Gli ispirati
Dicono che poco fa, a Roubaix, abbia vinto il ciclista più ispirato. Noi non lo sappiamo, però, proprio oggi ci mancano le parole e a scrivere fatichiamo. Intanto ci è tornato in mente Gianrico Carofiglio e quell’osservazione: «Ci sono occasioni in cui occorre parlare e non bisogna dare nulla per scontato. Poi ci sono occasioni in cui, invece, devi rimanere in silenzio perché nell’aria c’è qualcosa di impalpabile e prezioso, e le tue parole potrebbero disperderlo in un istante. Sono due concetti semplici. La parte difficile è decidere quando applicare una regola e quando l’altra». Non sta in un pezzo quel che ciascuno ha provato quando Wout van Aert ha tagliato il traguardo nel velodromo di Roubaix, perché è qualcosa di differente in ogni persona, qualcosa che riguarda il presente ed il passato di ognuno, e perché, alla fine, quel che conta è ciò che ha sentito ed ha fatto van Aert. I ciclisti, anche se ci piace crederlo ed è romantico, non corrono per realizzare le nostre vite, per sciogliere i nostri dubbi o per simboleggiare altro. Quel che si vede è esattamente quel che c’è. Semmai è vero che talvolta, a causa dei grandi gesti atletici, non si vede qualcosa che c’è stato. Forse è questo che fa l’ispirazione.
Per van Aert, l’ispirazione potrebbe essere in tutta la sfortuna che ha avuto, qui e non solo qui, e tutte le sere in cui è andato a letto pensando che avrebbe lasciato perdere. L’ha raccontato lui. Poi si è risvegliato al mattino ed ha deciso di metterci tutto ancora una volta. Si diventa ispirati così. Perché l’ispirazione non è uno squarcio di luce nel buio. Può esserlo, certo. Ma più spesso è solo un insieme di tutte le cose che ci sono andate male ma non ci hanno fatto andare via. E se l’ispirazione viene da qui, si spiega la lucidità e la spietatezza di Wout van Aert che dalla sfortuna, peraltro, non è stato graziato nemmeno oggi ed ha dovuto rientrare dopo una foratura. Ha attaccato mentre da dietro Mathieu van der Poel si avvicinava sempre più e ha dato il colpo di grazia alle speranze dell’olandese. Essere ispirati è vedere oltre. Guardare il metro di strada da percorrere ed immaginare già i due, tre metri successivi. Scrivono che a Roubaix van Aert abbia abbracciato il proprio destino. Di sicuro, Wout van Aert conosceva più di altri quel che a molti è successo e che avrebbe potuto succedere e non gli importava perché ne aveva già viste troppe. Ne aveva paura, sì, perché altrimenti non si piange così al traguardo e perché Wout van Aert è un uomo fenomeno fra tanti fenomeni uomini. Quel che poteva accadere è accaduto e ciascuno dei favoriti della vigilia l’ha vissuto.
Tadej Pogačar ha inseguito dopo una foratura a più centoventi chilometri dal traguardo: è rientrato dopo un inseguimento infinito e sulle gambe aveva anche quella fatica quando van Aert l’ha superato in volata nella bolgia del velodromo. Mathieu van der Poel ha cercato di rendergli più difficile la vita, aumentando l’andatura ma, quando lo sloveno è tornato in gruppo, durante il passaggio nella foresta di Arenberg è rimasto appiedato a propria volta. Ad un certo punto era cronometrato a più di due minuti. Ha chiuso quarto, a quindici secondi. A Filippo Ganna è successo letteralmente di tutto, tra problemi meccanici e anche una caduta. E via così perché queste lingue di pietre accostate e sconnesse non sono e non saranno mai l’ideale per una bicicletta eppure, o forse proprio per questo, continuano a tornarci e noi continuiamo ad aspettare giorni così. Alla fine, restano in due: van Aert e Pogačar. In un certo senso il peggior compagno di avventura possibile per il belga, colui che non perde quasi mai. Perde oggi Tadej Pogačar e perde da un corridore per cui le persone che speravano nella vittoria del campione del mondo dicono: “se proprio la doveva vincere un altro, bene che sia Wout”. Perché un ciclista non è lì per risolvere la vita di nessuno, forse neanche la propria, ma spesso viene naturale rivedersi in un ciclista e Wout van Aert è un ciclista in cui è naturale rivedersi perché tocca lo straordinario e reagisce allo straordinario come farebbe chiunque, non come ci hanno abituato a pensare debbano fare i super uomini.
Non crediamo sia un caso che, nella gara femminile, sia stata Marianne Vos a fare la corsa in Visma I Lease a bike. Avrebbe dedicato la vittoria a Henk, Marianne. Suo padre che se n’è andato pochi giorni fa. Siamo certi l’avrebbe fatto e siamo anche certi che, oltre per le doti indiscusse, la corsa abbia voluto farla in prima persona anche per questo. Dicono anche che Vos fosse ispirata almeno quanto van Aert solo che quell’ispirazione non le è bastata e Franziska Koch, da sola contro lei e Ferrand-Prévot, ha messo entrambe nel sacco e dopo tante buone prestazioni ha vinto all’Inferno. Sì, non basta mai l’ispirazione se non c’è tutto il resto, però tutto il resto senza ispirazione è più povero. Sarà perché gli ispirati sono, per l’appunto, coloro che non sono mai andati via da quel che andava male e ciascuno, ciclista o meno, alla fine, ha voglia di sentirselo ripetere. Di guardarlo. Di sentirlo. Qualcosa come: «Resta al sicuro ancora una notte, che fuori è troppo buio per decidere. Aspetta che venga la luce, aspetta una nuova mattina. Ancora una volta. E, forse, continuare ti farà meno paura».
Foto: Poci’s
L'antologia del Fiandre
Il ciclismo è un atto di creazione permanente. Chi l’ha scritto parlava della lettura, ma tant’è. Il ciclismo, in un giorno di festa in cui è possibile concedersi la lentezza del pranzo o della cena, attorno ad un tavolo che pare troppo piccolo per tutti i convitati, è un atto di creazione permanente e un atto di resistenza. A cosa? A tutte le contingenze. Anche questo lo scrivevano della lettura però per il ciclismo vale lo stesso, almeno oggi, quindi si può riscrivere. Del resto, il ciclismo di cene (più che di pranzi, a dire il vero) tutti assieme, spesso fuori orario e destinate ad andare oltre l’orario che non c’è se ne intende. Si tratta della storia di chiunque sia mai stato ad una corsa e le tavolate sono, da sempre, luogo privilegiato per il nascere dei racconti. Le tavolate sono antologie. Raccolte di fiori. Anche il ciclismo lo è. Il Fiandre è un’antologia. Il Fiandre ha la propria antologia. Un occhio al televisore e un racconto che c’entra, più o meno o forse per nulla, con quel che si è visto, ma, a tavola, se qualcuno racconta si sta ascoltare. Anche perché alzarsi è una maleducazione.
