Il Monumentale del Giro 2022

Avremmo potuto iniziare con un copia e incolla del pezzo sul Giro del 2021, d'altra parte la storia si ripete. Puntuale, imperterrita, spesso cinica e brutale, come il ciclo della vita o più nello specifico delle stagioni. Semplicemente un susseguirsi di azioni. Come fosse su due ruote. Come la bicicletta: quella che ci fa innamorare e ci fa chiacchierare durante l'anno come fosse la cosa più importante e seria del mondo (a tratti, lo è). Quella che in questo periodo dell'anno abbiamo ricominciato a prendere in mano con più abitudine e costanza, prima pochi chilometri da mettere nelle gambe, poi giri sempre più lunghi.

La bicicletta, che poi diventa ciclismo, che qui in Italia, inevitabile, diventa Giro d'Italia. Una volta all'anno. A qualcuno basta così, altri ne vorrebbero ancora, ma ci rivedremo a fine corsa per tirare le somme.

Avremmo potuto iniziare con un copia e incolla e ripetere le stesse battute. Sull'attesa, sulle birre bevute al Nord che lasciano spazio alla cucina italiana. Oppure avremmo potuto raccontare qualcosa sulla storia di questa corsa che partirà domani da Budapest per l'edizione numero 105. Avremmo potuto approfondire un po' di geografia parlando di territorio e di Ungheria.

Già l'Ungheria. Vestita di rosa da giorni, quel rosa che macchierà poi in maniera indelebile la passione dei tifosi lungo le strade italiane. Territorio e quindi Sicilia, dove ci si aspettano folle oceaniche, o meglio mediterranee, e poi si arriverà fino in Veneto, attraversando tutto la Penisola e noi con loro, in fila, di seguito, oppure davanti, lo vedremo giorno dopo giorno, lo scopriremo assieme.

Avremmo potuto romanzare e lasciarci andare al flusso dei pensieri, ma a noi, in questo pezzo, interessa più che altro concretizzare le sensazioni percepite che girano intorno ai corridori. Le loro gambe, le loro energie, il loro storico. Analizziamo i favoriti, i pretendenti, i partecipanti (quasi) dal primo all'ultimo; e in parte citiamo anche gli assenti, e partiamo proprio da loro, o meglio da lui.

Mancherà come purtroppo accade spesso nella "nostra corsa", il campione uscente, in questo caso Egan Bernal. Un terribile incidente quest'inverno ha letteralmente rischiato di spazzarlo via dal mondo del ciclismo, lui invece si è rialzato in tutti i sensi, cammina con un bastone, ma, grazie al progresso della scienza più che alla magia (anche se quel gusto irreale quando si tratta di Colombia rimane), a fine mese potrebbe tornare in gara, lui che in gara ha rischiato di non tornarci più.
La sua assenza ci fa male (per correttezza specifichiamo che avrebbe partecipato al Tour e non al Giro), ma gli vogliamo così bene da avergli dedicato la premessa. Tanto tornerà, siamo sicuri.

Ora, però, lasciamo da parte Bernal e i sentimenti: è tempo di conoscere i presenti al via del Giro d'Italia numero 105.

UNA ROSA QUANTO MAI APERTA

 

La tappa finale del Giro 2022 - Crono con arrivo a Verona - ricalca quella del Giro del 2019 quando a vincere fu proprio Richard Carapaz. Foto: Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022.

 

Edizione senza un favorito assoluto, ma un bel numero di corridori che, più o meno, partiranno con simili prospettive. Iniziamo da chi questa corsa l'ha già vinta e che anzi, vista l'assenza citata di Bernal e quella (meno sentita, non ce ne voglia il simpatico ragazzo londinese) di Geoghegan Hart, è l'ultimo vincitore del Giro d'Italia tra i partecipanti: Richard Carapaz, che di Bernal e Geoghegan Hart, oltretutto, è anche compagno di squadra.

Si è visto poco, ma lo si teme molto, lui Campione Olimpico, lui sì, al via col dorsale numero 1; stagione di alti e bassi, ma soprattutto di malanni, fattore numero uno nel condizionare il rendimento dei corridori in questo 2022.

Quando è stato bene ha vinto. Per esempio alla Volta Catalunya lo ha fatto portando la giustizia ecuadoriana in maglia Ineos su quella terra, attaccando da lontano con (il quasi connazionale) Higuita. Se ne sono andati facendo saltare in aria la breve corsa a tappe spagnola. Ecco, da considerare proprio questo: Carapaz sa vincere, sa inventare, sa stupire. Ama scoprire i punti deboli degli avversari e insinuarcisi dentro come uno di quei malanni che lo hanno colpito. Può trovare una fetta di terra e farla sua mentre gli altri magari vittime del morbo dell'attendismo stanno ancora discutendo di ciò che si potrebbe fare e di ciò che si è fatto. Anche nel momento in cui non dovesse avere la migliore condizione, il corridore ecuadoriano avrebbe comunque la capacità di dare sfogo alla sua idea fatta di attacchi mai banali. Il percorso, poi, tortuoso, infido, ricco di trabocchetti gli si addice. Largo alla fantasia, largo a Ricky Carapaz.

La squadra è forte? No, a tratti è fortissima. Questa primavera si è dibattuto su una Ineos interessata, per la prima volta nella sua storia, più verso le corse di un giorno che quelle a tappe: niente di più sbagliato. Si è detto, scritto, che un cambio di rotta orientato alla classiche sarebbe stata un'intuizione data dalla presenza di un corridore che a oggi appare imbattibile - ma non esiste nessun corridore imbattibile, paradossalmente non lo era nemmeno Merckx - ovvero Pogačar. I risultati primaverili invece sono stati il risultato della capacità di sfruttare pienamente le enormi risorse a disposizione della squadra - altrimenti come vogliamo definire chi ha nella propria rosa corridore affermati come Kwiatkowski e van Baarle, può giostrare a piacimento il motore di Ganna e il talento di Pidcock, o lanciare due giovani come Sheffield e Turner? Capitalizzare, non ribaltare la propria filosofia e negare i concetti seguiti per un decennio.

All'entità Ineos interessa vincere tutto, senza distinzioni. Il fatto stesso di aver pensato a Bernal per lanciare la sfida allo sloveno al Tour dovrebbe far tacere le voci di una squadra britannica remissiva contro le armi di Tadej Pogačar, ma stiamo perdendo il filo come spesse accade. Non ci fossero dei limiti alla decenza apriremmo una parentesi dietro l'altra. Ci perdonerete.

 

Richie Porte sulle strade del Giro che lo lanciarono anni fa in maglia bianca, correrà l'ultima grande corsa a tappe di tre settimane in carriera - Foto Ilario Biondi/SprintCyclingAgency©2022

 

E dunque torniamo in medias res: la Ineos al Giro è competitiva e costruita perfettamente per dar fuoco se ce ne fosse bisogno, per controllare in altri casi, per dominare in maniera assoluta se e solo se il ciclismo si giocasse sulla carta e non avesse poi a che fare con i verdetti di strada e gambe. Diteci voi, leggendo i nomi, se questa squadra appare come meno orientata ai Grandi Giri: Pavel Sivakov e Richie Porte saranno un lusso che pochi altri si possono permettere e che resteranno in zona classifica il più a lungo possibile. C'è qualcosa che devono temere: le cadute. Devono stare in piedi, cosa mai banale quando si parla di loro, cosa mai scontata quando di mezzo c'è una corsa così importante - occhio già all'imbocco della salita di Visegrád e alle tappe di Messina e Napoli.

Ben Tulett farà il suo esordio in una grande corsa a tappe, tenete presente questo nome. Dovesse proseguire sul filo tirato in queste settimane dagli altrettanto giovani Turner ('99) e Sheffield ('01), potrebbe stupire. Adatto alle corse vallonate, nelle sua gambe c'è l'idea di fare classifica un giorno in un Grande Giro. È qui per imparare e fare esperienza. Ci sarà Jhonatan Narvaez, che una tappa al Giro l'ha già vinta, ottima primavera la sua fino alla caduta alla Gent-Wevelgem che ne ha messo a repentaglio la sua presenza qui. Corridore tuttofare perfetto per la causa. E poi, a dimostrazione dell'importanza data alla corsa, è presente il loro miglior gregario in assoluto, Jonathan Castroviejo, che probabilmente rivedremo anche al Tour, e con lui Salvatore Puccio: la sua utilità non ha bisogno di essere narrata.

Infine Ben Swift che si ritaglierà un ruolo simile a quello di Narvaez: tuttofare da pianura e per le prime trenate in salita. Vedremo come diceva un fortissimo corridore italiano degli anni '90 che non aveva la sfera di cristallo, ma lasciava sempre attoniti i suoi interlocutori con questa espressione. Vedremo, perché il ciclismo, si sa, resta un gioco liquido adattissimo a stracciare tutti i pronostici e a farsi beffe di coloro che ci si sono cimentati.

