una questione di inerzia, posizione, resistenza al caos. Pogačar lì non può imporre la sua legge: può solo provare a piegarla. E quest’anno non è bastato.

Alla Liegi, invece, non farà prigionieri. La geografia è dalla sua parte. La storia anche.

C’è poi un altro aspetto che osservo sempre con attenzione: il modo in cui ha recuperato alla Roubaix dal secondo incidente meccanico. Lo ha fatto subito, come avesse avuto un acceleratore che gli altri non trovano mai – nessun sottinteso, è una metafora, sia chiaro. È un rientro verticale, immediato, quasi offensivo. Van Aert, invece, è rientrato gradualmente, con quella sofferenza calcolata che sembrava agonia e invece è mestiere. Sono due modi diversi di interpretare la stessa necessità: non perdere contatto.

Alla Sanremo, pendenze poco esigenti, Pogačar non ha staccato Pidcock. E senza il taxi sul Poggio sarebbero stati ripresi.

Quello che mi interessa, però, è un’altra cosa: Pogačar resta il più grande, ma non è solo, ma la sua grandezza spinge gli altri a migliorarsi, almeno chi ne ha le facoltà. Seixas sta arrivando, Remco ci prova, van der Poel e van Aert non spariscono, anzi, hanno torvato la forza per batterlo. La coperta non è corta perché lui peggiora, ma perché gli altri migliorano e la fisica a volte si applica a certi terreni. E questa, per il ciclismo, è la migliore notizia possibile.

Arrivato al capitolo sugli italiani, di recente  mi ritrovo nella stessa posizione: a metà tra la constatazione e la rassegnazione. Donati che vince la Roubaix U23 è una notizia, certo. Non è mai banale vincere quella corsa, nemmeno tra i giovani. L’ultimo italiano a riuscirci era stato Ganna nel 2016, e questo dovrebbe bastare a spiegare quanto sia raro il fenomeno. Ma non mi illudo: il valore prognostico delle categorie giovanili è sempre più basso. Le gare U23 sono un territorio dove tutto è possibile e quasi nulla è trasferibile.

Donati è veloce, resistente, scaltro. Ha un’idea chiara di come si sta davanti. Ha già dimostrato di essere molto forte tra i professionisti, dove ha già vinto. Ma la domanda è: può fare una top ten in una Roubaix vera? Non lo so. Non lo sa nessuno. E forse è meglio così. Perché la domanda, in realtà, non riguarda lui: riguarda noi. Riguarda il sistema che dovrebbe accompagnarlo, sostenerlo, proteggerlo, e che invece continua a perdere pezzi come una macchina che nessuno porta più dal meccanico.

Extra Giro annuncia tre gare e poi le cancella come se nulla fosse. Il Laigueglia perde la diretta tv. Le corse spariscono dal calendario con una leggerezza che non dovrebbe appartenere a uno sport che vive di territorio, di radici, di continuità. E mentre il sistema si sfalda, i corridori fanno quello che possono. Ganna, il migliore in Francia, fa venticinquesimo alla Roubaix, avrebbe lottato per il podio senza caduta; Bettiol il migliore in Belgio, ventitreesimo al Fiandre dove Trentin cade quando non dovrebbe, altrimenti avrebbe lottato per un posto intorno alla decima posizione. Borgo e Mattio tra i giovani ci mettono la faccia e in questo momento sembra già molto più di quanto il contesto meriti. Il primo arriva al traguardo sia di Fiandre che di Roubaix, stakanovista tra i giovani del World Tour, ha disputato praticamente ogni corsa della campagna del Nord. Esperienza che un giorno servirà a essere una delle nostre punte in queste corse. Il secondo ha già la fiducia di un top team come la Visma che se lo porta alla Roubaix e lui ripaga dando una mano concreta. Quando il gruppo si sfalda e restano in una cinquantina poco prima di Arenberg sono presenti tutti e due. Ci aggrappiamo a questo.

Il problema del nostro ciclismo, è chiaro, non sono i corridori. Il problema è tutto ciò che li circonda. Un movimento che non riesce a garantire stabilità non può pretendere risultati e ogni volta che guardo una classica del Nord, un grande giro, un Mondiale in cui ormai siamo poco più che presenze, mi chiedo quanto tempo ci vorrà prima che qualcuno decida di affrontare la questione con la serietà che merita. Un sistema che a livello di infrastrutture, politica, di corse, di squadre, di governo, di idee, non fa stare allegri – per usare un eufemismo.

