Il liscio, i treni e Jonny Milan

Il gruppo, tra Riccione e Cento, assomiglia alla Romagna. Intendiamo dire che, più di altri giorni, forse, il plotone è casa e trasmette sensazioni simili a quelle che si possono vivere su una spiaggia romagnola, mentre qualcuno, nella realtà o nel ricordo, disegna la sabbia con piste, paraboliche, inganni, trabocchetti, salite, discese, poi mette la mano in un secchiello, tira fuori le proprie biglie, le fa scorrere, simili a pianeti, fino a scoprire chi vince. In quegli "specchi" rotanti, i volti degli atleti, dei campioni che un gruppetto di ragazzini sognavano di essere, sognavano di essere e, per qualche ora, erano, quasi una magia teatrale, la finzione più bella, perché è realtà. "Semplice", il gruppo, in giornate così: si può fare "ciao" alle persone a bordo strada, persino alle telecamere, magari accompagnandolo con una faccia buffa, all'unisono con un compagno di squadra. Si mangia un boccone, un minuscolo panino, con più tranquillità, lasciando che il sapore accarezzi le papille gustative. Anche lo scherzo e la risata fanno parte di giorni simili, il divertimento, la capacità di divertirsi, altra essenza di questi luoghi. Di ballare, ad esempio.

La Riccione-Cento è un liscio, a proposito di balli e gioia, perché non c'è un rilievo, un'increspatura nell'altimetria, solo qualche cavalcavia, magari non lontano da una ferrovia ed è in tappe come queste che i "treni" fanno parte del ciclismo. In tappe che presentano come tracciato "un percorso piatto come una tavola di biliardo e diritto come quello dell'Orient Express" per dirla con Marco Pastonesi, quando scriveva di Ercole Baldini, il campione di Forlì, con "il suo motore umanamente romagnolo". La Riccione-Cento è una giornata di primavera che tende all'estate, con i campi verdi, macchiati dal rosso di qualche papavero, e un'aria limpida, un cielo sgombro, sull'asfalto, a tratti, l'effetto Fata Morgana, un miraggio: lontana di un anno l'alluvione, il fango non c'è più, perché le strade, con fatica, si possono pulire, ma non ci sono più nemmeno tante persone e tante altre cose, piccole e grandi. Resta invece il ricordo, la memoria, la paura, quando la luce cambia e le nuvole ritornano. Sarà perché quel che succede non passa mai del tutto, almeno dentro.

Manuele Tarozzi è di Faenza: parla velocemente, sin troppo, a volte, con la musicalità delle parole declinate qui, e dice che ama solo le fughe che arrivano perché "non sarà mica bello essere ripresi sulla linea del traguardo". Aggiunge che va in fuga per vincere, non per provare. Uno deciso, Tarozzi. Ha qualche dubbio solo a tavola e non saprebbe scegliere tra cappelletti e piadina, "il pane, anzi il cibo nazionale dei Romagnoli": la vorrebbe anche al rifornimento. Il caffè, invece, sempre. Uno deciso, Tarozzi, tanto che parte lancia in resta, con il compagno di squadra Alessandro Tonelli e con Andrea Pietrobon. Il gruppo, se lo vede, lo osserva solo da dietro per più di cento chilometri: lui vedeva così De Gendt, agli inizi, e quando se l'è trovato davanti, le prime volte, è rimasto sorpreso perché, tutto sommato, "fisicamente mi somiglia pure, lo facevo più alto, più piazzato". In chi va in fuga si mette sempre un pizzico di eroismo, di romanticismo, per cui diventa, in ogni caso, di più. Non importa cosa o quanto, ma di più. Oggi Manuele Tarozzi ha fatto un'eccezione: è scattato più per provare che per vincere, per arrivare nella sua città davanti al gruppo, in fuga, con quel "di più" che dicevamo.

I treni delle tappe per velocisti sono quelli che cuciono la volata, vestito dello sprinter, ma sono anche quelli che affrontano il vento, i ventagli, che proteggono i velocisti, fanno da scudo e da "corda" a cui aggrapparsi per resistere o per rientrare, per attaccare, anche. Jonathan Milan che, per qualche istante, da solo affronta il vento per tornare in gruppo, dopo l'azione della Ineos che l'ha trovato nel secondo gruppo, staccato, è un treno ad un vagone, ad alta velocità però. L'inquadratura si allarga, l'effetto è quello di quando, seduti in treno, parte il treno accanto e si ha la sensazione di muoversi a propria volta, mentre è un'illusione. Che forza, quanti watt, che potenza sviluppa il ragazzone friulano. È un antipasto. Sessanta chilometri dopo, quando il gruppo si scatena e inghiotte curve e cambi di direzione, le sue gambe avranno già recuperato lo sforzo. Simone Consonni, dopo aver svolto il suo lavoro, lo lascia partire sulla scia di Fernando Gaviria che prova ad anticipare la volata. Si rialza, Consonni, e, allungando leggermente il collo, osserva la scena da dietro.

Vedrà il casco di Milan, la testa, continuamente scossa, quasi anche lei imprimesse velocità alla bicicletta, qualche tratto di ciclamino nei movimenti frenetici dello sprint, un tratto impressionista, nulla più. Frontalmente non è solo Milan ad alzare le braccia, ma anche Consonni, l'ultimo uomo. Jonathan Milan dirà poche parole, soprattutto "grazie", alla squadra. Glielo abbiamo sentito dire molte volte, sempre intriso di timidezza e di umiltà. Tra Riccione e Cento, l'ha detto ancora, un'altra volta. Le biglie si raccoglieranno dalla spiaggia, qualche signora su una vecchia ed elegante bicicletta di famiglia tornerà a casa. Domani sapremo il resto.

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Spazzare via la noia

Il ciclismo, magari a differenza di altri sport o di altre situazioni, conosce la noia. Non solo la conosce, nel senso che, in taluni giorni, può viverla, ma permette di studiarla, di addentrarvisi, per scavarla, scrutarla. Questo per un motivo tanto semplice quanto profondo: il ciclismo segue il ritmo degli uomini, la bicicletta non ha altro modo di funzionare, se non attraverso le gambe degli esseri umani. Una corsa, qualunque corsa, percorre un "viaggio" da un punto ad un altro e, comunque vada, qualunque cosa accada, lo fa solo sulla spinta di muscoli umani. I tempi degli uomini sono anche tempi lenti (tra virgolette perché la tappa odierna tutto è stata tranne che una tappa corsa a ritmo blando), tempi in cui nulla accade, tempi in cui, perché qualcosa cambi, devono trascorrere molti minuti, talvolta molte ore.