Nessun favorito assoluto, dunque, nemmeno Carapaz al via con la squadra sulla carta più forte, in coabitazione con la Bahrain-Victorious. Bahrain-Victorious che punta tutto su Mikel Landa. Lo spagnolo, celebre fondatore di quel movimento culturale chiamato Landismo, che noi attendiamo sul gradino più alto del podio - noi generico, noi tifosi, perché si sa, difficile non amarlo, nonostante la pletora di odiatori per vocazione a cui mandiamo i nostri saluti - che anzi più che aspettarlo saremmo capaci anche di spingerlo su quel gradino più alto. Ma ci accontenteremo di vederlo scattare in salita con le mani basse sul manubrio e fare la differenza lì, dove osano gli scalatori. Terreno ce ne sarà in abbondanza.

 

Mikel Landa in questa primavera spesso si è dedicato alla sua squadra: l'impressione è che tutto sia stato fatto in funzione Giro d'Italia. Saprà reggere la pressione? - Foto Gregory Van Gansen/SprintCyclingAgency©2022

 

E se questa non sarà l'ultima chiamata per conquistare il Giro d'Italia, poco ci manca, inutile girarci attorno. Poi si sa, quando si tratta di Landa ci sono i fantasmi delle cadute, gli spettri della crisi, gli zombi del ritiro in corsa per un qualsiasi motivo. Quest'anno Landa avrebbe tutto per vincere - tanta salita e poca crono, forma (della vita?) - alla Liegi corsa per Teuns ha mostrato una gamba straripante, - squadra di grande livello. In poche parole: forza Landa è arrivato il momento!

 

Pello Bilbao potrebbe mettersi in proprio, ma sarà al servizio del suo connazionale Landa - Foto Massimo Fulgenzi/SprintCyclingAgency©2022

 

Pello Bilbao sarà la sua spalla fidata, un amico che non ti molla nel momento di difficoltà, sarà il perfetto sostituto nel caso di débâcle del capitano. Sarà anche uno che, vista la condizione palesata nel 2022, potrebbe anche andare a caccia di una maglia rosa nelle prime tappe - chissà magari sull'Etna - e poi tenere duro in classifica. Vedremo, anche stavolta detto con la flemma di Gianni Bugno.

A sostenere i due baschi Wout Poels e Santiago Buitrago: il primo, olandese,  d'esperienza, il secondo, colombiano, di freschezza. Poels spesso ingiudicabile per alti e bassi, quando è in giornata resta uno dei corridori più completi del gruppo quando la strada sale - e chissà dovesse essere un Giro freddo, lui che ama il freddo, potrebbe fare decisamente comodo ai suoi. Il secondo sarà perfetto per scandire il ritmo in salita e chissà che non possa anche cercare di vincere una tappa. Jan Tratnik non ha bisogno di presentazioni. Primavera eccezionale la sua, gregariato con i fiocchi (nel suo caso con i baffi e la barbetta), ma andrà anche a caccia di successi parziali, infine Jasha Sütterlin e Domen Novak a far fatica più o meno di nascosto.

 

Due Grandi Giri corsi in carriera per Almeida. Due Giri d'Italia: 4° e 6°. La maglia Rosa vestita per 15 giorni, l'obiettivo quest'anno sarà salire sul podio e vestire la Maglia Bianca. Se nel secondo caso parte favorito, nel primo caso la concorrenza è molto più che agguerrita - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Terzo, in ordine di preferenza per chi scrive, João Almeida (UAE-Team Emirates). Apparso non sempre al meglio in stagione, Almeida è un corridore che prima o poi il segno finale sulla maglia rosa lo lascerà. Dopo i 15 giorni con l'effige del leader stampato addosso nel 2020, e la terza settimana in crescendo del 2021 - in coincidenza con il ritiro dalla corsa di Evenepoel - Almeida ha puntato tutte le sue energie fisiche e mentali sul Giro 2022. Avrebbe sicuramente preferito qualche chilometro in più a cronometro, ma ogni traguardo (anche le tappe vallonate), vedrà il suo nome spuntare nelle prime posizioni. Già migliorare lo storico delle sue prime partecipazioni (4° e 6°) significherebbe salire sul podio: mica male! Attorno a lui Davide Formolo che ormai ha messo da parte velleità di classifica, ma sarà utilissimo alla causa, mentre per far sentire a casa il proprio capitano l'UAE dispone di due portoghesi pronti a dare una mano al capitano: Rui Costa in salita e Rui Oliveira in pianura.

 

Simon Yates torna per il 5° anno consecutivo al Giro. Vittoria finale sfiorata nel 2018 -Froome lo mandò gambe all'aria- 8° nel 2019 e ritirato nel 2020. Terzo lo scorso anno. Il conto per lui, nella sua corsa preferita, è aperto

 

Con pensieri di alta classifica c'è Simon Yates - Team Bike Exchange - lo scorso anno lo inserimmo ingenuamente come favorito della corsa in quanto usciva da un Tour of The Alps scintillante. Quest'anno arriva tra alti e bassi (vittoria di tappa alla Parigi-Nizza, due successi di tappa nel recente Giro delle Asturie, ma in mezzo qualche battuta d'arresto anche lui per problemi di salute più che di condizione), ma il Giro 2022 è il suo grande obiettivo stagionale, forse di carriera. C'è spazio, con tappe miste e diversi arrivi in salita, per far emergere le sue qualità. Non dovesse riuscire a vincere (o ripetere il podio del 2021), di sicuro un modo per lasciare il segno lo troverà provando a conquistare di nuovo qualche tappa (è a quota 4).

La squadra è tutta per lui, non fortissima, ma funzionale: segnaliamo su tutti Matteo Sobrero che sogna la crono di Budapest, Tanel Kangert, tantissima esperienza anche di posizionamento finale nella classifica generale, e Lucas Hamilton, che arriva da una stagione difficile, ma un paio di stagioni fa, almeno a tratti, sembrava potesse diventare corridore per i Grandi Giri. Il suo oggi, invece, sarà tutto da ricostruire, ma soprattutto sarà rivolto agli obiettivi Rosa di Simon Yates.

PRINCIPALI ALTERNATIVE

 

Bardet qui alla Tirreno 2021.  Arriva dal successo al TotA, occhio però, la corsa a tappe di preparazione al Giro non ha mai visto una sfida vera in salita, ma spesso si è risolta nei finali di gara o su strappi brevi. - Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021

 

I quattro favoriti, in ordine, li abbiamo messi, ma non ci saranno mica solo loro. Romain Bardet per la DSM, dopo la vittoria al Tour of the Alps vorrebbe riportare la Maglia Rosa in Francia a 33 anni dell'ultima volta (Fignon, 1989). Va forte e le strade italiane sono perfette per lui. Ideale il disegno con poca crono gli piace e chissà, arrivasse pure il brutto tempo, sarebbe uno capace di esaltarsi. Tuttavia ha già specificato, nemmeno troppo tra le righe, che dovesse capire di non poter lottare per il podio, potrebbe puntare solo alle tappe. In DSM un'alternativa c'è, ed è forse uno dei corridori che affascina maggiormente in questo Giro d'Italia: Thymen Arensman. Il lungo che pare infinito scalatore olandese classe 1999 è corridore così completo da far paura per il presente e per il futuro. Regolare, anche difficile da staccare, dovrà stare attento a non cadere. Anche lui, che arriva dal ciclocross, tende troppo spesso a finire per terra.

 

 

Dalla Colombia con l'Astana ecco Miguel Ángel López, corridore indecifrabile come tanti, è vero, ma lui lo è in particolare, forse è l'emblema, il termine massimo. López che per mezzi tecnici e picchi di prestazioni (a volte va forte persino a cronometro!) ci stupisce non abbia ancora vinto un Grande Giro, ma è López e ci piace anche così. Potrà essere ago della bilancia della corsa, dovesse, per i soliti motivi (cadute, giornate no, litigi con chiunque, persino con gli spettatori) uscire di classifica, avrebbe comunque le gambe per fare la differenza sulle montagne della terza settimana e sugli arrivi in salita - gli piacciono soprattutto quelli irregolari - e magari andare a caccia della maglia azzurra. La squadra è più o meno tutta per lui con Vincenzo Nibali nominato battitore libero e tutta una serie di corridori forti in salita: Davide de la Cruz, Joe Dombrowski (entrambi puntano alle fughe in montagna, ma potrebbero essere anche alternative in classifica), Harold Tejada (che sarà il fedelissimo di MAL) e Vadim Pronskiy. In rosa anche due esperti corridori italiani come Valerio Conti e Fabio Felline a lavoro un po' per loro stessi un po' per la causa kazaka. Privi di ruote veloci e dopo alcuni mesi molto complicati ci aspettiamo gli uomini guidati in ammiraglia da Martinelli spesso all'attacco.