Ultimissima cosa dalla Roubaix degli Under 19. Vince Thijs Wiersma. Chi non conosce il suo nome se lo segni perché parliamo di un fenomeno nel pattinaggio su ghiaccio pista lunga, d’inverno, e di un corridore che oggi è già tra i più forti juniores anche in bicicletta. Non ha ancora scelto cosa fare da grande, e non vorrebbe nemmeno sceglierlo e al momento si gode lui e ce lo godiamo noi, entrambi gli sport, poi vedremo, ma occhio perché questo va forte forte, davvero forte. Si allena in bici da cinque settimane con due obiettivi: Roubaix e mondiale a cronometro. Dice che il pattinaggio è utilissimo per ottenere l’esplosività che gli serve, soprattutto sul pavé. Sul futuro, lui che molto probabilmente finirà alla Visma, anche se quando glielo chiedono fa finta di cadere dalle nuvole, chiosa così: Voglio praticare entrambi gli sport il più a lungo possibile. Non ho intenzione di scegliere. Se possibile, continuerò a farli entrambi ai massimi livelli.


Dispacci dal World Tour #23

A qualcuno non pareva vero, altri hanno avuto strizza e stizza, c’è pure chi ha gioito, fatto sta che il Giro delle Fiandre 2026 ha diviso e non poco. A me è sembrato, molto banalmente, l’esaltazione di ciò che il ciclismo è diventato in questi anni, pure grazie a chi scrive, racconta e commenta: forza bruta, testa bassa e menare. Solo wattaggio. Un naturale prosieguo del cammino che questo sport ha intrapreso negli anni. Poco spazio nelle corse più importanti (in altri contesti le definirebbero di primo livello, qui forse bisognerebbe dire di primissimo livello) per sorprese di qualsiasi genere.

Quel ciclismo che piace alla maggior parte dei suiveur, soprattutto quelli che per strada aspettano per diventare testimoni dell’evento. Quel ciclismo che fa impazzire un po’ tutti, il ciclismo che domenica a Pasqua è stato dei Pogačar, dei van der Poel, degli Evenepoel. Un ciclismo in cui due come van Aert e Pedersen non vincono ciò che meriterebbero, cosa che sarebbe accaduta in un altro momento storico, e in cui anche Filippo Ganna avrebbe fatto la sua porca figura se non altro perché quello visto alla Dwars pochi giorni prima è oltre al degno di nota. Avrebbe chiuso sesto e avremmo visto i sei corridori più forti al mondo in questo tipo di sforzo messi in fila. E invece abbiamo visto i primi cinque, perfettamente nell’ordine, come una sorta di Power Ranking fiammingo. Eppure dicono che la corsa ha annoiato ed è stata banale, sarà. Così come dovrebbe essere altro il tipo di analisi da fare. Invece, di Ganna parleremo nelle prossime ore, su questi e altri lidi, ne sentirete parlare ovunque se ciò che abbiamo visto in queste settimane si addice alla Roubaix: la sua scelta è stata chiaramente quella di non eccedere in sforzi sovrumani per provare a dare la sua impronta nell’Inferno del Nord.

La cosa che mi ha davvero stranito di questo Fiandre è la divisione del pubblico. Non tanto i detrattori – o meglio, i tantissimi stufi di vedere Pogačar vincere e dominare. Su questo posso solo dire: non preoccupatevi, prima o poi finirà il suo regno. Speriamo prima che i cieli diventino neri e ci cadano in testa. Magari quest’anno vincerà tutte e cinque le Monumento e poi si dedicherà ad altro. Come scriveva qualcuno: quest’anno così, e poi l’anno prossimo i tre Grandi Giri. E poi, semplicemente, gli anni passeranno anche per lui, arriveranno nuovi corridori, le loro parabole si incroceranno, subentrerà logorio e appagamento. Questo ragazzo, che da adorato è passato a stare sulle scatole per il suo dominio e per il rendere monotona ogni corsa, prima o poi si farà da parte. Con buona pace di tantissimi. Con il rispetto di molti altri. E anche qui: sarebbe da capire cosa si intenda per la monotonia in uno sport che vive di lentezza, di binari, di ripetizione. Ma va beh.

