La petrosa Itaca di Ulissi
Mentre il vento soffia accanto alla finestra vicina alla nostra scrivania, stasera vorremmo solo scrivere una lettera alla fuga e non importa se nessuno ci spedirà mai la risposta perché certe lettere si scrivono soprattutto perché l'altra o l'altro sappia . Non nascondiamocelo e scriviamone di più. "Bello di fama e di sventura, baciò la sua petrosa Itaca Ulisse" scriveva Ugo Foscolo a Zacinto. Alla fuga noi vorremmo scrivere le stesse parole e parlare di un uomo in carne ed ossa che non ha baciato una terra, ma ha urlato dopo una fuga e l'attesa. E anche un urlo può assomigliare ad un bacio. Anche un urlo può essere felicità. Quello di Ulissi lo è, come lo era quel bacio di Ulisse nei pensieri di Foscolo.
Ma questa lettera inizia così perché c'è di più.
Diego Ulissi ha viaggiato molto ed è stato difficile sentire la mancanza "dell'uscio di casa", poi un 17 maggio, in barba alla superstizione, lontano da casa, ma non troppo, ha conquistato per la prima volta in carriera la maglia rosa, a trentacinque anni suonati. Quella sì l'ha baciata e c'è una logica, perché la maglia è la casa di un ciclista, con le tasche per le provviste, piccole e strette, ed un numero, l'indirizzo. Si è voltato a guardare quanto fosse distante quella casa, appena tagliato il traguardo, ed è stato in silenzio.
La petrosa Itaca di Ulissi è qui o, forse, nei pomeriggi con i nonni a guardare il Giro d'Italia. Per questo piange e lo capiamo, perché tutti abbiamo guardato il Giro assieme a qualcuno e ora che i tempi sono cambiati ci manca ed il Giro ce lo ricorda. Itaca è sua figlia Lia che, quando ha sofferto di miocardite, gli chiedeva: "Papà, perché non corri più?". E lui ha voluto dirle la verità perché ai bambini si racconta la verità, oppure non si è alla loro altezza.
E Lia questo pomeriggio ha avuto la certezza che suo padre corre ancora e fugge dal gruppo per la propria terra promessa. Per la propria meta, anche se non parliamo di rugby. Ma la fuga di un ciclista è cercare una meta, sognarla, non per paura ma per coraggio. La fuga é visione, talvolta antidoto, medicina.
Per il ginocchio malandato di Bardet dopo la caduta di ieri, per la lunga ricerca dell'io di Wout van Aert, che ci ha provato, per Luke Plapp che a meta è arrivato. Era caduto nella cronometro di Tirana, Plapp, forse non si era fatto particolarmente male fisicamente, ma certamente era rimasto scosso. Si controllava il corpo e rallentava, cercava qualcosa e si cercava. Ha tante ferite Plapp e alcune sono proprio derivate da una cronometro, quella dell'Olimpiade a Parigi su tutte. Ha tante ferite e per questo fugge, scappa per ritrovarsi, per non ascoltare le sirene nella sua personale Odissea. E va bene così, anzi benissimo visto com'è finita, a braccia alzate e incredulità sparsa ovunque.
Stiamo riordinando i pensieri e abbiamo preso appunti per non scordare nulla di tutto ciò che vogliamo che una fuga, una qualunque, sappia: che nonostante la sua veneranda età è sempre più bella, che dovrebbe insegnare anche a chi non è ciclista una fuga simile, che faccia sentire meglio e curi, che faccia sentire ragazzino un uomo con una barba ruvida come fa sentire ragazzino un ciclista esperto, come meraviglia un ragazzo in maglia blu, che si passa le mani fra i capelli, accanto ad Ulissi appena giunto ad Itaca. Lorenzo Fortunato, parliamo di lui. Abbiamo preso appunti e il foglio è pieno, mentre la televisione mostra Diego Ulissi in maglia rosa. Continueremo a guardare e a scrivere. Voi, se potete, se volete, fate altrettanto.