Nella quotidianità, quell'attesa si cerca di ingannarla, con quel che velocizza, con la tecnologia, con la diversificazione più svariata, pur nella routine. In bicicletta, un ciclista non ha questa possibilità, può scattare, alzarsi sui pedali, cambiare posizione, parlare con un compagno, ma nulla più. Allora anche chi osserva deve imparare a fare i conti con la noia, che altro non è se non un pretesto per fare altre cose, mentre la tappa è in corso. Le voci dei telecronisti restano in sottofondo, le immagini sullo sfondo. Ricordiamo quando da ragazzi, da bambini magari, lo spazio della noia era lo spazio dedicato ai compiti di scuola per il giorno seguente, per, poi, poter tornare ad alzare il volume, in vista del traguardo. Risentiamo le voci di una radio, in una vecchia officina, nel rumore e la manopola del volume ruotata, verso le cinque del pomeriggio, l'orario dell'arrivo. Qualche libro di lettura preso in mano e richiuso nel momento in cui uno sguardo veloce al televisore coglieva una frenesia improvvisa in gruppo. Qualche sbadiglio? In certe giornate può succedere, non è un male. La noia lontana dal gruppo, quando nulla cambia per chilometri e chilometri, è questa.

In gruppo, invece, i giorni "piatti" hanno un altro volto. Soprattutto oggi, probabilmente. Da giorni si parla di un virus che ha già costretto al ritiro alcuni atleti, l'ultimo è stato Cian Uijtdebroeks, che non è partito proprio stamani. Le tappe simili a quella da Foiano di Val Fortore a Francavilla al Mare sono le frazioni dei pensieri di chi non sta bene e di chi, invece, pur stando bene inizia a domandarsi se fra qualche giorno il malessere possa toccare anche a lui. Il dubbio, l'incertezza: il pane quotidiano di ogni corridore. Sono persone che costruiscono "lentamente", gli atleti, sempre per lo stesso motivo, perché "lavorano" con il proprio corpo, allenano il proprio corpo e non c'è altro modo se non "il tempo che ci vuole". Sono allo stesso tempo, però, persone che possono distruggere velocemente, in frazioni di secondi: le cadute. Chi sta male, in fondo, "a fare l'elastico", per 207 chilometri, non conosce la noia, perché la noia è una sorta di vuoto da riempire, il dolore, invece, è già pieno di cose. Pensiamo a Martin Marcellusi e a Giulio Pellizzari che, per motivi diversi, hanno patito in coda al gruppo: ad ogni accelerazione, ad ogni rilancio. Sono arrivati, sì, sono 207 chilometri in meno: si conta così, quando non si sta bene. I giorni piatti, i giorni della noia, sono anche i giorni delle fughe più irrazionali: Thomas Champion, cognome pieno di epica per chi pedala, Edoardo Affini e Tim van Dijke, i fuggiaschi di oggi. Il loro segreto è cogliere l'istante e lo colgono anche in giornate in cui pare impossibile, proprio perché sanno quanto un ciclista sia in bilico, quanto la tappa del giorno dopo potrebbe non esserci. Qualche città racconta lo stesso segreto: Buca, sommersa dalle acque e svanita nel nulla.

Poi arriva la volata, la noia pare lontana anni luce. I secondi in cui si ferma il mondo di chi osserva, e trema, vibra, viene scosso l'universo dei ciclisti. Tanti anni fa si girava la manopola di una vecchia radio alzando il volume, si faceva lo stesso con la televisione, oggi magari è un cellulare, talvolta un computer, ma sono dettagli. Arriva la volata e quello scalpitare di biciclette lanciate a tutta velocità in certi momenti spaventa anche chi osserva; pare non ci siano spazi, non ci sia aria sufficiente, pur essendo all'aperto, sembra che, da un attimo all'altro, qualcuno debba sbandare e cadere. Anche di cadute e sbandate sono fatte le volate: abbiamo rivisto dall'alto quella che ha coinvolto Jakobsen e Mihkels, fa effetto, come sempre. Fa sobbalzare. La noia è spazzata via dalla volata, certo e, soprattutto, dal suo vincitore, Jonathan Milan che, durante la tappa, aveva pensato alla responsabilità del lavoro di tutta la sua squadra in un giorno così, a quanto questa vittoria ci volesse. Se l'è presa, scatenato nella velocità di uno sprint. Ora la radio e la televisione sono un insieme di voci che commentano e di suoni che si intuiscono dal lungomare di Francavilla e, guardando dentro la noia dell'inizio, forse, qualche bambino appassionato di ciclismo sarà cresciuto ancora un poco.

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In ogni modo

Maglietta lievemente slacciata all'altezza del petto, segno di un caldo che inizia a stringere, di una sofferenza lieve, sapore della pedalata, una danza sui pedali che rimanda alla montagna perché sono i suoi uomini ad arrampicarsi in questo modo, a prendere queste movenze, la bicicletta, dall'alto, ondeggia, alleggerita del peso dello scalatore che si libra nell'aria: è l'immagine di Romain Bardet che si infila in una fuga che non è solo una fuga, è la ricerca del tempo perduto, un viaggio che è un sentimento e non soltanto un fatto, ci avrebbe suggerito Mario Soldati. Nairo Quintana e Julian Alaphilippe a scalpitare insieme al francese e ad altri undici uomini, dopo che il filo dei fuggitivi si è spezzato e ricongiunto più volte. Potrebbe essere solo un'illusione, con il senno di poi lo sarà, ma Romain Bardet, per quel che trasmette nel suo viaggio, inteso come parabola, in sella, merita che si guardi in quell'illusione come in un caleidoscopio e che ci si creda. È l'intensità la chiave per interpretare l'atleta di Brioude: lui che scrive e parla di tracce da lasciare in quel che si fa, prima delle vittorie o dell'esaltazione del campione e per confortare, dopo un dispiacere, crede nei pensieri sinceri, limpidi.
Si dispiace per il ritiro di Thibaut Pinot, per il suo ciclismo. Pensa e legge molto, Bardet, poi scrive come chi ha lasciato maturare quei pensieri: non serve un pezzo, non un racconto, ovunque restino le parole. Guarda lassù, dove c'è la vetta, perché c'è il traguardo e perché «è sempre bello», vuole rompere confini, allargare le possibilità, contemplare, scappare: una sorta di dichiarazione d'intenti. Non gli è servito per vincere quell'atto di solitudine, ma gli è servito ed è servito a noi, mentre il plotone si addentrava nel verde di alberi «simili a cani che ringhiano al cielo» e tutti aspettavano un solo uomo: Tadej Pogačar, maglia rosa, come i pantaloncini, i guanti, il casco, persino la scritta sulla bicicletta.

