Quei cinque centesimi

D'altra parte cosa sono cinque centesimi? In realtà non sapremmo quantificarli in una gara di biciclette, perché arrivare davanti per cinque centesimi dopo cinquantuno (51!) minuti ha tanto il sapore della beffa o di quelle corse tipo lo sci alpino.
Ma il cronometro benedetto e maledetto ha sentenziato: gioia per i ragazzi azzurri, beffa per gli svizzeri che sarebbe stato meglio togliere quei distacchi dopo la virgola e assegnare la medaglia a tutti e dodici (12!).
È che ci stiamo abituando così bene a questa Italia, popolo di passistoni e abili cronomen, ma così bene che se ce l'aveste detto qualche anno fa ci saremmo messi a ridere o vi avremmo accusato di circonvenzione di incapace.
Ci stiamo abituando così bene a Filippo Ganna trascinatore, a Elisa Longo Borghini, Elena Cecchini e Marta Cavalli finalizzatrici, a Edoardo Affini e Matteo Sobrero carburanti per il motore, azzurri che oggi, tra Knokke-Heist e Bruges, si sono regalati un'altra medaglia.
Forse qualcuno ancora storce il naso per questa gara, ma noi ci siamo divertiti. Distacchi a fisarmonica tra la frazione maschile e quella femminile; una crono che racconta mille storie e la più intensa è quella di Tony Martin, all'ultimo ballo come va tanto di moda dire, all'ultima gara, all'ultima maglia, all'ultima medaglia.
Pochi giorni fa "Der Panzerwagen" ha annunciato il ritiro dalle competizioni e oggi ha guidato la Germania in una crono a mille, di alto livello; altro che "eh ma la staffetta mista". Ben venga la staffetta mista. È affiatamento, tecnica e potenza, mostra i progressi di una squadra, tasta il polso alla punta dell'iceberg di un movimento, sia maschile che femminile. E poi li unisce: nel risultato, nel tifo dopo il traguardo con Ganna e gli altri a spingere idealmente la volatina azzurra.
E Ganna, sempre lui, chi sennò, tecnica e potenza in un solo corpo, ha trascinato la nazionale con quella sua proverbiale tranquillità che lo contraddistingue sia nella vittoria che nella sconfitta. Pista e strada non fa differenza: basta seguirlo. E poi Affini e Sobrero vagoncini affidabili, Longo Borghini, Cecchini e Cavalli che l'hanno spinta in rete.
Cinque centesimi sono bastati, anche se qualcuno al traguardo non lo aveva capito. Cinque centesimi per un podio. Un niente, difficile da quantificare. Cinque centesimi, sì, e oggi ce li prendiamo tutti.


