Il suono caldo del ciclocross

Il sottofondo che accompagna ogni evento a Ostenda ci piace immaginarlo con la voce calda di Marvin Gaye. Sembrerebbe quanto mai fuori luogo scomodare il cantante americano, non fosse che qui ci sono diversi ricordi legati alla sua presenza. Trent’anni fa, più o meno esatti, sbarcò da Southampton per cercare redenzione: i debiti lo stavano divorando, come la cocaina; ai ferri corti con moglie e con la Motown – la celebre casa discografica che lo aveva lanciato – Marvin Gaye trovò ispirazione e purificazione proprio in questa città nel nord Europa grazie all’aiuto di Freddy Cousaert, produttore musicale belga.

Chiuso in un piccolo appartamento vicino la spiaggia, osservando la schiuma del mare del Nord e i bagnanti intenti a prendere sole scavando buche nella sabbia per ripararsi dal vento, Marvin Gaye compose una delle sue più celebri canzoni “Sexual Healing”, che gli valse un grammy un anno prima di venire ucciso a colpi di pistola dal padre. Visse il suo momento di pace in questo posto freddo e grigio come solo un luogo affacciato sul mare del Nord può esserlo. Un posto nato per i pescatori, e che pochi chilometri più a sud, a Oostduinkerke per la precisione, vede ancora attiva la pratica della pesca a cavallo di piccoli gamberetti grigi chiamati “rikze garnalen” e che pare siano buonissimi da mangiare con la salsa rosa, oppure pastellati.

A poche centinaia di metri dalla partenza delle prove iridate di questi giorni, all’interno del Kursaal Oostende, edificio simbolo della cittadina belga, campeggia una statua in oro del cantante americano raffigurato mentre suona il pianoforte: è uno dei piatti forti del turismo del luogo e quando si è da quelle parti appare quasi d’obbligo farsi fotografare di fianco a lui, come fosse il Duomo a Milano o il Colosseo a Roma. Oppure, per entrare in argomento: sarebbe come cercare di farsi fare una foto con van der Poel o van Aert.

Schierati in attesa dello start di fronte all’Ippodromo, ecco gli artisti tanto attesi: abbondiamo di retorica, ma non si potrebbe fare altrimenti. D’altra parte: come chiamereste questi funamboli delle due ruote, capaci di guidare con tale tecnica tra i solchi sulla sabbia, abili a sprigionare forza e allo stesso tempo a prestare delicata attenzione nello stare in piedi, o a superare indenni il passaggio sul ponte al 21% di pendenza? O, “quasi come se nulla fosse”, a passare con tale leggerezza dal tratto iniziale della pista in cenere a quello in erba, capaci di scendere e poi di risalire al volo dalle loro biciclette?

Ma: “What’s going on”? Eccolo il caldo ritmo di Marvin Gaye in sottofondo, subito prima del via. Parliamo della corsa: cosa sta succedendo? Succede che Van Aert e van der Poel sono i due attori principali di questo spettacolo. Partono appiccicati e sembra possono esserlo fino alla fine dell’attesa ora di gara. Dopo centottanta secondi sono già da soli. Succede che Mathieu van der Poel è un organo caldo, di quelli che basta toccarlo un attimo per scottarti, mentre van Aert è una gran cassa che picchia sulla sabbia e quando è sul bagnasciuga sembra poter spostare, oltre che il suo avversario, anche le onde del mare. Quelle onde che si infrangono sulle ruote dei corridori e danno al quadro generale un tocco ai confini del reale.

I freni strombazzano a ogni curva come auto in centro all’ora di punta, mentre i due se ne vanno, salutano, non li rivedono più, e dopo un giro hanno già lasciato tutti gli altri distanti a fare un’altra corsa. Dietro Pidcock è un solista in mezzo a un’orgia fiamminga: proverà a rimontare, rimontare, giro dopo giro, per un attimo sembra farcela, sarà quarto alla fine, a un tiro da un incredulo Toon Aerts.

Ma davanti, di nuovo: cosa succede? La temperatura si alza, nonostante il freddo, ma l’atteso testa a testa dura pochi giri. Non si può sbagliare nulla: la sbavatura di uno, lancia davanti l’altro, la caduta di van der Poel sembra mettere le ali a quel ragazzo tutto testa e potenza con la marca di una bevanda energetica stampata sul caschetto.

Sono danzatori sulla sabbia, osano l’impossibile, sbattono sul terreno come se la loro fosse una danza tribale. E al terzo giro la temperatura è bollente. Van der Poel insegue a causa della caduta, van Aert e lì davanti che non si scompone, una sfinge, pochi secondi di vantaggio, poi d’improvviso vacilla. Van der Poel gli arriva sotto a una velocità che definiremmo doppia, quasi tripla avessimo gli strumenti per misurarla. Van Aert ha forato e viene superato dal rivale.

Il belga lo tiene a tiro ugualmente, tornata dopo tornata, dopo solco, dopo barriera, passaggio dopo passaggio verso la meravigliosa galleria veneziana, mentre alle spalle ci si lascia il mare del Nord tinteggiato sempre più di un colore cupo, quasi marrone.

Poco dopo metà gara, ogni piccola azione, ogni piccolo movimento, ogni piccola nota suona a favore dell’olandese; la sua taranta sulla sabbia lo infiamma, le curve sono come il bollente bacio di un innamorato, quello che era solo forza e talento oggi è anche acume e disciplina: otto secondi di vantaggio al quarto giro, tredici al quinto, ventidue al sesto, ventinove al settimo e penultimo.

Ora ci immaginiamo una musica che arriva da qualche parte, un po’ distante, sembra suonare un ritmo caldo: “Brother, brother, brother there’s far too many of you dying”. Accompagna l’ultimo giro di van der Poel, fa da cornice al breve rettilineo finale: van der Poel si inchina sul traguardo, mostra i muscoli, ritto verso un rito che lo porta al suo quarto titolo mondiale. Un successo reso ancora più grande da un grande avversario come van Aert che chiude a trentasette secondi.