Mi stupisce che il pubblico si divida proprio su quella che, secondo me, è una delle migliori operazioni di ciclismo di questo secolo: il Giro delle Fiandre con il doppio passaggio finale sull’Oude Kwaremont e sul Paterberg. Fiandre durissimo, con Koppenberg e Taaienberg tra il secondo e l’ultimo passaggio. Un percorso meraviglioso. Se ci fosse la possibilità, chiederei anch’io l’inserimento del Muur, ma lì entrano in gioco altre questioni, e comunque sarebbe lontano dal traguardo. Sento molti commenti nostalgici. Addirittura profili influenti parlano degli ultimi chilometri come “i più brutti del World Tour”. O qualcosa del genere: ma cosa non si fa per un po’ di interazione? Chiarisco il mio pensiero: sì, quelle strade larghe smorzano gli inseguimenti, lo abbiamo visto. Ma la vittoria la costruisci prima. Se stacchi tutti sul Kwaremont vuol dire che sei il più forte, e se sei il più forte lì vuol dire che ne hai anche in pianura. O volete mettere salita e discesa del Poggio anche nelle altre corse per avere il brividino finale? Dai, su. O altra salita ancora a ribadire ciò che si è visto prima? E poi: chi conosce le Fiandre sa che è un continuo alternarsi di stradine nei boschi e strade larghissime tra un muro e l’altro. Non è che ci siano grandi alternative. Oudenaarde, peraltro, è una bellissima città ed è un arrivo degno di una corsa così. Funzionale, scenografico, perfetto per gli spettatori. E poi questa operazione Fiandre con circuito premia proprio loro, sul percorso.

Sento dire che è stato un “bruttissimo Fiandre”. Io vado controcorrente: mi sono divertito un casino. Molto più che alla Sanremo di quest’anno, che secondo me è stata orripilante. Noiosa, scontata, nonostante la vittoria di musetto di Pogačar, ma se qualcuno l’ha messa in dubbio anche nello sprint tra lui e Pidcock, venga qui a dirmelo – si scherza ovviamente, state dove siete, vi credo.
Le ultime Sanremo mi avevano fatto ricredere sulla corsa, sul suo finale adrenalinico. Questa no. Scontatissima. Una corsa in cui Pogačar è diventato persino più forte in discesa di uno dei più forti discesisti degli ultimi anni.

Il Fiandre 2026, invece, l’ho trovato di una luce inesauribile, di un’intensità rara. Probabilmente per la presenza di Remco Evenepoel, che solo i più disattenti non mettevano sul podio alla vigilia. Pensare che un corridore così, con un motore del genere, che conosce a memoria queste strade, in una gara lineare – perché è stata linearissima – non possa finire sul podio è assurdo. Piuttosto dobbiamo tutti chiederci perché fino a oggi non si è mai fatto vedere, pur correndo nella squadra che ha fatto la storia di questa corsa, finendo per mandare in buca persino il più fiammingo dei valloni, quel Philippe Gilbert, idolo di Evenepoel, che per anni pareva avesse una sorta di idiosincrasia per Fiandre e Roubaix. Il tutto, (parliamo di Remco, non di Gilbert) in nome delle stramaledette classifiche nei GT, che, per quanto riguarda questa nuova fase della sua carriera, non sono praticabili a livello di vittoria e probabilmente nemmeno a livello di podio.

E su Remco è perfetto ciò che ha detto Pogačar e che in molti abbiamo pensato in diretta: nel momento in cui rischiava di rientrare, poteva anche vincere. Lui lo dice anche per imbonirsi gli avversari, certo, loro tre sono amici, quasi alleati fuori dalla corsa, ma, dimostrandosi intelligente nella lettura della gara.

Resta il fatto che non è ammissibile immaginare un Fiandre normale, senza cadute, in cui Evenepoel non sia la terza forza. Sul podio sono arrivati i tre corridori più dotati degli ultimi dieci anni, con profili diversissimi, che spiegano quanto sia grande questa corsa e quanto premi davvero il corridore completo. Davanti c’è il più forte del mondo – e non si capisce come faccia a essere l’unico a andare così forte ovunque, non è mai esistito uno così, questo è un altro discorso – poi il fiammingo per eccellenza, van der Poel, e poi il motore più grosso in circolazione per questo tipo di sforzi, Evenepoel. Ovviamente facendo sempre la tara su chi ha vinto, che è il motore più forte ed è il fiammingo per antonomasia, in questo momento.

E comunque vederlo arrivare a cinque secondi, con quei due davanti che menano per non farlo rientrare, ha dato lustro ed entusiasmo alla gara. Così come la vittoria del campione del mondo è apparsa scontata da subito, dal primo momento in cui lui e Florian Vermeersch hanno portato via il gruppetto dei 16. E se la vittoria è scontata quando c’è lui, non può essere “colpa” del Fiandre. Così come non è colpa della Sanremo, né lo sarà della Roubaix, né lo è stata della Liegi. Se hai il più forte corridore degli ultimi cinquant’anni, quello che probabilmente diventerà il più grande di sempre per qualità delle vittorie, quello che batterà quasi tutti i record di Merckx, c’è poco da fare.
L’ha detto anche van der Poel: “650 watt, e quello lì mi staccava”.
Una forza bruta della natura, altro che smettere di dargli cambi. Come si fa a chiedere di non collaborare davanti a un o così che probabilmente nemmeno concepisce questo tipo di furbizia? Il neerlandese lo rispetta e ci va a nozze, anche lui, protagonista di questo pezzetto di storia di ciclismo.


