L'Alpe d'Huez ci ha cresciuti

Salite come l’Alpe d’Huez ci hanno cresciuto. Sì, perché quando avevamo ancora un’idea confusa di cosa fosse la geografia, quando disegnavamo le cartine durante l’ora di geografia e imparavamo i confini delle regioni, quando non conoscevamo dove si trovassero esattamente molte città italiane e la geografia era pura astrattezza, nomi come quello dell’Alpe d’Huez li ripetevamo già e dicevamo che era in Francia perché l’avevamo sentito durante una telecronaca del Tour de France. Poi non sapevamo scriverli ma non fa nulla. L’Alpe d’Huez non era un punto su una carta- su una carta, forse, non l’avremmo nemmeno trovata- ma aveva una sua concretezza: ventuno tornanti, un mondo di persone, rumori, voci e colori, una strada all’insù e quei corridori che salivano. Crescendo, poi, avevamo in mente quello che avevamo visto fare a Marco Pantani nel 1995, nel 1997 e a Beppe “Turbo” Guerini nel 1999. Crescendo di quei ciclisti che all’inizio ci piacevano solo perché così forti, perché primi, abbiamo capito di più e l’abbiamo capito grazie a salite come l’Alpe d’Huez.

Per esempio, abbiamo capito, o dovremmo aver capito, che stare su quella strada a tornanti è bellissimo ed è una festa infinita che ruba anche il silenzio che appartiene di notte alle montagne. Evviva. Ma anche su quella strada esistono delle regole, esiste un posto da tenere, esiste quel che non si può fare, perché quella strada non è un gioco, anche se conserva la parte più bella dell’infanzia. E a giocare troppo e male si possono fare danni. Crescendo e guardando, magari salendo all’Alpe, abbiamo capito che se prima gridavamo al passaggio dei corridori solo perché felici di vederli arrivare, ora gridiamo perché ci emozioniamo, perché proviamo qualcosa che va oltre il fatto che i corridori che seguiamo ci passino accanto, a pochi centimetri. Ce l’ha insegnato l’Alpe d’Huez perché di anno in anno l’abbiamo vista in modo diverso. Si dice dei libri che andrebbero riletti dopo qualche anno per trovare altri significati, per capirli meglio. Vale lo stesso anche per il ciclismo e per lo sport: certe tappe, certe partite, vanno riguardate dopo qualche tempo perché all’inizio non si può capire tutto. Su certe salite bisogna tornare di anno in anno per saperne di più.

E ora che credevamo di essere cresciuti abbiamo capito che l’Alpe d’Huez ci sta crescendo ancora. Mentre Tadej Pogačar, a circa dodici chilometri dal traguardo, partiva da solo per andare a riprendere la fuga, davanti rimanevano in tre: Sepp Kuss, Richard Carapaz e Lenny Martinez. Abbiamo capito che i record, la grande impresa, la facilità in tutto quello che gli altri trovano difficile, talvolta impossibile, ci colpiscono come anni fa, anche se allora credevamo di più alla play station, oggi meno. Così si spera. Però restiamo a guardare il ragazzo in giallo che, tornante dopo tornante, guadagna oltre tre minuti sulla fuga. Riprende coloro che si sono già staccati e li supera come facesse un altro sport, come fosse di un’altra categoria ed in effetti lo è. Nel tempo, sull’Alpe d’Huez abbiamo compreso che i gregari non sono solo coloro che lavorano per i propri capitani, si staccano e arrivano in fondo alla classifica. Oggi abbiamo sentito Pogačar dire di essere stato felice di aver potuto fare qualche chilometro a ruota di Adam Yates dopo gli ultimi giorni di sofferenza trascorsi dal britannico. Non parlava dell’aiuto che Yates gli ha dato, parlava della dignità di un ciclista che torna a riuscire a fare quel che fa sempre e vuole fare.

La fuga, inutile dirlo, non l’abbiamo conosciuta grazie all’Alpe d’Huez e ci abbiamo sempre sperato, che a forza di dirlo – e lo diciamo tutti e continuamente- quasi perde pure valore ma è così. Ma attraverso strade come l’Alpe d’Huez abbiamo compreso che si può desiderare l’impresa del fenomeno e la vittoria del campione, questo è Richard Carapaz, nello stesso modo. E sentire l’amaro in bocca quando il campione, dopo tutta la voglia che ci ha messo, dopo tutti gli attacchi, dopo la vittoria di ieri, dopo anche essersi controllato troppo con i compagni di fuga, va detto, non solo non vince ma arriva terzo, dietro anche a Lenny Martinez. Ci siamo sentiti innamorati -qualcuno preciserà “annoiati” e, sì, va bene anche annoiati a patto di riconoscere il valore di quel che sta accadendo- della facilità dello sloveno e ci siamo sentiti innamorati della rabbia e della grinta, anche scomposta, sofferta dell’ecuadoriano. Abbiamo registrato con entusiasmo il nuovo record di scalata e pensato al tempo di Marco Pantani nel 1995, non per fare paragoni o altri discorsi che non sono fattibili semplicemente, ci abbiamo pensato come ad un baluardo che c’è ancora e non c’è più. Prima dell’Alpe d’Huez o delle salite così credevamo al bianco e al nero, come sempre quando si è più piccoli o più giovani, ora crediamo alle sfumature, come sempre quando si cresce. Allora sì che l’Alpe d’Huez ci ha cresciuti. Non solo perché è passato il tempo, ma perché ci ha insegnato e noi abbiamo imparato.


Una montagna di possibilità

Richard Carapaz si è voltato un’ultima volta mentre già aveva levato le mani dalla bicicletta e faceva girare le gambe con la leggerezza di chi non deve più correre per arrivare da qualche parte, bensì di chi, questa volta, ci è arrivato, per giunta da solo, e, ormai rilassato e felice, vuole solo godersi quell’attimo immenso che, forse, credeva non arrivasse più. Quelle gambe girano così spensierate- i pensieri delle gambe sono le fatiche- che paiono quelle dei bambini che, cercando una nuova sensazione, pedalano all’indietro. Accade a Orcières Merlette, nella prossimità del traguardo della diciottesima tappa del Tour de France 2026, e accade all’uomo, Carapaz ha trentatré anni, che a questo Tour ha cercato più di chiunque altro quel che ha trovato in un giovedì di fine corsa in un luogo che vanno a scovare quelli che, se hanno quell’idea in mente, proprio non ci rinunciano, dovessero restare delusi per l’ennesima volta.