Foto: Poci's Pix
Il Giro tornava sulle montagne
Era il primo giorno in cui il Giro d'Italia tornava a scoprire le montagne, dopo una settimana in cui era "piovuto a valle". E quando il Giro si arrampica tra verticalità, tornanti, alberi affollati e verdi dopo le piogge di primavera, le persone lo seguono e, passo dopo passo, si aggrappano a quelle strade, mentre attendono che le cose cambino. I più anziani stanno appoggiati ad un muretto, forse ad uno di quegli alberi, e raccontano lentamente che avrebbero potuto essere ciclisti perché da ragazzini correvano forte, poi elencano le circostanze che li hanno portati a fare altro nella vita ed a tornare al Giro d'Italia ora che sono in pensione.
I ragazzini, invece, possono ancora esplorare tutti gli scenari del loro futuro e hanno fretta di essere come i ciclisti del Giro d'Italia. Hanno fretta di scattare in salita e restare soli. Qualcuno sostiene che sia un peccato voler assomigliare subito ai professionisti, è Giulio Ciccone, che non ha nostalgie ed oggi è forse il più atteso. Ma ci ritorneremo.
Intanto tutto è destinato a cambiare: dalla forma del gruppo che si sfilaccia, si allunga, perde pezzi, si scompone, alla maglia rosa che, ad inizio salita, cede il passo. Chris Harper, pur se di una squadra differente, mette una mano sulla spalla di Pedersen, gli fa i complimenti, ha fatto di tutto, il danese: tre tappe vinte, il lavoro per i compagni, persino un mezzo tentativo di fuga. Il gruppo l'ha visto, glielo riconosce. La fuga del mattino è stata ripresa da poco. Particolarmente gustosa, frizzante, stuzzichevole: Tarozzi, Garofoli e Scaroni, fra gli altri.
Ma, quando il Giro torna alle montagne è giorno d'esame e tutti vogliono sapere se sono pronti, se saranno pronti, perché di giorni così, nelle prossime due settimane ne capiteranno altri, e altri ancora. Anzi, capiteranno giorni ben più duri di questo, nonostante la salita di Tagliacozzo suoni affilata, più nel nome che altrove, a dire il vero, perché solo gli ultimi chilometri sono realmente duri. Certo, una caduta pochi chilometri prima non ci vuole. lo dice il ginocchio di Bardet, lo dice il corpo di Gaudu. C'è una lieve malinconia e una forte nostalgia: quella del possibile. Perché almeno un sogno con loro l'hanno fatto tutti.
È Giulio Ciccone a scuotere il gruppo, è lui il primo ad attaccare. Perché quei ragazzini non devono prendere la rincorsa, come ci ha detto spesso l'abruzzese, ma lui è un professionista e le cose cambiano. Il primo esame va sostenuto. È Egan Bernal a rispondergli e sarà questione d'amore ma tutti l'aspettano, perché mancava da molto, perché ha sofferto molto. In casa non ha foto proprie, nemmeno delle grandi vittorie, solo una foto di Marco Pantani in bicicletta. Fa venir voglia di stare ad aspettare. Pellizzari è il fido scudiero di Roglič che, se per un attimo perde il momento buono, pare recuperare con estrema facilità e domani partirà con la maglia rosa. Il momento perfetto lo azzecca Juan Ayuso che prova solo una volta, per non sprecare energie, ed è la volta giusta. Dietro di lui il compagno, Isaac Del Toro, che, chissà, forse Lorca avrebbe cantato.
Pellizzari, dopo il traguardo, cerca Roglič e pare quasi rassicurarlo. Non ce n'è bisogno probabilmente, ma il primo esame è sempre difficile, il primo esame è una risposta e, se non va bene, cala una luce differente su tutti i sacrifici dell'inverno, sull'altura, sui ritiri. Se non va bene, domani sarà più difficile. Stasera sarà più difficile. Juan Ayuso è giovane, anche lui sognava di fare il ciclista, c'è riuscito e ora chissà cosa sogna, anche se un'idea l'abbiamo. Sono diversi i sogni in tempo di responsabilità, più grandi e più difficili, per questo, oggi, tutti hanno fatto attenzione. Qui ci sono i professionisti, per gli altri, che accanto a loro sperano, il discorso è differente. Via la fretta e la nostalgia e continuare semplicemente ad andare in bicicletta, perché, se si smette, non è la fine di uno sport, è la fine di un altro modo di guardare il circostante. E anziani e ragazzini a vedere il Giro hanno entrambi bisogno di questa idea per andare avanti. Non importa quanto lunga sia la strada.
