E insomma, alla Omloop Nieuwsblad c’era un po’ di vento. Un freddo che qualcuno definirebbe quasi becco, oppure cane, dipende; c’era un po’ di pioggia che ha ridotto quelle strade a una sorta di poltiglia e i corridori in pattinatori sul ghiaccio con problemi alle lame. C’era pure un favorito assoluto e tantissima gente pronta a dargli fastidio – alla fine, vedremo, ci provano, ma il loro è un esercizio quasi inutile. Anzi, qualcuno prova a scaricare la tensione sulle pietre e più che lasciare segni in corsa o mettere in difficoltà van der Poel, lascia segni sul proprio corpo facendosi male; altri esultano per un secondo posto come fosse un trionfo. Poi ci sono le maschere di fanghiglia, appena accennate come fosse trucco. Ci sono pure quelli che arrivano ricoperti di sangue, e non è mai un bel vedere.

C’era gente per le strade come nelle migliori occasioni. Dicono ci fosse ovunque puzza di quegli hamburger che riescono a mangiare (solo?) da quelle parti, ma sono una roba ai limiti: si chiamano bicky burger o qualcosa del genere. C’erano le cadute: alcune le registro, Sheffield che cade sempre e comunque; Küng, che per un periodo non è caduto più e oggi invece – ops – giù per terra; Pluimers è atterrato sul Molenberg nel momento decisivo della corsa. Quando parte Vermeersch (Florian), il neerlandese della Tudor prova ad andargli dietro, ma gli scivola la ruota e picchia duro la faccia sulle pietre: si romperà gli incisivi e volerà in ospedale a farseli rimettere. Ci sono stati (e purtroppo ci saranno) persino i fumogeni, ma non ce l’ho tanto con la loro esistenza quanto con chi li maneggia e li ostenta come un vanto, in salita, in uno dei momenti di massimo sforzo dei corridori, rompendogli le palle in diversi modi.
C’è una regia televisiva – detto così quasi in senso dispregiativo – che si perdeva dietro stupidi dettagli come il cambio ruota di Resell, buon corridore norvegese della Uno-X, interessante per carità, nulla di personale contro di lui. Ma in un posto che si chiama Mater e ricorda uno dei personaggi di Inferno di Dario Argento, avrei tenuto fissa l’immagine sul volto infangato di Paul Magnier e sulle difficoltà di Philipsen, il quale forse aveva preso alla lettera il comando di curare la ruota del giovane francese, finendo per rimanere intruppato pure lui come il corridore della Soudal, nella stessa caduta. Staccandosi. Magnier, poi, sarà uno dei pochi – o forse l’unico – tra quelli caduti o rimasti dietro per un incidente proprio o altrui, a recuperare e arrivare davanti, segno di una grande gamba che potrà far scintillare nei prossimi appuntamenti.
C’era la fuga e forse, in una giornata come questa, in cui in gruppo si pedala male, far fatica a stupidovia è stata la scelta migliore, per una volta.

Davanti, a un certo punto, dopo quell’episodio sul Molenberg, rimarranno van der Poel, Vermeersch (Florian) e van Dijke (Tim). La sorpresa è stata vedere così avanti nella fase decisiva uno dei due gemelli della Red Bull: faccio fatica a distinguerli non solo fisicamente (uno oggi ha i capelli più lunghi e ricci) quanto per risultati e caratteristiche. L’unica certezza che ho in data odierna è stato più in forma Tim di Mick. E insomma, c’è lui e non c’è Brennan. Alla Visma forse oggi hanno sbagliato il cavallo su cui puntare: era Per Strand Hagenes, uno che nelle giornate climaticamente impegnative si esalta. A un certo punto, nell’inseguire van der Poel, stacca di ruota il gruppo con Laporte che gli urla di rallentare; poi cade, si rialza e chiuderà nonostante tutto a ridosso del primo gruppo inseguitore (23°). Insomma, Brennan era atteso, anzi attesissimo, ma insieme alla Lidl-Trek esce tra gli sconfitti di giornata. Ma è un classe 2005, e non dirò mai di essere deluso da lui. Per avere un’idea di cosa potrà essere e del tempo che gli serve: van der Poel ha dieci anni più di lui, Vermeersch – che si trova nel posto giusto al momento giusto, in UAE, in piena maturità agonistica – sei anni, van Dijke cinque. Lui (inteso Brennan) e Magnier domineranno queste cose, ma non è stato oggi il giorno.
Van der Poel se n’è andato via sul Muur e lo hanno rivisto al traguardo, ma attacca prima ancora del tratto duro, lassù nel parco verso la Cappella. Lo fa quando passa sulla sinistra davanti a una casa con delle capre in giardino che lo guardano senza stupore: anche loro sapevano che avrebbe vinto lui. La domanda, al massimo, al mattino era come e con quanto distacco. Poi lo stesso van der Poel fa una mossetta sulla bici per i fotografi poco prima di scollinare.
E sullo scollinamento hanno fatto una cosa intelligente, e visto che una cosa intelligente arriva dal ciclismo quasi mi commuovo: i nomi dei corridori che passano sul Muro, in tempo reale, con i distacchi e la posizione. Così uno si fa un’idea di chi c’è (e non c’è), perché non sempre si riesce a seguire o riconoscere tutto e tutti nelle fasi frenetiche della corsa. Mi chiedo se ci sarà la possibilità di rivederlo anche altrove e non solo su un Muro all’anno, in migliaia di corse.

Ultime due considerazioni prima di passare a ciò che ci aspetta domani: Matteo Trentin e Tobias Lund Andresen. Sì, proprio lui, Matteo Trentin: sempre davanti, corre come nessuno mai, gli manca sempre qualcosa per agganciarsi al treno dei migliori in queste gare, ma è l’unico italiano, dei pochi al via, a chiudere nel gruppo subito dietro i primi tre. Sarà quindicesimo. E poi Lund Andresen: vince la volata del gruppo, sesto. Grande acquisto per la Decathlon, ma soprattutto per il Nord dove, visto anche lo spunto veloce, diventa un’insidia per tutti nella caccia ai piazzamenti.
Domani Kuurne-Brussels-Kuurne e, cadute permettendo, mi sbilancio e faccio il nome di Crabbe. Magari non per la vittoria, ma per un bel risultato. Sta sorprendendo da inizio stagione, è un altro 2005, ed è esploso così all’improvviso. L’anno prossimo, con questa crescita, lo vedremo in qualche squadrone per il Nord.