In fondo, in questa lunga estate francese, che è un’estate a parte come sempre è il Tour, abbiamo tutti parlato o scritto almeno un giorno, un’ora, un momento, degli scatti gonfi di desiderio di Carapaz in salita, sui tornanti oppure del suo ghigno, dei suoi occhi che, ogni volta, parevano non vedere altro che la vetta, anche quando mancava troppa strada e Tadej Pogačar o il suo gruppo, la sua squadra, erano troppo vicini per avere realisticamente la possibilità di farcela. Ma i Carapaz, nella vita e nel ciclismo, esistono a prescindere da tutto e seguono la loro strada a prescindere da tutto, con il finale fanno i conti quando arriva. I Carapaz, nella vita e nel ciclismo, vedono montagne di possibilità anche se sono adulti e sanno che di montagne ce ne sono molte e di possibilità poche, per ogni corridore. Orcières Merlette è una montagna di possibilità.

Da queste parti, nel 1971, Luis Ocaña matò tutti, Eddy Merckx compreso, come El Cordobes fa con i tori. Rifilò quasi nove minuti al “Cannibale” e, forse, ma non è più possibile saperlo, si sentì pienamente orgoglioso di quel era, almeno in sella, almeno per una volta. L’aveva detto al mattino: “Hoy o yo entierro a Merckx o el me entierra a mi”, come scrisse Gianni Mura, sotto un sole cocente a Grenoble. Il giorno seguente, L’Équipe titolò: L’empereur fusillé. Dicevano fosse un cane rabbioso in bicicletta. Magari lo sarebbe stato comunque, più probabilmente tutto quel che gli era accaduto giù dalla sella aveva accresciuto quella rabbia e quel dolore. Non pienamente francese e non pienamente spagnolo. Rifiutato dagli uni e dagli altri. Voluto quando vinceva, questo sì, ma a questo siamo sin troppo abituati e non è mai cambiato nel tempo. Pare Ocaña abbia visto piangere solo una volta suo padre, un uomo autoritario con cui non conservava un bel rapporto, consegnandogli la maglia di campione nazionale spagnolo a cronometro in un letto d’ospedale mentre un tumore gli causava dolori lancinanti. Fino al 19 maggio del 1994, giorno in cui si sparò, nelle sue cantine, a Caupenne d’Armagnac, si portò addosso il dubbio che nemmeno in quel momento vi fosse orgoglio e felicità per quel che era stato un figlio, rinnegato dalla terra e anche dal genitore. Qualcuno dice che parte delle sue ceneri siano sparse sul confine dei Pirenei, ma non si sa con certezza. Quel Tour, però, Ocaña non solo non lo vinse, ma nemmeno lo vide finire. Cadde malamente sotto la pioggia, in discesa, sul Col de Menté, venne centrato da altri ciclisti, si ritirò, finì in ospedale. Non c’è felicità duratura per Ocaña, tranne che in quella fuga verso Orcières Merlette, con la sensazione di aver finalmente levato di ruota il suo rivale, la sua ossessione.

Se è vero che il ciclismo è profondamente connesso ai luoghi, altrettanto vero è che i luoghi sono profondamente connessi al ciclismo ed ai corridori. Una volta attraversati e conquistati continuano a respirare di quelle storie hanno visto. Richard Carapaz nulla c’entra con Luis Ocaña e nemmeno sappiamo quanto conosca i dettagli di quella giornata di più di cinquanta anni fa ma la sua possibilità l’ha inseguita allo stesso modo, senza ammettere obiezioni, ed è questo l’unico modo in cui una possibilità può diventare qualcosa di concreto. Non è detto che accada, ma la certezza non è del mondo, figuriamoci del ciclismo. Altrimenti si può cercare nelle favole ma non siamo più bambini. In quegli oltre quattro chilometri di attacco nel finale, dopo aver trovato, cercato, inseguito la fuga di giornata, prima con a ruota Valentin Paret-Peintre, poi da solo, c’era ancora quel ghigno, quella rabbia, quella voglia. Anche Carapaz è stato un cane rabbioso mentre attaccava, prima di diventare quel bambino che prova a pedalare all’indietro, sull’arrivo. Pure Ocaña scattava così e poi dipingeva quadri delicatissimi, nature morte e un ritratto a fissare l’immagine di quel padre lontano. Dentro prima che fuori. Carapaz, oggi, ha fatto entrambe le cose in bicicletta e di quella montagna di possibilità ne ha colta una. L’unica possibile. Al modo degli adulti e dei ciclisti. Ocaña, oggi, non se l’è ancora dimenticato nessuno e nessuno probabilmente lo farà. Non cambia nulla a chi non c’è più, cambia molto a chi resta e l’ha visto e a chi, non potendolo vedere, può sapere che c’è stato. E che Orcières Merlette resta una montagna di possibilità.


Come quella telecamera

Anche se tra Chambéry e Voiron, nel corso della diciassettesima tappa del Tour de France, succede praticamente di tutto, almeno una telecamera resta su Adam Yates che, quando mancano poco meno di cinquanta chilometri all’arrivo, si sposta da un lato della strada, quasi smette di pedalare, poi riprende così lentamente che si è portati a pensare ad un problema alla bicicletta, magari alla catena. Invece no, il problema lo ha Adam Yates. Un problema allo stomaco che lo ha colpito ieri e lasciato come sacco vuoto alla vigilia di una tappa che, si sapeva, sarebbe stata un andirivieni di attacchi senza soluzione di continuità, prima dell’arrivo di domani a Orcières Merlette, dei due giorni sull’Alpe d’Huez e della serata di Parigi. Sì, Il Tour sta finendo ed anche per questo succede di tutto. Eppure quella telecamera continua a seguire Adam Yates, il corridore per cui non sta accadendo nulla.

È senza forze, pedala senza avanzare, suda, si apre la maglietta, mentre il sale gli segna i pantaloncini e la divisa. Dall’ammiraglia dicono a Tim Wellens di fermarsi, di fargli strada verso il traguardo, di portarlo, anche se nel ciclismo non si porta nessuno, tranne la propria persona, a Voiron entro il tempo massimo. Poi verrà notte, poi verrà domani ed il domani dei ciclisti contiene tutte le speranze lasciate agli angoli del mondo. Sì, talmente tante che non ci stanno, talmente tante che viene voglia di dare dei sognatori a quegli uomini in sella, sognatori che, tra l’altro, hanno perso contatto con la realtà perché certe cose non passano in dodici ore. Ma noi non siamo ciclisti e non possiamo capire. Noi guardiamo e appena appena capiamo quella telecamera. Non quella che scruta nel dolore, nella sofferenza, che è intima, privata, non va violata, non va inghiottita da quell’occhio a cui non sfugge nulla e memorizza tutto. Quella che ha imparato a non scappare dagli angoli di corsa in cui non succede qualcosa che stravolga il pomeriggio, che faccia saltare in piedi, gridare o avvicinarsi alla televisione felici. Il ciclismo ce lo ha insegnato sin da bambini.