Il colombre e l'iride

Chissà che aspetto avrebbe oggi il Colombre di Dino Buzzati. Chissà se proprio oggi Stefano Roi sceglierebbe di andargli incontro, magari proprio verso il Mare del Nord. Il Colombre, questo essere marino tra colori e ombre, è, poi, il futuro e dal futuro non puoi scappare.
Ellen Van Dijk, su quella sedia, in attesa della conclusione delle avversarie, dopo un tempo talmente assurdo da costringerla a tenersi i muscoli con le mani dopo l'arrivo, fasci tremanti esauriti dalla posizione innaturale della cronometro, ha visto il Colombre in faccia. "Sedersi qui è terribile, non puoi fare niente. Devi solo aspettare ma sai che il momento del verdetto arriverà". Dopo l'Europeo, in linea, il Mondiale, a cronometro, per lei che col futuro è da sempre schietta. "Non potrei mai mettermi solo al servizio di un'altra atleta perché vincere mi piace. Ma non riuscirei nemmeno a essere sempre la solista, perché il gioco di squadra mi affascina".
Marlen Reusser, medaglia d'argento, ha sempre creduto in se stessa e quando le chiedono se ha mai immaginato di ottenere i risultati di questi tempi, lascia da parte la falsa modestia: forse non li immaginava così, ma di certo ci sperava, altrimenti non si sarebbe nemmeno messa in sella. Dritta, lineare, perfetta in sella quasi a prendersi gioco del vento che si insinua tra le strade e ti deride. Nel suo futuro ha timore di diventare una di quelle atlete che vince tanto, ma sa solo vincere, che non si gode nulla e di conseguenza è sempre altrove, col pensiero e l'ambizione.
Amber Neben quel libro di Buzzati sembra averlo letto, come un avvertimento. Ben quarantasei anni, la statunitense ha corso la cronometro dopo che poche settimane fa, a causa di uno scontro con un’auto in allenamento, si è fratturata il bacino. Il suo futuro, in bicicletta almeno, è arrivato e quando arriva il futuro lasci da parte tanti dubbi, tante insicurezze, perché, forse solo lì, capisci che il problema non è il Colombre ma il tuo sfuggirgli, quello che ti porta a non vivere. Aveva voglia di una grande prova Neben, di dare tutto. Lo ha fatto e non è passata inosservata.
Dall'altra parte del tempo, ci sono Elena Pirrone e Vittoria Guazzini che a Bruges sono andate per provare, per continuare a crescere e, magari, per avere buone sensazioni. Non erano le favorite per la vittoria, ma non abbiamo fretta. Elena ha raccontato più volte che è stato il ciclismo a renderla la donna sicura che è oggi. Vittoria, che stamattina era stranamente silenziosa, andava a vedere le gare mentre Van Dijk già vinceva. C'è tempo. C'è futuro e il futuro, si sa, arriva sempre. Loro, con la presenza, hanno provato ad andargli incontro e il Colombre, sullo sfondo del Mare del Nord, ha lasciato spazio all'orizzonte.


Un campione, un fuoriclasse

Oggi è una di quelle giornate che elevano i campioni a fuoriclasse. Dove si sposta l'asticella, dove resti con il fiato sospeso e vedi Evenepoel e ti chiedi: "e ora chi lo batte?". Dove vedi i polpacci di van Aert tiratissimi che pensi nessuno possa fermarlo; il belga spinto dal pubblico di casa in delirio a ogni curva e sembra che oggi si possa finalmente festeggiare con lui. E invece.
Oggi non era facile. Per nessuno. Perché la rassegna iridata iniziava nel peggiore dei modi: ieri Chris Anker Sørensen, ex professionista e inviato ai Mondiali come commentatore tecnico per una televisione danese, ha perso la vita sulle strade del Belgio, pedalando, come ha sempre fatto e come ha voluto fare ieri, fino al tragico epilogo quando un furgone lo ha investito.
Ma c'è stata la corsa, oggi: si sa, va così. E allora per un attimo dimentichiamo quei pensieri, anche se quel groppo in gola resterà per sempre, lasciandoci il fragore del mare a Knokke-Heist che si infrange alle spalle dei corridori in partenza.

Lasciamoci alle spalle i due intertempi dove van Aert era sempre davanti a Ganna. Chiudiamo gli occhi e pensiamo solo a quel rettilineo finale a Bruges, a quella spinta ideale, all'exploit, al "ce la fa, non ce la fa", al conto alla rovescia fatto a mente, ai riferimenti presi meno di un minuto prima, a quella maglia blu, a quelle gambe enormi, a quei 5 secondi e 37 centesimi che sono bastati a Filippo Ganna per diventare di nuovo campione del mondo della cronometro. Quei pochi secondi che bastano per cancellare il nome di campione di fianco a quello di Ganna e cambiarlo con il termine: fuoriclasse.

Lasciamoci alle spalle l'urlo strozzato dei belgi: le cronometro non vanno mai come si pensa. Scrivi un codice e premi invio, ma dall'altra parte c'è un firewall che ti blocca.
Lasciamoci alle spalle tutto e godiamo per Filippo Ganna, che corre la sua miglior cronometro della carriera, nel giorno più importante (l'ennesimo giorno più importante) della sua carriera. Lui che si lascia alle spalle quella piccola delusione all'Europeo o le critiche per quella medaglia sfumata a Tokyo.

