Di rose, vigneti, protezioni e rinascite

A Bressanone, alla partenza della prima tappa del Tour of the Alps, si racconta una storia che parla di rose e vigneti. Accanto ai filari delle vigne, spiegano i contadini, vengono poste sempre delle piante di rose, il loro compito è proteggere le piante di uva dalle malattie a cui sono soggette. Sembra infatti che le rose contraggano la stessa malattia circa una settimana prima, i contadini, in questo lasso di tempo, possono provvedere alla cura delle vigne. Un anziano signore, al nostro stupore, commenta: «Non conosco questa storia. Noi umani, però, non ci siamo inventati proprio nulla, ciò che facciamo, in fondo, lo abbiamo imparato dalla natura. Chi sono i gregari nel ciclismo se non coloro che proteggono? Pensateci».

Anche Thibaut Pinot pensava a qualcosa stamattina. A noi sono tornate in mente quelle parole rivolte piangendo a Marc Madiot al Tour de France 2019: «Cosa ho fatto per meritarmi questo?». E forse è proprio perché sanno che il francese tritura pensieri che i suoi compagni cercano di distrarlo ad ogni occasione. Può essere una pacca sulla spalla, può essere anche solo uno sguardo. L'idea è di interrompere quel flusso di pensieri e ricordi che, quando le cose vanno male, penetra nella mente, e la fa ammalare. Così ci siamo detti che quel signore aveva ragione, che anche a salvarci e a salvare abbiamo imparato dalla natura.

Alessandro De Marchi questa cosa l'ha riscoperta grazie a Chris Froome quando, durante gli allenamenti sul Teide, il keniano bianco gli ha proposto delle scorciatoie per tagliare il percorso. Il friulano non poteva nemmeno immaginare che quei “tagli” sul tracciato, in realtà, fossero salite ripide come una rampa di garage. Ora ci scherza, ma in quei momenti qualcosa di malevolo deve essergli saltato in mente. Si sarà detto «alla faccia del percorso più breve» e poi avrà seguito Froome, come fanno i gregari con i loro capitani, quasi fossero ordini di squadra.

Lo chiamano “Rosso di Buja” perché ha i capelli rossi e le lentiggini. Parafrasando Giovanni Verga ed il suo Rosso Malpelo, potremmo dire che De Marchi ha i capelli rossi e le lentiggini perché è un coraggioso, e non ci sbaglieremmo di molto. Lui che è scattato appena tre chilometri dopo il via dalle case color pastello di Bressanone, con Marton Dina e Felix Engelhardt, ed era lì davanti quando la nebbia nascondeva i pini del Brennero e la neve si infrangeva contro il volto, quasi ad addormentare la pelle. Sì perché anche la neve fa male quando la velocità è intensa. Come il vento, croce e delizia, su e giù da Axams, quando insisti pur sapendo che è finita. Così fanno i ciclisti e così fanno i gregari, anche quando sono davanti, anche quando non inseguono ma sono inseguiti. Lo può raccontare Cesare Benedetti che non è qui ma, in giornate come queste, è come se ci fosse. Come se dicesse ancora quelle parole pronunciate a Pinerolo, due anni fa. «Mi hanno insegnato che si pedala sino alla fine perché la gara finisce dopo il traguardo». La più cruda realtà, perché quando fatichi è tutto crudo, impietoso. Ancor di più nel momento in cui vieni raggiunto dal gruppo e ogni cosa sembra inutile, quasi come quelle rampe sul Teide. Non lo è se serve a darti il coraggio di riprovarci un'altra volta. Di restare lì ed inventarti un'altra strada per andare avanti.

In fondo, nel ciclismo, la storia delle rose e delle vigne la conoscono in molti. Per esempio, Pello Bilbao, Mattias Skjelmose Jensen, Daniel Savini e Santiago Umba che, partiti ai dieci chilometri dal traguardo, per poco non arrivavano. Scattati proprio quando tutto sembrava impossibile, loro che ad essere ripresi e a ripartire hanno fatto l'abitudine, ma non si sono stancati di crederci ancora.
Gianni Moscon, invece, questa storia, probabilmente l'ha sempre saputa, essendo cresciuto in Trentino, sapendo quasi certamente di vigne e di campi, di rose e potature. Così si è alzato sui pedali ed è scattato in un momento in cui il plotone si stava rilassando, dopo essere tornato compatto. Per lo stesso motivo non si è spaventato quando ha visto Idar Andersen piombargli a ruota. Freddo, lucido. Ha preso fiato ed ha aspettato pazientemente il momento di ripartire. Quando lo ha fatto, nessuno ha potuto nulla. Al traguardo ha detto che oggi era tutto perfetto, che non si poteva chiedere di meglio. Ed oggi, in effetti, la perfezione c'era: nello scatto, nella tranquillità, in Innsbruck, città che Moscon conosce bene, nella volata e nella vittoria. Persino nel fatto che domani sarà il suo compleanno. I due mesi che lo hanno portato qui sono da dimenticare, infernali. Come l'infortunio che lo ha bloccato, come l'impossibilità di tornare, perché tornare può davvero metterti in salvo, come partire.
Perché un mezzo per salvarsi e per salvare c'è sempre. Certe volte ti salvi, altre ti salvano. Come le rose con le vigne. Basta ricordarselo. E Gianni Moscon se l'è ricordato.

Foto: Dario Belingheri / BettiniFoto © 2021


Su e giù per le strade olandesi

Più che “la corsa della birra”, l'Amstel Gold Race sembra il nevrotico alter ego di Woody Allen in uno dei suoi film. Un Harry fatto a pezzi fra quelle stradine dove limare è complicato come andare in salita, che se non sei abile a guidare e rilanciare, quando arrivi nella fase decisiva le energie ti hanno già fatto ciao con la manina e sono montate su un treno o, visto che siamo in Olanda, su una bici da città destinazione casa/albergo e magari mentre tu le stai cercando loro sono già sotto la doccia.

Quando nacque la corsa, nel 1966, su intuizione di Herman Krott e Toni Vissers, furono problemi. Intanto il percorso appariva complesso nel suo disegno – la planimetria da videogioco Nokia anni 2000 ricca di trabocchetti è una delle caratteristiche predominanti – e ingombrante nella sua lunghezza effettiva e poi c'era preoccupazione in quanto si respiravano i primi fumi rivoluzionari dei Provos e dei movimenti delle biciclette bianche – rivelatisi poi anni dopo fondamentali per radicalizzare l'uso quotidiano della bicicletta in Olanda.
In qualche maniera la corsa quel 30 aprile (nel Koninginnedag - ovvero il Giorno della Regina, festa nazionale) si fece lo stesso nonostante i cambi di percorso, e vinse Jean Stablinski, francese, che oggi dà il nome al velodromo di Roubaix. "Sono l'unico uomo al mondo che è passato sotto le gallerie che tagliano la Foresta di Arenberg e che poi c'ha pedalato sopra" – raccontava Stablinski, minatore prima che ciclista, cresciuto a Wallers, da dove transita proprio la regina delle classiche. Dopo di lui solo un altro transalpino scrisse il suo nome nell'albo d'oro: Bernard Hinault. Fra poche ore ci prova Alaphilippe.