Al primo attacco, accelerazione forse è il termine migliore, di Tadej Pogačar, a oltre cinquanta chilometri dal traguardo, lo reggono in tre: Wout van Aert, Mathieu van der Poel e Remco Evenepoel. I romantici a quella tavolata credono possa essere il giorno di Wout van Aert e sognano. I realisti, più reali del re, forse anche troppo, dicono che sognare così significa sognare troppo. Di solito, i romantici portano via pezzi di cuore ma la ragione ce l’hanno i realisti. Così è anche oggi, perché van Aert non può tenere quel ritmo e molla il colpo. Si fa per dire, perché arriverà quarto ed è tutto relativo. Uno, undici e centoundici: sono i dorsali dei tre che restano. Una sorta di apologia della solitudine, di ciò che uno, unico e solo o solitario. Remco Evenepoel “gasa” ma perde qualche metro, qualcuno di troppo e si ritrova ad inseguire. Lo farà strenuamente fino al traguardo senza riuscire nell’impresa. Quella di rientrare, si intende, che già questa è un’impresa. Un’altra. Ci dicono che Pasolini avrebbe parlato di lui oggi. O forse di qualcuno più indietro che ci siamo persi noi, assieme all’occhio della telecamera e per questo a tavola non ci sono storie su di lui. Un Canavesi dei nostri giorni, uno qualunque. Qualcuno crede che Pogačar stacchi presto van der Poel e vada a vincere. Qualcuno sostiene che non sia così scontato. Qui il romanticismo non c’entra o non più di tanto. C’entra forse una vecchia storia raccontata da Daniel Pennac.
Da ragazzino, narrava, di aver sempre immaginato la nonna come eterna. Perché? Perché se aveva vissuto così tanti anni avrebbe potuto viverne altrettanti. Quell’età rendeva l’idea della forza, del pizzico di eternità. Bisogna essere forti per restare qui. Ma non basta. Bisogna essere forti anche per vincere quello che vince Pogačar e per farlo come lo fa lui. Ma non basta o non può non bastare. Allora ecco perché un’altra nonna, quando, all’ennesima accelerazione, il Campione del Mondo se ne va, dice: “Io sto per quello davanti, lo dico”. In fondo ci si capisce anche così. Vince ancora, Tadej. Uno, unico, solo. Tre gare e tre vittorie: Strade Bianche, Milano-Sanremo e Ronde van Vlaanderen. Una geografia tutta sua, senza apparente destinazione già scelta.
Come le contingenze che non si scelgono. Per quello si resiste. Per quello resistere è un bel verbo anche se è un verbo che “macina”, ovvero che sfinisce, che svuota, che, talvolta, delude. Allora il ciclismo è un atto di resistenza perché, l’abbiamo detto, fa fronte alle contingenze. La migliore Elisa Longo Borghini possibile non sarebbe stata dove è stata oggi o, forse meglio, ci sarebbe stata per andare altrove. Alla ruota di Demi Vollering a cui scappava la gamba mentre lei stessa scappava e tra le pietre e le salite salutava la compagnia per andarsi a prendere la Ronde che le mancava, dopo aver già conquistato Omloop, Liegi, Strade e Amstel. Vollering ha scelto, Longo Borghini, oggi, non ha scelto. Ha fatto con quello che aveva che non era tutto, era molto meno, a causa di un’influenza che già le aveva fatto saltare la Sanremo Women. Non aveva le gambe che la contraddistinguono, ci ha messo altro, fino alle unghie, per la squadra. Ma le contingenze accadono, le gambe restano o tornano. E quell’atto di resistenza è un rammarico temporaneo o, chissà, un coraggio futuro. Un progetto. Perché se si “inseguono le motostaffette” così, figuriamoci al ritorno.
Il ciclismo è un atto di creazione permanente perché quando la tavolata leva la tovaglia e le briciole, ed i bicchieri traslocano nelle mani, accanto al divano, ancora se ne parla. E, in fondo, si sta già pensando a domenica prossima. Non si dice, ma è così.
Imprevedibile - Storia di una Sanremo
Un giorno, forse, sarà accaduto anche a quelli come Tadej Pogačar. Guardando il mare, come noi questa sera, da qualche parte nel mondo, si sarà avvicinato al padre e, al modo di Stefano Roi, ne “Il Colombre” di Dino Buzzati, avrà chiesto cos’era quella cosa nera che, di tanto in tanto, interrompeva la scia dei bastimenti intenti ad andare per le acque. Qualcuno avrà spiegato allo sloveno e a quelli come lui che il Colombre è il pesce che i marinai temono di più e che, una volta visto, non lascia pace, non lascia tregua, e insegue la propria vittima, l’unica, insieme alle persone del suo stesso sangue, in grado di vederlo. Quella cresce, cambia, invecchia e laggiù, in fondo all’orizzonte, c’è ancora quel puntino scuro che interrompe ogni pace, ogni tregua. Un puntino da cui si è irresistibilmente attratti e da cui, però, si fugge, perché non si conosce, se non per racconti, leggende, vecchie storie in cui dei protagonisti non si è più saputo nulla. Hanno visto il Colombre in fondo ad un mare e poi basta. Spariti nel tempo.
Finché un giorno qualcuno, al Colombre, decide di andare incontro. Esattamente come Stefano Roi. Non è vecchio e imbiancato dal tempo, è giovane ed ha già avuto tutto, eppure di lui continuano a dire che la Milano Sanremo è la corsa che gli manca. Che lui che ha vinto ogni cosa e che continuerà a vincere ogni cosa, in realtà, vuole solo questo giorno, quello che inizia la primavera. Tadej Pogačar incontra il Colombre in un sabato che all’alba minaccia pioggia e poi scopre il sole. Se fosse Stefano Roi, quando cade malamente, assieme a Wout van Aert e Mathieu van der Poel, a più di trenta chilometri dal traguardo, penserebbe che è vero che andare incontro al Colombre è la paura, è la fine. Crederebbe realmente che quel che non si vede bene aspetta solo di inghiottirci. Però anche se fosse Stefano Roi si alzerebbe e ammaccato, strappato, sporco, riprenderebbe a pedalare. Ha fatto qualcosa che con gli esseri umani ha poco a che vedere. Oppure ha fatto qualcosa che ha troppo a che vedere con gli esseri umani. Ha ripreso il gruppo, si è portato in testa, ha fatto lavorare la sua squadra, ha attaccato come un dannato, in preda a chissà quale visione, ha staccato tutti, tranne Tom Pidcock. Lucido fino alla fine, l’ha battuto in volata, a Sanremo. E quel che gli mancava, ora ce l’ha. Qualcuno, sostiene addirittura che il Colombre non esista, anche se il suo nome è tradotto in tutte le lingue del mondo. Noi crediamo che qualcosa ci sia, ma non sia un pesce, non un mostro, sia un’ indole, un segno, un destino accettato o combattuto, non subito, una passione o un’ossessione. Noi crediamo valga la pena andargli incontro.
