Un'altra sfida

Ci sono dei giorni nelle grandi corse a tappe in cui gli unici conti da rendere sono alla propria persona: stesso numero di dorsale, stessa maglietta, stessa bicicletta e persino stessa ombra. Scatta quando scatti, cede quando cedi, cade quando cadi, si arrende o lotta nello stesso momento in cui tu scegli l’una cosa o l’altra. Dovrebbe essere l’avversario più facile, quello meglio conosciuto, perché ti vive dentro, spesso è il peggiore, perché c’è qualcosa, laggiù in fondo ai ciclisti ed agli uomini, che può consumare più delle staffilate strappa polmoni di qualunque rivale. Può accadere sempre, spesso accade a fine Giro d’Italia. Quest’anno, per i più, abbiamo l’impressione sia accaduto nella ventesima tappa, quella con partenza a Gemona ed arrivo a Piancavallo, dopo una doppia scalata della medesima salita. Da quel 1998, quello di Marco Pantani, sono passati ventotto anni. Ventotto esattamente oggi, era il trenta maggio, anche allora, anche se il Giro era solo alla quattordicesima tappa e non al verdetto finale. Però Marco Pantani è rimasto su quella salita, e non solo, come il vento che smuove le fronde degli alberi, e anche stasera viene naturale pensarci. Pantani conosceva quel lottare contro la propria persona, quell’essere mistico, una preghiera, un auspicio, e al tempo stesso concreto, un graffio, un orecchino strappato, degli uomini che affrontano il loro essere. Per il Pirata quel giorno fu un attimo di dimenticanza, ci piace definirlo così. Aveva lottato tanto, contro la sfortuna più che contro gli avversari di carne, ossa e altre biciclette, ché quelli li lasciava al vento, e quel giorno, per tredici secondi, soli tredici secondi, aveva vinto, davanti a Pavel Tonkov, il russo. Senza gioia, ma con sollievo. E quella sera, ha scritto in questi giorni Marco Pastonesi, parlando con i compagni, si era lasciato andare ad una confessione: “Il Giro lo vinco io”. Per un ciclista è difficile, per un uomo di più. Andiamo avanti.

Jonas Vingegaard ha fatto i conti solo con sé stesso verso Piancavallo. Da una parte un fatto logico, quasi matematico: il Giro l’aveva già ampiamente vinto e nessuno, proprio nessuno, era stato mai in grado di impensierirlo, nemmeno minimamente. L’aveva vinto in quattro mosse, quattro attacchi, quattro vittorie. Lassù, ma nemmeno troppo, solo 1290 metri, si è preso la quinta. Non è scattato, perché il danese non scatta, prosegue la progressione e gli altri non lo seguono per evitare di sfinirsi, di svuotarsi. Lo aveva fatto Pellizzari questo errore, l’ha rifatto Gall, gli altri sono stati avvertiti. Hanno visto cosa accade. Questa volta Vingegaard abbandona la compagnia del gruppo quando al traguardo mancano dieci chilometri, più del solito. Dietro faticano, arrancano, si inseguono a vicenda per difendere le posizioni, lui sembra non sentire la fatica, non sentire la catena. Non è così strano, è quello che ha dentro e che dirà al traguardo che fa riflettere. Parlerà della necessità di assaporare quella salita, di andare a fondo, che ha qualcosa di poetico se riferito ad una salita, però, sì, anche le salite possono essere profonde, non perché scavano la terra verso il basso, ma perché scavano gli esseri umani e ne tirano fuori altro. Si è gustato gli ultimi tre chilometri, si è guardato attorno, sembrava lo stesso Vingegaard privo di sensazioni ed emozioni. Ne aveva da vendere. Ricorda anche il terremoto che colpì il Friuli Venezia Giulia nel 1976. Di solito sorride, oggi pare rida. Jonas Vingegaard, la maglia rosa, ha affrontato Jonas Vingegaard, la maglia rosa. Sono arrivati assieme. Jonas Vingegaard ha vinto. L’altro pure.

I primi voli per Roma si alzano nel cielo. Afonso Eulalio, domani, sul podio, vestirà la maglia bianca di miglior giovane. Di lui abbiamo spesso parlato. A Piancavallo, per quella maglia, ha sfidato Davide Piganzoli ed entrambi hanno affrontato sè stessi. Forse ben prima dell’avversario, perché dopo tre settimane di Giro i rivali si possono sconfiggere, anche se più forti, i propri veleni meno. Ha ammesso Eulalio che ieri era sfiduciato, poi ha pensato a tutto quello che aveva già fatto in questo Giro ed ha tenuto duro. Quell’amarezza c’era prima che Piganzoli si staccasse, c’era quando Piganzoli, del suo passo è rientrato e si è portato in testa, cercando di forzare il ritmo per staccarlo e prendersi la maglia. E c’era anche nel finale, in quello scatto, tanto pieno di fatica quanto di orgoglio. Gli avversari si staccano e naufragano oppure rientrano, i pensieri e le fatiche di un Giro, invece, non si levano di ruota. Non basta scattare, questo è il punto. E, dopo tre settimane di Giro, quelle difficoltà si sono stratificate nei muscoli e nella mente. Bernal, mentre si volta in un momento di incertezza di Arensman, è il gregario che conosce quella lotta interiore ed esteriore e come sente un rumore diverso alle sue spalle cerca di capire. Damiano Caruso, all’ultimo Giro d’Italia, alla penultima tappa, ha raccontato che chiuderà qui, perché vuole ricordarsi così. Felice. Soddisfatto. Non succede sempre ed arrivati a trentotto anni, dopo una vita da ciclista, si ha, forse, il desiderio di smettere questa sfida tra l’uomo ed il ciclista. Si vuole guardare e basta. Guardare il gruppetto dei velocisti, dei gregari, di quelli più stanchi di tutti, che arriva nel tempo massimo, pensa che domani finisce il Giro e che ancora una volta si è fatto il proprio dovere. Lo si è portato a termine. Per l’uomo, per il ciclista. E Marco Pantani è ancora come il vento tra gli alberi.


Disperati e pieni di speranza

Ogni mattina, forse sarebbe il caso di dire ogni notte, scegliete voi, un signore, si alza dal letto, si siede sul divano della sua casa negli Stati Uniti d’America, e accende il televisore sull’emittente che trasmette il Giro d’Italia: suo figlio si chiama Sepp, ed è in corsa. Dicono sia un gregario, per giunta del corridore in maglia rosa, Jonas Vingegaard che, ormai, alla diciannovesima tappa, ha già vinto il Giro e attende solo una domenica di fine maggio a Roma per esserne certo. Dicono sia un gregario e tutto lo fa presupporre perché è sempre davanti al gruppo a tirare per il proprio capitano. Eppure quell’uomo, più o meno allo stesso modo, l’ha già visto vincere due tappe alla Vuelta, una al Tour e, l’anno scorso, pure la classifica generale della più grande corsa a tappe spagnola. Se suo figlio è un gregario, è un gregario di lusso però, se vince, lo fa sempre perché qualcuno gli dice che può farlo. Altrimenti sorveglia, da davanti, da dietro, dal fianco.

La televisione di Dolph è accesa in questo venerdì. Sabina, invece, la madre di Sepp, è in montagna: ha viaggiato molto per arrivare in Italia, dagli Stati Uniti. Ed ha camminato molto sui sentieri delle Dolomiti mentre attendeva che il gruppo portasse ad Alleghe Sepp. O, forse, che Sepp portasse ad Alleghe il gruppo. Alla fine, da distanze diverse, sia Dolph che Sabina hanno visto Sepp da solo, davanti a tutti, senza nessuno a cui fare strada: lui e la sua ombra. Perché nel giorno in cui il Giro d’Italia affronta Duran, Coi, Palafavera, Forcella Staulanza, Giau e Falzarego, quel gregario ha avuto un giorno di quelli rari per i corridori nel suo ruolo, un giorno di libertà, e ha vinto. Negli Stati Uniti è quasi mezzogiorno. Dolph è un uomo cresciuto ormai, ma è quello stesso ragazzo che sciava a Leadville ed era una leggenda. Anche Sabina è una donna cresciuta, tuttavia è la stessa che, pur sorda da un orecchio, suonava l’ukulele a suo figlio e lo portava a scoprire la neve in un vecchio zaino. Si conobbero a Durango, Dolph e Sabina: lui, per l’appunto, veniva da Leadville, dove in molti arrivavano da lontano sperando in qualcosa e non sapevano quanto avrebbero dovuto soffrire, faticare, per trovarlo. Dolph spegne la televisione e prende un telefono. Sabina prende le braccia di Sepp e le stringe forte.

Poco più in là, Giulio Ciccone è a terra. Beve, respira, torna a bere. Lui, oggi, ha attaccato con dentro tutta la disperazione ciclistica possibile. Forse gli appartiene in questo Giro d’Italia, lui che ha preso la maglia rosa e l’ha persa sotto il diluvio dopo averla dovuta nascondere sotto una mantellina per non farsi entrare l’acqua pure nelle ossa. Lui che ha attaccato più e più volte e spesso con gambe d’oro, ma, per una ragione o per l’altra, la fuga non è arrivata . Lui che, quando era in fuga e la fuga è arrivata, forse, non aveva la migliore giornata. E poi quella maglia del gran premio della montagna che indossa da giorni ma appartiene a Vingegaard. L’attacco figlio della disperazione ciclistica è un attacco di rabbia, di sfogo, di nervi. Talvolta è anche un attacco dopo un’incomprensione, un fraintendimento, una discussione. L’ultimo scatto di oggi è proprio questo, dopo una discussione con Einer Rubio. Giulio Ciccone perde la pazienza e se ne va in preda ad una lucida disperazione e a tutte quelle volte che non ha vinto e avrebbe voluto. Può piacere o meno l’abruzzese, questo perché figlio della sua verità. Non controlla, non nasconde, non omette. Preferisce il tutto a cuore stracciato e mani vuote, piuttosto che il niente ragionato. Scende come un disperato, sale come un disperato. Resiste come un disperato con in mente la vittoria. Cede, eppure ha ancora rabbia dentro, ha ancora voglia, pure lì sull’asfalto, avvolto da una salvietta per il sudore. La maglia azzurra è sua. Partirà ancora, in cerca di una speranza non sapendo mai esattamente quanto gli costerà.

Tuttavia nemmeno Dolph lo sapeva quando è partito per Durango. Nemmeno Sabina che suonava l’ukulele e lo sentiva solo da una parte. E manco Sepp Kuss quando è partito per andare a riprenderlo mentre era ancora lontano. Disperati, sì, ma non senza speranza. Anzi.


Il tempo di Caruso e Valgren

Sapete che c’è? Che dopo pomeriggi così viene voglia di fregarsene del tempo e di tutto quello che forse porterà o forse no, piuttosto che di quello che forse toglierà o forse no. In mezzo ai ciclisti è quasi una bestemmia questo menefreghismo, perché, da queste parti, se il tempo non è tutto poco ci manca. Le classifiche sono a tempo, a parte alcune, tuttavia le corse sono comunque sempre vinte da chi impiega meno tempo e l’ultimo in classifica generale è sempre colui che ha impiegato più tempo a percorrere il chilometraggio designato. E, poi, la storia di un ciclista è una storia a tempo limitato visto che la carriera termina quando per il mondo si è giovani, per il gruppo “vecchi”. Allora il passare degli anni porta a fare i conti di quanti altri Giri d’Italia si potranno ancora correre, di quante altre fughe si potranno ancora fare oppure, più semplicemente, di quante volte ci si potrà allenare pensando ad una gara. Come fai a dire ad un ciclista di mandare al diavolo il tempo e di non considerarlo? Ti direbbe che sei fuori dalla realtà del gruppo e avrebbe pure ragione. Eppure oggi, ad Andalo, quando abbiamo visto Michael Valgren vincere la diciassettesima tappa del Giro d’Italia come l’ha vinta, con leggerezza, ci siamo detti che a questa convenzione chiamata tempo avremmo cercato di pensare il meno possibile, perché, a dire il vero, pure noi, che ciclisti non siamo, questo tarlo del tempo lo abbiamo e prendiamo le misure a tutto attraverso di lui. Che si tratti di felicità o di dolore.
Anche adesso che parliamo di Michael Valgren e di tutto quello che ha passato negli ultimi quattro anni, lo facciamo in questo modo.

Diciamo, ad esempio, che dopo quella caduta che l’ha sbalzato a tutta velocità giù da un dirupo, alla Route d’Occitanie, provocandogli una frattura del bacino, la rottura del legamento crociato anteriore, del legamento collaterale mediale e del menisco del ginocchio, quando ancora zoppicava e non riusciva a stare in equilibrio in piedi, ogni mattina passava un’ora e mezza su una macchina per la flessione del ginocchio, poi si recava dal fisioterapista per tre ore e mezza, tornava a casa, si rimetteva su quella macchina ed applicava il ghiaccio sull’articolazione. Mesi dopo riusciva a pedalare su una cyclette per 45 minuti, suddivisi in tre sessioni da quindici. Ad Andalo, per rendere l’idea, ha vinto dopo oltre quattro ore e quaranta di corsa. La sofferenza è nel tempo. Valgren, però, accompagnava anche suo figlio a scuola, mentre la moglie aspettava un altro bambino, e andava a fare la spesa, per essere forte e perché doveva mostrare forza. Visto che non era solo. Qui il tempo non c’entra nulla, c’entra l’uomo e tutto ciò che con il tempo non si può misurare. La paura, che non è questione di tempo massimo in certe circostanze, ma di bene e di ferite. L’amore, che non è un trofeo che sale su o disegna l’infinito- ma gli esseri umani che ne sanno di infinito anche se sono ciclisti?- ma di dedizione, di scelta. Di un lavoro senza cui, parole sue, sembra impossibile vivere.

L’età, sì, ha a che fare con il tempo. E certi numeri, certe età, nel ciclismo hanno a che fare con le ultime volte, lo abbiamo detto. Damiano Caruso ha trentotto anni e tutto quello che sta facendo quest’anno, sportivamente si intende, sarà un’ultima volta. L’unico tempo di cui non è giusto fregarsene è quello che ci ha insegnato, che ci ha cresciuto, quello per cui siamo in un modo piuttosto che in un altro. Caruso quello l’ha sempre rispettato, suo padre era nella scorta del giudice Falcone nel 1984, durante gli anni di piombo, per poco più di un milione e duecentomila lire, e di qualunque cosa parli, in fondo, parla di lui. Caruso è per dire chiaramente quello che è giusto o quello che è sbagliato, a schiena dritta, perché l’esempio questo gli ha insegnato. Il valore questo è. E anche le parole, agli esseri umani, non servono per giocare. Il resto del tempo, l’età, gli anni di professionismo già trascorsi, quel poco tempo che resta, invece, lo emoziona ma non lo fa star male. È un ciclista che ha già visto tutto o quasi e con quel tutto si regola, da quel tutto ha imparato e grazie a quel tutto è dov’è. Attacca, centra la fuga, forza l’andatura, attende, pazienta, rientra, attacca di nuovo, di nuovo aspetta ed insegue e di nuovo parte. Il momento giusto, anche questo è il tempo del ciclismo, quello imprescindibile, lo trova Michael Valgren e Valgren vince. Il siciliano è orgoglioso: è rientrato in classifica ma non aveva attaccato per quello, bensì per provare a vincere. Non ci è riuscito, però il percorso lo fa felice.

Il tempo non l’hanno fermato, tanto lui quanto Valgren. Non hanno fermato minuti e secondi che passano, Giro che va verso la fine, primavera che va verso l’estate e carriere che prima o poi cambieranno forma. Nessuno dei due è più giovanissimo e pure questo non lo cambia un giorno così. Entrambi sono stati felici, lo sono ancora e quando verrà tempo di ripartire domani mattina lo faranno con qualche peso in meno addosso. Che poi che il tempo sia qualcosa da contare è una convenzione, utile, necessaria. Fondamentale nel ciclismo. Magari quella strana faccenda chiamata tempo, invece, è qualcosa da misurare. In altro modo. E, quando si riesce a fregarsene, e ad agire dentro il tempo e non in base a quello che se n’è andato o che ci resta, si scopre che mandarlo al diavolo è davvero un affare. Per quelli come Valgren, come Caruso e come tanti altri che ci stanno pensando e non lo dicono.


Ogni lasciata è persa

Jonas Vingegaard vede il traguardo lì davanti, non ha ancora oltrepassato la fettuccia bianca, però rallenta, si china sul manubrio, bacia la fotografia della sua famiglia, la compagna ed i figli, la bicicletta sbanda leggermente, lui si rialza, procede ora più lentamente verso l’arrivo, dove alza le mani in un gesto di liberazione. Ormai è la quarta volta che accade: dopo il Blockhaus, dopo Corno alle Scale, dopo Pila, appena sabato scorso, questa volta è Carì, lo scenario del suo quotidiano assolo quando il Giro d’Italia 109 va verso le montagne. Questa volta accade nel primo giorno della terza settimana, mentre il Giro, partito dalla Bulgaria, tocca la Svizzera e parte da Bellinzona. Vince e non stravince, però la classifica generale parla già di distacchi superiori ai quattro minuti dal secondo posto in giù. Vince e non stravince più che su un piano di tempi, su un piano di modi. Di quello che restituisce alla gente quando attacca. Pare spesso assolvere ad un dovere, con il minimo sforzo ottenere il massimo risultato, perché è il più forte ed il più forte deve vincere. E perché si corre per vincere.

Non si riesce a trovare quella spinta che proviene da altrove, quella semplicità o quella sofferenza che caratterizzano spesso i campioni che diventano personaggi, talvolta miti, di questo o di altri sport. Vingegaard è un campione, lo dicono i numeri. Resta solo, si fa per dire, una persona, lo dicono i fatti. Tutti, sportivi o meno, cercano di espletare il proprio dovere al meglio, senza fuochi d’artificio, non vediamo perché questo debba essere richiesto ad un atleta. Perché un atleta dovrebbe essere Baudelaire, Freddy Mercury o Picasso? Non deve, almeno a nostro avviso. Se le emozioni non arrivano, semmai, si cercheranno altrove. Jonas Vingegaard è così ed è giusto guardarlo e raccontarlo per quello che è. Quel gesto al traguardo evoca sempre qualcosa di umano e pazienza se non ha le sfumature di una fuga di altri tempi. Aveva detto che avrebbe controllato la corsa, anche perché con un chilometraggio così ridotto era oggettivamente più facile farlo, e lo ha fatto. Aveva promesso altre vittorie, non ha aspettato giorni per iniziare a prendersene un’altra ed il perché, per una volta fuori dall’aspetto apparentemente robotico che lo caratterizza, l’ha spiegato lui con una frase che del ciclismo dice molto: «Meglio prendere subito quel che si può, perché non si sa mai». Sembra non avere alcun dubbio, forse anche per questo lascia spesso attoniti, invece ne ha, come tutti, ed è persino scontato dirlo. Parole che suonano come un richiamo alla realtà del ciclista in una grande corsa a tappe: ogni lasciata è persa.

La fuga se n’è andata anche oggi e anche oggi è stata ripresa perché, probabilmente, nemmeno questa era giornata da fuga, per come si sono messe le cose. C’è chi si è innervosito, chi si è sbracciato, chi ci ha rinunciato, chi ha ceduto. C’è poi Chris Harper che ha un nome meno altisonante di altri ma una volta scelto il piano di questa giornata svizzera l’ha portato a termine fino in fondo. Aveva più gambe degli altri compagni di avventura? Forse più convinzione o, forse, solamente un’altra mentalità. La fuga, tenuta a due minuti o poco più, sarebbe stata comunque inutile, in vista della salita finale, però lui aveva deciso di scattare ed è andato per la sua strada. Ha concluso dodicesimo. Non sicuramente quello a cui puntava stamattina, ma una volta usate tutte le energie che una fuga così richiede, non è male nemmeno vedere dove si arriva. Almeno fino a che non si crede che se non si vince, il resto valga zero. Ci sembrerebbe uno spreco, soprattutto nel ciclismo che di traguardi personali ne mette a disposizione svariati. Poco meno di un anno fa, al termine di un’altra fuga assurda, in un giorno decisivo per il Giro, Harper vinceva a Sestriere.

Anche Giulio Pellizzari ha parlato e per una volta sono sembrate parole che non lasciano spazio ad altro che ad amarezza: «Ho già tenuto duro sin troppo». Al traguardo è arrivato con 18 minuti di ritardo, ma non è il tempo, è la resa ad oltre dieci chilometri dall’arrivo ed una gamba che non c’è. Pila era stato un segnale. Un segnale vano. Oppure la prova che ogni giorno fa una sua storia e basta. Però c’è un meccanismo rotto. Quella frase significa anche: non ho più voglia di tenere duro. Ed è la peggior sensazione che possa avvertire un ciclista, ancor più un giovane ciclista. Da stasera, dalla discesa verso i bus di quella strada affrontata in gara in salita, Pellizzari cerca la strada per ripartire. Qui, al Giro oppure altrove. Continuando a tenere la presa o mollandola per poi riprenderla. Si può scegliere, si deve scegliere, senza restare nel limbo. Perché ogni lasciata è persa ma in certi momenti è obbligatorio lasciare. Gli altri contendenti per la classifica generale sono lì, ormai paiono lottare per le posizioni di rincalzo, ed è così. Perché Vingegaard è superiore e perché mancano le gambe per affrontarlo alla pari altrimenti lo si farebbe. Ché il coraggio non può mancare. Almeno speriamo. Ma è anche vero quel che già abbiamo detto: non si corre per accontentare lo spettacolo e un podio al Giro non si butta via. Così si evita di tentare e poi naufragare. Di certo nulla di tutto questo manca a Davide Piganzoli che, qui al servizio di Vingegaard, dopo aver lavorato per il danese, tiene duro, e stasera è ottavo in classifica generale. La scena di oggi si ripeterà ancora, almeno un paio di volte, così sembra, perché ogni lasciata è persa. Per Vingegaard, ma anche per tutti gli altri e ad un ciclista non dobbiamo certo dirlo noi con un computer o una penna in mano. Già lo sa.


Viva la fuga

Non è stata la domenica che i più avevano immaginato. Noi con loro. Al Giro d’Italia, a Milano, è arrivata la fuga. L’ha mostrato la televisione e l’ha raccontato la radio. Era un piattone, anche un lungo drittone, per i rettilinei infiniti accanto alle cascine ed ai Navigli, fino al circuito finale, una tappa senza alcuna difficoltà altimetrica, di breve chilometraggio, immersa nella calura tra Voghera e il capoluogo lombardo quasi nello modo in cui qualcuno sta a bagno, comodamente seduto su una sedia, nel Po, mentre l’elicottero delle riprese lo immortala.

Invece la fuga, quattro corridori, questo pomeriggio ha fregato il gruppo ed ha mostrato una volta in più quanto l’illusione faccia male, ferisca, ma l’incapacità di illudersi, la disillusione, sia fatale perché una tappa al Giro può capitare una volta nella vita, spesso nemmeno, e chi oggi avesse ragionato come i più se ne sarebbe stato tranquillo nel plotone mentre a Roma mancano solo cinque tappe. Viva gli illusi, allora. Viva coloro che non hanno scordato quante cose impossibili e bellissime la mente è in grado di concepire ed è un bene che certe idee assurde vengano al mondo. Non perché tutto ciò che si pensa sia realizzabile, non ci crederemo mai, perché, però, privarsi pure di qualche pazza idea è la fine. È una domenica di noia e sonno prima che la noia ed il sonno arrivino davvero. I ciclisti non se ne privano, per lavoro e per sopravvivenza. Viva i fugaioli, i fuggitivi, i fuggiaschi ed i fuggiti che sono da sempre il centro del ciclismo. Viva Fredrik Dversnes che ha vinto a Milano la quindicesima tappa del Giro d’Italia. Milano, dove il 13 maggio del 1909 partiva il primo Giro d’Italia. Sono finiti tanti Giri qui, non oggi però. Viva Martin Marcellusi, Mattia Bais e Mirco Maestri che il gruppo ha visto da dietro ma non ha mai potuto toccare e sorpassare. La linea d’arrivo l’hanno tagliata prima loro.

Non ha mai avuto un grosso vantaggio la fuga odierna, ma le è bastato. Perché come il plotone regola la propria andatura sulla fuga, così la fuga regola la propria andatura sul gruppo e, quando è venuto il momento di fare sul serio, si è visto che il quartetto di testa aveva gambe per tenere a bada il gruppo dietro. Un minuto o poco più è bastato per oltre venti chilometri. Le squadre dei velocisti si sono ben presto rese conto che i calcoli rischiavano di essere sbagliati e hanno messo in testa i loro treni ben prima del previsto. Hanno bruciato i loro uomini migliori, gli ultimi vagoni del treno, quando il traguardo era ancora a più di due chilometri: Stuyven e Consonni su tutti. Così, una volta che i treni erano disfatti, recuperare quei pochi secondi, solo venti, anche meno, è diventato impossibile, ed il gioco della fuga era fatto. Dovevano solo non fermarsi, non controllarsi troppo, per non gettare tutto all’aria e non l’hanno fatto. Perché fugaioli, fuggitivi, fuggiaschi e fuggiti sanno bene quanto raro sia. Dversnes è stato più scaltro, più veloce di tutti e non c’è altro da dire. Secondo è arrivato Mirco Maestri e quando è stato il momento di parlare, singhiozzava, con occhi lucidi e pieni di lacrime.

Si è augurato di riuscire a volare. Di riuscire in questo volo che è la fuga che arriva ed in cui si possono alzare le braccia al cielo. Lui le fughe le annusa bene, c’entra quelle giuste, quelle che arrivano, però questa vittoria che insegue tanto e vede da vicino gli sfugge sempre. Ha sentito di avere fallito e si è sentito in colpa nei confronti di Mattia Bais che l’ha scortato in questa giornata all’attacco e si è messo a disposizione. Dice Maestri che quando c’è qualcuno che lavora così per te, poi, non centrare il traguardo è anche peggio. Mirco Maestri è uno di quelli che non hanno paura di lavorare per gli altri e anche quando passa dall’altra parte lo sguardo lo rivolge a quegli stessi altri. Essere Maestri è questa roba qui. Ricordate la fuga a due con Sevilla ancora in Bulgaria? Al ritorno al bus l’ha abbracciato tutto lo staff della Polti Visit Malta e le persone attorno gridavano il suo nome come si grida quello dei vincitori del Giro e della tappa. Si è sforzato di sorridere, di fare attenzione alle persone che erano lì a fare il tifo per lui. Ora c’è un trasferimento, poi il giorno di riposo. Gli staff delle squadre si prenderanno cura di ogni atleta, dei capitani, dei gregari, dei fuggitivi, fugaioli, fuggiaschi e fuggiti. Perché credere nelle pazze idee è la salvezza di tante domeniche, la cura di molti giorni. E per chi è capace di farlo serve cura.


Sogniamo come i Giri che abbiamo visto

Noi sogniamo come i Giri d’Italia che abbiamo visto o, forse, abbiamo visto così quei Giri d’Italia proprio perché, per tante cose che avevamo intorno, dentro o fuori, sognavamo in un certo modo. Una volta, diceva qualcuno, sognavamo in modo diverso, poi, di Giro d’Italia in Giro d’Italia, quella capacità ce la siamo portati addosso , mentre giravamo, magari solo attraverso uno schermo, anzi, un tubo catodico, perché abbiamo imparato lì a sognare guardando i ciclisti, e, oggi, mentre le nuvole di un temporale appena passato si riflettono nello schermo di un computer portatile su cui iniziamo a battere, siamo qui a pensare che, in fondo, i nostri sogni si sviluppano ancora da quelli di tanti anni fa, quando abbiamo incontrato il Giro. Erano diversi i nomi dei corridori, diversi i colori, gli sponsor, che nemmeno sapevamo cosa fosse una pubblicità ma quei nomi li ricordiamo ancora tutti, diversa persino la luce di quel maggio, ma il nostro immaginario, la nostra immaginazione in tema di biciclette e corridori l’abbiamo costruita lì e, ieri sera, pensando che stava per partire il Giro, abbiamo pensato a quel ricordo, qualcosa di lontano ma mai così lontano.

 

Anche la Bulgaria è lontana ma non così lontana. E attraversando i luoghi di questa prima tappa, ci si accorge davvero di come un Giro d’Italia segni l’immaginazione. Prendete quei fenicotteri, nell’acqua. Vicino a Nessebar hanno creato un’installazione nei campi, con tanti fenicotteri di cartone, per averli più vicini, per averli dove di solito non si trovano. Oppure il Castello di Ravadinovo, con quelle pietre che cambiano colore con la luce del giorno. Ci si passa e non ci si fanno tante domande, poi si legge la storia, si viene a sapere che, in fondo, fu l’idea di un bambino, con una vanga e una pala, tanti anni fa, e allora sì che ci si chiedono molte cose. Si scopre che da queste parti si costruiscono sculture di sabbia e i campi di colza, da lontano, paiono i girasoli che ci verranno incontro a luglio, al Tour. E la lavanda, di quella se ne trova più qui che in Provenza, anche se pare assurdo. In chi avrà visto oggi per la prima volta il Giro, ci sarà tutto questo, sempre, quando parlerà della festa di maggio. Sarà nostalgia o, forse, solo passato che si è vissuto. La prima volta.

 

Quella di Matteo Malucelli è proprio oggi. Lui che qui c’era già stato, ma non era al Giro. Anzi, al Giro aveva proprio smesso di credere perché ha trentadue anni e per il Giro non era mai partito. Questa volta l’hanno convocato e lui sostiene che sia merito di quel giorno in cui ha battuto Milan, all’Alula Tour. Lo sostiene con semplicità, emozionato. Se si sogna come i propri Giri D’Italia, Malucelli sogna come questa terra, di bellezza e di contrasti. Sperava che questo posto potesse portargli fortuna, come i luoghi in cui si è già stati ed è successo qualcosa di bello. In letteratura si sostiene che siano inabitabili. Nel gruppo la pensano diversamente: per un ciclista non è inabitabile nemmeno la strada in cui si è rotto tutto, spera solo di passarci e andare altrove. In fuga. Storia di Manuele Tarozzi e Diego Pablo Sevilla, i primi avanguardisti di questo 2026. L’avanguardia ovvero colui che grida un’idea spesso incomprensibile. I fuggiaschi sono sempre stati così e non cambieranno mai, anche nei sogni nuovi.

 

Quelli di Paul Magnier che, stasera, lascerà sulla propria poltrona, in camera, adagiata una maglia rosa, la sua maglia rosa. Sarà “l’altro Paul” in Francia, perché pensano a Seixas, ma fa niente. Il nome è una convenzione. Magnier è il vincitore della prima tappa del Giro e questo vale più di tutto, si capisce dalla sua felicità. Ha vinto quando i treni si sono sfaldati nel caos della volata e una caduta ha bloccato mezzo gruppo. Ha vinto quando il sogno di Milan si è frantumato: un sogno nemmeno così piccolo ma quando vanno in frantumi i sogni non fanno distinzioni. L’ultimo francese in rosa era stato Bruno Armirail che con Magnier non c’entra nulla. Per ruolo, per caratteristiche, per età. Persino per Giri d’Italia corsi o sognati, però un ciclista in maglia rosa è prima di tutto un ciclista in maglia rosa. Quello che c’è sotto, dentro, intorno, si scopre dopo, talvolta quando il Giro è già ripartito. Sarà che una volta sognavamo in modo diverso poi è arrivato il Giro.


Il monumentale del Giro 2026

Il Giro d’Italia 2026 partirà da un luogo che, per interesse ciclistico, rischia di essere persino meno coinvolgente di quello scelto lo scorso anno – impresa non semplice da perpetrare, ma tant’è. Bisogna trovare il modo di mandare avanti il carrozzone, ed evidentemente Albania ieri e Bulgaria oggi sono state occasioni da cogliere.

Prima però di parlare del percorso, e prima ancora di accennare al fatto che il primo giorno di riposo coinciderà con un trasferimento enorme dalla Bulgaria alla Calabria – un dispendio di soldi ed energie che squadre, staff e un po’ tutti avrebbero volentieri evitato – conviene snocciolare la startlist. Raccontiamo chi c’è, accennando anche a chi manca, perché una vittoria si misura sempre anche sul livello degli avversari. E quest’anno mancheranno tanti corridori che, chi prima chi dopo, dal Giro sono passati: alcuni sì, altri magari li vedremo in futuro. Ma di certo quelle di Pogačar, Evenepoel, van der Poel, Pidcock, van Aert, Pedersen, Del Toro, Seixas, Almeida – unico tra questi che sarebbe dovuto esserci e invece non c’è – ovvero nove dei primi dieci corridori del ranking mondiale, sono assenze pesanti, che impoveriscono la lista di partenza della Corsa Rosa 2026. Che dite?! Ci siamo abituati!. Anche questo è vero.

Da un certo punto di vista non sarebbe nemmeno un problema, se non fosse che l’unico presente tra i primi dieci rischia di chiudere partita e campionato fin da subito. E qui si entra nell’aspetto tecnico, diciamo così. Se lo scorso anno l’assenza dei grandissimi delle classifiche generali aveva reso la corsa aperta fino all’ultimo, tenendo viva la fiamma dell’interesse per la Maglia Rosa, regalandoci per altro una bellissima ultima tappa di montagna, quest’anno – salvo interventi esterni, cadute, malanni o ritiri – c’è un forte odore di Giro che viaggia sulla falsariga del 2024.

La possibilità che la corsa venga chiusa alla prima rampa della prima salita è concreta: Vingegaard non ha rivali. Non è pensabile, per quanto mostrato in questa prima parte di stagione e per quanto ottenuto in carriera, che qualcuno possa creargli anche solo un piccolo grattacapo, un pensiero, che si possa aprire una crepa nel suo potenziale dominio. Oltretutto, come si è visto in Primavera (quando è ciclistica è sempre con la maiuscola), la Visma appare in grande condizione con i suoi capitani: tatticamente preparata, legata al Giro anche dalla tradizione più recente come dimostrato dalle vittorie al penultimo giorno di Roglič nel 2023 e di Simon Yates nel 2025. Una squadra che difficilmente mostrerà il fianco. Una squadra molto forte, come vedremo.

IL FAVORITO ASSOLUTO

Jonas Vingegaard senza alcun dubbio, senza se né ma. Può persino pensare di non dare tutto, usando il Giro sia per infoltire il suo palmarès che per diventare il primo, dai tempi di Froome a vincere tutti e tre i grandi giri, anticipando così – per una volta – il suo rivale sloveno. Vingegaard che proverà, anche nei limiti del possibile, a prepararsi vincendo il Giro senza strafare fisicamente pronto poi a sfidarlo un mese dopo in Francia.

Squadrone, nel contesto di questa Corsa Rosa, con Davide Piganzoli che, provando a stargli vicino per più tempo possibile potrebbe anche puntare a un piazzamento nei dieci. D’altra parte ai calabroni neerlandesi non è mai dispiaciuto piazzare in classifica dei GT più corridori possibili. Il corridore italiano è tra i massimi prospetti del nostro ciclismo per quanto riguarda le corse a tappe di tre settimane. Atleta solido, ma che cerca qualche guizzo in più: essere un vice Vingegaard al Giro è una grande occasione da sfruttare. Se per Piganzoli il meglio deve ancora venire, Sepp Kuss e Wilco Kelderman lo hanno alle spalle, ma sono qui ugualmente con un ruolo importante – dare una mano al capitano – e magari a cercare una giornata libera a testa per vincere in montagna e tenere una posizione dignitosa in classifica fino alla fine. Con una condotta simile Kuss lo scorso anno ha chiuso settimo La Vuelta, sfiorando un successo di tappa, mentre Kelderman potrebbe anche cercare di sbloccarsi: l’ultimo successo in carriera è del lontano 2015. Fatto sta che entrambi, tra i più forti interpreti delle gare di tre settimane di questi ultimi due lustri, portano tantissima esperienza. Sommando le loro partecipazioni nei grandi giri siamo a quota 36 compreso questo Giro. Chi invece farà da controcampo con il suo esordio assoluto è Tim Rex, fratello d’arte, neo professionista, speranza del gregariato mondiale, porterà borracce e darà una mano indistintamente in montagna e pianura. Bart Lemmen sarà uno dei primi vagoncini del treno in salita, ma si farà vedere anche in qualche ordine d’arrivo con finale impegnativo, mentre Victor Campenaerts porterà tutto l’agonismo possibile e immaginabile e sarà a lungo uomo ombra del favorito di questo Giro d’Italia.

TANTE ALTERNATIVE PER IL PODIO E L’ALTA CLASSIFICA

Iniziamo da quelle che sono le maggiori speranze del ciclismo italiano (che non sale su un podio di un grande giro dal 2021) a questo Giro e non solo: Giulio Pellizzari, che guida, insieme a Jai Hindley, la Red Bull-BORA-hansgrohe, è un altro che a ogni gara sembra mettere un mattoncino che lo porti verso la costruzione del suo castello e l’obiettivo è quello di far sventolare su una delle torri una maglia rosa. Forse, oggi, inteso come Giro 2026, è dura, vista la presenza di Vingegaard, ma sarà interessante studiarne la crescita: sembra che il ragazzo marchigiano abbia ancora del potenziale da esprimere. Non solo nell’affinare motore ed esplosività, non solo assemblare quei dati che solo l’esperienza ti sa dare, ma anche, più semplicemente, migliorare in una corsa lunga quasi un mese in tappe difficili e ravvicinate. Lo scorso anno alla Vuelta, ma eravamo a fine stagione e lui aveva corso con grande profitto anche il Giro, dopo aver vinto la tappa di Alto del Morredero, nelle ultimissime giornate ha leggermente perso il passo, finendo per scivolare dalla quinta alla sesta posizione. Quisquilie, ma per l’appunto, interessanti da notare. Di fianco a lui l’esperienza di Hindley, corridore di cui si parla sempre sin troppo poco ma pur sempre un vincitore di Giro, con un podio e tanti altri piazzamenti nelle grandi corse a tappe. Hindley sembra qualcosa in più di un semplice luogotenente, anche se sicuramente agli occhi della dirigenza tedesca al momento fa più effetto la gioventù di Pellizzari, ma un’ alternativa come l’australiano non si trova molto spesso in giro, al Giro, ma nemmeno al Tour. Ed è un solido nome per un posto sul podio. Solido lo era anche Alexandr Vlasov, ma sta vivendo stagioni difficili e pare abbia perso lo smalto per fare classifica e allora ci si affiderà lui e a Ben Zwiehoff per tirare in salita, il russo anche nelle fasi finali, il tedesco in quelle iniziali, così come Giovanni Aleotti resta uno dei corridori in assoluto più affidabili per un uomo che punta all’alta classifica di un GT. Forte in salita, veloce, utilissimo e devoto alla causa, il corridore emiliano è il perfetto prototipo dell’uomo squadra. Nico Denz, Gianni Moscon e Mick van Dijke andranno a rinforzare il team in pianura, con Moscon che porterà tante borracce, van Dijke cercherà anche un po’ di gloria personale in qualche sprint ristretto, Denz tirerà per tre o quattro corridori assieme e magari proverà pure a gettarsi in qualche fuga.

Thymen Arensman ed Egan Bernal guidano l’assalto al podio della Ineos, anzi, abituiamoci al nuovo nome, Netcompany INEOS, podio che in un grande giro manca proprio dalla Corsa Rosa del 2024 con Geraint Thomas. Arensman sul podio finale di una gara di tre settimane non c’è mai salito, ma quello visto al Tour 2025 è un serio candidato; Bernal, invece, non ci sale dal 2021, poi i problemi alla schiena, un grave incidente, una sorta di declino: entrambi, però, hanno il livello per provarci, in un contesto, quello del team britannico, che quest’anno è ritornato a fare molto sul serio da inizio stagione. Ad aiutarli nel loro intento una squadra forte, ricca anche di cacciatori di tappe (ne parliamo successivamente, di loro), con Jack Haig e Embret Svestad-Bardseng solidi coequipier per la salita, entrambi potrebbero anche provare a vincere una tappa di montagna o piazzarsi intorno alla quindicesima posizione finale. Connor Swift aiuterà tutti un po’ ovunque, idem Ben Turner, che si getterà anche in qualche volata di gruppo più o meno compatto.

Con Almeida fuori causa, Pogačar con la testa alla conquista del Tour de France e Del Toro vicino a lui a imparare come si fa, la UAE si ritrova all’improvviso un po’ spuntata al Giro e chi lo avrebbe mai detto? Adam Yates difficilmente potrà ripetere l’impresa del fratello di dodici mesi fa, se non altro per l’inscalfibilità in salita del favorito numero uno, ma anche per lui, come tutti quelli elencati in questo lungo capitolo sugli outsider, la possibilità di agguantare il podio, tre anni dopo quello conquistato al Tour, esiste. Così come è concreta la possibilità di vincere una tappa dopo averne conquistata una alla Vuelta e una alla Boucle e probabilmente è nel mirino come obiettivo – minimo o massimo vedremo strada facendo. Per la classifica c’è anche Jay Vine: l’australiano, se non cade, resta uno degli scalatori più forti del gruppo e con la possibilità pure di guadagnare su tanti avversari nell’unica cronometro a disposizione, ma su di lui pende sempre la spada del possibile incidente con ritiro dalla corsa e della capacità di resistere in un paio di tappe dell’ultima settimana con tante salite ravvicinate. Per il resto il corridore australiano potrebbe, finendo fuori classifica, fare anche il mattatore in fuga.

Jayco AlUla con Ben O’Connor capitano, corridore sempre indecifrabile, capace, al suo meglio, di essere tra i migliori in salita anche in corse come il Tour, e di lottare per il podio nei grandi giri, ma allo stesso tempo così enigmatico che avremmo qualche remora a puntare su di lui per un risultato anche mediamente importante. E quindi la domanda da farsi è: quale versione del simpatico corridore australiano troveremo? Lo scopriremo solo strada (quando sale) facendo. Gruppo GreenEdge, poi, con un solo dei quattro italiani in rosa al via: da ritenersi bocciati per il rendimento De Pretto, Conca e Covi? Diremmo proprio di sì, salvo smentita. Segno dei tempi. Con O’Connor, da seguire in salita, Alan Hatherley e Koen Bouwman. Il primo, in quel poco che corre su strada, mostra progressi e proverà a fare classifica al suo primo grande giro a 30 anni, ma dopo soli due anni da professionista, lui che è un grande specialista della mountain bike. Il secondo è proprio nella corsa rosa che ha fatto vedere le cose migliori, 2 tappe con maglia dei GPM nel 2022, risultato francamente irripetibile, 12° posto l’anno prima. Tornato al Giro ogni stagione sarà una pedina di buona qualità per O’Connor in salita, mentre Christopher Juul-Jensen sarà l’aiutante principale in pianura.

Felix Gall guida la Decathlon CMA CGM Team per la classifica, occhio al corridore austriaco perché ha preparato a puntino il Giro ed è uno che lo scorso anno ha fatto 5° al Tour e 8° alla Vuelta: risultati di peso. Gall, con questi nomi alla partenza, non ne ha troppi superiori in salita – ma deve limitare i danni nella cronometro – e in quel caso il 1° giugno potrebbe anche trovarsi sul podio. Johannes Staune-Mittet è una speranza un po’ sbiadita del ciclismo scandinavo, quasi vecchio stampo, di quelli che andavano fortissimo da giovani salvo poi un po’ perdersi tra i professionisti. Ha comunque solo 24 anni e le qualità non si smarriscono da un giorno all’altro. Sarà il suo secondo grande giro e può essere un’interessante seconda punta Decathlon per la salita. Gregor Muhlberger, invece, porta tantissima esperienza per le tappe di montagna e Callum Scotson è un corridore capace di andare forte ovunque e sarà un punto di riferimento per i suoi compagni di squadra sia in pianura che in salita, soprattutto nelle prime fasi di corsa.

Santiago Buitrago e Damiano Caruso guidano la Bahrain-Victorious a caccia di un doppio piazzamenti in classifica generale, consapevoli che forse le due carte migliori le hanno mandate al Tour, ma non è detto. Il colombiano se in forma è uno dei migliori scalatori del gruppo, e dalla sua ha anche la capacità di andare forte nelle salite brevi, e questo giro ha tante frazioni ricche di misteri da risolvere adatti pure a scalatori con il profilo da ardennisti come lo è Buitrago. L’italiano ha un curriculum che parla da solo: 21 partecipazioni a corse a tappe di tre settimane con un podio al Giro (2° nel 2021), altre svariate top ten in tutti e tre i GT con vittorie di tappa alla Vuelta e nella Corsa Rosa dove, nelle ultime stagioni ha chiuso 4° nel 2023 e 5° nel 2025. A fine stagione lascerà il ciclismo pedalato, perderemo uno dei più forti corridori italiani degli ultimi anni, ed è per questo che immaginiamo possa fare di tutto per lasciare ancora il segno. Fran Miholjevič in pianura, Mathijs Paasschens e Robert Stannard sulle prime rampe in salita) saranno uomini su cui appoggiarsi, oltre ai vari Alec Segaert, Edoardo Zambanini e Afonso Eulalio i quali, però avranno anche la possibilità spesso e volentieri di andare a caccia di una vittoria di tappa. Il belga esce da una buonissima primavera e ha più carte da giocare su diversi terreni, l’italiano insegue il primo successo tra i professionisti dopo una sfilza di piazzamenti nei dieci conquistati dal 2022 a oggi: 26. Con un secondo posto in una tappa del Giro e un terzo in una tappa della Vuelta come migliori risultati. Il portoghese, infine, è corridore veloce e resistente e oltre a poter dare una mano ai suoi capitani è un brutto cliente per tutti nei finali di gara mossi, ma non impossibili.

Enric Mas guida la Movistar Team e si gioca nella testa di alcuni tifosi quello spazio lasciato vacante da Mikel Landa: il suo è un esordio assoluto al Giro dopo sette partecipazioni al Tour e le medesime alla Vuelta. Arriva un po’ tardi e nel momento peggiore di una carriera condizionata da alti e bassi in cui ha avuto attimi salienti di altissimo livello come ad esempio il finale di stagione del 2022 quando si prese il lusso di battere Pogačar al Giro dell’Emilia e di sfiorare il successo al Lombardia. Chissà che l’aria italiana non gli faccia ricordare quanto forte è andato ogni tanto in carriera: da capire, però, che versione di Mas disporremo. Se in un buon momento, cosa che ultimamente è accaduta di rado, può persino lottare per un posto sul podio, ha già detto che è il suo obiettivo, altrimenti potrebbe pure fatica a stare in piedi e concludere la corsa. Di fianco a lui in salita Einer Rubio, tra i colombiani meno appariscenti del gruppo, negli ultimi tre Giro d’Italia ha occupato undicesima, settima e ottava casella finale, pure con una vittoria di tappa ottenuta in fuga nel 2023, in quella celebre tappa con arrivo a Crans Montana, accorciata per il maltempo e in cui approfittò del plateale litigio verso l’arrivo tra Pinot e Cepeda, infilandoli. Quell’anno vinse anche in salita all’UAE Tour davanti a Evenepoel e Adam Yates e sono gli unici due successi in carriera. Non ci stupiremmo se lo vedessimo attaccato con i denti per tutto il Giro per poi chiudere nei primi dieci al termine delle tre settimane. In terza battuta la squadra spagnola porta Juan Pedro Lopez che proprio in Italia (maglia rosa al Giro 2022 per diversi giorni e 10° posto finale, vittoria di una tappa e classifica finale al TotA del 2024 e, tra gli Under 23 vincitore di una tappa al Valle d’Aosta), ha vissuto le cose migliori che ora non gli vengono da un bel po’. In cerca di riscatto e probabilmente di qualche fuga buona, oltre a dover fungere da appoggio ai capitani sopra menzionati.

Derek Gee-West torna al Giro dopo il 4° posto del 2025 e la spettacolare corsa offerta nel 2023, e lo fa per provare a salire sul podio, così si dice, ma i fatti, a meno che non salga di colpi all’improvviso, potrebbero non confermare questa idea. Tutta (o quasi), salvo eccezioni, la Lidl-Trek appare un po’ in difficoltà e il canadese al TotA ha dimostrato di non essere da meno. Ciò che conta, però, è qui e ora, sulle strade del Giro d’Italia. La squadra oltre a lui potrà contare su Giulio Ciccone, il quale, però, se vincerà la tentazione di provare a fare ancora una volta classifica, diventa uno dei cacciatori di tappe più importanti da seguire, non che le due cose si escludano, sia chiaro, oltre a poter magari puntare anche sulla maglia dei gran premi della montagna, ma quello potrebbe venire da sé eventualmente strada facendo. Assieme a loro la squadra americana di matrice tedesca in salita potrà contare su Amanuel Ghebreigzabhier e Matteo Sobrero, i due saranno utili, su ogni terreno, anche in pianura, e in diverse fasi di gara. Sarà, tuttavia, come vedremo nei prossimi capitoli, una Lidl-Trek principalmente da volata.

La Pinarello Q36.5, orfana di Pidcock, punta a una buona classifica con uomini di esperienza come David de la Cruz e Chris Harper, i due in alta montagna sanno essere molto regolari anche in corse di buon livello, seppur lo spagnolo sembra avere ormai decisamente alle spalle il meglio. E a proposito di spalle, Nicolas Zukowsky sarà il gregario per la pianura, Mark Donovan un supporto in salita.

Michael Storer è l’uomo, invece, su cui punta forte la Tudor e lo fa a ragione: nelle ultime due edizioni della Corsa Rosa ha ottenuto due decimi posti che dicono meno di quello che è il potenziale del corridore australiano capace, nel 2021, di conquistare due tappe in montagna alla Vuelta, anno in cui vinse pure la maglia finale dei GPM. Non ci stupiremmo se, a fino Giro, dovesse migliorare il suo storico, magari non di tappe vinte in un GT, ma di piazzamento finale.

ALLA SCOPERTA DI QUALCHE “NOME NUOVO”

Oltre a Storer,  la squadra svizzera, che ci dà così l’occasione per dare il via al nuovo paragrafo, schiera Mathys Rondel uno dei volti nuovi da seguire con maggiore interesse per la classifica generale. Al suo esordio in un grande giro, al suo secondo anno tra i professionisti ha già dimostrato regolarità ad alto livello: 8° alla Parigi-Nizza e 5° al TotA in questi mesi sono un biglietto da visita importante. Regolarista in salita, Rondel è un nome che si farà conoscere al grande pubblico in queste settimane, ne siamo certi. Oltre al già citato Storer, ci sarà Florian Stork quando la strada sale, ma il tedesco proverà anche a vincere una tappa, magari in fuga, e sarà importante la presenza degli americani Will Barta e Larry Warbasse, tra le più costanti locomotive del gruppo.

Alessandro Pinarello è il “volto nuovo”, del ciclismo italiano per le classifiche generali, al momento, delle brevi corse a tappe, per i grandi giri vedremo: quest’anno ha fatto un notevole, quanto forse inaspettato, salto di qualità, finendo anche per conquistare poche settimane fa la sua prima vittoria tra i professionisti all’ O Gran Camino, in una volata in salita contro Adam Yates e Jorgen Nordhagen e chiudendo 3° nella classifica generale dopo aver ottenuto il 10° posto alla Tirreno Adriatico, con ben tre top ten di tappa e un 12° alla Volta ao Algarve. Niente male. Classe 2003 come Pellizzari, con il quale condivide anche il passato in maglia Bardiani, a questo Giro non vuole stupire, ma vuole confermare ciò che ha fatto di buono in questo scorcio di stagione cercando di tenere più duro possibile in classifica generale. Dovesse andare male si potrà riciclare in cacciatore di tappe; dovesse andare male dietro di lui la squadra di matrice svizzera potrebbe puntare sull’esperienza di Jan Hirt, scalatore già capace di vincere una tappa (e che tappa) al Giro 2022, sull’Aprica, davanti ad Arensman e Hindley, e di chiudere al 6°, all’8° e al 12° posto tre edizioni della Corsa Rosa. Con loro in salita ci sarà pure Nick Schultz, il quale avrà il compito non tanto di vedere di se stesso, quanto dei compagni di squadra, un po’ su tutti i terreni.

Johannes Kulset, altro nome relativamente nuovo da seguire, è, fra quelli che proveranno a fare classifica a questo Giro, pure il più giovane – per gli amanti di questo genere di notizie, il più giovane al via sarà Filippo Turconi, qualche mese meno vecchio di Markel Beloki e di Simone Gualdi. Classe 2004, due anni fa ha iniziato a farsi le ossa nei GT esordendo al Tour, mentre lo scorso anno ha mancato la selezione per la corsa francese, e quest’anno si testerà al Giro non tanto per puntare proprio così in alto, ma per continuare a ingrossarsi, a mettere via esperienza, a vedere fino a che punto potrà arrivare. Per qualcuno molto in alto, lui che non è così pubblicizzato come diversi suoi colleghi e coetanei, ma che ha stoffa da vendere quando la strada sale. L’obiettivo potrebbe proprio essere quello di vedere se riesce ad avvicinare un piazzamento nei dieci o provare a vincere una tappa. Concretizzare: non solo apparire; essere, non solo divenire, potrebbe essere il suo motto a questo Giro 2026.  Oltre ad Andreas Leknessund, attaccante nato, che al Giro ha vissuto uno dei suoi momenti migliori da professionista, con la maglia rosa indossata per qualche giorno nel 2023 e l’ottavo posto finale sempre in quell’edizione, presenti Sakarias Loland, Martin Tjotta, e Adne Holter, altri scalatori che daranno una mano al loro giovanissimo compagno di squadra.

Infine, Brieuc Rolland a rappresentare per la classifica una Groupama-FDJ pesantemente criticata per le scelte fatte di portare una squadra con atleti di secondo piano, ma il classe 2003 francese ha il potenziale per ben figurare in salita. Dategli un occhio. Quando la strada sale ci saranno anche Remy Rochas e Cyril Barthe che sanno tenere duro e hanno un buono spunto veloce e Josh Kench, neozelandese di 25 anni appena compiuti e al primo anno tra i professionisti, anche lui con un’idea per il futuro di diventare corridore da corse a tappe.

DI VELOCISTI O ROBE SIMILI

Jonathan Milan si candida per essere il velocista di riferimento a questo Giro d’Italia, ma non sarà semplicissimo. Le occasioni per rimpinguare il proprio palmarès (31 vittorie in carriera con 4 successi al Giro e 2 al Tour) non mancano, a partire dal primo giorno – obiettivo tappa e maglia rosa in quel di Burgas – e poi, percorso alla mano, almeno altre cinque volte (tappe 3, 6, 12, 15, 21 e forse tenendo duro anche nella tappa 4), insomma tra le cinque e le sette possibilità di sprint non sono poche, anche se la concorrenza, seppure non impossibile, come vedremo, non manca. Per dare una mano al velocista friulano, la Lidl-Trek si è attrezzata, ma è più debole che in passato (anche rispetto al Giro 2024 quando Milan vinse tre tappe e a guidarlo tre uomini di assoluta eccellenza come Hoole, Stuyven e Theuns, i primi due hanno cambiato squadra, il terzo non è stato selezionato). E quindi un aiuto glielo darà l’esperto Max Walscheid, che all’occorrenza potrà anche essere il suo ultimo uomo, il giovane Tim Torn Teutenberg, vedremo se avrà anche qualche occasione per mettersi in mostra a livello individuale o se si svilupperà come uomo da treno per grandi velocisti, e il fido Simone Consonni a cui Milan dovrà chiedere, però, un salto di qualità rispetto al recente passato dove spesso lo abbiamo visto un po’ in difficoltà in mezzo al caos delle volate.

La concorrenza non manca, si diceva: Dylan Groenewegen guida la Unibet Rose Rockets che fa il suo esordio assoluto in un Grande Giro e si porta dietro un pieno di entusiasmo che di rado si vede nel mondo delle corse. Il velocista neerlandese quest’anno pare aver ritrovato lo smalto smarrito un tempo. Pericoloso, spesso in diversi sensi, Groenewegen punta anche lui al colpo grosso subito in Bulgaria, mentre si può dire come abbia sicuramente più difficoltà nel superare certe asperità anche minime rispetto ad altri velocisti presenti e quindi lo vedremo bello carico da subito, perché poi per lui le chance diminuiranno. Avrà una squadra quasi tutta per lui: Elmar Reinders su tutti, anche perché nelle ultime ore la squadra ha perso Karsten Larsen Feldmann pedina fondamentale in 3 delle 4 vittorie stagionali di “Groene”, sostituito da Matyas Kopecky, più giovane (e più forte) dei fratelli cechi. Ex Novo Nordisk, classicomane, fa della continuità di risultati tra il decimo e il ventesimo posto in ogni corsa di un giorno di qualsiasi tipo a cui partecipa la sua arma migliore. Oltre a dare una mano per le volate cercherà gloria personale, magari in fuga o in qualche frazione vallonata e come lui anche Niklas Larsen, Lukas Kubis, Hartthijs de Vries e il fratello Tomas Kopecky: Larsen e de Vries in fuga, uomini di ottima qualità e volontà, li vedremo spesso all’attacco e magari anche in quelle azioni buone che vanno al traguardo e Kubis si dividerà con i due Kopecky nel cercare piazzamenti di peso nelle volate a gruppo più selezionato. Infine, Wout Poels, tantissima esperienza e grande pedigree, proverà, nonostante le 39 primavere, a vincere una tappa di alta montagna.

Terzo velocista, ma non per questo il meno forte tra quelli nominati, anzi, è pure il più resistente e potrebbe avere ancora più chance da giocarsi rispetto a Milan e Groenewegen, è Tobias Lund Andresen che da quest’anno veste i colori della Decathlon CMA CGM Team. Proprio nel 2026 TLA ha fatto il salto di qualità atteso dopo le tante belle cose mostrate nelle categorie giovanili aggiungendo, però, alla sua ideale cornucopia di caratteristiche, anche la capacità di sprintare nelle volate a gruppo compatto, quelle da velocista puro, lui che è sempre stato abile soprattutto negli sprint di gruppo a ranghi più ridotti. In questo senso è sicuramente il corridore più simile a Jasper Philipsen in circolazione. In stagione, Lund Andresen ha vinto tre volte, la metà dei successi di Milan e uno in meno rispetto a Groenewegen, ma ha battuto Brennan e Welsford in Australia, De Lie, Philipsen, Magnier e Milan alla Tirreno Adriatico, piazzandosi secondo alla Gand, proprio alle spalle di Philipsen e ottenendo altri piazzamenti di peso. Vista la qualità che riesce a esprimere anche su finali più complicati potrebbe anche puntare forte alla maglia ciclamino e avrà una buona parte di squadra per lui: Oliver Naesen porta tanta esperienza, il giovane Rasmus Sojberg Pedersen sarà utile alla sua causa, ma potrà ogni tanto provarci in prima persona, se Lund Andresen dovesse marcare visita. Infine Tord Gudmestad che come pesce pilota ha già dimostrato affiatamento e capacità di condurlo verso il successo e sta crescendo a dismisura in quel ruolo.

Altro nome per la ciclamino è Paul Magnier. Stagione particolare la sua: lo si attendeva al salto di qualità definitivo, ma dopo aver alzato il livello di corse da disputare ha fatto un po’ fatica, anche per contingenze esterne, come problemi meccanici nei momenti clou delle classiche al Nord. Poi ha staccato in preparazione del Giro d’Italia dove fece l’esordio lo scorso anno con un buon piazzamento, terzo nella tappa di Napoli e poi un ritiro preventivato al termine della seconda settimana. Quest’anno, invece, avrà un signor treno a disposizione: aiutato negli sprint da uno dei corridori più esperti del gruppo, Jasper Stuyven, oltre che da Dries Van Gestel e soprattutto da Fabio Van Den Bossche, Magnier insegue il primo grande successo in una corsa a tappe di tre settimane, anche se non sarà facile sconfiggere i tre soprannominati. Nel caso dovesse riuscire a portare a termine la corsa fino a Roma, potrebbe anche diventare un serio contendente per la classifica a punti.

Alla sfida per la maglia ciclamino difficilmente parteciperà Arnaud De Lie, il quale (forse*)farà il suo esordio al Giro, ma, in perfetto stile Lotto (storia già vista in passato per esempio con Greipel e Ewan) tempo una decina di giorni e il Toro andrà a casa a prepararsi per il Tour e già ci manca. Il belga avrà a dargli un contributo il solo Milan Menten il quale, però, appare qualcosa in più di una sua semplice alternativa o aiutante. I due, infatti, spesso sprintano assieme e potrebbe andare così anche al Giro.

*Nelle ultime ore De Lie come altri compagni di squadra è stato male e non si è presentato nemmeno alla presentazione della squadra. Speriamo possa essere al via e in condizioni decenti, di certo se c’è un corridore che non si fa mancare mai nulla è lui.

Kaden Groves torna sul luogo del delitto, qui ha già vinto due tappe, una lo scorso anno e una nel 2023, ma torna al Giro dopo un inizio di stagione complicatissimo per via di un problema al ginocchio: potrebbe trovare la forma strada facendo. A buttarsi in volata allora inizialmente ci potrebbe essere Jensen Plowright, mentre Jonas Geens ed Edward Planckaert sono due pedine importantissime per il treno, con Johan Price-Pejtersen e Tobias Bayer a supporto in pianura o in qualche fuga.

Matteo Malucelli è il velocista che guida la spedizione della XDS Astana (che avrà un corposo paragrafo nel prossimo capitolo), sarà all’esordio al Giro ed è un outsider da temere per le volate, mentre un altro Matteo, Moschetti, Pinarello Q36.5, cerca, alla sua quarta partecipazione alla Corsa Rosa, il primo successo, non solo in un grande giro, ma anche nel World Tour.

Ethan Vernon è un altro degli outsider più temibili in volata e se la NSN Cycling team punta (anche) su di lui per quelle di gruppo più o meno compatto – in realtà Vernon è uno che si trova a proprio agio pure nei finali più complicati dal punti di vista altimetrico – Corbin Strong dovrebbe essere, invece, insieme a Jake Stewart, la punta per alcuni finali con il gruppo più selezionato, un po’ come accaduto lo scorso anno quando chiuse al secondo posto dietro Pedersen la tappa di Valona, in cui molti velocisti furono tagliati fuori dal ritmo imposto nella salita posta vicina al traguardo. Da tradizione, però, di questa squadra, ci aspettiamo, nonostante qualche differenza di caratteristiche, che tutti e tre i citati si buttino in volata assieme a cercare piazzamenti e punti UCI. Dion Smith, corridore esplosivo che il suo meglio lo ha lasciato ormai alle spalle e Ryan Mullen, passistone, saranno perlopiù a supporto dei capitani. Se Timo Kielich è la ruota veloce della Visma LAB – quando ne avrà l’occasione e non dovrà lavorare per Vingegaard e soprattutto in situazioni di gruppo a ranghi ridotti -, Orluis Aular e Ivan Garcia Cortina lo sono per la Movistar Team, anche loro più per un piazzamento e in situazioni di gruppo più selezionato possibile.

Paul Penhoet sarà il capitano in volata di una Groupama abbastanza spuntata, Luca Mozzato, Tudor Pro Cycling Team, cerca qualche piazzamento di peso, magari anche in qualche sprint ristretto oppure in fuga e con lui ci saranno gli svizzeri Robin Froidevaux e Fabian Lienhard, rispettivamente ultimo e penultimo uomo di alto livello che lo aiuteranno a tirarlo fuori dal caos delle volate provando a lanciarlo – anche se sappiamo come il gatto sappia ben districarsi da solo. Occhio a Elden Blikra, velocista della Uno-X Mobility che di tanto in tanto ha qualche exploit ad alto livello e cercherà dei piazzamenti in volata e Madis Mihkels, giovanissimo velocista della EF Education EasyPost che arriva da una prima parte di stagione sotto i suoi standard e al Giro cerca il riscatto, mentre Pascal Ackermann è la punta per le volate di gruppo in casa Jayco AlUla, ma le cose migliori – viste proprio al Giro – appartengono oramai al passato e oltretutto non potrà nemmeno contare su un grande supporto.

Infine da seguire con attenzione Casper van Uden che ha firmato di recente al Giro di Turchia la prima vittoria stagionale di un Team Picnic in grande difficoltà. Lo scorso anno il velocista neerlandese vinse un po’ a sorpresa la tappa di Lecce, che resta sin qui il suo successo più importante e proverà di nuovo a ripetersi aiutato allo sprint da Timo De Jong e Sean Flynn.

CACCIARE LE TAPPE

Tanti i nomi italiani a caccia di tappe perlopiù in fuga. Lo scorso anno senza la bella vittoria di Scaroni, arrivata per altro molto in là, nella sedicesima tappa, avremmo chiuso a zero. Quest’anno, oltre alle volate di Milan, che come abbiamo visto, però, ha buona concorrenza, seppure mancheranno Merlier, Kooij (infortunato) e Philipsen, ovvero i tre più forti al mondo insieme al velocista friulano, qualche speranza in più dal vertice del ciclismo azzurro ce lo abbiamo. Detto dei due portacolori della Lidl Trek (Milan e Ciccone) e di Pellizzari che potrebbe firmare un successo in montagna, partiamo proprio dall’Astana che ha in Christian Scaroni uno tra i corridori più attesi di questo Giro. Oltre al corridore lombardo, che vedremo spessissimo in fuga sia nelle tappe di media che nella tappe di alta montagna, finché quella buona non andrà al traguardo, la squadra kazaka porta un gruppo competitivo per ogni terreno. Thomas Silva, resistente ed esplosivo, cercherà il successo in tappe mosse, in fuga, ma non solo, con lui Arjen Livyns, Diego Ulissi e Alberto Bettiol, tutti con caratteristiche da classicomani, corridori che non ci stupiremmo se li trovassimo spesso all’attacco assieme. Davide Ballerini tirerà le volate a Malucelli, ma se ci sarà l’occasione le farà per conto suo. Il vincitore della OHN del 2022, che resta il fiore all’occhiello della sua carriera, sarà uno di quei corridori che vedremo andare forte soprattutto nella seconda parte di Giro, lui che notoriamente cresce di condizione nei grandi giri con il passare dei giorni. Più volte vicino a vincere una tappa nei GT, riuscirà a sfatare questo tabù? Infine presente anche lo scalatore ecuadoriano Harold Martin Lopez che potrebbe cercare di vincere una tappa di montagna, lottare per la maglia dei GPM e chissà, magari provare anche a tenere duro per un piazzamento a ridosso dei dieci.

Francesco Busatto vuole dare una svolta a una carriera che finora ha mantenuto decisamente meno di quanto promesso e per farlo ha scelto una squadra importante come l’Alpecin. La stagione finora è stata ricca di ombre, e si va al Giro per il riscatto. Non è l’unico italiano al via con la squadra tedesca. Presente, infatti, anche Luca Vergallito, non per onore di firma, ma per provare la fuga buona in alta montagna e inseguire quel successo che, fatta eccezione per corse .2, ancora gli manca. Chi al Giro ha vinto, invece, è Filippo Zana, uno dei leader della Soudal Quick Step e reduce da una Liegi di altissimo livello: è stato tra i migliori dalla Redoute in poi, fatto tutt’altro che di poco conto. Più che immaginarlo tenere duro per un posto in classifica, vanta un anonimo 11° posto ottenuto nel 2024, ci piacerebbe vederlo nel vivo come sa fare lui e lottare per qualche tappa, come al Giro nel 2023, quando, davanti a Pinot, ha conquistato il successo più importante della carriera, in maglia tricolore: la tappa di Val di Zoldo. Poi, eventualmente, nessuno gli potrebbe vietare di fare una dignitosa classifica puntando alle tappe e alle fughe, le due cose spesso nei grandi giri avvengono di conseguenza, dipende da certe dinamiche di corsa. Al via con la squadra belga anche Andrea Raccagni Noviero, corridore ancora alla ricerca di una sua dimensione, ma che potrebbe ben figurare su diversi terreni e Gianmarco Garofoli che lo scorso anno disputò un ottimo Giro d’Italia ma che quest’anno è reduce da un brutto infortunio che lo ha tenuto fuori dalla Strade Bianche di inizio marzo facendogli perdere diverse settimane di preparazione. A chiudere gli 8 della QS Ayco Bastiaens che distribuirà borracce come fuori da un ufficio in pausa pranzo.

Nella Ineos, Filippo Ganna si testerà in qualche arrivo misto, aiuterà i capitani a stare fuori dai guai e poi proverà a infilare la zampata nell’unica cronometro prevista. Una buona versione di Ganna potrebbe dire la sua in diverse tappe, anche di media montagna, se nella fuga e nella giornata giusta. Magnus Sheffield, tra i corridori più completi del gruppo, insegue il suo primo successo di tappa in un grande giro, può provarci praticamente su ogni terreno e darà anche man forte ai capitani in salita, in pianura, nei finali convulsi, ovunque.

Chi invece di tappe (al Giro) ne ha già vinte è Andrea Vendrame, due, una nel 2021 e una nel 2024, come già detto il solo italiano convocato per la Corsa Rosa dalla Jayco in quanto unico ad aver mostrato competitività in stagione. Va al Giro con tante speranze di successo. A inseguire una vittoria di tappa con la squadra australiana anche Felix Engelhardt e Bob Donaldson, entrambi corridori veloci e resistenti, meglio non trovarseli vicini in una eventuale fuga all’arrivo perché poi diventa difficile batterli.

Capitolo UAE che, un po’ a sorpresa, per come eravamo abituati, ha più polpa qui nei cacciatori di tappe che per gli uomini di classifica – che comunque andranno all’assalto del podio. Interessante da seguire lo sviluppo dei biancorossoneri, perché per una volta non vestirà i panni del riferimento per la maglia rosa (o gialla a seconda) finale, ma che probabilmente vedremo all’attacco con i tanti uomini adatti a vincere le tappe: Jhonatan Narvaez, visto poco quest’anno per via di un brutto incidente a inizio stagione, Jan Christen, che potrebbe provare a tenere duro per vedere fino a dove può arrivare in classifica in un GT, Antonio Morgado, altro grandissimo talento che inseguirà un successo parziale un po’ su tutti i terreni, Igor Arrieta e Marc Soler, tutte carte interessanti da spendere tra la media e l’alta montagna, ma anche in quelle tappe con il profilo da classiche (soprattutto Narvaez, Christen e Morgado). Alcuni di loro li vedremo anche spesso in fuga (i due spagnoli in alta montagna) magari pure con Mikkel Bjerg che sarà gli occhi dell’ammiraglia in corsa, l’organizzatore di tante situazioni, oltre che un passista talmente tanto forte che dovesse prendere l’azione giusta potrebbe finire per conquistare quel successo che meriterebbe per quanto si è speso per gli altri in tutti questi anni.

E nominato un Christen (Jan della UAE) ecco suo fratello maggiore Fabio, finora stagione da dimenticare la sua, lontanissimo dagli standard del 2025. Lo svizzero, insieme a Sjoerd Bax, è uno dei cacciatori di tappe della Pinarello Q36.5, mentre Simone Gualdi, Lorenzo Rota, Toon Aerts, Liam Slock (all’ultimo momento sostituito da Joshua Giddings per via di un malanno post Famenne Ardenne Classic: è stato male per aver, probabilmente in maniera accidentale ingerito della merda di mucca in corsa), Lennert Van Eetvelt e Jonas Rutsch lo sono per la Lotto-Intermarché. Gualdi, solido e forte un po’ ovunque, e che di recente ha sfiorato il successo al Gp Francoforte, ci fa porre due domande: riuscirà a sbloccarsi lui che fa della continuità, ma senza picchi, la sua arma migliore? Proverà anche a tenere duro in classifica generale? Rota non viene da un buon momento, ma ha esperienza e qualche colpo in canna, Aerts ha dimostrato il suo valore anche su strada, è un nome che crea molta attesa soprattutto nel pubblico di appassionati di ciclocross e riceverà parecchio tifo riuscisse a farsi vedere in qualche fuga, oltre ad avere resistenza e spunto veloce, pure lui se nella fuga buona può essere cliente sgradito in uno sprint ristretto al termine di corsa dura. E se Rutsch può andare via sul passo ed essere utile alla causa dei suoi compagni di squadra, è Van Eetvelt, insieme a De Lie, il fiore all’occhiello della squadra belga a questo Giro. All’esordio assoluto nella corsa rosa, Van Eetvelt ha tantissimo talento finora espresso soltanto in minima parte per via di problemi extraciclistici e numerosi infortuni. Al Giro potrebbe svoltare vincendo tappe e provando anche a fare classifica. Che possa essaere il suo momento?

Alex Huens, Groupama FDJ, per vincere una tappa di quelle mosse in simil classiche – magari quella di Fermo? Ma su quella giornata hanno messo il cerchio in tantissimi, vedremo – e per far ricredere gli scettici sulla spedizione della squadra francese; Johan Jacobs e Remi Cavagna, oltre per dare una mano a Penhoet negli sprint e a Rolland in classifica, li vedremo spesso in fuga. Javier Romo e Lorenzo Milesi come un po’ (quasi) tutta la Movistar stanno vivendo una stagione con più bassi che alti, ma al Giro hanno diverse occasioni per mettersi in mostra e magari conquistare il successo che ne svolti una carriera, soprattutto il corridore italiano che lo scorso anno dall’estate in poi sembrava aver cambiato marcia, ma che in questo 2026 non sta mantenendo le attese.

La Uno X oltre ai già nominati corridori per la classifica e le volate, porta due interessantissime pedine per le fughe nelle tappe di media montagna, ma non solo: Markus Hoelgaard e Fredrik Dversnes. Sono veloci, scaltri e resistenti, sanno andare in fuga e prendere vento e potrebbero pure lasciare un segno vincente a questo Giro.

Il Team Picnic oltre alle volate punta sulle fughe di media e alta montagna con Warren Barguil, Chris Hamilton, Gijs Leemreize, Tim Naberman, ma soprattutto Frank van den Broek. Tutti loro si difendono bene in salita e potrebbe essere proprio quello il terreno d’elezione per farsi vedere al Giro, cosa per altro già accaduta in passato a Barguil, Hamilton e Leemreize, mentre van den Broek, che quest’anno ha sfiorato in fuga un successo ai Paesi Baschi, aspetta solo di farsi conoscere anche dal pubblico del Giro d’Italia – quello italiano, ma del Tour, lo ricorda bene per la tappa di Rimini dove arrivarono in fondo e vincenti lui e Bardet. Attaccante nato, soprannominato Wattage Bazooka (e non serve spiegare perché), se trova le giornate giuste è un corridore che potrà farci divertire. E non poco.

Infine la EF Education-Easy Post squadra che, come da tradizione, è farcita di attaccanti e correrà a trazione anteriore: in questa maniera, oltre che per le maglie speciali e celebrative che spuntano quasi a ogni Giro o Tour, si è fatta conoscere e amare. Oltretutto spesso e volentieri hanno colpito nel segno con i loro attacchi, quasi mai fatti solo per la gloria o le telecamere, ma di solito puntuali per vincere o arrivarci vicino. A maggior ragione quest’anno in cui l’assenza di Carapaz toglie un uomo da podio, seppure Markel Beloki un giorno vorrà diventare uomo (ora è poco più di un ragazzo, classe 2005, compirà 21 anni a luglio è il secondo più giovane al via) da classifiche generali e avrà spazio in questo suo esordio al Giro per provarci, dopo che lo scorso anno ha corso una Vuelta di buonissimo livello. Darren Rafferty è corridore dai percorsi impegnativi, le giornate dure, da attacchi dalla distanza, Samuele Battistella torna al Giro dopo 3 anni e sarebbe troppo bello ritrovarlo sui livelli a cui pensavamo sarebbe arrivato un giorno, il terreno e lo spazio per vincere una tappa ci sarebbe, ma le gambe? Presente Michael Valgren che vorrebbe scrivere un’altra storia importante: proprio al Giro due anni fa ha ripreso in mano la sua carriera dopo un gravissimo infortunio, sfiorò la vittoria a Lucca, successo poi ottenuto pochi mesi fa alla Tirreno-Adriatico dopo 5 anni dall’ultima volta.  Curioso come su nove vittorie da professionista le ultime tre siano arrivate proprio in Italia. Chissà… Infine, a completare la selezione, Jefferson Cepeda che sostituisce Albanese che avrebbe dovuto sostituire Carapaz, James Shaw e Jardi Christian van der Lee: se il primo in montagna sa andare forte e soprattutto nelle frazioni corte è sempre un osso duro, ma le buone giornate in carriera si contano su una mano e al Giro ha già gettato al vento un paio di successi di tappa in passato, gli altri due cercheranno la fuga nelle tappe un po’ più semplici, sono entrambi con 0 vittorie in carriera, e quella fuga, quindi, la cercheranno vincente, con quest’ultimo che sta vivendo la migliore stagione sin qui in carriera.

LE ITALICHE COMPAGINI

Non tantissima roba, lo diciamo già, ma questi siamo e speriamo pure di essere smentiti con la consapevolezza che vista la piega potrebbe andare (e potrà andare in futuro) peggio. La Bardiani CSF 7 Saber punta sulle fughe di giornata con Manuele Tarozzi, e chissà che poi non arrivi quella buona, prima o poi; sulle volate di Enrico Zanoncello e vuole mettere in mostra altri gioiellini (dopo Ciccone, Zana, Pellizzari e Pinarello) da lanciare eventualmente nel World Tour, come Luca Paletti, che proverà a fare classifica e Filippo Turconi, corridore capace di andare forte un po’ ovunque, di tenere in salita e con un buono spunto veloce. Martin Marcellusi punta tutto su questo Giro: poche settimane fa ha sfiorato in Francia la prima vittoria da professionista, e se arrivasse al Giro la volta buona? Difficile, ma perché non crederci? Lo scorso anno il corridore romano fece vedere buonissime cose nella Corsa Rosa, passando ogni giorno della terza settimana in fuga, chiudendo sesto nella tappa del Sestriere. Poi un problema al ginocchio gli precluse l’intera seconda parte di stagione. Presente anche Filippo Magli, che cerca di mettersi in mostra e magari fare pure lui il salto in un altro team che ne faccia risaltare le caratteristiche da corridore adatto alle gare del nord (corridore che starebbe benissimo in una Unibet o in una Lotto, tanto per dire), infine un po’ a sorpresa ecco l’uzbeko classe 2005 Nikita Tsvetkov e il cileno del 2002 Vicente Rojas, che con la vittoria del campionato nazionale ha regalato l’unico successo sin qui alla squadra dei Reverberi, in quella che è una delle stagioni più difficili della loro lunghissima storia.

Team Polti VisitMalta di Basso, invece, che sta facendo decisamente meglio e anche il livello della squadra che porta al Giro appare, almeno nell’immediato, nettamente superiore, senza, però strapparsi i capelli – chi ce li ha. Alcune sono classiche conoscenze ormai del ciclismo italiano: Giovanni Lonardi cerca l’ennesimo piazzamento al Giro, lui che in 4 partecipazioni è stato 8 volte nei 10 con il momento saliente a Francavilla al Mare nel 2024 quando arrivò quarto dietro Milan, Merlier e Groves, risultato che poi divenne un terzo posto per la retrocessione del mago a fondo gruppo a seguito di una scorrettezza in volata. Mirco Maestri, Alessandro Tonelli, Diego Pablo Sevilla e Mattia Bais cercano, invece, le fughe a lunga gittata sognando che, magari, una di queste possa arrivare al traguardo. Andrea Mifsud è un nome nuovo al grande pubblico, ma chi segue il calendario francese spesso e volentieri si è imbattuto nel corridore provenzale di nascita ma maltese di passaporto, altro specialista delle fughe, che sa tenere bene in salita, mentre Thomas Pesenti ha lo spunto giusto per provare a piazzarsi in qualche top ten nelle tappe vallonate. Infine, Ludovico Crescioli cerca di dare continuità a ciò che la squadra di Basso nelle ultime stagioni è riuscita a fare prima con Fortunato e poi con Piganzoli, ovvero mettere in mostra il corridore di maggior talento per poi lanciarlo nel World Tour. Crescioli, che di recente, conquistando il Giro dell’Appennino, è tornato al successo dopo due stagioni (l’ultima vittoria nel 2024 in una tappa del Tour de l’Avenir), è un corridore che sa tenere duro in salita, ma non abbastanza per fare classifica, ma che, grazie allo spunto veloce, potrebbe pure tentare di vincere una tappa, anche lui provando ad anticipare nei finali di gara o andando in fuga da lontano.

E ORA CHE SIETE ARRIVATI FINO A QUI? ECCO IL PERCORSO

Da Nessebar a Roma: 21 tappe, quasi 3500 chilometri, con 48,700 metri di dislivello, circa. Si parte dalla Bulgaria dove le tappe 1 e 3 vedranno un probabile arrivo allo sprint di gruppo e sarà probabilmente uno dei momenti in cui potrà influire qualcosa in termini di classifica (molto provvisoria) il KM Red Bull (traguardo con abbuoni per la generale) che dà l’impressione di essere utile solo per movimentare la prima parte di Giro, quando ancora nulla è fatto per la classifica. Sempre in Bulgaria, il secondo giorno potremmo vedere già chiamati in causa quei cacciatori di tappe nominati nei paragrafi precedenti, quelli scaltri, e resistenti, ma anche veloci; occhio però pure a quei velocisti capaci di tenere meglio sulle pendenze, ma vedremo che cosa accadrà verso Veliko Tarnovo. Tappa lunghissima, 221 km e con quel finale che tirà all’insù e quel GPM di 3a categoria, 3,9 km al 6,8% di pendenza media con punte in doppia cifra e lo scollinamento a 11 km dall’arrivo, che potrebbe pure ispirare da subito gli uomini di classifica.

Dopo il riposo si riparte dall’altra parte del mondo. Dalla Bulgaria alla Calabria: un mega trasferimento perché di certo al Giro non si bada all’impatto ambientale né si tiene conto dello stress e della fatica per squadre (tutto compreso) e chi lo segue per altri motivi (di lavoro). Catanzaro-Cosenza è un altro arrivo tutt’altro che scontato per alcuni velocisti del gruppo, ma dipenderà anche da come verrà affrontata la lunga salita della Crocetta verso Cozzo Tunno, quasi 15 km con GPM a una quarantina dall’arrivo. Probabile volata. Più difficile il giorno dopo da Praia a Mare a Potenza, 203 km con gli ultimi 50 in un susseguirsi di su e giù (compresa la dura salita di Viggiano) che spezzeranno il gruppo e ispireranno molti corridori a provare ad anticipare. Bella frazione da puncheur che potrebbe anche premiare una fuga.

A Napoli, tappa 6, sarà volata: i velocisti che finora potrebbero aver avuto solo due occasioni (forse tre) non si vorranno perdere la chance di sprintare sul lastricato di Piazza del Plebiscito. Tappa che anticipa una delle giornate più attese: venerdì 15 maggio, infatti, tappa 7, da Formia a Blockhaus, la più lunga con i suoi 244 km e un finale duro con gli ultimi 111 in cui non si fa che o salire o scendere. Ufficialmente due GPM (Roccaraso e Blockhaus), ma tanta salita qua e là: sarà la prima tappa a delineare la classifica che arriva prima di un fine settimana particolare. Tappa marchigiana, la numero 8, da Chieti e Fermo, fra le più attese, con i muri fermani. Anche qui una prima parte pianeggiante e un finale, da Cupra Marittima, in cui non si fa che salire e poi scendere con una serie di strappi che se presi di petto faranno tanta selezione. Grande occasione anche qui per quella categoria di attaccanti che potremmo definire “coraggiosi con gambe”. Domenica, per la tappa numero 9, invece, si salirà soltanto verso l’arrivo. Dal mare agli appennini, da Cervia a Corno alle Scale, salita lunga, ma non impossibile e dove l’ultima volta, era il 2004, vinse Gilberto SImoni davanti a un Damiano Cunego che non si era ancora del tutto manifestato.

Riposo tanto atteso e poi la cronometro da Viareggio a Massa, 42 km: sarà il secondo grande test per gli uomini di classifica, forse è il giorno in cui si farà definitivamente la classifica, in vista della seconda parte di Giro. Crono piatta e possibilità che ci siano tante differenze soprattutto tra quegli uomini di classifica che a cronometro, come si suol dire, viaggiano forte, rispetto ai pesi più leggeri e meno aerodinamici.

Il giorno dopo, tappa 11, altra chance per la fuga, altra tappa mista, da classiche. Da Porcari a Chiavari, dalla Toscana si entra in Liguria con tutto quello che ne consegue. Tanti pericoli e trabocchetti mascherati non solo dalle diverse salite che caratterizzano gli ultimi 100 dei 195 km previsti, ma anche per le strade. Prestare massima attenzione a questa giornata.

Nella tappa 12 si torna a pensare alla volata, dopo otto giorni dall’ultima volta (Napoli, ricordate?), ma verso Novi Ligure, tuttavia, i velocisti se la dovranno conquistare. Un po’ per le fatiche che iniziano ad accumularsi un po’ per le colline in mezzo e quel finale mosso. Ma non dovrebbero essere pericoli insormontabili ai giorni nostri, mentre sarà più complesso nella tappa 13, da Alessandra a Verbania perchè il disegno ti inganna, piatto come una tavola da surf fino a una ventina dall’arrivo e poi uno strappo duro, quello di Ungiasca, 3 km con tratti in doppia cifra che potrebbe mettere le ali a qualche coraggioso visto che si scollinerà ai -14. Certo se c’è qualche velocista o simile in grande giornata e gli uomini di classifica fanno i buoni, magari arriva un gruppo di 50 o 60 corridori – fuga permettendo.

Ma sarà solo un antipasto per il sabato, per la prima tappa di montagna dai tempi del Blockhaus. Siamo in Valle d’Aosta e si va da Aosta a Pila. 133 km, tappa breve, ma con tanta salita, una rarità a questo Giro. 4 GPM prima dell’arrivo verso Gressan, 16,5 km con pendenze che vanno dal 7% all’11%.

Domenica, invece, si ritorna gettarsi in volata a Milano. Escluse le cronometro (Ganna vincitore le ultime due volte), una tappa in linea nel capoluogo lombardo mancava dal 2015 e vinse Iljo Keisse che anticipò la volata del gruppo. L’ultima volta che un italiano vinse in volata qui era il 2007 e toccò a Petacchi. Al Giro c’è Milan per vincere a Milano, manca, invece Molano e quindi chissà…

Terza settimana, quella che ha sempre differenziato il Giro d’Italia dalle altre corse per la ricerca della durezza e della spettacolarità sulle nostre montagne, ma sembra che quest’anno i grandi classici del ciclismo italiano a RCS non interessino molto e così si va a scovare nella tappa numero 16, dopo il giorno di riposo, la Bellinzona-Carì, frazione tutta ticinese, molto mossa nella prima parte e con una lunga, da sembrare infinita, salita finale: ufficialmente sono 11,7 km ma si inizia a salire una quindicina di km prima. Tappa cortissima, ma di difficile lettura. Su questa salita, molto suggestiva, caratterizzata da 22 tornanti, vinse Adam Yates al Tour de Suisse un paio di anni fa precedendo Bernal, Almeida, Riccitello e Mas.

Poi altre due frazioni “a metà” come le abbiamo definite: due tappe da fughe o al massimo da battaglia nel finale: la 17, la Cassano d’Adda-Andalo e la 18, la Fai della Paganella-Pieve di Soligo (con Ca’ del poggio nel finale) che fungono da antipasto all’ultima due giorni di montagna e dove, almeno al venerdì, finalmente si toccano le Dolomiti e qualche cima mitica.

Da Feltre ad Alleghe, la tappa 19 del Giro è, insieme a quella valdostana, la più dura: Duran, Coi, Palafavera, Forcella Staulanza, Giau, Falzarego e poi arrivo molto impegnativo verso Piani di Pezzè: è giornata vera di montagna. Il giorno dopo, invece, si va in Friuli, da Gemona a Piancavallo con la doppia ascesa pordenonese che chi vi scrive vede tutte le mattina guardando fuori dalla finestra. Poi a chiudere altro mega trasferimento fino a Roma per la passerella finale.

In definitiva un Giro interessante per il disegno delle tappe a metà, diciamo così, quelle miste e vallonate, ricche di pericoli nascosti e possibilità di imboscate, esclamiamo “bene!” per la crono da 42 km (anche se, per i nostri gusti, sempre troppi pochi km contro il tempo, troppo poco una sola cronometro) ma, francamente, deludente nelle frazioni di montagna fatta eccezione per la tappa di Alleghe,. Scriviamo per essere smentiti. E quindi: storciamo il naso per la partenza – seppure arriva da un posto, Nessebar, che è una favola; ci risentiamo per i lunghissimi tarsferimenti, ci lamentiamo per le tante assenze, non siamo troppo convinti (…) dal percorso, ma in ogni caso sappiamo già che se non ci divertiremo avremo argomenti di cui parlare. Buon Giro 2026 a tutti!

LE STELLINE DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ Vingegaard
⭐⭐⭐⭐ –
⭐⭐⭐ Pellizzari, Arensman, Yates, Gall, Mas
⭐⭐ Hindley, Bernal, O’Connor, Buitrago, Storer, Gee
⭐ Vine, Rubio, Piganzoli, Caruso, Rondel, Ciccone, Kulset, Pinarello, Rolland, Hirt, Kuss, Leknessund, Vlasov, H.Lopez, J. Christen


⭐⭐⭐⭐⭐ Milan
⭐⭐⭐⭐ Lund Andresen, Magnier
⭐⭐⭐ Vernon, Vingegaard
⭐⭐ Groves, Vendrame, Aular, Pellizzari, Groenewegen
⭐ Scaroni, Strong, Larsen, Mozzato, Ganna, Sheffield, Turner, Ackermann, Malucelli


⭐⭐⭐⭐⭐ Vingegaard, Vine
⭐⭐⭐⭐ Scaroni
⭐⭐⭐ Ciccone, J.Christen
⭐⭐ Pellizzari, Yates, Leknessund, H.Lopez
⭐ Gall, Storer, Gee, Zana, Caruso, Buitrago, Crescioli, Sheffield, Pinarello


⭐⭐⭐⭐⭐ Pellizzari
⭐⭐⭐⭐ –
⭐⭐⭐ Rondel, Piganzoli
⭐⭐ Kulset, Christen J.
⭐ Rolland, Pinarello, Gualdi, Svestad-Bardseng, Arrieta, Beloki, Staune-Mittet, Paletti, Crescioli, Sheffield


Ma ritornerà

Il Giro è finito. L'ha vinto Simon Yates, davanti a Isaac Del Toro e Richard Carapaz. Ad un certo punto si era convinto che il Giro non fosse affar suo, invece no. Il Giro è finito. A Roma, l'ultima volata l'ha vinta Olav Kooij, su Kaden Groves e Matteo Moschetti. Il Giro è finito, ma ritornerà.

Stanche sono le gambe, stanchi sono i pensieri, stanchi sono i bagagli aperti e richiusi ogni mattina ed ogni sera nell'ultimo mese, stanchi sono i meccanici e le loro albe buie, nei cortili degli alberghi, con un faro acceso, sotto l'ultima luna o sotto la pioggia. Stanche sono pure le biciclette, i cavalli dei ciclisti: alcune non sono nemmeno arrivate fin qui, alcune sono state sistemate, aggiustate, cambiate, medicate. Stanchi sono i ciclisti che domani non partiranno e, se lo faranno, sarà solo per tornare a casa. Stanco è il sole che tramonta su Roma e sul «biondo Tevere» nel primo giorno di giugno, nell'ultimo del Giro che arriva a sera. Stanche sono le voci, stanche le tastiere e le penne, stanchi siamo anche noi, ma questo non conta. Stanchi sono tutti coloro a cui il Giro, in un modo o nell'altro, è appartenuto per tre settimane, anche qualcosa in più, perché non è una gita, il Giro, sebbene sia un viaggio e un bel viaggio. Ma ritornerà.

Stanchi sono gli eroi, come i direttori sportivi Visma Lease a Bike hanno chiamato ieri Wout van Aert, perché non sono eroi, ma uomini o ragazzi. Non sono eroi, sono professionisti che cercano di fare al meglio il proprio lavoro. Stanche sono le ferite, le cicatrici, i punti. Nascosti sotto un cerotto quelli di Josef Černý, se li porta dietro dalla tappa e dalla pioggia di Napoli, e pedala, continua a pedalare. Ha attaccato anche oggi ed è stato l'ultimo ad essere ripreso dal gruppo, già involato verso la volata. Stanche sono le ossa, quelle rotte, quelle doloranti, quelle di Gianmarco Garofoli, che sopra quelle ossa è caduto di nuovo e di nuovo è ripartito. Stanchi sono i dottori delle squadre e le loro mani a curare. Stanchi sono i cuochi e le loro mani a preparare. Stanchi sono i direttori sportivi e le loro mani a guidare e supportare. Tutto si ferma, ma ritornerà.

Stanchi sono i gregari la cui parola d'ordine è essere pronti, anche a fine Giro, anche quando gli altri si distraggono, si rilassano. Si tratta di una sorta di missione, portare in giro il gruppo, portare il proprio ultimo uomo in volata. Così si è chiuso il Giro di tanti, forse soprattutto quello di Edoardo Affini e Wout van Aert. Così era iniziato il Giro di tanti, forse soprattutto quello di Jacopo Mosca che, ieri, è andato in fuga, ed è andato in fuga per lavorare per i propri compagni. Stanco è Jacopo Mosca ed il suo cognome è sull'asfalto di una salita di alta montagna. Stanco è il primo, e tutto sappiamo chi è, stanco è l'ultimo e la classifica al contrario non la guarda quasi nessuno, invece conta anche sapere l'ultimo. Non perché è arrivato ultimo, ma perché è arrivato, nel giorno in cui il Giro finisce. Ma ritornerà.

Stanca è persino la lavagna su cui ogni giorno sono stati scritti i distacchi tra fuga e gruppo. Oggi c'è scritto "grazie", in tre lingue. Stanco è chi si è preso ogni giorno sulle spalle le transenne per posarle e raccoglierle. Stanchi sono anche i sogni, da continuare a crescere, stanche le speranze e stanche persino le delusioni. Stanco è Egan Bernal, ma felice perché è ancora un ciclista e stanchi ma felici è tutta un'altra storia. Soprattutto ora che il Giro che ci è appartenuto per tre settimane finisce. E già ciascuno pensa che ritornerà, quando tornerà maggio.

Scriveva Alfonso Gatto: «Da giorni e giorni il Giro ormai mi appartiene, è un poco anche mio, lo difendo. Oggi la nostra effimera famiglia andrà dispersa, ci lasceremo in fretta, ma noi che per l’Italia ci incontravamo per salutarci con grandi gesti tutte le volte che ci incontravamo, così come fanno le navi sul mare, perderemo la nostra aria ciondolona di mozzi che non sanno dove passare la giornata di libera uscita...» Così è successo poco fa, un'altra volta e tutti, stanchi, hanno pensato che ora potrà esserci una giornata di mare, di montagna, forse solo di casa. E tutti, pur se stanchi, hanno pensato che questa strana abitudine mancherà. Ma ritornerà, è uno puntuale il nostro caro vecchio Giro.


Pianto antico

Per come l'abbiamo visto saltare, agitarsi, maltrattarsi la voce e, poi, correre accanto a Isaac Del Toro, agitando il pugno nell'aria polverosa del Colle delle Finestre, crediamo che un bambino in maglia e pantaloncini rosa e occhiali, che riflettono il mondo ma non gli occhi, ora, starà vivendo una delle prime delusioni sportive. E ricordiamo tutti quanto faccia male quel tipo di delusione a dieci anni, forse dodici, magari anche meno. Il prossimo Giro, come il prossimo Mondiale, la prossima Olimpiade o il prossimo scudetto, a quell'età, sembrano così lontani da non arrivare più. Ed in quel pugno stretto resta solo l'aria, vuota.

A quel bambino vorremmo dire di studiare la storia di Simon Yates, se ancora non la conosce, tuttavia è improbabile perché chi fa così di solito ha un'enciclopedia del ciclismo in testa e quaderni pieni di classifiche e distacchi. Vorremmo dirglielo perché Simon Yates ha vinto il Giro d'Italia 2025, sette anni e qualche giorno dopo il 25 maggio 2018, quando, sullo stesso Colle delle Finestre, ancora innevato, pagò da Chris Froome 38'51". Quel giorno eravamo all'arrivo e, quando tagliò il traguardo, con addosso la maglia rosa ormai persa, ben pochi lo aspettavano. Non lo vedemmo piangere al traguardo, forse avrà pianto altrove, magari in camera, di nascosto, preda della convezione per cui piangere fa apparire deboli.

A più di un quarto d'ora dalla conclusione della ventesima tappa, invece, oggi che il Giro è suo, Simon Yates non riesce a smettere di piangere e i condotti lacrimali si scavano sempre più come l'acqua fa con le rocce. Sì, di felicità è concesso a tutti piangere mentre la tristezza è meglio nasconderla. Che sciocchezza! Quel bambino, un domani, capirà questa storia e correrà ancora al fianco di un ciclista. Forse anche di "Torito", come lo chiama la sua gente.

Non è il primo ad attaccare Simon Yates, quel compito spetta a Carapaz, che il banco vuole farlo saltare sin dal primo chilometro del Finestre. Del Toro risponde. In quel preciso momento entrambi hanno la convinzione di essere sulla strada giusta: Del Toro perché la ruota del suo rivale è vicina, Carapaz perché a forza di attaccare "quello si staccherà". Non hanno fatto i conti con l'imprevedibile, anzi, a dire il vero, semplicemente non hanno fatto i conti con il fatto che il Giro è ancora troppo aperto e il Finestre lungo, molto lungo. Simon Yates lo ricorda bene: c'era la neve, c'era la gente e quello sterrato non finiva mai. Era solo, lo sorpassavano tutti o quasi. La festa c'era ma non era per lui. Incredibile quanto il paesaggio sia così vicino e così distante dagli esseri umani, quanto li abbracci e quanto se ne disinteressi. A parte il sole e la polvere, a parte sette anni in cui Mondiali e Olimpiadi si sono tenuti e il Giro è passato e ripassato, è tutto uguale, ma Yates è in terza posizione e sta andando a vincere il Giro. Dopo così tanti giorni, mesi e anni che non può battere gli stessi rivali, può batterne altri e far pace con una vecchia tristezza, un antico rimpianto.

La battaglia di Simon Yates è la battaglia di Wout van Aert che attacca, scala, lo attende, gli fa strada in discesa, calcola i rischi e i benefici, lo porta fin dove può e pare non volerlo lasciare mai, perché quell'uomo sta facendo qualcosa di troppo grande, di troppo bello, e lo sta facendo rischiando tutto laddove era "caduto". Nel luogo che era stato suo carnefice. Si sposta sfinito van Aert, sbanda, pare il fantasma di un corridore, in una di quelle storie in cui si baratta il proprio essere per qualcosa o per qualcuno. Lui l'ha fatto per Simon Yates e entrambi hanno vinto. Il gruppo, se così si può chiamare quello fatto a pezzi dal Finestre, si riporta su Del Toro e Carapaz, che si controllano e si innervosiscono, e su Gee e il distacco aumenta: saranno più di cinque minuti, quando Del Toro, con una volata tanto bella quanto inutile ai fini della generale, taglia il traguardo.

A Sestriere ha vinto Chris Harper, davanti ad Alessandro Verre e il rammarico è che, in giornate così, le parole vanno altrove e gesti simili passano sotto silenzio. Harper ha cercato Yates e l'ha abbracciato. Non ha visto nulla, ma ha capito la portata di quello che è avvenuto oggi, ne è stato testimone, a modo proprio. Si parla di redenzione per Yates e noi non sappiamo se effettivamente lo sia, anche se i lemmi coincidono. Però siamo certi che Yates, stasera, è un uomo con un pizzico di libertà in più, perché ha curato un pianto antico, visibile o invisibile. E domani, a Roma, conquisterà Il Giro d'Italia.

Foto: Poci's Pix


Il tempo che ci resta

Tanto tuonò che alla fine proprio non piovve. Anzi, sulla corsa si abbatté il caldo e l'afa toccò pure le montagne, bianche solo lassù, in cima. Una fornace. Non è una disquisizione meteorologica, solo un modo come un altro per dire che da Biella a Champoluc doveva succedere di tutto e non è successo quasi nulla, almeno per quanto riguarda la classifica generale, perché la vittoria di Nicolas Prodhomme è un piccolo tutto, una di quelle storiellette che non scuotono la grande storia, ma terremotano l'uomo e il ciclista, il gregario, dalle radici e lo meravigliano. Ha ventotto anni, Prodhomme, e l'unica volta in cui ha vinto, poco più di un mese fa al Tour of the Alps, l'ha fatto con accanto il suo capitano, Paul Seixas. Proprio Seixas si soffermò con noi a ragionare del tempo che resta alle persone per fare quel che desiderano.

Quel giorno vinse Prodhomme perché di tempo davanti ne aveva e ne ha meno del ragazzo francese, oggi ha vinto Prodhomme perché è stato fra i pochi a prendersi la "responsabilità di vincere", come la chiama lui. E crediamo lo sia stato anche memore di quel tempo che passa e va. Non solo quello ciclistico, anche quello non cronometrato che al ciclismo accompagna e, dopo qualche anno, costringe a lasciare il ciclismo: quello dell'età. Quello che Buzzati diceva corre in mezzo agli uomini, fra i giorni ed i mesi, e cambia la faccia a poco a poco, più veloce di qualsiasi bicicletta e persino dei razzi che vanno nello spazio. Sia chiaro, il francese ha ancora molti anni in sella, ma, senza quella presa di responsabilità, avrebbe avuto solo un giorno in meno. Il giorno è passato comunque, tuttavia non è stato uno dei soliti giorni.

Era tutto pronto per la grande battaglia: «pronte erano le biciclette lustrate come nobili cavalli alla vigilia del torneo. Il cartellino rosa dal numero fissato al telaio coi sigilli. Il lubrificante le aveva abbeverate al punto giusto. I sottili pneumatici lisci e tesi come giovani serpenti. Saldati i bulloni, disposto alla esatta inclinazione il sellino, calcolata al millimetro l'altezza del manubrio». Pronte erano persino le montagne, scordato l'inverno e presa sotto braccio la primavera, colme di persone quanto di alberi e di verde. E ancora di voci, suoni e rumore. Pronti erano anche gli uomini, i ciclisti. Però se a una bicicletta basta essere pronta per partire, per un essere umano, per un ciclista, nello specifico non è così naturale. Dove si mettono i dubbi, i timori, i pensieri, le gambe, i muscoli, il fiato? Dove si mette il tempo che ci resta e che, in ogni caso, pesa sulle spalle?

Antonio Tiberi ha preso tutto ed è andato via, con la fuga. Non è ancora il solito Tiberi, probabilmente, però ha ruggito d'orgoglio e poi d'umiltà, mettendosi a disposizione di un altro che il tempo ha scelto di ignorarlo apparentemente e in bicicletta va che sembra proprio un peccato che il tempo sia passato e continui a passare. Damiano Caruso, in realtà, non ignora il tempo, gli concede il giusto spazio e vive e corre.

Se in ottica classifica generale, i 5000 metri di dislivello del terzo venerdì di Giro non hanno fatto quasi alcuna differenza, le spiegazioni possono essere tante; gambe, testa, tattiche, la squadra di Del Toro in testa a fare il ritmo. Anzi, McNulty e Majka in testa a fare l'andatura. E Majka è un altro uguale e diverso da Caruso, che il tempo che resta lo usa per fare meglio e per stare meglio. Persino il domani conta. Perché più si accorcia il tempo che ci resta, più quel tempo pesa, più a quel tempo si attribuisce significato, valore. Più, forse, si vorrebbe aver avuto maggiore coraggio quando alla fine del Giro non mancavano solamente due giorni, ma sette, otto, dieci giorni.

Alcune risposte arriveranno domani, altre, forse, non arriveranno mai, se non ai diretti interessati che ringrazieranno di aver nascosto quella mezza crisi o quel mal di gambe bene e di aver ingannato gli avversari. Oppure malediranno un mancato coraggio. Di sicuro il tempo che ci resta passa e se, per un qualunque motivo, non ci si prende la responsabilità di vincere, quella di cui parlava Prodhomme, addosso arriva quella della sconfitta. Questo è, per quanto sia facile dirlo da una scrivania. Ed il tempo? Il tempo è passato.


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