Perché chi ha seguito il ciclismo si è sentito dire almeno una volta, se non di più, in tanti anni, che quelle dirette erano troppo lunghe, che diventavano sempre più lunghe, con il passare degli anni e che per molte ore non accadeva nulla. Chi ha seguito il ciclismo in televisione si è sentito dire più di una volta che quella tappa di pianura poteva ridursi agli ultimi chilometri e non alle tre ore precedenti. Chi ha seguito il ciclismo in televisione ha visto il divano affollarsi negli ultimi chilometri di una tappa di montagna, proprio dopo lo scatto decisivo e lui magari era lì dal primo minuto del collegamento, a più di cento chilometri dal traguardo. Chi segue il ciclismo si è sentito chiedere il senso di andare ad aspettare il gruppo per ore e vederlo qualche frazione di secondo, magari cento metri prima o cento metri dopo che accadesse qualcosa, restando con un pugno di mosche in mano. O forse no. Per questo chi segue il ciclismo capisce quella telecamera, vuole sapere di Yates. Per questo chi segue il ciclismo aspetta Yates, al traguardo o in televisione. Fino a quando lo vede arrivare con oltre ventisei minuti di ritardo, accanto a Wellens, assieme a Anders Johannessen, poco prima di Jefferson Cepeda.

Allora chi segue il ciclismo capisce anche Jasper Philipsen quando dice che ha dovuto aspettare la diciassettesima tappa del Tour de France per ottenere la vittoria che aspettava dal primo giorno, dopo aver fatto tutto al meglio durante la preparazione, tutto come al solito, come quando le cose funzionavano, invece in questo Tour non ha funzionato nulla, nemmeno l’alchimia con Mathieu van der Poel nel pilotarlo in volata. Almeno fino ad oggi. Il giorno in cui i velocisti prima hanno inseguito i fuggitivi, poi sulla scia di uno straordinario Mads Pedersen, purtroppo a bocca asciutta a Voiron, sono stati loro stessi fuggiaschi e la volata se la sono presa così, con un volo di fantasia e di anarchia. Allora chi segue il ciclismo capisce benissimo quel che dice Mathieu van der Poel, quando afferma di aver aspettato tutto il Tour questo momento. Lo capisce perché si è sentito chiedere tante volte il senso di quell’attesa eppure oggi, mentre davanti succedeva di tutto, si è chiesto almeno una volta se Yates riuscisse ad arrivare al traguardo nel tempo massimo. E Yates ce l’ha fatta. E Philipsen ha vinto.


Oceano lago

Sosteneva un docente universitario e ricercatore australiano, in visita al lago Lemano per studiarne i segreti, che prendendo un bicchiere d’acqua e osservandolo non succedesse, poi, granchè, se, invece, si prendono in considerazione grandi corpi fluidi, come ad esempio gli oceani, ci sono le maree, i venti, possono verificarsi le tempeste e, comunque, c’è sempre tutta l’attività biologica. Il lago Lemano è un grande lago, non certo un oceano, ma, fatta eccezione per le maree, è simile ad un piccolo oceano, spiegava. Eppure, ad una vista distratta o solo molto lontana, sempre di acqua contenuta in un bacino o in un qualcosa di simile ad un contenitore si tratta: per il bicchiere, per l’oceano, il mare o il lago. Nel giorno in cui il Tour de France si affaccia alla terza settimana, dopo il giorno di riposo, con una cronometro particolare, da Évian-les-Bains a Thonon- les-Bains, a tratti poco cronometro a causa della salita iniziale che toglie dal prospetto dei favoriti alcuni fra gli specialisti, la Grande Boucle tocca il lago Lemano. Lo fa al modo delle corse che arrivano, portano una festa provvisoria, coprono malinconie e tristezze e poi ripartono. Ma lo fa. Solo che ad una corsa in bicicletta non è permesso di andare a fondo nelle città come ad uno studioso quando, per esempio, approccia un lago, perché scappa altrove. La sua è una ricerca differente, le sue profondità sono differenti.

Chissà se qualcuno ha mai pensato a quanto, in fondo, anche una cronometro vista da fuori possa sembrare un bicchiere d’acqua in cui non succede poi granchè. Da dentro, invece, dove non c’è più la cronometro in generale ma il singolo atleta e quella singola bicicletta, sia più simile ad un oceano o ad un lago, ad un luogo di acque che si muovono, si rimescolano, vanno a riva, vanno a largo. Ad un luogo in cui soffiano i venti, quelli dei pensieri, e in cui anche il corpo, apparentemente immobile in quella posizione aerodinamica e sempre più futuristica, si modifica sottomesso alla legge dello sforzo. Un ricercatore che studiasse Remco Evenepoel in questo sforzo troverebbe pensieri bellissimi ed a tratti brutti. Perché, ci dice chi corre, anche nella migliore cronometro della tua vita, anche in quella in cui il mondo scorre più veloce che mai, almeno un pensiero brutto accade. Le profondità di un atleta al massimo della fatica sono il punto più scuro delle acque cristalline. Troverebbe un corpo che suda, che, alla fine, ha male, ma si trova nel suo posto. I dati di Remco Evenepoel a cronometro raccontano questo, qualcosa che rasenta la perfezione. Anche quando le cose non vanno, le cronometro, difficilmente, le perde. Figuriamoci dopo una vittoria come quella di Plateau de Solaison. Ha raccontato di aver avuto anche la sensazione di dover rallentare, tanto i dati erano buoni. Al traguardo era tranquillo, aspettava, senza maree interiori ed esteriori. Ma al lago, l’abbiamo detto, le maree non ci sono.