Elena Cecchini deve pensarla un poco allo stesso modo. Dice che Lorena Wiebes non è la favorita numero uno per la Sanremo Women, perché la Sanremo non è una corsa per cui si possa dire “andrà così”. Laggiù c’è il Colombre, o forse no ed è solo una storiella, ma bisogna andare. Infatti Lorena Wiebes non vince ed il suo gruppo arriva staccato da quello che si contende la gara. Tutti si chiedevano come fare a batterla ed il modo l’hanno trovato. L’ha trovato una ragazza di Torino, Eleonora Camilla Gasparrini che ha seminato tempesta e portato via il gruppetto di cinque atlete che ha sprintato per il successo. Non ha vinto, è giunta terza, ma avrebbe potuto. E comunque è meglio così che stare ad aspettare il Colombre, per anni ed anni e finire per crearlo, anche se non esiste. A Sanremo, Eleonora Camilla Gasparrini vincerà prima o poi. Ieri è toccato a Lotte Kopecky che, fino a pochi giorni fa, aveva un conto in sospeso da troppo tempo con la vittoria. Se l’è costruita come l’aveva immaginata e nessuno può dire nulla. Kasia Niewiadoma tornerà da queste parti per sistemare un altro conto in sospeso: quello con la paura. Una curva sbagliata, la bici che se ne va, le altre atlete che arrivano e non possono evitare di cadere, addosso o poco più in là, dall’altro lato di un muretto. Quel conto in sospeso lo abbiamo tutti e lo paghiamo ogni volta in cui, in una gara, alla perdita di equilibrio segue un attimo di silenzio in cui nulla si muove. Debora Silvestri è in ospedale, ma pare sia rimasta sempre vigile: così dice un comunicato.
Il Colombre non attendeva Stefano Roi per fargli del male, bensì per consegnargli qualcosa, una perla. Solo che, a forza di rimandare, quel giorno arrivò troppo tardi. Questo è il rischio di ogni Colombre, vero o frutto di fantasia. Allora, vedere spintare Wout van Aert, in fondo a via Roma, e sapere che non riuscirà a vincere e che per l’ennesima volta la sfortuna ci ha messo del suo, è un altro tipo di dolore. O, magari, di consolazione. Perché se tutti fossero come Van Aert, i Colombre davvero non esisterebbero. Resterebbero le occasioni sprecate, non quelle mancate. I ciclisti e l’intero gruppo lo hanno ben presente. Così, più delle altre volte, cercano Pogačar: lo abbracciano, si complimentano, gli dicono qualcosa all’orecchio. E una ragazza che è arrivata qui da Lucca, quasi piangendo, spiega: “Una volta che vengo qui per vederlo, lui vince. Mamma mia, mamma mia”.
Foto: Poci’s Pix
Tirare via le strisce dall'asfalto
Per fare certe cose bisogna essere matti. Anche per dire chiaramente certe cose bisogna essere folli. O forse solo molto giovani. Sostiene Giulio Pellizzari che avere Tadej Pogačar in gruppo sia stimolante, allo stesso tempo però “speriamo che presto cali un poco di prestazioni e che smetta anche di correre il prima possibile”. Lo dice sorridendo, Pellizzari, ma lo dice. Forse perché Tadej Pogačar, nel ciclismo di oggi, racchiude talmente tanta fantasia da non lasciarne più un briciolo agli altri che devono nutrirsi della sua immaginazione e arrivano a conoscerla così bene da prevederla. Il punto non era chi avrebbe vinto, perché tutti parlavano di lui. Tempo fa, il punto era come avrebbe vinto. Ieri il punto è stato semplicemente a quanti chilometri avrebbe attaccato: una cifra che i più stimavano dagli ottanta ai sessanta al traguardo. Settantanove è il risultato, la forbice più ampia. Un ragazzo ci dice che attacca con talmente tanta potenza da “levare le strisce dall’asfalto”. Che è un modo toscano che rende bene l’idea: un uragano che scompiglia tutto, che non salva nessuno dietro la polvere che alza. E di polvere, oggi, si può ben parlare perché siamo fra gli sterri senesi. L’ha fatto di nuovo Tadej Pogacar ed è stato l’ennesimo spettacolo dei suoi, estremo e solitario.

E questo è ciò che si ricerca nel ciclismo. Piazza del Campo vibrava quando è arrivato perché la folla lo sente, lo guarda, si ispira a lui. Nel pomeriggio di ieri, uscendo dalla Fortezza Medicea, al termine della presentazione squadre, le persone impazzivano anche solo per toccargli un braccio, una spalla. Questo è un lato del discorso. L’altro, invece, ha a che fare con quello che ci disse un signore, mangiando arrosticini, in Abruzzo, quattro anni fa, al Giro. Ci spiegò che “i Pogačar” servono, sono necessari, come modello. Poi, nella realtà, abbiamo bisogno di vedere persone che cadono come noi, che crollano come noi, che non sanno come fare, esattamente come noi. Perché, diversamente, anche quell”ispirazione non serve a nulla, visto che sappiamo di non poter essere Pogačar. La gioia delle persone è da un lato, la frustrazione è dall’altro perché tutti sanno di non poter neppure lontanamente assomigliare a Pogacar. Sanno di doversi arrendere quando prende e se ne va. Forse bisogna essere giovani e folli per sperarci. Bisogna avere un talento fuori dal comune, come quello di Paul Seixas, oggi secondo, per prendergli la ruota, pur per poco. Oppure un’umanità fuori dal comune, come quella di Wout van Aert che, ci ha detto Filippo Fiorelli, “è un ragazzo come tutti gli altri ma a vederlo da fuori non sembra, io l’ho capito solo standoci in squadra assieme”. In certe giornate è necessario solo questo.

