Absolute Cinema

La Milano‑Sanremo 2026 è cominciata con quella luce sbagliata che hanno solo le mattine in cui nessuno ha dormito abbastanza, una luce che non promette niente, che non consola, che non ti dice “oggi sarà un giorno importante”, ma ti sussurra “oggi succede qualcosa, e non sarai pronto”.

Il gruppo scivolava verso il mare come una processione di anime che non hanno ancora deciso se credere o bestemmiare, ognuno con il proprio piccolo inferno infilato nelle tasche posteriori, ognuno con una storia che non interessa a nessuno finché non diventa tragedia, e in mezzo a tutto questo c’era lui, non un corridore – o almeno non solo –  ma un personaggio, uno di quelli che non entrano in scena ma ci cadono dentro come se qualcuno li avesse spinti, uno che non ha bisogno di primi piani perché è già un primo piano, uno che non ha bisogno di musica perché la musica ce l’ha nelle gambe, e non è una musica allegra, è una musica che ti scava, che ti mette a disagio, che ti fa capire che non stai guardando una corsa quanto un uomo che lotta contro qualcosa che non vediamo, qualcosa che forse non esiste, qualcosa che forse esiste solo per lui.

Il Turchino è passato come passano le cose che non vogliono farsi ricordare, ma già lì si sentiva un rumore, non un rumore meccanico, di catene o di ruote, un rumore che pareva una storia da raccontare, narrativo. Il rumore che fa la trama quando decide che è stanca di aspettare, e il gruppo lo sapeva. Non lo diceva ma lo sapeva, stava arrivando.

La corsa si è trascinata verso la Cipressa con la stessa energia di un film girato da un regista che non crede più nella redenzione: lunga, sporca, piena di personaggi che non sai se tifare o temere, c’era chi provava a scappare come un ladro che non ha studiato il piano, chi si nascondeva dietro la maglia del compagno come un bambino che spera di non essere interrogato, chi faceva finta di niente sperando che la trama lo risparmiasse. E poi c’era lui, Lui per qualcuno. Pogi, Pogačar, lo sloveno, quello lì, il campione del mondo. Colui che deve essere nominato. Lui con i suoi tanti nomi. Lui che in quel momento non faceva niente, e proprio per questo faceva paura. A un certo punto cade. Si sfregia. Si rialza. Si mette a ruota di un compagno di squadra. Rimonta, stacca tutti o quasi.

Quando la strada ha cominciato a salire verso il Poggio, la corsa aveva ormai cambiato faccia, spartito, linguaggio. Non era più ciclismo: era già diventato cinema, vero, sporco, naturalista. Di quelli che ci mettono la faccia senza paura di mostrarsi. Cinema verità lo chiama qualcuno. Quello che non ti chiede se sei pronto. Telecamera a mano che tremava, il pubblico dietro lo schermo e sulla strada tratteneva il fiato, e in quell’istante è successo qualcosa che succede solo nei film quando il protagonista, quello che doveva esserlo, quello che ha chiesto la parte più importante, quello che ha fatto promesse, ha letto il copione e c’ha messo del suo, decide che è arrivato il momento finale. Lo scatto non è stato uno scatto: è stato un’inquadratura, una di quelle che ti entrano negli occhi e non se ne vanno più, non era elegante, non era pulito, non era armonioso, non lo è mai stato, sempre un po’ sgraziato nel suo modo di andare sui pedali. Ma è stato necessario, inevitabile.

Era la pedalata di un uomo che non stava attaccando gli altri: stava attaccando se stesso. La rimonta è stata una cavalcata che sembrava uscita da un western girato da un regista che non crede più negli eroi ma non riesce a smettere di cercarli, ogni metro era un colpo di pistola, ogni curva un duello, ogni rilancio un pezzo di anima buttato sulla strada, e dietro gli altri sembravano personaggi secondari, tutti intepretati da un Gianmaria Volontè d’annata: van der Poel leccava il sangue dalle sue ferite come farebbe un vampiro a pochi minuti dal sorgere del sole, Pedersen stringeva i denti come un operaio che non vuole mollare il turno, Pidcock provava a tenere la ruota come un ragazzino che corre dietro a un treno che non si fermerà, van Aert guardava la scena con quella calma da uomo che ha già visto tutto e proprio per questo non si illude.

Davanti, invece, c’era un uomo che non guardava nessuno, non guardava il pubblico, non guardava la moto, non guardava la strada, guardava qualcosa che non c’era, qualcosa che forse non esisteva, qualcosa che forse esisteva solo per lui, e la discesa è stata un delirio controllato: linee che non erano linee, traiettorie che sembravano errori e invece erano scelte, rischi che non erano rischi ma atti dovuti, ogni curva era un fotogramma bruciato, ogni rilancio un pezzo di pellicola che si consumava, ogni metro un passo verso qualcosa che non aveva nome.

In via Roma non è arrivato un corridore: è arrivato un uomo che sembrava uscito da un film che non è mai stato girato, non ha esultato, non ha sorriso, non ha cercato la telecamera, ha solo finito la scena, e gli altri sono arrivati dopo, chi a pochi millimetri, chi a pochi secondi, chi a minuti. Ognuno con la propria storia addosso, ognuno con la propria ferita, ognuno con il proprio film da portare avanti.

La Milano‑Sanremo 2026 non è stata una corsa: è stata Absolute Cinema, un western girato in Liguria, un noir senza pistole, un elevated horror in salsa e spaghetti, un dramma psicologico con le ruote da 28, un monologo interiore travestito da Monumento, e lui al centro non come eroe, non come mito, non come simbolo, ma come inevitabilità, un uomo che pedala come se stesse cercando di salvarsi da qualcosa che non vediamo, e forse è proprio questo che lo rende così difficile da raccontare e così impossibile da ignorare, perché certe vittorie non sono vittorie: sono confessioni, e certe corse non sono corse, sono sedute di psicoanalisi fatte a 50 all’ora, con il mare a sinistra, la storia a destra e il destino che ti guarda e non dice niente, e lui in mezzo che pedala come se stesse cercando di non impazzire, o forse di impazzire nel modo giusto, quello che ti permette di restare in piedi mentre tutto il resto crolla, quello che ti permette di guardare la strada e vedere non la strada ma la tua stessa ombra che ti corre accanto e ti chiede: “E adesso?”.

E lui non risponde, perché non c’è niente da rispondere, c’è solo da pedalare, e pedalare, e pedalare, finché la scena non finisce, finché il film non si spezza, finché la pellicola non brucia, finché qualcuno non spegne il proiettore e si accendono le luci, e allora capisci che non hai visto una corsa: hai visto un uomo che ha deciso di non scappare più. Perché tanto non serve per vincere.


Dispacci dal WT #22

Storie di ciclismo, ispirate da ciò che arriva da Sanremo. Un corridore la storia di questo sport la sta scrivendo, non serve dire chi: basta guardare come. La vittoria di sabato è, forse, tra le sue, la più iconica, al pari della prima al Tour de France; forse la più interessante da raccontare, quasi da scriverci un libro. E mentre quello riscrive il ciclismo, altri stanno scrivendo la propria storia. Che, tuttavia, male non è.

Tom Pidcock, Wout van Aert e Mads Pedersen, per esempio. Le loro storie si riempiono di risultati – perlopiù piazzamenti nelle grandi corse – spesso più per meriti altrui che per propri demeriti.
Pidcock sale di nuovo sul podio di una grande classica, battuto sempre da nomi giganti: due volte alla Strade Bianche (una vittoria e un secondo posto dietro Pogačar, più un quarto e un quinto), una volta alla Liegi (dietro Evenepoel), due alla Amstel (una vittoria e un secondo posto dietro van Aert). A questi si aggiungono i due secondi posti all’Emilia (dietro Pogačar nel ’24 e Del Toro nel ’25) e il podio alla Vuelta (dietro l’unico che riesce a dare un minimo fastidio al campione del mondo nelle corse a tappe, cioè Vingegaard, e a uno dei più solidi regolaristi nei GT del post-Covid, cioè Almeida).

E poi i titoli extra-strada – mountain bike e ciclocross – o le vittorie al Tour sull’Alpe d’Huez, quella al Brabante, e la già citata Strade Bianche. Pochi successi, quasi tutti molto buoni.