Lasciamoci alle spalle tutto e anche questo racconto un po' a metà; perché se si potesse, oggi la medaglia d'oro la meriterebbero pure van Aert ed Evenepoel. Perché per chi scende dalla bici è stato un urlo un po' strozzato, negli occhi di tutti i protagonisti una gioia non goduta fino in fondo, un groppo in gola che rimarrà per sempre, perché avremmo sognato una giornata diversa questa mattina, anche se l'epilogo, per certi egoistici versi, ha funzionato come un palliativo.

Lasciamoci alle spalle tutto, almeno per un attimo. Tranne quella maglia iridata che, diciamolo francamente, su Ganna sta terribilmente bene.


"Finalmente ho vinto"

Seduto sulla poltroncina - in (finta?) pelle grigia - che spetta al leader della cronometro dello Skoda Tour Luxembourg, Cattaneo ha visto passare avversari su avversari: gli finivano regolarmente dietro e nemmeno di poco.

Ha pennellato e spinto. Ha tagliato il traguardo ed era primo, ha battuto il danese Skjelmose, vent'anni, una carriera davanti che gli sorriderà dopo un passato che lo ha visto fare tempi à la Remco e poi l'ombra di una squalifica per doping.

Ma Cattaneo, dicevamo. Si è seduto su quella specie di trono di plastica. Ha visto scorrere i tempi: nessuno gli si avvicinava nemmeno lontanamente, e quando è stato il turno del compagno di squadra Almeida, quello che fino a ieri pomeriggio ha difeso come fosse una porta da tenere inviolata, ha tremato.

Abbiamo, poco sportivamente, ma ogni tanto capita, sperato che Almeida tirasse con meno precisione una curva, che rilanciasse con meno forza, perché i due erano vicinissimi. Quando ha chiuso la sua prova, il verdetto: due secondi di ritardo per il portoghese. O ribaltando: due secondi di vantaggio per l'italiano. Quanto bastava per vedere Cattaneo incredulo, felice e poi commosso. «Finalmente ho vinto». Le sue prime parole.

Cattaneo corre tra i professionisti ormai da quasi dieci anni. Prima promessa, poi dimenticato. Con Savio si è rilanciato e ora, in maglia Quick Step, vive una seconda parte di carriera che dà il giusto tributo al suo talento.

A Trento lui c'era a farsi in quattro per la Nazionale; quando è con la squadra di club l'atteggiamento non cambia: lo chiami e lui interpreta al meglio il suo compito.
Al Tour ha sfiorato la vittoria che oggi è arrivata. Ieri per Modolo erano tre anni e mezzo di digiuno, oggi per Cattaneo poco più di due. Ha vinto poco (tre volte) e proprio per questo ci pareva giusto omaggiarlo.

Foto: Bettini


Il repertorio completo del Cobra - TRENTINO 2021 - DAY 6

Le corse di ciclismo sono un mestiere. Non a caso quelli che partecipano si chiamano professionisti. Non vuol dire semplicemente dedicarsi a tempo pieno a correre in bicicletta, vuol dire costruire il repertorio completo, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Come un muratore, che sa preparare la malta della giusta densità. Come un panettiere, che a forza di impastare sa dosare il quantitativo d’acqua senza bisogno di misurarla. Così è il corridore, che dopo una carriera iniziata nelle giovanili a entrare nelle fughe, a chiudere i buchi, a prendere batoste, a sbagliare e pagare le conseguenze, a guidare la bicicletta in discesa e in gruppo, ma soprattutto a studiare l’avversario e gli avversari, arriva al giorno giusto, nel momento giusto e sa esattamente cosa fare.