Una brutta giornata
Qualcuno, tempo fa, ci ha detto che la bicicletta permette una sorta di volo di terra, perché l'asfalto lo sfiorano solo le sue ruote e chi pedala, in realtà, è sospeso, in un equilibrio precario. Ed avevano ragione. Sta di fatto che ogni volta in cui quell'equilibrio precario svanisce, la bicicletta sbanda, gli uomini finiscono a terra, la pelle si lacera e le magliette ed i pantaloncini si rompono, quei "colossi" che raccontiamo, talvolta eccedendo con l'epica, appaiono per quello che sono, solo esseri umani.
La caduta, nella sesta tappa del Giro d'Italia 2025, la Potenza-Napoli, avviene quando mancano poco più di 71 chilometri al traguardo. Nuvole dense hanno liberato una pioggerella primaverile sull'asfalto che brilla, luccica, sotto i fari delle macchine. Soprattutto diventa scivoloso, quasi una saponetta e basta sfiorare il freno, magari in una curva per finire giù. Per perdere l'equilibrio. Il primo a cui succede è Jai Hindley, ma nel gruppo, fatto di atleti vicini, spalla a spalla, ruota a ruota, basta una sbandata perché in molti cadano, figuriamoci se un corridore frana a terra. Sono troppi gli atleti coinvolti, la corsa si ferma. Si dice "corsa neutralizzata", il che vuol dire che apparentemente non accade più nulla. La realtà è ben diversa.
Jai Hindley è seduto per terra, pallido, spaventato. Attorno a lui medici e staff della squadra cercano di capire e di rassicurare. Chiunque sia nella "macchina" del Giro trova un modo per dire qualcosa che aiuti, per fare qualcosa che aiuti, anche stare in silenzio, indietreggiare di un passo. I ciclisti paiono invincibili, per loro si usano termini che richiamano "lotte", "battaglie", "imprese". Per loro si parla di coraggio, di azioni di altri tempi, di fughe da lontano, di solitudine, ma gli esseri umani sono una miscela più complessa. Gli esseri umani se la terra frana sotto i piedi, o le ruote, avvertono timore ed è giusto sia così. Nel ciclismo si cade, non lo scopriamo oggi, e si è sempre caduti, diranno, direte. Nessuno lo mette in dubbio, ma quella sensazione la provano e l'hanno sempre provata tutti. Hindley sale in ambulanza, va in ospedale.
Sono chilometri di bende, disinfettanti, medicazioni. Josef Cerny sta quasi per ritirarsi, non lo farà. Continuerà con una vistosa ferita e il sangue che scivola nelle calze. Lorenzo Fortunato è aiutato da un compagno a sistemare il casco, Carapaz ha la maglia strappata, Magnier problemi di equilibrio, Busatto una fasciatura evidente e una smorfia, Hollman una un braccio fratturato, ma si valuta una possibile frattura di bacino e femore, anche la maglia rosa di Pedersen cadrà, apparentemente senza gravi conseguenze. Così è messo più o meno mezzo gruppo, ma anche i volti di chi non è caduto cambiano, perché un ciclista ha provato almeno una volta nella sua vita, perché un ciclista sa. Una brutta giornata, è una brutta giornata. Anche per chi è compagna, moglie, madre, figlia o figlio e attende uomini e non ciclisti.