Il Corno Grande del Gran Sasso in alto, in fondo. Tadej Pogačar a ruota della sua squadra, gli altri a ruota di Tadej Pogačar, in attesa della mossa del fenomeno. Non è facile aspettare e non è facile nemmeno scattare, scappare, perché "quello lì" è in grado di prendere la ruota e partire in contropiede, lasciando sul posto chiunque, ribaltando la situazione e per un ciclista è una delle cose peggiori essere staccati mentre si sta attaccando, la frustrazione quando, all'improvviso, la bicicletta dell'attaccato va troppo più veloce, le sue gambe sono troppo più agili, la frequenza di pedalata superiore per riuscire a mettersi in scia. Valentin Paret-Peintre è l'unico fuggitivo rimasto in testa, mentre questi pensieri si addensano nelle menti, mentre Aurelien, suo fratello, perde contatto con il gruppo: cognome evocativo il loro, a sensazione ricorda una parete dipinta, una parete e un pittore, qui le pietre ci sono, i costoni di roccia ci sono, a Pietracamela, si notano ancora le pitture rupestri del maestro Guido Montauti. Non c'è posto migliore per tentare la sorte per uno con un cognome simile.

L'andatura dell'UAE sbarra la strada ad altre acrobazie fra le lettere, la strada sale, gli occhi cercano lo sloveno. A rompere lo stallo, è Antonio Tiberi, per ben due volte; non va lontano e non potrebbe andarci, ma in tre settimane di gara contano i segnali e questi sono bei segnali, per gli altri, certo, ma anche per la propria convinzione. Contano i segnali come conta la memoria, quella dei muscoli e degli sforzi compiuti: ieri una buona cronometro, oggi lì con i migliori, non un brutto modo per andare verso Napoli e, poi, verso il giorno di riposo di lunedì. Non è certamente una salita impossibile, ma faticano tutti, mentre la maglia rosa pare «con la pipa in bocca», come si dice in questi casi, a ruota di Rafal Majka. Si sposta giusto quando partono gli scatti, Majka, ma resta nei dintorni, fra gli altri. Rimonta il gruppetto stringendo i denti, con il suo solito ghigno sulle pendenze, regala gli ultimi metri di servizio, di fedeltà, di gregariato.
Nessuno poteva fare niente prima, nessuno può fare niente quando Pogačar lancia la sua "volata", ustionante, bruciante, tanto da dargli il tempo per voltarsi ed esultare con sollievo mentre la linea bianca non è ancora arrivata. Un altro modo di vincere, un altro modo per vincere. Un enigma complicato per i suoi avversari, come affrontare la polivalenza, quel che è multiforme, che gioca con la fatica. Il ciuffo dal casco non è più solo uno, da tempo ormai, «la Majella ed il Gran Sasso continuano il loro dialogo» quassù a Prati di Tivo, la carovana, intanto, si dirige verso sud.

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Supernova

Simile a una supernova è deflagrata la potenza in sella di Tadej Pogačar, nei 40 chilometri che uniscono Foligno a Perugia. Un'esplosione derivata dal contatto di forza, di aerodinamicità, di leggi della fisica, di delicati equilibri e polmoni forti così. Una miccia, una reazione, accesa dal desiderio, racchiuso nel grido dopo il traguardo: volontà che brucia, rinunce che accendono e scompigliano. Si dice che una supernova che esplode possa liberare, per brevi periodi, “l'energia” superiore a quella di una galassia, ma noi torniamo all'asfalto, alle nostre strade e alle nostre città, perché in quello scenario un ciclista sviluppa i propri muscoli, collauda una posizione all'apparenza impossibile da tenere per qualche chilometro, figuriamoci per quaranta, figuriamoci per 51 minuti e 44 secondi di sforzo, quello è il suo tempo. Sarebbe facile parlare di spazio, perché le biciclette assomigliano sempre più ad astronavi, per perfezione e studio, a qualcosa che sfidi lo spazio interstellare, come il tessuto che si portano addosso, una seconda pelle a cui sono state applicate matematica e fisica, calcoli e geometrie, per accrescere la velocità, per ridurre l'attrito con l'aria. Verrebbe facile, invece, restiamo agli uomini, alla macchina umana che fa cose bellissime, a quelle visiere in cui il mondo corre come un'impressione. Vince Pogačar e pone distacchi importanti sui suoi più diretti rivali per la classifica generale che, un poco, hanno la tentazione di guardarlo come un extraterrestre. Siamo convinti che in quelle gambe ci siano stati anche tutti gli scatti che, forse, aveva in mente, ma ha risparmiato, ha trattenuto. Ora li ha addosso Geraint Thomas che ha pagato due minuti.

E simile a una supernova è esplosa la bellezza di Filippo Ganna in sella. Qualcosa che ha a che vedere con l'architettura, che disegna lo spazio in cui scorre. Viene da pensare che Filippo Ganna e la bicicletta siano un corpo unico durante lo sforzo, perché traspare una facilità, una genuinità nello sforzo che è apparenza. Chiedete a Ganna la fatica che si fa, oppure limitatevi ad osservarlo al traguardo, svuotato, stanco. Il talento esce così: consuma chi lo mette in pista, mentre chi guarda ha la sensazione di essere trasportato altrove, in un futuro da fantascienza in cui tutte le logiche siano sovvertite e un uomo possa fare l'impossibile. No, c'è il vento, l'acido lattico, le giornate no, la paura, l'insoddisfazione, il tempo e lo spazio che divorano, mentre un ciclista, da solo, nei propri pensieri, divora l'asfalto, ci prova almeno. Per questo suscita meraviglia quel che è avvenuto, quel che avviene. Per questo Lorenzo Milesi, autore di un'ottima prova, tra l'altro, mentre osserva lo schermo in cui è replicata la prova in sella di Ganna, durante la salita, quando riprende e supera con apparente facilità avversari scattati prima di lui dalla pedana, sorride come si sorride quando ci si stupisce, quando si manifesta un fatto che, come esseri umani, fatichiamo a capire, ma ci piace. Anche se sappiamo che lo pagheremo, forse lo pagheremo anche caro: chi va più veloce, passa una posizione avanti, scarica secondi, forse minuti, sugli altri. Tuttavia di fronte a certe velocità, a certe perfezioni, non si riesce a non dire nulla, a non fare nulla. Vogliamo esserne partecipi, in un modo o nell'altro e ci sembra uno spreco poter guardare, solo guardare.