Oggi il Cobra ha sciorinato il repertorio completo. Ha eseguito esattamente il piano tattico, è entrato nella fuga giusta, innescata dal compagno di squadra Trentin. Ha marcato le ruote che andavano marcate. Si è fatto trovare pronto quando è scattata l’azione decisiva. Ha mangiato, ha bevuto, ha recuperato rimanendo coperto, perché Remco aveva un’altra cilindrata e avrebbe potuto staccarlo dovunque.

Poi ha buttato fuori tutto quello che aveva nelle gambe sullo strappo di Povo. Si è imbevuto dell'energia positiva del pubblico pazzo di gioia a bordo strada. Ha retto le continue accelerazioni del fenomeno belga, che ha letteralmente divorato le pendenze, stroncando le velleità del temibile francese Cosnefroy. Poi si è accucciato a ruota, Sonny sapeva di aver dato tutto, di essere con la spia in rosso, sapeva che se avesse tirato anche solo cento metri, Remco poteva andargli via, anche in pianura, anche sul falsopiano. Non si è fatto irretire dalle scenate dell’avversario, che voleva i cambi. La corsa è corsa, Sonny sapeva di essere più veloce e sapeva che se voleva entrare nel rettilineo finale, negli ultimi 250 metri prima di piazza del Duomo, non doveva lasciare andar via l’avversario.

Ha recuperato pazientemente dallo sforzo della salita, poi ha aspettato il momento. Ed eccolo il mestiere, un’accelerazione prima dell’ultima curva, sui sampietrini insidiosi, per prenderla davanti, poi l’allungo. Mentre Remco scaricava tutti i watt Sonny aveva ancora una cambiata da fare, un colpetto con le dita e la volata, la volata che aspettava da tutta la vita, davanti al pubblico impazzito. Remco fuori dalla foto, lui sulla linea del traguardo a braccia alzate.
Il repertorio del corridore, interpretato alla perfezione. Remco è stato grandioso, ma il repertorio deve ancora costruirlo. Il tempo è dalla sua parte, le stigmate del campione, nonostante il gestaccio di frustrazione dopo il traguardo, le ha tutte.
Ma oggi era la giornata di Sonny Colbrelli, la giornata europea del corridore di ciclismo.

Foto: Bettini


Il morso del Cobra

Lasciatecelo dire: vedere Sonny Colbrelli correre come ha corso oggi, a pochi giorni dagli Europei in Trentino, lascia spazio all'immaginazione. E poco conta che si tratti soltanto del Benelux Tour, dovremmo tornare a entusiasmarci senza fare le pulci a ogni emozione.

Sonny Colbrelli solletica l'immaginazione come ogni ciclista che parte da solo in fuga quando al traguardo mancano ancora molti chilometri e gli altri si stanno studiando. Come ogni "uomo da solo al comando". La sua maglia è verde, bianca e rossa, avrebbe detto molti anni fa Mario Ferretti. Noi lo abbiamo pensato, ve lo diciamo.

Il Cobra che parte ai cinquanta chilometri dall'arrivo di Houffalize insieme al compagno Mohorič e allo svizzero Hirschi e forse potrebbe anche starsene tranquillo e sfruttare la superiorità numerica per portare a casa il risultato. Invece no, si volta verso il compagno di squadra e gli dice: "Uno scatto per uno e lo stacchiamo". Gioco di logoramento.

Lo svizzero non riesce a reggere la frustata di Colbrelli che, ai venticinque dal traguardo, sceglie la solitudine e saluta la compagnia. Hirschi subisce il gioco di Mohorič, un perfetto alleato del fuggiasco: dapprima rallenta il ritmo, provoca, innervosisce, poi, al rientro del gruppetto guidato da Tom Dumoulin rompe i cambi e favorisce l'assolo. Un assolo sudato, senza un attimo di tregua, col cuore in gola, perché dopo venticinque chilometri di fuga vuoi vincere.