Insomma: quando parliamo di Tom Pidcock, che sabato ha tenuto botta a Pogačar fino a farsi battere per mezza ruota, parliamo di un talento enorme, inversamente proporzionale alla sua statura – non è body shaming, sono un nanetto anch’io, se non di più, ma è per enfatizzare e romanzare. Uno capace di andare forte ovunque e per tutta la stagione come pochissimi altri. Semplicemente, il destino per lui ha scelto il peggior momento possibile per nascere e crescere: l’era dei giganti, di Tadej Pogačar e, se allarghiamo al ciclocross, anche quella di Mathieu van der Poel.

Un discorso simile riguarda Wout van Aert e Mads Pedersen, che però nelle gare su strada si sono scontrati più spesso con van der Poel che con Pogačar. Anche se poi, a un certo punto, nelle corse per puncheur, velocisti e classicomani del Nord è spuntato pure il cannibalino sloveno.

Entrambi sono arrivati a Pavia a fari spenti: il danese reduce da un infortunio e da un recupero lampo fatto di sessioni infinite sui rulli , il belga da una Tirreno-Adriatico quasi sottotraccia per ritrovare la condizione. E entrambi man mano che il traguardo si avvicinava si sentivano sempre meglio e infine hanno sorpreso: terzo e quarto posto finale.

Van Aert cade e rientra, non senza polemiche per via della scia data dalle auto in corsa, attacca nel finale: un Pogačar in piccolo, a metà, ma tanto basta – talmente è forte quello lì – per salire sul podio. E allora anche il suo palmarès aggiunge un tassello a una carriera molto più interessante di quanto si racconti. Perché di lui restano impresse le sfortune: Roubaix e Fiandre non vinti (e chissà se mai succederà) e i tanti “non trofei”.
Ma ci sono anche cinquantuno vittorie da professionista: dieci tappe al Tour, una Sanremo, una Amstel, una Strade Bianche, una Gand, una OHN, tre tappe alla Vuelta, una al Giro, una al Delfinato.
E poi i piazzamenti: un secondo (Fiandre perso al fotofinish) e due quarti al Fiandre, più un sesto e un nono; un secondo, un terzo e un quarto alla Roubaix, più un settimo; alla Sanremo, oltre alla vittoria del 2020, due terzi posti, un sesto e un ottavo; un terzo posto alla Liegi.
Pogačar ha alzato l’asticella e ha vinto ovunque, ma corridori in attività con podi a Roubaix, Sanremo e Liegi – tre mondi diversi – sono solo i due van (Aert e der Poel) e lo sloveno. E senza contare Mondiali (due argenti in linea e due a cronometro) e Olimpiadi Bronzo a cronometro, argento in linea), o le vittorie in proprio a Strade Bianche e Amstel o quelle a cui ha contribuito dando una mano ai suoi compagni di squadra. Insomma, per favore, non chiamatelo perdente.

Pedersen, invece, per una volta silenzioso, vince la volata del gruppo. E chissà il rammarico: se invece di Bagioli e Ciccone sull’Aurelia avesse avuto un paio di Vacek (pesante in questo senso il ritiro di Kragh Andersen, coinvolto nella caduta che ha lanciato Pogačar) o se le moto in cima al Poggio non avessero fatto quel servizietto tipo bus-navetta ai due davanti… magari il gruppo sarebbe rientrato. E magari Pedersen avrebbe vinto. Se, se, se.
Pedersen che in carriera ha un Mondiale, tre Gand, cinque tappe al Giro, quattro alla Vuelta, due al Tour. Ma insegue, come Pidcock, la Monumento della consacrazione, che potrebbe non arrivare mai, nonostante i tre podi al Fiandre (due secondi e un terzo), i due terzi e un quarto alla Roubaix, i due quarti, due sesti e un settimo alla Sanremo – corsa che inizialmente, parole sue, non gli piaceva né gli sembrava troppo cucita addosso.
Eppure parliamo di corridori che stanno scrivendo pagine importanti. Stanno scrivendo la loro storia. E che storia.

Così come Andrea Vendrame, che con il sesto posto in Via Roma – terzo nella volata del gruppo – ottiene il risultato più prestigioso della carriera, tolti un paio di successi preziosissimi (al Giro, al Tro Bro Léon, alla Tirreno). E a questo piazzamento vorrebbe far seguire qualcosa di importante fra qualche settimana anche alla Amstel. Corsa su misura, ma ahi lui anche per altri, tra cui alcuni citati qui dentro.

Foto: Poci’s Pix


Bretelle da corsa

C’è un uomo con un caschetto rosso e una tuta giallonera che pedala e intorno a lui la società pare si disponga come in un romanzo scritto prima di una rivoluzione: lampioni che sembrano giudici, strade che si piegano come pagine, mentre lui avanza senza chiedere lumi alla vanità delle cose.

Jonas attraversa la pioggia e il freddo come un personaggio che non ha tempo per le pose; non cerca applausi per il suo abbigliamento, cerca solo di non congelare. Ha vinto la Paris‑Nice – ed è la prima volta in carriera, l’ha inseguita, voluta «per me significa tanto essere qui -ha raccontato. È la mia prima corsa dell’anno ed è la mia prima vittoria in una gara che volevo vincere da tanto tempo». Frasi di circostanza, ma che escono sinceramente dalla sua bocca, con quell’espressione che fa del danese il terzo fratello dei Caulkin, quello che al palcoscenico di Hollywood ha preferito l’altrettanto faticoso mondo del professionismo in bicicletta.

Due tappe vinte, una generale costruita con pazienza e potenza, un margine che parla chiaro: 4’23’’ al secondo, Daniel Felipe Martinez, una vittoria mai in discussione sul modello del suo più grande rivale, Pogačar, lui che forse è l’unico che ancora un minimo riesce a disturbargli leggermente il sonno la notte. Tipo una civetta sul davanzale della finestra. Quarantacinque successi in carriera, tra cui due Tour e una Vuelta e ora si prepara per il Giro, per entrare nel club dei vincitori di tutti e tre i grandi giri prima di Tadej Pogačar. Sono soddisfazioni.

Eppure, mentre la sua ruota taglia l’aria e la classifica si compone, il mondo si mette a discutere di bretelle e bib‑tights come fosse la cosa più importante, e forse lo è: gli appartenenti alla società dell’apparenza dettano legge. Ecco con cosa si sentono appagati.

La prima tappa vinta sembra una cosa normale, agli occhi di chi è normale, poi ascolti in giro e capisci che non lo è affatto. Vingegaard vince vestito come il grande Steve Urkel di Otto sotto un tetto: bretelle sopra la maglia, strati che sembrano spuntargli addosso da soli, come se la bici avesse attraversato una nuvola e lui ne fosse uscito con tutto l’inventario meteorologico appeso alle spalle. Pedala, arriva, vince. E intanto l’universo, da qualche parte, prende appunti per capire se quell’outfit è un errore o un nuovo ramo dell’evoluzione.

Il mondo che ci appartiene nostro malgrado, invece, si trova così diviso tra chi zooma le foto per capire se le bretelle fossero sopra o sotto, mentre a noi viene da sbadigliare. Perché davvero non ce ne importa niente. Non siamo qui per giudicare il guardaroba di un uomo che sta facendo centinaia di watt in salita. Non siamo qui per trasformare la fatica in un catalogo. È uno dei modi più rapidi per far precipitare tutto: prendere la corsa e ridurla a una vetrina squallida da cui comprare il meglio. La bici ultimo modello che va come quella di dieci anni fa, ma vuoi mettere che figurona ci faccio al giro del sabato con i colleghi; la maglia all’ultimo grido perché altrimenti ti urlano “panno!” come se fosse un argomento. Tantomeno bisognerebbe renderlo argomento di discussione qui tra di noi. Questo non è giornalismo sportivo: è merchandising con cronaca.

Il giorno dopo, Vingegaard vince di nuovo ed è ancora protagonista di momenti sviscerati sui social e dalle cronache sportive. Mica il suo attacco, la cadenza, la pochezza, con tutto rispetto, degli avversari, alcuni dei quali se vogliono provare a salire sul podio al Tour devono fare un ulteriore salto di qualità. No, si parla di una scena che in effetti sembra uscita da un sogno confuso, uno di quelli in cui tutto è logico finché non ti svegli. C’è una tifosa dietro a una transenna e c’è un mazzo di fiori. C’è Vingegaard che le porge quei fiori, ma infilandoli attraverso le grate con la delicatezza di uno che sta cercando di restituire un gatto a un’altra dimensione, invece di passarli semplicemente dall’alto. La tifosa li prende, un po’ stupita, un po’ felice, un po’ come chi riceve un regalo da un’entità soprannaturale che non ha letto bene il manuale delle interazioni umane. E mentre il mondo discute se fosse più elegante (o più sensato, diremmo noi)  passarli dall’alto, noi continuiamo a non capire perché tutto debba essere trasformato in un tutorial di stile. È sport, non un corso accelerato di galateo per influencer.

