Vincere come Martina Fidanza

È stata la prima serata del Mondiale di Saint-Quentin-en-Yvelines ed è stata subito così la serata di Martina Fidanza, così per i colori azzurri, così per la squadra italiana. Così come una vittoria.
Vincere con i favori del pronostico in una disciplina di gruppo in pista non è uno scherzo, anzi: è roba per le più grandi; vincere confermandosi è ancora più complicato, vincere come ha vinto lei: di sagacia tattica e gestione nella prima parte; guardandosi intorno e poi scatenandosi nel finale, per distacco, imprendibile per le altre, dimostra lo spessore dell'atleta. E qualcuno ha pure detto a denti stretti: "fosse partita un po' prima prendeva un giro a tutte".
Vincere facendo sembrare tutto così facile all'apparenza, al modo di quelle baciato dal talento. Nella testa e nelle gambe. Vincere come Martina per aprire "discretamente" bene la rassegna iridata su pista, nello Scratch, come un anno fa sempre in Francia, ma a Roubaix. Cambia il velodromo ma la più forte resta Martina Fidanza. Che goduria.


56,792: È Record dell'Ora per Filippo Ganna

Tantissimi dettagli, da ieri sera, dicono qualcosa. La quantità di persone con bandierone del cinghiale sui pedali, il simbolo del fan club “Top Ganna”, rivela che è realmente impossibile voler male a Filippo Ganna. Ganna che, a fine riscaldamento, fa segno alla console di alzare il volume della musica indica quanto fosse pronto a spaccare il mondo. L’espressione di Marco Villa diversi minuti dopo la prova, un altro esempio: felicissimo ovviamente per lo storico risultato centrato, ma con quel velo di amarezza perché si potevano fare qualche decina di metri in più. Il cartellone arancione, quello che poi avrebbe segnalato la distanza record, pre-tentativo recitava 88,888 metri: una distanza a cui Ganna potrebbe pure aspirare, si diceva scherzando.
Su tutti i dettagli, però, ce n’è uno che riassume al meglio la serata di ieri: Elia Viviani nasconde una bottiglia di spumante dietro la schiena. Ganna sta finendo le interviste flash con la tv e vuole essere abbracciato dai suoi compagni di squadra, la Nazionale pista, e Viviani sta per innaffiarlo di vino bianco. Domani partono tutti assieme per la Francia, dove a breve vivranno i Mondiali su pista.
E tantissimi dettagli non hanno senso: cosa significa il fatto che, sceso dalla bici dopo una fatica così immane, Ganna sorrideva? Non si è accasciato sulla pista, sfinito. Non si è dovuto sedere appoggiandosi ad una transenna. Si è messo a passeggiare all’interno dell’ovale, felice come non mai tra le persone che ama.
È stato un record dell’ora molto umano. Un ragazzone verbanese evidentemente molto speciale ha girato in bicicletta davanti ai suoi amici, che avrebbero reagito allo stesso modo anche se non avesse battuto nemmeno Bigham (55,548 metri). Poi c’era quell’altra asticella, che era una sorta di illegale Beamon a Messico ’68. La Lotus 108, bicicletta su cui Chris Boardman percorse 56,375 metri nel 1996, fu infatti definita fuorilegge dalla UCI e il record dell’ora si divise in quello “legale” e in quell’altro, la miglior prestazione umana sull’ora. Ieri Ganna ha messo d’accordo tutti unificando questi due record.
Non avevo pensato a quanti giri di pista dovesse fare Ganna per avvicinarsi ai 57 chilometri. Beh, ne ha fatti poco più di 227. Vederlo passare duecentoventisette volte sul traguardo è stato pauroso, esaltante, noioso, catartico, storico, spaventoso. Nel punto più alto della sua prova, Ganna macinava tempi da Lewis Hamilton in qualifica: 15,3 secondi al giro. Ne ha fatto uno ai 58,99 km/h. È stato durante questi minuti che ci siamo accorti di essere testimoni di qualcosa di fuori dall’ordinario: quando aumentavano i decibel di chi cantava a bordo pista il suo nome, quando tutti i presenti si sono guardati in faccia increduli per dirsi che sì, sta succedendo davvero. Il record di Bigham è stato ritoccato di oltre un chilometro, quello di Boardman di alcune centinaia di metri: il nuovo re dell’ora è Filippo Ganna.