 

Dopo essere arrivato a pochissimi secondi (volendo anche chilometri e minuti) dalla vittoria del Giro nel 2020, Jai Hindley torna per salire sul podio nella Corsa Rosa, ma attorno a lui e a i suoi compagni di squadra sono tanti i punti interrogativi - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Ci sarà una squadra nel suo complesso da tenere d'occhio per la classifica e che annovera almeno tre corridori che proveranno ad agguantare il podio (e due di loro ci sono già riusciti): la BORA-hansgrohe. Wilco Kelderman, Jay Hindley (geniale l'idea di ricostruire la coppia Sunweb che finì sul podio nel 2020) ed Emanuel Buchmann rappresentano un terzetto di regolaristi che proverà a giocarsi le proprie carte in maniera per altro del tutto simile: costanza di rendimento in salita. La strada deciderà chi dei tre potrà essere alla fine il capitano assoluto: noi, se dovessimo puntare un centesimo, lo spenderemmo su Hindley che a inizio stagione ha fatto intravedere le cose migliori, anche se arriva da problemi di salute spuntati fuori durante le Ardenne. Buchmann si è visto poco, anche lui vittima di malanni, mentre Kelderman si è fatto notare, come spesso gli accade, più nell'elenco di chi è caduto in gara che nelle primissime posizioni degli ordini d'arrivo. Peccato perché qualche anno fa intorno al suo nome c'era parecchio clamore.

Di fianco a loro suoneranno la batteria Cesare Benedetti in pianura, la chitarra Ben Zwiehoff in montagna, il basso Giovanni Aleotti un po' ovunque, mentre alla tastiera Patrick Gamper tenterà di inserirsi nelle fughe. Lennard Kamna, ottimo solista, quelle fughe proverà a portarle fino all'arrivo come (solo, appunto) lui sa fare.

 

LA TERZA FILA

 

In diversi potrebbero giocarsi il nome di Martin come sorpresa di questo Giro d'Italia - Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Terza fila: che non vuol dire essere fuori dalla lotta per il podio. La Cofidis si affida a uno dei corridori più continui e regolari del circuito: Guillaume Martin. Quando in giornata, il francese è temibile non solo in alta montagna, ma anche in quelle tappe miste dove bisogna saper essere esplosivi, avere colpo d'occhio, fiutare il momento giusto. Esordio al Giro per lui particolarmente affezionato all'Italia (tre vittorie su sette in carriera ottenute su queste strade, con un successo nel 2019 al Giro di Sicilia proprio sull'Etna dove è rimasto ad allenarsi in queste ultime tre settimane, prima da solo e poi in compagnia del suo preparatore), con uno storico negli altri Grand Tours in continuo progresso e che lo ha visto chiudere in top ten nel 2021 sia il Tour (ottavo assoluto) che la Vuelta (nono). Porterà punti preziosi alla sua squadra per restare nel World Tour, cercherà egli stesso punti preziosi magari per la conquista della maglia dei gran premi della montagna. Dovessimo scegliere per lui (ma tuttavia, chi siamo noi per scegliere per lui?) gli chiederemmo più che regolarità, qualche bella fiammata nelle tappe che gli si addicono maggiormente. Con lui in salita Rémy Rochas, Anthony Perez e Davide Villella, affidabili co-équipier ma anche a caccia di gloria personale.

La EF punta su Hugh Carthy, pressoché impalpabile in stagione, che non arriva a fari spenti, ma quei fari sembra averli rotti facendo manovra in garage. In generale la squadra americana è una di quelle che ha fatto più fatica quest'anno. Suggestione Diego Camargo per la salita, corridore di cui si parla troppo poco ma a chi scrive piace parecchio. Occhio anche a Jonathan Caicedo, si torna sull'Etna dove colse due stagioni fa il successo più importante in carriera, e atteso a dare bei segnali quando la strada sale. Potrebbe anche lottare per la maglia azzurra dei GPM magari insieme al suo compagno Simon Carr.

 

Tom Dumoulin è, insieme a Carapaz e Nibali, uno dei tre vincitori del Giro presenti qui -  Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

C'è Tom Dumoulin, in questo elenco, messo dopo tanti nomi non per mancanza di rispetto ma per una concreta idea sul rendimento di un corridore che un anno fa aveva smesso di correre. Avrebbe preferito avere decisamente più chilometri a cronometro per pensare di puntare al podio finale, ma magari qua e là lo vedremo davanti. In casa Jumbo-Visma da seguire con più attenzione Tobias Foss (obiettivo maglia bianca?), lo scorso anno 9° in classifica finale e che compirà 25 anni lungo il percorso, e Sam Oomen, corridore fantasma: non lo vedi mai, ma poi a fine gara te lo ritrovi nelle prime dieci, quindici posizioni di classifica. Edoardo Affini, gregarione in pianura, non nasconde le sue ambizioni per la prima cronometro e con una buona gamba può provare la stoccata da finisseur, Gijs Leemreize e Koen Bouwman (salita), Pascal Eenkhoorn e Jos Van Edmen (pianura) saranno gli altri corridori a completare la selezione con compiti prevalentemente di gregariato.

 

Alzi la mano chi avrebbe immaginato solo qualche stagione fa di ritrovarsi con Lorenzo Fortunato come uomo di punta del ciclismo italiano per la classifica generale. Merito suo, vincitore lo scorso anno sullo Zoncolan dalla fuga e 16° posto finale con una terza settimana in crescendo - e merito di Basso e della sua Eolo-Kometa. La squadra ha puntato sul ragazzo bolognese pronto ancora a stupire in questa edizione di Giro  - photo Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

C'è un po' d'Italia (poca poca, ahi noi, mala tempora currunt) anche per la classifica. Detto di Nibali e Formolo, i quali difficilmente cureranno le parti nobili della Generale, ma saranno chiamati a svolgere incarichi diversi (fughe e lavoro di squadra), i nomi più interessanti saranno, in ordine di possibilità: Lorenzo Fortunato (Eolo-Kometa, visto in buona condizione nella recente Vuelta Asturias chiusa al secondo posto in classifica generale), Giulio Ciccone (un punto interrogativo per una primavera decisamente travagliata) e l'eterno Domenico Pozzovivo: potremmo esagerare definendolo leggendario. Visto l'altissimo rendimento della sua squadra, non esageriamo invece nell'immaginarcelo, dovesse tutto filare liscio, in lotta per un posto nei dieci. A quarant'anni sarebbe uno spettacolo.

 

OUTSIDER

 

Volete scommettere su una sorpresa? Ecco Sosa della Movistar, tra gli scalatori (o forse lo scalatore più forte) più forti al Giro - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Con pensieri di classifica, infine, Iván Ramiro Sosa (Movistar, e potrebbe essere uno dei pretendenti principali alla maglia azzurra dei gran premi della montagna) si candida a essere una delle sorprese di questa corsa. È in forma e in salita non sono molti quelli che potrebbero stargli a ruota. Spesso gli manca la continuità, cosa non da poco in un Grande Giro, ma nella giornata singola, in salita, può vincere ovunque. Dovesse mettere vicino tutti i pezzi, potrebbe lasciare molti a bocca spalancata e altri con le gambe dure a fare zig zag in salita. Attorno a lui e a Valverde, un occhio lo meritano il giovane Oier Lazkano e Antonio Pedrero, aficionado del Giro chiuso nelle ultime stagioni al 22° e al 19° posto.

 

Attila Valter in maglia rosa durante il Giro 2021 - Foto Ilario Biondi/BettiniPhoto©2021

 

 

Si segnala al via il trio Trek-Segafredo (oltre a Ciccone) Juanpe Lopez, per la salita, Mattias Skjelmose, giovanissimo classe 2000 e che proverà a fare classifica, Bauke Mollema, che potrebbe  cercare una vittoria di tappa al Giro che manca alla sua collezione - ha vinto sia al Tour che alla Vuelta; e poi Attila Valter (Ungheria, Groupama) che sogna di vestire la Maglia Rosa proprio in Ungheria, lui che lo scorso anno l'ha vestita dopo la tappa di Ascoli Piceno chiudendo poi al quattordicesimo posto la classifica finale. In questa edizione di Giro punta anche la maglia bianca.