E poi c’è quel gesto –  piccolo e vero – che ha fatto discutere più di quanto meritasse: dopo quel successo di tappa, Jonas si è chinato sul manubrio e ha baciato una foto della famiglia appiccicata lì, come fanno i marinai con la medaglietta, come fanno gli uomini che portano con sé qualcosa che non si vede nelle classifiche. Il gesto è semplice, umano, eppure sui social è esplosa l’indignazione: lo hanno chiamato patetico, succube, ridicolo. Soddisfazioni di plastica da parte di squallidi omuncoli che purtroppo si ritrovano a respirare la nostra stessa aria. In che mondo assurdo viviamo per definire così un ragazzo, qualsiasi sia la sua professione? Lo sdegno non è per il gesto – il gesto è sacro nella sua banalità – ma per l’assurdo bisogno di deridere la tenerezza, per la fretta di trasformare ogni emozione in un’etichetta sprezzante. Se baciare la foto della famiglia è essere “patetici”, allora abbiamo perso il senso delle parole. È più patetico chi giudica, chi sputa sentenze da tastiera, di chi porta con sé un ritaglio di casa mentre affronta la fatica. Ma capisco anche quanto sia inutile e forse è davvero patetica la mia battaglia nel cercare di comprendere o riportare all’ordine, di ritrovare una certa dimensione in chi guarda, parla, commenta. Da ormai anni si è sconfinato e non c’è più modo per tornare indietro. Basta semplicemente vedere le classi dirigenti in ogni ambito politico e sociale a cosa ci hanno ridotto.

Ma torniamo a noi e al mondo di Vingegaard. Due tappe vinte, si diceva. Nella prima sfida la moda e vince. Nella seconda sfida la logica e vince lo stesso, ma ai punti, perché la logica non si presenta nemmeno. La trasformazione dello sport in vetrina produce due effetti concreti: svuota la narrazione della fatica e crea una gerarchia di consumo dove l’apparire conta più del correre. Non è una questione di snobismo: è una questione di priorità. Se misuriamo i corridori in centimetri di stoffa, perdiamo la misura delle cose che contano: la capacità di soffrire, la scelta tattica, il momento in cui si decide di attaccare o di resistere. Se la cronaca diventa un manuale di stile, allora la corsa diventa un pretesto per vendere, e il pubblico resta tradito.

Eppure, nonostante tutto, la sostanza rimane. Jonas ha vinto la Paris‑Nice; ha messo in fila chilometri e avversari con la stessa freddezza con cui qualcuno mette ordine in una stanza. Ha accumulato vittorie che non si contano con i like e ora si prepara per il Giro d’Italia dove si vedrà la differenza tra chi vive per l’apparire e chi vive per la corsa. A noi il danese piace per il suo modo di essere, ma solo abbastanza, manca quella scintilla che accenderebbe se solo si facesse vedere di più durante la stagione, ma lui è fatto ìin questa maniera, il potenziale per farsi amare ci sarebbe tutto, ma d’altra parte, molto retoricamente, lui ha già chi lo ama e lo aspetta a casa – con buona pace dei ******** sui social che lo insultano.

Ma a noi va bene anche così: chi siamo per giudicare le scelte di vita e sportive di un ragazzo di trent’anni? Ci viene da pensare che Jonas non sbagli mai, ma che forse è il mondo che gli sta dietro con un ritardo di due o tre tappe. O forse – e questa è la versione più probabile, reale, concreta – Vingegaard vive in un universo parallelo e ogni tanto ci manda una cartolina. Una cartolina storta, piegata male, infilata tra le sbarre. Ma sempre gentile. Noi la apriamo, la leggiamo e la mettiamo sul tavolo: dentro c’è il suo mondo, straniante, ma così normale per essere vero, come vincere una corsa in salita o la tenerezza di un bacio a una foto. E questo, più di qualsiasi bretella, è ciò che conta davvero.


Una strade bianche differente (e senza Pogačar)

Entro in un baretto con una porta di legno che un tempo sarà stata rossa ma ora è diventata una sorta di fucsia sbiadito e su quella porta appeso c’è il cartello dei gelati Sammontana, ma sono sicuro che quei gelati sono almeno trentanni che non vengono più prodotti perché li mangiavo da bambino e poi non li ho più trovati e mi pare di scorgere al volo che i prezzi visibili sono ancora in lire.

La corsa è già partita da un po’, ma qui nessuno sembra preoccuparsene. Il televisore, sintonizzato sulla corsa, è appeso in alto, forse è la cosa più contemporanea che si trova dentro al bar, ma mantiene anche lui quel disegno da follia moderna: è inclinato come un quadro storto che nessuno ha mai avuto il coraggio di raddrizzare, e ogni volta che la porta si apre entra una folata di polvere che fa tremare l’immagine.

Il barista asciuga un bicchiere da venti minuti, come se stesse aspettando un segnale dall’alto per smettere. Per un attimo ho pensato di essere finito in un universo parallelo oppure di essermi svegliato, finalmente aggiungerei, e che questo sia il matrix. C’è pure una radiolina che gracchia in un angolo, ma non si capisce se stia trasmettendo la corsa o il bollettino del traffico sulla Siena–Grosseto. Non riconosco né Pancani, né Panchetti.

La corsa, comunque, è lì: polvere, strade bianche, gente che urla come se stesse passando la Madonna. Davanti non c’è nessuno che fa il fenomeno. Nessuno che parte a settantanove dall’arrivo e ti rovina il pomeriggio. Oggi la corsa è una cosa umana, quasi commovente, come quando vedi un signore di sessant’anni che prova a salire su un monopattino elettrico senza farsi male. Chiudo gli occhi e penso pure a me quando andavo ancora in bicicletta e grazie a lei pesavo quindici chili in meno. Scende una lacrima che dimentico di asciugare.

Seixas è il primo dei grandi favoriti a provarci, anzi per qualcuno è proprio lui il grande favorito della corsa, con quella faccia da bravo ragazzo che non ha ancora capito che la vita è un posto complicato. Parte con una progressione pulita, quasi educata, come uno che chiede «signora, posso?», anche quando deve attaccare per vincere una delle corse più importanti del calendario.

Nel bar uno afferma, serio, compiaciuto:
– «Questo è forte».

Lo dice come se l’avesse scoperto lui, ma allo stesso tempo la voce trema insicura come quella di uno che non si fida nemmeno del meteo. Un altro annuisce, ma più per abitudine che per convinzione, ha la camicia sudata e le braccia conserte così in alto sul busto che le mani sembrano aggrapparsi alle ascelle.

Un terzo entra in quel momento, con la giacca impolverata e l’aria di uno che ha parcheggiato male, e chiede:
– «Chi è quello davanti?».
– «Seixas». Risponde l’esperto con tutta la naturalezza del mondo.
– «Ah, quello che gioca a carte con mio cugino».
– «Signore, questo è portoghese», fa il signore che abbraccia le ascelle.
– «In realtà è francese», ribatte l’esperto, quello che lo ha scoperto e va a dire in giro a tutti quanto questo è forte.
– «E allora? Mio cugino lavora al porto. Mi sarò confuso».
– «Signore, il porto di Livorno non è il Portogallo».
– «E chi lo dice?».
– «Gogol, signore».
– «Ah».

C’è pure Del Toro davanti. Anzi a guardare meglio restano solo in due, loro due, Seixas e Del Toro, ma lo sapevamo sin dalla vigilia. Sono i più forti e nessuno mai, nemmeno tra gli assenti, avrebbe potuto loro rovinare il giochino. Forse Pidcock, ma ogni tanto sbaglia. Gli sta a ruota, lo guarda, lo studia, e poi decide che non può lasciarlo lì da solo a fare il protagonista. Riparte anche lui, con quella pedalata da uno che ha capito che certe occasioni vanno prese al volo, come i treni regionali che una volta arrivavano sempre puntuali, signora mia. Quel Del Toro che ha un modo di muoversi che sembra dire: “Se non ci provo adesso, poi dalle prossime gare torna Lui e finisce che si riprende questo pezzo di strada, che faccio, lascio?“.