Taco van der Hoorn e Enzo Paleni, protagonisti della fuga, ce la faranno quasi a precedere il gruppo, quando la corsa ripartirà, a tempi neutralizzati. Si stringeranno la mano, come coloro che condividono un viaggio, che si incontrano in montagna, anche se non si conoscono. Anche loro sanno, loro che condividono la stessa strada. Le persone tornano ad applaudire, a gridare, ci sono. C'è anche chi mette a rischio di nuovo il gruppo, attraversando la strada, per manifestare non si sa cosa, e come si faccia a non capire la portata demenziale di un gesto simile nel 2025 resta assurdo. Non ci si crede.
Vorremmo ci avesse creduto ancora un poco van Aert che nel chilometro finale ha allungato e, dopo giorni a vedere il gruppo dal fondo, il gruppo non lo ha più visto per qualche istante: è la sensazione di chi è in testa. Bellissima. A Napoli vince Kaden Groves ed è felice. A Napoli vince Kaden Groves e i ciclisti che arrivano sembrano finalmente potersi rilassare, dopo una brutta giornata. Domani ci sarà un'altra tappa, stanotte una notte difficile per molti. E qualcuno, tempo fa, ci ha detto che la bicicletta permette una sorta di volo di terra, perché l'asfalto lo sfiorano solo le sue ruote e chi pedala, in realtà, è sospeso, in un equilibrio precario.
Foto: Poci's Pix
Se le gambe scalpitano
I camionisti che, lungo la strada statale che pareva non finire mai dei primi chilometri della quinta tappa del Giro d'Italia, da Ceglia Messapica a Matera, seduti a bordo dei loro camion, fermi in attesa del passaggio della corsa, abbassavano il finestrino e aprivano la portiera del loro mezzo per osservare meglio uno squarcio di gara, prima di rimettersi al lavoro e continuare il viaggio anche a notte fonda, forse, sapranno solo da una voce alla radio che Mads Pedersen ha vinto di nuovo e Edoardo Zambanini, sul traguardo, si è letteralmente mangiato le mani per essere arrivato secondo.
È un mercoledì lavorativo come tanti altri, maggio si sente, il calore del sole nel primo pomeriggio suggerisce un piccolo sonno e la televisione racconta che dai vetri delle ammiraglie si intuisce anche il profilo di un meccanico appisolato per qualche minuto. Jacopo Mosca è in testa al gruppo da chilometri e chilometri, e da solo si porta dietro il plotone, cercando di cuocere i tre fuggitivi. Nell'aria, però, si intuisce che il finale, pieno zeppo di su e giù, sarà da "nervoso alle gambe".
La locuzione suggerisce quella sensazione di inquietudine, di irrequietezza per cui non si riesce a stare fermi, muovendosi di continuo, anche con un certo fastidio. Lo conferma il gruppo che da Montescaglioso in avanti pare un elastico, che si allunga e si accorcia in continuazione, cambiando forma e perdendo pezzi. I velocisti puri, tra cui Olav Koji, sono i primi a cedere, ma non è una giornata per loro. Verso Matera, accanto ai Sassi, veri e propri insediamenti rupestri scavati nella roccia, a dominare la scena, servono gambe che bruciano e scalpitano. Quello di Jay Vine non è nervoso alle gambe, è spirito di servizio, ma se pensiamo alla caduta che lo coinvolse ai Paesi Baschi e alla tripla frattura vertebrale, vederlo portare in giro il gruppo come fa racconta molto di cosa sia un ciclista.
Spirito di servizio è anche quello di Mathias Vacek per Mads Pedersen, ma il ventiduenne in maglia bianca ha le gambe che gli scappano. Si vede quando chiude su Roglic, si vede quando chiude su Caruso e persino quando porta davanti la maglia rosa di Pedersen. Nessuno lo sa ancora, si scorge solo l'immagine del danese che scivola indietro nel gruppo, solo poi il danese stesso rivelerà di aver sofferto molto per restare attaccato, nel finale.