Anche Elisa Longo Borghini è estrema. Al traguardo aveva sul volto i segni della polvere e pure lei, oggi, di strisce ne ha fatte saltare dall’asfalto. E se Piazza del Campo risuona del rumore che fa ogni atleta, il suono che accoglie il suo scatto non è esaltazione pura, è immedesimazione, è riconoscimento. Ha fatto la matta, Longo Borghini. Forse anche troppo? Probabile. Ma il cuore lo controlla chi non lo ha. Certo, c’è spazio per ragionare di tattiche, di strategie, di quel troppo che si è speso, che forse non era troppo, ma resta il dato di fatto. Elisa Longo Borghini non si è presa tutta la fantasia del gruppo, infatti il pronostico è incerto e, ma ci arriviamo, con il senno di poi, nessuno lo ha indovinato. Elisa Longo Borghini ha utilizzato la propria fantasia, come sempre. Una fantasia che quando si scontra con la realtà qualche volta ne esce ammaccata. E pace se il quarto posto non è quel che voleva, se non la soddisfa completamente, se passerà qualche giorno a pensarci. “Meglio perdere così che in altri modi”: che è come dire, “mi sono fatta male ma non potevo fare altrimenti”. Per pensare certe cose bisogna essere matti. O forse umani. Per quello si frena, si resta stretti e qualcuno passa davanti. Si tratta di Elise Chabbey che nel giorno in cui Demi Vollering prima fora e poi sbaglia strada, insieme a Lotte Kopecky e Pauline Ferrand-Prevòt, fra le altre, sfila la vittoria alle atlete più nominate e dice che da quando si è resa conto che Vollering, la capitana, non avrebbe potuto essere della partita, ha solo ragionato di come fare a prendersi la Strade Bianche per la propria capitana. Chabbey non ha levato le strisce dall’asfalto, non è stata nettamente superiore alle rivali, ha corso di rimessa, anche, ma è pure così che si vince. Nel ciclismo. Le persone lo sanno e dalle finestre aperte stanno a guardare. Bisogna essere matti per accontentarsi di un momento dopo ore di corsa. Eppure si fa.
Foto: Poci’s Pix
Strade Bianche 2018: la prima di Benoot
Guardate questa foto. ⬇️

Tiesj Benoot ha appena vinto la sua prima corsa da professionista. Ed è una gara che conta tanto, perché negli anni la Strade Bianche ha guadagnato prestigio e importanza. Quello che gli manca, non avendo una storia di molte edizioni alle spalle, lo recupera con un’epica che contraddistingue il suo percorso, e con quella la totale imprevedibilità con cui può vincere un puncheur da classiche vallonate, un passista da pavé, ma anche uno scalatore da grande giro.
Dicevamo della foto: Benoot ha appena vinto la Strade Bianche, ma la prima sensazione che appare sul volto è la fatica. Non la felicità, ma la fatica di aver concluso uno dei giorni più difficili della sua carriera, battendo avversari di assoluto livello e arrivando da solo al traguardo. Guardate il suo volto, completamente coperto dal fango che si è alzato dagli undici settori di sterrato per appoggiarsi sulle guance, sulla fronte, sulle labbra. Fango che ti entra in bocca, che se ti schizza negli occhi neanche ci vedi. Nei giorni precedenti alla corsa aveva piovuto praticamente sempre, e le strade bianche si erano trasformate in un pantano. Fango che i ciclisti, le moto e le auto che ti precedono ti alzano addosso, sporcandoti dal casco alla punta delle scarpe. È il cerone che i nostri attori, i ciclisti al via, hanno dovuto indossare per prendere parte alla dodicesima edizione delle Strade Bianche.

La loro iniziativa sembra quella decisiva, con il vantaggio sul gruppo dei migliori che sale fino a due minuti. A trenta chilometri dall’arrivo attacca Tiesj Benoot, e con lui rimane solo Serry. Il giovane della Lotto rimane in compagnia del connazionale per un po’, e poi si riporta in solitaria sulla coppia di testa. Sono stanchissimi tutti e tre, dopo una giornata epica e con una gara aperta a settanta chilometri dal traguardo. Eppure Benoot sembra avere ancora energia, e attacca nuovamente sull’ultimo settore di strade bianche, Le Tolfe. Si alza sui pedali, accelera. Anche Van Aert e Bardet si alzano sui pedali, ma non riescono a seguirlo. È qua che si decide la corsa, perché i due non rivedranno più Benoot fino al podio di Siena.

L’edizione del 2018 rimane una delle più epiche della Strade Bianche, con quel clima gelido che rendeva il tre marzo una giornata, e una corsa, da vera classica del nord. Dei 146 partenti, solo in 53 arrivano al traguardo entro il tempo massimo. Roglic arriva quarantottesimo, tre secondi prima di Gaviria. L’ultimo arrivato è Sepp Kuss. Boasson Hagen arriva fuori tempo massimo, mentre Stuyven e Nibali – che due settimane dopo vincerà la Sanremo – sono tra i tanti ritirati. Una giornata così dura che Van Aert prima si ferma e poi cade sul muro di via Santa Caterina. Dopo il traguardo si stende a terra a Piazza del Campo. Col volto pieno di fango, come tutti gli altri arrivati del tre marzo.
Nulla di nuovo sotto il cielo (plumbeo) delle Fiandre
E insomma, alla Omloop Nieuwsblad c’era un po’ di vento. Un freddo che qualcuno definirebbe quasi becco, oppure cane, dipende; c’era un po’ di pioggia che ha ridotto quelle strade a una sorta di poltiglia e i corridori in pattinatori sul ghiaccio con problemi alle lame. C’era pure un favorito assoluto e tantissima gente pronta a dargli fastidio – alla fine, vedremo, ci provano, ma il loro è un esercizio quasi inutile. Anzi, qualcuno prova a scaricare la tensione sulle pietre e più che lasciare segni in corsa o mettere in difficoltà van der Poel, lascia segni sul proprio corpo facendosi male; altri esultano per un secondo posto come fosse un trionfo. Poi ci sono le maschere di fanghiglia, appena accennate come fosse trucco. Ci sono pure quelli che arrivano ricoperti di sangue, e non è mai un bel vedere.

C’era gente per le strade come nelle migliori occasioni. Dicono ci fosse ovunque puzza di quegli hamburger che riescono a mangiare (solo?) da quelle parti, ma sono una roba ai limiti: si chiamano bicky burger o qualcosa del genere. C’erano le cadute: alcune le registro, Sheffield che cade sempre e comunque; Küng, che per un periodo non è caduto più e oggi invece – ops – giù per terra; Pluimers è atterrato sul Molenberg nel momento decisivo della corsa. Quando parte Vermeersch (Florian), il neerlandese della Tudor prova ad andargli dietro, ma gli scivola la ruota e picchia duro la faccia sulle pietre: si romperà gli incisivi e volerà in ospedale a farseli rimettere. Ci sono stati (e purtroppo ci saranno) persino i fumogeni, ma non ce l’ho tanto con la loro esistenza quanto con chi li maneggia e li ostenta come un vanto, in salita, in uno dei momenti di massimo sforzo dei corridori, rompendogli le palle in diversi modi.