Poi Eduardo Sepulveda (Drone Hopper) e Filippo Zana (Bardiani), che vedremmo meglio andare a caccia di belle fughe per vincere una tappa, uomini di punta per la classifica nelle Professional italiane che non si chiamano Eolo; Jan Hirt  (Intermarché) e Harm Vanhoucke (Lotto) che già in passato hanno fatto vedere cose interessanti al Giro e potrebbero pure loro ambire alla classifica dei Gran Premi della Montagna. E poi c'è Mauri Vansevenant. Il giovane belga della Quick Step, dopo il forfait per un brutto incidente di van Wilder, sarà l'uomo di classifica della squadra belga. Lo danno molto in forma, teniamolo d'occhio. Ha vinto un Giro della Valle d'Aosta, seppure in modo rocambolesco (guadagnò minuti su minuti per un errore di percorso di gran parte del gruppo) e nella stessa stagione ha accarezzato anche l'idea di vincere il Tour de l'Avenir. Pure lui, come (quasi) tutta la squadra non arriva da una grande primavera, ma la rinascita belga (un'attesa estenuante) nei Grandi Giri passa anche dalle qualità del classe '99 figlio d'arte, tanto brutto e caratteristico da vedere soprattutto in salita, quanto efficace.

 

Tra i corridori da tenere d'occhio a questo Giro, l'asutriaco classe '98 Felix Gall, che dopo un po' di anni difficili sembra aver ritrovato la giusta pedalata - Foto Ilario Biondi/SprintCyclingAgency©2022

Infine una menzione per Felix Gall (AG2R). Il classe '98 austriaco, ex campione del mondo tra gli juniores, arriva da stagioni tribolate nelle quali non ha mai potuto esprimere pienamente (probabilmente non ci è nemmeno arrivato vicino) il suo potenziale; quest'anno sembra aver trovato la forma fisica e mentale e sarà il leader della squadra francese per la classifica, ma vista l'esplosività sugli strappi potrebbe trovare la sua giornata di gloria anche in qualche tappa vallonata.

 

ITALIANI

 

Alcuni li abbiamo già citati, ma riepiloghiamo, le speranze non sono così tante. Fortunato, Pozzovivo e Ciccone punteranno alla classifica, nemmeno troppo alta, ma il bolognese della Eolo dopo la Vuelta a Asturias ha visto crescere le sue quotazioni. Formolo e Nibali saranno l'uno principalmente gregario e l'altro libero di dare sfogo alla sua fantasia. Da misurare in chiave classifica generale la crescita di Zana. E quindi i corridori di casa, dove e quando possibile, andranno perlopiù a caccia di tappe.

 

C'è andato vicinissimo diverse volte, ma Vincenzo Albanese cerca ancora la prima affermazione in maglia Eolo - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

Vincenzo Albanese (Eolo-Kometa) è il nome più intrigante. In una primavera avara di soddisfazioni per il tricolore italiano, il suo undicesimo posto alla Sanremo è uno dei risultati migliori. Grande talento nelle categorie giovanili, forte sugli strappi, ottimo spunto veloce, Albanese in questo scorcio di stagione ha mostrato anche di tenere bene in salita. Questo cosa significa? Che già il primo giorno può sognare qualcosa di grande. Andrea Vendrame (AG2R) è un corridore che gli assomiglia. Spunto veloce, esplosivo, al Giro d'Italia ha dimostrato di migliorare con i giorni, sfiorando l'impresa tre anni fa a San Martino di Castrozza, trovandola lo scorso anno a Bagno di Romagna, una delle vittorie più emozionanti del Giro e la migliore affermazione della sua carriera. Quest'anno ci vuole riprovare, spazio in squadra ce n'è a sufficienza, manca forse un po' la condizione, ma il corridore veneto sulle strade della Corsa Rosa riesce sempre a tirare fuori qualcosa in più.

Alessandro Covi è una delle maggiori speranze del ciclismo italiano in ottica corse di un giorno, pur essendo stato nel 2018 (ottavo) e nel 2019 (quarto) il migliore italiano in classifica generale al Giro Under 23 . Crediti: Heinz Zwicky/BettiniPhoto©2021

 

C'è Alessandro Covi, partito benissimo quest'anno, poi ha rallentato, ma lo aspettiamo di nuovo energico lungo le strade del Giro. Lo scorso anno per poco non ha fatto sua una delle tappe simbolo dell'edizione 104, quella con arrivo a Montalcino, quella con le strade bianche. Quest'anno la possibilità che vada in fuga e ci riprovi spazia dal 99,9% al 100%. Il primo giorno, poi, ci sarebbe una tappa adattissima a lui, peccato però sembri perfetta anche al capitano Almeida e a Diego Ulissi che insegue, in quest'edizione di corsa rosa, la sua nona affermazione al Giro.

 

Il Giro di Ballerini sarà tutto in funzione degli sprint di Cavendish o potrà trovare un po' di gloria personale? - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

Tra i classe '99 c'è Giovanni Aleotti, con carta bianca ci potrebbe provare su diversi terreni, ma rischia di rimanere chiuso a doppia mandata, anzi tripla, da una BORA a tre teste per la classifica, mentre Davide Ballerini sarà nel treno Quick-Step votato alla causa Cavendish. Matteo Sobrero (come il già citato Affini) sogna la seconda tappa (quella a cronometro) e magari dare qualche segnale in futuro anche per la classifica, mentre Mosca, Rota, De Marchi, come Rosa, Maestri, Rivi, Gavazzi, i due Bais, Ravanelli, Zardini, Tagliani, Tonelli e Rastelli proveranno a inserirsi nelle fughe. Spesso sarà quella di giornata, buona per gli sponsor, spesso sarà quella invece che arriverà al traguardo e allora bisognerà approfittare del momento: una grande corsa a tappe autorizza a sognare in grande, e proprio l'impresa di Alessandro De Marchi nel 2021, culminata con la Maglia Rosa indossata per qualche giorno, ne è la dimostrazione.

 

Regolarista se ce n'è uno, Oldani rischia di vedere lo spazio aereo personale chiuso dal jet van der Poel - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

 

Infine Stefano Oldani, anche lui in bilico tra il lavoro di squadra (c'è un certo van der Poel al via) e qualche bella volata (previa autorizzazione del fenomeno olandese). Le sue occasioni però potrebbero arrivare dalle fughe. E poi ci saranno i velocisti come vedremo nel capitolo successivo.

 

VELOCISTI

 

Quattro i nomi più altisonanti con altrettanti pesci pilota di qualità e di grande esperienza : Caleb Ewan (De Buyst ha dato forfait all'ultimo momento, sarà compito di Kluge e Selig pilotarlo), Mark Cavendish ( Mørkøv), Arnaud Démare (Guarnieri) e Fernando Gaviria (Richeze). Non servono presentazioni, ma sarà una sfida non solo di velocità, ma anche di treni e posizionamento, di lead-out e pelo sullo stomaco. Nel caso dei primi 3 la squadra sarà (quasi) totalmente votata alla loro causa e le tappe dove sfidarsi saranno molte, a partire dal terzo giorno. A loro si aggiunge il tedesco della Bahrain Phil Bauhaus, che cerca il colpo a effetto nella tappa di un Grande Giro dopo essere cresciuto in maniera esponenziale in queste ultime stagioni.

L'Italia punta principalmente su Giacomo Nizzolo e Alberto Dainese (in squadra con lui anche Cees Bol, capace di buoni risultati in volata anche al Tour), ma cercano piazzamenti e magari la giornata di gloria anche Simone Consonni e Davide Cimolai (stagione complicata per lui fin ora). Jakub Mareczko potrebbe trovare spazio nelle volate pure e "semplici" (non esistono volate semplici, esercizio folle tirato a volte all'esasperazione e che ti fa stare col fiato sospeso)  - sempre che non ci si voglia buttare in mezzo van der Poel -  Filippo Fiorelli è il nome Bardiani per gli arrivi più tortuosi e insidiosi e avrà di fianco uno dei corridori più esperti del gruppo, Sacha Modolo. Aggiungiamo a questa lista anche Edward Theuns (Trek-Segafredo) che cercherà qualche piazzamento allo sprint. Difficile che si esca da questi nomi, i quali, insieme ad alcuni che andremo a raccontare nel prossimo capitolo, verosimilmente lotteranno anche per la classifica a punti.

CACCIATORI DI TAPPE - ALCUNI FANTASTICI - E DOVE TROVARLI

 

Senza girarci troppo attorno: Mathieu van der Poel è il personaggio più atteso di questo Giro - Foto Gregory Van Gansen/PN/BettiniPhoto©2021

 

Alcuni di loro sono destinati a lasciare il segno, anzi diciamolo meglio: hanno già lasciato il segno nella storia del ciclismo. Alcuni di loro hanno un futuro incredibile davanti, altri stanno segnando il presente, altri ancora un passato glorioso che non vuole lasciare il campo a un ritiro all'orizzonte. Presto detto: parliamo di tre corridori concepiti per essere tra i grandi protagonisti dell'edizione 105 del Giro: Matheiu van der Poel, Biniam Girmay e Alejandro Valverde.