Promesse

Quel numero di dorsale poteva sembrare una promessa: uno. E l'uno, stamattina, a Carpi, nel primo giorno di ottobre, lo aveva Elisa Longo Borghini. Lei che, appunto perché conosce il valore delle promesse, le tratta con cura. Dire troppo, sbilanciarsi troppo, significa generare attese e, se poi le gambe ti lasciano, le peggiori delusioni per chi è lì a guardare, a guardarti, vengono proprio da lì. Dalle promesse, da ciò che, ascoltando le tue parole, aveva immaginato. La sua promessa è, da sempre, il suo lavoro. Il lavorare duro, il non cedere nulla nemmeno in autunno, il non dimenticare nulla nemmeno a fine stagione. Ed è questa, in fondo, l'unica cosa che si può promettere: volerci essere. Fare il possibile per esserci.
A Bologna, i portici della salita di San Luca sembrano fuori dal tempo. Li abbiamo visti in primavera, promessa di maggio, in estate, intermezzo di frescura, in inverno, riparo dall'aria tagliente, in autunno, con le mani nelle tasche della giacca nelle giornate più aspre. Elisa Longo Borghini li conosce bene, come ben conosce quella salita, perché quell'uno è anche passato, quello delle due volte in cui qui ha già vinto. Promettere di fare il possibile vuol dire guardare avanti perché promettere è fissare un punto nel futuro e credere di andarci, vuol dire stare su una bicicletta che ha poche certezze e quella di andare avanti è una di queste, vuol dire scattare in salita, anche se sei stanca, anche se è più difficile.
Elisa Longo Borghini ha fatto così ancora oggi ed è stato uguale e diverso da tutte le altre volte. Qualcosa che colpisce, che resta in mente, perché non è solo il risultato, è il modo: una sorta di presagio che abbiamo quando alcuni atleti fanno qualcosa di straordinario in modo normale o qualcosa di normale in modo straordinario. È questo il capovolgimento che attira, che calamita. Un segreto, forse.
Seconda Veronica Ewers, terza Sofia Bertizzolo. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa, della sua fatica, dell'ultimo strappo del mondiale di Wollongong, e guardatela oggi, mentre è lì a giocarsela che è un piacere. Il discorso non è molto diverso, sempre di promesse si parla: di quelle fatte agli altri e di quelle fatte alla propria persona.
Una ciclista sa che non si può illudere chi aspetta per ore un passaggio di qualche secondo, sul San Luca anche qualche secondo in più tanto è duro, ma una ciclista sa anche che ha il dovere di promettersi qualcosa di grande, di molto grande, quasi essenziale, per andare avanti.
Pensiamo a Marta Cavalli che proprio oggi è rientrata dopo la caduta al Tour de France Femmes ed è arrivata sesta. Vogliamo immaginare cosa sia stato per lei questo giorno, dopo tutti i risultati della stagione, dopo la crescita di questi anni. Questo giorno è stato quello che si era promessa dopo essersi rialzata dall'asfalto francese, costretta a tornare a casa. Promettersi il giorno del ritorno significa avere la pazienza di aspettare e il coraggio di dire no pur volendo dire sì. Significa credere al fatto che arriverà. Anche per Marta Cavalli è stato un sabato uguale e diverso dagli altri, un giorno da cui non si aspettava nulla e in cui chiedeva a tutti di non aspettarsi nulla perché è meglio pedalare leggeri in salita. Il suo essenziale era pedalare in gruppo, risentirsi in quel caos del plotone. Le promesse sono promesse e bisogna averne cura. Tutto qui.