Guardare il padellone di Ganna, il modo in cui fa la barba alle curve. Guardare gli ultimi chilometri in salita di Tadej Pogačar, la sincronia perfetta tra il terreno su cui pedala ed il suo fisico, aumentando, controllando, la gestione dello sforzo, la mente sempre un pezzetto più avanti. Il suo predicato verbale è "migliorare". Dice che è sempre possibile migliorare e che la sua ricerca è per una comodità sempre maggiore in sella, durante lo sforzo, che pare un assurdo, ma assurdo non è. Come stranisce tutti l'insoddisfazione di Filippo Ganna dopo una prova che ha lasciato zitti, in silenzio, a chiedersi dove sarebbe arrivato nel suo giorno migliore. È un ciclista e un ciclista non conosce le stelle o la volta del cielo, conosce ogni sensazione del proprio corpo, conosce il proprio potenziale e vuole sentire di averlo raggiunto, pure se perde. Quella è la sua ricerca, l'unica possibile sopra il destriero che ha nome bicicletta. I calcoli per dare uno spazio al dominio di Pogačar continuano, è giusto così, qui ogni giorno si sa qualcosa di nuovo ed è un piacere questa curiosità. Come quando provavamo a fissare il sole, chissà perché, pur sapendo che era impossibile: «Fu solo accecato dalla luce, libero come un diavolo, un altro corridore nella notte, accecato dalla luce. Mamma mi diceva sempre di non guardare verso la luce del sole, ma mamma, è lì che c'è divertimento». Sì, Bruce Springsteen.

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«Vai e torna vincitore»

Stavamo solo cercando di tratteggiare una luce su una collina toscana, nei dintorni di Siena. Prendiamo in prestito le parole di Edward Hopper, nel suo caso parlò di una luce sul muro di una casa, noi abbiamo in mente il sole sulle "verdi terre" e un velo d'ombra, quello di una nuvola passeggera, poco più di un cirro, che disegna un contorno: simile agli alberi, con la luce che ne allunga le sagome, penetrando tra le fronde. Già, ma gli alberi hanno le loro radici profonde, corteccia e rami, una nuvola è il nulla, è vapore acqueo, disperso nel cielo, eppure quell'ombra resta sulla collina. In gruppo, invece, non c'è quiete, verso la salita di Volterra, perché la fuga non trova il suo spazio, la sua dimensione: è un'anima tormentata, senza pace, quella di chiunque voglia scappare dal gruppo, capace di farsi male, pur di riuscirci. Ci è tornata in mente una canzone di Gian Pieretti, sigla del Giro d'Italia sul finire degli anni novanta: «perché la tua presenza, malgrado passi il Giro, devo dire che mi manchi da morire» e qualche nota più in là «però, sinceramente, non me ne frega niente, fra poco passa il Giro e in casa solo io non ci resterò». È anche una scusa per gli amori perduti, il Giro. Sono necessari chilometri e chilometri, prima che in sette prendano qualche secondo, tra loro Julian Alaphilippe e Luke Plapp. Nel giorno degli sterrati: Giancarlo Brocci era un arbitro di calcio quando li scoprì, tra piloni, stradine, strettoie, un arbitro che non si lasciava sfuggire il minimo fallo ed il suo giudizio era insindacabile. Eppure pensava agli sterri, alla polvere. Da queste parti, a Siena, c'è il Palio ed al Palio, quando si benedicono i cavalli, si dice: «Vai e torna vincitore». Quasi una missione che mette i brividi a chi pronuncia quelle parole, a chi affida quel proposito. La visione e la missione di Plapp e Alaphilippe è simile.

Si alza una polvere bianca che pervade ogni cosa, quando le ruote smuovono la terra, a Vidritta. Non c'è nulla: polvere e campi, polvere e foglie, polvere e ciclisti. Ma c'è tutto, perché serve solo questo. In toscano, "fare il cencio" significa svenire, ma quel biancore che si solleva imbianca davvero tutto, compresa la pelle, il contorno degli occhi, i ciuffi di capelli fuori dal casco, le narici. Non è facile pedalare sugli sterrati, proprio perché non c'è nulla, non c'è l'asfalto: si soffre con quel poco che si ha. Plapp, a gennaio, dall'altra parte del mondo, in Australia, ha letteralmente "perso parte della sua pelle" in una caduta ed è andato all'arrivo, terminando ciò che aveva iniziato, la tappa, il proprio dovere. L'abbiamo osservato mentre faceva di tutto per andarsene, mentre allungava, aumentava il ritmo della pedalata, per poter vincere la tappa, prima ancora, perché i secondi non mentono, perché c'era la possibilità di prendere la maglia rosa. Dove c'erano le ferite, resta qualche cicatrice e lui corre ancora. Il primo dolore per Alaphilippe è forse nelle parole di quel professore che disse a suo padre: «Suo figlio non ha le capacità per frequentare un liceo e non ha nemmeno il fisico per una scuola di ciclismo. Iniziasse a lavorare invece di perdere tempo con gli amici». Un'etichetta, di quelle che si appiccicano alle scatole e agli scatoloni nei traslochi. Alaphilippe ne ha sentite tante di parole, ne ha sentiti tanti di giudizi, in particolare come le cose hanno iniziato a non andare più nel verso giusto ed il verso giusto per un campione è la vittoria. Attacca con rabbia, attacca con gusto, alla ricerca di una parte dispersa di cui ha bisogno. E corre ancora.

Con loro c'è Pelayo Sanchez, ventiquattro anni, di Tellego, in Spagna: Alaphilippe è il suo campione, si ispira a lui. Ad Asciano, in una curva, dopo un errore, Plapp si avvantaggia, Alaphilippe prova a rincorrerlo, da solo non ci riesce, scuote la testa, si mette alla ruota di Sanchez, rientrano così. Potrà raccontare di aver riportato Alaphilippe sul fuggitivo, potrà dirlo perché è vero. Non solo. Potrà raccontare anche che, a Rapolano Terme, in una volata a tre, l'ha fatto passare in seconda posizione, si è messo in terza, la migliore per lanciare una volata e, quando il francese è partito, gli ha prima preso la ruota, poi l'ha affiancato e superato, in vista del traguardo, pur se, nei pronostici, il più veloce era proprio Alaphilippe, il suo campione. Ha un volto giovane, Pelayo Sanchez. Giovani sono anche le sue parole, giovane è la sua felicità, che crescerà e cambierà con lui, ma questo giorno non se lo dimenticherà. Nemmeno Alaphilippe dimenticherà questo giovedì di maggio, Julian che ha anni ed esperienza in più di Sanchez, che ha già vinto tanto e che da tanto non vince, che poco fa ha perso una tappa che voleva, che ha bisogno di sentirsi di nuovo Alaphilippe, quello che la gente vede e sente ancora, ma che lui sta cercando. Tra Torre del Lago e Rapolano Terme, ha rimesso assieme qualche pezzo. Resta ancora un'ombra, ma stasera è più simile a una nuvola. Leggera.