Gli italiani ci hanno messo decenni a vincere su in Olanda - Zanini, pioniere, nel 1996 - per poi trovarsi quasi a dominare nei primi anni 2000 con i successi di Bartoli, Rebellin, Di Luca, Cunego, il meglio - o quasi, manca almeno un successo di Bettini - del ciclismo italiano all'epoca per le corse di un giorno.
Gasparotto è stato l'ultimo italiano a vincere (2016), unico italiano a conquistarla due volte (2012, la prima) ed è anche l'ultimo italiano sul podio (terzo nel 2018). Gasparotto pochi mesi fa ha appeso la bici al chiodo e domani si fa fatica a trovare un successore: forse Trentin? Chissà, prima o poi una vittoria la meriterebbe. Diciamo che se elencassimo venti nomi favoriti metteremmo solo lui tra gli “azzurri”, allargassimo a venticinque, trenta appoggeremmo lì di striscio anche il nome di Colbrelli che da quelle parti ha fatto bene ma la corsa seguiva un altro disegno. Questo passa il convento attualmente: che siano pietre, corse a tappe oppure Ardenne, non è il miglior momento per noi.
Se si parla di successi: Jan Raas ha vinto cinque volte, irascibile sceriffo occhialuto a cui mancavano solo distintivo e pistole. Quando correva tra quelle strade si trasformava in un brutalizzatore.
Gilbert l'ha vinta quattro volte, con un'altra narrazione intorno a lui soprattutto in Italia: amatissimo a differenza di Jan Raas. I van der Poel, padre e figlio, una volta a testa – mica male.
Nel 2019, ultima volta dell'Amstel, il capolavoro firmata da Mathieu che fece innamorare pure gli insensibili dal cuore amaro. Prima l'attacco ai 43 dall'arrivo sul Gulpenberg, poi ripreso, poi autore di una furibonda rimonta su Alaphilippe e Fuglsang che si guardavano perdendosi fra dispetti e gambe ormai sgonfie. Quella specie di volata infinita, poi l'urlo e la mano sul casco: arrivo da vedere, rivedere e lasciare in ricordo ai nipotini - che chissà, capace saranno ancora più forti di lui.

Van der Poel però non ci sarà, van Aert sì e pare abbia chiesto a gran voce Roglič (ci sarà anche Vingegaard) perché gli dia una mano: la squadra in questa lunga campagna del nord si è rivelata troppo debole per sopportare il forte belga. Il gruppo dei favoriti attorno al van superstite dalla dura primavera è nutrito, gli scenari sono molti ma il percorso e la stagione vista sin qui fa pensare a gara selettiva.

PERCORSO

 

Tracciato nervoso e incazzoso, come da tradizione, per una corsa a lungo considerata “la sesta Monumento” e che dà il via al trittico delle Ardenne. Disegno inedito nel suo sviluppo “pandemic edition”. Un circuito, vietato al pubblico, di 16,9 chilometri da ripetere dodici volte con al suo interno da scalare Geulhemmerberg, Bemelemberg e Cauberg. Al tredicesimo e ultimo giro, invece, dopo il Bemeleberg deviazione per evitare il Cauberg e via verso il traguardo di Berg en Terblijt: 219,7 chilometri, ben 46 in meno rispetto l'ultima edizione. Un'ora in meno di corsa che farà tutta la differenza del mondo.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ van Aert
⭐⭐⭐⭐Pidcock, Roglič, Alaphilippe
⭐⭐⭐Mollema, Trentin, Schachmann
⭐⭐ Aranburu, Hirschi, Gaudu, Matthews, Valverde, Higuita, Vingegaard, Teuns
⭐ Stannard, Kragh Andersen, Benoot, Barguil, Vansevenant, Madouas, Molard, van Baarle, Wellens, Mohorič, Colbrelli

Foto: Dion Kerckhoffs/CV/BettiniPhoto©2019


L'urlo e il furore

Pomeriggio di Pasqua 2021. Mancano quattrocento metri al traguardo di Oudenaarde, Fiandre Orientali. Il cielo è leggermente velato. L'azzurro si butta nel bianco come avena che si mescola a una zuppa di latte. Sullo sfondo, dietro le transenne, non ci sono tifosi: si vede qualche albero spelacchiato, un po' di verde, segnali stradali che indicano divieto di transito, persino un bagno chimico. Ci sono solo due uomini davanti a giocarsi il successo: Asgreen e van der Poel. Gli altri arrancano e annaspano, si appoggiano a quello che rimane dentro: poco, ma quanto basta per sopravvivere. Si lanciano all'inseguimento o forse più a cercare la consolazione di un terzo posto.

Da un po' di chilometri ci si domanda: cosa deve fare Asgreen? Meglio secondo oppure niente? Cosa deve inventarsi il danese per battere van der Poel allo sprint? Deve aspettare Sénéchal nel gruppetto inseguitore?

Fase di studio, non c'è surplace. Lo speaker è concentrato, c'è silenzio. I telecronisti si schiariscono la voce, le pulsazioni, già alte, salgono ancora. Van der Poel è davanti, ma il suo sguardo è fisso sulla ruota anteriore di Asgreen, ben saldo sul sellino, che nasconde la sua sagacia dietro pesanti occhiali neri.

Trecento metri e lo sprint ancora non parte: "Esattamente come lo scorso anno quando van der Poel sconfisse Wout van Aert", ci si ripete. Duecentocinquanta metri: Asgreen ora si alza sui pedali, un movimento sciolto, come si è mostrato libero da inganni e costrizioni tutto il giorno, sempre attento e all'avanguardia ad ogni tentativo altrui, e a volte persino capace di offrirlo in prima persona, con quel suo fare statuario, le caviglie sottili e la potenza della dinamite danese.

Duecento metri: parte lo sprint. Van der Poel, maglia di campione olandese e calzoncini neri («Quando indossa calzoncini neri al posto di quelli bianchi vuol dire che non è in gran giornata» ripete ossessiva la stampa del suo paese di origine, a metà tra le mani avanti e la scaramanzia), sembra non avere il calcio d'inizio dei giorni migliori. Asgreen, nella sua maglia di campione danese con enorme croce bianca su campo rosso, lo affianca, ma van der Poel ha ancora mezza bicicletta di vantaggio. Ma torniamo all'inizio.

Mattina di Pasqua 2021. Partenza del Giro delle Fiandre. Il cielo è lattiginoso. Un grigio chiaro come la bava di un cane. Fa freddo: corridori che indossano guanti e manicotti. Tutti si nascondono – dovere di sponsor – dietro occhiali di ogni genere, tranne Taco van der Hoorn, in fuga alla Sanremo e da aspettarselo in fuga anche oggi. Anni fa viaggiò per l'Europa con un furgoncino Volkswagen del 1982, battendo come un giovane studente i percorsi delle classiche belghe e italiane. Ci fu una volta in cui frantumò in volata un certo van Aert che ancora non era quello che conosciamo oggi. False speranze: Taco non attacca. In fuga ci vanno prima in quattro che poi diventano sette. Fra loro c'è Bissegger, talento elvetico: sarà l'ultimo a mollare sul Koppenberg a quarantacinque chilometri dall'arrivo. C'è Norsgaard, danese della Movistar, stessa squadra in cui corre sua sorella, lui sì già in fuga alla Sanremo e che raddoppia oggi. Ci sono Denz, uno dei nomi più belli del gruppo, Van Den Bossche, Paaschens, Houle. C'è Wallays: in una fuga che, chilometro dopo chilometro, assume margini preoccupanti, almeno per chi insegue. Wallays vince poco, ma benissimo, se giocasse a calcio sarebbe un falso nueve, sempre all'attacco ma con fantasia, e se la stagione fosse solo la Paris-Tours sarebbe quasi un cannibale.