Tadej Pogačar ha sempre più in mano il Tour, è vero. Ha perso 28″ da Evenepoel, mantiene oltre quattro minuti e mezzo di vantaggio ed ha tutte le montagne che stanno per arrivare ad attenderlo. Visto da fuori, Pogačar è il lago prima che un ricercatore ne analizzi la varietà. Visto da fuori, Pogačar è quel bicchiere colmo d’acqua in cui non succede nulla. Un tiranno che deve solo arrivare a Parigi, giocare più o meno, a seconda della volontà o dell’umore, con il gruppo, e gestire quel che ha già fatto. Non nascondiamoci: quei ventotto secondi non cambieranno il Tour, sarebbe un bel gioco, ma solo un gioco crederci. Però abbiamo visto lo sloveno serio, quasi innervosito, forse deluso, forse affaticato nelle fasi immediatamente successive all’arrivo. Non è il caso di pontificare, ma la forza di Coriolis, quella che fa sì che le acque tendano a muoversi in movimenti concentrici se turbate, agisce anche su di lui, perché anche i laghi ne sono soggetti e perché qualunque ciclista ne è soggetto.

Mattia Cattaneo, invece, sarebbe un lago più piccolo, nello studio di quel ricercatore, dalla grande varietà, dalle profondità importanti, in una zona però in cui di laghi ce ne sono molti. Forse in una zona in cui non lontano c’è l’oceano. Ha messo su strada una prova notevole, Cattaneo. Ha concluso sesto, a poco più di un minuto e mezzo da Evenepoel ed a poco meno di un minuto e mezzo da Pogačar, anche meglio di Filippo Ganna che, comunque, aveva più volte detto non essere questa la cronometro per lui. Eppure di Cattaneo parleranno in pochi. Stretto tra la lotta di classifica, tra Evenepoel che vince e tra Lipowitz che cade in curva, si fa male, si ritira e, dice Evenepoel, mancherà nell’ultima settimana. Mattia Cattaneo resterà l’ottimo gregario capace di numeri simili dal cilindro. Ed evviva che ci siano corridori come Cattaneo anche se, poi, si studiano altri laghi, perché più grandi, più di nome o più importanti nel momento specifico. Del resto, pure i laghi spesso sono chiamati con il nome della città che li ospita, che li ha vicino, pur se sono entità autonome, pur se hanno o dovrebbero avere un loro nome. Ma il lago Lemano no, potrebbe essere il lago di Ginevra ma resta il lago Lemano.


Una giornata così

Dopo tutto, serviva solo una giornata così. Anzi, prima di tutto sarebbe servita solo una giornata così a Remco Evenepoel ma il ciclismo – e pure la quotidianità fuori dalla bolla gialla, se è per quello – ha i suoi tempi e ciclisti o meno se ne faranno una ragione, oppure no e comunque non cambierà nulla perché così vanno le cose da queste parti. Le qualità sportive, il talento del belga, la sua predestinazione, se volete, anche se non è un concetto che amiamo, ché di predestinati senza alcun destino glorioso è piena ogni disciplina, non la scopriamo di certo noi, semmai lasciamo qualche appunto: tre volte campione del mondo a cronometro, una su strada, campione olimpico su strada ed a cronometro nel 2024, due Liegi Bastogne Liegi, due volte vincitore a San Sebastian, due vittorie di tappa alla Vuelta a España e, con quella di questo pomeriggio a Plateau de Solaison, tre successi al Tour De France.

Oggi, però, Remco Evenepoel ha fatto qualcosa che non gli era mai riuscito e, pur con tutto questo già in tasca, l’ha sentito: una vittoria così alla Grande Boucle, in salita, una salita dura, bastarda, di quelle che non mollano mai, gli mancava. In salita aveva sempre patito e guardato il mondo allontanarsi, andarsene via di schiena, come nei saluti peggiori, sui pedali, magari senza nemmeno voltarsi, al modo di Tadej Pogačar. E aveva ascoltato tutto quel che diceva la gente. Critiche, ovviamente. Da altre parti si sottolineerà quanto criticare dal divano o da una scrivania sia comodo, è vero. Altrettanto vero è che parte della storia dei fuoriclasse, ed Evenepoel lo è, è fare i conti con quelle critiche perché accadono. Per quanto ingiuste. I fuoriclasse, poi, però, danno risposte e sorprendono non in quanto inattesi – visto che dai fuoriclasse ci si attende di tutto, per antico detto – ma per qualcosa che si ritrova dentro a quelle risposte. Nel caso di Remco Evenepoel è la prestazione, la facilità con cui ha mantenuto la ruota di Tadej Pogačar e Isaac Del Toro, una morsa monocolore, e anche quel che questa vittoria gli ha fatto, gli ha dato. Simile all’aver superato un ostacolo, un gradino, simile all’essersi lasciato alle spalle un brutto ricordo, all’essersi tolto dalle spalle un peso. Ne hanno bisogno anche quelli come Evenepoel e anche quelli come Evenepoel si sentono alleggeriti quando riescono a fare quel che prima sfuggiva. Soprattutto quelli come Evenepoel, perché molti corridori i problemi di Evenepoel nemmeno sanno cosa siano, nemmeno se li pongono, molti corridori lottano con l’idea di andare al traguardo. Quando si è Remco Evenepoel si vuole essere Remco Evenepoel in ogni situazione e Remco Evenepoel non può vedere i migliori che se ne vanno. Così dice chi lo critica. Così, in fondo, crede anche lui. Allora una giornata così serviva molto tempo prima invece arriva oggi, nel giorno in cui il Tour scopre Plateau de Solaison e perde Jonas Vingegaard, prima della seconda giornata di riposo.

Uno spartitraffico ed un marciapiede a poco più di venti chilometri dall’arrivo, qualcosa lo trae in inganno, forse è stanco, forse un attimo di distrazione, cade. Insieme a lui a terra finisce anche Del Toro, però si vede subito che non è la stessa caduta. Si rialza il messicano, resta a terra il danese. Si tocca la spalla, fatica a muoversi. Il medico gli si avvicina, cerca di capire l’accaduto, lui lo guarda, cerca risposte nello sguardo, chiede senza chiedere. In realtà ha già capito, il resto sono conferme. Il suo Tour finisce tra uno spartitraffico ed un marciapiede. Non è giusto, persino banale scriverlo. Il ciclismo è così, lapalissiano. Su Plateau de Solaison le scritte in danese sono tante, i danesi sono molti. Non lo vedranno arrivare e quella giornata no in cui sperava di cogliere Tadej Pogačar non ci sarà. Sicuramente non in questo Tour de France. All’inizio i due non si sopportavano molto, poi hanno iniziato a rispettarsi come rivali e, adesso, dice lo sloveno, sono in qualche modo amici. “Non sarà lo stesso Tour de France senza di lui” continua lo sloveno ed ha ragione. In fondo i campioni sono anche i loro avversari, coloro che sconfiggono e Vingegaard è per eccellenza il rivale di Pogačar, nella realtà e nell’immaginario. Pogačar, però, ne ha trovato un altro di rivale che, non per vincere il Tour realisticamente, cercherà di rendergli pan per focaccia. Perché i giorni così, quando arrivano, poi non si è più gli stessi. Certe volte iniziano che non si sta nemmeno bene, altre proprio che si sta male, come oggi, e finiscono che gli altri ce li hai tutti dietro.