L'Enric Mas, il Mimmo, Tadej Pogačar

E a ogni giro, su quella curva, la Curva delle Orfanelle, le speranze della maggior parte del gruppo andavano infrangendosi contro aspre pendenze che inacidivano le gambe.
A ogni giro, lungo i 2,1 chilometri circa che portano in cima, oltre il Santuario della Madonna di San Luca, Enric Mas sembrava stare sempre meglio.
Tantissima gente dietro le transenne, un boato a ogni passaggio, un ritmo cadenzato di mani e urla per i corridori che digrignavano i denti, alcuni costretti a fare zigzag, altri, come Rochas, mettevano il piede a terra per forza di cose: un problema al cambio e su quelle percentuali di salita non ci si poteva inventare nulla.
E a ogni giro tiravano forte gli uomini di Tadej Pogačar, il favorito, senza troppi pensieri per gli altri: prima Majka, che divorava ogni tornata come se non avesse mangiato abbastanza; dopo di lui Ulissi, e poi, quando sarebbe toccato a Formolo (ottimo anche oggi, nono all'arrivo), mancavano due giri, provava l'allungo Fortunato, che frantumava definitivamente il gruppo; Fortunato che si vede poco, ma quando si vede prova a lasciare il segno, e a maggior ragione prova a farlo su quella salita che lui conosce come fosse, anzi praticamente lo è, la strada di casa sua.
E quella strada che portava su in vetta ispirava il miglior Enric Mas possibile: nemmeno Pogačar riusciva a stargli dietro. Enric Mas, l'Enric Mas, quella che solitamente si vede quasi solo nei grandi giri o tutt'al più nelle brevi corse a tappe, possibilmente spagnole; a volte si dice non sia proprio un attaccante, uno scaldacuori, un aizza popolo, uno per cui ti strapperesti i capelli o spenderesti tutti i tuoi averi per vederlo correre. Ma questa sua versione in progressione vincente sul San Luca ha detto tanto. Sulla sua forma, sul suo status, sul momento di salute, volendo, del ciclismo spagnolo che fra sette giorni perderà - agonisticamente parlando - Valverde, che anche oggi arrivava lì vicino al podio chiudendo quarto, applaudito e applaudendo.
E così vince l'Enric Mas l'edizione numero centotre del Giro dell'Emilia, secondo Pogacar, e terzo Domenico Pozzovivo, semplicemente Mimmo per molti o forse per tutti pure in gruppo o tra la gente che urlava il suo nome; "Mimmo" sul quale ci sarebbero da spendere ancora parole non bastasse vederlo a 40 anni tenere la ruota di colui che è considerato uno dei corridori più forti del mondo. Se quelli lì davanti lo sono, chissà lui cos'è.


Il centro del mondo

Passato un Mondiale se ne fa un altro, e tra circa un paio di settimane, in Francia, a Montigny-le-Bretonneux, la rassegna iridata su pista occuperà le serate di metà ottobre. E l'aria di pista che si respira ha sbloccato due dei nostri corridori più interessanti, già campioni olimpici nell'inseguimento, uno ormai un veterano (fa strano dirlo, ma come dicevano i Kina "Questi anni stan correndo via. Come macchine impazzite"), Simone Consonni, che in pista è un abile cacciatore di punti e giri, intelligente uomo da Madison, tassello fondamentale del quartetto.
E quell'aria di pista che si inizia a respirare ha fatto bene a Simone Consonni, che nel pomeriggio di domenica 28 settembre, mentre la maggior parte di noi cercava di riprendersi dalla #MaratonaWollongong, si è sbloccato tornando al successo (il suo secondo in carriera) dopo quattro anni: l'ultimo fu al Giro di Slovenia del 2018.
Simone Consonni, pilotato in maniera perfetta dal suo compagno di squadra in Cofidis Piet Allegaert, ha vinto di un niente, ma di quanto basta, la Paris-Chauny. Ha vinto davanti a Groenewegen (che altri due metri e lo avrebbe superato): chissà che l'aria di quelle zone non gli stia facendo particolarmente bene.
Meritato, perché Simone Consonni lo inseguiva quel successo e non arrivava mai, perché Simone Consonni sa essere uomo squadra, ma avrebbe un talento che - parere di chi scrive - ancora non si è espresso del tutto in corse di grande livello a cui potrebbe, dovrebbe chiedere di più.
E quell'aria di Mondiale su pista che si avvicina ieri ha fatto bene a Jonathan Milan: il ciclopico corridore friulano ha conquistato la sua prima vittoria da professionista vincendo la prima tappa della CRO Race, in pratica il Giro di Croazia in sei giorni.
Pioggia battente, strade allagate, Milan ha impressionato prima per come ha tenuto in salita i migliori, poi per come ha gestito il finale decidendo quando sarebbe stato il momento giusto per affondare il colpo. SI è messo davanti al gruppo sfilacciato quando ha visto scappare Mohorič, che in discesa sotto il temporale e con l'asfalto sporco di detriti sembrava avesse accelerato su una moto, Mohorič distanziava il gruppo nel rettilineo scendendo con quella leggerezza che solo lui sa come.
Milan, noncurante di avere il suo compagno davanti, nelle ultime centinaia di metri ha fatto partire una lunghissima volata maltrattando bici e avversari, che se avessero voluto gli organizzatori avrebbero potuto anche segnare la vittoria per distacco.
Non ha esultato e mica per qualcosa: subito dopo il traguardo si è rivolto, con quella sua faccia da bambino (ma in effetti lo è, e su quel corpo gigantesco fa ancora più impressione) e ha chiesto con la massima sincerità al suo massaggiatore: "ma ho vinto, io?". Non se ne era accorto.
Poi ha dato un pugnetto contro delle barriere di protezione, si è messo le mani sul casco incredulo, non riusciva a stare fermo mentre la pioggia continuava a scendere incessantemente sul traguardo di Ludbreg, città considerata "il centro del mondo" e molto banalmente ieri il centro del mondo di Jonathan Milan.
Per Consonni e Milan la gamba in vista del mondiale sembra decisamente buona, sarà forse quell'aria di pista che si inizia a sentire nelle gambe e nella testa.