Si passa con estrema velocità nei paesini dell'est delle Fiandre: case basse e storte, poca gente, porte e finestre che ti osservano con sguardi indisposti, di sbieco. Simboli quasi solo fiamminghi, insegne di pub e friggitorie. Striscioni dei fan club che salutano i propri beniamini. C'è un bambino avvolto in una bandiera più grande di lui e un altro su una pista ciclabile che prova un furibondo sprint su una bici da corsa per tenere il ritmo del gruppetto in fuga.
Ci riesce persino meglio, almeno per un po', rispetto a quelli dietro, col vantaggio che sale fino a toccare i tredici minuti. Nel frattempo una doppia squalifica per scorrettezze: per Fedorov che frena mentre è in testa al gruppo rischiando di combinare un macello e per Vergaerde che prova a colpirlo con una spallata.

Van Avermaet prima e Van Asbroeck poi si fermano a salutare moglie e figli. Si fora e si cambia la bici, si gettano borracce ai tifosi e per questo motivo Schär viene squalificato. Suo padre, oggi proprietario di un negozio di bici, in carriera ha vinto solo una corsa. Era il 1976, era la Setmana Catalana: sconfisse un certo Merckx.

Si procede senza troppi spasmi, cautela e progressione, con il Declercq Express che tira il gruppo e macina chilometri in testa, aiutato da due vagoni nostrani, Affini e Milan, che a conti fatti saranno i maggiori protagonisti per il ciclismo italiano, oggi - a eccezione di un buon Trentin, sfortunato per la foratura nel finale.

La prima delle due accoppiate Oude Kwaremont-Paterberg, a circa sessanta dall'arrivo, dà il via a un'ora e mezza finale di attacchi e contrattacchi. Di pulsazioni che salgono e di cuore in gola. Asgreen, van der Poel, van Aert e Alaphilippe sono i più in palla. Attaccano, chiudono, mangiano la polvere e tagliano l'aria. Con loro c'è pure un sorprendente Haller davanti, seconda giovinezza la sua, austriaco dai capelli lunghi, barba folta, grande tifoso dell'Arsenal. Da piccolo giocava ad hockey ma scelse il ciclismo: con quel fisico avrebbe pure potuto fare il rugbista. Con lui anche un rinato Teuns, da troppo tempo atteso su queste strade a questi livelli.

Ma la corsa di oggi è come un cubo di Rubik completato e dato in mano a un ragazzino. Ogni volta che te lo restituisce devi ricominciare da capo. Poi, come spesso accade in queste corse, in una fase di studio tra i sei - sui quali era rientrato anche il sempre presente Turgis - se ne vanno via i tre più forti oggi: Asgreen, van der Poel e van Aert. All'ultimo passaggio sul vecchio Kwaremont, cede anche il belga, gli altri due vedono Oudenaarde con un fastidio in meno e la storia di questo Giro delle Fiandre può tornare verso l'epilogo inaspettato.

Cento metri all'arrivo: Asgreen supera van der Poel. Sessanta metri all'arrivo van der Poel molla. Forse non bluffava, o almeno non così tanto. Scuote la testa, si inchina. Asgreen è un urlo di furore che colpisce le Fiandre orientali. Van der Poel è secondo, un enorme van Avermaet terzo davanti a Stuyven. Sesto van Aert, migliore degli italiani Bettiol, ventottesimo.

per Alvento Magazine - Alessandro Autieri
Foto: Vincent Kalut/PN/BettiniPhoto©2021


Giro delle Fiandre: ovvero giganti, inganni e stanchezza

Van Aert, van der Poel, (van) Alaphilippe: parliamo sempre di loro tre, è vero, ma d'altra parte è di uso comune definirli “the big three”. Al centro dell'attenzione però c'è anche una corsa, o meglio la Corsa, arrivata alla sua edizione numero 105.

La Ronde in programma domenica (diretta a partire dalle 09.55 circa su Raisport ed Eurosport) difficilmente mentirà sul vincitore e vedrà i tre citati favoriti, anche se i dettagli sul loro stato di forma e sull'avvicinamento a un possibile successo assumono una narrazione diversa rispetto al recente passato.

Van Aert o della forza. Arriva alla partenza di Anversa con una sola condizione: quella del favorito. Anversa, ma niente triangolare piazza del Grote Markt, nessun tentativo di assimilare immagini a quadri e affreschi come quelli all'interno della cattedrale di Nostra Signora, niente Municipio, né Palazzo delle Corporazioni a far da sfondo, niente statua di Silvio Brabone mentre sconfigge il gigante Druon Antigoon, niente tavolini (vuoti) dei caffè con i loro tendoni (chiusi). Bandiere poche, solo la tensione pre gara che si sposta sulla Steenplein, in riva alla Schelda («in questo momento più semplice dal punto di vista logistico, più pratico per tenere lontano il pubblico», spiegano gli organizzatori) che resta il punto di riferimento, sia nel suo silenzio assordante che nella capacità di essere, ora e sempre, come in un ciclo continuo, soprattutto quando nelle Fiandre si parla di intrattenimento a due ruote. Sullo sfondo in lontananza si vedrà un'altra statua: quello del Lange Wapper, gigante che popola i racconti folcloristici dei fiamminghi e che sarà semplice accostare metaforicamente a colui che poche ore dopo vincerà la Corsa.

Wout van Aert, e riprendiamo il filo: ha sofferto ad Harelbeke – della settimana belga la corsa che più si avvicina al Fiandre -, ma alla Gand-Wevelgem ha colto il primo successo in una grande classica del suo paese, inteso come Stato, nazione, e pareva una mancanza, se volete, un dato stonato nel suo palmarès già ricco in qualità più che in quantità. Si è parlato in abbondanza dell'opera di Nathan van Hooydonck, nome da pittore più che da santo, fondamentale compagno di squadra, e si è discusso dell'importanza della squadra anche domenica. Gliene servirà una più solida, è vero, ma fino a un certo punto: perché a un certo punto non si potrà bluffare, e con Oude Kwaremont e Paterberg come trampolino finale conterà soltanto quello che ognuno avrà dentro da trasmettere fuori: forza, potenza, cambio di ritmo, testa, energia: elementi che sembrano disegnati sulla sagoma del demolitore di pietre (RollingStone è copyright di altri) nato a Herentals, non troppo lontano da Anversa.

Van der Poel o dell'inganno. Subito un chiarimento: toni leggeri per definire quel prodigio di talento e istinto, di mulinate sui pedali da mettere alla prova la forza demolitrice di un fiume in piena. Alla Dwars door Vlaanderen a un certo punto si è staccato su una breve e ripida salitella: come se gli avessero levato il pane di bocca. Come se ce lo avessero levato a noi: c'è stato un attimo di silenzio e di costernazione nel tentativo di darci delle spiegazioni. Per qualcuno, ad esempio Eddy Planckaert, uno che al nord ha vinto qualcosina, è stato un mezzo bluff: «Bastava vederlo come pedalava nel finale sotto l'occhio della telecamera che lo aspettava. Smorfie da faccia distrutta: la sua idea è quella di togliersi di dosso il titolo del favorito assoluto».
La risposta del van olandese non si è fatta attendere: «Ma quale bluff: caldo, brutta giornata, non ne avevo, ma questo non vuol dire che non ne avrò al Fiandre» Nelle ultime ore ha aggiunto: «Sono un po' stanco. Forse sono arrivato un po' lungo con la condizione. Domenica il favorito sarà van Aert».