P.S. Una postilla sulla divertente gara delle Under 23 femminile andata in scena poche ore prima: vince Fem van Empel, diciotto anni, che solo pochi anni fa giocava a pallone e sognava un giorno di vestire la maglia del Bayern Monaco. Quinta Francesca Baroni: un risultato di spessore, il migliore della spedizione azzurra.

Foto: Dion Kerckhoffs / BettiniPhoto © 2021


Si parte? (Ma si arriva?) - Tra maglie iridate (tre) e superstizioni

Come finisce, tutto prima o poi ha un inizio, logico meccanismo sul quale non serve nemmeno stare troppo a ricamare. Passano, ahinoi, le stagioni, scandite irrimediabilmente dagli eventi sportivi. Domani ci sarà una sorta di incrocio tra strada e cross, una sorta di fine che coincide con una specie di inizio: non chiamiamolo passaggio di consegne per carità, non lo è, ed è anche brutto da dire.

Nella sabbia belga andrà in scena l’atto principale – non quello conclusivo, ma ci siamo vicini – della stagione del ciclocross. Il Mondiale, a Ostenda, in Belgio, con quel tratto in spiaggia dove van Aert e van der Poel possono sprigionare potenza inaudita e più che pensare al gelo che arriva dal mare del Nord si prenderanno a biciclettate nei denti per l’ennesimo atto di una rivalità che parte da lontano nel tempo e che si riversa in strada e nel fuoristrada: il desiderio massimo, ma non diciamolo troppo ad alta voce, per questo 2021, sarebbe vederli contro sul pavè della Roubaix. Magari in una Roubaix (come un sogno) bagnata.

Tre a tre è il conto delle loro maglie iridate (tra gli élite), e, ironia della sorte, al via c’è un altro ragazzo che di titoli ne ha vinti tre, ma che ormai col ciclocross ha poco a che fare, Zdeněk Štybar. I tre oltretutto sono gli unici in gara ad aver vinto il mondiale nella massima categoria. In questa stagione del cross, Štybar, per “gli amici” Štiby, non si è mai visto, ma raccontava nei giorni scorsi di essersi allenato spesso in questo periodo con van der Poel, anche in mountain bike. Un privilegio. Ha aggiunto anche che è al via pagando tutta la trasferta di tasca sua e che invece di portarsi dietro venticinque coppie di ruote come ai (suoi) bei tempi, ne avrà soltanto sette. A proposito di numeri e di numeri tre: esiste una lista di terzi incomodi, anche abbastanza lunga e che difficile possa includere il ceco e lo diciamo con rammarico: stuzzica molto Sweeck su un percorso del genere, Pidcock è uno che sa esaltarsi nei grandi appuntamenti, ma il percorso potrebbe vederlo tagliato fuori, mentre occhio a Vantourenhout che è stato uno dei più continui in stagione.

Tra le ragazze al via oggi, andrà presumibilmente in scena il Festival della Pedalata Olandese, nulla di nuovo, nulla a cui non siamo abituati, chi si veste di arancione ha una certa affinità con le vittorie. Sorte simile domani nella gara delle Under 23, qualche nome extra c’è: Vas, che non è Vos e arriva dall’Ungheria, Kay, sono nomi che stuzzicano la fantasia anche in chiave vittoria, occhio a loro per un pronostico nederlandifferente. Un accenno pure alle italiane, Lechner e Arzuffi, tra le élite (oltre a Teocchi, Gariboldi e Persico): un risultato nei primi dieci per le due azzurre sarebbe un traguardo da sogno. Qualcosa simile si può sperare anche con il trio in campo tra le più giovani: Baroni, Casasola, Realini in rigoroso ordine alfabetico. Anche se questa sabbia è dura da digerire.

Foto: ©️Red Bull Content Pool

Ma domenica si apre – in un certo senso – la stagione del ciclismo su strada, un po’ stampo anni ’90 con il Gp d’Ouverture – La Marseillaise. Anni ’90 perché a quei tempi quando leggevi il nome di quella corsa sapevi che finalmente si alzava il sipario. Poi le cose sono cambiate, Australia, Sudamerica a dare il là e a spostare altrove l’attenzione; è vero che si è già iniziato a correre (pochissimo per la verità) anche quest’anno ma è altrettanto vero che dalla rumorosa e multietnica Marsiglia si proverà a dare uno scossone al freddo torpore di un ciclismo che non si sa quando sarebbe iniziato e non si sa quando finirà, né come continuerà.

Intanto per il momento corse su corse vengono spostate a maggio, altre cancellate e ci rivediamo nel 2022. Anche il calendario giovanile è ancora una volta martoriato e – quasi sotto traccia – perde appuntamenti su appuntamenti, ed è un mezzo disastro su tutti i fronti.

Gp Marseillaise: ci sono sempre strane voci attorno a questa corsa, si parla di superstizione, e si sa che gli sportivi, i professionisti, ne sono sempre affascinati – proprio in senso etimologico, da fascino, fascinum – “maleficio”, oppure “amuleto a forma di…” e ci fermiamo qui. La si definisce “La maledizione della Marsigliese”. Si dice che chi vince questa corsa vivrà una stagione negativa. Lo scorso anno, per dire, primo fu Cosnefroy, poi in realtà è stato protagonista al Tour di tante belle fughe e di una buona stagione, ma il suo 2021 invece inizierà in ritardo per un problema al ginocchio.