"Non avevo mai fatto qualcosa di simile in vita mia. Me lo ricorderò sempre. Spero solo di recuperare per domani". Fra meno di ventiquattro ore avremo la risposta, ma non è ciò che più ci interessa. Già, perché quando Colbrelli decide di inventare non si ferma molto facilmente e giornate così possono solo contribuire ad accrescere l'immaginazione.
La sua e la nostra, perché tra pochi giorni c'è l'Europeo. Non dimentichiamolo.


Quando tutto cambia

Ci sono giorni in cui tutto cambia. Lo scenario, le sensazioni, le gambe. E allora inizi a salire (e poi inevitabilmente a scendere, e poi di nuovo salire) e c'è la pioggia che cambia tutto.
E ci sarebbe da raccontare di un'impresa. Perché partire a 61 km dall'arrivo non è che sia roba che si vede tutti i giorni, figurati in una Vuelta che sin qui aveva lasciato (un po') a desiderare.
E ci sono da raccontare gli opposti: come Roglič e Bernal. Sono loro che si cimentano nell'azione, che se non l'avete vista, cari lettori, vi invitiamo in qualche modo a rimediare.
Perché in salita si andava forte, ma c'era la pioggia che se ti alzavi di sella scivolava pure la ruota dietro. Perché mentre Roglič e Bernal andavano, Eiking saltava, ma non naufragava, cadeva persino in discesa, ma si rialzava: a cedere con onore non sono bravi tutti, lui lo è stato, come è stata un'audace maglia rossa.
E allora ci sarebbe da raccontare di Rochas che spinge forte per Martin per provare a inseguire una chimera rossa, ma mentre si risale verso i Laghi di Covadonga, salita simbolo della Vuelta, Martin, stoico e non ce ne voglia, si infrange. Ha dato tutto.
Ci sarebbe Poels che rischia tutto in discesa per Haig, una discesa che dava i brividi con tutte quelle foglie a terra; Mäder che più se ne mette dietro e più soldi darà in beneficienza; la Movistar che all'improvviso torna a essere la buona, cara, vecchia Movistar e non si sa bene cosa dovrebbero fare; Meintjes che non andava così forte da almeno mezzo secolo; Adam Yates con il viso solcato da pioggia e fatica che più che ricordare il gemello, sembrava il nonno; Kuss imbrigliato: il giorno che proverà a fare il capitano forse sarà meno forte di così. A sensazione.
Ci sarebbe da raccontare di quando a Roglič sudavano pure le sopracciglia in salita, che si è dovuto togliere gli occhiali e lasciava trasparire in mondovisione tutta la sua fatica. E poi il suo opposto, Bernal in maglia bianca che stamattina lo aveva detto: "Oggi ci provo: o tutto o niente". E oggi è andata così, c'ha provato, ciclisticamente così bello, poi è saltato, ma se la vittoria di Roglič ha un sapore particolare il merito è (anche) di Bernal.
E allora ci sono giorni in cui tutto cambia, la classifica, i protagonisti, da una curva all'altra, da un metro all'altro. Resta l'impressione di una giornata indimenticabile, grazie a Roglič e alla sua irresistibile accelerazione nel finale e ai 61 km di cavalcata. Grazie a Roglič e ai suoi opposti. A Bernal che cede, a Martin naufrago, alle crepe della nave di Eiking che non affonda.


Il cammino di Santiago o fare la prima mossa

Forse nemmeno Eiking immaginava di trovarsi alla vigilia dell'ultima settimana - o meglio, degli ultimi 5 giorni di corsa, in maglia rossa. In carriera fino adesso ha ottenuto come miglior risultato tra Giro, Vuelta e Tour un 77° posto proprio in Spagna nel 2016. E da una Vuelta fu cacciato per motivi disciplinari - era il 2017, ma questa è una storia che abbiamo già raccontato.
Forse Roglič, ma anche una Movistar di nuovo tirata a lucido come non si vedeva da tempo (ah, i cari bei vecchi tempi!), mai si sarebbero immaginati di dover inseguire un norvegese a cinque tappe dal termine. O comunque non Eiking, ecco.