Insomma, il nipote di Poulidor e figlio di Adrie si cala sempre meglio nel ruolo di personaggio e ora inizia a giocare un po' di più con la sua immagine – a margine di tutto ciò, interessante considerazione di Walter Godefroot: «Mathieu per come corre ricorda più suo nonno che suo padre».

Intanto, dal Belgio, https://wiewintdekoers.be/, un sito che si occupa di prevedere i risultati delle corse ciclistiche partendo da dati basati su statistiche e prestazioni rielaborati da un'intelligenza artificiale, lo mette favorito assoluto (davanti a Van Avermaet, van Aert, Naesen e Stuyven). Fra poche ore scarteremo anche la caramella con la faccia dell'olandese sopra, scopriremo che sapore avrà e anche se questi ricercatori dell'Università di Anversa c'avranno preso.

Caldo e brutta giornata nei giorni scorsi anche per Alaphilippe. E stanchezza: «Sono un po' stanco, lo ammetto, il calendario italiano sta pesando sulle mie gambe». Il caldo è un po' il leitmotiv della corsa di mercoledì, ultimo capitolo di avvicinamento all'appuntamento che conta nel giorno di Pasqua e che a causa dello slittamento a ottobre della Roubaix, chiude in anticipo il blocco delle classiche sulle pietre.

Lampaert, quarto all'arrivo, quel caldo lo ha accusato in tutti i sensi, ma mai sottovalutarlo, van Baarle ha tirato fuori invece un numero da scuola d'élite e finalmente dopo tanto sbagliare i tempi il suo tempo è arrivato. Occhio anche a lui, ma stavolta è difficile lo lasceranno andare, anche se serviranno squadre solide e non solo le solite come nel caso della Quick Step (domani sarà Elegant e non Dececuninck e all'ultimo momento non schiera Štybar, fermato per un problema cardiaco), che dopo le meraviglie viste ad Harelbeke si è disfatta tra Gand e Waregem, ma ci giochiamo la dannazione eterna dell'anima su una corsa d'attacco e di testa da parte dei ragazzi di Lefevere.

Capitolo dedicato agli altri: numerosi, anche se il nuovo percorso difficilmente racconta bugie o storie di carneadi e sorprese, piuttosto può raccontare leggende di marcamenti e dispettucci, che è un po' uno dei paradigmi del ciclismo, fatto sta che da tenere d'occhio: Van Avermaet e Naesen, coppia AG2R che pare non prendersi troppo, i francesi Sénéchal, Turgis e Laporte (chi vi scrive pensa anche a Coquard), e poi ancora dal Belgio: Stuyven e Wellens, Benoot e G.Vermeersch. I tedeschi si affidano alle affilate speranze di Politt e a quelle un po' affievolite di Degenkolb, poi ancora la dinamite danese di Asgreen, Pedersen e Kragh Andersen (quest'ultimo mai troppo in palla per la verità a parte quel quasi colpaccio su via Roma a Sanremo) e quella norvegese di Kristoff, qui sette volte nei primi cinque su nove partecipazioni, con una vittoria, nel 2015, e due terzi posti nel 2019 e 2020. Ci sarà Sagan, scopriremo in che versione, mentre la Spagna si affida a Garcia Cortina e la Svizzera punta su Küng, uno che va forte, generoso, ma avrebbe bisogno di azzeccare i tempi giusti e di arrivare possibilmente da solo sfruttando il marcamento altrui.

Italiani: Trentin, Colbrelli e Nizzolo apparsi brillanti di recente saranno chiamati a una gara super per sperare in una top ten, Bettiol non è al meglio, ma da lui ci si può aspettare di tutto, in tutti i sensi. Ballerini, un po' in calo di recente, forse avrebbe spostato le sue mire sulla Roubaix, domani per lui sarà tutta esperienza utile.

IL PERCORSO

Più o meno lo stesso dal 2012, senza De Muur, tolto, poi rimesso, ma non ci sarà quest'anno ed è un torto non tanto alla storia di cui il ciclismo si fa spesso beffe, ma dal punto di vista tecnico una vera mancanza seppure nella sua versione a un centinaio di chilometri dall'arrivo. Da Anversa a Oudenaarde sono circa 254 chilometri, 19 muri (due in più dell'anno scorso) e sei tratti in pavè. Il finale è un mondiale sulle pietre, un circuito che prevede il doppio passaggio Vecchio Kwaremont-Paterberg che scatenerà la rissa finale. Se quei tre ne avranno potrebbe non esserci storia per gli altri. Ma anche alla Sanremo pensavamo andasse così e la realtà fu ben diversa.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ van Aert
⭐⭐⭐⭐ van der Poel, Alaphilippe
⭐⭐⭐ van Baarle, Asgreen, Stuyven
⭐⭐ Kristoff, Sénéchal, Lampaert, Küng, Van Avermaet, Trentin, O.Naesen
⭐Politt, Turgis, Laporte, Wellens, Degenkolb, Nizzolo, Colbrelli, Matthews, Pidcock, Pedersen, Kragh Andersen, Benoot, Bettiol, Barguil, Livyns, D.Van Poppel, Vanmarcke, Madouas

Foto: Nico Vereecken / PN / BettiniPhoto © 2020


La verità di van Aert, gli inganni del Nord

La Gand-Wevelgem è una corsa che tesse inganni. Sono poco più di ventotto i chilometri da Ypres a Wevelgem, il percorso, invece, si snoda in un budello attorcigliato che somiglia a una litania dolente. Scherpenberg, Vidaigneberg, Baneberg, Monteberg, Kemmelberg e si torna a ripetere ogni muro, senza logica e senza ordine.

Il vento oggi è un dinamitardo impazzito che imperversa da destra a sinistra, da sinistra a destra. I ventagli sono l'unica possibilità per non esserne respinti, assecondare la rabbia dell'aria, le sue sberle, per restare attaccato alla ruota che hai davanti e che sembra sempre più distante. Chi perde un metro non lo recupera più. Così il gruppo si disperde in tanti rivoli, ferito irrimediabilmente, smembrato.

Mancano ancora cento chilometri all'arrivo e davanti sono solo venti uomini a giocarsela senza ritegno. Tra di loro Wout van Aert, Matteo Trentin, Michael Matthews, Stephan Küng, Sam Bennett, Sonny Colbrelli e Giacomo Nizzolo. Procedono veloci, appaiati, quasi raggruppati, si scrutano, si controllano mentre la sabbia alzata dal vento sembra risucchiata dal cielo e le pietre stortano le bici e le bocche che in certi istanti sembrano deformarsi, il ghigno della fatica. Dietro gli inseguitori cadono nella ragnatela della menzogna del tempo, di quel minuto di distacco che sembra poco e invece è troppo: così Štybar prova a rientrare con Ballerini, così Van Avermaet e Arnaud Démare sgasano a vuoto, illudendosi ed illudendo.

Wout van Aert è un attore alla prova generale al secondo passaggio sul Kemmelberg. Chissà cosa avranno pensato quelli che gli erano a ruota, mentre il respiro faticava a salire. Chissà cosa avrà pensato Bennett ad ogni curva, ad ogni discesa, ad ogni strappo, mentre il suo stomaco sembrava ribaltarsi per gettare fuori qualcosa di indigesto. In certi momenti la verità non è ammessa, bisogna fingere e far credere agli altri che è meglio che ti temano perché in volata sei più veloce. Anche la paura può spezzare le gambe, in questo spera Sam Bennett.