Mathieu van der Poel è il personaggio numero uno di questo Giro d'Italia. Andrà alla caccia della maglia rosa il primo giorno con la speranza magari di arrivarci fino alle pendici dell'Etna: sarebbe una grande promozione per il Giro, sarebbe un lusso che il corridore olandese ha già annunciato vorrebbe concedersi. Difficile dire quali e quante tappe gli si addicono dipende da diversi fattori, ma ciò che è sicuro è che quando non sarà davanti a sprintare, lo potremmo trovare in fuga. Squadra, la sua, con altri corridori interessanti (alcuni citati, manca la menzione all'attaccante nato Dries De Bondt) ma che per forza di cose girerà tutta intorno al due volte vincitore del Giro delle Fiandre. Una scommessa aperta per certi versi: riuscirà a portare alla conclusione il Giro? Lui lo vorrebbe per riuscire a fare, dice, un salto di qualità ulteriore.

Bini Girmay: altro personaggio attesissimo - Foto Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

Biniam Girmay a caccia anche lui di tappa e maglia il primo giorno ma non solo. A caccia di record di ogni genere, il classe 2000 eritreo, che verosimilmente si butterà anche negli sprint di gruppo è, insieme a van der Poel e a quei velocisti più continui, uno dei candidati alla maglia ciclamino.

 

Non tutti lo amano, è vero, ma il rispetto è immenso per questo corridore leggendario  - Foto Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Alejandro Valverde: perché come minimo una tappa proverà a portarla a casa. Non avrà lo scatto devastante di un tempo (fisiologico), ma anche lui vorrebbe già piazzarsi il primo giorno e poi chissà provare il colpo magari sull'Etna non dovesse esserci una grossa selezione. Nonostante i 42 anni, il suo Giro d'Italia sarà tutto da scoprire. Ci piacerebbe vederlo fuori classifica, ma cercare la vittoria in fuga: sarebbe una degna conclusione di una carriera in cui ha vinto praticamente tutto, sarebbe un modo anche per rischiare di farsi qualche tifoso in più tra quelli che non amano particolarmente la sua condotta di corsa.

 

Non solo Bini, dall'Eritrea pedala forte anche Natnael Tesfatsion - Foto Roberto Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

 

C'è un'Eritrea che pedala fortissimo che non è solo quella di Bini Girmay. C'è Natnael Tesfazion, ennesima scommessa vinta da Gianni Savio e Giovanni Ellena, che avrebbe tutte le carte in regola per piazzarsi bene nelle tappe miste, ma anche per andare a caccia di successi nella fuga giusta. Veloce, resistente, il portacolori della Drone Hopper è un corridore del quale non siamo ancora riusciti a capire i margini. Che paiono importanti e potrebbero portarlo a ricalcare le orme del suo connazionale. Chissà che l'anno prossimo (suggestione del tutto casuale) non si possano persino ritrovare a correre nella stessa squadra.

 

Tappe al Tour e alla Vuelta Magnus Cort Nielsen è un nome che fa paura, in volata e in fuga - Foto Luis Angel Gomez/BettiniPhoto©2021

 

 

 

Altra ruota veloce con licenza di fuga e vittoria è quella di Magnus Cort Nielsen. Il danese appartiene a quel quintetto al via del Giro (Bardet, Lopez, Mollema e Calmejane sono gli altri) che insegue il successo da affiancare alle tappe conquistate al Tour e alla Vuelta. Una tripletta ambiziosa. Arriva al Giro dopo un brutto infortunio, ma strada facendo la sua condizione crescerà, diventando con ogni probabilità uno dei punti di riferimento in gruppo quando ci sarà da scappare via, soprattutto nella seconda parte di Corsa Rosa.

Fuga decisiva di cui è specialista Lennard Kämna. Il tedesco è corridore da giornata di grazia e quando si veglia col piede giusto rischia di essere imbattibile. In alta montagna o nelle tappe miste, il corridore della BORA se lo ritrovate davanti per forza di cose dovrete battezzarlo come favorito per il successo. A caccia di fughe fino all'arrivo ci sono anche Mauro Schmid (Quick-Step, vincitore a Montalcino nel 2021), il compagno di squadra James Knox che potrebbe anche fare classifica, uno dei fuggitivi più attesi, l'estone Rein Taaramäe (Intermarché-Wanty-Gobert) e i suoi compagni di squadra Barnabás Peák e Loic Vliegen; e poi ancora Alex Dowsett (Israel-Premier Tech), uno dei personaggi che ci piace di più in gruppo, Nans Peters, Nicholas Prodhomme e Lilian Calmejane (AG2R), Jefferson Cepeda (Drone Hopper, che proverà a tenere duro sia per la generale che per la maglia dei GPM) e il suo compagno di squadra Andrii Ponomar che sarà, con i suoi nemmeno 20 anni, il più giovane al via per il secondo anno di fila. Chris Hamilton, piazzato alle spalle di Vendrame lo scorso anno a Bagno di Romagna, andando proprio all'attacco da lontano, aiuterà Bardet e Arensman a curare la classifica, ma non disdegnerà l'inseguimento al successo personale, e infine Samuele Zoccarato pronto a raccogliere lo scettro del miglior attaccante del Giro, magari con un bel successo di tappa, obiettivo dichiarato della sua squadra, la Bardiani-CSF-Faizané.

 

IL DISEGNO DEL GIRO

 

 

Tre giorni di riposo, tanti (troppi?) trasferimenti, con la Grande Partenza al venerdì, dall'Ungheria. Tre tappe all'estero prima di rientrare in Italia, dalla Sicilia per arrivare a Verona per la crono finale. Tappe distribuite in maniera equa, - diverse volate, diversi arrivi che fanno gola agli scattisti, tanti arrivi in salita, ma le cronometro... Ecco se parliamo di cronometro tocchiamo un tasto dolente di un disegno che, tutto sommato ci soddisfa (ci voleva un tappone di oltre 220 chilometri, ma in questo periodo pare passato di moda).  Può una grande corsa a tappe avere un tracciato con solamente 26,6 chilometri a cronometro distribuite nella seconda e nell'ultima tappa? Francamente no, ma ormai è fatta. Auspichiamo l'anno prossimo almeno 60/70 chilometri totali, servirebbero per rimettere tutto nell'ordine giusto.

Per il resto il disegno ci piace, forse avremmo apprezzato qualche arrivo in discesa in più, ma già solo per aver inserito la salita più bella del mondo - la Marmolada - il tracciato merita tutto sommato un voto alto.

Partenza scoppiettante il primo giorno con una tappa che vedrà gli scattisti misurarsi su uno strappo di quasi 4 km che porterà il gruppo sulle strade del suggestivo castello di Visegrád. Tappa che sembra aver scritto a caratteri cubitali: van der Poel vs Girmay. Ma occhio come sempre alle sorprese. Dopo la breve crono del giorno dopo e la volata in programma, ahinoi, domenica (insistere con le volate nei giorni feriali, continuiamo a trovarlo mortificante!), lunedì si torna in Italia per una giornata dedicata al trasferimento-riposo prima di vivere uno dei sette arrivi in quota. Martedì 10 maggio, infatti, da Avola fino all'Etna, salita infinita, ma non durissima e che verosimilmente cambierà il nome del leader della classifica. Dopo Messina il giorno dopo si risale in Calabria per un altro probabile arrivo allo sprint (Scalea) prima di una tappa interessante come quella di Potenza adattissima ai colpi di mano. Weekend tra Napoli - tappa che promette scintille oltre che uno dei panorami più belli che possa regalare una manifestazione sportiva - e il secondo arrivo in salita: Blockhaus. Rispetto all'Etna qui si inizieranno a contare distacchi importanti. Vero e proprio tappone appenninico, 191km e nemmeno un metro di pianura, come si usa dire.

Dopo il giorno di riposo si prosegue la marcia verso il nord: a Jesi tappa da fuga, a Reggio Emilia, mercoledì 18 maggio, volata. Piccolo commento: di nuovo, anche in questa edizione, ci ritroviamo una tappa di oltre 200km completamente pianeggiante. In pratica un lungo trasferimento in bici: serviva? Il giorno dopo la Parma-Genova è un'altra tappa destinata a vedere la fuga all'arrivo, ma si sale parecchio e dunque bisognerà avere una gran condizione per andarsene e restare lì davanti. Difficile che gli uomini di classifica possano tentare qualcosa. Stesso discorso per il giorno dopo verso Cuneo. Tappa breve: fuga all'arrivo oppure volata.

Il terzo week end di corsa, invece, sarà in crescendo. Verso Torino frazione secca, breve, con un circuito che prevede due passaggi a Superga e due sul Colle della Maddalena prima dell'arrivo a Torino: spettacolo assicurato. Arrivo in salita, invece, domenica. Tappa valdostana con tre belle salite lunghe ma senza pendenze impossibili, con l'ultima, verso l'arrivo di Cogne, non troppo impegnativa.