Dietro, il gruppo sembra una comitiva in gita al colosseo che ha perso il professore e allora ne approfitta per far girare qualche canna. Grégoire fa il diligente, Pidcock ha la faccia di quello seduto in fondo alla corriera e infatti in bici fa il funambolo, Vermeersch a furia di studiare sembra pesare la metà, e di conseguenza sui terreni sconnessi è a suo agio come il secchione che ha 10 in tutte le materie.

Nel bar, intanto, la radiocronaca la facciamo noi avventori, compresi l’esperto, il giocatore di carte, e l’uomo con le mani sotto le ascelle. Lo facciamo con la precisione di un orologio rotto che però due volte al giorno ci prende.

– «Seixas ha un bel passo».
– «Sì, ma Del Toro è più cattivo».
E un terzo, che non ha mai visto una corsa in vita sua, chiede:
– «Chi è in maglia rosa?».

Poi entra una signora con il cane, che non guarda la corsa ma guarda noi che guardiamo la corsa.
– «Ma è già finita?», chiede.
– «No, signora, manca Santa Caterina».
– «Ah, allora c’è tempo», dice, e si siede come se dovesse aspettare un treno.

Subito dopo entra un turista americano, cappellino da baseball, zaino enorme, sorriso da foto profilo. Guarda lo schermo, non capisce niente, applaude.

– «Good job!», esclama.
– «Ma chi?», gli chiedo, mentre gli altri sbigottiti da questa lingua sconosciuta ci guardano a bocca aperta e in religioso silenzio.
– «All of them!», risponde, felice come se avesse appena visto un matrimonio.

La porta sbatte di nuovo ed entrano due uomini che iniziano a litigare senza motivo apparente.

– «Te l’avevo detto che quello lì è forte!».
– «Ma quale forte, è un ragazzino!».
– «Appunto, è forte!».
– «Ma smettila, te non capisci niente!».

Qualcuno prova a intervenire, difendendo prima un corridore e poi l’altro, prendendo la parte prima di un uomo e poi dell’altro.

Il barista interviene:
– «Ragazzi, per favore, litigate massimo due o tre alla volta e se riuscite fatelo piano che sennò cade il televisore».
– «E allora lo raddrizziamo».
– «È storto da vent’anni, adesso vi svegliate?».

Il turista americano applaude di nuovo.
– «Why?», gli chiedo.
– «Because they are passionate!», dice, indicando gli uomini che litigano nel bar e quelli che fanno una fatica senza senso dentro al televisore.
– «Non sono appassionati, sono scemi».
– «Same thing!», risponde lui, convinto.

La salita di Santa Caterina arriva come arriva sempre: senza pietà. Seixas entra davanti, Del Toro dietro, e la gente ai lati della strada urla come se stessero arrivando i Beatles, ma quelli del ’63, non una cover band. Nel bar urliamo anche noi, ma più per abitudine che per convinzione. Il turista americano applaude di nuovo.
– «Why now?», lo incalzo.
– «Because it looks… vertical!», dice, e non ha tutti i torti.

C’è un signore seduto vicino alla finestra che non ha detto una parola per tutta la corsa, ma quando vede Seixas rilanciare fa un cenno con la testa, come se stesse approvando una scelta educativa. Un ragazzo entra in quel momento, guarda lo schermo, e dice:
– «Ma dov’è quello forte?».
– «Non c’è oggi».
– «Ah», dice lui, deluso come un bambino che scopre che il gelato è finito – e meno male direi, sia per l’assenza di quello forte che per il possibile bancone dei gelati vuoti. E immagino una scena in cui siano passati i NAS di recente.

In Piazza del Campo arrivano i due, storti, infangati, belli come solo i ragazzi giovani sanno esserlo. La volata è una cosa che non si può raccontare senza ridere: un misto di coraggio, disperazione e geometrie sbagliate. Vince Seixas, perché qualcuno doveva pur vincere, e Del Toro arriva secondo con la faccia di uno che ha già capito che prima o poi la vince davvero, questa corsa. Grégoire arriva terzo, come se fosse scritto da qualche parte che quando non c’è lo sloveno lui deve fare il podio.

Nel bar ci guardiamo, brindiamo, e uno dice:
– «Bella, eh. Però senza quello lì… un po’ mancava».

E sì, forse mancava.

Perché senza Pogačar la vita è più semplice, o forse no, è proprio quando c’è lui che si semplificano le cose: tanto sai già chi vince.

La signora col cane si alza, guarda il televisore, e dice:
– «Io comunque tifavo quello con la faccia simpatica».
– «Quale?».
– «Quello».

Il turista americano applaude di nuovo.
– «Good race!», dice.
– «Ma è finita da un quarto d’ora».
– «I know!», risponde, felice lo stesso.

Il barista spegne la radiolina, guarda il televisore che continua a tremare, e dice:
– «Ragazzi, chiudo tra dieci minuti».

Come se la storia, alla fine, fosse tutta lì. E forse lo è davvero.

Foto: Poci’s Pix


La Primavera di Wout van Aert arriva sempre in ritardo

Wout van Aert ha ricominciato la stagione come uno che esce di casa convinto di aver chiuso il gas e invece a metà strada gli viene il dubbio. A Le Samyn, dieci chilometri all’arrivo, la corsa che si stringe come una porta girevole, e lui che fora. Non una foratura elegante, di quelle che ti fanno fermare con dignità. No, una di quelle che ti fanno scendere dalla bici come uno che scende dal tram sbagliato. Arriva Mattio, giovane italiano di enormi speranze, gli dà la sua, Wout ci sale, fa due pedalate e capisce subito che non è roba sua: è come infilarsi il cappotto di un altro, magari pure uno che pesa dieci chili meno. Così è. Allora si ferma, aspetta l’ammiraglia, guarda la corsa che se ne va, e ha quella faccia da cummenda che ha appena perso il tram sotto la pioggia, dopo aver lasciato l’auto in panne ferma in garage. E la cosa più bella – o più triste, dipende da come la guardi – è che a fine corsa dice che sulla strada c’erano dei vetri. Lo dice come si dice “hanno aumentato il biglietto dell’ATM”: senza stupore, senza rabbia, con quella rassegnazione civile che è quasi un talento. Dei vetri. Come se fosse normale trovarli sempre quando passa lui. Come se fosse normale che la sfortuna, quando deve scegliere un corridore, scelga sempre quello con il casco argentato e sopra il simbolo di una nota marca di bevande energetiche che lo differenzia dagli altri in gruppo. E intanto la stagione gli è già partita storta: prima la malattia che l’ha tolto dall’Omloop, poi questa. E prima ancora la caduta di gennaio, che ormai è diventata una specie di tradizione, come il panettone a Natale o quelli che vengono a prendere il vetro sotto casa verso le 4 di mattina e ti eri appena addormentato causa notte insonne per il mix di neonato e caffeina.

Van Aert è uno che parla piano, come quelli che nei bar che tra un Campari e una carambola ti spiegano che la vita è così, che non c’è da farla lunga, che tanto non cambia niente. Dice che va tutto bene, che non è un dramma, che la stagione è lunga, che la vita è più grande di una corsa. E intanto, dentro, gli scorre un’altra pellicola: quella delle occasioni perse, dei finali scappati, delle corse che sembravano sue e invece no. È uno che vive due vite: quella che mostra e quella che si tiene. Quella che sorride e quella che mastica amaro. Quella che dice “capita” e quella che pensa “ma porca miseria, ancora?”. Gli si vede negli occhi, ogni tanto, un lampo breve, un micro-secondo di verità: non ne può più. Poi torna Wout, quello pubblico, quello che parla piano. Ma quel lampo resta, come una spia accesa sul cruscotto della Lancia Musa.

Ha un museo personale, Van Aert. Ci sono un bel po’ di trofei, ma anche diversi quasi-trofei. Sanremo vinte e sfiorate, Strade Bianche vinte e sfiorate, Fiandre che sembravano lì a pochi millimetri, Roubaix che gli sono scappate come un portafoglio caduto mentre sei in fila da qualche parte. Mondiali in cui era l’uomo più forte finché ora non lo è più. E ora anche Le Samyn, che non è una Monumento, nemmeno una Grande Classica, ma era la sua ripartenza. Una delle tante. Una corsa di pietre, vento e cattiveria: perfetta per uno come lui. Perfetta per dire: sono tornato. Invece ha detto: sono tornato, ma con lui anche la sfortuna, sempre un passo avanti. E lui, come sempre, ha fatto finta di niente. Che è il suo modo di dire tutto.