Sarà un nuovo attacco di van Aert sul Kemmelberg a lacerare ogni finzione. Bennett resta in coda, perde dieci, quindici metri. La nausea si trasforma in conato di vomito, sembra una liberazione, nonostante il tremore e la debolezza. È questa la forza che gli permette di tornare in testa a tirare, come se niente fosse successo. Sta mentendo l'atleta Quick Step ma il corpo non lo inganni, le viscere sentono tutto. Sembra una Pietà quando si sfila, testa bassa, poi alta, poi di lato, sudore freddo e gambe ferme. A raccattare ossigeno chissà dove per non fermarsi e buttarsi a terra.

Ci si avvicina sempre più a Wevelgem. Van Aert parla con il compagno Van Hooydonck: a tutta, andatura alta per scongiurare attacchi. Chi prova, rimbalza. Lo sa bene Küng che è l'enigma dell'impotenza quando prova ad allungare all'ultimo chilometro come quando parte lungo, troppo lungo, ai quattrocentocinquanta metri dalla linea bianca del traguardo.

Non c'è più tempo per aspettare, le gambe scalpitano nervose. Van Aert lancia la volata a centro strada e non c'è più storia che tenga. Sembra tutto facile anche se facile non è, dopo duecentocinquanta chilometri. Nizzolo e Trentin partono dal fondo, quasi sollevano la bicicletta dai colpi che danno sui pedali, rimontano tutti, non lui che fa corsa a parte. Lui che ringrazierà il compagno di squadra, che dirà che è stata dura, durissima, perché, quando si è solo venti in gruppo, quel vento contrario devi affrontarlo a viso aperto a costo di sembrare incosciente. E poi quel «sono felice», che spesso non si ammette, che si ritiene scontato, ed invece oggi sì, come una liberazione dalla fatica. Perché la fatica rende tutto tremendamente vero, nel senso di onesto, spietato, anche crudele, se volete. Come una bicicletta, come un uomo.Foto: Vincent Kalut/PN/BettiniPhoto©2021


Asgreen trova le risposte giuste

Che cos'è una corsa ciclistica se non un tentativo gagliardo a volte, masochista spesso, di cercare se stessi e poi trovarsi? Un limite spinto più in là, un elogio della bellezza, un'elegia della fatica. Bellezza, limiti, fatica: tre parole che spiegano bene la giornata di Asgreen. Partito gagliardamente a poco più di sessanta chilometri dall'arrivo, ripreso nel dolore (suo e nostro che a un certo punto imploravamo pietà) quando ne mancavano dodici e dopo che gli inseguitori lo hanno avuto a tiro per un'ora, un'ora e mezza.
Ripartito per ritrovarsi quando ne mancavano quattro e poi rivisto e ritrovato all'arrivo, in quella maglia rossa di campione di Danimarca, indubbiamente tra le più belle in gruppo.

E bisognerebbe poi fermarsi un attimo e lanciarsi in un atto di esaltazione del collettivo (Deceuninck) Quick Step, oggi ai massimi termini. Perfetti in ogni frangente di corsa, straripanti. Visione di gioco totale dello schema di gara: mosse semplici quanto efficaci. Ho il collettivo migliore? Tutti muovono nella stessa direzione? Non ci sono van der Poel e van Aert che tengano, allora. Almeno non oggi, quando l'olandese è, a tratti, apparso incerto sul da farsi e in soggezione per la spietata superiorità numerica in blu e quando il belga, invece, dopo aver affrontato la fase finale di corsa tutta in testa, all'improvviso si è spento. Sono (splendidi) umani pure loro: questa è una delle storie più interessanti di oggi. Il ciclismo è anche uno sport di squadra, una lezione importante.

Ma vediamo la migliore formazione in campo oggi. Deceuninck Quick Step era il soggetto: se Asgreen è una splendida punta (e una superba locomotiva), Štybar e Senechal – e a tratti Lampaert – sono stopper d'altri tempi, di quelli che si attaccano alle caviglie e non ti mollano. Mentre Ballerini è specchio per le allodole – e fa gola ai bookmakers – e da Van Lerberghe e dal solito amabile Declercq parte la costruzione dal basso.

E che cosa è stata la corsa di oggi? Ci siamo fermati un po' a riflettere: le ultime due ore da farsi venire un colpo. Duecento chilometri in Belgio e al via (quasi) tutti "i meglio fichi del bigoncio mondiale".  O almeno in questo modo li chiamerebbe uno che una volta definì così Van Steenbergen, Coppi, Koblet e Bobet all'inseguimento di Forestier e Scodellier nella Roubaix del 1955. Ma non divaghiamo.

Che cos'è l'E3 Harelbeke, quindi? Così giovane rispetto ad altre corse del Nord ma ormai ambita pietra miliare. Aizza polemiche con locandine il più delle volte da velo pietoso. Cambia nome ad ogni cambio di sponsor come una franchigia del basket. Prima Harelbeke-Anversa-Harelbeke, poi E3 Prijs Vlaanderen, E3 Harelbeke (come ci piace chiamarla ormai: E3 come l'autostrada che si incrocia ai -9 dall'arrivo), poi E3 BinckBank Classic, e poi, infine oggi, E3 Saxo Bank Classic. Qui dove un certo Boonen ha vinto cinque volte e un certo Merckx mai. Dove i belgi, di casa, negli ultimi anni si sono sentiti fuor d'acqua: se è vero che, a scorrere l'albo d'oro, negli ultimi dodici anni hanno messo la bandierina solo due volte.

Qui si danno appuntamento per la prima volta sulle pietre nel 2021 van der Poel e van Aert – mancava Alaphilippe – costretti dalle vicissitudini di corsa persino a fare squadra. E vederli cercarsi con lo sguardo nel finale è stato quasi tenero, lo ammettiamo.
Una corsa dove alla vigilia i corridori della Vini Zabù (unica squadra italiana alla partenza – nessun corridore della squadra di Scinto classificato all'arrivo) si dilettano in un simpatico siparietto, che vi consigliamo di cercare in rete, sulla loro conoscenza dei muri che avrebbero affrontato in gara - spunta persino uno Scintoberg.

Quei muri, così difficili da mandare a memoria che ti serve una guida alla corsa sempre sotto gli occhi per identificare il Taienberg, il Kanarieberg o il tratto chiamato Karnemelkbeekstraat, che vuol dire semplicemente “la strada del burro fuso“. Muri così difficili non solo da memorizzare per noi e da scalare per loro, ma anche da ripetere ad alta voce con il rischio che ti allappi la lingua e ti si secchi la gola.
Che cosa sono dunque tutti quei muri sparsi mica regolarmente per i duecento chilometri di corsa, ma infilati come il ritmo improvviso di una canzone freak-noise? E così via a farci domande su domande.

E le risposte non si fanno attendere. Arrivano da prima del via: fuori la Bora e con loro Politt, qualche chance la nutriva pure lui: Walls è positivo, la squadra resta al palo. Le risposte le troviamo subito alla partenza: vento forte e nuvole minacciose (che rimarranno tali – un velato monito) tra corridori che sbadigliano dalla tensione e un van der Poel che si maschera dietro una bieca indifferenza.