 

 

Gli ultimi cinque giorni di corsa verranno inaugurati da una delle frazioni più attese: la Salò-Aprica, con il Mortirolo (da Monno) e il Valico di Santa Cristina: serve dire altro? Sì forse che bisognerà dare un occhio anche alle discese. Ancora salita il giorno dopo con l'arrivo a Lavarone prima dell'ultima frazione tranquilla di questa corsa con probabile conclusione in volata (se ci saranno velocisti ancora in gara) a Treviso.

E poi ultimi tre giorni da casco allacciato e luci accese anche di giorno: venerdì 27 maggio la tappa friulana che si concluderà sul Santuario di Castelmonte, sopra Cividale del Friuli, provincia di Udine, è una frazione da non sottovalutare. Si sconfina in Slovenia e si affronta da Caporetto la salita di Kolovrat: pendenza costante del 10% che rimarrà nelle gambe. L'insidia più grande, però, sarà il rientro verso l'Italia, si passa nei verdi boschi del confine italo-sloveno dove sarà difficile trovare più di qualche metro di rettilineo. Un su e giù continuo fatto di curve insidiose e strade strette.

Sabato con l'atteso arrivo sulla Marmolada ne vedremo delle belle - neve permettendo. Chi scrive sogna già la selezione naturale verso Malga Ciapela, uno dei posti ciclisticamente più suggestivi dell'intero circo ciclistico. E infine domenica, la crono finale di Verona, corta, ma che potrebbe ancora decidere qualche piazzamento in classifica.

LE STELLINE DEI FAVORITI

MAGLIA ROSA
⭐⭐⭐⭐⭐ Carapaz
⭐⭐⭐⭐ Landa, Almeida
⭐⭐⭐ S.Yates, Bardet
⭐⭐ Martin, Bilbao, Lopez, Sivakov, Sosa, Arensman, Carthy
⭐  Hindley, Kelderman, Dumoulin, Foss, Fortunato, Porte, Valter, Vansevenant, Gall, Mollema, Ciccone, Valverde, Pozzovivo, Buchmann

MAGLIA BIANCA
⭐⭐⭐⭐⭐ Almeida
⭐⭐⭐⭐ Sosa, Arensman, Sivakov
⭐⭐⭐ Valter
⭐⭐ Foss, Gall
⭐ Vansevenant, Skjelmose, Buitrago, Tulett, Zana

MAGLIA AZZURRA
⭐⭐⭐⭐⭐ Sosa
⭐⭐⭐⭐ Lopez
⭐⭐⭐ Martin
⭐⭐ Ciccone, Buitrago, A.Cepeda, S.Yates, Mollema, J.Cepeda, Poels
⭐Camargo, Hirt, Taaramae, Fortunato, Landa, Carapaz, Perez

MAGLIA CICLAMINO

⭐⭐⭐⭐⭐ Van der Poel
⭐⭐⭐⭐ Ewan, Cavendish, Girmay
⭐⭐⭐ Nizzolo, Démare, Bauhaus
⭐⭐ Consonni, Albanese, Gaviria, Cort Nielsen
⭐ Valverde, Tesfatsion, Valter, Vendrame, Ulissi, Bol, Dainese

 

 


Thibaut Pinot, eroe tragico

Attorno a Thibaut Pinot si forma rapidamente un capannello di videocamere, fotografi, giornalisti. Ha lasciato la bici chissà dove ed è già accasciato contro le transenne. Tiene la schiena dritta, ma lo sguardo fissa l’asfalto; all’interno di ginocchia allargate appoggia le braccia, che sembrano scollate dal corpo. Le mani grandi sono piene di calli e vesciche. Un massaggiatore gli mette un asciugamano attorno al collo, lo invita ad alzarsi per infilargli una tuta più pesante.

Pinot beve distrattamente da una bottiglia di plastica riempita con una bevanda proteica. Compaiono Charles e Pierre, due videomaker de L’Équipe che a ogni finale di tappa piombano sul miglior francese di giornata per chiedergli un’opinione a caldo. Tutti sono pronti a catturare ciò che Pinot sta per dire, ma dopo aver aperto la bocca il nativo di Mélisey si accorge di non essere emotivamente pronto. Si gira verso la valle, sputa di nuovo oltre le transenne. Riesce a stento a trattenere le lacrime. È una scena straziante.

Sempre più persone aspettano di sentire le sue parole. Non vince dalla conquista del Tourmalet al Tour de France 2019. Tra oggi e quel trionfo, millesei giorni con più bassi che alti. Oggi era tanto vicino alla vittoria che a Geoffrey Bouchard non hanno detto nulla alla radio: il vincitore della prima tappa di questo Tour of the Alps è arrivato con quattro minuti di ritardo e, visto il trambusto nei pressi di Pinot, pensava che il suo amico avesse vinto. Cerca di chiamarlo, esclama qualcosa tipo «grande Thibaut hai vin…», ma l’entusiasmo nella sua voce cala man mano che si rende conto di come sono realmente andate le cose. Qualcuno si gira per dirgli che no, Thibaut non ha vinto, e l’espressione sul suo volto da raggiante diventa funerea.
A Thibaut Pinot vogliono bene tutti, per questo dispiace l’esito della tappa, anche se ha vinto un Miguel Ángel López altrettanto in cerca di risultati dopo un’annata complicata in Movistar. Un Miguel Ángel López che ha esultato mettendosi il dito in bocca perché la compagna è in attesa del secondo figlio. Un Miguel Ángel López che è andato di forza a prendersi una vittoria meritata. Ma Thibaut Pinot vorrebbe «che la vita mi sorridesse, almeno per un giorno», vorrebbe voltare «quella pagina merdosa e passare al prossimo obiettivo». Vorrebbe tornare a vincere perché «non hai molte chance da professionista».

Un campione tragico, che ha tatuato “solo la vittoria è bella”, oggi voleva vincere con tutto sé stesso. È arrivato secondo.


Lennard Kämna è tornato (felice)

Non è chiaro cosa successe a Lennard Kämna nel maggio 2021. Qualcosa di certo si ruppe: portò a termine una Volta ao Algarve piuttosto incolore, poi decise di dimenticare la bici per qualche mese. Doveva essere la stagione della consacrazione: nel 2020 vinse una tappa al Tour de France e una al Delfinato, ma l’anno successivo « ho vissuto la mia vita in modo sbagliato» racconta. La pressione e l’auto-imposto stress per rendere al meglio lo hanno sfibrato: «Forse ho prestato troppa poca attenzione al mio recupero fisico e a ciò che il mio corpo provava a dirmi».
Ha parlato di questo momento difficile anche dopo la sua vittoria al Tour of the Alps, nella terza tappa con arrivo a Villabassa, un paesino incantevole in Alta Pusteria. «Non andrò nei dettagli, ma sono stato molto contento di riattaccarmi il numero alla schiena. Ho imparato a capire chi sono, dove sono». Lo ha molto aiutato un’esperienza fatta in Sudafrica col compagno di squadra Ben Zwiehoff, a una durissima corsa di mountain bike a coppie, la Cape Epic. Zwiehoff ieri mi ha detto, con una certa sorpresa, che Lennard se l’era cavata egregiamente pur non avendo un background da biker come il suo.
La BORA-hansgrohe lo ha supportato nel periodo lontano dalle corse su strada, rinnovandogli il contratto per un ulteriore anno. In questa stagione Kämna ha già vinto due corse, entrambe pane per i suoi denti: attaccando da un gruppo ridotto, con tanto dislivello nelle gambe prima del finale. «Nella prima ora io e Domen Novak abbiamo tirato a tutta per un’ora per non far andar via la fuga» mi dice uno stremato Edoardo Zambanini dopo la tappa. Poi finalmente la fuga è partita. Kämna è riuscito a riacciuffare il gruppetto di testa e non se n’è più andato. Con un timido sorriso da introverso qual è, all’arrivo dice di essere contento. «Sono tornato».


L'ultimo muro di Don Alejandro

Già, proprio così. Anche se qualcuno ancora non ci crede e spera possa ripensarci. Chi, romantico o illuso, non riesce ancora a venire a patti con il tempo che passa.
Gli ultimi minuti di Alejandro Valverde sul Muro di Huy, domato per cinque volte in carriera, sono stati proprio gli ultimi. A 42 anni ha provato a vincere di nuovo la Freccia Vallone, ma cos'è mancato? Un niente.

Che poi un niente... parliamone. Era la forma di Dylan Teuns, primavera d'acciaio la sua, piazzato e piazzato bene ovunque. Oggi ha vinto lui e ha meritato. Alejandro Valverde ci ha creduto, come tutti noi, come la sua squadra che lo portava davanti con Mas a scandire il ritmo prima del cambio di pendenza finale.