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La fuga arriva

Il primo gesto della mattina, accanto alla ciclabile di Genova, dove qualche pedalatore può, per frazioni di secondo, tenersi al fianco del gruppo, nel tratto di trasferimento, e voltarsi incredulo, è uno di quei gesti che, al Giro d'Italia, si fanno spesso: cercare un numero, un dorsale, dall'alto, sulla schiena dei corridori e trovare il rispettivo nome. Si fa così in caso di cadute, si fa così quando qualcuno si allontana dal gruppo, in testa, in fuga, oppure in coda, stanco, affaticato. Sono ancora i primi giorni e la stanchezza non è nemmeno troppa, Fernando Gaviria dice che "non si è ancora così stanchi da non riuscire più ad avere la forza per ridere", che rende l'idea di quello che sono certi giorni lontani da casa, su quella bicicletta. Sono ancora le prime tappe, eppure Fabio Jakobsen sono già due giorni che, sulle rampe iniziali e dolci di una salita, cede, barcolla, si stacca, muove le spalle, deve inseguire, con qualche compagno di squadra lì davanti, ad aspettarlo: 144, il suo numero. È fra i primi a lasciare le ruote del gruppo e chissà cosa scatta nella mente di chi, proprio nelle giornate in cui è atteso, quelle dei velocisti, diviene il primo "pezzo" mancante del plotone. Se quell'idea arriva alla mente, le gambe si bloccano, diventano di ghiaccio, un pugno nello stomaco: il corpo, da macchina perfetta, diviene caos, nulla più combacia. Si cercano i numeri e, verso il Passo del Bracco, sarà perché le zone sono queste, sarà per l'assonanza con il Passo del Bocco, il fatto che il 108 non ci sia pesa di più. Eppure lo sapevamo, ma i ricordi seguono strade proprie. Ora Genova pare davvero avere la faccia di tutti i poveri diavoli conosciuti da Fabrizio de Andrè, nei suoi carruggi, degli esclusi, dei fiori che sbocciano dal letame, dei "senzadio". Ma si va avanti, via dalle prigioni, di Marco Polo e della malinconia, dell'assenza.

Si cercano ancora numeri: quando va in avanscoperta la prima fuga, quattro uomini, e ad ogni caduta. Non serve il dorsale per riconoscere Christophe Laporte, mentre frana a terra, è la maglia a svelarne l'identità. Un tombino, forse. Il momento più difficile non è quando si cade, in fondo, sono pochi secondi, nemmeno il tempo di capire. Il brutto è quando bisogna tornare in piedi e fare i conti con l'impatto. La forza di ridere può toglierla un corpo ammaccato, sfregato sull'asfalto: Laporte esplora le gambe, le spalle, tocca la schiena. All'inizio è solo paura, dolore improvviso, i punti in cui la pelle è andata via si scoprono piano, piano, dopo, al primo movimento. Diceva Fausto Coppi che il momento più esaltante per un ciclista non è nemmeno la vittoria, è la decisione. Sì, l'adrenalina della scelta: di scattare, anche solo di continuare pure se il traguardo è lontano. Hanno deciso Benjamin Thomas, Enzo Paleni, Michael Valgren e Andrea Pietrobon. Hanno deciso e sono partiti, quando la prima fuga era già stata riassorbita, annullata, da un'andatura forsennata della squadra di Kaden Groves, la Alpecin-Deceuninck, altra decisione che poteva essere sollievo, sarà rimorso, in ogni caso rinuncia a qualcosa.

Del resto, decidere vuol dire escludere almeno una possibilità, non vale solo per un ciclista. In fuga, in caccia: una di quelle scelte apparentemente assurde, quasi sempre, che, però, ci si ostina a compiere, contro la logica. In fondo raccontare della bicicletta è anche raccontare di tutto ciò che c'è di irrazionale nel suo equilibrio, nel suo piacere, nella sua fatica che fa la tana nei muscoli; perché? Perché sono gli esseri umani a scegliere e gli esseri umani sono fatti di tutto questo. Giacomo Puccini era di Lucca, la città d'arrivo, lui che prima «un poco traballando e molto serpeggiando procedeva autonomo» sul "bicicletto", dopo «riduceva i suoi compagni di viaggio come tanti peperoni, con rispetto parlando». Può essere che la musica e la bicicletta abbiano qualcosa in comune? Che la composizione di un'opera e una volata, una fuga, si somiglino? A noi vengono in mente le mani dei pianisti, mentre provano e riprovano, forse una parte di risposta è qui.

L'altra è in Andrea Pietrobon. Non solo o non tanto perché anche lui suona il pianoforte, soprattutto per quello che fa e per come lo spiega. Racconterà di essere letteralmente sfinito, senza forze nei chilometri finali, a ruota di quelli che, in gergo ciclistico, si definirebbero cagnacci. Assurdo non avere più le forze nell'attimo in cui puoi provare a vincere una tappa al Giro d'Italia, assurdo essere svuotati quando la fuga arriva e tu sei nella fuga. Assurdo, ma succede. Proprio perché non ha più nulla, Pietrobon parte, allunga, uno scatto, un lampo, all'interno dell'ultimo chilometro. Si crea spazio. Confesserà di aver pensato per qualche frazione di secondo che stava per vincere una tappa al Giro d'Italia. Dirà «è stato bello». Anche solo pensarci, avete capito bene. In caccia, lì dietro, c'è Benjamin Thomas, esperto di pista, di velodromi, fenomeno in quella ellissi dove non si può sbagliare il momento. Non lo sbaglia nemmeno su un rettilineo a cielo aperto, brucia Pietrobon e supera Valgren. Succede quando si sa che scegliere è più importante di farcela. Sognava questo momento, non lo immaginava. Ora che è successo, deve solo imparare a crederci.