Dentro la Ronde

Fiandre, dove tutto è ciclismo. Qui le pietre non sono solo un simbolo che ritrovi riprodotto nei bicchieri di una certa marca di birra. Qui i muri fanno male, eppure non vedi l’ora di affrontarli e il giorno della Ronde si trasformano in stadi a cielo aperto. 

Fiandre 2022: qui Pogačar e van der Poel sono il motore che mette in azione la corsa. Attraverso le Fiandre, ovvero quella parte di Belgio dove tutti vanno pazzi per il ciclismo. Espressione agonistica massima di un mezzo di trasporto che accompagna quotidianamente la vita dei belgi e te ne accorgi quando vedi in ogni centro cittadino la segnaletica stradale che indica come le automobili non debbano superare i ciclisti. Attraversare le Fiandre per assistere a qualcosa che non sarà mai una semplice serie di corse in bicicletta da seguire distrattamente la domenica, o che fa imprecare perché chiudono le strade, ma è qualcosa che condiziona l’esistenza di centinaia di migliaia di persone. Il giorno della Ronde quella di oltre un milione.

Tutti, in Belgio, seguono le gare di ciclismo.
«È un rito religioso» dicono.
Un’esperienza radicata che a fatica i fiamminghi ti sanno spiegare. Sottopelle, nelle ossa, nel sangue, non si capisce. Si potrebbe definire fede. «Perché amiamo il ciclismo? Perché è così e basta. Forse un motivo può essere perché qui, nell’arco di trenta, quaranta chilometri, ogni anno si corrono una decina di gare per professionisti» la sintesi del belga-pensiero.
Oppure, come racconta Joeri del fan club belga di Daniel Oss, chiamato TifOSSi, una spiegazione la si trova in modo semplice e sta nel fatto che qui la bicicletta è al centro di tutto. Tutti girano in bicicletta, tutti amano la bicicletta. Racconta che quando era piccolo suo nonno era un patito di Briek Schotte, considerato il più fiammingo tra i fiamminghi. E quando Schotte smise di correre passava ogni giorno in bici davanti a casa sua e lui, bambino, usciva solo per vederlo transitare e salutarlo. Gli bastava quel momento per assaporare un po’ di ciclismo.
Avere avuto corridori come Merckx, De Vlaeminck, Boonen e ora van Aert non ha fatto che radicare ulteriormente l’amore per le due ruote. «E poi – aggiunge – in quale sport puoi toccare con mano il tuo idolo, vederlo passare più volte affaticato sui muri anche solo per pochi secondi, e a fine gara chiedergli un autografo e una borraccia?».

Ciclismo, oppure Fiandre. Sinonimi. Ovunque si parla di ciclismo. L’attesa della Ronde su una stazione radio è interrotta solo da qualche canzone. Si parla di van Aert e di cosa sarà la sua assenza, di van der Poel e Pogačar. Megaschermi dappertutto scendendo dal Oude Kwaremont e attraversando piccoli centri abitati. Gente accalcata nei bar per seguire il finale di gara.
Palchi con dj e gruppi che suonano dal vivo cover di rock inglese e americano, ma rivisitato in nederlandese. Fan club ovunque e per qualsiasi corridore. Le televisioni dedicano speciali alle corse, ai loro protagonisti, ma anche a quelli che sono l’anima dell’evento: i tifosi.
«Emozionante – dirà Pogačar a fine Ronde – ho fatto tutta la gara con la pelle d’oca». Si dice come le corse di bicicletta siano il contorno di una festa popolare, qui la festa popolare è la corsa in bicicletta.