Antica bellezza

A tratti, sotto i raggi di sole del tardo pomeriggio di Wollongong, la maglia del Belgio di Remco Evenepoel ha qualcosa di antico. Quasi una cartolina d'altri tempi, spedita di domenica. Qualcosa di antico lo ha anche il ciclismo che per quanto sia cambiato negli anni, per quanto cambierà, mantiene alcuni tratti che emozionano allo stesso modo, a metà tra passato e futuro.
La solitudine di un ciclista, ad esempio. Il gesto di Remco Evenepoel emana una bellezza antica: quando sceglie come direzionare la corsa, quasi un artigiano, qualcuno che lavora alla bicicletta, al telaio, che lo rende adatto alla persona, all'uso, quando, poi, allunga quel gruppo come una corda di violino e si intuisce un suono, quasi l'accordo iniziale di una musica, quando aspetta e freme per poi andare via con Lutsenko. Non scatta da dietro, non cerca di sorprenderlo: fa il suo passo, duro, logorante e Lutsenko si stacca, stanco, non lo regge più, cerca conforto dall'acido lattico in un attimo di quiete a poco meno di trenta chilometri dall'arrivo. Davanti, Evenepoel se ne va e da solo guadagna, inesorabilmente. Senza freni, senza tregua, senza pausa.
Qualcuno racconta che alcuni pittori provano una sorta di frustrazione, di lieve dolore, perché per quanto si cerchino i giusti colori, il giusto accostamento, luci e ombre, ciò che l'occhio vede non riesce mai a essere realmente intrappolato dalla tela. Non è l'occhio a essere ingannato, è solamente il fatto che a ciò che vediamo accostiamo un sentire particolare ed è complesso mostrare quel sentire in modo che anche chi legge, chi ascolta, possa provarlo. Allora richiamiamo alla memoria ciò che avete visto, ciò che abbiamo visto e ognuno sa quello che ha provato.
Basta una frase: «È scattato Evenepoel» per innescare una serie di reazioni, di sensazioni, le stesse per tutti e a quelle ci richiamiamo, quelle resteranno quando penseremo a Evenepoel con la maglia iridata, Campione del Mondo. Questa è la bellezza antica di cui parlavamo, di una bicicletta, del ciclismo. Di Evenepoel che si porta la mano sulla bocca al traguardo, poi sulla testa, la scuote nell'aria e solo alla fine alza le braccia. Quel senso di felicità che impedisce di stare fermi, qualcosa a cui avrà pensato in tutti i chilometri in solitaria perché Remco, oggi, ha vinto il Campionato del Mondo, prima di vincerlo. Il tumulto, però, è troppo forte per gestirlo, anche più dei suoi attacchi, del suo smisurato talento. E gioisce, incontra i compagni, abbraccia Alaphilippe, quasi un passaggio di consegne, si dicono qualcosa, chissà che cosa, di sicuro qualcosa che li accomuna, perché a chi ha provato la stessa emozione non serve spiegare nulla: sa come ti senti. Poco dopo, si cerca van Aert, una mano sulla spalla, pochi gesti.
La bellezza antica del ciclismo è anche nelle parole genuine di Lorenzo Rota, che era lì a giocarsi una medaglia, poi un calcolo sbagliato dei tempi e gli azzurri si sono piazzati, ma per quel podio non c'è stato nulla da fare, nonostante una corsa vissuta nell’unico modo possibile: «Era come un dietro moto». Così il talento si riconosce, piace, provoca sollievo anche se c'è rammarico, dolce e amaro. Trentin quinto, Bettiol ottavo, Rota tredicesimo: per noi finisce così.
Sul podio, con Evenepoel, Laporte e Matthews. Finisce come finiscono sempre questi giorni, comunque sia andata. Evenepoel parla con i giornalisti, dice molte cose, una in particolare: "Sono felice". Normale esserlo, certo, dopo una gara simile. Forse più strano dirlo, perché si ritiene ovvio, quasi una frase di rito. Lo sarà, probabilmente. Ma a noi piace vederci quella antica bellezza che non trascura anche le cose più semplici e le vive fino in fondo.