I ricordi di un Tour de France

Un’estate in cui si parlava dell’ennesimo successo di Chris Froome, il suo quarto al Tour de France, ad un passo dall’entrare nel club dei cinque. Se ne discuteva mentre si continuava a sottolineare quanto lo spettacolo non rientrasse nella concezione del ciclismo del “keniano bianco”. Froome aveva vinto quel Tour senza conquistare nemmeno una tappa, soprattutto grazie al distacco rifilato ai più diretti rivali contro il tempo, nei pochi (a dire il vero) chilometri a cronometro presenti: poco più di trentasei per la precisione. Luglio 2017: poco meno di un anno dopo, il Colle delle Finestre avrebbe mostrato un altro volto di Froome e lo scetticismo sarebbe stato spazzato via dall’amore per la fantasia. Quell’estate, invece, l’amore- ciclisticamente parlando- era per la Francia (ma non solo) in un giovane ritrovato: Warren Barguil. Ha vinto la maglia a pois, Barguil, al termine di quella Grande Boucle, e già quei pallini rossi basterebbero ad accendere echi di ricordi e sentimenti. Ma Barguil, in quel momento ventiseienne, fece di più: vinse a Foix e, soprattutto, vinse sull’Izoard. In molti ricordano la sua sagoma che spunta sul traguardo di quella frazione, in pieno stile scalatore. E gli scalatori sono così, possono attraversare giornate nere, periodi neri, ma, quando si ritrovano, se si ritrovano, basta uno scatto per far trasalire chi osserva. Allo stesso modo, a casa nostra, era Fabio Aru: due settimane vissute in piena lotta per la generale. La sua vittoria a La Planche des Belles Filles testimonia quel che aveva nelle gambe, qualche giorno più tardi, la maglia gialla conquistata a Peyragudes pare un film. Di quelle belli. Di quelli delle serate di luglio. Dura poco, ma basta. Dire che Aru sarà quinto a Parigi non basta invece. Perché Fabio Aru è soprattutto in questi due momenti.

Rigoberto Urán, invece, è un poco ovunque in quel Tour, come quelli che si sa che ci sono, che si attendono sulla strada e nelle classifiche, ma non così tanto, non così bene. Urán è proverbialmente simpatico, estremamente umano in ogni gesto, ciclistico o meno, ed in sella racchiude il modello di tanti, il corridore in cui tanti sperano. Tifano anche, soprattutto, però, sperano. Chi si supera, chi sorprende, resta più a lungo e ovunque. Rigoberto Urán vinse la tappa di Chambéry e sui Campi Elisi fu secondo, a meno di un minuto, 54″ per la precisione, da Chris Froome. Dall’altra parte del podio, quello più suggestivo del ciclismo, c’era un francese, un altro, Romain Bardet, il beniamino dei transalpini per tornare in vetta al Tour de France. Quando i pomeriggi trascorrevano lenti ma arrivavano veloci, quelli degli sprint, delle volate, il nome di riferimento era quello di Marcel Kittel, capace di conquistare ben cinque frazioni, ma costretto al ritiro nel corso della diciassettesima tappa, a seguito di una caduta. La sua maglia verde è andata via quel giorno, insieme alla pelle che l’asfalto strappa. L’ha vestita, poi, Michael Matthews, lui che di tappe in Francia ne aveva vinte due: a Rodez ed a Romans-sur-Isère. Nel quarto Tour di Froome, nell’ultimo prima della folle giornata del Colle delle Finestre al Giro d’Italia 2018, il miglior giovane della Grande Boucle era Simon Yates, classe 1992, venticinque anni ancora da compiere. Proprio un anno dopo, proprio sul Finestre, Yates sarebbe stato in maglia rosa, scalzato da Froome, nel giorno decisivo del Giro d’Italia. Il tempo che passa, i giovani che arrivano, gli esperti che si fanno da parte. Froome vincerà anche la Vuelta in quel 2017, il Giro d’Italia nel 2018. Il quinto Tour, invece, non arriverà mai. Simon Yates, dopo quella maglia bianca, dopo la delusione dell’anno successivo, riuscirà a conquistare la Vuelta a España del 2018 e, l’anno scorso, nel 2025, sette anni dopo, si prenderà quel Giro che tanto aveva cercato, che tanto aveva aspettato. All’inizio di questa stagione, entrambi, Froome e Yates, si sono ritirati. Sì, il tempo passa, le cose cambiano.


Senza una foto, senza una fuga

Potrebbe non essere un caso che la fuga di giornata della dodicesima tappa del Tour de France si trasformi e, da drappello di quattro atleti, diventi una fuga solitaria proprio mentre ci si avvicina a Chalon-sur-Saône. A ben guardare, forse, non è un caso nemmeno che il corridore solo, solitario ed in solitudine, dopo aver salutato dapprima la compagnia di Damiano Caruso e Matteo Vercher e successivamente anche quella di Ewen Costiou, sia Baptiste Veistroffer. Più che mai logica la scelta di Caruso e Vercher: forse potevano sperare che la tappa si accendesse a causa della pioggia e di qualche su e giù e che il gruppo lasciasse fare, ma nessuna di queste due ipotesi si era verificata ai meno sessanta chilometri dal traguardo, così hanno alzato una provvisoria bandiera bianca, pensando ai prossimi giorni. Diverso il discorso di Costiou, letteralmente staccato da Veistroffer, ma non fa molta differenza, circa dieci chilometri più tardi. “Babou” Veistroffer ha scelto ancora una volta di continuare da solo, senza la benché minima possibilità di riuscire ad andare all’arrivo. Così, nemmeno oggi, il corridore a cui lungo la strada della Grande Boucle hanno dedicato dei cartonati, avrà una sua foto a braccia levate sul traguardo o anche solamente sullo sfondo. Anche oggi Veistroffer non comparirà in alcuna immagine a Chalon-sur-Saône, la città in cui, di fatto, è nata la fotografia, grazie a Joseph Niépce.

