Quanto bene vogliamo a Damiano caruso?

Il cuore dell’Andalusia è terra secca, fatta di salite aspre, poca vegetazione, sole a picco sulla testa. E a fine agosto fa un caldo terribile. È terreno per imboscate e alla partenza da Puerto Lumbreras l’atmosfera è di quelle tese. Almeno tre della banda Ineos pronti ad attaccare Roglic. Manca solo la musichetta da western. Luogo designato per lo scontro: l’Alto de Velefique, salita durissima che conduce al traguardo.
Ma c’è qualcuno che se ne frega dei progetti degli altri, viene da Ragusa e si chiama Damiano Caruso. Da quelle parti non è meno secco e aspro l'ambiente d'estate. Parte con un gruppetto, con Bardet, Majka e Amezqueta, tra gli altri, sulle prime rampe del secondo colle, l’Alto Collado Venta Luisa. Poi in un tratto di falsopiano a metà salita rompe gli indugi e quando mancano 71 km all’arrivo, se ne va #alvento, da solo. Pedala bene Damiano, sembra quello del Giro. Regolare, ritmo altissimo. Passa per primo sul Venta Luisa, inizia la discesa e non molla. Il suo vantaggio sul gruppo della Roja supera i 5 minuti. La Jumbo non spinge troppo e Damiano ne approfitta.

Il caldo non da tregua. Quando attacca la rampa dell’Alto de le Velefique pedala bene, rilancia la sua Merida, maglietta aperta e bocca spalancata. Damiano è a tutta. Fa caldissimo, è secco tutto attorno. Probabilmente Damiano si sente come in Sicilia, quando pedalava da ragazzo. Lo aspettano 11 km e mezzo da fare fuori soglia. E mentre lui conta le gocce di sudore che cadono sull'asflato, ecco iniziare le sparatorie dietro di lui: Adam Yates prima, risponde Roglic, rientra Bernal. Ci riprova Carapaz, ma niente da fare. Ancora un allungo di Yates. Cedono tutti, cede anche Bernal. Se ne vanno Mas e Roglic, a tutta. Una serie di attacchi feroci. Ma Damiano è là davanti, sempre a maglietta aperta, sempre a bocca spalancata. E pedala sempre bene. E fa sempre un caldo maledetto.

Nessuno sconto per lui, alle sue spalle se le danno di santa ragione. Ma Damiano vede l’ultimo chilometro e a quel punto non molla più. Fa in tempo a chiudersi la maglietta, ad esultare come avesse segnato un goal in finale, a tagliare il traguardo con più di un minuto su Primoz Roglic ed Eric Mas.

Una giornata di ciclismo eroico, un Damiano Caruso d’annata, che sembra migliorare sempre di più. Maglia a pois di miglior scalatore da portare con orgoglio.
«Sono andato via da solo a 71 km dall'arrivo perché ho sentito che la Ineos voleva chiudere il buco e allora mi sono sentito di provarci da solo» ha detto subito dopo la gara.

Quanto ti vogliamo bene, Damiano!


L'uomo dalle mille occasioni

Lo avevamo lasciato, Jasper Philipsen, in lacrime accasciato sul marciapiede al termine dell'ultima tappa del Tour de France, sull'Avenue des Champs-Élysées. Inconsolabile (e con un bicchiere di champagne in mano che chissà se gli avrà dato un po' di sollievo), singhiozzante dopo l'ennesimo piazzamento, la sua bici appoggiata sull'asfalto come a volersene liberare per sempre dopo tre settimane di fatica e tanti piazzamenti, mentre tifosi, o semplicemente gente accorsa lì per vedere quei matti in bicicletta fare scintille in volata, lo riprendevano col telefonino, altri bevevano birra e ridevano forse ignari di quello che stava succedendo da lì a pochi passi.
Lo ritroviamo, poche settimane dopo, vincente nella prima volata della Vuelta 2021. Lui che da bambino aveva un poster di Tom Boonen in camera e ha sempre sognato di emularlo, prima o poi.
Eccolo davanti a tutti in un finale che è caos come solo i finali veloci sanno esserlo, dove Roglič stavolta evita per un soffio la caduta; dove altri invece a terra ci finiscono e chiudono imbrattati di sangue come pezze gonfie di tempera rossa; dove il treno Groupama si sfalda; mentre alle sue spalle arriva Fabio Jakobsen, che poi alle "spalle" non è nemmeno corretto: gli arriva di fianco, dalla parte opposta della careggiata, e allora Philipsen si gira per guardarlo e lo batte con un colpo di reni che è quanto mai un guizzo risolutivo come quello di una rana in uno stagno.
Quel Fabio Jakobsen che arriva secondo di una ruota, ma è come una vittoria questa, lui che un anno fa era praticamente morto ed è un miracolo vederlo in bici, mentre ora rischia di vincere le volate di un Grande Giro - e ci saranno, nei prossimi giorni, altre occasioni per riprovarci.