C’è una regia televisiva – detto così quasi in senso dispregiativo – che si perdeva dietro stupidi dettagli come il cambio ruota di Resell, buon corridore norvegese della Uno-X, interessante per carità, nulla di personale contro di lui. Ma in un posto che si chiama Mater e ricorda uno dei personaggi di Inferno di Dario Argento, avrei tenuto fissa l’immagine sul volto infangato di Paul Magnier e sulle difficoltà di Philipsen, il quale forse aveva preso alla lettera il comando di curare la ruota del giovane francese, finendo per rimanere intruppato pure lui come il corridore della Soudal, nella stessa caduta. Staccandosi. Magnier, poi, sarà uno dei pochi – o forse l’unico – tra quelli caduti o rimasti dietro per un incidente proprio o altrui, a recuperare e arrivare davanti, segno di una grande gamba che potrà far scintillare nei prossimi appuntamenti.
C’era la fuga e forse, in una giornata come questa, in cui in gruppo si pedala male, far fatica a stupidovia è stata la scelta migliore, per una volta.

Davanti, a un certo punto, dopo quell’episodio sul Molenberg, rimarranno van der Poel, Vermeersch (Florian) e van Dijke (Tim). La sorpresa è stata vedere così avanti nella fase decisiva uno dei due gemelli della Red Bull: faccio fatica a distinguerli non solo fisicamente (uno oggi ha i capelli più lunghi e ricci) quanto per risultati e caratteristiche. L’unica certezza che ho in data odierna è stato più in forma Tim di Mick. E insomma, c’è lui e non c’è Brennan. Alla Visma forse oggi hanno sbagliato il cavallo su cui puntare: era Per Strand Hagenes, uno che nelle giornate climaticamente impegnative si esalta. A un certo punto, nell’inseguire van der Poel, stacca di ruota il gruppo con Laporte che gli urla di rallentare; poi cade, si rialza e chiuderà nonostante tutto a ridosso del primo gruppo inseguitore (23°). Insomma, Brennan era atteso, anzi attesissimo, ma insieme alla Lidl-Trek esce tra gli sconfitti di giornata. Ma è un classe 2005, e non dirò mai di essere deluso da lui. Per avere un’idea di cosa potrà essere e del tempo che gli serve: van der Poel ha dieci anni più di lui, Vermeersch – che si trova nel posto giusto al momento giusto, in UAE, in piena maturità agonistica – sei anni, van Dijke cinque. Lui (inteso Brennan) e Magnier domineranno queste cose, ma non è stato oggi il giorno.
Van der Poel se n’è andato via sul Muur e lo hanno rivisto al traguardo, ma attacca prima ancora del tratto duro, lassù nel parco verso la Cappella. Lo fa quando passa sulla sinistra davanti a una casa con delle capre in giardino che lo guardano senza stupore: anche loro sapevano che avrebbe vinto lui. La domanda, al massimo, al mattino era come e con quanto distacco. Poi lo stesso van der Poel fa una mossetta sulla bici per i fotografi poco prima di scollinare.
E sullo scollinamento hanno fatto una cosa intelligente, e visto che una cosa intelligente arriva dal ciclismo quasi mi commuovo: i nomi dei corridori che passano sul Muro, in tempo reale, con i distacchi e la posizione. Così uno si fa un’idea di chi c’è (e non c’è), perché non sempre si riesce a seguire o riconoscere tutto e tutti nelle fasi frenetiche della corsa. Mi chiedo se ci sarà la possibilità di rivederlo anche altrove e non solo su un Muro all’anno, in migliaia di corse.

Ultime due considerazioni prima di passare a ciò che ci aspetta domani: Matteo Trentin e Tobias Lund Andresen. Sì, proprio lui, Matteo Trentin: sempre davanti, corre come nessuno mai, gli manca sempre qualcosa per agganciarsi al treno dei migliori in queste gare, ma è l’unico italiano, dei pochi al via, a chiudere nel gruppo subito dietro i primi tre. Sarà quindicesimo. E poi Lund Andresen: vince la volata del gruppo, sesto. Grande acquisto per la Decathlon, ma soprattutto per il Nord dove, visto anche lo spunto veloce, diventa un’insidia per tutti nella caccia ai piazzamenti.
Domani Kuurne-Brussels-Kuurne e, cadute permettendo, mi sbilancio e faccio il nome di Crabbe. Magari non per la vittoria, ma per un bel risultato. Sta sorprendendo da inizio stagione, è un altro 2005, ed è esploso così all’improvviso. L’anno prossimo, con questa crescita, lo vedremo in qualche squadrone per il Nord.
Scaroni ferma le rotative
Prima di chiudere la newsletter di questa settimana, in uscita venerdì 13 febbraio; prima di mandarla a chi di dovere (sì, c’è qualcuno che la corregge, altrimenti…); prima di fare “salva e pianifica per l’invio”, insomma la solita routine che ci accompagna da ormai tre anni, abbiamo dovuto aggiungere due righe per raccontare, seppure brevemente, di un corridore che ci piace in modo particolare ed è così da ben prima che iniziasse a vincere quasi in maniera seriale: ci sbilanciamo a definire in questa maniera la sua modalità di successi.
Perché qualche parola va spesa su quello che sta facendo Christian Scaroni in questo inizio di stagione: non c’è nulla di banale nelle sue vittorie. Forse, qualcuno, magari poco attento a taluni fatti della vita o tra quelli iper critici per qualsiasi cosa, si sa che dare aria alla bocca in tempi come questi è redditizio soprattutto (o forse soltanto) per tornaconto personale, insomma qualcuno dirà “e che sarà mai vincere il Tour of Oman?” Invece è tanto. Perché l’Italia non è più, ma si potrebbe dire che per certi versi non è mai stata, nazione vincente di brevi corse a tappe, se facciamo qualche eccezione; perché ci siamo lamentati che mancasse un po’ quella classe media di corridori capaci di prendersi traguardi di questo genere: salite e classifiche generali, seppure di corse di secondo piano.