Aveva visto i tetti da una finestra a Le Gras, Niépce, e da lì aveva fatto parecchi esperimenti con la camera oscura: non succedeva niente. Poi, un giorno di primavera del 1826 (o 1827 secondo altre fonti) dopo un’esposizione alla luce di circa otto ore, su una lastra di stagno si era ricomposta l’immagine che aveva davanti agli occhi. Aveva studiato teologia Niépce, era un rivoluzionario e i più lo chiamavano Nicéphore che vorrebbe dire “portatore di vittoria”. Aveva scoperto qualcosa di importantissimo, una scienza, dice qualcuno, un’arte, diciamo noi, che avrebbe segnato i secoli successivi. Eppure, nel 1833, quando morì prematuramente, quel merito ancora non era stato compreso. C’era un codice segreto nella corrispondenza che Niépce intratteneva con Louis Daguerre, pittore e esperto di fotografia. Quel che conosciamo viene anche da lì, ma Nicéphore non c’era già più. L’anima di Chalon-sur-Saône sono quelli come Joseph Niépce o quelli come “Babou” Veistroffer: uomini che hanno scattato, che sono scattati, se preferite, dipende se parlate di fotografia o di fughe, e, apparentemente, non sono arrivati da nessuna parte, non hanno visto l’arrivo, il traguardo. Eppure senza Niépce avremmo un sacco di ricordi in meno e senza Veistroffer molta ragione in più e, conseguentemente, molta più paura nel fare una follia, molta più noia nel non farla. Un mondo diverso da una parte, un ciclismo diverso dall’altra.

Invece la fotografia c’è, perché qualcuno ha scattato, a prescindere da come sia andata a finire, ed il ciclismo è così perché i ciclisti continuano a scattare e verso Chalon-sur-Saône di scatti ce ne sono a ripetizione, anche in una tappa che, si sapeva, difficilmente le ruote veloci si sarebbero lasciate sfuggire, Ci provano Ganna, Vacek, Stannard, Ballerini, Asgreen, Gee e Skjelmose, tra i tanti. Ci provano, a ripetizione, Pedersen e Simmons. In particolare è Quinn Simmons ad innescare gli scatti e controscatti che si susseguono quando viene ripreso Veistroffer. È Quinn Simmons a scattare per l’ennesima volta non appena vede suo padre a bordo strada ed a battergli il cinque. Se gli attaccanti respinti sono Niépce, la gente sulla strada è Daguerre, è colei che interpreta il codice segreto del gesto “fuga” che per i più è incomprensibile. Il padre di Simmons in primis. Il gruppo prende la forma delle terre che attraversa, quella di Chalon-sur-Saône è questa. Poi certe cose non si possono cambiare e la volata arriva: Tim Merlier si conferma l’assoluto maestro di questo esercizio al Tour de France e una caduta in pieno sprint sottolinea una volta in più la pericolosità del medesimo esercizio. Tutti quelli che ci hanno provato ci riproveranno almeno fino a Parigi. Probabilmente anche dopo. Perché Niépce non lo saprà mai, ma una foto c’è ad ogni arrivo. Nonostante tutto.


Questa volta è diverso

Quando Tadej Pogačar, a poco più di quindici chilometri dal traguardo della decima tappa del Tour de France, salendo verso il Col de Pertus, accelera e, in un solo colpo, stacca tutti- tutti si fa per dire, perché il gruppo, anche quello dei migliori, è ridotto all’osso, di quelli azzannati voracemente da cani annoiati- viene da pensare che sia la stessa storia di sempre. Nessuno reagisce provando a portarsi sulla ruota della maglia gialla, e, del resto, come dare torto ai rivali? È spegnersi lentamente provarci. Anzi, è spegnersi subito, dopo poche decine di metri: nessuno è come Pogačar, a questo Tour e non solo, ed è inutile dire qualcosa di diverso sperando di mantenere una certa tensione, una certa suspence. Si direbbe una bugia. L’immagine del Campione del Mondo che si riporta su Richard Carapaz, lo avvicina, lo affianca e lo supera, è impietosa: c’è un’altra cadenza nella pedalata dello sloveno, un altro gusto, un’altra meraviglia. Pochi chilometri prima, ci aveva impressionato il modo in cui Carapaz aveva affrontato un tornante, quello con una gigantesca scritta dedicata a Seixas, tra l’altro. Ci aveva colpito per la velocità con cui l’aveva preso, pur in salita, per quello che avevamo intravisto nel suo sguardo, per quell’istinto che lo aveva portato a provarci, ed a provarci in quel modo, in una tappa in cui l’UAE Team Emirates aveva messo in chiaro le cose sin dall’inizio. Quasi un compromesso notarile, anche se le terre di oggi sono dei caprioli e delle libellule, non dei palazzi e delle case. Carapaz era più simile a noi, Pogačar all’utopia.

Diversi chilometri prima, prova evidente era stata la sorte di Javier Romo, ultimo superstite di una fuga di oltre trenta corridori. Anche Romo resta in mente stasera, per come l’abbiamo visto pedalare in salita: aveva qualcosa di un animale delle montagne. Non così agile, non così veloce, non uno stambecco, ma ugualmente elegante, affascinante, nella fatica di coloro che si sanno vinti. Arriverà al traguardo con oltre venti minuti di ritardo Romo, con la maglietta aperta, una croce che oscilla dalla collana insieme alle sue spalle che non riesce più a tenere ferme, e uno strappo sui pantaloncini a causa di una caduta, probabilmente in discesa. Era stato ripreso dal gruppo mentre la squadra di Pogačar lo assottigliava. Si era rialzato e si era lasciato sfilare sui pedali, provando ad alleggerire la pedalata. Anche in quel momento abbiamo pensato che tutto fosse come al solito, che tutto fosse com’è da tempo nel ciclismo e come abbiamo l’impressione sarà per molto tempo. Che tutto fosse com’è quando c’è un fenomeno. Sì, Tadej Pogačar ha attaccato, come sempre non appena se ne presenti l’opportunità. Ha rifilato ancora secondi ai suoi avversari e ora Jonas Vingegaard è a oltre tre minuti e mezzo. Ha vinto. Ma ci eravamo sbagliati, questa volta non era come al solito. Era diverso.