Forse Mas e López hanno in serbo qualcosa per i due arrivi in salita che rimangono tra Lagos de Covadonga e Altu d'El Gamoniteiru, mentre Roglič ha un tesoretto niente male da spendere l'ultimo giorno nella crono di Santiago de Compostela; e non ci sarà Pogačar a fargli venire gli incubi, né si presume ci saranno avversari capaci di un clamoroso ribaltone come quello de La Planches des Belles Filles al Tour. «È il campione olimpico contro il tempo - si mormora in gruppo con fare sincero - chi mai potrebbe fargli paura?». Già.

Nemmeno Martin, uno che fa dell'imprevedibilità il suo archetipo, che nella sua ciclosofia racconta: "pedalo, dunque sono", e che quando corre, corre spesso in coda, ma poi risale sempre, curvo sulla bici come se sembrasse dover cercare qualcosa per terra. Forse qualche risposta.

Dicevamo: nemmeno Martin (Guillaume, e alla francese, mi raccomando) probabilmente si aspettava di essere lì, secondo, grazie a una fuga, lui che in fuga ci sta sempre bene, che quella fuga da gentile concessione giorno dopo giorno si sta trasformando in pesante fardello per chi deve inseguire, e chi deve inseguire sembra non abbia forza/voglia/fantasia: eventualmente scegliete voi la parola giusta. A Mas non gli sono uscite benissimo in questi giorni: «Il percorso non era abbastanza favorevole da permettere una lotta tra i favoriti», verrebbe da pensare l'opposto, ma tant'è.
E forza, intesa come condizione, gambe, detto terra terra, fantasia, sembra ciò che manca totalmente alla Ineos in questo momento: Bernal fatica a rispondere agli scatti, Adam (Yates) qualche punturina la molla qua e là, ma ha provocato giusto un po' di bua - nulla di che. Carapaz si è fermato, Sivakov è ormai carbone da locomotora.

Spazio ci sarà per provare qualcosa dopo una settimana che ha raccontato belle storie - Cort Nielsen, Storer, Bardet, Majka, il confronto tutto adrenalina Jakobsen-Sénéchal, Aru eccetera - come in uno di quei romanzi di Kent Haruf dove sembra non succedere mai nulla, ma da cui non riesci proprio a staccarti. Però è lì su, dove si sogna la vittoria, ci si dimena e si dibatte, dove osano le aquile, che è stata calma piatta come una giornata al mare. È in classifica che ci si aspetta qualcosa: se non oggi, domani.

Il cammino verso Santiago è ancora lungo, ma non troppo: è tempo anche che qualcuno faccia la prima mossa. Il resto - magari quei fuochi d'artifici che aspettiamo da giorni - arriverà di conseguenza.

Foto: ASO/Luis Angel Gomez / Photo Gomez Sport


Campionesse

Izabela Jankova cammina per la giungla mobile di Daolasa, tra un tendone l’altro. Alcuni stanno già sbaraccando, buona parte degli atleti del cross-country è in aeroporto, tanti non vedono l’ora di tornare a casa. Ma la domenica è il grande giorno del downhill e lei, Izabela, si è appena laureata campionessa del mondo juniores. Indossa la maglia iridata, quella particolarmente larga che si infila per la prima volta sul podio, e tiene in mano la minuscola bici che l’organizzazione fornisce come (curioso) premio.

Viene dalla Bulgaria e questo le crea diverse difficoltà: la federazione praticamente non esiste, è qui in camper col padre e un’amica austriaca e non ha nemmeno una squadra. Esatto: la campionessa del mondo – ha dato dieci secondi a tutte sulla Black Snake – non ha nemmeno una squadra. Spera che questa vittoria le dia visibilità, che qualche sponsor le consenta di ingaggiare almeno un meccanico.