Abbiamo visto Scaroni sul traguardo ormai classico di Green Mountain (Jabal Al Akhdhar) battere Adam Yates (che forse in quel momento avrà invidiato il fratello o meglio ancora avrà pensato alla bici di Simon appesa in garage e magari sta facendosi un’idea pure lui sul suo futuro a breve termine, si sa come sono i gemelli), lo abbiamo visto riprendere nel finale Luke Plapp, tra i corridori più in forma di questo inizio di stagione – a proposito: che bell’avvio la Jayco AlUla! – e poi alzare le braccia al cielo dopo il convincente lavoro del suo compagno di squadra Christian Rodriguez, altro corridore uscito dall’Arkea che sta andando molto forte.
Al 12 febbraio Christian Scaroni, alzando le braccia al cielo in Oman, tappa e classifica finale, registra tre successi nel 2026 ed è andato in doppia cifra di vittorie da quando è professionista (10 tonde), svoltando, come tutta l’Astana, all’improvviso, la scorsa stagione e continuando sull’onda lunga di questo momento propizio quasi divino.
Nel 2025 per l’Italia le vittorie nelle classifiche delle corse a tappe furono tre: Malucelli in Cina al Tour of Taihu Lake, Baroncini al Giro del Belgio e proprio Scaroni in Francia a inizio stagione al Tour des Alpes Maritimes. Anche lì fu tappa e maglia. Godiamocelo nel frattempo prima che i due, tre grossi calibri ritornino a monopolizzare ogni ordine d’arrivo, annoiandoci a morte.
Mondiali di ciclocross 2026: appunti da Hulst
Il viandante di una nota novella di Giovanni Verga che, come ogni persona intrappolata fra le pagine, continua a camminare o fare ciò in cui il narratore lo ha immaginato in tutto il tempo dei tempi, andando lungo il Biviere di Lentini, in questa sera d’inverno, forse guarderebbe per aria e nel cielo vedrebbe le tracce degli aerei che lo solcano. Si chiederebbe allora: “Chi sono quelli?”. E sentirebbe rispondersi. “Ciclisti”. Verso l’Australia, verso gli Emirati Arabi, talvolta anche solo verso le coste della Spagna, dove il tepore di un’altra primavera è già arrivato, volano così i ciclisti, in inverno. Tranne che a Hulst, tra l’acqua che riflette alberi spogli e un mulino a vento senza Don Chisciotte a sfidarlo, ché non siamo in un libro ma nel mondo reale e qui la fantasia va contingentata per non passare per matti. A Hulst, la città più fiamminga dei Paesi Bassi, sabato 30 gennaio e domenica primo febbraio si sono corsi i Campionati del Mondo di Ciclocross. Loro sono i ciclisti che restano nell’inverno e ne fanno mestiere, traccia, scia, salti, traiettorie, maestria, forza e delicatezza, equilibrio e vertigine. A Hulst non si guardano gli aerei nel cielo, ma i ciclisti nel fango.
Da quelle parti, Mathieu van der Poel ha realizzato l’ottava meraviglia, ovvero l’ottava iride in questa disciplina. Non era mai successo, la chiamano storia. Sarà per chi ne parlerà fra molti anni, lo è già per chi guarda, osserva e resta meravigliato, anche se ormai l’olandese non dovrebbe più sorprendere. Invece lo fa ancora perché c’è dell’arte nel modo in cui vince, in cui salta i dossi, in cui sfiora le curve e sale le salite. Non amiamo particolarmente il termine “planare” o “decollare”, quando si tratta di biciclette e di donne o uomini in bicicletta che sono più cose di terra che di cielo, qualcuno lo ha detto in telecronaca a proposito della sua prestazione e forse per la prima volta ci siamo riconosciuti in quel vocabolo, ci siamo sentiti più giovani. Uno spettacolo solitario perché anche due grossi calibri come Tibor del Grosso e Thibau Nys hanno solo potuto inseguire e giungere al traguardo nell’ordine, dopo qualche schermaglia lungo il percorso. Quando c’è van der Poel di mezzo il resto sembra lontano, eppure Filippo Fontana ha messo su strada una prova notevole e solo Joris Nieuwenhuis gli ha levato un quarto posto che si sarebbe anche meritato. Tra le urla della gente, i cappellini colorati, la lana e la birra, lo spartito perfetto del cross, questa verità non passa inosservata. Nemmeno la bellezza del percorso può lenirla: lo sport che per eccellenza premia il merito, talvolta per eccellenza del merito se ne frega. Non del merito di chi vince che, per antico detto, ha sempre ragione, ma del merito del cammino che è diverso, è vero, ma sempre merito è.

Filippo Grigolini, nella prova juniores, ha preso la corsa di testa e non è un modo di dire. Il suo è stato un assolo, il tradimento è arrivato da quello stesso fango che lo rendeva bello e veloce, efficiente. Due cadute nel giro di pochi minuti, dietro di lui un olandese, Delano Heeren, il cui destino pare segnato, perché l’azzurro è troppo avanti. Quelle due cadute ribaltano la clessidra della storia: Heeren lo sorpassa, Grigolini insegue, ma non c’è più niente da fare. Nel dopo gara si parlerà di un possibile polso fratturato per il diciassettenne, medaglia d’argento: quelle cadute hanno lasciato il segno, non solo sul medagliere. Giel Lejeune, il francese che aveva assediato la fortezza di Grigolini all’inizio, è tornato ad assediarla nel finale, seppur per un bottino minore. Non ci è riuscito perché pur dolorante Grigolini ha difeso la posizione. L’amaro in bocca. Sì, proprio quello, e deglutire per far finta di niente. Si tratta di una sensazione che ha spiegato bene Sara Casasola che ha dovuto ritirarsi dalla prova élite a causa dei postumi di una caduta ad Hoogerheide e del conseguente peggioramento durante la prova percorso ad Hulst. Casasola non riesce spiegarsi come un secondo possa mandare in frantumi settimane di lavoro. Dice che è uno schifo tutto questo e che la bicicletta sa essere straziante.
Può essere straziante oppure simile a una storia ma di quelle vere. E un mulino a vento ed uno specchio d’acqua sono una bella ambientazione. Lucinda Brand veniva da una settimana difficile, lo sapeva lei e lo sapevano le sue colleghe: a condizionarla un problema al polpaccio che le ha fatto saltare diversi allenamenti nell’ultima settimana, mentre le certezze di una stagione perfetta scricchiolavano proprio sul più bello. Trentasei anni per Brand e una vita da ciclista consacrata al cross, atto di devozione e sacrificio. Podi, podi e ancora podi. Quest’anno la seconda vittoria al Campionato del Mondo, davanti a Ceylin del Carmen Alvarado e Puck Pieterse per un podio tutto arancione. Colore dell’Olanda, autentica dominatrice di questa rassegna con nove medaglie, davanti al Belgio a quattro ed alla Repubblica Ceca a due. Non sorprende allora che proprio l’Olanda abbia conquistato la medaglia d’oro nella prova del Team Relay, schierando, tra gli altri, Shirin van Anrooij e Tibor del Grosso. L’Italia, in quell’occasione, ha messo in campo una prova notevole: aggressiva, attenta, minuziosa. Filippo Grigolini, Stefano Viezzi, Sara Casasola, Elisa Ferri, Giorgia Pellizotti e Filippo Fontana si sono presi così l’argento, davanti al Belgio e a nazionali del calibro di Francia e Gran Bretagna.
Orange è anche Leonie Bentveld, già assidua frequentatrice dei podi Mondiali negli scorsi anni. Sì, però davanti a lei c’era sempre una certa Zoe Bäckstedt. Non è una sorpresa Bentveld, sia chiaro, come non lo è la sempre più nominata Viktória Chladonová che con le unghie e con i denti ha provato a prendersi quel traguardo che vale il gradino più alto del podio, pur dopo un partenza che ha lasciato a desiderare. Bentveld è riuscita ad avere la meglio nel giro conclusivo ma, se atlete come Gery e Moors non erano della partita, in quel momento, si deve soprattutto alla slovacca che ha iniettato nelle loro gambe il veleno della propria abilità. Per l’Italia fra le under23, invece, è da mettere in risalto il decimo posto di Elisa Ferri, giovane e ancora alle prime esperienze in contesti simili. Il Campionato del Mondo è anche universo di riscatti, progettati per un lungo anno: parola di Barbora Bukovskà. Ci si aspettava Lise Revol tra le junior e l’avvio sembrava realizzare la promessa ma è la rabbia di Bukovskà a realizzare la rimonta e lo stravolgimento. Simile a quella di Grohova che così facendo, in solitudine, agguanta il podio. Si corre con le gambe, i più attenti dicono anche con la testa, ed ormai è assodato. Forse si corre anche con altro, qualcosa che c’è dentro l’essere umano e nessuno può comprendere fino in fondo, altrimenti certe prestazioni come le spieghi? Solo le gambe e la testa, magari, cederebbero. Quella radice interiore, invece, no. Quarta è Giorgia Pellizotti.

Il Belgio si prende la scena con Aaron Dockx, nella prova probabilmente più amara per gli azzurri, quella della squalifica di Stefano Viezzi fra gli under23. Il suo avvio è segnato dalla sfortuna: fora e lo pneumatico si stacca dal cerchione. L’errore è quello di appoggiare la bici e dirigersi da solo ai box. Questione di poco, è vero, ma il regolamento prevede che atleta e mezzo debbano comunque giungere assieme. Viezzi è fuori ed è un gran peccato. Si tratta del giorno in cui i pronostici vanno in fumo: David Haverdings precipita nell’incubo e Aubin Sparfel, altro favorito della vigilia, fora. Ne approfitta Dockx e realizza il proprio capolavoro.
Il viandante di Verga, fuori dal tempo, continua a camminare e tra i pascoli deserti di Passaneto e Passanitello, quando vede qualcuno in bicicletta domanda: “Chi è quello?”. E qualcuno risponde: “Ciclisti, anzi ciclocrossisti”. E il mulino di Hulst continua a girare. Ormai solo, perché la festa è finita.
Ma ritornerà
Il Giro è finito. L'ha vinto Simon Yates, davanti a Isaac Del Toro e Richard Carapaz. Ad un certo punto si era convinto che il Giro non fosse affar suo, invece no. Il Giro è finito. A Roma, l'ultima volata l'ha vinta Olav Kooij, su Kaden Groves e Matteo Moschetti. Il Giro è finito, ma ritornerà.
Stanche sono le gambe, stanchi sono i pensieri, stanchi sono i bagagli aperti e richiusi ogni mattina ed ogni sera nell'ultimo mese, stanchi sono i meccanici e le loro albe buie, nei cortili degli alberghi, con un faro acceso, sotto l'ultima luna o sotto la pioggia. Stanche sono pure le biciclette, i cavalli dei ciclisti: alcune non sono nemmeno arrivate fin qui, alcune sono state sistemate, aggiustate, cambiate, medicate. Stanchi sono i ciclisti che domani non partiranno e, se lo faranno, sarà solo per tornare a casa. Stanco è il sole che tramonta su Roma e sul «biondo Tevere» nel primo giorno di giugno, nell'ultimo del Giro che arriva a sera. Stanche sono le voci, stanche le tastiere e le penne, stanchi siamo anche noi, ma questo non conta. Stanchi sono tutti coloro a cui il Giro, in un modo o nell'altro, è appartenuto per tre settimane, anche qualcosa in più, perché non è una gita, il Giro, sebbene sia un viaggio e un bel viaggio. Ma ritornerà.
Stanchi sono gli eroi, come i direttori sportivi Visma Lease a Bike hanno chiamato ieri Wout van Aert, perché non sono eroi, ma uomini o ragazzi. Non sono eroi, sono professionisti che cercano di fare al meglio il proprio lavoro. Stanche sono le ferite, le cicatrici, i punti. Nascosti sotto un cerotto quelli di Josef Černý, se li porta dietro dalla tappa e dalla pioggia di Napoli, e pedala, continua a pedalare. Ha attaccato anche oggi ed è stato l'ultimo ad essere ripreso dal gruppo, già involato verso la volata. Stanche sono le ossa, quelle rotte, quelle doloranti, quelle di Gianmarco Garofoli, che sopra quelle ossa è caduto di nuovo e di nuovo è ripartito. Stanchi sono i dottori delle squadre e le loro mani a curare. Stanchi sono i cuochi e le loro mani a preparare. Stanchi sono i direttori sportivi e le loro mani a guidare e supportare. Tutto si ferma, ma ritornerà.
Stanchi sono i gregari la cui parola d'ordine è essere pronti, anche a fine Giro, anche quando gli altri si distraggono, si rilassano. Si tratta di una sorta di missione, portare in giro il gruppo, portare il proprio ultimo uomo in volata. Così si è chiuso il Giro di tanti, forse soprattutto quello di Edoardo Affini e Wout van Aert. Così era iniziato il Giro di tanti, forse soprattutto quello di Jacopo Mosca che, ieri, è andato in fuga, ed è andato in fuga per lavorare per i propri compagni. Stanco è Jacopo Mosca ed il suo cognome è sull'asfalto di una salita di alta montagna. Stanco è il primo, e tutto sappiamo chi è, stanco è l'ultimo e la classifica al contrario non la guarda quasi nessuno, invece conta anche sapere l'ultimo. Non perché è arrivato ultimo, ma perché è arrivato, nel giorno in cui il Giro finisce. Ma ritornerà.