Le risposte le dà subito il gruppetto in fuga, vecchie glorie (Terpstra e Greipel) giovani rampanti con la scorza dura tra cui Jonathan Milan: se qualcuno non se lo fosse ancora segnato il suo nome, si appresti a farlo, in una giornata magrissima di gioie per i colori italiani (un periodo per la verità che dura da diverse settimane), lui splende (l'è un gran Milan verrebbe da dire, scusate non abbiamo resistito) e in futuro (magari già a Tokyo su pista) splenderà. E poi Haller, fra i meno timorosi davanti, che nonostante la fuga da lontano sarà protagonista con un decimo posto finale, eccetera.

E poi ci sarebbe ancora da dire molto, ma la facciamo breve: Simmons che attacca da solo a ottantaquattro chilometri dall'arrivo perché anche lui ha coraggio da vendere e fa sorridere pensare che quando doveva ancora compiere cinque anni, Greipel, oggi in fuga, correva la sua prima E3. Ci sarebbe da dire dell'attacco concertato dai Quick Step sul Taaienberg, detto Boonenberg un tempo, come ci fosse ancora il campione belga. E poi l'attacco di Asgreen a sessantasei dall'arrivo, van der Poel e van Aert che vanno d'amore e d'accordo, ma non serve a nulla, Van Avermaet che fa ostruzionismo e non si capisce ancora dopo tanti anni come voglia correre, e poi gli italiani che scompaiono, Van Baarle che appare, la Quick Step che spaia e vince. Domande tante e le risposte giuste le trova Asgreen, mentre il suo compagno di squadra Sénéchal è secondo a completare la giornata perfetta, van der Poel terzo e van Aert, cotto a puntino nel finale, undicesimo.

Foto: Nico Vereecken/PN/BettiniPhoto©2021


Se a Cittiglio non fa primavera...

Nei giorni scorsi, qualcuno aveva detto che, tutto sommato, non era dispiaciuto per la nevicata caduta su Varese venerdì. «Se fa freddo, stare in casa può anche essere un piacere. E poi non ti ricordi che sta ripartendo il ciclismo e che non puoi andare a vederlo». Alla fine, si può fingere anche di dimenticare, per non soffrire troppo o semplicemente per non ammettere che si sta soffrendo. Pensando a questo, quelle strade deserte, tra Cocquio Trevisago e Cittiglio, nel giorno del Trofeo Alfredo Binda fanno meno male, perché puoi dirti che quando tornerà primavera sarà tutto come prima e che questa volta non sei salito ad Orino solo perché fa troppo freddo.

Lì dove i bordi dei campi sono pezzati dalla neve e la luce filtra dagli alberi come nelle albe che, se sei abbastanza avventuriero, puoi gustarti scostando i margini di una tenda che hai piazzato il giorno prima. Lì dove Katarzyna Niewiadoma ritrova coraggio e attacca, quasi per dire basta a tutti gli scatti e i controscatti e ritrovare la propria andatura, il proprio respiro.

Elisa Longo Borghini non ha tempo per pensare, solo per sentire. L'attacco giusto lo percepisci, spiegano le atlete, non è ragione, è istinto. L'ossolana ritrova la ruota della polacca, la affianca, la supera e continua in progressione.
La progressione è pazienza, attesa. Può essere frustrazione perché quando sei al massimo vorresti creare subito il varco, non vorresti sentire il rumore dei pedali e delle catene delle inseguitrici, il loro ansimare e la loro voce mentre discutono la posizione da tenere per venirti a riprendere. Da dieci i secondi diventano quindici e tu vorresti essere oltre il minuto perché hai paura che la luce si spenga e quella generosità finisca per punirti come già ti è accaduto altre volte.

Ma la progressione è anche logorio, lento sfinimento e quei secondi, così pochi per Longo Borghini, diventano immensi per Marianne Vos, Soraya Paladin, Katarzyna Niewiadoma e Cecilie Uttrup Ludwig. E percorrono strade che le atlete faticano a riconoscere pur conoscendole da anni. Sì, perché la gente sui marciapiedi, cambia anche la fisionomia dei luoghi, l'asfalto. Per questo quando si ritorna sul traguardo, qualche ora dopo l'arrivo del gruppo, sembra di non riconoscerlo più. Perché è vuoto, peggio, è svuotato.

Longo Borghini pedala che è un piacere, guadagna tempo in salita e sembra quasi sorridere. Il coraggio di voltarsi non lo ha ancora, nemmeno sul rettilineo, nemmeno quando la sua solitudine è inafferrabile. C'è un gusto particolare nell'essere soli, qualcosa di sconosciuto ai più, qualcosa che solo gli scalatori possono raccontare. Qualcosa che provi solo in sella, perché nella vita è tutto diverso, nella vita perdersi è molto più facile. Questo ha capito Elisa Longo Borghini quando ha detto grazie a tutti coloro che erano con lei, domenica, sulla strada o no. Perché la presenza è come lo scatto, è sensazione.

Questo hanno capito i suoi nipoti che, al ritorno a casa, le hanno appeso al collo una gigantesca medaglia di plastica. Sì, perché le dimensioni nei disegni dei più piccoli non seguono la realtà dello spazio che ci circonda, seguono la verità dell'importanza che loro danno alle cose. Così gli occhi che ti guardano possono essere più grandi di tutto il viso, o le mani che carezzano più lunghe del braccio. Così una medaglia più essere più grande di Elisa, che dopo otto anni è tornata a vincere a Cittiglio.

Foto: Roberto Bettini/BettiniPhoto©2021


Jasper Stuyven lo sa molto bene

A pochi passi dal Castello Sforzesco, un anziano signore si sistema il borsalino sul capo e rivolgendosi ad una donna che lo osserva commenta: «Non avrei nemmeno voluto metterlo, ma mia moglie ha insistito tanto. “Copriti bene che fa freddo!”. Sarà perché divento vecchio».

L'alba sorprende Milano spolverata da un leggero velo di brina e l'aria frizzante del primo mattino consiglia prudenza. Ai bus delle squadre si riempiono le borracce con del tè caldo. Dopo la partenza della gara, su una borraccia abbandonata si fionderà un distinto cinquantenne ma non la raccoglierà, intenerito dallo sguardo di un ragazzo ad osservarlo. Ci dirà: «Era bella, peccato. Non potevo portargliela via, non me la sentivo. Del resto, sai quante ne ho a casa di quando venivo a vedere la partenza della Milano-Sanremo da scolaro?».

Pochi metri più in là, Mathieu van der Poel sostiene che la gara oggi si deciderà sulla Cipressa, Wout van Aert, invece, parla del Poggio. Più cauto è Julian Alaphilippe che invita tutti alla tranquillità: «Abbiamo davanti trecento chilometri, non facciamoci prendere dalla frenesia. La fretta è cattiva consigliera». Ognuno racconta una storia diversa, qualcuno mente sapendo di mentire, altri non sanno davvero cosa aspettarsi, perché una corsa come la Sanremo è davvero imprevedibile.