Si capisce da quel grido all’arrivo, mentre esulta. La felicità può anche essere un grido, dicevano, ed è vero. Di solito, la felicità è un grido quando si porta dentro un pensiero per molto tempo. L’urlo dei ciclisti al traguardo non mente. Lunedì al Tour c’era riposo: abbiamo compreso al traguardo, che Pogačar ha pensato spesso all’arrivo di Le Lioran. Ci ha pensato ed ha ricordato quello del 2024, quando Jonas Vingegaard lo andò a riprendere ed in volata lo superò. Ha vinto tutto da quel momento, eppure, ha confessato che quel ricordo ancora gli brucia, che, in fondo, temeva di non fare una bella tappa oggi, proprio perché si ricordava quella sconfitta. Sembrerebbe assurdo, impossibile, quasi “cannibalico”, un desiderio di rivincita enorme ed ingiustificato se si pensa al palmares costruito, invece c’è altro. Oltre al fatto che la strada dei ricordi ed il loro effetto è imperscrutabile.

Nel giorno in cui tutto è uguale solo apparentemente, Tadej Pogačar racconta di volersi godere ogni istante e ogni tappa, qui o altrove. Gli dicono che è il più forte atleta al mondo, che il suo Tour è perfetto e lui lo riconosce ma chiosa con un “non si sa mai quanto dura”. Continua a salire e scendere dal podio, quasi fosse un rituale mistico, ma d’altra parte è padrone del Tour ed è quello il suo posto, però pare lo faccia con un altro sguardo, con il sollievo di chi questa volta si è tolto un peso. Un ricordo che proprio non gli andava giù e riusciva a spaventare anche lui che tutti immaginano inscalfibile. Qualcuno l’ha fischiato, lui si è fatto forza con quei fischi e l’ha detto. Le altre volte si è divertito, questa volta, forse, si è divertito meno ma ha fatto pace con il passato. Le altre volte non doveva cercare altro che i watt in più, oggi ha dovuto esplorare altrove. Sarà una sciocchezza, in molti la etichetteranno così e va bene. Però questo è successo. Questa volta è stato diverso. Non quello che è accaduto ma il perché di quello che è successo. E nei ciclisti, come in ogni essere umano, è il perché a fare la differenza.


Ha sollevato l'asfalto a Ussel

Pare che Malemort, la città di partenza della nona tappa del Tour de France, con arrivo ad Ussel, abbia qualcosa a che vedere con il caldo. Non solo perché l’organizzazione accorcia la frazione di trenta chilometri per la bolla di canicule in cui è racchiusa la Francia da giorni, anche per quel nome sinistro e, chissà perché, molto di quel che fa paura, che scuote, che leva il sonno c’entra con il calore che aumenta, con quel che brucia o scioglie. Si può pensare all’inferno, alle fiamme, oppure, nel ciclismo, a lingue d’asfalto assolato, ad una borraccia svuotata, al sale che esce dal corpo e si deposita sui vestiti e all’asfalto sciolto delle strade in cui le ruote delle biciclette lasciano una riga. Sì, Malemort, se di letteratura si trattasse, potrebbe essere l’ambientazione ideale della cattiveria dell’estate. Invece è ciclismo e Malemort è il luogo da cui si parte, il luogo da cui si va via per una giornata che, chiunque bazzichi il ciclismo, ha da subito etichettato come giornata per le fughe. Ne ha tutte le caratteristiche: nei paraggi del Massiccio Centrale, al termine della prima settimana di Tour, accidentata sin dal chilometro zero, prima del giorno di riposo e di una giornata per scalatori, quella di martedì da Aurillac a Le Lioran.

Ed infatti scatti e controscatti segnano l’avvio di tappa e le regole, ammesso che esistano, classiche del ciclismo fanno subito pensare a chilometri di schermaglie, di costruzione della fuga, prima che il gruppo si acquieti, come un essere antico, maestoso ed enorme, e conceda spazio. Lasci andare, insomma. Tanto più che, in fuga, tra i tanti ci prova più volte anche Filippo Ganna, ci vanno i supremi rappresentanti di questo girone dantesco che può essere la fuga: Tom Pidcock, Tobias Johannessen, Mathieu van der Poel e Quinn Simmons. Quelli che dalla fuga, di solito, escono a riveder le stelle. Invece no.

Quella fuga che ci si aspetta prenda minuti e minuti, non riesce a guadagnare che poco più di un minuto sul gruppo. Anzi, su quel che resta del gruppo, letteralmente esploso, a proposito del caldo che evoca sempre scenari torvi. A tenerla sotto controllo è soprattutto la UAE Team Emirates di Tadej Pogačar. Allora ecco che si inizia a pensare che “quello là” stia apparecchiando la tavola per l’ennesimo show, che anche oggi non ci sia verso di vedere nulla di differente, che il suo sia l’ennesimo morso ad un Tour che, a discapito delle poche tappe, sembra già indirizzato. Ognuno avrà la propria idea su questa mossa e su quel che Pogačar abbia cercato, voluto o tentato. Sulle ragioni o sui torti. Il fatto è che questo inseguimento ha reso ancora più affamati gli attaccanti, assettati lo erano già, come chiunque di questi giorni ed i corridori cercano l’acqua in ogni forma, per un filo di sollievo. Perché se la fuga viene lasciata andare è, poi, questione di giocarsi al meglio le proprie possibilità, se la fuga bisogna portarla via contro il volere del gruppo, invece, è tutto diverso. Per chi guarda e per chi corre.

Noi abbiamo riletto qualche passaggio di John Steinbeck. In particolare uno, quello in cui si rifletteva su come la domanda che si pone più spesso è quasi sempre dove si sia diretti, dove si vada. Il motivo, scriveva, è semplice: perché tutti si spostano e tutti si spostano perché lo devono fare. Quando serve qualcosa, quando manca qualcosa, se lo vanno a pigliare, continuava. Ecco, qui abbiamo rivisto i fugaioli di oggi, qui abbiamo compreso per l’ennesima volta il perché la fuga esista e c’entri con l’amore. Prendete Alex Baudin, era in quella fuga. Non l’abbiamo citato prima, è vero, perché il suo nome è meno altisonante di altri. Lui stesso al traguardo ha dichiarato di essersi guardato attorno e di essersi domandato cosa ci facesse con quei corridori. Di essere rimasto incredulo e sbigottito, prima di rispondersi che ci era andato in fuga e se era riuscito a stare con loro, beh, vuol dire che la gamba non è così male e si può essere felici. Baudin è andato via, a cercare qualcosa che gli mancava. E si è ritrovato così. La fuga è arrivata, lui ha perso, ma sorrideva.