Addentrandosi nel paddock del Mondiale, Evie Richards è molto indaffarata nel tendone della Trek Factory Racing. Ieri nel cross-country ha vinto la sua prima medaglia d’oro tra le grandi e non è chiaro perché sia ancora qui. È in ciabatte e maglietta, di ciclistico ha solo i pantaloncini: sono quelli di campionessa del mondo di ciclocross U23. Sta chiedendo a tutti i meccanici se vogliono espresso o cappuccino, così corre di là (il gazebo della Trek è in realtà cinque gazebo diversi, in tutto lunghi una cinquantina di metri) e glieli porta. Immaginate la scena: la neo-campionessa del mondo che si divincola tra i comuni mortali per portare il caffè.

Valentina Höll è sostanzialmente l’opposto di Izabela Jankova. Viene da una delle nazioni in cui le ruote grasse sono una religione, l’Austria, ed è già un fenomeno mediatico. Da junior (nel downhill non esiste la categoria U23: nessuno riesce a spiegarsi il perché) ha vinto qualunque cosa più volte, mentre il primo anno tra le élite è difficoltoso. Sta parlando col massaggiatore della sua squadra quando si avvicina un bambino che, evidentemente non conoscendola, non le chiede un autografo, bensì se può allungargli la banana lì sul tavolo. La frutta avanzata viene distribuita tra i presenti e Valentina gli passa la banana con un sorriso.

Poco dopo sopraggiunge uno scooter, uno di quei cinquantini che fanno molto rumore e pochi chilometri all'ora. Chi lo guida, porta un casco da bici. Deve portare Valentina da qualche parte, le dice «dai sali», ma la giovane austriaca preferisce rispondere alle ultime domande dei giornalisti. Anche oggi non ha avuto una giornata brillante (è caduta e non è nemmeno entrata nella top-10), ma non vuole scomparire. È nelle sconfitte, e nell’andarsene in motorino, più che nelle vittorie, che si vede una campionessa.


La serenità de "La Roja" norvegese

E nemmeno oggi sono riusciti a strappargliela via. Oggi che tra caldo e salite c'era tutto per scalfire anche il più duro dei colossi. C'era terreno per fare del male, ma si è preferito puntare su una velocità costante, non blanda, certo, quello no per carità, i corridori vanno su a ritmi asfissianti che non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo.
Nemmeno oggi sono riusciti a fargli del male o a strappargli quel sorriso dal volto. A scalfirne tutta la tranquillità che trasmette; chilometro dopo chilometro ondeggiava, vero, ma teneva duro, resisteva, battezzava le ruote giuste.

Anche quattro anni fa alla Vuelta lo videro barcollante: fu espulso prima dell'ultima tappa perché, secondo il suo ex diesse Marc Madiot, arrivò al mattino ancora ubriaco dalla sera prima.
«È allucinante quello che è successo - disse Eiking giorni dopo - ero uscito con Ludvigsson a bere due birre. Prima di me lo avranno fatto in migliaia di noi. Se non fossi stato in scadenza di contratto non sarebbe mai successa una cosa del genere».

Questo è un momento d'oro per i norvegesi, anzi è il Momento, e giorno dopo giorno Odd Christian Eiking acquisisce quella consapevolezza di cui sembra intriso tutto il loro ciclismo. Corre col sorriso, si stacca, sì, ma si stacca il giusto, in un mondo dei Grandi Giri che si trasforma, qui alla Vuelta, in un lungo tenere il ritmo, mandare via la fuga e poi volata finale anche in salita.
A EIking non dispiace; anzi probabilmente in questi giorni si sveglia al mattino - sobrio, possiamo giurarci - e spera che tutto continui ad andare così: Jumbo Visma a fare l'andatura e poi qualche scattino verso il traguardo.

Domani sarà un altro giorno complicato, salite da bere tutto d'un fiato. Magari come quella Bière des Amis che si è scolato qualche giorno fa al termine dell'ennesima fatica: perché quando sei leader di una corsa sembra tutto così amplificato.

Su quella birra c'è scritto in grande "non condividere". Un'idea che Eiking sta facendo sua pensando alla maglia rossa che porta.

Foto: ASO/Luis Angel Gomez