David e Anne-Sophie, del fan club belga di Sonny Colbrelli, si prestano nell’accompagnarci durante la Dwars door Vlaanderen, la Attraverso le Fiandre, l’ultima pietra da incastonare prima di tirare fuori il gioiello più prezioso: la Ronde Van Vlaanderen. Seguiamo con loro la corsa per comprendere in qualche modo un amore che sta tra il brillante e l’ossessivo che a tratti sfocia in momenti di autentica follia.
Siamo a Waregem ed è il secondo giorno del nostro viaggio. Qualche ora prima abbiamo attraversato luoghi che definire sacri significherebbe fare un torto alla loro importanza. Abbiamo visto Geraardsbergen da dove parte e finisce Kapelmuur, o semplicemente De Muur. Salendo, in un normale pomeriggio di inizio settimana, incontriamo diversi cicloamatori che provano l’ebbrezza di passare da qui. Intorno alla strada che porta verso De Muur, un confuso insieme di casette in mattoni che caratterizzano tutto il Belgio. Edifici di ogni colore e forma che paiono gettati alla rinfusa da un bambino stufo di giocare con i Lego. Passiamo davanti a un grande giardino dove all’interno convivono daini e gatti. Arriva un signore in auto che inizia a suonare il clacson e i gatti abbandonano i loro giochi per avvicinarsi: padrone è uguale a cibo.
Gli chiediamo come sia possibile che un posto del genere, con la sua storia e la sua magia, sia stato tolto dalle ultime edizioni del Fiandre, poi rimesso, ma lontano dal traguardo, ora di nuovo eliminato. «È una questione politica – risponde – di soldi. Volevano fare una zona VIP come sull’Oude Kwaremont, far pagare il passaggio, qui, il giorno della Ronde, ma la gente non ha voluto. Vedi, a me il ciclismo non interessa – e mentre lo dice apre il cofano della sua auto mostrandoci con un eloquente gesto delle braccia delle cassette di verdura – però in quei giorni si respirava un’aria che nessuno ci ridarà più indietro».

C’è un silenzio rotto solo dal vento, mentre ogni decina di metri alcune pannelli celebrano le grandi fiammate di questo sport, dipinte a pedali e ruote su De Muur. Ci sono gli eroi delle Fiandre – Museeuw, Boonen – o, come nel caso di Gilbert, uno che attraverso il ciclismo ha messo d’accordo valloni e fiamminghi. Prima di svoltare sulla destra, quattro piccole case anche loro messe alla rinfusa una di fianco all’altra, una più alta e una più bassa, una più larga e una più stretta. All’entrata di una di queste c’è la riproduzione di una Venere di Milo.
Poi si passa verso la parte dura di De Muur, dove il pavé, all’improvviso, attraversando un boschetto, prende una forma più ostica e l’aria diventa mistica, odora di storia. Si arriva lassù, crediamo che chi lo fa in bicicletta imprechi nonostante si dica che qui la statua della Madonna abbia un potere purificativo. C’è un certo timore del sovrannaturale che si erge in cima alla collina. Nella nostra testa da italiani più che pensare ai santi o a Cancellara che lascia lì sul posto Boonen, rivediamo Ballan accelerare o il moto elegante di Michele Bartoli, uno dei più fiamminghi tra i nostri corridori dell’epoca recente, che quando vinse qui si meritò l’appellativo di Leoncino delle Fiandre.
Quando arriviamo in cima – siamo a poco più di 100 metri sul livello del mare – la raccomandazione del proprietario del bar sulla curva finale che immette verso la Cappella: «Arriva lassù, fai una bella foto a Nostra Signora e se giri dietro godrai di una magnifica vista». Si vede infatti una parte di Belgio. Il cielo grigio e fiammingo, infinito, che si staglia all’orizzonte con dei contorni non troppo delineati a causa di una leggera nebbiolina che fa parte della normalità.

Scendendo da Geraardsbergen, per tornare verso Waregem, attraversiamo la statale. L’asfalto ha del bizzarro: dalla televisione si notava, ma non si comprendeva. Una buca in verticale divide esattamente a metà la carreggiata delineando per chilometri le due corsie e ora capisci come siano possibili certe cadute in gruppo, mentre una linea taglia la strada in modo trasversale ogni 8-10 metri. In auto sei continuamente sollecitato e pensi di aver forato una gomma o di avere problemi alle sospensioni. Ai lati, invece, scorrono velocissime le piste ciclabili. Ti chiedi quanta follia devono avere i corridori, i wielrenner, nel mettersi un caschetto, allacciare gli scarpini, agganciarli ai pedali e rischiare l’osso del collo su queste strade. Capisci che per andare forte o ci sei nato, cresciuto, le hai pedalate al punto che potresti percorrerle a occhi chiusi, oppure devi avere un legame particolare. Ingenuamente pensiamo che queste strade siano fatte apposta per non far correre troppo veloce gli automobilisti, ed esaltare le doti dei fiamminghi in bici, ma la risposta è che semplicemente sono vecchie, non c’è nessun’altra spiegazione se non che le strade belghe sono pessime. Pascoli di mucche e giardini con capre e pecore. Incrociamo ciclisti su ciclisti: professionisti che si stanno allenando in vista della Dwars door Vlaanderen che si svolge il giorno successivo: due in particolare, un Lotto Soudal e uno Sport Vlaanderen che stanno tornando a casa correndo a tutta: è appena iniziato un acquazzone che in pochi minuti lascerà il posto a un bel sole improvviso, ma che poco dopo scomparirà ancora dietro al grigio delle nuvole.

Fiandre, non ci si poteva aspettare nulla di diverso: quattro stagioni in un pomeriggio. Quattro stagioni in una settimana come quando venerdì ci siamo svegliati con i muri coperti dalla neve. E pur essendo un giorno feriale, c’erano centinaia di ciclisti di ogni età, genere, divise e con ogni tipo di bicicletta. Questa è la settimana della Ronde e questi sono gli ultimi rintocchi che suonano nelle loro gambe prima della Cyclo, la gara amatoriale in programma sabato. Ci fermiamo vicino a un incrocio per assistere alla scena di un nonno che sta cambiando la ruota a un ragazzino in lacrime. Ci sono i pendolari che si fanno su e giù per le colline vestiti da impiegati ma con bici da corsa e caschetto. Immaginatevi arrivare di fronte a un edificio e leggere l’insegna Après-velo B&B Bar; guardare dentro e notare magliette e cappellini di ogni epoca, le sacche del rifornimento di ogni squadra, biciclette di diverse generazioni e l’arredamento fatto da sellini, manubri. Nell’enorme campo dietro l’edificio una specie di scultura post-moderna: sono due ruote giganti messe parallele in orizzontale a una decina di metri l’una dall’altra: sopra sono appese carcasse di migliaia di biciclette. In sacrificio al Dio Ciclismo.

Ma torniamo a Waregem, la città dove si conclude la Dwars door Vlaanderen. Waregem è la città dei cavalli. Arrivando qui si notano decine di scuderie. Cavalli ovunque: statue per tutta Waregem persino dentro al municipio. Il simbolo della città è un cavallo. Qui, ogni anno, dal 1847, si corre la Waregem Koerse. È una festa cittadina, ma è anche una delle corse di più importanti al mondo, alla stregua degli eventi ippici francesi e inglesi. I migliori cavalli vengono mandati qui per correre all’interno dell’Ippodromo dove c’è una delle riviere più celebri e difficili: Gaverbeek. L’evento dura una settimana: è la festa più grande del paese. Il vincitore, come tradizione, si getta nell’acqua del Gaverbeek così com’è, vestito da fantino. Ci dicono che nel 2024 per i Giochi di Parigi in vista delle gare di equitazione, i cavalli verranno mandati qui per allenarsi.
Le connessioni tra cavalli e la Dwars door Vlaanderen esistono. Il premio, ad esempio: un cavallo di pezza che finirà tra le braccia dei vincitori, Chiara Consonni e Mathieu van der Poel. La gara femminile parte proprio dall’Ippodromo dove musica dance e odore di patatine fritte intrattengono il pubblico e riempiono il naso. La gara maschile prima di giungere al traguardo passa nell’Ippodromo. Subito usciti da qui, quest’anno, Mathieu van der Poel ha letto perfettamente l’allungo di Tiesj Benoot, lo ha seguito, ha collaborato, lo ha battuto allo sprint. Un van der Poel improvvisamente più maturo. Vincente come lo è sempre stato, ma con un istinto risolutivo che su strada, a volte, era venuto a mancare. Non più il van der Poel un poco ingenuo e con la faccia da bambinone arrabbiato, ma un van der Poel concreto e con la faccia da bambinone felice. Ugualmente spettacolare. Una gara che ha visto Pogačar studiare e osservare con gli occhi di chi era venuto qui praticamente per la prima volta. Sarà solo il preludio alla Ronde.

