A Durazzo raccontano delle vecchie biciclette dei loro nonni e una delle prime cose che dicono è che in Albania il ciclismo è poco conosciuto perché c’era tanta povertà e non c’erano Fausto Coppi e Gino Bartali, ma, anche fossero nati in quella terra, probabilmente non avrebbero potuto correre in bicicletta e con biciclette così povere, forse, avrebbero pensato che il ciclismo non era, poi, un grande affare. Non lo era nemmeno in Italia, però era un treno, per citare Gianni Mura, su cui saltare in cerca di fortuna: Binda sarebbe stato uno stuccatore e Coppi avrebbe usato una zappa “sui crostoni argillosi di Castellania”, Magni, forse, non avrebbe nemmeno trovato un sedile in quella terza classe fumatori con cui si recava al Nord, a correre. Eppure ora che il Giro d’Italia torna lo fa in Albania, tra Durazzo e Tirana ed è vero che le persone per strada non sono molte, c’è anche un cane uscito da un cancello, ma quelle presenti vogliono sapere. Sono giovani, perlopiù, che guardano e ascoltano da giorni, nella ricerca di imparare qualcosa che prima non conoscevano. Ed il Giro è da sempre una sorta di vecchio zio, nomade e vagabondo, che ha lasciato qualche ricordo nell’infanzia ed è ripartito, con pochi bagagli e sempre quel carattere avventuroso, a tratti affettuoso ed a tratti burbero. Uno zio d’America, si direbbe. No, uno zio e basta, che quando torna si va ad aspettare alla stazione e si sta ad ascoltare perché “ha visto il mondo” e ha le mani segnate dalle rughe e da qualche macchia figlia del tempo che corre.
Imparare il Giro: è possibile? Qualcuno diceva che a scuola sarebbe bello insegnare ai figli i nomi dei ciclisti delle precedenti generazioni ed è una strada, che ci piace per un certo romanticismo, ma non di questo parliamo. Ci riferiamo a tutto ciò che chi ha visto il Giro per la prima volta ha scoperto o, forse, ha ricordato. Bisognerebbe raccontare dei chilometri al vento nelle gambe di Jacopo Mosca, quando il traguardo era solo un’idea surrealista. Di tutte le gambe dei gregari, che è una parola bella, bellissima, forse una delle più belle, e di quante cose, che cose non sono, contengano. Raccontacele. Diremmo. Oppure potremmo chiedere di Taco van der Hoorn che al ciclismo si è appassionato conoscendo la storia di Graeme Obree e del suo record dell’ora battuto con una bici costruita con pezzi di lavatrice. Forse già lo sappiamo e forse sappiamo anche di una brutta caduta, un brutto infortunio, e delle prime camminate, al sole, quando è tornata la primavera, di Taco. Del sollievo per quelle caminate. Raccontaci della fuga di oggi, in cui Taco c’era, assieme a Manuele Tarozzi e Alessandro Tonelli. Raccontaci delle piccole “scorribande” di Tarozzi e Tonelli che pur in una fuga dal destino segnato sono stati rivali sinceri. C’era Alessandro Verre in quella stessa fuga, lui che ha chiesto una foto a Domenico Pozzovivo prima che smettesse. A proposito dei corpi degli atleti che sono mappe e sono storie.
A quel vecchio zio chiederemmo di raccontarci anche della vittoria, certo. E subito dopo della sconfitta: Wout van Aert che, sulla salita, pare arrancare, retrocedere nel plotone, invece, ha resistito e in volata, ad un certo punto, è sbucato dalla ruota di Mads Pedersen, tanto da far pensare che sarebbe riuscito a superarlo. Non viene da un periodo facile van Aert e una vittoria così avrebbe potuto voler dire molte cose. Un secondo posto così, invece, cosa vuol dire per lui che, domani, con la cronometro, ha la possibilità di vestire la maglia rosa che ora è sulle spalle di Mads Pedersen? Per lui che vorrebbe una vittoria, come tutti, ma, per il recente passato, forse ancor di più. Ed è una prima volta. Un cavallo di razza, Pedersen, si direbbe: con la sua squadra ha sfoltito il gruppo, ha fatto penare gli avversari, e poi li ha inchiodati al verdetto del primo sprint. Raccontacelo e raccontaci anche della sua stagione delle classiche. Ma soprattutto, se puoi, raccontaci di Mikel Landa: a terra, capace di muoversi solo leggermente, poi su una barella, messo in sicurezza, ovvero immobilizzato, per andare. Via dal Giro, nel primo giorno. Si chiama sfortuna, si può chiamare in altri mille modi ma fa male il fatto, la parola sceglietela voi. Ascoltiamo, come abbiamo ascoltato fino ad adesso. Come quei ragazzi sulla strada. Forse, però, non si può imparare il Giro, perché anche dopo mille c’è qualcosa che non si sa spiegare. Di fronte a Landa portato via, ad esempio. Qualcosa a cui si può solo dire: è così, perché è così ed è tutto quello che sappiamo del ciclismo. Di certe cose che succedono nel ciclismo, almeno. E restiamo alla stazione dove il Giro è tornato perché vorrà presto ripartire e abbiamo i bagagli per seguirlo, almeno per qualche settimana.
Foto: Poci’s Pix