Vincenzo Nibali allarga le braccia e sorride quando gli chiedono quanto senta la pressione. «Si sente, certo. Ma d'altra parte è così: alla Sanremo non vai per godertela, vai per fare la corsa».
Non serve raccontarlo agli otto uomini che, per citare Gianni Mura, vanno “alla ventura”, che è avventura e sventura, spesso entrambe le cose, legate da un filo sottilissimo. Tra di loro Charles Planet e Andrea Peron, del Team Novo Nordisk, hanno una motivazione particolare per fare fatica e un passato da conoscere. La maglia della squadra ricorda i cent'anni dalla scoperta dell'insulina per la cura del diabete, Andrea Peron sa qualcosa in più: «Ho scoperto di essere diabetico a sedici anni, l'ultimo anno da dilettante ho vinto diverse corse, alcuni mi hanno comunque sbattuto la porta in faccia. Si tratta di ignoranza e pregiudizio. Il ciclismo mi ha fatto bene, mi ha tenuto fuori dai guai che, volente o nolente, da ragazzo puoi ritrovarti addosso».

Arrivando all'Aurelia sembra di precipitare in un varco temporale. Tutto è più veloce, cambia il paesaggio, si intravede il mare, variano le intenzioni. Alessandro Tonelli prova a dare nuova linfa a una fuga senza più respiro. I tre capi e l'imbocco della Cipressa saranno una campana a morto per ogni speranza in via Roma. L'attesa è un battito che cresce. Le pedalate della Jumbo Visma e della Ineos sulla Cipressa sono aghi conficcati nei muscoli già rigonfi di acido lattico di chi annaspa in coda al gruppo. Un elastico che si allunga, si accorcia e poi si strappa. Mathieu van der Poel è nel punto di rottura dell'elastico, oltre la metà del Poggio, quando lo coglie la coda dell'occhio di Julian Alaphilippe. Scatta così l'iridato, denti digrignati e massimo sforzo spingendo sui pedali, Wout van Aert è la sua ombra. Van der Poel scatta dalla pancia del gruppetto di testa, teso, deciso, convinto, quasi a voler cancellare un ricordo, quello di pochi giorni fa, quando, in Toscana, proprio Alaphilippe lo sorprese e lo beffò mentre era troppo indietro per lanciare la volata.

Davanti accelerano, si guardano, notano che Caleb Ewan è ancora lì. Qualcuno pensava che il malessere alla Tirreno-Adriatico potesse essergli restato sulle gambe e, a vederlo, inizia ad interrogarsi: in una situazione simile è il favorito. I grandi attesi della mattinata di Milano iniziano a pesare ogni mossa, non si è riusciti a fare la differenza prima, azzardare adesso è troppo rischioso. C'è troppo da perdere.

È in quell’istante che alla mente di Jasper Stuyven si affaccia un pensiero: «Tutto o niente». Stuyven che era un bel nome, ma non certo uno dei favoriti. Stuyven che non era marcato perché “ci sono van Aert e van der Poel”. Stuyven che è scattato e non lo hanno più rivisto sin dopo il traguardo. Anzi, ancora peggio. Lo hanno visto sino all'ultimo, a ruota di Kragh Andersen, sempre troppo lontano per richiudere.

Il belga è una sorta di illusione, uno specchio pronto ad andare in frantumi. Anche quando il gruppo di biciclette dietro di lui si imbizzarisce, proprio sulla spinta di Caleb Ewan che ha lanciato la volata degli sconfitti.

Alla fine non ci sarà nemmeno un secondo di distacco tra Stuyven , Ewan e van Aert. Avrebbe potuto essere una volata di gruppo, non lo è stata. Caleb Ewan dirà che non avrebbe potuto fare diversamente, che solo quello era l'attimo perfetto per sprintare.

La sconfitta brucia, come la gola in cui si getta acqua spremendo la borraccia quasi a spegnere un fuoco. Puoi raccontarti qualunque storia, ma c'è sempre quella voce a sussurrarti ciò che avrebbe potuto essere, ciò che avresti potuto fare e quella non riesci mai a zittirla. Van der Poel lo ammetterà: «Siamo partiti troppo tardi per controllarci». Controllarsi, in fondo, vuol dire soppesare il “tutto” ed il “niente” e vedere l'abisso che c'è tra l'uno e l'altro. Per questo non scatti, perché il niente ti spaventa. Così si resta a mani vuote, perché quando aspetti, in fondo, sei sempre a mani vuote, il resto è speranza. Jasper Stuyven lo sa molto bene, molto meglio di altri, per questo è scattato. Per questo ha vinto.

Foto: Tommaso Pelagalli/BettiniPhoto©2021


Viaggio al termine della notte

Dai Due Mari ci si sposta a Milano per poi tornare di nuovo verso il mare. Sembra un gioco, ma non lo è: la Milano-Sanremo è affare più che serio. Si cerca tra le righe un canovaccio differente, si discute come al bar, ci si piglia oppure si è totalmente in disaccordo, ma gli unici a poter far quadrare i conti sono sempre gli stessi.

Certezze, almeno, in un'epoca di incertezze: Alaphilippe, van Aert e van der Poel, favoriti anche qui, come alla Strade Bianche. Forse persino un po' di più dopo la luce emanata alla Tirreno.

Nel 2019 Alaphilippe fu primo sugli sterrati e poi alla Sanremo; nel 2020 è toccata una sorta simile a van Aert e dunque il 2021 può sembrare già scritto. Per cambiare quell'idea che tutti abbiamo fissi in mente serviranno diversi ingredienti. Ma quale idea? Van der Poel che scatta come un forsennato sul Poggio («Non penso al record di scalata, ma solo a tagliare il traguardo per primo» ha detto ieri) e poi vince, dopo che un gruppo di fuggitivi si sgancia in mattinata e viene ripreso strada facendo, col futuro segnato nelle stelle e con il coraggio ben descritto dentro di ognuno di loro.

Servirà un incrocio di destini discrepanti volti a cucinare una corsa dall'esito - solitamente - così incerto da far figurare una rosa di quaranta nomi tra i favoriti, ma che fa dello svolgimento lineare il suo marchio. Si sonnecchia per sei, sette ore e si sobbalza all'improvviso come un interminabile jumpscare di una pellicola horror. Ma domani potrebbe essere tutto diverso.

Se ci mettiamo un pizzico di freddo, come previsto, anzi tanto freddo, e forse magari un po' di pioggia chi lo sa (nelle ultime ore diminuiscono le possibilità), e il vento che potrebbe essere persino gelido, allora qualcosa potrebbe cambiare. Carte lanciate alla rinfusa in mezzo a una sala, margini tra potenti e abbietti che si fanno ancora più ampi o viceversa, valori che emergono a sorpresa.

Certo non si dovrebbe andare incontro a una Sanremo come quella del 1910 vinta da Christophe, altrimenti invitiamo chi ha una casa lungo il percorso di tenere acceso il caminetto per dare una mano ai corridori dispersi – anche se eventualmente ci sono i bus delle squadre; non si dovrebbe prospettare nemmeno qualcosa di simile al 2013. Gara sospesa, trasferimento in bus e poi parte finale come da tradizione in bicicletta.

Belletti rischiò di rimetterci le dita per il freddo, Haussler, per contro, corse senza guanti, ma lui è fatto così. Vinse Ciolek in una di quelle vittorie a sorpresa che appaiono di tanto in tanto negli albi d'oro delle grandi corse. Un suo compagno di squadra, Songezo Jim, raccontò di come per la neve a un certo punto si ritrovò a guidare la bici con gli occhi chiusi e di come, una volta arrivati, non riusciva nemmeno a cambiarsi gli indumenti per il freddo. No, in teoria non dovremmo ridurci a quello. Nonostante un inverno che tarda ad abbandonarci.