Abbiamo seguito la Dwars in compagnia di alcuni tifosi saltando di muro in muro, da punto strategico in punto strategico. Vivendola come i fiamminghi vivono le loro classiche. La sera prima si stampano la cronotabella con tutti i passaggi. In auto solitamente salgono un pilota e un copilota. Il copilota tiene in mano il foglio pieno di appunti con gli orari dei passaggi della corsa – alcuni persino corretti rispetto a quello segnalato dall’organizzazione ufficiale – e dà le indicazioni. Si arriva in un tratto dove transita il gruppo, si parcheggia, si salta giù al volo dall’auto, ci si incrocia con un altro centinaio di tifosi che hanno fatto la stessa cosa, si vede il gruppo passare, si incita e poi via, di nuovo di corsa tutti in macchina per riprendere il gruppo in altre zone, vederlo per pochissimi istanti e rispettando al secondo il tempo prestabilito per non rischiare di rimanere imbottigliati.
«Questo è possibile – ci racconta David – perché qui in Belgio le strade non vengono mai chiuse al traffico durante le gare, se non pochissimi minuti prima e vengono poi subito riaperte». Al Fiandre, dice che non sarà possibile fare una cosa del genere, e infatti non lo sarà: perché se alla Dwaars giravano migliaio di persone, alla Ronde c’è un numero dieci volte superiore.
Entriamo allora per quattro ore dentro a questa specie di centrifuga. Riusciamo anche a infilarci in mezzo ad alcune ammiraglie e stare con loro nelle zone del rifornimento. A un tratto incrociamo Davide Martinelli dell’Astana: si è ritirato e si mescola con il pubblico all’entrata di una salita in pavé. Lo chiamiamo dall’auto, si avvicina come nulla fosse e si ferma a parlare raccontando di non passare un momento particolarmente felice di forma.
Viaggiamo quindi veloci fino al traguardo, in tempo per notare gli allibratori con la loro lavagnetta e le quote segnate a pennarello. Prendono scommesse su un quaderno a quadretti scritto a penna e non parlano mezza parola che non sia nederlandese. Ci sono i chioschi: birra, hamburger e patatine. Tra i molti tifosi trovi piccoli fan club che seguono neoprofessionisti: è il caso di Arnaud De Lie. Oppure chi arriva dalla Francia per sostenere la B&B Hotels e alla partenza si fa fare una foto a fianco del bus della squadra. A fine gara, spostandosi tra i mezzi dei vari team, c’è un’altra parte di questo spettacolo. I bambini a caccia di borracce. Tutti si rendono disponibili, ma ci colpisce il gesto di un corridore della Uno-X che esce in boxer dal pullman, nonostante il freddo e la corsa appena finita, e regala a un bambino la sua divisa da gara con tanto di numero ancora attaccato.

Ma il nostro viaggio è, soprattutto, Ronde van Vlaanderen, il Giro delle Fiandre. Qui c’è gente da tutto il mondo. I camper arrivano sul Koppenberg fin dal giovedì e già dal pomeriggio il rischio è quello di non trovare posto. Sei ragazzi dai Paesi Baschi hanno noleggiato un vecchio furgone e si sono fatti 1400 chilometri per venire sin qui. Non pedaleranno la Cyclo, ma in bicicletta cercheranno per quanto più possibile, domenica, di spostarsi tra Oude Kwaremont e Paterberg.
C’è Jan, un signore belga di una certa età, accompagnato da moglie e barboncino. Ha parcheggiato il camper di prima mattina, ha costruito con palo e filo un recinto in un campo di fianco alla cima del muro, ha tirato fuori la bandiera di van der Poel, il suo preferito, di Van Avermaet e di Naesen. «Pazienza – ci dice – se Naesen forse non correrà domenica. Noi lo tifiamo uguale». Ha con se uno scooter, gli domando perché: «Nel caso finissimo il cibo sono pronto a correre in città».
Ci sono gruppi di tifosi organizzati: sostengono qualsiasi corridore. Chiedo a Joeri il perché e ci spiega che per loro fondare un fan club, seguire un corridore, vuol dire in qualche modo far parte di questo mondo. È appartenenza, ma è anche un fatto normale. Lo scelgono per simpatia spesso, oppure se appartiene al loro stesso paese o se, come nel caso di Daniel Oss, sentono una particolare affinità. È un modo per fare festa, per portare al massimo la loro passione per il ciclismo.

Inno alla passione, appunto: come quella che spinge 16.000 persone a iscriversi alla Ronde van Vlaanderen Cyclo, che si disputa alla vigilia del Fiandre. E quest’anno si è corsa nonostante la fitta nevicata del giorno prima. Ma per fortuna – ci raccontano molti di loro – il giorno dopo era già tutto asciutto. «Faceva freddo sì, ma con tutta questa gente, con tutto quello che vuol dire essere qui a pedalare, nemmeno te ne accorgi».
Passione, religione. Le vetrine dei negozi sono a tema ciclistico, nelle librerie trovi borracce da collezione, usate, a volte molto rare, appese ai muri che scendono con un filo, oppure messe in vetrina.