Di ritorni e multidisciplinarità

Non saranno, forse, le due gare più importanti del mondo, nemmeno l'acme della loro carriera, ma vincere ieri è stato importante. Un ritorno in piena regola e nello stesso giorno, a distanza di poche ore, ma che diciamo, di pochissimi minuti e nemmeno troppi chilometri.
Sulle strade di casa sua, in Danimarca, vince l'ex campione del mondo Mads Pedersen, che sostenere arrivi da un momento difficile è un eufemismo, come racconta a fine corsa lui stesso e senza troppi giri di parole: «Al Tour ho sofferto e lottato per raggiungere un buon livello: ma non è un segreto che lì sia stata tutta una merda».
Volata che pareva infinita, gestita splendidamente come ogni tanto gli capita, in quelle giornate di grazia che a volte lo prendono e lo fanno sembrare imbattibile: sconfitti Groenewegen e Nizzolo, di certo non due che si avventuravano lì davanti per caso. Ora che il suo nome torna in voga, sarà un avversario per tutti in ottica Europeo.
In Polonia, invece, passano pochi minuti quando a vincere è Fernando Gaviria. Se Pedersen, in una stagione difficile il segno lo aveva comunque lasciato (Kuurne-Brussels-Kuurne a inizio stagione), il velocista colombiano non vinceva da quasi un anno esatto, due se parliamo di World Tour.
Per farlo si è dovuto inventare un guizzo da cavalletta per mettere il proprio copertoncino davanti a quello di Kooij. Giovanissimo (2001) che fino a un paio di anni fa faceva speed skating a buon livello e che tutt'ora d'inverno continua a praticarlo. Esaltazione della multidisciplinarità.


Dediche

La rincorsa di Mørkøv alla medaglia olimpica inizia nel 2017, quando gli dissero che la madison sarebbe rientrata nel programma olimpico. «Mi stavo facendo un culo così in salita sull’Alpe d’Huez, al Delfinato, e pensavo che l’unico motivo valido per continuare a farlo sarebbe stato puntare a vincere ancora qualcosa in pista».
Oggi ha dominato in coppia con Lasse Norman Hansen, erano i favoriti, ma quando mai basta esserlo? In questi Giochi Olimpici, poi, tesi tutti a stracciare ciò che sta scritto sulla carta. In una disciplina incerta e folle come la madison: confermarsi è l'atto più difficile.
A vedere la tranquillità con la quale i due danesi hanno macinato giri e punti nessun dubbio sull'esito finale. E Mørkøv, il miglior pesce-pilota al mondo (chiedere a Cavendish, a Bennett, a Viviani), uno che di mestiere fa vincere gli altri, uno che ha un'importanza esagerata nei successi in volata dei suoi compagni di squadra, oggi ha vinto. Ma ha vinto lui, davvero. In coppia, sì, ma quella medaglia è proprio sua. Non è che "un pezzo della vittoria è anche di Mørkøv", no, è roba sua.
Ha una dedica pronta, a suo figlio che ripercorre le sue orme: «A volte, quando sono con mio figlio e lo accompagno alle gare, mi rivedo nel mio vecchio. Magari se non fossi assieme a lui - penso - andrebbe più veloce, ma alla fine è mio figlio e voglio stargli vicino, come avrei voluto che mio padre avesse fatto con me». E probabilmente un pensiero proprio a suo padre che ha rivisto l'ultima volta nel 2007 su un letto d'ospedale. «Quando realizzo qualcosa di importante, penso a come sarebbe orgoglioso di me».
Non serviranno le vittorie per rendere un padre orgoglioso di un figlio, certo, ma oggi sarebbe stata una giornata speciale.


Viviamo per questi momenti

Sono queste le cose per cui viviamo. Per cui godiamo e ci scaldiamo. Sono queste le giornate nelle quali ti prendi qualche minuto tutto per te, che poi è un momento che condividi con tutti gli altri incollati alla tv, o al tablet, al telefono, sui social.
Sono questi i momenti in cui chiedi cinque minuti di pausa in ufficio, apri in finestra sul tuo computer lo streaming della corsa, oppure ti alzi e vai in salotto, cambi canale che ci sono tante di quelle cose da vedere anche oggi ai Giochi Olimpici, o magari entri in un bar sulla spiaggia e chiedi: «Scusate, potete mettere il ciclismo su pista? Sapete com'è, ci giochiamo una medaglia d'oro!».
Si, sono questi i momenti che ci elettrizzano e ci fanno emozionare. I momenti che sogniamo e che ci fanno amare il ciclismo. Si, perché c'è in gioco una medaglia, ma forse, che importa alla fine, vogliamo solo goderci la pista, l'armonia dell'inseguimento, la potenza del quartetto azzurro.
E poi per un attimo lungo 3:42.032, non importa davvero tutto il resto. È come una bolla che ti avvolge, un ronzio nelle orecchie. Tesi ad ascoltare il frinire della catena. A osservare rosso contro azzurro (in verità bianco). E per quei quasi quattro minuti il tuo mondo è Lamon, primo uomo fondamentale, è Consonni che gestisce, è Milan che è forza e talento.
E poi è FIlippo Ganna: già paragonato a un supereroe moderno che trascina e ci trascina, maltratta e rincuora, recupera quel margine che pareva ormai incolmabile come avesse la capacità di gestire a piacimento lo spazio e il tempo.
È un urlo, è record del mondo di nuovo, ma oggi non importa. Oggi è la goduria di quei tre minuti e quarantadue secondi. Oggi è l'oro, oggi è lo spettacolo. Oggi è uno di quei giorni per cui vale la pena vivere.


Sogni in pista

Ci siamo: domani alle 8.54 dall'Izu Velodrome di Tokyo si inizia. Pista olimpica: intanto un bell'antipasto con l'inseguimento femminile. Da Tokyo si racconta di una pista particolarmente veloce: le prime a saggiarla saranno le ragazze della velocità a squadre (ore 8.30), con la loro esplosività - ma senza Italia. Il tempo di riprendersi e sarà subito inseguimento, per esaltare il gruppo, l'affiatamento, la potenza, l'intuito.
Per l'Italia al via Elisa Balsamo, Letizia Paternoster, Rachele Barbieri e Vittoria Guazzini: sfideranno potenze del calibro di Australia, Nuova Zelanda, Usa, Canada e Gran Bretagna. Speranze di medaglia? Poche, ma già esserci, in un progetto che vede le azzurre proiettate con grandi ambizioni verso Parigi, è fondamentale, tutt'altro che banale, considerato dov'era la pista italiana qualche stagione fa.
Generazione di talenti anche al maschile: alle 10.02 i lampi azzurri arriveranno da Francesco Lamon, Simone Consonni, Filippo Ganna e Jonathan Milan. Furie rosse danesi e australiani i favoriti, ma dietro si apre la sfida per il bronzo: Italia, Gran Bretagna e Nuova Zelanda e un occhio alla Svizzera di Bissegger e Schmid, lo stesso Schmid che quest'anno vinceva la tappa di Montalcino al Giro.
Ma è solo l'inizio: nei prossimi giorni ci esalteremo con il folle keirin, con l'imprevedibile madison, con le prove di velocità individuale e il suo tatticismo ispirato, da 0 a 1000 in pochi secondi come un’auto che arriva dal futuro. E poi l'omnium che cinque anni fa ci regalò una gioia immensa e che da lì è cambiato ulteriormente: quattro prove in tutto, più che su Viviani punteremo su Balsamo, ma questa è una storia che vi racconteremo strada facendo. O per meglio dire, dalla pista.


Fragili titani

Nella notte in cui, in Italia, arrivano le parole di Simone Biles, ginnasta ritiratasi dalla gara a squadre dopo un volteggio sbagliato per «demoni che tormentano la mente e fanno smettere di amare il proprio lavoro», a Tokyo è il giorno dei titani dalle spalle larghe e dalle posizioni plastiche che sfidano il tempo. Giganti che sopportano il fardello del vento che divora: per qualche istante sembrano illusionisti in un'altra dimensione.

Illusione, appunto. Roglič non dimentica che, circa un anno fa, ha perso un Tour de France all'ultima giornata, il mondo gli è crollato addosso e lì anche le spalle da titano hanno ceduto, sbriciolate. Ricorda una sera a Pontivy e l'amarezza di una domenica mattina in cui ha detto basta. Qualche giorno dopo era su una sedia, fuori da un camper, con una birra in mano. Perché il coraggio di fermarsi si misura nella serenità con cui sai che ripartirai e che c'è qualcosa che conta di più. Roglič ora ha una medaglia d'oro al collo al termine di una prova mostruosa, e a chi gli dirà che è nell'Olimpo dei migliori potrà raccontare che anche i titani un giorno si sono fermati.

Annemiek van Vleuten ha la stessa medaglia al collo. Lei che ha vinto l'impossibile ma non ha mai voluto essere un'eroina. Quando, l'anno scorso, si è presentata al mondiale di Imola con un tutore dopo la frattura al polso al Giro Rosa, ha parlato chiaro. «Correre così è una merda. Non sono un esempio per nessuno. Non tutte le fratture al polso sono uguali e non per tutte sarebbe possibile. I medici mi hanno detto che non rischio perché il mio polso è più forte di prima. Per questo sono partita». Inutile aggiungere altro.

Tom Dumoulin, solo poco tempo fa, ha avuto la stessa forza di Simone Biles perché la pressione era troppa e lui, che ha vinto molto sin da giovane, solo un uomo. Dal ciclismo è tornato a bordo strada e poi, con i propri tempi, degli uomini non dei titani, è tornato in sella. Oggi è argento a Tokyo. Rohan Dennis qualche tempo fa disse che, per quanto sia bello vincere, fra quarant'anni non penserà alle vittorie come a una delle dieci cose migliori della propria vita. Crediamo lo direbbe anche oggi, forse anche a Simone Biles.

Vale per Wout van Aert che, da favorito, ha dovuto accontentarsi di un piazzamento. Chi era più titano di lui che al Tour aveva spianato il Ventoux, dominato il tempo per poi ubriacarsi di velocità come un proiettile lanciato? Eppure. Come per Filippo Ganna che fra pochi giorni è atteso dalla pista e a quella deve pensare. Vale per Simone Biles a cui oggi pensano tutti, mentre è chiamata a «scrollarsi dalle spalle il peso del mondo». Perché, sì, gli sportivi e i ciclisti sono titani, ma fragili.


Il fascino di Tom Pidcock in un giardino giapponese

Un percorso così bello e curato nei minimi dettagli, un giardino giapponese. Elementi rifiniti da sembrare uno di quei diorama che ti appioppavano in qualche progetto complicato a scuola. Dicevi di averlo fatto tu, ma invece era tutta opera di tuo padre ingegnere e tua madre artista - benedetti genitori.
Un vincitore così giovane e ricco di fascino da sembrare uno di quegli attori brutti ma tremendamente carismatici, tipo Jeff Goldblum o Willem Dafoe.
Uno sconfitto di giornata oggi, parafrasando Philipp K. Dick, "più umano dell'umano", che ieri nessuno osava dirlo, mentre oggi in coro "non si improvvisa la mountain bike". Un errore, un peccato che lo rende così tremendamente tenero che lo vorresti strapazzare e dirgli con dolcezza, "Mathieu: sarà per la prossima volta". Si farà serio e incazzoso dopo oggi e di sicuro, forte com'è, ci riproverà fra tre anni a Parigi.
Un vincitore perfetto nella gestione, ormai superstar in miniatura, giapponese nel gestire e sfidare i trabocchetti del tracciato, iperviolento nel suo strapotere quando accelerava nei tratti in salita. Irresistibile e versatile come quegli attori brutti di cui sopra, in scala ridotta e forse per questo così a suo agio in quell'ambientazione creata ad hoc per esaltare le doti degli specialisti delle ruote grasse.
A tratti iconoclasta in un mondo rigido, con quell'orecchino sul lobo sinistro, lui che sulla bici sembra un bambino che sfugge agli ordini di casa: semplicemente affascinante Tom Pidcock.
E infine due parole per il terzo arrivato, lo spagnolo David Valero Serrano che finisce così forte che se invece di 9 giri ce ne fossero stati che ne so, altri 9, avrebbe forse vinto per dispersione. Se Pidcock è il fascino, lui, nei giorni di Olimpia, è stato un maratoneta.


Per la storia

Domani alle ore 8 ci sarà da divertirsi. Domani alle 8, mentre noi, comuni mortali, saremo schierati davanti a cappuccino e brioche, oppure avremo appena varcato la soglia dell'ufficio, o staremo facendo zapping con le occhiaia per la sbornia olimpica. Insomma, domani alle ore 8, segnatevelo: Mathieu van der Poel, che a differenza nostra di comune non ha nulla, proverà a fare ancora una volta la storia delle due ruote.
Mountain bike, XCO, inseguendo l'oro olimpico, nell'anno in cui ha conquistato la sua quarta maglia iridata (tra gli élite), la sesta in totale nel ciclocross. Eventualmente: nessuno come lui. E per alzare l'asticella c'ha messo vicino una bella maglia gialla qualche settimana fa al Tour, sia mai che in futuro, magari un figlio o un nipote viene fuori ancora più forte e lo possa superare. Intanto mettiamo giù più record possibili - avrà pensato.
Non sarà facile per uno che di comune non ha niente se non due gambe (ma che gambe), due occhi, due braccia (e pure lì...), dorsali corazzati, polmoni che potrebbe soffiare via tutti i problemi della terra se solo volesse.
Beh, insomma, a parte le esagerazioni: domani ore 8, ricordatevi che si fa la storia delle due ruote, segnatevi l'orario da qualche parte che poi venite a dire che nessuno vi aveva avvertito.
Certo: facile non sarà come averlo scritto o pensato. Schurter, campione in carica, tre medaglie olimpiche, otto titoli iridati, forse il più grande di sempre di questa disciplina, avrebbe qualcosa da ridire e sul circuito (molto tecnico, su e giù senza respiro), lo farà.
Idem Sarrou, che pochi giorni fa si è fatto male proprio allenandosi nel circuito di Izu, ma è il campione mondiale in carica, e poi Avancini, Flückiger, Koretzky. E poi Tom Pidcock, un altro che sfugge la normalità come fosse un problema che non lo riguarda. Un altro che, anche solo finendo sul podio, potrebbe fare la storia di questo sport.
Gli avversari sono grandi e van der Poel vorrà dimostrare di essere ancora più grande. Sì, domani alle ore 8 ci sarà da divertirsi.


La disobbedienza di Anna Kiesenhofer

Quando Anna Kiesenhofer è partita insieme ad un'altra manciata di atlete subito dopo il via, nessuno le avrebbe dato una possibilità. Forse in quel momento era anche giusto, perché la storia della fuga impossibile è copione tanto seducente quanto conosciuto e in parte scontato.
Quando Anna Kiesenhofer è partita insieme ad Anna Plichta e Omer Shapira e poi da sola, sapeva che fuggire nel ciclismo ha un significato diverso da quello che ha in ogni altra circostanza di vita. Chi fugge ha coraggio, forse anche incoscienza. Lo sapeva da quel giorno del 2016 sul Mont Ventoux, quando vinse mentre tutti dicevano che l'avrebbero ripresa. Lei che praticava duathlon e triathlon e nel ciclismo non sarebbe mai arrivata, non fosse stato per un infortunio.
Quando, poi, è andata via da sola, tutti abbiamo iniziato a pensare che forse aveva fatto bene a dedicarsi al ciclismo, in parte a discapito della matematica e della fisica. Lei ci ha pensato prima. Lo testimonia quel pianto a singhiozzi a terra, dopo il traguardo, quel pianto senza fiato perché di fiato Anna non ne aveva davvero più quando è diventata campionessa olimpica.
Qualche giorno fa ha ringraziato tutti coloro che hanno sempre creduto in lei, ma soprattutto coloro che in lei non hanno mai creduto «perché- ha detto Kiesenhofer, che nel nome riecheggia una sciatrice più che una ciclista- se sono arrivata a Tokyo è anche per dimostrare a costoro che si sbagliavano».
Dietro Annemiek van Vleuten è argento e Elisa Longo Borghini bronzo. L'olandese che da quella caduta di Rio ha imparato la relatività del ciclismo, concetto di fisica, forse non a caso, e l'italiana che nel finale ha fatto quello per cui corre, sorprendere, stupire, non lasciare spazio allo scontato. Si fossero mosse prima cosa sarebbe successo? Chissà cosa sarebbe accaduto se il gruppo avesse capito prima che la troppa sicurezza di se stessi è il più grosso rischio.
Invece c'è la storia di Kiesenhofer che è tempo, numeri e relatività. Che è matematica e fisica, quella dei distacchi e della bicicletta, ma anche istinto e irrazionalità. Che somiglia a quella che vi abbiamo raccontato della prima donna che scalò il Monte Fuji senza permesso e ci riuscì. Anna Kiesenhofer ha disobbedito a ogni sorta di pregiudizio o legge non scritta e ha dimostrato di aver ragione, come sanno fare tutti coloro che devono lottare per ciò che vogliono, come sa fare una ciclista in fuga, come spesso deve fare una donna.