Lo scenario più plausibile diviene così l'attacco devastante - è il caso di dirlo - sul Poggio: van der Poel che parte, Alaphilippe e van Aert lo tengono a tiro leggermente sgranati l'uno dall'altro, e poi giù tutti e tre verso Sanremo, e gli altri a inseguire, ma occhio: la discesa del Poggio può far male.

Si sogna e si spera imprese da lontano: a costo di essere smentiti ci crediamo poco. La Rai ci crede di più e per la prima volta attaccheranno con la diretta dal chilometro zero. Manna dal cielo per i tanti fissati che si collegheranno sin dalla colazione (ore 9.15 circa), non vorremmo essere nei panni di chi quella trasmissione dovrà gestirla, né di qualcuno meno appassionato e capitato per caso a vedere le prime quattro, cinque ore di corsa.

Attacchi da lontano, si diceva. Beh, da lontano, s'intende qualche fiamma negli ultimi cinquanta chilometri, ma è più facile a quel punto vedere l'andatura che aumenta progressivamente: i tre Capi presi a tutta, una Cipressa che invoglia un gruppetto di corridori - andare via in solitaria con l'Aurelia tra Cipressa e Poggio sappiamo bene che rasenta la follia - ad anticipare una fine altrimenti già nota.
E poi? Una Quick Step che gioca con Alaphilippe, ma magari in realtà punta su Ballerini e Bennett (forse unica squadra davvero dotata di piano A, piano B e piano C), Trek e Bora che giocano di fantasia per i loro fantasisti: uno che qui vinse a sorpresa tre anni fa, un altro che qui è sempre stato respinto. Entrambi però con poche speranze, francamente.

Magari spunterà qualcuno con una bella pedalata - peccato non ci sia Pogačar - che sconvolge lo status quo e anticipa: un bel gruppetto composto da corridori come Ganna, Küng, Schachmann e simili. Ci si spera, ma ci si crede poco. E magari dietro tutti si guardano perché nessuno vuole portare l'olandese in carrozza fino al Poggio per vedergli sfondare i pedali a quel modo, nessuno vuole accompagnare il belga in volata, ed ecco che l'azione vincente è servita.

Spunti ce ne sono tanti, potremmo stare ore a discutere di scenari diversi (magari qualche idea datecela voi) e outsider: la rosa di nomi dietro i tre è ricca di petali, ma anche di spine che riempiono di dubbi e tagli i pronostici. Godiamoci solo il lungo viaggio al termine della notte.

IL PERCORSO

Più noto e lineare che non si può. 299 chilometri, circa, città di partenza e arrivo conosciute. In mezzo niente Turchino per via di una frana ma Colle Del Giovo: nulla di che. Poi tutta pianura fino agli ultimi 50 chilometri: i tre Capi, la Cipressa, l'Aurelia col suo vento infido fino al Poggio per gli ultimi 20 minuti più folli che il ciclismo può offrire: Poggio sia in salita che in discesa e poi Sanremo, via Roma, traguardo di una corsa, la Classicissima, che sempre divide, ma che spesso risulta soddisfacente.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ van der Poel
⭐⭐⭐⭐ van Aert, Alaphilippe
⭐⭐⭐ Vendrame, Laporte, Ballerini, Matthews
⭐⭐ Bennett S., Trentin, Kristoff, Cort Nielsen, Hofstetter, Démare, Nizzolo, Bouhanni, Aranburu, Schachmann
⭐ Viviani, Stuyven, Pasqualon, Sagan P., Bettiol, Colbrelli, Wellens, Degenkolb, Gilbert, Mohorič, Kwiatkowski, Ganna, Kung, Van Avermaet, Felline, Pidcock, Ewan, Garcia Cortina, Mezgec, Kragh Andersen, Bonifazio

Foto: Tommaso Pelagalli/BettiniPhoto©2020


La tempesta perfetta

Piomba il gelo d’improvviso sulla Tirreno-Adriatico e piombano corridori che già da tempo segnano la storia. Piomba van der Poel: un po’ matto per come è scriteriato tatticamente, per come infiamma, per come non ha il minimo timore di far vedere quello che è. Attacca da lontanissimo: nei suoi geni scorre l’idea di un ciclismo che rifiuta tatticismi e preferisce lo scontro faccia a faccia.

Piomba Pogačar che ha ventidue anni, ma corre come se ne avesse il doppio. Gestisce squadra e corsa come se non avesse fatto altro in vita sua. Come se già quando era in culla gli avessero detto: vai, gestisci, comanda e domina. Attacca quando c’è da attaccare – esattamente come ieri – sempre in piedi sui pedali, sempre saldo sui dorsali, forte col freddo, col caldo, col sole, con la pioggia. Forte e basta: un fuoriclasse.

Piomba van Aert che in una giornata dura, da gente dura, con gente dura lì davanti, si difende perché è un duro, perché va forte ovunque pure lui, ed è comunque terzo.

Piomba Felline: ce lo eravamo un po’ dimenticati eppure è lì davanti. Primo degli umani si dovrebbe dire. Piombano Fabbro, piccolo ma sempre più a suo agio in mezzo ai grandi, lui che grande vorrebbe diventarlo, e De Marchi, suo conterraneo e non sarà un caso. È il più vecchio tra i primi dieci ed è un piacere rivederlo e riscoprirlo, perfettamente disinvolto in un ordine d’arrivo da grande classica che mette assieme corridori di ogni tipo.

Dal cielo smette di scendere la pioggia, la strada è infida, il vento ti sposta, corridori bagnati fradici e infreddoliti, crisi improvvise, gerarchie ribaltate, il nuovo che rifiuta il vecchio, un modo di interpretare le corse che fa a cazzotti con quello del recente passato. Il disegno della tappa è quello che tutti bramiamo per passare una domenica pomeriggio chiusi in casa e godere di uno spettacolo difficilmente ripetibile, ma che forse, a pensarci bene, con questa generazione potrebbe diventare una meravigliosa abitudine.

Quando van der Poel parte mancano circa due ore di corsa e in pochi minuti si costruisce un margine che fa pensare a una “facile vittoria”. Forse una giacca, qualcosa, avrebbe dovuto metterla: è infreddolito e bagnato fradicio. Passaggio dopo passaggio sotto il traguardo la sua faccia si trasforma come una maschera di plastilina in mano a un bimbo: prima impassibile, poi sotto sforzo, poi corrucciato, alla fine distrutto. Un uomo lo insegue a piedi per qualche decina di metri come fosse quel ciclismo che ci siamo lasciati alle spalle due anni fa, quello della gente per strada e dell’entusiasmo che ti fa spingere ancora più forte.

Quando Pogačar parte invece è perfetto, non ha bisogno della spinta del pubblico, delle urla nelle orecchie, né di bandiere slovene. È perfetto nel tempo e nello stile, nel modo e nell’idea: quella di prendere più distacco possibile da van Aert e non lasciargli speranze per la cronometro di martedì.

Quando van Aert si getta sul passo, col suo passo, limita i danni, mentre davanti Pogačar quasi piomba su van der Poel – come Yates ieri su di lui. Ma non basta. Vince van der Poel, che non riesce a esultare e allora esultiamo noi per lui, secondo Pogačar, terzo van Aert, insomma sempre loro.

Insomma uno spettacolo, come ci sta abituando questa generazione di corridori che all’improvviso piomba sul ciclismo e fa la storia. Il punto sapete qual è? Che siamo solo all’inizio.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto