Wout van Aert, dietro la curva e oltre la polvere

Le mani, lentamente, disvelano il volto e lì sopra, sulla pelle, tenuto assieme dal sudore, c'è il bollo della polvere. Quell'uomo, nella polvere, è tornato a riveder le stelle e ora ha gli occhi chiusi, mentre i muscoli del viso suggeriscono un pianto che non vuole arrivare. Wout van Aert ha conquistato la nona tappa del Giro d'Italia, ha abbracciato il caos e, a Siena, in piazza del Campo, si è buttato a terra, a riprendere fiato. Mentre, a pochi metri, un ragazzo di ventuno anni, dal Messico, sta in silenzio, incredulo: ha fatto il pazzo per tutta la tappa, non l'ha vinta, ma, tra poco, indosserà la sua prima maglia rosa. Sarà la prima volta per il Messico, al Giro. È Isaac Del Toro.

Aveva smesso per la povertà che affligge il suo paese, per stare accanto alla madre ed aiutarla, ma in bicicletta è sempre stato veloce e, un giorno, da quella madre è tornato: "Diventerò un ciclista, andrò a correre in Europa e cambieremo questa situazione, mamma". Dall'ultima curva sono spuntati loro due, dopo che sulla salita di Santa Caterina sussultavano, ballavano, si tenevano e spingevano persino con la testa, finanche con i denti. Sono spuntati loro due e van Aert è passato davanti. Primo. Si rivede l'Orsa Maggiore.

Nel ciclismo, in fondo, si aspetta qualcuno che spunti, che appaia all'improvviso e riporti la meraviglia, lo stupore delle prime apparizioni di quel che ancora non si conosce. Si può spuntare da dietro una curva o dalla polvere fumante di una strada sterrata, fa poca differenza. Si può spuntare da un altro paese, da un altro mondo per cercare di cambiare le cose. I cinque settori di sterrato, da Gubbio a Siena, hanno concesso più volte questa possibilità, in un rimescolarsi da girone dell'Inferno dantesco di possibilità e strategie. Fino a mandare a quel paese le seconde e a prendersi l'anarchia.
Del Toro che tira davanti, con van Aert a ruota, mentre Ayuso è nel gruppo inseguitore. Se ne parlerà e se ne sta già parlando, tuttavia questo disordine incontrollato ed incontrollabile va a nozze con la parte irrazionale di ciascun essere umano. In questo disordine si riconoscono tutti e tutti si bloccano, vorrebbero non finisse, pur se soffrono e non sanno cosa sperare. Per questo anche chi è rimasto solo ad osservare pare quasi stanco, perché, in qualche modo, ha partecipato. Resta qualcosa in sospeso che fa già pensare a martedì, perché domani il Giro riposa e mentre le ferite si curano, i pensieri fermentano.

Diego Ulissi rallenta le ultime pedalate in maglia rosa, guarda la gente ad aspettare. Ha vissuto una giornata così e non gliela toglie nessuno. Primoz Roglič è caduto, gli è franato davanti Hamilton, e non ha potuto fare altro perché non dipende solo da te, anzi, spesso non dipende per nulla da te, in quel gruppo ed in quella polvere. Nel caos ci si finisce anche così e nessuna analisi può uscirne senza questa considerazione. Ha avuto anche un problema meccanico, Roglič, una foratura probabilmente, e si è trovato ad inseguire. Accanto a lui Giulio Pellizzari che del disordine é la via di fuga, della polvere l’acqua che la mette quieta a terra. Allo stesso modo è caduto Storer e sicuramente buona parte del gruppo ha passato qualcosa di simile, pur se le telecamere non l'hanno colta. Sembra assurdo, ma in giorni come questi crediamo di aver visto tutto e non abbiamo visto quasi nulla. Crediamo di sapere tutto e ne sappiamo ben poco. Siamo dietro la curva, oltre la polvere.

Egan Bernal era davanti, è stato davanti per buona parte della tappa, poi, all'ennesima accelerazione di Del Toro è parso spegnersi. Ha guardato la telecamera, aveva un ghigno, stava soffrendo, come tutti, oggi e non solo, ma in fondo a quella fatica sembra di poter vedere qualcosa di simile ad un sollievo. Perché non è mai un caso, ma una volta potrebbe anche esserlo, due no e, oggi, Bernal è stato davanti, come ai vecchi tempi, che tanto vecchi non sono e c'è ancora Giro. Il disordine che si vede dall'esterno è soltanto una parte, forse persino quella meno rilevante, perché, alla fine, le strade bianche sono strade e come tutte le strade hanno un inizio e una fine, una curva da cui spuntare e tornare a respirare, un asfalto freddo su cui lasciarsi andare dopo la povere che acceca.

Nelle persone e quindi nei ciclisti può esistere un caos indomabile che racchiuso in un corpo perfetto e perfettamente ordinato sembra quasi ordine. Wout van Aert può ben capire questa storia, lui che è tornato laddove era nato e il primo pensiero lo ha dedicato alla famiglia “grazie a cui è ancora un ciclista”.


La petrosa Itaca di Ulissi

Mentre il vento soffia accanto alla finestra vicina alla nostra scrivania, stasera vorremmo solo scrivere una lettera alla fuga e non importa se nessuno ci spedirà mai la risposta perché certe lettere si scrivono soprattutto perché l'altra o l'altro sappia . Non nascondiamocelo e scriviamone di più. "Bello di fama e di sventura, baciò la sua petrosa Itaca Ulisse" scriveva Ugo Foscolo a Zacinto. Alla fuga noi vorremmo scrivere le stesse parole e parlare di un uomo in carne ed ossa che non ha baciato una terra, ma ha urlato dopo una fuga e l'attesa. E anche un urlo può assomigliare ad un bacio. Anche un urlo può essere felicità. Quello di Ulissi lo è, come lo era quel bacio di Ulisse nei pensieri di Foscolo.

Ma questa lettera inizia così perché c'è di più.
Diego Ulissi ha viaggiato molto ed è stato difficile sentire la mancanza "dell'uscio di casa", poi un 17 maggio, in barba alla superstizione, lontano da casa, ma non troppo, ha conquistato per la prima volta in carriera la maglia rosa, a trentacinque anni suonati. Quella sì l'ha baciata e c'è una logica, perché la maglia è la casa di un ciclista, con le tasche per le provviste, piccole e strette, ed un numero, l'indirizzo. Si è voltato a guardare quanto fosse distante quella casa, appena tagliato il traguardo, ed è stato in silenzio.

La petrosa Itaca di Ulissi è qui o, forse, nei pomeriggi con i nonni a guardare il Giro d'Italia. Per questo piange e lo capiamo, perché tutti abbiamo guardato il Giro assieme a qualcuno e ora che i tempi sono cambiati ci manca ed il Giro ce lo ricorda. Itaca è sua figlia Lia che, quando ha sofferto di miocardite, gli chiedeva: "Papà, perché non corri più?". E lui ha voluto dirle la verità perché ai bambini si racconta la verità, oppure non si è alla loro altezza.

E Lia questo pomeriggio ha avuto la certezza che suo padre corre ancora e fugge dal gruppo per la propria terra promessa. Per la propria meta, anche se non parliamo di rugby. Ma la fuga di un ciclista è cercare una meta, sognarla, non per paura ma per coraggio. La fuga é visione, talvolta antidoto, medicina.

Per il ginocchio malandato di Bardet dopo la caduta di ieri, per la lunga ricerca dell'io di Wout van Aert, che ci ha provato, per Luke Plapp che a meta è arrivato. Era caduto nella cronometro di Tirana, Plapp, forse non si era fatto particolarmente male fisicamente, ma certamente era rimasto scosso. Si controllava il corpo e rallentava, cercava qualcosa e si cercava. Ha tante ferite Plapp e alcune sono proprio derivate da una cronometro, quella dell'Olimpiade a Parigi su tutte. Ha tante ferite e per questo fugge, scappa per ritrovarsi, per non ascoltare le sirene nella sua personale Odissea. E va bene così, anzi benissimo visto com'è finita, a braccia alzate e incredulità sparsa ovunque.

Stiamo riordinando i pensieri e abbiamo preso appunti per non scordare nulla di tutto ciò che vogliamo che una fuga, una qualunque, sappia: che nonostante la sua veneranda età è sempre più bella, che dovrebbe insegnare anche a chi non è ciclista una fuga simile, che faccia sentire meglio e curi, che faccia sentire ragazzino un uomo con una barba ruvida come fa sentire ragazzino un ciclista esperto, come meraviglia un ragazzo in maglia blu, che si passa le mani fra i capelli, accanto ad Ulissi appena giunto ad Itaca. Lorenzo Fortunato, parliamo di lui. Abbiamo preso appunti e il foglio è pieno, mentre la televisione mostra Diego Ulissi in maglia rosa. Continueremo a guardare e a scrivere. Voi, se potete, se volete, fate altrettanto.

Foto: Poci's Pix


Il Giro tornava sulle montagne

Era il primo giorno in cui il Giro d'Italia tornava a scoprire le montagne, dopo una settimana in cui era "piovuto a valle". E quando il Giro si arrampica tra verticalità, tornanti, alberi affollati e verdi dopo le piogge di primavera, le persone lo seguono e, passo dopo passo, si aggrappano a quelle strade, mentre attendono che le cose cambino. I più anziani stanno appoggiati ad un muretto, forse ad uno di quegli alberi, e raccontano lentamente che avrebbero potuto essere ciclisti perché da ragazzini correvano forte, poi elencano le circostanze che li hanno portati a fare altro nella vita ed a tornare al Giro d'Italia ora che sono in pensione.

I ragazzini, invece, possono ancora esplorare tutti gli scenari del loro futuro e hanno fretta di essere come i ciclisti del Giro d'Italia. Hanno fretta di scattare in salita e restare soli. Qualcuno sostiene che sia un peccato voler assomigliare subito ai professionisti, è Giulio Ciccone, che non ha nostalgie ed oggi è forse il più atteso. Ma ci ritorneremo.

Intanto tutto è destinato a cambiare: dalla forma del gruppo che si sfilaccia, si allunga, perde pezzi, si scompone, alla maglia rosa che, ad inizio salita, cede il passo. Chris Harper, pur se di una squadra differente, mette una mano sulla spalla di Pedersen, gli fa i complimenti, ha fatto di tutto, il danese: tre tappe vinte, il lavoro per i compagni, persino un mezzo tentativo di fuga. Il gruppo l'ha visto, glielo riconosce. La fuga del mattino è stata ripresa da poco. Particolarmente gustosa, frizzante, stuzzichevole: Tarozzi, Garofoli e Scaroni, fra gli altri.

Ma, quando il Giro torna alle montagne è giorno d'esame e tutti vogliono sapere se sono pronti, se saranno pronti, perché di giorni così, nelle prossime due settimane ne capiteranno altri, e altri ancora. Anzi, capiteranno giorni ben più duri di questo, nonostante la salita di Tagliacozzo suoni affilata, più nel nome che altrove, a dire il vero, perché solo gli ultimi chilometri sono realmente duri. Certo, una caduta pochi chilometri prima non ci vuole. lo dice il ginocchio di Bardet, lo dice il corpo di Gaudu. C'è una lieve malinconia e una forte nostalgia: quella del possibile. Perché almeno un sogno con loro l'hanno fatto tutti.

È Giulio Ciccone a scuotere il gruppo, è lui il primo ad attaccare. Perché quei ragazzini non devono prendere la rincorsa, come ci ha detto spesso l'abruzzese, ma lui è un professionista e le cose cambiano. Il primo esame va sostenuto. È Egan Bernal a rispondergli e sarà questione d'amore ma tutti l'aspettano, perché mancava da molto, perché ha sofferto molto. In casa non ha foto proprie, nemmeno delle grandi vittorie, solo una foto di Marco Pantani in bicicletta. Fa venir voglia di stare ad aspettare. Pellizzari è il fido scudiero di Roglič che, se per un attimo perde il momento buono, pare recuperare con estrema facilità e domani partirà con la maglia rosa. Il momento perfetto lo azzecca Juan Ayuso che prova solo una volta, per non sprecare energie, ed è la volta giusta. Dietro di lui il compagno, Isaac Del Toro, che, chissà, forse Lorca avrebbe cantato.

Pellizzari, dopo il traguardo, cerca Roglič e pare quasi rassicurarlo. Non ce n'è bisogno probabilmente, ma il primo esame è sempre difficile, il primo esame è una risposta e, se non va bene, cala una luce differente su tutti i sacrifici dell'inverno, sull'altura, sui ritiri. Se non va bene, domani sarà più difficile. Stasera sarà più difficile. Juan Ayuso è giovane, anche lui sognava di fare il ciclista, c'è riuscito e ora chissà cosa sogna, anche se un'idea l'abbiamo. Sono diversi i sogni in tempo di responsabilità, più grandi e più difficili, per questo, oggi, tutti hanno fatto attenzione. Qui ci sono i professionisti, per gli altri, che accanto a loro sperano, il discorso è differente. Via la fretta e la nostalgia e continuare semplicemente ad andare in bicicletta, perché, se si smette, non è la fine di uno sport, è la fine di un altro modo di guardare il circostante. E anziani e ragazzini a vedere il Giro hanno entrambi bisogno di questa idea per andare avanti. Non importa quanto lunga sia la strada.


Una brutta giornata

Qualcuno, tempo fa, ci ha detto che la bicicletta permette una sorta di volo di terra, perché l'asfalto lo sfiorano solo le sue ruote e chi pedala, in realtà, è sospeso, in un equilibrio precario. Ed avevano ragione. Sta di fatto che ogni volta in cui quell'equilibrio precario svanisce, la bicicletta sbanda, gli uomini finiscono a terra, la pelle si lacera e le magliette ed i pantaloncini si rompono, quei "colossi" che raccontiamo, talvolta eccedendo con l'epica, appaiono per quello che sono, solo esseri umani.

La caduta, nella sesta tappa del Giro d'Italia 2025, la Potenza-Napoli, avviene quando mancano poco più di 71 chilometri al traguardo. Nuvole dense hanno liberato una pioggerella primaverile sull'asfalto che brilla, luccica, sotto i fari delle macchine. Soprattutto diventa scivoloso, quasi una saponetta e basta sfiorare il freno, magari in una curva per finire giù. Per perdere l'equilibrio. Il primo a cui succede è Jai Hindley, ma nel gruppo, fatto di atleti vicini, spalla a spalla, ruota a ruota, basta una sbandata perché in molti cadano, figuriamoci se un corridore frana a terra. Sono troppi gli atleti coinvolti, la corsa si ferma. Si dice "corsa neutralizzata", il che vuol dire che apparentemente non accade più nulla. La realtà è ben diversa.

Jai Hindley è seduto per terra, pallido, spaventato. Attorno a lui medici e staff della squadra cercano di capire e di rassicurare. Chiunque sia nella "macchina" del Giro trova un modo per dire qualcosa che aiuti, per fare qualcosa che aiuti, anche stare in silenzio, indietreggiare di un passo. I ciclisti paiono invincibili, per loro si usano termini che richiamano "lotte", "battaglie", "imprese". Per loro si parla di coraggio, di azioni di altri tempi, di fughe da lontano, di solitudine, ma gli esseri umani sono una miscela più complessa. Gli esseri umani se la terra frana sotto i piedi, o le ruote, avvertono timore ed è giusto sia così. Nel ciclismo si cade, non lo scopriamo oggi, e si è sempre caduti, diranno, direte. Nessuno lo mette in dubbio, ma quella sensazione la provano e l'hanno sempre provata tutti. Hindley sale in ambulanza, va in ospedale.

Sono chilometri di bende, disinfettanti, medicazioni. Josef Cerny sta quasi per ritirarsi, non lo farà. Continuerà con una vistosa ferita e il sangue che scivola nelle calze. Lorenzo Fortunato è aiutato da un compagno a sistemare il casco, Carapaz ha la maglia strappata, Magnier problemi di equilibrio, Busatto una fasciatura evidente e una smorfia, Hollman una un braccio fratturato, ma si valuta una possibile frattura di bacino e femore, anche la maglia rosa di Pedersen cadrà, apparentemente senza gravi conseguenze. Così è messo più o meno mezzo gruppo, ma anche i volti di chi non è caduto cambiano, perché un ciclista ha provato almeno una volta nella sua vita, perché un ciclista sa. Una brutta giornata, è una brutta giornata. Anche per chi è compagna, moglie, madre, figlia o figlio e attende uomini e non ciclisti.

Taco van der Hoorn e Enzo Paleni, protagonisti della fuga, ce la faranno quasi a precedere il gruppo, quando la corsa ripartirà, a tempi neutralizzati. Si stringeranno la mano, come coloro che condividono un viaggio, che si incontrano in montagna, anche se non si conoscono. Anche loro sanno, loro che condividono la stessa strada. Le persone tornano ad applaudire, a gridare, ci sono. C'è anche chi mette a rischio di nuovo il gruppo, attraversando la strada, per manifestare non si sa cosa, e come si faccia a non capire la portata demenziale di un gesto simile nel 2025 resta assurdo. Non ci si crede.

Vorremmo ci avesse creduto ancora un poco van Aert che nel chilometro finale ha allungato e, dopo giorni a vedere il gruppo dal fondo, il gruppo non lo ha più visto per qualche istante: è la sensazione di chi è in testa. Bellissima. A Napoli vince Kaden Groves ed è felice. A Napoli vince Kaden Groves e i ciclisti che arrivano sembrano finalmente potersi rilassare, dopo una brutta giornata. Domani ci sarà un'altra tappa, stanotte una notte difficile per molti. E qualcuno, tempo fa, ci ha detto che la bicicletta permette una sorta di volo di terra, perché l'asfalto lo sfiorano solo le sue ruote e chi pedala, in realtà, è sospeso, in un equilibrio precario.

Foto: Poci's Pix


Se le gambe scalpitano

I camionisti che, lungo la strada statale che pareva non finire mai dei primi chilometri della quinta tappa del Giro d'Italia, da Ceglia Messapica a Matera, seduti a bordo dei loro camion, fermi in attesa del passaggio della corsa, abbassavano il finestrino e aprivano la portiera del loro mezzo per osservare meglio uno squarcio di gara, prima di rimettersi al lavoro e continuare il viaggio anche a notte fonda, forse, sapranno solo da una voce alla radio che Mads Pedersen ha vinto di nuovo e Edoardo Zambanini, sul traguardo, si è letteralmente mangiato le mani per essere arrivato secondo.

È un mercoledì lavorativo come tanti altri, maggio si sente, il calore del sole nel primo pomeriggio suggerisce un piccolo sonno e la televisione racconta che dai vetri delle ammiraglie si intuisce anche il profilo di un meccanico appisolato per qualche minuto. Jacopo Mosca è in testa al gruppo da chilometri e chilometri, e da solo si porta dietro il plotone, cercando di cuocere i tre fuggitivi. Nell'aria, però, si intuisce che il finale, pieno zeppo di su e giù, sarà da "nervoso alle gambe".
La locuzione suggerisce quella sensazione di inquietudine, di irrequietezza per cui non si riesce a stare fermi, muovendosi di continuo, anche con un certo fastidio. Lo conferma il gruppo che da Montescaglioso in avanti pare un elastico, che si allunga e si accorcia in continuazione, cambiando forma e perdendo pezzi. I velocisti puri, tra cui Olav Koji, sono i primi a cedere, ma non è una giornata per loro. Verso Matera, accanto ai Sassi, veri e propri insediamenti rupestri scavati nella roccia, a dominare la scena, servono gambe che bruciano e scalpitano. Quello di Jay Vine non è nervoso alle gambe, è spirito di servizio, ma se pensiamo alla caduta che lo coinvolse ai Paesi Baschi e alla tripla frattura vertebrale, vederlo portare in giro il gruppo come fa racconta molto di cosa sia un ciclista.

Spirito di servizio è anche quello di Mathias Vacek per Mads Pedersen, ma il ventiduenne in maglia bianca ha le gambe che gli scappano. Si vede quando chiude su Roglic, si vede quando chiude su Caruso e persino quando porta davanti la maglia rosa di Pedersen. Nessuno lo sa ancora, si scorge solo l'immagine del danese che scivola indietro nel gruppo, solo poi il danese stesso rivelerà di aver sofferto molto per restare attaccato, nel finale.

Bene, Vacek guadagna persino un paio di metri sul gruppo, e si volta a cercare il capitano. Se non sono gambe brucianti queste, quali lo sono? Dinamite c'è anche nei muscoli di Pedersen perché nessuno mette in dubbio la sua sofferenza ma così è un gran bel soffrire. È gigantesco, Pedersen, un colosso che da marzo non esce dalla top ten in un ordine d'arrivo, ma anche un ragazzo di ventinove anni: "Mi hanno detto di fare il Giro, mi piace correre in bicicletta e mi pagano per farlo". Così semplice da sembrare poetico. E a Matera queste cose non serve spiegarle.

Incompiuta è l'opera di Edoardo Zambanini che con quelle gambe affamate è risalito lungo le transenne e ha superato tutti a velocità doppia. Tutti tranne uno e quell'uno è il primo, è Mads Pedersen, colui che era più importante da superare e che, forse, con qualche metro in più avrebbe pure oltrepassato. Resta la mano da morsicare in un gesto di stizza e un'inquadratura dall'elicottero per vedere meglio quel che si è fatto e per ampliare l'orizzonte.

Perché, forse, se nessuno avesse mai visto dall'alto Matera, nessuno saprebbe quant'è bella veramente, anche dove imperfetta. Una voce alla radio di uno di quei camion sta parlando proprio di questo, di tutto questo. Viene da Matera, dove servono gambe nervose e dove ci sono Sassi che non sono solo sassi.

Foto: Poci's Pix


I ciclisti e gli ulivi

La prima frase è sempre la più difficile, aveva ragione Wisława Szymborska. E noi la prima frase di questo racconto la scriviamo per raccontare di Nicolas Zukowsky che, dopo una caduta, ha finito il proprio Giro d’Italia seduto su un marciapiede, in una giornata di sole, con l'estate addosso, accanto a dei bambini felici, dolorante ad una spalla e pensieroso. Anche il canadese Zukowsky ha visto il bianco dei trulli, ha intuito il fresco al loro interno, ha sfiorato le tende di ciniglia di un vecchio negozio di alimentari e tutte quelle persone a bordo strada, che sono tornate com'è tornato a casa il Giro.

Anche lui avrà avuto la sensazione di annoiarsi, almeno un poco e avrà cercato un modo per non pensare a quel lungo drittone che, per buona parte del pomeriggio, ha traghettato la corsa dalla partenza all'arrivo. Poi, a poco più di 120 chilometri dall'arrivo, una caduta, probabilmente causata dalla distrazione, e quel marciapiede su cui sedersi ad aspettare di salire in ammiraglia. I bambini lo guardano, non capiscono bene cosa sia successo.

Mentre Zukowsky è immobile, Francisco Muñoz è in fuga da più di cinquanta chilometri e corre, in solitudine, accanto a ulivi su ulivi. È scattato subito Muñoz e sperava qualcuno lo seguisse, serviva un lucido folle e non l'ha trovato. Ha scosso la testa, qualche brutto pensiero l'avrà pur fatto, forse anche qualche imprecazione, nella mente e alla radiolina, ma gli hanno detto di continuare, ha continuato e per 132,5 chilometri è stato "l'uomo solo al comando".

Un motivo vero non c'è, un senso non l'ha una fuga così, ma sempre ci sono state, sempre ci saranno e sempre qualcuno è stato dalla loro parte, disperato. Sì, è pieno di ulivi tra Alberobello e Lecce: sono tantissimi, alcuni veramente giganti, secolari. Dalle fronde ombrose e dai rami nodosi che assumono forme di cose, di volti e di persone. Forse qualcuno somiglierà pure ad un ciclista, forse avrà qualche nodo a disegnare qualcosa di simile a una bicicletta e i ciclisti sono quelle persone che sul punto di "morire" pianterebbero un ulivo, ancora convinti di vederlo fiorire. I fugaioli più di altri, ma non solo.

Del Toro, Roglič e Ayuso che si giocano uno sprint intermedio, a spezzare la noia, per qualche secondo, e siamo solo alla quarta tappa, oppure Mads Pedersen a cui oggi è davvero capitato di tutto, è finito in fondo al gruppo ed ha inseguito più volte eppure, come non lo sappiamo ma lo indagheremo perché c'è dell'equilibrismo e non solo, all'ultimo chilometro era lì davanti, non sono da meno. La noia è svanita negli ultimi chilometri e, se da un lato era normale accadesse, dall'altro ci si è messo un circuito finale che, tra restringimenti e curve, ha incrementato i rischi, i pericoli, proprio mentre si parla sempre più spesso e giustamente di sicurezza. Anche Giulio Ciccone si è trovato ad inseguire, scortato dai compagni di squadra che, a fine giornata, hanno dovuto lavorare ancora e più forte di prima. C'era Muñoz a bordo strada, caduto pure lui, e non è il finale più giusto, tutt'altro. Non è il finale che sognava quella calda estate in cui con il fratello maggiore pedalò per la Galizia. Non quando si recò al velodromo più vicino perché voleva essere un ciclista, voleva diventarlo. I suoi genitori avevano paura, eppure lui ciclista è diventato lo stesso e oggi è andato incontro agli ulivi.

La volata tanto attesa trova Casper van Uden davanti a tutti: ventitré anni, dalla pista. Un talento forse discontinuo ma pur sempre un talento che, oggi, l'ha combinata bella, pilotato magistralmente dalla squadra. Ha gioito, van Uden e poi è corso incontro ai propri compagni di squadra. Ha corso letteralmente, una volta lasciata la bicicletta, all'insù, sul viale d'arrivo, quasi fossero i cento metri. Stringe, abbraccia, grida qualcosa a qualsiasi compagno incontri. Viene stretto, abbracciato, scosso da qualunque compagno incontri. Ad un certo punto sono in cinque ad aprire le braccia per accoglierlo. Quegli uomini sono la corteccia dei rami e del tronco degli ulivi perché sono lì, ovunque gli ulivi provino a resistere contro il cielo, mentre le radici corrono chissà dove.

Foto: Poci's Pix


I saxes spingevano a fondo

«I saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga e la canzone andava avanti sempre più affondata nell'aria» ma qui non c'è alcuna balera e nessuno sa se conoscono Boogie e hanno mai sentito la voce di Paolo Conte. Lui e lei chissà dove saranno, chissà su quale musica balleranno e se sapranno ancora a memoria dove vogliono arrivare. La canzone, però, è affondata nell'aria anche da queste parti, tra Valona e Valona, un biglietto di andata e ritorno, di distese azzurre e verdi terre, perché dall'alto, in Albania, si vede il mare e, oggi che è domenica, pure il Giro.

Ed i ciclisti spingono davvero come sassofoni, sin da quando la bandierina sventola e si parte di una partenza bruciante. Ciclisti gregari - e non solo - in fuga: Joshua Tarling, dopo la cronometro di ieri ha battuto il ferro finché era caldo, ha "battuto" le gambe finché avevano forza, Lorenzo Germani, Mark Donovan e Chris Hamilton, in prima istanza. Poi Alessandro Tonelli, ciclista che studiava ingegneria, e Dries De Bondt, che perdono l'attimo ma non l'idea e spingono talmente a fondo da rientrare. Le gambe ricordano e fanno male, per Tonelli, poi, è la seconda fuga in tre giorni di Giro, di cui una cronometro, ma domani c'è il giorno di riposo e, comunque, quelli come lui il sassofono potrebbero suonarlo realmente e non fanno altro che spingere aspettando il giorno, quello giusto.

L'aria è quella di una ribellione, di anarchia, o, forse, sono solo le leggi della natura. Le capre sfuggono da un campo, invadono la strada, si trema, tutti tremano, perché può succedere qualunque cosa quando un ciclista a tutta velocità incontra un corpo in movimento ed è solo perché non è successo nulla se possiamo permetterci di scriverne così. Una capra balza sulla strada, salta su un prato e raggiunge una roccia, il gruppo frena. Quello è il suo richiamo. Il richiamo di un ciclista è l'istinto del momento, un guizzo, un soffio di vento e andare via. La musica è possibile grazie all'aria, pure i ciclisti sono possibili grazie al vento o almeno così ci viene da credere.

E nel vento spingono, affondano, non solo i corridori in fuga, anche i gregari nel plotone che, in giorni così, è plotone d'esecuzione con nel pugno la sorte di pochi disobbedienti o sognatori: Lorenzo Fortunato e Pello Bilbao, ad esempio.

Wout van Aert è in fondo al gruppo e non sembra lui. Friedrich Hölderlin scriveva che è là dove c'è il pericolo che esiste pure la salvezza o per quanto la sua possibilità. Sarà perché è lì che cresce l'immaginazione, quando immaginare è l'unico infinito possibile, una volta finito il resto. Mads Pedersen, invece, è davanti e sembra proprio lui, quello che abbiamo conosciuto questa primavera ed in questo inizio Giro d'Italia. Aveva scommesso un taglio di capelli particolare con Jacopo Mosca, prima dell'inizio di questo Giro, non sappiamo se abbia scommesso altro ieri sera, ma di certo ora è il gruppo a suonare il sassofono in un pomeriggio di tarda primavera e ad affondare questa canzone nell'aria.

Sembrava dovesse scoppiare il mondo all'inizio, alla fine, invece, è stata una nuova volata, un ballo a due mentre tanti altri ballano. Un Boogie, forse, e chi non ha ascoltato Paolo Conte rimedi presto. Non finisce più la volata di Pedersen e Corbin Strong recupera, recupera, recupera ancora, ma la ruota davanti non gliela mette. L'orchestra, il gruppo dietro di loro, si dondola davvero come una palma di fronte ad un mare venerato e la canzone dice e non dice. Sì, Pedersen torna in maglia rosa, Roglič se ne disfa, almeno per il momento ed aveva detto di volersi godere la frazione senza pensare ad altro, ma niente più di questo, almeno per ora.

Il Giro d'Italia torna in Italia tra stasera e domani e martedì riparte da Alberobello, il paese dei trulli, del Bosco Selva e delle orecchiette fatte a mano. Ma per alcune ore, soprattutto il paese del Giro, in cui sta già sorgendo una città diversa e temporanea, e di un'altra canzone. Emil Cioran scriveva che, forse, si poteva fare a meno di frequentare anche Platone perché ci sono già i sassofoni a farci intravedere un altro mondo. E poi i ciclisti e poi questa carovana che è già ripartita.

Foto: SprintCyclingAgency


Un solo secondo

Sulle strade di Tirana, chi incontra e si scontra con il Giro, talvolta, pare non aspettarselo. Tuttavia, dopo aver scrutato per qualche secondo ciascun corridore che, a cronometro, giunge in solitudine, come fosse un passante, dall'altro lato della strada, ognuno saluta. Poi prosegue per la propria via in qualunque occupazione sia impegnato e forse non si interessa nemmeno più di tanto di questa strana faccenda chiamata Giro d'Italia. È l'antico vincolo dell'ospitalità che, da queste parti, è più vivo che mai e basta questo per non sentirsi estranei pur se non ci si conosce e mai più ci si rivedrà perché tutti, nei dintorni, vanno e vengono: i ciclisti e chi, in un modo o nell'altro, ne segue i viaggi.

Pare che Joshua Tarling abbia sempre al seguito qualcuno della propria famiglia alle corse: «E se è una giornata no, se le cose non vanno, se non mi sento bene, spesso li tratto anche malamente, però loro continuano a seguirmi e non ricambiano mai con la stessa moneta». Anche questa è una forma di ospitalità, pur se in senso lato: non si fa spazio nella propria casa o nella propria terra, ma si fa spazio in altro modo e ci si mette un poco da parte.

In fondo, Tarling è nato il 15 febbraio 2004, ha poco più di ventuno anni: si vede dal viso, ancora da ragazzino, con le guance arrossate dallo sforzo, e da una timidezza piuttosto pronunciata quando smette di pedalare. Si intuisce leggendo qualche suo scritto che è giovane. Se ne ha la certezza quando toglie il casco, quando fa una smorfia o sorride e quel volto stride con quel che si è appena visto in sella. Una sorta di divoratore di asfalto. Sì, perchè in bicicletta è dirompente, a cronometro perfetto. Il suo corpo diventa una specie di guscio che attraversa le leggi dello spazio e del tempo. E lo fa più veloce di tutti, per questo conquista la cronometro, con un solo secondo di vantaggio su Primož Roglič: un altro che di gambe ne ha eccome ed al secondo giorno si è già preso la maglia rosa. La voleva? Non la voleva perché troppo presto? Il problema è minimale, anzi, ad averne di questi problemi.

Ma torniamo a Tarling che, cresciuto in Galles, di cui ricorda un'infanzia felice, in bicicletta andava anche poco. Nonostante questo, a dodici anni, ha percorso una cronometro di cento miglia in quasi cinque ore e da quel momento ha capito che si trovava a proprio agio in quella dimensione e voleva approfondirla. Nonostante non sia per nulla una condizione agevole, anzi del tutto inospitale, innaturale, come la posizione assunta per guadagnare qualche centesimo di secondo perché anche i secondi che servono in un Giro d'Italia sono dappertutto.

Stiamo pensando al corpo di Mads Pedersen che era tutto uno spingere e tirare, i pedali ed il rapporto che, oggi, per molti, era un padellone per sviluppare metri e metri con un solo giro. Pedersen non voleva lasciare la maglia rosa per questo si è maltrattato in quei tredici chilometri e settecento metri. Non ce l'ha fatta per circa un secondo e pensando alle prossime tappe quel secondo potrebbe far succedere molte cose.

Antonio Tiberi ha pagato ventisei secondi, probabilmente ci si aspettava qualcosa di meglio, ma tempo al tempo, il Tour of the Alps è un ricordo recente, e lui stesso ha dichiarato di non aver voluto rischiare. Di pressione ne ha sempre avute tante, Tiberi. Caruso che "è come un fratello maggiore" gli dice solo di stare tranquillo e può darsi non serva che questo. A proposito dell'ospitalità che non offre un tetto ma altro. In tanti hanno anche pensato alla possibilità che Wout van Aert vestisse la maglia rosa, che vincesse la cronometro, per mettere a tacere tanti secondi posti, per essere più tranquillo e i ciclisti la tranquillità la trovano nei risultati, poche storie. Non è stata la sua giornata, forse perché non lo era oggi, forse perché ciò che è alle spalle non si cancella, non cambia da un momento all'altro, forse per entrambi i motivi, ma non lo è stata. Deve ancora aspettare e ancora riprovare.

Tutto ciò che fa o non fa uno come lui, come van Aert o come un campione, un fuoriclasse, qualcuno sotto le luci dei riflettori, talvolta anche solamente come un ciclista, quando è solo, in una cronometro, a lottare contro il tempo, assume un peso specifico importante e lo ha, certamente, nella bolla del ciclismo. Non solo per i ciclisti stessi ma anche per chi capita per caso ad una corsa e l’indomani già si sarà dimenticato. Qui, però, tutto sembra diverso. Perché chi passeggia, a Tirana, saluta e basta, sereno, ospitale, poi se ne va. Chissà se qualcuno ha mai pensato a quanto ci si senta più leggeri così.

Foto: SprintCyclingAgency


Il Giro è arrivato alla stazione

A Durazzo raccontano delle vecchie biciclette dei loro nonni e una delle prime cose che dicono è che in Albania il ciclismo è poco conosciuto perché c'era tanta povertà e non c'erano Fausto Coppi e Gino Bartali, ma, anche fossero nati in quella terra, probabilmente non avrebbero potuto correre in bicicletta e con biciclette così povere, forse, avrebbero pensato che il ciclismo non era, poi, un grande affare. Non lo era nemmeno in Italia, però era un treno, per citare Gianni Mura, su cui saltare in cerca di fortuna: Binda sarebbe stato uno stuccatore e Coppi avrebbe usato una zappa "sui crostoni argillosi di Castellania", Magni, forse, non avrebbe nemmeno trovato un sedile in quella terza classe fumatori con cui si recava al Nord, a correre. Eppure ora che il Giro d'Italia torna lo fa in Albania, tra Durazzo e Tirana ed è vero che le persone per strada non sono molte, c'è anche un cane uscito da un cancello, ma quelle presenti vogliono sapere. Sono giovani, perlopiù, che guardano e ascoltano da giorni, nella ricerca di imparare qualcosa che prima non conoscevano. Ed il Giro è da sempre una sorta di vecchio zio, nomade e vagabondo, che ha lasciato qualche ricordo nell'infanzia ed è ripartito, con pochi bagagli e sempre quel carattere avventuroso, a tratti affettuoso ed a tratti burbero. Uno zio d'America, si direbbe. No, uno zio e basta, che quando torna si va ad aspettare alla stazione e si sta ad ascoltare perché "ha visto il mondo" e ha le mani segnate dalle rughe e da qualche macchia figlia del tempo che corre. 

Imparare il Giro: è possibile? Qualcuno diceva che a scuola sarebbe bello insegnare ai figli i nomi dei ciclisti delle precedenti generazioni ed è una strada, che ci piace per un certo romanticismo, ma non di questo parliamo. Ci riferiamo a tutto ciò che chi ha visto il Giro per la prima volta ha scoperto o, forse, ha ricordato. Bisognerebbe raccontare dei chilometri al vento nelle gambe di Jacopo Mosca, quando il traguardo era solo un'idea surrealista. Di tutte le gambe dei gregari, che è una parola bella, bellissima, forse una delle più belle, e di quante cose, che cose non sono, contengano. Raccontacele. Diremmo. Oppure potremmo chiedere di Taco van der Hoorn che al ciclismo si è appassionato conoscendo la storia di Graeme Obree e del suo record dell'ora battuto con una bici costruita con pezzi di lavatrice. Forse già lo sappiamo e forse sappiamo anche di una brutta caduta, un brutto infortunio, e delle prime camminate, al sole, quando è tornata la primavera, di Taco. Del sollievo per quelle caminate. Raccontaci della fuga di oggi, in cui Taco c'era, assieme a Manuele Tarozzi e Alessandro Tonelli. Raccontaci delle piccole "scorribande" di Tarozzi e Tonelli che pur in una fuga dal destino segnato sono stati rivali sinceri. C'era Alessandro Verre in quella stessa fuga, lui che ha chiesto una foto a Domenico Pozzovivo prima che smettesse. A proposito dei corpi degli atleti che sono mappe e sono storie.

A quel vecchio zio chiederemmo di raccontarci anche della vittoria, certo. E subito dopo della sconfitta: Wout van Aert che, sulla salita, pare arrancare, retrocedere nel plotone, invece, ha resistito e in volata, ad un certo punto, è sbucato dalla ruota di Mads Pedersen, tanto da far pensare che sarebbe riuscito a superarlo. Non viene da un periodo facile van Aert e una vittoria così avrebbe potuto voler dire molte cose. Un secondo posto così, invece, cosa vuol dire per lui che, domani, con la cronometro, ha la possibilità di vestire la maglia rosa che ora è sulle spalle di Mads Pedersen? Per lui che vorrebbe una vittoria, come tutti, ma, per il recente passato, forse ancor di più. Ed è una prima volta. Un cavallo di razza, Pedersen, si direbbe: con la sua squadra ha sfoltito il gruppo, ha fatto penare gli avversari, e poi li ha inchiodati al verdetto del primo sprint. Raccontacelo e raccontaci anche della sua stagione delle classiche. Ma soprattutto, se puoi, raccontaci di Mikel Landa: a terra, capace di muoversi solo leggermente, poi su una barella, messo in sicurezza, ovvero immobilizzato, per andare. Via dal Giro, nel primo giorno. Si chiama sfortuna, si può chiamare in altri mille modi ma fa male il fatto, la parola  sceglietela voi. Ascoltiamo, come abbiamo ascoltato fino ad adesso. Come quei ragazzi sulla strada. Forse, però, non si può imparare il Giro, perché anche dopo mille c'è qualcosa che non si sa spiegare. Di fronte a Landa portato via, ad esempio. Qualcosa a cui si può solo dire: è così, perché è così ed è tutto quello che sappiamo del ciclismo. Di certe cose che succedono nel ciclismo, almeno. E restiamo alla stazione dove il Giro è tornato perché vorrà presto ripartire e abbiamo i bagagli per seguirlo, almeno per qualche settimana.

Foto: Poci's Pix


Juan Ayuso alle grandi manovre

Quando sale sul palco di San Benedetto del Tronto, Juan Ayuso ha un sorriso appena accennato. A soli 22 anni ha vinto una delle gare a tappe più importanti del calendario ciclistico, arricchendo un palmarès che già comprendeva il Giro dei Paesi Baschi e altri dieci successi tra i professionisti. Però sembra non aver troppo tempo per festeggiare, perché questa Tirreno-Adriatico è solo una tappa di un percorso più grande.

Questa settimana rappresentava un passaggio obbligatorio verso il Giro. Era arrivato alla Corsa dei Due Mari con le stimmate del favorito. Dopo l’ottima crono inaugurale, ha dovuto aspettare la penultima frazione per prendere la maglia azzurra. Un Ganna in condizione super gli ha impedito di vestire prima il simbolo del leader, ma sul terreno a lui più congeniale è riuscito a mettere luce tra sé e gli avversari, arrivando in solitaria a Frontignano.

Non è stata una Tirreno-Adriatico semplice per il gruppo, che si è trovato spesso a correre in condizioni metereologiche avverse. In conferenza stampa Ayuso ha parlato dell’importanza di vivere giornate di questo tipo: «Sono cresciuto molto durante questa settimana, anche mentalmente, soprattutto nelle tappe in cui pioveva ed era freddo. Sono prove importanti, perché al Giro ci saranno delle giornate così e mi ci devo abituare».

Il primo obiettivo dell’anno di Ayuso può dirsi completato con successo. Lunedì sarà alla Volta Catalunya, dove troverà, tra gli altri, Roglič, il suo grande rivale per la Corsa Rosa. Per la prima volta in carriera, il valenciano avrà l’occasione di partire da capitano in un grande giro. «In una squadra come la UAE devi sfruttare ogni occasione che ti viene data - ha detto Ayuso - perché è la migliore del mondo e ci sono tanti che sono in grado di vincere».
Al Giro ci saranno ad aiutarlo Adam Yates, Del Toro, McNulty e Majka, tutti corridori che potrebbero puntare a una top 10. Non ci sarà il campione in carica, Pogačar, e per questo Ayuso potrà finalmente correre da leader: «Quando c’è Tadej in corsa bisogna aiutarlo, perché è il migliore al mondo, forse il migliore della storia».

Alla Tirreno-Adriatico ha superato alcuni degli avversari che troverà anche al Giro, nella lotta per la maglia rosa. Antonio Tiberi può dirsi soddisfatto del terzo posto in classifica generale. È andato benissimo nella crono inaugurale, mentre a Frontignano, con la gamba che non era delle migliori, si è gestito e ha limitato i danni. Buone anche le prove di Derek Gee e Jai Hindley, che sulla carta sarà il vice di Roglic, mentre hanno deluso i gemelli Yates.

In ottica italiana, i protagonisti della settimana sono stati Filippo Ganna e Jonathan Milan. Dal primo ci si aspettava una cronometro fantastica a Lido di Camaiore, ma siamo rimasti impressionati dalla sua capacità di lottare con gli avversari anche nelle tappe mosse e di difendersi su una salita non facile come quella di Frontignano. Le gambe sono pronte per i due obiettivi di questa primavera: la Milano-Sanremo di sabato e la Parigi-Roubaix a metà aprile. Lo sforzo fatto sul Monterolo, quando è rimasto agganciato a corridori ben più portati per una salita del genere, è un test perfetto in vista del Poggio. E ha già dimostrato di avere un ottimo spunto in volata, soprattutto quando si arriva in un gruppo ristretto.

Milan partiva con i gradi di miglior sprinter tra i 168 partenti, e non ha deluso le attese: le due volte che è arrivato in gruppo ha alzato le braccia al cielo, grazie anche all’ottimo aiuto di tutta la Lidl-Trek. Il secondo giorno, sull’arrivo di Follonica, è partito in testa, lanciato dallo scudiero Consonni - uno che a casa ha tre medaglie olimpiche -, e ha dato una bicicletta di distanza agli avversari. Non sono mancati i momenti difficili per il 24enne friulano, che è finito a terra nella terza tappa. Ma poi si è rifatto a San Benedetto, superando Sam Bennett con il colpo di reni. Milan che è poi tornato a casa, per il secondo anno consecutivo, con la maglia ciclamino della classifica a punti.

È stata una Tirreno-Adriatico a tinte tricolori, con le quattro vittorie italiane e i due posti sul podio finale. Ai già citati Ganna e Milan va aggiunto Andrea Vendrame, che al terzo giorno ha fatto suo l’arrivo di Colfiorito. Una tappa lunghissima (240 km), con un forte maltempo e oltre 3000 metri di dislivello complessivo. Tutte caratteristiche adattissime a un coriaceo come Vendrame, che in carriera ha raccolto poche vittorie, ma di livello e al termine di giornate impegnative. In una volata a gruppo ristretto, quando tutti si aspettavano Van der Poel o Pidcock, l’ha spuntata il puncheur della Decathlon.

Anche la maglia verde dei Gran Premi della montagna è stata appannaggio di un italiano, Manuele Tarozzi. Tarozzi è uno che in gruppo non ci sa stare. Ha già sette giornate di fuga nel 2025 (tre alla Tirreno e quattro all’UAE Tour), e l’elenco è destinato ad aumentare. Finora ha mostrato una tendenza a vincere in posti esotici: Tour of Rwanda nel 2023, Tour of Qinghai Lake e Tour de Langkawi lo scorso anno. La classifica dei GPM è un giusto premio per chi ha consacrato la propria vita da ciclista all’arte imprevedibile, e di certo gravosa, dell’avanscoperta.

A inizio settimana, Mathieu Van der Poel aveva annunciato di essere alla partenza soprattutto in preparazione della Milano-Sanremo. Ma il campione del mondo - varie volte e in varie specialità - aveva anche detto che non partecipa mai a una gara solo per indossare la maglia e così è stato. Ha attaccato nella terza tappa, non riuscendo però a distanziare gli avversari. Nei due giorni successivi ha chiuso al terzo e al secondo posto: battuto prima da un paio di velocisti di professione come Kooij e Pluimers, poi dal fuggitivo di giornata, il norvegese Fredrik Dversnes, che si è opposto in solitaria al rientro del gruppo, e per una volta ha avuto ragione lui.
Ho sempre pensato alla corsa dei due mari e alla Parigi-Nizza come due gare felici, perché non temono un effetto finale di nostalgia. Sabato c’è già la Sanremo, e poi ci si sposterà nel nord Europa per la stagione delle classiche. Sarà un lungo viaggio fino al Giro di Lombardia di metà ottobre.

A San Benedetto del Tronto, sul lungomare, è presente dal 1997 il Monumento Nespolo. L’opera riporta alcuni versi di Dino Campana: “Lavorare, lavorare, lavorare, preferisco il rumore del mare”. Anche i rumori delle ruote che girano, dei freni che stridono, delle catene che si muovono tra i rapporti, delle bici che solcano il pavé…


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