Il bello e l'attimo

È vero, oggi qualcuno con gli occhi da tifoso potrebbe parlare di delusione, potrebbe dire "che peccato!" - sì "che peccato" lo potremmo dire anche noi - ma oggi celebriamo il bello. È vero, tre secondi sono niente, fanno male, più a loro che a noi, ma oggi è sceso in strada anche il bello.
Guazzini, Cecchini, Longo Borghini che non sono solo armonia e musicalità in quei loro cognomi in rima e ritmo, ma il bello è la cadenza che mettono in strada, nella cronometro a squadre mista.
La tattica studiata nei dettagli, la potenza: a tutta nella parte finale, veloce, tecnica. Peccato, sì per quei tre secondi, ma va così, nonostante una prova che li ha portati a guadagnare diversi secondi alla Svizzera, ma non quanto bastava per vincere l'oro, tanto quanto bastava per vincere un argento: un argento che è bello lo stesso.
E va così, anche perché cambiamo punto di vista e pensiamo a Stefan Küng: quanto bello è stato finalmente vedere mentre si scrolla di dosso per una volta quei pochi secondi di ritardo che finalmente diventano di vantaggio? Tre secondi che sono un attimo e lui contro quegli attimi ci ha sbattuto per una carriera intera. È vero c'è qualcuno che sostiene come questa gara valga poco o non sia interessante (noi siamo dello schieramento opposto: a noi la cronometro a squadre mista piace un sacco! ), ma nei panni di Küng godiamo per quell'attimo - e chissà che gli serva anche per spostare un po' di quella magia e farne qualcosa di ancora più grande domenica.
Un attimo, come direbbe il Groucho inventato da Tiziano Sclavi: "Un attimo è il tempo che intercorre tra lo scattare del semaforo verde e l'idiota dietro che suona il clacson". Sì, un attimo è davvero poco, anche nel ciclismo.
Il bello oggi a Wollongong non era certo il tempo, ma lo erano le curve prese a tutta che ogni volta ti lasciavano il respiro in gola. Per un attimo, prima di vedere i corridori lanciarsi come degli elastici.
E oggi lo celebriamo il bello, il bello contro l'attimo, come quello che passa tra la partenza della frazione maschile olandese e la catena che si incastra e costringe Mollema a fermarsi; il bello contro l'attimo come quello che passa invece tra la partenza della frazione olandese femminile e la caduta di Annemiek van Vleuten che ne compromette definitivamente la gara. E non c'è stato bello nel non poter vedere gli olandesi giocarsi le proprie carte. Ma va così.
Il bello è quello di Bissegger - anche se il casco è così brutto - Schmid, Küng che danno, al tempo delle ragazze, Reusser, Koller e Chabbey, quel poco che bastava per vincere e loro resistono per quei tre secondi, per quell'attimo.
Il bello è vedere come il movimento femminile italiano crea talento, perché Guazzini, anche oggi con un passo da prima della classe, è talento, e anche lei ci farà divertire, rendendo bello ciò che a noi piace del ciclismo. Non solo per un attimo.


A Wollongong riapre l'ufficio facce

È una danza con diversi attori. Diversi balli per tutti i gusti. Cambia da corridore in corridore, da posizione a posizione. Sembrano, quei corridori, lo abbiamo detto più volte, esseri arrivati dal futuro che fanno un tutt'uno con la bicicletta, metà uomini e metà mezzo meccanico e dove forcelle, manubrio, ruote e pedali sono semplici appendici del loro corpo. Che esercizio assurdo la cronometro!

La prova contro il tempo è questa: un miscuglio di gestione delle forze al millimetro, di posizione aerodinamica, di forza e di cadenza di pedalata, di scelta del rapporto, di sofferenza mentale, di sforzo fisico da portare oltre ai propri limiti per - come nel caso di oggi - quaranta, cinquanta minuti.
Quella di Wollongong, 18 settembre 2022, è qualcosa in più rispetto a tante altre perché in palio c'è una maglia da campione del mondo. E a Wollongong, Australia, 18 settembre 2022, è saltato il banco. Perché? Alzi la mano chi si aspettava Tobias Foss vincitore. Buon corridore, è vero, un Tour de l'Avenir nel palmarès - che arrivò, se non a sorpresa come il titolo di oggi, poco ci manca - un passato prima nel biathlon, dove pareva una promessa, sciava bene e sparava meglio, e poi nella mountain bike dove imparò a guidare oltre i limiti come successe alla Liegi Bastogne Liegi per Under 23 di qualche stagione fa quando si lanciò come un matto in discesa per staccare i due in fuga assieme a lui che poi lo superarono nettamente in volata, e all'epoca, ma anche prima, parlando del ragazzo norvegese si diceva: "Bel corridore, ma per vincere deve arrivare da solo". E più solo che in una cronometro...

La prova contro il tempo di oggi non è solo danza o sorprese, aerodinamica, potenza o cadenza, ma è anche, o soprattutto, una questione di facce: quella di Stefan Küng è incredula, dove la delusione è smorzata dalla fatica; ne trova sempre uno che va più forte di lui, anche se di poco, in linea o a crono non fa differenza: se la sua costanza fosse stimata a un centesimo per piazzamento, Küng varrebbe oro, altro che argento o bronzo.
La crono di oggi è questione di facce, sì: quella di Remco Evenepoel, appena tagliato il traguardo - sarà terzo - quando gli dicono che ha vinto Tobias Foss è tutta un programma. «Chi? Foss?!».

Quella di Foss, da Vingrom, paesino vicino Lillehammer dove qualche anno fa il censimento contava 642 abitanti quasi equamente diviso tra maschi e femmine, è quella di un incredulo campione del mondo a cronometro: tra i professionisti aveva vinto solo a casa sua in Norvegia; quella faccia sarebbe utile da studiare per capire cosa c'è dietro - e magari quale fede - ma per farlo dovrebbe riaprire l'Ufficio Facce di Viola, Cochi e Renato. Quella faccia è un campionario di incredulità, di dubbio, di piacere, di lacrime.

Poi alla fine tolte quelle facce e gli occhi piccoli incastrati in un viso da bambino, gli resta una medaglia d'oro sul collo e una maglia iridata che porterà fino all'anno prossimo. Mica male Tobias Foss, nuovo campione del mondo della cronometro.


Carapaz e saudade

C'è qualcosa che richiama l'armonia in Richard Carapaz che se ne va sulle pendici di Peñas Blancas. Quasi un profumo o una sensazione che, da El Carmelo, in Ecuador, arriva fino in Spagna, e sembra proprio aria di casa. Aria di casa come uno scalatore in fuga mentre "la strada si rizza sotto i pedali" avrebbe detto qualcuno.

Ma la fuga di Richard Carapaz è partita ben prima oggi: a inizio tappa, insieme a tanti. I suoi lineamenti, talvolta, a tratti ricordano la “saudade”, la nostalgia. Quando è lontano, persino della sua prima vecchia bicicletta che i genitori recuperarono in una discarica, oggi, invece, proprio di quel sentirsi a casa in salita, del suo essere, delle sue sensazioni. Così attacca la "Locomotora del Carchi", durante la dodicesima tappa della Vuelta a Espana, il primo giorno di settembre.

Attacca per andare in fuga dopo un inizio di Vuelta complicato, dopo essere andato completamente fuori classifica, dopo giorni difficili. Attacca dopo quel maggio che, proprio in salita, sulla Marmolada, gli ha strappato di dosso la seconda volta al Giro. Hindley che parte, Carapaz che si stacca. Lo ricordiamo tutti, dopo venti giorni di gara. Il giorno prima di Verona.

Attacca e torna ad attaccare ai due chilometri dal traguardo questa volta restando solo, sui pedali, poi seduto e ancora sui pedali e ancora seduto. Sta bene così, Carapaz. È tornato a casa: ha fatto quello che sa fare, quello per cui in Ecuador lo imitano, lo cercano. Quello per cui qualche ragazzo lascia la propria terra cercando fortuna.

Ha vinto, alzando le braccia, sollevato, risollevato, rialzato. Anzi, sollevatosi, risollevatosi, rialzatosi perché nessuno tranne lui poteva farlo. Perché in montagna, perché primo davanti a tutti. E, anche se Carapaz conosce bene la vittoria, questa volta sembra ancora la prima volta.


Un uomo solo (al comando)

Se volessimo usare un'espressione tipica o, ancora meglio, volessimo prendere in prestito una delle locuzioni più celebri della storia del ciclismo, diremmo: "un uomo solo al comando".
Ma chi scrive ha un certo rispetto per la tradizione e allora preferisce iniziare questo pezzo scrivendo: "Un ragazzo solo al comando".
Perché di questo si tratta: un ragazzo, poco più che ragazzino, nato nei primi mesi del 2000 che si fa scivolare addosso il tempo, tutto il tempo, che passa e lui appare andargli incontro. Mani basse, testa ficcata in mezzo alle spalle che - spiace contraddire la bonanima di Boskov - nel suo caso non è buona solo a portare cappello, ma anche casco aerodinamico, utile, come da definizione, a tagliare l'aria.
Un uomo solo al comando, anzi un ragazzo: c'è chi vorrebbe esserlo prima o poi come Tiberi alla sua prima cronometro individuale in un Grande Giro, ma non è quel giorno; c'è chi ci resta per un bel po' come Cavagna, che ride e fa segni eloquenti quando vede l'intertempo del suo giovane compagno di squadra che lo supera di parecchi secondi, come se quello lì vestito di rosso appartenesse a un'altra categoria; c'è chi lo è stato spesso al comando, magari non nelle crono, ma per tanto tempo e tante volte: Vincenzo Nibali, e fa male pensare che oggi è alla sua ultima cronometro in un Grande Giro, forse in carriera.
E allora quel tempo che passa oggi appartiene a Remco Evenepoel, vestito di rosso, solo, perché si è soli in bici, figurarsi in una cronometro, mentre spinge il 60x11, compatto sul suo mezzo, potente e dominatore come lo aspettavano in Belgio, come lo aspettavamo tutti, che lo cerchiamo, lo seguiamo, una sorta di stella da prima serata dalle sue parti, tanto che a volte fa persino storcere la bocca.
Quel tempo, presente e futuro, che appartiene anche a Carlos Rodríguez: la Spagna cercava un corridore vero, eccolo trovato. Un po' di invidia. Sana invidia, la stessa che si prova nel vedere Evenepoel, un uomo solo al comando, anzi un ragazzo che oggi è dominatore. Domani chissà, dopo la Sierra Nevada di quello che sta facendo il belga se ne potrà iniziare a parlare più serenamente, intanto strabuzziamo gli occhi e ci facciamo venire male alle gambe dopo averlo visto pedalare così.