La cosa che colpisce è come perde. Perde bene. Che è la cosa più difficile da fare. Perde senza fare rumore, senza cercare scuse, senza puntare il dito. Perde come uno che ha capito che la vita non è un film: non c’è manicheismo, non vince sempre il buono, non vince sempre il più forte, non vince sempre chi se lo merita. Perde con quella dignità che fa più male della sconfitta. Perché quando uno perde male, ti viene da dirgli che succede. Quando uno perde bene, ti viene da chiederti perché succede proprio a lui. E intanto lui pedala, come quelli che vanno al lavoro anche quando piove, anche quando scioperano i tram, anche quando sanno che non cambierà niente.

La verità è che Van Aert vive in un eterno preambolo. Ogni anno deve ricominciare da capo, ogni anno deve dimostrare qualcosa che aveva già dimostrato, ogni anno deve inseguire una vittoria che sembra sempre lì, a un braccio di distanza, e invece è dall’altra parte della strada. E lui ci va, dall’altra parte della strada. Ci va sempre, comunque, anche quando trova i vetri per terra, antifrasi di lui che non va in frantumi e non si lamenta. La cosa più sospetta di tutte.

Prima o poi succederà (di tornare a vincere qualcosa di bello pesante, al Nord). Non quando lo aspettiamo, non quando lo merita, non quando è il più forte. Succederà in un giorno qualunque, magari pure brutto, magari pure storto, magari pure con il vento contro. magari pure con la presenza di quei due lì che vanno più forte non solo di lui, ma di tutto il gruppo. Succederà quando nessuno ci starà pensando. Succederà quando lui avrà smesso di chiederselo. E allora vincerà il Fiandre o la Roubaix. O tutte e due, per recuperare il tempo perduto. Quel giorno non servirà parlare piano, anzi, non servirà parlare affatto. Basterà guardarlo e capire che certe primavere arrivano tardi, ma quando arrivano fanno rumore.


Abbiamo ancora bisogno di Matteo Trentin

Matteo Trentin è ancora lì, davanti. Sui muri delle Fiandre, tra vento e pavé, la sua figura si staglia netta, senza bisogno di proclami. Ieri, alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne, ha chiuso terzo, dietro a Matthew Brennan e al compagno di squadra Luca Mozzato. Due maglie Tudor sul podio, una fotografia che non lascia spazio a interpretazioni: non c’è retorica, solo il risultato di una giornata fatta di scelte precise. Tpicamente del Nord, col cielo grigio, il vento, gli attacchi da ogni dove. Una corsa che non perdona distrazioni.

Si è decisa in volata, dopo quasi duecento chilometri di nervosismo palpabile, a misura d’uomo in bicicletta. Con diversi muri disseminati lungo il percorso e il vento che, come sempre, ha fatto la sua parte. Il gruppo si è sfilacciato più volte, ma nessuno è riuscito a spezzare davvero l’equilibrio. Troppo spazio dall’ultima salitella al traguardo, in una corsa che ogni anno ci ricorda, oltre all’asinello in palio, di essere tra le più aperte e divertenti tra le classiche del Nord (figuriamoci se poi non ci sono al via quei due lì…). Trentin e Mozzato hanno lavorato insieme fino ai cinque chilometri dall’arrivo, poi ognuno ha seguito la propria traiettoria. «Quando siamo passati per la prima volta sul rettilineo del traguardo ci siamo parlati e stavamo tutti e due molto bene. Abbiamo lavorato l’uno per l’altro fino ai -5 dall’arrivo. Poi, ognuno ha preso la sua traiettoria… Così, siamo finiti secondo e terzo, che è un bel risultato». Nessuna forzatura, nessun rimpianto. «Matthew ha vinto in modo netto. Avere due uomini sul podio è comunque un bel segnale».

Il podio di Kuurne arriva dopo una vigilia complicata. Alla Omloop Nieuwsblad, il giorno prima, la Tudor aveva perso uomini per cadute e infortuni. Stefan Küng fuori per una frattura al femore, Rick Pluimers con i denti rotti, altri compagni segnati. «Quando sei l’unico sul bus che non ha bisogno del dottore, è dura» ha detto Trentin, senza enfasi. «Oggi almeno ci siamo presi una piccola rivincita. Abbiamo corso perché era l’unica cosa da fare». In cinque al via, con le gambe che portano ancora i segni del giorno prima, la testa tutt’altro che sgombra, la squadra ha scelto la semplicità: stare davanti, rispondere agli attacchi, non sprecare energie. «Abbiamo ottenuto il miglior risultato possibile: questo doppio podio è per Rick, per Stefan, per Marco che è caduto anche lui ieri e per Petr che ha tirato tutto il giorno oggi».

Vedere Trentin ancora lì, davanti, è un fatto che colpisce solo chi non ha ancora ben capito di chi e cosa parliamo. Trentin ha trentasei anni, va per i trentasettam corre da professionista dal 2011, ha attraversato almeno due ere del ciclismo. Ha vinto tappe al Tour, alla Vuelta, al Giro, tre volte la Parigi-Tours, l’ultima pochi mesi fa con un pezzo di bravura e furbizia raro, un Europeo su strada battendo i due van che da lì a poco avrebbero preso la scena. Ha sfiorato il Mondiale nel 2019, battuto da Pedersen in una volata che ancora oggi pesa sulle sue spalle e sui nostri ricordi da appassionati. Da allora, le volate ristrette sono diventate terreno difficile, ma la sua presenza nei finali che contano non è mai venuta meno.

Il suo palmarès recente parla chiaro. Nel 2025 ha chiuso nono alla Milano-Sanremo, ha vinto la Parigi-Tours per la terza volta, ha raccolto piazzamenti e visibilità nelle classiche e due top-10 di tappa al Tour de France. Nel 2026, prima della Kuurne, era già arrivato quindicesimo alla Omloop Nieuwsblad, sempre attento nelle fasi calde, poi certo quando parte Mathieu van der Poel non c’è nulla da fare. Anche se lui dietro è sempre stato fra i più attivi.

Il programma stagionale è quello di sempre, di un italiano con i connotati fiamminghi: le classiche del Nord, la Parigi-Nizza, il Tour de France. Il Giro d’Italia resta in ballo, ma dipenderà dalla condizione dopo le classiche. «Se hai una buona stagione delle classiche con sole e bel tempo, è una cosa. Se la stagione delle classiche è difficile con pioggia, freddo, vento, sarà molto più complicato fare il Giro». Il contratto con la Tudor scade a fine anno, ma non esclude di continuare: «Amo ancora il ciclismo, amo allenarmi, amo le gare e l’adrenalina. Quindi vedremo durante l’anno». Nel caso già ci mancherebbe e sostituirlo sarà quasi impossibile, lui che della nazionale di Cassani è stato capitano, regista, faro, finalizzatore.

Sui muri fiamminghi, Trentin è rimasto uno degli ultimi italiani a saper leggere e reggere la corsa. Non ha più l’esplosività di un tempo, lo dice lui stesso, ma ha affinato la capacità di stare davanti, di scegliere il momento giusto, di insegnare con l’esempio. Adam Blythe lo definisce «il corridore più sottovalutato del gruppo… vale il suo peso in oro». In un ciclismo che ha perso molti dei suoi veterani Trentin è rimasto il riferimento di una generazione che si sta spegnendo, maledetto tempo che passa, ma che ha ancora qualcosa da dire.

Il rapporto con i giovani è diretto, concreto. Mozzato, secondo a Kuurne, è al suo primo anno con la Tudor. «Luca e io non siamo corridori che usano altri corridori che gli aprono la strada in volata in scenari normali». E Mozzato conferma: «Era importante cambiare pagina e dare il nostro meglio… ci siamo riusciti sia io che Matteo». Se un corridore scaltro e intelligente come Mozzato saprà rubare un po’ di mestiere da Trentin, ci farà divertire molto a partire da quest’anno.

La tattica, per Trentin, è una questione di dettagli. «Cerco di portare le mie conoscenze, di cogliere gli attimi giusti, di prevedere cosa succederà». Non c’è spazio per l’epica, solo per la lucidità di chi ha visto passare Boonen, Cancellara, ieri e oggi Van der Poel e Pogacar, e sa che il ciclismo è fatto di cicli che si chiudono e si riaprono e dove lui in tre lustri è stata una costante.