Mentre Pogačar arrancava - ed è una novità - e faceva il buco nel quale inghiottiva Alaphilippe e Martinez, Valverde davanti, posizionato benissimo come chi conosce ogni centimetro di questa salita, come l'avesse progettata dopo averla vista in sogno, accelerava, accelerava e accelerava. Ma Teuns, agile e scattante, con quella fisionomia da suricato, non ne voleva sapere di staccarsi. A chi interessa la storia del ciclismo? A nessuno se c'è da vincere una Freccia Vallone.

Indifferente dall'avere davanti chi a suo piacimento ha dominato su queste terre, Teuns non mollava un attimo, perfido, affiancava Valverde e lo batteva superandolo poco prima del traguardo. E Don Alejandro chiudeva la sua ultima volta sul Muro al secondo posto.
Il tempo abbatte tutto in modo inesorabile. Come le gambe che sentono l'usura dell'età. Come una ruga che spunta sul viso e viene a ricordarti chi sei.


Forza sapiente sul Mur de Huy

Una decina di giorni fa all'Amstel Gold Race, Marta Cavalli decideva di cogliere alla lettera il significato di "prendere l'attimo giusto" trasformandolo in una vittoria. Oggi, sulla strade della Freccia Vallone, più precisamente sul Mur de Huy, la storia si è ripetuta in una forma leggermente diversa, ma con un risultato simile.
Tatticamente perfetta, Marta Cavalli ha scrutato i movimenti delle altre, banalmente ha battezzato l'unica ruota che sapeva sarebbe andata via, o che almeno ci avrebbe provato, quella di Annemiek van Vleuten.
A qualche centina di metri dall'arrivo, nel tratto più duro, l'olandese faceva la differenza o almeno così pareva a un occhio disattento, mentre l'italiana, il suo un occhio attento, all'apparenza calma e con un filo di gas, si adagiava quatta quatta alla sua ruota. Quando la strana spianava e partiva la decisiva volata a due, Marta Cavalli sprigionava quella che in questo momento è la miglior gamma a due ruote. In fatto di testa e gambe.
Ci vuole testa, appunto, ma ci vogliono le gambe: oggi Marta Cavalli mette insieme un binomio che - ciclisticamente parlando - quando la strada sale rasenta la perfezione.
Non svegliateci da questo momento. Quello in cui il ciclismo femminile italiano sta dominando il ciclismo femminile mondiale.


Fatica, illusioni, Pello Bilbao

È difficile immaginare due partenze di tappa più diverse dalla prima e la seconda del Tour of the Alps 2022: nella prima si è passati velocemente dai 670 m.s.l.m. di Cles ai 190 di Trento, un falsopiano tendente alla discesa per una quarantina di chilometri. Nella seconda tappa, invece, si parte con il Passo Rolle: 20.8 km al 5.9% di pendenza media ai quali bisogna arrivare caldissimi. Al contrario di ciò che il meteo ha predetto per settimane, è una bellissima giornata di sole e i ciclisti preparano il brusco avvio di tappa in svariati modi. La BORA-hansgrohe ha piazzato i rulli lungo il fiume e tutti pedalano assieme, Omar El Gouzi della Bardiani si aggira nel parcheggio sorridente, fermandosi solo per salutare qualcuno del Tirol KTM Cycling Team, sua ex squadra.
Quando mi avvicino a Márton Dina, ciclista ungherese della Eolo-Kometa, mi dice che già si immagina cosa sto per chiedergli: della Grande Partenza del Giro da Budapest. Mentre mi parla delle sue aspettative e della stagione, è rimasto solo nel fare i rulli. Ha il fiatone perché aumenta l’intensità fino a sudare copiosamente. Toglie l’asciugamano dal collo per passarlo sulla fronte e con rispetto mi fa capire che, se la smettessi di fare domande, sarebbe meglio. Tra poco si parte.
Parte anche il media shuttle in direzione dell’arrivo, Lana. Iniziato il Passo Rolle, una sagoma piuttosto riconoscibile si palesa tra un tornante e l’altro: Chris Froome ha deciso di scaldarsi sulla salita stessa. Caldo dalla giornata precedente, in cui la volata era valsa solo per il secondo posto, invece, era Pello Bilbao: ha messo di nuovo la squadra al lavoro e ha fermato Hermann Pernsteiner, furbo ad entrare nella fuga e a fermarsi proprio per permettere al gruppetto di Bilbao di ricucire lo strappo.
La Bahrein ha dominato la corsa, tanto che nell’ultimo chilometro Buitrago e Landa hanno lanciato la volata di Bilbao: «A Landa ho detto di andare a sinistra che io sarei andato a destra», spiega Pello in un italiano spagnoleggiante. Bilbao sembra aver raggiunto un nuovo livello: «tutti gli anni vado al Giro con l’illusione» di poterlo vincere, quest’anno magari è la volta buona.


Scappare

In “Le miniere di Primiero”, un volume curato da Sandro Gadenz, Marco Toffol e Luigi Zanatel, si racconta di tante leggende legate all’attività mineraria, che in queste valli è iniziata nel XIV secolo. Una in particolare è simile alla tappa odierna, la prima del Tour of the Alps, da Cles a Primiero San Martino di Castrozza: la notte di Natale, dice la leggenda, la montagna si apre, mostrando ai passanti inestimabili tesori. Bisogna però ricordarsi di andarsene, di scappare, prima che il ventre della roccia si richiuda al dodicesimo rintocco di campana.
Il libro è aperto alla fruizione di tutti coloro che salgono verso il Palazzo delle Miniere. Da quassù, si gode di una splendida vista sul traguardo e su Fiera di Primiero, sede di un comune che ha inglobato anche San Martino di Castrozza.

Al primo passaggio sotto lo striscione d’arrivo, due bambine vestite d’altri tempi incitano Geoffrey Bouchard, che, come insegna la leggenda, è uscito appena in tempo. Non doveva nemmeno andare in fuga («avevamo tante possibilità oggi, poi mi sono trovato in fuga e ho tirato dritto»), non era del tutto soddisfatto («Ben Zwiehoff ha dato troppo sulla prima salita, ma anch’io ho fatto alcuni errori») e non era sicuro di vincere fino all’ultimo (ha capito che non lo avrebbero più preso «solo negli ultimi duecento metri»).
È evaso dal gruppo con un po’ di fortuna, ha attaccato dal gruppo di testa al momento giusto, per una manciata di secondi ha resistito al furioso recupero guidato dalla Bahrain-Victorious.
Il tempo è una bestia strana nella vita di Geoffrey Bouchard: è lui stesso in conferenza stampa a ricordare che «da giovane non ho mai corso per la Nazionale. Ho fatto l’università, ho lavorato alla Decathlon, poi ho chiesto ai miei genitori di mollare tutto e provarci col ciclismo».

È passato professionista nel 2018, a 26 anni; fino ad oggi contava zero vittorie. Ci era andato vicino tante volte, anche vincendo due classifiche di miglior scalatore in Grandi Giri (Vuelta ’19, Giro ’21): oggi, dalla miniera del gruppo, è scappato al momento giusto.

 


La bellezza di una giornata all'inferno

La bellezza, per definizione, è qualcosa di soggettivo. Il fascino, l'eleganza, attraggono osservatori e ammiratori che ne rimangono colpiti. La Paris-Roubaix di oggi, soleggiata e polverosa, quasi perfetta, è un brutale inno alla bellezza, ma non c'erano dubbi. Parlavamo di definizioni: questa corsa pare abbia intriso nel suo significato il concetto di bello.
Emblematico il suo vincitore: Sua Eleganza van Baarle, per quel modo che ha di pedalare e muoversi in gruppo, di stare in bicicletta. Un tutt'uno armonico, affascinante, cadenzato. Preciso, nato insieme al suo mezzo.
Quando lo vedi accelerare rimani a bocca aperta. Appare tranquillo. Alto, ma aerodinamico, potente, ma leggero. Quando attacca, oggi, e lo fa più di una volta prima dell'azione decisiva che lo porterà a conquistare la corsa, sembra rallentare - a un certo punto sembrava avesse forato - e invece spinge e stacca chi, alla vigilia, partiva con l'idea di entrare prima di lui nel velodromo di Roubaix. Spinge e non lo rivedono più.
A rendere riconciliante la bellezza di una corsa che di suo non avrebbe bisogno di aggiunte di alcun genere, ci ha pensato la sua squadra. Quando pensi di aver visto Roubaix di ogni tipo, la Ineos ti ricorda che si può osare. Si possono aggiungere altri ingredienti rendendo 5 ore e 37 minuti di corsa una caduta in apnea.
Attacca, la Ineos, quando mancano 210 km all'arrivo, quando al primo settore di pavé un'ora e mezza. Davanti tirano a turno Turner (menzione speciale: primavera fenomenale la sua), Sheffield, Ganna, Rowe, Wurf; van Baarle ogni tanto dà qualche cambio, gestisce insieme a Kwiatkowski, e lo vedi, pulito nell'azione, come all'arrivo, pulito ma con la faccia impolverata. Senza ombra di dubbio il più forte oggi, come spesso è stato il più bello da vedere.
E forse a qualcuno può restare l'amaro in bocca per non aver goduto di una sfida epocale tra van Aert - prima o poi riuscirà a superare senza un problema Arenberg? - e van der Poel che raschia il barile, ma non è il solito van der Poel. A qualcuno può restare l'amaro in bocca per non aver celebrato Ganna fino alla fine, dopo averlo visto -Arenberg compreso - domare le pietre come se non avesse mai fatto altro in vita sua. Il messaggio di Ganna è chiaro: tornare qui e provare a vincere. Oggi è stato messo qualche tassello.
La bellezza, tremenda, brutale bellezza, oggi è in Davy che è il primo a cadere, e col corpo tumefatto dà una mano ai suoi compagni di squadra nel tentativo di ricucire sui primi. È Askey, il più giovane all'arrivo, che va avanti e chiude 42° nonostante le ginocchia insanguinate.
È Mohoric che coglie ogni attimo possibile per provare ad anticipare e vincere una corsa che sembra non amare i padroni. In Lampaert che sfiora un tifoso e cade non c'è alcun tipo di bellezza, ma ci ricorda che questa è la Roubaix e fatti di questo genere sono dietro ad ogni curva. Pichon e Devriendt sono la bellezza di una corsa che, quando si è capaci di cogliere il momento, può donarti una giornata indimenticabile.
La bellezza, ovvero, la Paris-Roubaix. Perché non c'è corsa più fuori dal mondo. Se poi ci regala quasi 6 ore così, non si può davvero chiedere altro a questo Inferno.