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Non stare nella pelle

Nei giorni scorsi, i giornali locali scrivevano dell'arrivo delle mondine a Novara, negli anni cinquanta, per lavorare in risaia, mentre maggio volgeva al termine. Erano donne che partivano dall'Emilia, da Rio Saliceto, da Bibbiano o da San Polo d'Enza, si maritavano a Garbagna e in altri piccoli paesi della Bassa e lavoravano nei campi senza attrezzi agricoli, solo con le loro mani. Ne parlavano perché stamani, proprio da Novara, partiva la terza tappa del Giro d'Italia 2024 e quelle risaie, quelle del vercellese, sarebbero state per molti chilometri i vetri d'acqua in cui il gruppo allungato si rifletteva, in un labirinto di specchi a tratti riflettenti a tratti deformanti. Si arriva così ad una strada serpentesca e stretta che si arrampica, compressa tra muri, muretti, balconi, ringhiere e tettoie, sino a Lu, unico Gran Premio della Montagna di giornata. In quel frangente, dopo chilometri e chilometri di nulla, dal punto di vista agonistico si intende, provavano la fuga e la sorte Davide Ballerini e Liliane Calmejane e noi pensavamo che solo loro (e pochi altri) avrebbero potuto inventare qualcosa in una situazione così a mollo nella noia. Il primo con la sua stazza, la sua bellezza in bicicletta, quasi perfetto, il secondo "dinamitardo" di ogni situazione, corridore francese di carta d'identità e di spirito, d'anima. Del resto, Alfonso Gatto aveva ragione: a chiunque non sia capo di stato o di governo, generale o cardinale, non capiterà forse mai di ritrovarsi fra tanti uomini, donne e bambini a fare da ala ad un passaggio di pochi secondi, quasi un frammento di un film, quasi un inganno dal tanto è veloce. Non capita a nessuno, se non a chi non è temuto, ma solo invidiato perché così felice di correre dietro ad un sogno: i ciclisti. Verso Lu, quella gente, probabilmente anche per il vicolo che la ospitava, era davvero sempre più e spuntava in ogni dove, ovunque si volgesse lo sguardo. Anche Calmejane e Ballerini non se la sono sentita: hanno rallentato, fino a farsi riprendere.

Sì, pure chi vive la corsa come un cavallo pazzo ha giorni in cui non riesce a credere; talvolta per timore, altre solo perché, per quanto la si possa riempire di romanticismo, la fatica è inutile in certe circostanze. E la fatica di una giornata come oggi in fuga è davvero tanta: tra strade infinite e simili, solitudini e pensieri. Non solo fatica di gambe, anche di mente, di idee. Ma, in pomeriggi come questi, la follia diventa ordinaria e il sangue, da un momento all'altro, lascia la quiete stantia in cui circola ed inizia a zampillare, a saltare, a muoversi in mille peripezie. Dapprima l'improbabile, l'illogico: i velocisti che fuggono dal plotone in una giornata in cui proprio il gruppo è la casa, il fiume, con cui possono andare al traguardo e giocarsi la vittoria, in potenza e watt. Poi il gruppo che si sfalda, si sgrana, perde pezzi, sparso su lunghi viali, tra vento e qualche goccia di pioggia. Raschi sosteneva che il ciclismo fosse fatto per accettare solo coloro con lo stesso sangue: sì, altrimenti se ne esce pazzi, privi di comprensione in certi istanti. Tadej Pogačar ha lo stesso sangue del ciclismo, per questo si sente così a proprio agio su una bicicletta: è un genio, un altro cavallo pazzo, di razza, uno di quelli che «sentono l’ora del gran premio prima che arrivi, dalle vibrazioni del vento». Per questo fa la volata ad un traguardo volante, dietro a Ben Swift, davanti a Geraint Thomas. Il fatto che si continui a vederlo sulla testa del gruppo, pimpante, "allegro andante", potrebbe far presumere altri colpi di scena? Certo, soprattutto in una giornata in cui è già successo tutto ed il contrario di tutto. Risolviamo presto il dubbio con la constatazione che è buona regola correre davanti, per tutti e per la maglia rosa in particolare. Calmiamo in questo modo ogni pazza idea. Sbagliamo, ma dirlo ora è facile.
Avevamo parlato di un finale in cui si sarebbe potuto ballare, avevamo pensato ad un liscio, in quanto la strada, pur se in pendenza, non sarebbe stata un ostacolo per lo sviluppo della potenza di Jonathan Milan e degli altri velocisti.

Le immagini non mentono: è esattamente come sembrava. Non fosse che Mikkel Honoré accelera in testa al gruppo e a saltargli sulla ruota è lo sloveno, la maglia rosa: un lupo che ha affinato l'istinto e non può trattenersi. Non si accontenta di braccare il rivale, no, rilancia, in senso metaforico e anche fisico perché la forza dell'azione riprende vigore. All'ultimo chilometro, con qualche decina di metri sul treno dei velocisti, non c'è un giovane inesperto che non sa che il gruppo può divorare alla velocità in cui è lanciato, c'è Tadej Pogačar con alla ruota Geraint Thomas e la gente a bordo strada che impazzisce perché aspettava tutto, non questo, tra le vie di Fossano, dove i ragazzi vanno in bicicletta a scuola e qualche professore si prodiga affinché il numero delle biciclette cresca di anno in anno. Pogačar non sta nella pelle, questa è la realtà. Verrà ripreso e si alzerà sui pedali, accanto alla volata già innescata e vinta da Tim Merlier, su Jonathan Milan, per nemmeno molto. Merlier che tutti chiamano "il Mago", per la sua abilità, per la sua astuzia, per il suo talento. Non è magia, è ciclismo. Quella strana faccenda che risveglia la noia e la sconquassa, quando meno te lo aspetti.

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Quando si parla di amore...