Le Classiche del Nord sono il suo terreno naturale, seppure resta imspiegabile come abbia ottenuto in carriera una sola top ten tra Fiandre e Roubaix – 10° al Fiandre 2023, mentre il migliore risultato nel velodromo dell’Inferno del Nord è un 19° sempre in quell’anno. I muri, il pavé, il vento che taglia la pianura, le difficoltà a pedalare in gruppo sono scritti nel suo DNA. Trentin conosce questo libro a memoria, sa dove si può fare la differenza e dove invece bisogna solo resistere. «Quando sei giovane non hai esperienza. Io avrò delle corse per me e altre in cui darò una mano ai capitani». Lo diceva nel 2022, in maglia UAE, a insegnare il mestiere a diversi fra cui un certo sloveno, quando molti pensavano che la sua parabola fosse in discesa. La realtà ha smentito tutti.

Il ciclismo italiano è in transizione. Le squadre WorldTour sono scomparse, i giovani faticano a emergere, i veterani si ritirano. Trentin resta. Ultimo di una generazione che ha vissuto gloria e declino, che ha saputo adattarsi senza perdere la bussola. «Dopo 15 anni di professionismo, i figli crescono e il mio lavoro non determina più la mia vita».

Il suo modo di stare in gruppo è diventato un esempio. Non urla, non gesticola, non cerca i riflettori. Insegna con la posizione in corsa, con la scelta della traiettoria giusta. I giovani come Mozzato possono solo imparare. «Abbiamo lavorato l’uno per l’altro fino ai -5 dall’arrivo. Poi, ognuno ha preso la sua traiettoria…». Da lì quella volata atipica, criticata solo da chi non capisce del tutto le dinamiche di un ciclismo che ieri sul traguardo della KBK aveva un solo grande favorito e dividere in due la volata invece che disputarne una sola, avrebbe dato come risultato un piazzamento e basta. Così sono due ed è il miglior risultato ottenibile: è soddisfazione, sono premi, è visibilità, sono punti – che piaccia o non piaccia, contano.

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Trentin è ancora lì, davanti. Non per caso, non per fortuna. Perché sa leggere la corsa, sa stare nel vento, conosce i muri e il pavé come pochi altri. Perché, anche quando le gambe non sono più quelle di una volta, la testa fa la differenza. E perché, in un ciclismo che cambia in fretta, la sua presenza è una certezza che non ha bisogno di essere celebrata e da lui si può solo che imparare come stare davanti:  accendere lo schermo in una gara del Nord e vederlo lì in testa o nelle primissime posizioni del gruppo, è una delle poche sicurezze di questi tempi.

Il bello è sapere che è ancora lì, a lottare per la vittoria, senza clamore. In mezzo al gruppo, che non si arrende all’idea che il tempo sia finito. Come cerchiamo di fare noi. Ogni passo che fa è per sempre. E forse è proprio questo che resta: la capacità di esserci, ancora, quando molti hanno già spento la luce.


Nulla di nuovo sotto il cielo (plumbeo) delle Fiandre

E insomma, alla Omloop Nieuwsblad c’era un po’ di vento. Un freddo che qualcuno definirebbe quasi becco, oppure cane, dipende; c’era un po’ di pioggia che ha ridotto quelle strade a una sorta di poltiglia e i corridori in pattinatori sul ghiaccio con problemi alle lame. C’era pure un favorito assoluto e tantissima gente pronta a dargli fastidio – alla fine, vedremo, ci provano, ma il loro è un esercizio quasi inutile. Anzi, qualcuno prova a scaricare la tensione sulle pietre e più che lasciare segni in corsa o mettere in difficoltà van der Poel, lascia segni sul proprio corpo facendosi male; altri esultano per un secondo posto come fosse un trionfo. Poi ci sono le maschere di fanghiglia, appena accennate come fosse trucco. Ci sono pure quelli che arrivano ricoperti di sangue, e non è mai un bel vedere.

C’era gente per le strade come nelle migliori occasioni. Dicono ci fosse ovunque puzza di quegli hamburger che riescono a mangiare (solo?) da quelle parti, ma sono una roba ai limiti: si chiamano bicky burger o qualcosa del genere. C’erano le cadute: alcune le registro, Sheffield che cade sempre e comunque; Küng, che per un periodo non è caduto più e oggi invece – ops – giù per terra; Pluimers è atterrato sul Molenberg nel momento decisivo della corsa. Quando parte Vermeersch (Florian), il neerlandese della Tudor prova ad andargli dietro, ma gli scivola la ruota e picchia duro la faccia sulle pietre: si romperà gli incisivi e volerà in ospedale a farseli rimettere. Ci sono stati (e purtroppo ci saranno) persino i fumogeni, ma non ce l’ho tanto con la loro esistenza quanto con chi li maneggia e li ostenta come un vanto, in salita, in uno dei momenti di massimo sforzo dei corridori, rompendogli le palle in diversi modi.

C’è una regia televisiva – detto così quasi in senso dispregiativo – che si perdeva dietro stupidi dettagli come il cambio ruota di Resell, buon corridore norvegese della Uno-X, interessante per carità, nulla di personale contro di lui. Ma in un posto che si chiama Mater e ricorda uno dei personaggi di Inferno di Dario Argento, avrei tenuto fissa l’immagine sul volto infangato di Paul Magnier e sulle difficoltà di Philipsen, il quale forse aveva preso alla lettera il comando di curare la ruota del giovane francese, finendo per rimanere intruppato pure lui come il corridore della Soudal, nella stessa caduta. Staccandosi. Magnier, poi, sarà uno dei pochi – o forse l’unico – tra quelli caduti o rimasti dietro per un incidente proprio o altrui, a recuperare e arrivare davanti, segno di una grande gamba che potrà far scintillare nei prossimi appuntamenti.

C’era la fuga e forse, in una giornata come questa, in cui in gruppo si pedala male, far fatica a stupidovia è stata la scelta migliore, per una volta.

Davanti, a un certo punto, dopo quell’episodio sul Molenberg, rimarranno van der Poel, Vermeersch (Florian) e van Dijke (Tim). La sorpresa è stata vedere così avanti nella fase decisiva uno dei due gemelli della Red Bull: faccio fatica a distinguerli non solo fisicamente (uno oggi ha i capelli più lunghi e ricci) quanto per risultati e caratteristiche. L’unica certezza che ho in data odierna è stato più in forma Tim di Mick. E insomma, c’è lui e non c’è Brennan. Alla Visma forse oggi hanno sbagliato il cavallo su cui puntare: era Per Strand Hagenes, uno che nelle giornate climaticamente impegnative si esalta. A un certo punto, nell’inseguire van der Poel, stacca di ruota il gruppo con Laporte che gli urla di rallentare; poi cade, si rialza e chiuderà nonostante tutto a ridosso del primo gruppo inseguitore (23°). Insomma, Brennan era atteso, anzi attesissimo, ma insieme alla Lidl-Trek esce tra gli sconfitti di giornata. Ma è un classe 2005, e non dirò mai di essere deluso da lui. Per avere un’idea di cosa potrà essere e del tempo che gli serve: van der Poel ha dieci anni più di lui, Vermeersch – che si trova nel posto giusto al momento giusto, in UAE, in piena maturità agonistica – sei anni, van Dijke cinque. Lui (inteso Brennan) e Magnier domineranno queste cose, ma non è stato oggi il giorno.

Van der Poel se n’è andato via sul Muur e lo hanno rivisto al traguardo, ma attacca prima ancora del tratto duro, lassù nel parco verso la Cappella. Lo fa quando passa sulla sinistra davanti a una casa con delle capre in giardino che lo guardano senza stupore: anche loro sapevano che avrebbe vinto lui. La domanda, al massimo, al mattino era come e con quanto distacco. Poi lo stesso van der Poel fa una mossetta sulla bici per i fotografi poco prima di scollinare.

E sullo scollinamento hanno fatto una cosa intelligente, e visto che una cosa intelligente arriva dal ciclismo quasi mi commuovo: i nomi dei corridori che passano sul Muro, in tempo reale, con i distacchi e la posizione. Così uno si fa un’idea di chi c’è (e non c’è), perché non sempre si riesce a seguire o riconoscere tutto e tutti nelle fasi frenetiche della corsa. Mi chiedo se ci sarà la possibilità di rivederlo anche altrove e non solo su un Muro all’anno, in migliaia di corse.