Il giorno della gara è il big bang. C’è la banda sul Paterberg. Ci sono i VIP su un tratto dell’Oude Kwaremont, quelli che la gente nomina storcendo un po’ il naso. Delirio in partenza ad Anversa e all’arrivo a Oudenaarde. Tutto esplode. Viviamo l’esperienza sull’Oude Kwaremont, la salita diventata simbolo dopo l’esclusione dal percorso del Muur, insieme ai tifosi di Oss e a quelli di Lampaert. Il fan club Forza Lampaert si chiama così perché un amico del fondatore è di origini italiane e quel nome suonava bene.
Sull’Oude Kwaremont ci passano sotto gli occhi per due volte. La prima Pogačar detta il ritmo al gruppo; la seconda lo frantuma piombando da solo sui fuggitivi. I commentatori fiamminghi dicono: Mai vista una roba del genere. Sul terzo e ultimo passaggio se ne va via con van der Poel.
Grazie all’infiammata partecipazione di chi segue la corsa a bordo strada capiamo il significato di Fiandre e ciclismo. Vengono incitati non solo i corridori, ma chiunque e quel tratto di strada si trasforma in una curva da stadio in un derby sudamericano. La più grande festa ciclistica immaginabile. Un poliziotto passa e batte il cinque a tutti quelli appesi alla transenna.

Luca Mozzato ha un ghigno che sembra quasi un sorriso nel sentire tutto il supporto che gli arriva sull’Oude Kwaremont. Lampaert e Oss, per forza di cose, sono i più attesi, e non importa se uno si ritirerà e l’altro si staccherà nel momento decisivo della corsa. Si incitano bambini che salgono in bicicletta e spingono il rapportino e sbandano. Cicloamatori che continuano a venire su spostandosi dal vecchio Kwaremont al Paterberg. Si urla persino per le ammiraglie e i camion. Si vedono da vicino i corridori che si prendono a spallate per superarsi lungo il terreno viscido e accidentato. Capisci, vedendo tutta la gente accalcata alle transenne, tra boati e sirene, come abbia fatto Sagan a cadere qui, nel 2017, mentre provava a inseguire Gilbert. Quando passa l’ambulanza, dall’abitacolo filmano quello che si vede fuori. Cori da stadio, musica dance che si alterna al rock. Colori e bandiere di ogni tipo e provenienza. Famiglie intere che seguono sulle sedie da campeggio, qualche panino, tante birre. Alcuni poliziotti chiedono documenti a chi, con la faccia da sbarbato e visibilmente ubriaco, potrebbe non essere maggiorenne. Mi raccontano che nelle ore di corsa nessuno gira per le città: o sei a vedere il Fiandre per strada oppure sei a casa, insieme a tanti altri amici, davanti allo schermo gigante, zuppa e griglia. E birra a fiumi.
«Qui nelle Fiandre abbiamo cinque cose – mi racconta un tifoso decisamente alticcio – ciclismo, birra, patatine, cioccolato e… ciclismo».

Una domenica che è un’esplosione di emozioni. Qui è la normalità, ma ogni volta, ci dicono, ti conquista. Una domenica speciale come quella vissuta da chi sul traguardo di Oudenaarde ha stretto i denti ed è arrivato, in mezzo a un frastuono assordante, e anzi trovando le ultime energie proprio grazie a quel frastuono. Seguiamo la fine della corsa dentro il tendone montato dei tifosi. L’ultimo chilometro ti lascia con il fiato in gola, siamo in centinaia tutti ammassati davanti al maxi schermo. Sono rimasti in due, i due più forti, van der Poel e Pogačar. Si alzano cori da stadio. Lo sloveno col ciuffo prova a giocare d’astuzia, ma gli va male. L’olandese dai dorsali d’acciaio, vince.

E a fine gara, dopo la premiazione, si divora un panino con l’hamburger. «È delizioso» si fa scappare con la bocca piena. È vero che da queste parti il tifo è per tutti, senza badare troppo a lingue e bandiere. Ma i belgi non avranno trovato propriamente delizioso il fatto che da cinque anni la loro Festa nazionale non riesca a festeggiare la vittoria di un loro connazionale. L’ultimo è stato, nel 2017, Philippe Gilbert, vallone e neanche fiammingo, come abbiamo già detto. E che rimane l’unico belga a salire sul gradino più alto del podio negli ultimi dieci anni di corsa, in un albo d’oro peraltro a fortissima percentuale di vittorie endogene: in 106 edizioni, per 69 volte il successo è andato a un campione nazionale. Ma in fondo a questa domenica di birre e bandiere, un po’ di delizia, per fortuna, è arrivata da Lotte Kopecky, vincitrice della Ronde femminile. Per la belga Lotte il Leone nero in campo giallo è tornato a ruggire di gioia. In fiammingo.

Foto: Ashley e Jared Gruber
Articolo apparso sul numero 20 di alvento


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