Marco Pantani conosceva la storia di Lucillo Lievore, gliela aveva raccontata Sergio Zavoli, mentre, durante un'intervista, il "Pirata" si accarezzava il pizzetto e, con la mano, si copriva la bocca, quasi per una lieve forma di imbarazzo. Lievore, "un corridorino di altri tempi", quel giorno del 1966, si cimentò in una fuga solitaria di 187 chilometri, sotto il sole, "solo lui e la sua ombra", sapendo che, in ogni caso, non sarebbe riuscito a vincere: davanti alla sua bicicletta, c'era, infatti, un altro atleta, ormai irraggiungibile. A Zavoli che, durante quella tappa gli aveva posto diverse domande, per poi fargli forza con un "È quasi finita. Coraggio, Lievore!", ora non restava che chiedere un'ultima cosa: perché? Lucillo Lievore non aveva avuto molti dubbi: «Perchè, per quello che valgo, il secondo posto è come il primo e, poi, perché nella vita si arriva anche terzi, decimi, ventesimi, novantesimi e persino fuori tempo massimo». Marco Pantani, continuando a sfiorare il pizzetto e le labbra, aveva accennato solamente un amaro "sì": l'annuire di chi, in qualche modo, si riconosce nelle parole. Parafrasando Raymond Carver ed il suo capolavoro "Di cosa parliamo quando parliamo di amore", a noi verrebbe da dire che, in fondo, parliamo anche di questo, quando parliamo di amore. Nei confini di quella parola, oggi potremmo narrare di Gino Bartali, che non c'è più da ventiquattro anni, e di quel "L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare" che, alla fine, è una forma di affetto per la realtà, volerla cambiare, migliorare, cercare di farlo, perlomeno. In quel lemma sta la fuga "disperata" di Andrea Piccolo verso il santuario di Oropa, dapprima con un drappello di atleti, successivamente da solo: qualche tempo fa, ci ha confessato che, potendo tornare indietro, non cambierebbe nulla del proprio percorso, per il timore di allontanarsi dal luogo dov'è ora, nel gruppo dei professionisti, dove avrebbe voluto arrivasse presto il fratello maggiore, anch'egli ciclista. La sua fuga, con i dovuti paragoni, ha qualcosa in comune con quella di Lievore, come la fuga di chiunque nei giorni in cui tutti aspettano solo l'ineluttabile e l'ineluttabile di questo cinque maggio è Tadej Pogačar.

Laddove, poco prima, in realtà, venticinque anni fa, il 30 maggio 1999, c'era un salto di catena, accanto ad un cassonetto della spazzatura, oggi c'è una foratura, a poco più di undici chilometri dal traguardo, una caduta in curva e l'ammiraglia che frena a ridosso di quella bicicletta. Laddove c'era la pelata del ragazzo di Cesenatico e la maglia rosa, c'è il ciuffo, anzi i ciuffi, dal casco di Tadej Pogačar e la sua maglia bianca. Non si vedono gli occhi dello sloveno, quelli di Pantani li ricordiamo tutti, lambiti da un velo di qualcosa ben più profondo. Entrambi hanno dovuto recuperare: Pantani ne riprese e superò quarantanove, per Pogačar è andata diversamente, ma resta il fatto che all'inizio dell'ascesa non era più in gruppo, doveva prendere la rincorsa e ritornare sulle ruote. La sensazione che si prova quando un ciclista, in salita, "scatta nei denti" ai rivali, invece, si somiglia sempre: ha a che vedere con tutto quello che vorremmo ma non possiamo fare, avere, ha a che vedere con la felicità ed anche con la malinconia, con la tristezza, ha a che vedere con l'impossibilità di stare fermi, con un'ansietà piacevole che prende nel corpo e nella mente. Pogačar scatena questa percezione ai 4500 metri dal traguardo, nel tratto più duro della salita. Qualcosa che detona, che esplode e modifica la realtà, un big bang. Ci è tornato in mente quel che aveva scritto ieri: «Ora che il ghiaccio è rotto, si inizia a giocare davvero». Intendeva questo: voltarsi e vedere che O'Connor e Geraint Thomas non possono resistere. Forse qui c'è un piccolo residuo della giornata di ieri, quando non è riuscito a togliersi Narváez dalla ruota, nonostante gli attacchi.

La "curva Pantani" è a circa due chilometri e mezzo dal traguardo: la stessa esse impastata di romagnolo di Pantani, ragazzi che vengono dalla sua terra e che torneranno lì, perché all'alba sarà lunedì, sarà una settimana come tutte le altre. Se parliamo di amore, non possiamo scordare questa istantanea. Piadine, profumo di piadine e bandiere con il simbolo del pirata al vento. Vento nel vento, durante una rincorsa accanto a Tadej Pogačar, sui pedali, nuovamente seduto, sempre a spingere, con leggerezza e un sorriso a tratti accennato, il manifesto del suo ciclismo. Il Santuario di Oropa lo vede là, in fondo, in alto, dopo l'ultima curva, sulle pietre, al centro della strada. Marco Pantani non sapeva di essere il primo, lui sì, leva le mani al cielo. Batte il cuore, scalpita. Carver scriveva: «Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno. Sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia». Ci è successo qualcosa di simile anni fa, ci è successo qualcosa di simile oggi. Perché si parla anche di tutto questo, quando si parla di amore.

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Perché tutto questo?

La mattina, la prima ammiraglia è un indizio attesissimo, il primo corridore in sella una conferma: la corsa comincia da qui. Per un po’ l’andirivieni delle squadre dal foglio firma, la presunzione di serietà degli addetti ai lavori, le urla dei delegati alla sicurezza, gli occhiali a goccia dei procuratori e mille altre cose, beh, possono sembrare incomprensibili a chi le vive per la prima volta. Perché tutto questo?

Verso mezzogiorno, poi, le cose peggiorano. Il plotone di corridori prende il via e la gente accorsa alla partenza non sa più bene che fare. Da Venaria Reale qualcuno si è mosso disordinatamente verso Torino, altri hanno preferito decretare fi-ni-ta la propria esperienza col Giro. Se ne riparlerà quando torneranno da queste parti, forse. Alcune coppie di fidanzatini, magari, tanto che c’erano, hanno pure deciso di visitarla, sta Reggia di Venaria. Perché tutto questo?

Nel pomeriggio non ne parliamo. Decine di incroci chiusi, limitazioni e disagi, il regolare svolgersi della vita bruscamente interrotto. Padri si portano dietro figlie oppure figlie costringono i padri ad accompagnarle su una salita del Giro d’Italia, dove per ore si attende sotto il sole il passaggio di saltimbanchi in bicicletta. Con le loro povere bici salgono come possono, i professionisti sì che vanno forte. Non c’è dubbio, ma scegliere volontariamente di soffrire quasi quanto loro, di avvicinarsi a loro nel più logorante modo di passare il tempo, cioè l'ansimare di fatica, a me, chi lo fa fare? Di nuovo: perché tutto questo?