Ultime due considerazioni prima di passare a ciò che ci aspetta domani: Matteo Trentin e Tobias Lund Andresen. Sì, proprio lui, Matteo Trentin: sempre davanti, corre come nessuno mai, gli manca sempre qualcosa per agganciarsi al treno dei migliori in queste gare, ma è l’unico italiano, dei pochi al via, a chiudere nel gruppo subito dietro i primi tre. Sarà quindicesimo. E poi Lund Andresen: vince la volata del gruppo, sesto. Grande acquisto per la Decathlon, ma soprattutto per il Nord dove, visto anche lo spunto veloce, diventa un’insidia per tutti nella caccia ai piazzamenti.

Domani Kuurne-Brussels-Kuurne e, cadute permettendo, mi sbilancio e faccio il nome di Crabbe. Magari non per la vittoria, ma per un bel risultato. Sta sorprendendo da inizio stagione, è un altro 2005, ed è esploso così all’improvviso. L’anno prossimo, con questa crescita, lo vedremo in qualche squadrone per il Nord.


Dispacci dal World Tour #21

Sono successe più cose negli ultimi dieci giorni che in certi mesi interi, e questo nonostante un avvio di stagione che definire monotono è quasi un complimento. Però, come spesso accade nel ciclismo, dietro la noia apparente spuntano storie interessanti. Per esempio: Ivan Romeo vince la sua prima gara a tappe da professionista. La seconda in carriera, riferendosi agli anni da Under 19, Under 23 e poi professionista: perché dei tempi da allievo non si trova nulla  e non ci riuscirei manco se sguinzagliassi i migliori tra i segugi. Nel 2021, da junior, si portò a casa la Vuelta a Valladolid davanti ad Antonio Morgado, che guarda caso ha già timbrato anche lui in questo inizio di stagione, pochi giorni prima di Romeo.

Lo spagnolo della Movistar vince col suo marchio di fabbrica: va in fuga, prende vantaggio, e poi – tra percorso non impossibile, caratteristiche proprie e il suo modo di partire forte come evidenziato già nel 2025 – tiene duro fino al’ultima tappa. Tutto questo alla Vuelta a Andalucía, non lo avevo detto, che una volta era la Ruta del Sol e adesso ha un nome talmente lungo che se lo pronunci per intero ti scade tutta la roba che hai in frigo. Ma tranquilli: non inizierò a chiamare la Roubaix o la Gent-Wevelgem con i nuovi nomi che gli hanno appioppato. Se lo dovessi fare avreste tutti il diritto di…

Sempre lì, in Spagna, Pidcock si prende la prima dell’anno. L’aveva sfiorata alla Clásica Jaén, ma tra gli sterrati andalusi sbaglia l’attimo e Tim Wellens gli liscia il pelo come gli accadeva sovente ai vecchi tempi (d’oro) di questi tempi – ovvero a febbraio. E difatti non vinceva nel mese più breve dell’anno dal 2023. Poi guardi meglio alla sue evoluzione e capisci che i suoi “tempi d’oro” sono questi: quelli in cui stacca la gente al Tour e fa l’ultimo uomo di uno dei più forti di sempre.
Sorvolo su ciò che ha combinato Jan Christen alla Jaén in una volata valevole per il terzo posto: le immagini e le conseguenze per Maxim Van Gils – che peraltro lo scagiona – parlano da sole. Pidcock e Wellens li vedremo nelle prossime ore in Belgio. Chissà.

Intanto la Rocket Cycling riceve l’invito al Giro. Una Professional moderna, che tratta il ciclismo come uno sport del XXI secolo e non come una gita domenicale col panino al salame nella tasca della maglia di lana, come a volte sembra guardando certe squadre nostrane. Non me ne vogliano, ma tant’è. Non è solo Tietema, abilissimo nel comunicare, a portare visibilità, è il Giro che offrirà un palcoscenico enorme alla giovane squadra neerlandese — ma di matrice francese, e quanto mi piace dirlo così.

Vedremo con che organico si presenteranno: tutti per Groenewegen, spauracchio sotto tanti punti di vista e non molto ben visto in gruppo, o libertà ai tanti cacciatori di tappe? Sergio Meris, unico italiano, sogna di esserci: treno che passa una volta sola per un corridore che finora ha raccolto poco, pur in una squadra che sta crescendo bene (Kubis docet) e con altri profili interessanti come i Kopecky (Matias più di Tomas), Loockx, Venturini e compagnia, lui non sta entusiasmando, per usare un eufemismo.

All’UAE Tour succede l’impensabile per il ciclismo italiano che torna sugli scudi. Ma quasi nessuno se ne accorge, vuoi per i Giochi Olimpici che cannibalizzano tutto, vuoi perché il ciclismo ormai fatica a uscire dalla sua nicchia. Provate a chiedere in giro se qualcuno sa delle quattro vittorie italiane nella corsa: fuori dai malati veri, quelli che seguono l’UAE Tour a metà febbraio, non troverete nessuno. E forse è giusto così: è pur sempre l’UAE Tour. Però qualcosa mi dice che anche se fossero arrivate al Giro e al Tour lo saprebbero in pochi ugualmente.  Comunicazione come piagnisteo continuo.
Resta il fatto che vincere quattro tappe su sette in una corsa World Tour non capita spesso: percentuali da Tirreno dei tempi buoni. Certo, la statistica è drogata da un uomo solo: Jonathan Milan che il primo giorno prende una tramvata che fa temere il peggio, poi vince tre volate su tre, non dico facile facile, ma nemmeno in maniera troppo complessa. C’è da dire che mancavano Merlier e Kooij, entrambi ai box a tempo indeterminato, Magnier e Philipsen, mandati altrove, gli unici al momento che (forse) possono tenere testa al friulano.

La quarta vittoria italiana all’UAE Tour – che poi è la prima in ordine cronologico – è di Antonio Tiberi. E questa sì che sorprende davvero: parte forte, stacca Del Toro (che vincerà due tappe e la classifica finale della corsa “di casa” del suo sponsor) e approfitta della prima crisi stagionale di Remco Evenepoel. Remco che, fino ai crampi, aveva vinto sette corse in dieci giorni: roba da Pogačar. Però le sue magnifiche debolezze tornano a galla. La primavera ci dirà di più in vista del Tour.

Bravo Del Toro, sempre più erede di Pogačar, anche se a detta di molti, corridori compresi, se ne dobbiamo per forza trovare uno, di erede, quello è francese. Bravo (ma stante le premesse, direi bravissimo) Tiberi, il miglior Tiberi visto tra i pro. E sì, lo aspettiamo a una primavera più solida. Magari al Giro, se gli venisse voglia di ripensarci: spazio ce n’è, perché al Tour l’asticella ci pare un po’ troppo alta.
Nello stesso giorno vincono Milan e Ganna, e fa notizia: a parte l’inseguimento a squadre, non era mai successo che i due corridori più importanti e conosciuti del nostro ciclismo vincessero “assieme”. Milan in volata negli Emirati, Ganna a cronometro in Portogallo, dove brillano anche i giovani: Magnier fa due volate  su due, Seixas vince in salita (proprio dove vinse Pogačar, sull’ALto da Foia) battendo Ayuso e Onley con una lucidità da veterano.

Ayuso, dopo aver fatto legna nella crono, si prende ultima tappa e generale. Diciotto vittorie in carriera, terza corsa a tappe breve dopo Paesi Baschi 2024 e Tirreno 2025. La meno prestigiosa, ma forse la più importante perché segna la rinascita dopo le turbolenze emiratine e il cambio squadra. È fumantino, parla con le vittorie, ma lo aspettiamo alle prime incertezze per capire se è maturato davvero.

Chiudiamo con un annuncio che profuma di resa preventiva: Arnaud De Lie non farà la Sanremo. “Finché ci saranno Pogačar o Van der Poel non ho speranze di vincere”.
A voi le considerazioni su di lui e su questo modo di intendere il ciclismo.


Scaroni ferma le rotative

Prima di chiudere la newsletter di questa settimana, in uscita venerdì 13 febbraio; prima di mandarla a chi di dovere (sì, c’è qualcuno che la corregge, altrimenti…); prima di fare “salva e pianifica per l’invio”, insomma la solita routine che ci accompagna da ormai tre anni, abbiamo dovuto aggiungere due righe per raccontare, seppure brevemente, di un corridore che ci piace in modo particolare ed è così da ben prima che iniziasse a vincere quasi in maniera seriale: ci sbilanciamo a definire in questa maniera la sua modalità di successi.