Nel 2019 ha vinto Turgis che è l’ultimo superstite della dinastia di fratelli che hanno abbandonato il ciclismo giovani e giovanissimi. Jimmy si è ritirato a 29 anni, Tanguy, che pareva un talento super, a nemmeno 20 dopo aver ben figurato al Fiandre e alla Roubaix. Vichot che ha vinto nel 2017 si è ritirato quest’anno per problemi fisici legati all’overtraining.
A togliere ogni dubbio ci pensa tuttavia Bernard Hinault che nel 1982, terza edizione della corsa, vinse Marsigliese, Giro e Tour. Nell’albo d’oro figura anche Justin Jules che vinse qui nel 2013 e che nel 2008 fu condannato a 5 anni, poi ridotti a 3, di prigione per l’omicidio del patrigno. Justine una sera nel 2004 reagì fatalmente stufo di vedergli alzare le mani per l’ennesima volta su mamma e fratello. Il padre naturale di Justin invece era una buona speranza del ciclismo francese, nel 1984 vinse una tappa al Tour, due anni dopo morì a 26 anni in un incidente stradale. Ma queste sono storie sulle quali ci ritorneremo magari più avanti. Ora godiamoci nuovamente un po’ di ciclismo con van Aert contro van der Poel e speriamo persino che il destino possa farsi beffe della superstizione e che da Marsiglia in avanti (a proposito: Trentin e Vendrame tra i favoriti) si possa vivere una stagione di ciclismo. Avevamo scritto “piena di ciclismo” corretto e cancellato viste le ultime: a febbraio sta saltando una corsa dietro l’altra. Il problema è che poi svoltato l’angolo la stagione da marzo in avanti partirà a tutta. Si spera, almeno, perché non c’è molto altro da fare oltre che attaccarsi alle speranze. D’altra parte i tempi sono questi.

Foto: Nico Veereken/PN/BettiniPhoto©2021


Chi ha paura di João Almeida?

Fatevi avanti coraggiosi, oggi, sulle non-troppo-ripide rampe che portano verso Piancavallo. Salita nervosa, irregolare a tratti, trampolino per impavidi, appiglio per timorosi, ma che tra freddo e vento in faccia potrà provocare dolore.

Fatevi avanti se volete ribaltare la corsa, perché fino a oggi avete avuto paura di un ragazzo che di anni ne ha ventidue, come Pogačar o Hirschi: quest'anno pare che non ne abbiamo ancora avuto abbastanza.

Quando un corridore indossa la maglia rosa, la narrazione, scritta o parlata, dà fondo a quello che è il sunto della retorica. La maglia rosa fortifica, quadruplica le forze, è un segno di eleganza e chi la indossa appare più bello e distinto di quello che è in realtà. Ti fa correre più forte, è una medicina, allevia la fatica, dà soddisfazione, alleggerisce nel suo essere un fardello, è come lo slogan su un giornalino degli anni '70: indossami - sarai soddisfatto. La squadra che ti scorta all'improvviso diventa una fratellanza, i ragazzi con i quali condividi ogni istante si tramutano in fedeli che si alimentano dall'energia che irradia il colore che porti addosso.

Il 2020 anche nel ciclismo è un anno che più strano e complicato non si poteva e immaginatevi la faccia di João Almeida che inizialmente non doveva nemmeno essere al Giro. Quando è passato sembrava già aver visto il meglio alle sue spalle, spremuto da una febbrile attività giovanile. Non ha mai vinto una corsa, non ha mai disputato un Grande Giro, l'unica Monumento non l'ha nemmeno portata a termine, e invece, a suon di costanza, scalava le gerarchie. Doveva esserci solo per dare conforto a Evenepoel, e poi eccolo lì.

Visto quanto va forte sul passo, e visto lo spunto veloce, dopo il terzo giorno è in maglia rosa e lo è ancora alla vigilia della quindicesima tappa. Per trovarne altri con più di dieci giorni in maglia rosa a meno di ventitré anni, bisognerebbe scomodare nomi di enormi talenti precoci e che per bontà lasciamo negli appunti.

Non vi fa paura uno così? Ne diciamo un'altra: quattordici tappe al Giro d'Italia 2020, mai fuori dai venticinque; quattro volte sul podio di tappa. Certo, di "salite vere" - corsi e ricorsi retorici - non ne abbiamo ancora viste e oggi, lo diciamo fuori dai denti, la possibilità di perdere la maglia rosa c'è ed è concreta - Kelderman, gettonatissimo.

In Portogallo si dice "Barriga cheia cara alegre" - pancia piena volto allegro - a noi, ammiratori di facce, il viso di Almeida sembra sempre attento e in tensione, la maglia rosa fa paura e cura la tristezza.

Un giorno, sul petto di un uomo alla deriva, e descritto alto e biondo come una birra, fu trovato scritto un messaggio: "Sono nato per rivoluzionare l'Inferno". Almeida forse (ancora) non osa così tanto, ma agli altri sembra far davvero paura.

Foto: Gabriele Facciotti/Pentaphoto


Un senso di Fiandre

Nelle Fiandre capisci cos'è l'empatia, quella fra cielo e terra. In questo nulla di strade disseminate fra brulle colline, aspre come un taglio nella pelle, addolcite malinconicamente solo da un pallido sole che fugge e rifugge e da quella luce, fredda, che ricorda un bagliore d'autunno anche agli albori della primavera. Qual è la luce delle Fiandre? Quella foschia che lascia solo sognare le distese azzurre del mare del nord. Un oltre che pare irraggiungibile, mentre tutto è avvolto dalla foschia. C'è il vento che spazza così forte quelle terre che ti chiedi come faccia a non spezzarsi nulla, dentro e fuori. Come facciano le cattedrali, maestà nel vuoto, a restare lì impassibili: quanto freddo c'è fra le loro vetrate? Quanto cielo è rimasto fra le guglie ed i pennacchi? Già, perché qui il cielo si abbassa e ti resta addosso. Sarà per quelle nuvole sbattute dal vento che perdono in un attimo il loro cupo grigiore per riscoprirsi bianche, candide. Sarà per quella bruma che seppellisce tutto. Cardarelli diceva che il mare odora quando è sepolto dalla bruma. Non solo il mare, tutta la natura ed anche queste vie ortogonali a disperdersi chissà dove. Se hai il coraggio di respirare a pieni polmoni, quell'aria, a tratti gelida, ti porta dentro ciò che vedi. A dir la verità, qualcosa ti resta appiccicato lo stesso, anche bardato: è nelle ossa che la bruma fa il nido. Lì cade senza far rumore e viene assorbita. L'empatia, nelle Fiandre, è questo: un richiamo continuo.

L'empatia nelle Fiandre è ciò che prova un milione di persone che si riversa nelle strade, in queste strade, per vedere il passaggio della Ronde van Vlaanderen. Questi uomini e queste donne «dai desideri limitati, dall'esistenza modesta; calmi, misurati, freddi, flemmatici, in una parola "fiamminghi", come se ne incontrano a volte tra la Schelda e il Mare del Nord», diceva Jules Verne. Loro, per natura, rispecchiano ciò che c'è e, forse, soprattutto ciò che non c'è. I luoghi che viviamo ci plasmano, ci afferranno o ci respingono. Forse per questo chi arriva nelle Fiandre, chi arriva al Giro delle Fiandre, vuole toccare quella terra, quelle pietre, e ci mette le mani, ci si sdraia sopra, qualcuno ci appoggia anche le orecchie. Perché chi non vive qui, non riesce a capacitarsi di quello che accade e cerca una risposta, la cerca ovunque, aspetta una rivelazione. Questa umanità sente qualcosa e brulica, si accende e vive di una vita in festa in quei giorni. C'è la birra, in quelle bottiglie dalle marche variegate e in quei bicchieri di plastica, appoggiati a terra, accanto alle transenne dove lo sguardo sceglie la sua regia. Ci sono musica e voci che non si seguono in scia, ma si rimpallano ed in alcuni momenti sembra il caos. In alcuni istanti non senti nemmeno la tua voce e ti chiedi dove sia, se, per caso, a forza di gridare e di incitare chiunque, sia finita, si sia addormentata come accade a qualche bambino di pochi mesi che riesce a dormire anche in questo "inferno". Si incita davvero chiunque, dal professionista all'amatore, all'anziano signore che su una vecchia bici non percorre più di cento metri fra quelle pietre sgangherate, ma lo fa qui e questo basta. Li si incita urlando il nome, il numero, un colore che li caratterizza od un soprannome che si inventa al momento e che ricorda una loro caratteristica. Che insomma li fa sentire al centro per qualche secondo, accolti. Perché il mistero delle Fiandre è anche in questa loro accoglienza che diviene urgenza di farvi ritorno.

Quelle pietre sono diverse. Non sono piane ma hanno forme strane, strambe. Una caratteristica è comune: una sorta di bombatura sul dorso. Le linee che si arrotondano dovrebbero suggerire pacatezza, tranquillità, come una discesa, come qualcuno che accompagna. Invece no. Quelle pietre a "cappello di prete" sono le spine dell'inferno. Devi trovare l'equilibrio e mantenerlo perché basta una minima sbandata per cadere o per essere costretti a mettere il piede a terra. Quelle pietre conservano il dolore di una processione triste. Fanno male quanto la terra che si alza ovunque e si confonde con la foschia. Vedi solo qualche bandiera con i leoni rampanti, gialla e nera, e preghi che la cantilena dei muri dai nomi multiformi, finisca presto perché senti male ovunque. Ti accorgi di ogni minima parte di te in questo inferno. Se pensi a Karel Van Wijnendale, il giornalista che a questa corsa pensò per primo, ti sembra un uomo nato per far soffrire altri uomini, quelli che lui definiva Flandrien per questo spirito votato al martirio. Perché non ne puoi più e non trovi una buona ragione per essere ridotto come sei ridotto in questo momento. Le ragioni, però, nella vita arrivano sempre dopo e certe volte è anche meglio evitare di cercarle. Non devono per forza esserci, non tutto deve avere un senso. E questo forse un senso non lo ha ma esiste ed è così spietato, reale, brutale da essere bello.

Foto: Bettini


Primož Roglič: il mondo in un istante

Nel momento in cui tagliava il traguardo della cronometro de La Planche des Belles Filles al Tour, Primož Roglič aveva una faccia che non poteva generare alcun tipo di malinteso. I suoi pensieri non li potevamo conoscere, ma erano facili da intendere; la faccia non mentiva, mentre saliva a fatica, brutto da vedere sulla sua bici, come non si era mai visto prima, e non serviva essere dentro la sua testa – per altro coperta a fatica da un casco antiestetico che pareva andare da tutte le parti - per cercare di interpretarlo.

Il mondo, quello sportivo, pareva essergli crollato addosso in un istante. Tutto, insieme alle sue certezze e a quelle della sua squadra, sembrava assumere contorni nebulosi. Una scampagnata nei Vosgi trasformata in un martirio. Soccombeva a chi arrivava prima di lui al traguardo; dopo di lui, in una presunta linea temporale di nascita, a pochi chilometri di distanza, se invece tutto ciò vogliamo ridurlo a una storia di provenienza.
Una settimana dopo, Primož Roglič si batteva come poteva: dalla Francia a Imola, avremmo potuto intitolare. Pogačar, quel ragazzo più giovane e descritto sopra in poche righe, gli apriva la strada; lui cercava di tenere il ritmo dei migliori, chiudeva sesto, beffato in corsa e umiliato da fischi e critiche da chi, dal Belgio, ripeteva: «Ma come si è permesso di non aiutare van Aert dopo quello che van Aert ha fatto per lui al Tour?» E niente, forse per qualcuno lo stato delle gambe non contava, ma va beh.

E contavano, invece, gambe e facce, e tutto sembrava uno scritto occulto, ieri, sul traguardo di Liegi. Alaphilippe? Una saetta ubriaca. Scartava da tutte le parti con quel suo modo sempre febbrile di interpretare le corse, quelle sue sceneggiate in bicicletta che sono forza, ma a volte anche limiti. Metteva giù la testa, e quasi in modo metaforico sembrava puntare una bandiera slovena sventolante a bordo strada. A destra, poi a sinistra rischiando di far cadere “tutti”. Sul traguardo alzava le braccia per godersi quel momento e farlo suo, soltanto suo, ingannando se stesso e fotografi, ingannando una corsa che da oltre un secolo bacia la primavera belga – e per una volta fa l'amore con l'autunno.

Alzava le braccia, Alaphilippe, spadaccino infilzato da Primož Roglič che non aveva compreso la portata di quell'istintivo colpo di reni. “Istant Karma”, lo ha definito Tylor Phinney prendendosi gioco di Alaphilippe, pochi minuti dopo il verdetto dei giudici che declassavano il francese al quinto posto.
Dalla Francia al Belgio passando per Imola e dagli sberleffi belgi, quel destino ci ha messo un po' di tempo prima di ingraziarsi nuovamente il talento di Primož Roglič. Uno che faceva altri sport, che faceva l'amatore, che sembrava non avere nulla a che fare con il ciclismo: scambiato per sgraziato oppure per inscalfibile. Per una volta, dopo interminabili settimane, nuovamente cavaliere di ventura e col mondo ai suoi piedi.

Foto: Bettini


Filippo Ganna è straordinario

Permetteteci di dirlo: Filippo Ganna, oggi, è stato semplicemente stupendo. Per quella bicicletta dorata, omaggio alla perfezione del mezzo che sfida il vento (ma "ghe voeren i garùn" come ricordava qualcuno) e per quella maglia iridata che ne scolpisce ogni centimetro di muscoli, ogni proiezione di forza, di potenza. Ancor di più: è stato commovente nella semplicità con cui ha risposto alle domande dei cronisti dopo il traguardo, un profumo di normalità che ben si mescola all'atmosfera di questa Sicilia agli albori dell'autunno, spazzata da un vento caldo che ricorda Luglio. Gianni Mura spiegava che il vento, e lui parlava di quello del Mont Ventoux, è come una mano che ti prende e ti sposta. Un consigliere del timore che sconsiglia azioni di fantasia e ti spinge indietro, di lato, obliquamente, persino a terra, se provi a non ascoltarlo. Quel vento traditore e multiforme che appare e scompare, ingrandendo e ridimensionando aspettative e progetti. Quello che fa sentire gli uomini tanto piccoli e impotenti, che ne quieta la tracotanza, come tutti i fenomeni atmosferici che sovrastano e dominano il mondo.

Gli atleti, almeno nelle prime fasi di gara, sono scostati dal vento, devono mettere nelle braccia altrettanta forza di quella che mettono nelle gambe, per reggere il mezzo. Per segnarne ed indirizzarne il tragitto. Il confine dell'impossibilità che si manifesta, quello dove l'uomo deve rallentare, riflettere e dare il massimo per non arrendersi. Accade nella vita, accade in sella. In certe circostanze, restare in sella è tutto ciò che sia possibile fare. Devi dare tutto ciò che vali, questo conta, poi le condizioni esterne avranno un impatto sulla tua prestazione, ma di quelle non devi farti carico, quelle sono da sopportare, da vivere. Siete capitati nello stesso istante, nello stesso luogo, o scappi o accetti la vertigine.

C'è poi qualcuno che quella vertigine può domarla. Che ha un dono, una dote per cui in quel timore di caduta vede una possibilità. Qualcuno che non nasce oggi, come non nasceva poco più di una settimana fa al Mondiale di Imola o qualche mese fa al Campionato italiano. Giusto per ricordarlo. Qualcuno che a quell'essere saldo, marmoreo, vettore di spazio e tempo, ha lavorato silenziosamente per anni. Sin da ragazzino, sì, perché i talenti puoi possederli ma devi crescerli, coltivarli, curarli. Proprio in segno di gratitudine, verso te stesso e verso la natura che ha scelto te: non era dovuto. Filippo Ganna ha fatto questo per tanti anni e continua a farlo, silenziosamente, con coscienza ed occhio critico. Prima di tutto verso la propria persona. E tutti sappiamo come questo sia merce rara in tempi di giudizi sparsi a pioggia, quasi se li portasse via il vento.

Filippo Ganna che percorre i 15.1 chilometri della cronometro inaugurale del Giro d'Italia numero 103 ad una media di 58.8 chilometri orari. Che percorre un chilometro in meno di un minuto, 51 secondi per la precisione. Che supera i 100 chilometri orari di velocità. Che è campione italiano e campione del mondo della specialità. Che è tanto altro, tutto da scoprire e da raccontare, magari con lo stesso stupore del suo viso di fronte ad ogni nuovo successo. Filippo Ganna, di Vignone, che oggi è maglia rosa, nel primo giorno del Giro. E non abbiamo ancora detto tutto.


Un ciclismo diverso: Antwerp Port Epic

Il porto di Anversa si presenta come ogni... porto. Container colorati come piccoli mattoncini lego, luci azzurrognole sfumate all'orizzonte come fuochi fatui, enormi gru, sirene che segnano il cambio del turno e cicalii che evidenziano il movimento di grossi tir. Una litania di omini in arancione e casco giallo segnalano, sventagliano, dirigono, controllano: il porto di Anversa si presenta come ogni porto.

La sua importanza però è superiore a quella di "ogni porto". Ad esempio la sua estensione, che supera di gran lunga quella della città di Anversa - circa quattrocentotrenta chilometri di strada, quasi duecento di moli, oltre un migliaio di linee ferroviarie - non è quella di "ogni porto". Ne ha fatta di strada, se così si può dire, quel piccolo insediamento sul fiume Schelda da quando «nel 1803, l'imperatore Napoleone compì la sua prima visita in città e dette il via a importanti lavori in vista della costruzione di due moli». Oggi è il secondo porto in Europa come volume di traffico.

E tutto intorno strade di sabbia, ciottoli e asfalto che tagliano in ogni maniera il polder, campi di grano che delimitano vie d'accesso, principali e secondarie. Lì, da un po' di anni, si corre la Antwerp Port Epic. Esaltazione dell'umana concezione dello spirito agonistico: fango e polvere come nella migliore delle tradizioni. Il vento, poi, soffia in faccia in modo così violento che devi essere per forza un belga o un olandese per farti piacere questa corsa.
E quando sei belga e ciclocrossista, qualche vantaggio ce l'hai. Gianni Vermeersch ha vinto l'ultima edizione dopo aver fatto gara d'attacco «perché è l'unica tattica che ti puoi permettere in corse di questo genere».

Meglio stare davanti che dietro, meglio aprirsi un varco nella polvere che mangiare quella del tuo avversario e una volta tanto non in senso figurato come fosse un dialogo di Tex. Vermeersch di fango si è ricoperto a sufficienza nel ciclocross dove stringe un rapporto tale con van der Poel da aiutarlo come un fedele compagno in ogni corsa, da esaltarsi come quando l'olandese vinse l'Amstel Gold Race. «L'unica cosa che sentii quel giorno fu il frastuono nelle cuffie e allora capii che qualcosa di bello era successo».

Ed è belga anche Bert De Backer, quattordicesimo all'arrivo dell'Antwerp Port Epic e che a fine stagione potrebbe smettere di correre. Bert De Backer doveva fare il Tour e invece lo dirottano a nord: ventinove chilometri di pavé e trentanove di sterrato. Non che a uno come lui diano fastidio, d'altronde pare abbia scelto la Paris-Roubaix per abbandonare il ciclismo. «L'undicesimo posto nel velodromo di Roubaix è il risultato di cui vado più orgoglioso nella mia carriera. Sapevo che non avevo il talento dei leader ma quella volta mi resi conto che era inutile continuare a lamentarmi. Faccio il lavoro più bello del mondo e guadagno più di quello che avrei guadagnato con il diploma. È la mia corsa e so che potrei arrivare anche a giocarmela. Se mi ricordo come si vince? Mica tanto. L'ultima volta che ho alzato le mani dal manubrio stavo simulando una vittoria tornando da scuola in bici. Provai anche ad impennare e finii per terra con tutto lo zaino».

E lo sguardo di De Backer a fine corsa dice tutto. Esprime la durezza di una competizione che va a inserirsi nel contesto di un ciclismo che sceglie la via dell'antico per selezionare i gruppi, vendere spettacolo e marcare le differenze; sterrati anche all'interno di grandi giri, arrivi con paesaggi mozzafiato, corse come Strade Bianche o Tro-Bro Léon che fanno il giro del mondo, oppure le modifiche a un percorso tradizionale come quello della Paris-Tours che ora riscopre i sentieri per diventare ancora più attraente. Vecchio e nuovo mescolati per ridare aria a un ciclismo altrimenti spesso così monotono come una tappa di pianura con i suoi interminabili passaggi su strade che sembrano autostrade con le rotonde.

E Bert De Backer esprime stupore più che sofferenza. Ha lo sguardo di chi è passato in mezzo alle pannocchie, ha fatto tribolare i suoi muscoli per stare in piedi, ha bestemmiato quando ha forato. Uno sguardo che abbaglia quanto l'orizzonte affabulatore che si staglia da dietro la corsa. Piccoli ciclisti colorati e sullo sfondo, in mezzo alla polvere granulosa, enormi ciminiere, antenne, pale eoliche che sembrano appartenere a un vecchio Luna Park ormai dismesso.
Si parte e poi si arriva nella Het Eilandje, la "piccola isola", a rendere ancora più forte la contraddizione. Quartiere di Anversa ricostruito come fosse la scena di un film patinato. Invece della polvere, mangi anguilla dello Schelda in salsa verde oppure sogliola e bistecche. Dalle cattedrali gotiche, come una piccola Gotham City disegnate dallo sfondo del porto vero e proprio, alla novità di una zona totalmente alla moda con magazzini ed ex mattatoi ricreati ad arte come una New York espressionista.

E intanto, lo sguardo di De Backer resta ugualmente pieno di polvere, più che smarrito ora è dubbioso, mai sofferente. Era lì per giocarsela, ma si fa riprendere a trecentocinquanta metri dall'arrivo. Per ogni corridore che arriva in fondo - quel giorno solo in quarantatré - queste corse sono sempre una scoperta.


Alaphilippe è l'uomo del mondiale di Imola

Non è un caso se il Campionato del Mondo è, per molti, la gara dell’immaginazione sin da fanciulli. Non sono un caso la mano portata al cuore durante l’inno o il legame che ognuno stabilisce con un colore; quel colore che, chissà perché, rappresenta la propria nazione. Alla fine, se guardi bene, quel colore è un paesaggio, un umore, un’indole, una persona, forse una musica. Tante altre circostanze legate a questa competizione, anche la sua luce, la sua stagione e il ricordo del primo Mondiale vissuto, vogliono dire ciò che vogliamo dirvi noi, oggi.

Persino la fuga: Jonas Koch, Torstein Traeen, Yukiya Arashiro, Danii Fominykh, Ulises Castillo ovvero Germania, Norvegia, Giappone, Kazakistan e Messico. Senza dimenticare tutti gli altri che lì, davanti al gruppo, ci sono andati. Perché il Mondiale, è questo il punto, è per molti la possibilità di plasmare un’idea e di farlo insieme. È quella magnifica sensazione di gruppo, di quando fai qualcosa e ti rendi conto che non lo stai facendo solo per te. Quando fai qualcosa e hai il sogno o anche solo l’immaginazione che quel tuo passo cambierà qualcosa per altri. Qui c’è il concetto di terra: sembra quasi di sentirne il profumo o l’umidità. Come quella dei prati in cui ti distendevi da bambino con addosso quel colore. Pensando che un domani tu, proprio tu, avresti rappresentato qualcuno. Quando ci parli, gli atleti ti dicono questo: «Credo che la mia terra abbia tanti talenti. Vorrei essere un esempio, vorrei aprire un varco. Una strada». Essere un esempio ovvero buttarsi in avanti senza pensare alle conseguenze. Fa paura, certo. Forse fa meno paura quando sai che qualcuno sta capendo il tuo gesto. Che, almeno qualcuno, ci sta provando e i cinici dicano ciò che vogliono. Non hai nemmeno il tempo di pensare a loro. Questo, per i più, è il significato di un giro di pedali al Mondiale: ritrovare quella forza e quella splendida incoscienza che solo l’appartenenza regala. E quando hai quelle non ti ferma più nessuno.

Tadej Pogačar questa cosa la sa molto bene, meglio di altri. La sa perché sa quanto potesse sembrare una follia vincere il Tour de France, a ventidue anni, alla penultima tappa ed essere a Parigi con occhi gonfi di lacrime grosse quanto una noce. Sapeva che in tanti, comunque, ci credevano già prima che accadesse e altri hanno faticato a crederlo anche dopo quel tramonto ai Campi Elisi. Lui ha capito che l’importante era fare qualcosa per i primi, perché quando qualcuno smette di credere a qualcosa è un dramma e per chi non spera in nulla poco si può fare. Per chi crede e spera si scatta anche oggi. Un motivo lo si trova sempre, come lo trova Damiano Caruso che immagina un ciclismo raccontato dalle storie di tutti e per questo scatta e allunga. Perché, se non sei pronto a farti un poco male per ciò che vorresti, anche se ottenessi tutto non sapresti difenderlo. Il mondo invece ha bisogno di persone che difendono ciò che vogliono a costo di sbucciarsi le ginocchia e di piangere qualche notte. Ai tuoi desideri devi tutta la protezione di cui sei capace, altrimenti lasciali ad altri.
Alaphilippe è l’uomo di questo Mondiale. Non solo perché lo vince, non solo perché è Campione del Mondo. È l’uomo di questo Mondiale perché la sua storia parla di questa storia. Di dignità e orgoglio, di quando sei ad un passo e perdi tutto ma anche di quando vinci mentre nessuno ti sta aspettando. Parla dei colori che ci portiamo addosso e di appartenenza. Di quel “Lulú” che é uomo forte e fiero ma anche figlio indifeso, abbandonato tra le braccia di un padre. Che poi è uno dei modi più veri che esistano di essere uomini. Poi ci sono tutti i ricordi cancellati per andare avanti e quelli rilanciati per trovare le forze. C’è tutto questo e tanto altro. C’è soprattutto quell’iride che è lì, in quella maglia, e starebbe benissimo sullo schermo del cielo. E chissà che Imola, prima di sera, non la proietti lì, come in un sogno.

Foto: Luigi Sestili


Ciò che respiri diventa il tuo respiro

Accade che un sabato di fine settembre, a Imola, spieghi tutto. Racconti, per esempio, di Anna van der Breggen, nuova campionessa del mondo, che non è così imperscrutabile come potrebbe sembrare. Van der Breggen che in conferenza stampa l'aveva detto: «Sono cambiate tante cose in me. Crescendo è normale. Una volta soffrivo per le vittorie che mi mancavano, per ciò che non raggiungevo. Così ti condanni a stare male. Su quella bicicletta io metto tutto quello che ho. Certe volte le cose accadono, altre no. Ora so bene che per ogni volta che qualcosa non va, c'è la possibilità di ritornare lì e riprovarci. Questo mi rende tranquilla». Ricordiamolo anche noi, mentre arriva l'autunno e, per molti, giunge il momento di fare i conti con quello che l'estate aveva nascosto tra la sabbia e le conchiglie. Se va male, se non va, ci saranno altre occasioni. Non buttiamoci via. Ancor meglio, non buttiamo via ciò che vorremmo perché fuori fa buio. Puoi uscire, come Anna van der Breggen ha fatto, e scoprire che ti diverti, che stai bene come non ti accadeva da tempo. Da tanto tempo. Bastava riscoprirsi farfalla, alla faccia del mondo.

Accade che, questo sabato a Imola, ci ricordi ancora una volta il senso profondo delle parole. Ci ricordi che è giusto, sacrosanto, utilizzare aggettivi entusiastici per parlare di Annemiek van Vleuten ma c'è di più. Sì, perché chi si ferma all'apparenza delle parole non le fa proprie. Così le ribalta appena cambia il vento. Fare propria una parola vuol dire scavarci dentro, sopra, sotto, intorno, fino allo sfinimento. Vuol dire pensare a cosa significhi per van Vleuten essere qui dopo che, appena una settimana fa, era in ospedale, operata al polso. Uscita sconfitta da un Giro Rosa già vinto, eppur mai conquistato. Vuol dire, per esempio, ricordarsi ogni benedetto giorno che il tuo essere qui ha una ragione. Un qualcosa di difficilmente spiegabile per la mente, un qualcosa di profondamente naturale: quello che sin da bambino sentivi il tuo luogo giusto. Un segno di futuro e guai a chi non bada ai segni, per presunzione o diffidenza. Le parole che si accosteranno ad Annemiek van Vleuten dovranno contenere questo disegno. Annemiek van Vleuten si è ricordata del suo posto nel mondo e, mentre tutti le dicevano che venire al Mondiale era una pazzia, ha sentito di non dover tradire quelle sensazioni di bambina che la vita le ha fatto avverare. Ha preso per mano la bambina che era e pazienza se quel polso non può stringere come vorrebbe.

Questo circuito di Imola, con le sue salite come stanche cantilene, ha parlato di Elisa Longo Borghini e della capacità di togliere parole, di restare senza parole, se necessario, e sapere che va bene così. Che è giusto così. Restare senza parole è meraviglioso perchè, forse, proprio quando non puoi più spiegare ciò che senti, tutto emerge. Come quando l’abbiamo guardata a Grosseto, in maglia rosa, e abbiamo sentito noi stessi quel nodo in gola che le soffocava le parole. Non abbiamo perso un istante di quel silenzio pieno e ci siamo augurati che lo sentissero in tanti. Perché non esiste solo un'età giusta per certe cose, non esistono solo esperienze già vissute e quindi scolorite, non esiste solamente la certezza che debba essere così. C'è la possibilità di riscrivere il finale. Di continuare a stupirci come se nulla fosse già avvenuto, come se nulla non potesse avvenire. Come ha fatto Elisa sul traguardo di Imola. E, per una volta, tutti ci riscopriamo meno attenti ai numeri. Così si è subito detto che quella odierna è stata ''la più bella volata nella carriera di Elisa''. Senza recriminazioni, senza troppi ''se'' a inquinare qualcosa da guardare e di cui godere. Gli umani faticano ad avere questo approccio, oggi ci riescono. Perché poi l'aria che respiri diventa il tuo respiro. Per questo sarà davvero speciale questo sabato: per tutto quello che abbiamo imparato o ricordato.


Pantani, il poligono e la storia di un'amicizia

Sono tutti sul Peyresourde per vedere passare Alaphilippe. «Non lo avevamo mai visto salire in montagna, solo in pianura e quindi ne abbiamo approfittato» racconta una tifosa a un giornalista de L'Equipe. D'altra parte Alaphilippe smuove la passione, riempe le cronache, colora i racconti, e il ciclismo colpisce in maniera viscerale da quelle parti. A maggior ragione in una tappa di salita al Tour c'è sempre una festa enorme – pure di questi tempi.
Le notizie arrivano in fretta in cima alla montagna, grazie a tablet e telefonini. Non c'è bisogno di affidarsi alla radio o alla fantasia o nemmeno di fermare gendarmi o molestare ammiraglie e massaggiatori: nessuna strana fuga di notizie o resoconti frammentari e lasciati a metà. Lungo le astiose rampe della vetta pirenaica a passare per primo è Nans Peters e lo si può vedere con i propri occhi. Nel gruppo dietro, invece, Alaphilippe arranca. Si era messo in testa di riprendersi la maglia gialla finisce per guardare in faccia la dura realtà che al momento è un sussurro che lo porta lontano dalla classifica.
E così l'interesse è un abbaglio per chi in gruppo è chiamato “il pinguino”. Nans, come “Nans le Berger”, Nans il pastore, una serie televisiva francese in voga negli anni '70. Pinguino si diceva, ma non c'entra nulla con il personaggio dei fumetti, bizzarro antagonista di Batman, ma piuttosto è per quel viso tagliato, gli occhi grandi e il naso aquilino. In bici forse non è il più bello da vedere, nella storia del ciclismo non sarà mai il più vincente, ma da casa – non solo sulle vette alpine – vale la pena tifarlo, magari indossando persino la divisa dell'AG2R.

Emilien Jacquelin è quel tifoso in divisa. Più di un tifoso, è amico di Nans Peters e i loro destini si tendono a incrociare di continuo. Si conoscono sin da bambini quando i due correvano assieme in bicicletta, amici e rivali, al tempo dei cadetti. «Io sono sempre stato più veloce» racconta Peters dopo essere andato a tifare per Jacquelin a Le Grand-Bornand, Coppa del Mondo di biathlon, «Ma ora stiamo progredendo assieme».
Oggi, mentre Peters corre ancora in bici, Jacquelin è biathleta di successo. In Francia raccoglie la pesante eredità di uno dei più grandi di sempre: Martin Fourcade. Jacquelin lo scorso inverno ad Anterselva conquistò la medaglia d'oro nell'inseguimento davanti a Johannes Boe (quando si parla dei più grandi di quello sport...) nello stesso stadio dove Nans Peters, nel mese di maggio, conquistava una tappa del Giro d'Italia staccando di ruota gente come Formolo e Jungels. Peters in inverno pratica sci di fondo – il suo primo sport – e lo fa con risultati nemmeno da buttare via partecipando anche ad alcune competizioni: un cerchio tra due ruote e sport invernali che è in continuo movimento.

Emilien Jacquelin da ragazzo pedalava, andava forte e lo faceva per infatuazione. «Conosce a memoria il Tour del 1998, quella VHS l'ha consumata a furia di vederla e rivederla», racconta suo fratello. E Jacquelin, difatti, quando scatta in salita con gli sci stretti ai piedi – dove sennò! - racconta di ispirarsi al volo di Pantani sulle strade di quel Tour de France. «Quando sono in salita penso a Pantani, alle sue fughe, ai suoi attacchi». Voleva essere come lui, e diventare un ciclista professionista, come ci provò prima di lui suo nonno, senza fortuna, che a sua volta ereditò la passione da suo padre, pistard. Jacquelin sostiene, però, come fosse proprio la bicicletta a non volere lui. «Ogni volta che mi selezionavano per una corsa o per un club, mi ammalavo».
E mentre Peters tagliava con aria infida l'ombra della folla accalcata lungo la salita, tenendo a bada il tartaro Zakarin - dopo averlo visto persino “scendere come una capra lungo la discesa”, Jacquelin si ricordava di quando sul Peyresourde “montagna povera e rattoppata di verde“, Pantani attaccò. Fu una tappa in cui si cadeva e ci si ritirava, e disputata con una trentina di gradi in meno rispetto ai giorni precedenti. Fu solo un primo colpo al grande bersaglio – Ulrich e la maglia gialla - che lo scalatore romagnolo avrebbe inflitto in quelle settimane.

Adora Pinot, Jacquelin, e spesso in corsa un po' lo rassomiglia: raffinato a volte forse un po' bizzoso come lo definisce Vincent Vittoz, ex stella del fondo francese e ora tecnico della squadra nazionale di biathlon. Estroverso come tutti gli artisti, Jacquelin è capace di picchi altissimi e discese vorticose e forse per questo mentalmente non potrà mai essere Martin Fourcade, ma più vicino a Marco Pantani – mica poco.
E invece che un poligono, potrebbe esserci una salita in bicicletta lungo il cammino, oppure viceversa, dipende da che lato volete leggere questa storia, se dal punto di vista del biathleta o da quello del corridore. E intanto lui, fiero di indossare la maglia della squadra del suo amico, ridacchia vedendolo esultante e incredulo al traguardo, e quando può gli resta vicino.

Foto: Bettini