Sono più o meno 18 ore filate di Giro d’Italia che mi sono sparato in vena, quindi non sono nelle condizioni ideali per dare una risposta lucida. L’ho visto però – e come me tanti altri, tutti l’abbiamo visto – cos’è successo ieri a Torino. Una corsa magnifica, un vincitore annunciato che perde; una resistenza commovente di Narváez e Schachmann sull’ultimo dentello, una spavalderia bambinesca e splendente di Pellizzari; qualche possibile sorpresa che evapora (Arensman, Valentin Paret-Peintre) e qualche altra che prende forma (Uijtdebroeks, Baudin); un Nicola Conci che chi se lo sarebbe aspettato di ritrovarselo lì. Eppure che bello sarebbe, se vincesse.

E poi abbiamo visto le persone a bordo strada, radunate a migliaia in pochissimi metri quadrati. Tutte lì per avere le prove che anche questa volta un essere umano fuori dal comune sarebbe riuscito a piegare la realtà al proprio volere. Non c’è riuscito, ma il fatto che ci abbia provato fino all’ultimo, il fatto che abbia corso contro tutti e portandosi – almeno per una salitella da Liegi – il gruppo sulle spalle, ha descritto le fatiche di Ercole a migliaia di persone. Chi c’era si è sentito riempito, rinnovato nell’amore e nello stupore, un po’ più giovane e scemo forse. Un’ultima domanda, ora: avete mai visto gente più felice?


La Avioneta

Marcovaldo, racconta Italo Calvino, attraversava la città sotto la pioggia a dirotto, curvo sul manubrio della sua bicicletta, avvolto in un impermeabile, «infagottato ed ingobbito»: sul portapacchi, una pianta che, presa a schiaffi dall'acqua, ogni volta in cui si voltava, pareva sempre «più alta e più fronzuta». Trafitte dalla pioggia di Torino, negli scorsi giorni, e chissà da quale cielo a fare da soffitto nelle prossime settimane, «le genti di tutta Italia, contadini, operai, lupi di mare, mamme, vecchi cadenti, paralitici, preti, mendicanti, ladri, schierati lungo quattromila chilometri, non erano - e non saranno - più gli stessi del giorno prima», per questo Dino Buzzati citava l'ultima città della fantasia, parlando del Giro d'Italia e di tutte le sue biciclette, assediata dalle forze del progresso. Accadrà per tre settimane e sarà un buon motivo per dimenticarsi di qualche dolore, di qualche preoccupazione: un sogno, ovvero «l'elusiva dote che ci fa ricchi per un'ora». Basta una maglia, verso Superga, per "fare più ricchi", una maglia granata, con il numero dieci, a ricordo di quel volo del 1949 e del fato solo che vinse il Grande Torino, basta una maglia e la scritta Mazzola per mantenere vivo il sogno di un bambino: non durerà solo un'ora, molto di più, come senza fine sembravano i pomeriggi della prima infanzia al Giro d'Italia, in città anch'esse spropositatamente grandi per le nostre mani, le nostre gambe e le nostre prime biciclette. È il 4 maggio, da Venaria Reale scatta l'edizione numero 107 del Giro d'Italia, mentre la città ricorda quei calciatori con la maglia granata.

Jhonatan Narváez ha poco a che vedere con Marcovaldo, ma l'acqua ed il freddo li porta dentro, e l'unico soffitto che può permettersi il plotone multiforme, il cielo, lo conosce bene: lui, "la avioneta", il piccolo aereo, come lo chiamano, è cresciuto ad alta quota e, nel 2020, quando vinse a Cesenatico, al Giro d'Italia, lo fece davvero in un giorno di acqua e autunno. Oggi, invece, a Torino, sullo strappo di San Vito c'è il sole e così tanta gente da scordare quale rumore faccia il silenzio. C'è il sole e Nicola Conci all'apice dello sforzo, più vicino alla sua prima vittoria in carriera. Allunga al massimo ogni fibra di muscolo, storce la bocca, percuote i polmoni, "tira" la bicicletta per portarla solo qualche metro più avanti. Lui non può vederlo, forse riesce ad intuirlo dall'andamento delle grida, delle urla, dell'entusiasmo che si espande, ma dietro, in testa al gruppo ormai sfilacciato, sta accadendo quello che non serviva una sfera di cristallo per presumere, per aspettare: Tadej Pogačar ha attaccato. L'assalto al Giro parte qui. Si potrebbe cedere allo sconforto di fronte alla sua superiorità di cui molto si è parlato in questi giorni di avvicinamento: si potrebbe se non si avesse l'indole di un ciclista o, anche, la giovinezza di Giulio Pellizzari, che ci ha provato, ha fatto bene, e ci riproverà perché è solo la prima delle ventuno tappe. Ha detto qualcosa di simile e sono parole che scuotono, a prescindere da come andrà. Romain Bardet e Thymen Arensman faticano: il primo pagherà quasi un minuto, il secondo più di due. È dura, il primo giorno, poi, ancora di più: solo loro sanno quel che veramente pensavano e sentivano stamani, forse qualche timore lo avevano, ma restano venti tappe e, ora che il timore è certezza, tornare in albergo è più difficile.

Tadej Pogačar continua l'assalto, gli resiste Narváez. Gli resiste e non sa nemmeno lui come: nei lunghi sospiri dopo il traguardo, ci sarà anche quello sforzo, la volontà di riprendersi il fiato che se ne era andato. Veloce, come ha imparato ad essere, riuscirà a superare in una volata a tre Schachmann e Pogačar, questo sì più difficile da immaginare. La prima maglia rosa sarà vestita sopra una maglia con i colori della sua terra, l'Ecuador, quella di campione nazionale, di cui ha più volte descritto l'energia. Non solo: ha anche scritto dei sogni, di tutte le illusioni con cui, per colpa loro, spesso ci si sveglia al mattino. Sostiene che non sia importante, perché i passi sbagliati sono solo le impronte che qualcun altro potrà seguire per farcela, nella propria vita. Fa piacere rileggerlo oggi, con la prima maglia rosa indossata, nel giorno in cui Imerio Massignan è andato via, un altro ciclista pieno di idee, di talento, di voglia, che ha ceduto spesso solo alla malasorte. Fa piacere leggerlo oggi, nel giorno che precede l'arrivo di Oropa dove, venticinque anni fa, un altro uomo ripartì dopo un salto di catena, riprese tutti coloro che gli erano davanti, li staccò e vinse. Era Marco Pantani. L'unico modo per tenere assieme tutte queste sensazioni, probabilmente, è la bicicletta, è il Giro d'Italia. Che adesso, mentre stiamo per mettere l'ultimo punto di questo pezzo, è davvero iniziato.