Stanca è persino la lavagna su cui ogni giorno sono stati scritti i distacchi tra fuga e gruppo. Oggi c'è scritto "grazie", in tre lingue. Stanco è chi si è preso ogni giorno sulle spalle le transenne per posarle e raccoglierle. Stanchi sono anche i sogni, da continuare a crescere, stanche le speranze e stanche persino le delusioni. Stanco è Egan Bernal, ma felice perché è ancora un ciclista e stanchi ma felici è tutta un'altra storia. Soprattutto ora che il Giro che ci è appartenuto per tre settimane finisce. E già ciascuno pensa che ritornerà, quando tornerà maggio.
Scriveva Alfonso Gatto: «Da giorni e giorni il Giro ormai mi appartiene, è un poco anche mio, lo difendo. Oggi la nostra effimera famiglia andrà dispersa, ci lasceremo in fretta, ma noi che per l’Italia ci incontravamo per salutarci con grandi gesti tutte le volte che ci incontravamo, così come fanno le navi sul mare, perderemo la nostra aria ciondolona di mozzi che non sanno dove passare la giornata di libera uscita...» Così è successo poco fa, un'altra volta e tutti, stanchi, hanno pensato che ora potrà esserci una giornata di mare, di montagna, forse solo di casa. E tutti, pur se stanchi, hanno pensato che questa strana abitudine mancherà. Ma ritornerà, è uno puntuale il nostro caro vecchio Giro.
Pianto antico
Per come l'abbiamo visto saltare, agitarsi, maltrattarsi la voce e, poi, correre accanto a Isaac Del Toro, agitando il pugno nell'aria polverosa del Colle delle Finestre, crediamo che un bambino in maglia e pantaloncini rosa e occhiali, che riflettono il mondo ma non gli occhi, ora, starà vivendo una delle prime delusioni sportive. E ricordiamo tutti quanto faccia male quel tipo di delusione a dieci anni, forse dodici, magari anche meno. Il prossimo Giro, come il prossimo Mondiale, la prossima Olimpiade o il prossimo scudetto, a quell'età, sembrano così lontani da non arrivare più. Ed in quel pugno stretto resta solo l'aria, vuota.
A quel bambino vorremmo dire di studiare la storia di Simon Yates, se ancora non la conosce, tuttavia è improbabile perché chi fa così di solito ha un'enciclopedia del ciclismo in testa e quaderni pieni di classifiche e distacchi. Vorremmo dirglielo perché Simon Yates ha vinto il Giro d'Italia 2025, sette anni e qualche giorno dopo il 25 maggio 2018, quando, sullo stesso Colle delle Finestre, ancora innevato, pagò da Chris Froome 38'51". Quel giorno eravamo all'arrivo e, quando tagliò il traguardo, con addosso la maglia rosa ormai persa, ben pochi lo aspettavano. Non lo vedemmo piangere al traguardo, forse avrà pianto altrove, magari in camera, di nascosto, preda della convezione per cui piangere fa apparire deboli.
A più di un quarto d'ora dalla conclusione della ventesima tappa, invece, oggi che il Giro è suo, Simon Yates non riesce a smettere di piangere e i condotti lacrimali si scavano sempre più come l'acqua fa con le rocce. Sì, di felicità è concesso a tutti piangere mentre la tristezza è meglio nasconderla. Che sciocchezza! Quel bambino, un domani, capirà questa storia e correrà ancora al fianco di un ciclista. Forse anche di "Torito", come lo chiama la sua gente.
Non è il primo ad attaccare Simon Yates, quel compito spetta a Carapaz, che il banco vuole farlo saltare sin dal primo chilometro del Finestre. Del Toro risponde. In quel preciso momento entrambi hanno la convinzione di essere sulla strada giusta: Del Toro perché la ruota del suo rivale è vicina, Carapaz perché a forza di attaccare "quello si staccherà". Non hanno fatto i conti con l'imprevedibile, anzi, a dire il vero, semplicemente non hanno fatto i conti con il fatto che il Giro è ancora troppo aperto e il Finestre lungo, molto lungo. Simon Yates lo ricorda bene: c'era la neve, c'era la gente e quello sterrato non finiva mai. Era solo, lo sorpassavano tutti o quasi. La festa c'era ma non era per lui. Incredibile quanto il paesaggio sia così vicino e così distante dagli esseri umani, quanto li abbracci e quanto se ne disinteressi. A parte il sole e la polvere, a parte sette anni in cui Mondiali e Olimpiadi si sono tenuti e il Giro è passato e ripassato, è tutto uguale, ma Yates è in terza posizione e sta andando a vincere il Giro. Dopo così tanti giorni, mesi e anni che non può battere gli stessi rivali, può batterne altri e far pace con una vecchia tristezza, un antico rimpianto.
La battaglia di Simon Yates è la battaglia di Wout van Aert che attacca, scala, lo attende, gli fa strada in discesa, calcola i rischi e i benefici, lo porta fin dove può e pare non volerlo lasciare mai, perché quell'uomo sta facendo qualcosa di troppo grande, di troppo bello, e lo sta facendo rischiando tutto laddove era "caduto". Nel luogo che era stato suo carnefice. Si sposta sfinito van Aert, sbanda, pare il fantasma di un corridore, in una di quelle storie in cui si baratta il proprio essere per qualcosa o per qualcuno. Lui l'ha fatto per Simon Yates e entrambi hanno vinto. Il gruppo, se così si può chiamare quello fatto a pezzi dal Finestre, si riporta su Del Toro e Carapaz, che si controllano e si innervosiscono, e su Gee e il distacco aumenta: saranno più di cinque minuti, quando Del Toro, con una volata tanto bella quanto inutile ai fini della generale, taglia il traguardo.
A Sestriere ha vinto Chris Harper, davanti ad Alessandro Verre e il rammarico è che, in giornate così, le parole vanno altrove e gesti simili passano sotto silenzio. Harper ha cercato Yates e l'ha abbracciato. Non ha visto nulla, ma ha capito la portata di quello che è avvenuto oggi, ne è stato testimone, a modo proprio. Si parla di redenzione per Yates e noi non sappiamo se effettivamente lo sia, anche se i lemmi coincidono. Però siamo certi che Yates, stasera, è un uomo con un pizzico di libertà in più, perché ha curato un pianto antico, visibile o invisibile. E domani, a Roma, conquisterà Il Giro d'Italia.
Foto: Poci's Pix