Mathieu van der Poel ha sollevato l’asfalto a Ussel. Ha vinto a modo suo, di forza, potenza, grinta, cattiveria, rabbia, classe e talento. Ha vinto dopo giorni in cui tanto lui quanto la sua squadra non erano riusciti a combinare nulla o quasi di buono. Ha vinto dopo aver sopportato molto, perché questo fanno tutti quando le cose non vanno e sono in viaggio. Al Tour o meno. Sopportano. Mandano giù un boccone amaro e guardano oltre la curva, oltre la collina, oltre la notte. Se non tornano a casa, diventano ribelli. Se non tornano a casa, un giorno o l’altro, fanno partire la rivoluzione. E non sarà di sicuro solo la storia di van der Poel, in questo Tour o in altre corse, magari caratterizzate da un dominio netto e incontrastabile. Perché lo scriveva John Steinbeck che a forza di sopportare si diventa ribelli. Perché anche Tadej Pogačar, come ha visto van der Poel, dopo l’arrivo, gli ha solo chiesto: “Hai vinto?” Ed ha sorriso. Perché da Malemort, che non è poi così male, o da qualunque altra città si può, o forse si deve, andare via. Qualcosa, in fondo, manca sempre.


Moderni Cyrano de Bergerac

Quando il Tour de France arriva di sabato, le aziende sono chiuse ed i tir sono parcheggiati nei loro cortili, direzione strada, come se ci fosse qualcuno a bordo a guardare la corsa. Cercare l’ombra accanto ad un cimitero e lasciarsi andare a qualche grido, a qualche urlo, ai colori assenti in quel luogo, si può fare se il Tour arriva di sabato, o, forse, anche in qualunque altro giorno, ma oggi è sabato e l’abbiamo visto oggi. Non è blasfemo. Se il Tour arriva di sabato, si vedono a bordo dei campi bruciati dalla siccità anziane signore con vestiti a balze, capelli fissati dalla lacca, un ventaglio e scarpe da ginnastica per correre a recuperare qualche borraccia. Se il Tour arriva di sabato, tra Périgueux e Bergerac, si parla di funghi, tartufi, noci e castagne, perché da queste parti sembrano più buone che altrove, in Francia. Si prende uno spaventapasseri e lo si mette a cavallo di una bicicletta. Si sale, con tutta la famiglia, su una balla di fieno per guardare meglio. Si va nella Dordogna in barchetta e si saluta l’elicottero delle riprese che ha appena inquadrato l’ennesimo castello. Si può andare al mercato a cercare le albicocche, quelle che “non si trovano più buone da nessuna parte”. Si monta una tenda in mezzo ad una rotonda e si sventolano bandiere di ogni dipartimento, ma anche di Australia, Inghilterra e Spagna. Se il Tour arriva di sabato a Bergerac, ci sono più persone accanto alla statua di Cyrano de Bergerac, a scattare foto e a meravigliarsi per quanto sia effettivamente grande e grosso quel naso.

Quel naso era la ferita di Cyrano, poeta e spadaccino, quella per cui non riuscì a trovare il coraggio di dichiararsi a Rossana e, per lei, scriveva e consegnava lettere firmate da Cristiano. Pare ciascuno ne abbia una o almeno una di quelle ferite. Rossana si innamorò delle sue poesie più che di Cristiano per scoprire troppo tardi che l’interiorità che amava era, in realtà, quella di Cyrano, quando Cristiano era già morto in guerra e Cyrano stava morendo, vittima di un’imboscata. La confessione di Cyrano non sarà una vera e propria confessione, piuttosto la recita a memoria di una lettera che non doveva nemmeno essere sua ma di Cristiano. Non si può conoscere così bene quel che non ci appartiene veramente. Solo così Rossana sa. La differenza tra ciò che che si vede e quel che si ha dentro e che muove vale per Cyrano, vale per gli uomini e vale per i ciclisti. Per Liam Slock, ad esempio.

Slock, che oggi va in fuga con Guernalec e Otruba, quasi un mese fa ha vinto a Gippingen. Una vittoria particolare, non c’è che dire; con caduta finale, proprio sulla linea. Quel successo, il suo primo, è per tutti soprattutto quella particolarità, quella caduta. Al Tour, Slock è fuggito con dentro qualcosa di simile a ciò che aveva dentro Cyrano, una sorta di amore impossibile, una sorta di rifiuto certo, perché così va la fuga in giorni come quelli tra Périgueux e Bergerac. Quel che si vede è una lotta impari e impossibile, conclusa ai milleduecento metri dal traguardo con il gruppo lanciato a tutta e Slock ormai finito, rassegnato. Quel che non si vede, ma nel ciclismo si percepisce, è la voglia di Slock, le sue poesie scritte e regalate ad altri. I fuggitivi sono, in fondo, dei moderni Cyrano de Bergerac che recitano a memoria il loro essere, il loro sentire, anche se nei risultati di tappa non compaiono quasi mai. E questo sabato bruciato non fa eccezione.

Sarà un’altra volata, più tecnica di ieri, è vero, ma con risultato identico: Tim Merlier davanti a tutti, anche se nessuno, ma proprio nessuno, ha capito da dove arrivasse, dove fosse fino a qualche secondo prima di manifestarsi impetuoso e superare i rivali a doppia velocità. Ci sarebbe spazio per parlare del soprannome Mago che gli si addice particolarmente, ma già lo abbiamo fatto. Allora parliamo di una sorta di capacità da rabdomante nell’avvertire gli spazi di una volata, “come i cani sentono i terremoti e gli innamorati la forza degli occhi”. Solo così è possibile ritrovarsi primi senza che alcuno apparentemente abbia capito da dove si arriva e come ci si riesce. Eppure quando il Tour arriva di sabato sono sempre di più le persone a vederlo: sulla strada o davanti al televisore, anche se, in Francia, luglio è mese di ferie. Due vittorie in due giorni per Merlier che, ieri, si era augurato che un vecchio signore che accompagnava lui ed il fratello alle gare, da ragazzini, potesse aver visto la sua volata, in quanto gravemente malato. Non sappiamo come stia, ma, chissà, potrebbe averla vista oggi. Potrebbe succedere anche questo, quando il Tour passa di sabato.


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