Uno splendido giro in bicicletta

Difficile trovare le parole in un sabato pomeriggio in cui Elisa Longo Borghini decide di accelerare e andare via da sola. Mancano trentatré chilometri all'arrivo e nella sua testa un progetto folle: arrivare, da sola, nel velodromo di Roubaix.

Difficile trovare le parole e magari aiutateci voi nei commenti, altrimenti ci facciamo supportare da qualche foto, oppure, dopo aver ripreso fiato, guarderemo e riguarderemo la corsa centinaia di volte come si usa fare con un bel film, di quelli che non vorresti mai terminare e che alla fine hai imparato a memoria.
Siamo deboli. Di cuore. Siamo inclini all'emozione. Siamo pieni di retorica. Questi sono quei momenti in cui ci concediamo qualcosa; le parole vengono fuori di getto come un'azione di Longo Borghini sul pavé. Superlativi. Eccessi di gioia e di foga. Non riusciamo a stare fermi.

Abbiamo avuto più di un sussulto. Quando Elisa Longo Borghini prendeva male quella curva dentro Camphin-en-Pévèl, settore numero 5, uno di quelli decisivi. Oppure ci si è stretto il cuore quando Kopecky da dietro faceva il forcing sul pavè e il distacco per un attimo era di poco superiore ai dieci secondi.

Difficile trovare parole quando il traguardo si avvicinava ed Elisa non smetteva mai di spingere il rapportone. Lei aveva male alle gambe? Noi avevamo male alle gambe. Lei aveva male alle braccia? Noi avevamo male alle braccia. Non riuscivamo a trovare pace. Dai, traguardo, arriva, avrà pensato lei. "Dai traguardo, arriva!" ci siamo detti noi.
Giornata blu. Cielo caldo. Difficile trovare le parole in un sabato pomeriggio passato a spingere Elisa Longo Borghini, partita mentre sulla sua destra il Moulin de Vertain a Templeuve era vestito con i colori della Roubaix.

Tutto intorno i tifosi spingevano le atlete che in qualche modo facevano rotolare le loro ruote sulle pietre infide della Regina delle classiche.
Siamo senza parole. Come Elisa Longo Borghini a fine gara: non ci crede o forse ci crede più di tutti noi. Tranquilla ai microfoni come dopo una bella pedalata. «E pensare che nemmeno ci volevo venire qui. Sono stata poco bene, non avevo intenzione di fare la comparsa, ma la squadra ha insistito». Vieni, attacca e vinci, le hanno detto.
Tranquilla, Longo Borghini, come dopo una bella pedalata nella storia di questo sport. Entrata direttamente dal varco che porta all'Inferno del Nord. Oggi, così polveroso da sembrare un paradiso in terra. Grazie Elisa Longo Borghini per lo splendido giro in bicicletta.


Rottura di nervi

È vero che una corsa di bicicletta, a questi livelli, non è come fare sciambola, direbbero a Milano. Divertirsi in modo sfrenato, fare baldoria. Nemmeno se sul podio in premio c'è un enorme boccale di birra. È intrinseco proprio nell'atto del pedalare dover fare fatica per vincere, o semplicemente per arrivare.
Certo, vedendo Mathieu van der Poel il più delle volte, potremmo essere smentiti, anche se oggi, dato pure il volto un po' incupito all'arrivo e le sue parole - «Abbiamo rischiato ma ci è andata male» - ci sentiamo dalla parte della ragione nel sostenere questa tesi.

L'Amstel Gold Race, poi, è tutto fuorché un divertimento, almeno per chi la corre. Un continuo e snervante susseguirsi di strappi, curve, rilanci, cadute, frenate, corridori che si arrotano, incidenti, attacchi, crolli improvvisi. Insomma, tutto il campionario che una corsa al nord si porta appresso. Pietre o salitelle, côte o berg, poco cambia.
E quindi? Proprio perché il ciclismo ha in sé tutti gli aspetti del dramma, siamo costretti a vivere finali di questo genere? Non bastava così? Per un attimo ci rivolgiamo proprio a te, ciclismo, nella fattispecie a te, Amstel Gold Race: non ci tieni proprio alla salute dei corridori e al cuore degli spettatori? L'ultimo chilometro, anche oggi come già qualche giorno fa al Fiandre, è da vivere con i nervi a fior di pelle, per chi guarda da casa che non sa stare fermo, per chi è davanti e si gioca la vittoria, perché non sa mai qual è il momento migliore per partire, o la posizione migliore, perché se rallenti dietro ti prendono, però non vuoi nemmeno favorire il tuo avversario.

Oppure per chi da dietro insegue. Frena per risparmiare qualche prezioso grammo (si misurano in grammi?) di energia; sta al vento e chiede il cambio che non gli viene dato e poi parte qualcuno di lato e bisogna fare un altro sforzo per andargli dietro e così via.
Ciclismo sei crudele, Amstel Gold Race sei beffarda. Noi non vorremmo essere nei panni di Cosnefroy. Anche quest'anno, come l'anno scorso, hai deciso che il verdetto definitivo lo avrebbe scelto il fotofinish, ma c'è modo e modo, dai.

Allora ha ragione Thomas De Gendt quando sostiene che prima di assegnare una vittoria bisognerebbe aspettare il fotofinish, ma forse chi scrive la sceneggiatura di questa corsa ultimamente ha deciso di inserire pathos ulteriore a un sistema che già di suo ti manda in fibrillazione e in ansia come fosse un thriller svedese.
Noi non vorremmo avere la faccia di Cosnefroy. Dopo il traguardo la telecamera indugia su di lui come si fa col possibile vincitore. Arriva la comunicazione che dice "hai vinto". Lui, giustamente, esulta. Sarebbe la vittoria più importante di una carriera che promette bene, ma che ancora non ha preso lo slancio.
Poi c'è l'attesa. Perché non si sa mai, perché appunto c'è lo sceneggiatore a cui piace infierire e c'è la corsa crudele. Le immagini smentiscono la prima chiamata e mostrano come, per qualche centimetro, è più avanti la ruota di Kwiatowski, volpe se ce n'è una, del ciclismo contemporaneo. Corridore, se ce n'è uno, forse per motore e testa, per pacatezza e abilità, che sembra tagliato apposta per i berg del Limburgo, per quelle stradine che sollecitano in maniera esagerata nervi e muscoli. Tanto da far sacrificare quel marcantonio di Turner, Sua Eleganza in Bicicletta van Baarle, o il talento sconfinato di Pidcock.

Così alla fine abbiamo capito il perché della birra. Non c'entra nulla con lo sponsor della corsa, serve a distendere i nervi. Kwiatkowski si fa la foto con la versione gigante del boccale e si scola una versione piccola. Mentre Cosnefroy dice: «Se piangessi dopo un podio, dovrei smettere di pedalare. Riesco sempre a mettere le cose in prospettiva, questa è la mia forza. Sul podio ero emozionato, altroché. Nemmeno van der Poel è salito sul podio. Sinceramente, non c'è niente per cui piangere». Le immagini lo inchiodano, il pensiero gli è venuto dopo essersi scolato pure lui una birra piccola.