Perché qualche parola va spesa su quello che sta facendo Christian Scaroni in questo inizio di stagione: non c’è nulla di banale nelle sue vittorie. Forse, qualcuno, magari poco attento a taluni fatti della vita o tra quelli iper critici per qualsiasi cosa, si sa che dare aria alla bocca in tempi come questi è redditizio soprattutto (o forse soltanto) per tornaconto personale, insomma qualcuno dirà “e che sarà mai vincere  il Tour of Oman?” Invece è tanto. Perché l’Italia non è più, ma si potrebbe dire che per certi versi non è mai stata, nazione vincente di brevi corse a tappe, se facciamo qualche eccezione; perché ci siamo lamentati che mancasse un po’ quella classe media di corridori capaci di prendersi traguardi di questo genere: salite e classifiche generali, seppure di corse di secondo piano.

Abbiamo visto Scaroni sul traguardo ormai classico di Green Mountain (Jabal Al Akhdhar) battere Adam Yates (che forse in quel momento avrà invidiato il fratello o meglio ancora avrà pensato alla bici di Simon appesa in garage e magari sta facendosi un’idea pure lui sul suo futuro a breve termine, si sa come sono i gemelli), lo abbiamo visto riprendere nel finale Luke Plapp, tra i corridori più in forma di questo inizio di stagione – a proposito: che bell’avvio la Jayco AlUla! – e poi alzare le braccia al cielo dopo il convincente lavoro del suo compagno di squadra Christian Rodriguez, altro corridore uscito dall’Arkea che sta andando molto forte.

Al 12 febbraio Christian Scaroni, alzando le braccia al cielo in Oman, tappa e classifica finale, registra tre successi nel 2026 ed è andato in doppia cifra di vittorie da quando è professionista (10 tonde), svoltando, come tutta l’Astana, all’improvviso, la scorsa stagione e continuando sull’onda lunga di questo momento propizio quasi divino.

Nel 2025 per l’Italia le vittorie nelle classifiche delle corse a tappe furono tre: Malucelli in Cina al Tour of Taihu Lake, Baroncini al Giro del Belgio e proprio Scaroni in Francia a inizio stagione al Tour des Alpes Maritimes. Anche lì fu tappa e maglia. Godiamocelo nel frattempo prima che i due, tre grossi calibri ritornino a monopolizzare ogni ordine d’arrivo, annoiandoci a morte.


Valentin Paret-Peintre: quel sottile rumore che si fa in salita

C’è una strada che si chiama rue des Amoureux, e già questo basterebbe per cambiare la storia di una biografia.
La verità è che, ad Annemasse, l’amore non c’entra, almeno all’apparenza, non quella dei libri rosa, oppure delle orrende commedie con Matthew McCounaghey prima che provasse a cambiare la sua carriera da attore. Lì ad Annemasse tutto ruota attorno a un balcone beige che scolora, al numero 16, e a sei gradini che scendono verso un locale di cemento dove il Vélo Club omonimo ha insegnato a un bambino leggero, troppo leggero, che il mondo si conquista a colpi di pedale. Valentin Paret‑Peintre è nato un mese prima del previsto. Troppo presto, troppo leggero, troppo poco: un corpo che sembrava un errore di stampa, e invece era un demo, una traccia nascosta, un pezzo che nessuno aveva ancora ascoltato davvero.

IL SUONO DEL VENTOUX

Il Ventoux non è una montagna: è un amplificatore. Prende ciò che sei e lo spara a volume indecente. Quando Paret‑Peintre lo ha domato, il mondo ha sentito un rumore nuovo: non un urlo, né un assolo, ma un fruscio ostinato, una frequenza sottile che non si spezza. Il suono di un corridore che pesa cinquanta chili a dire troppo, ma che dentro porta la grinta di una bestia da cento. Da quel giorno, la rue des Amoureux sembra meno romantica e più reale: un luogo dove si impara a resistere, a cadere, a rialzarsi, a non chiedere scusa.

PARET-PEINTRES: UNA BAND

Aurélien, Maéva, Valentin sono tre fratelli, come tre strumenti diversi per una stessa canzone.
Aurélien è la sezione ritmica, Maéva la distorsione che impone rispetto. Valentin è la voce chiara, quella che sembra fragile ma che arriva più lontano. In casa loro la bici non era uno sport, ma un linguaggio, un modo per dire “ci sono”, “ti seguo”, “non mollo”.
E lui, il più piccolo, ha imparato presto che per farsi ascoltare non servono i decibel:
serve la presenza, serve la continuità.
Serve la testardaggine di chi, a cinque anni, si schianta contro un palo e torna alla macchina in bici, il viso pieno di sangue, perché la gita va finita. Punto

IL CORPO COME STRUMENTO

Oggi, a 25 anni, Paret‑Peintre è un corridore che si accorda come una chitarra.
La Zona 2 scandisce il tempo come metronomo. Palestra come equalizzatore.
La galleria del vento come studio di registrazione.
Ha messo su un chilo e mezzo di muscoli, ma non ha perso la leggerezza.
Ha guadagnato 10 watt sul test di Calpe, ma non ha perso il silenzio.
Ha cambiato posizione, manubrio, appoggi, ma non ha cambiato intenzione.
È un corpo che non urla.
È un corpo che insiste.

ROTTURE, ATTESE, RUMORI BIANCHI

La frattura al coccige è stata un taglio netto, come quando un vinile salta.
Quattro settimane senza bici. Quattro settimane a guardare gli altri pedalare. Quattro settimane di rumore bianco nella testa.
«Ho bisogno di correre tanto per andare forte», diceva guardando fuori dal finestrino di un pullman.
E sembrava una confessione, non una frase.
Il Giro 2025 sfuma.
La stagione si piega, ma lui resta lì, in piedi, come un amplificatore acceso anche quando nessuno suona.

REMCO IL FRONTMAN, MA LUI...

Poi arriva il Tour ovvero arriva Remco. Arriva la domanda che cambia tutto: Perché Valentin non vieni al Tour con noi?
È un riconoscimento. È un’investitura. È un passaggio di testimone che non fa rumore, ma che pesa. Quando Evenepoel lascia la squadra, lo spazio per gli scalatori come lui si allarga e Paret‑Peintre ci entra senza bussare, senza chiedere permesso, senza fare scena. «È un ruolo che voglio avere», dice. Lo fa come si sostiene una verità che non ha bisogno di essere spiegata. Quasi a voler emulare il suo connazionale, Jacques de Chabannes, signore di La Palice.

LIVE IN OMAN 2026

La stagione è ripartita alla Muscat Classic, poi in Oman. Lì dove ha vinto esattamente un anno fa, lì dove ha capito che poteva essere altro. «Vengo per vincere», canta, oggi, così (alla fine non è andata, ma pazienza).
Non avrebbe intonato queste parole un anno fa e se qualcuno gliele avesse suggerite, lui avrebbe vomitato sul palco con disprezzo. Non lo avrebbe detto nemmeno a se stesso. Eppure Adam Yates è lì. Scaroni pure. Così tutti gli altri.
Ma la condizione è buona, la testa è pulita, il rumore interno è quello giusto.

GIRO, TOUR E VUELTA: LA TRILOGIA

In carriera ha vinto tre corse: tappa al Giro 2024, tappa al Tour 2025 e, per l’appunto pochi mesi prima del Ventoux, tappa all’Oman .
Quest’anno vorrebbe completare la sua trilogia vincendo in Spagna, alla Vuelta.
Lo spazio c’è, Remco non c’è, le sue gambe dovranno esserci, la sua voce vorrebbe dire:  “Ok, fatto. Avanti.”
Il 2026 è un orizzonte che non fa paura: è il suo palco dopo un corretto soundcheck.

QUEL PICCOLO RAGAZZO SI È FATTO PUNK

Valentin Paret‑Peintre non è un predestinato.
Se fosse una vecchia cazone di quando i CCCP avevano un senso direbbe così:

Non è un profeta.
Non è un prodigio.
È un rumore che cresce.
È una frequenza che non si spezza.
È un corpo leggero che non chiede permesso.
È un corridore che avanza, sempre, comunque, anche quando nessuno lo guarda.

E intanto la rue des Amoureux è ancora lì, con il balcone beige e i sei gradini che portano al club.
Ma oggi, quando Valentin guarda da quel balcone, non vede più la strada.
Vede la salita.
E sente quel sottile rumore.


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