Bene, Vacek guadagna persino un paio di metri sul gruppo, e si volta a cercare il capitano. Se non sono gambe brucianti queste, quali lo sono? Dinamite c'è anche nei muscoli di Pedersen perché nessuno mette in dubbio la sua sofferenza ma così è un gran bel soffrire. È gigantesco, Pedersen, un colosso che da marzo non esce dalla top ten in un ordine d'arrivo, ma anche un ragazzo di ventinove anni: "Mi hanno detto di fare il Giro, mi piace correre in bicicletta e mi pagano per farlo". Così semplice da sembrare poetico. E a Matera queste cose non serve spiegarle.
Incompiuta è l'opera di Edoardo Zambanini che con quelle gambe affamate è risalito lungo le transenne e ha superato tutti a velocità doppia. Tutti tranne uno e quell'uno è il primo, è Mads Pedersen, colui che era più importante da superare e che, forse, con qualche metro in più avrebbe pure oltrepassato. Resta la mano da morsicare in un gesto di stizza e un'inquadratura dall'elicottero per vedere meglio quel che si è fatto e per ampliare l'orizzonte.
Perché, forse, se nessuno avesse mai visto dall'alto Matera, nessuno saprebbe quant'è bella veramente, anche dove imperfetta. Una voce alla radio di uno di quei camion sta parlando proprio di questo, di tutto questo. Viene da Matera, dove servono gambe nervose e dove ci sono Sassi che non sono solo sassi.
Foto: Poci's Pix
I ciclisti e gli ulivi
La prima frase è sempre la più difficile, aveva ragione Wisława Szymborska. E noi la prima frase di questo racconto la scriviamo per raccontare di Nicolas Zukowsky che, dopo una caduta, ha finito il proprio Giro d’Italia seduto su un marciapiede, in una giornata di sole, con l'estate addosso, accanto a dei bambini felici, dolorante ad una spalla e pensieroso. Anche il canadese Zukowsky ha visto il bianco dei trulli, ha intuito il fresco al loro interno, ha sfiorato le tende di ciniglia di un vecchio negozio di alimentari e tutte quelle persone a bordo strada, che sono tornate com'è tornato a casa il Giro.
Anche lui avrà avuto la sensazione di annoiarsi, almeno un poco e avrà cercato un modo per non pensare a quel lungo drittone che, per buona parte del pomeriggio, ha traghettato la corsa dalla partenza all'arrivo. Poi, a poco più di 120 chilometri dall'arrivo, una caduta, probabilmente causata dalla distrazione, e quel marciapiede su cui sedersi ad aspettare di salire in ammiraglia. I bambini lo guardano, non capiscono bene cosa sia successo.
Mentre Zukowsky è immobile, Francisco Muñoz è in fuga da più di cinquanta chilometri e corre, in solitudine, accanto a ulivi su ulivi. È scattato subito Muñoz e sperava qualcuno lo seguisse, serviva un lucido folle e non l'ha trovato. Ha scosso la testa, qualche brutto pensiero l'avrà pur fatto, forse anche qualche imprecazione, nella mente e alla radiolina, ma gli hanno detto di continuare, ha continuato e per 132,5 chilometri è stato "l'uomo solo al comando".
Un motivo vero non c'è, un senso non l'ha una fuga così, ma sempre ci sono state, sempre ci saranno e sempre qualcuno è stato dalla loro parte, disperato. Sì, è pieno di ulivi tra Alberobello e Lecce: sono tantissimi, alcuni veramente giganti, secolari. Dalle fronde ombrose e dai rami nodosi che assumono forme di cose, di volti e di persone. Forse qualcuno somiglierà pure ad un ciclista, forse avrà qualche nodo a disegnare qualcosa di simile a una bicicletta e i ciclisti sono quelle persone che sul punto di "morire" pianterebbero un ulivo, ancora convinti di vederlo fiorire. I fugaioli più di altri, ma non solo.
Del Toro, Roglič e Ayuso che si giocano uno sprint intermedio, a spezzare la noia, per qualche secondo, e siamo solo alla quarta tappa, oppure Mads Pedersen a cui oggi è davvero capitato di tutto, è finito in fondo al gruppo ed ha inseguito più volte eppure, come non lo sappiamo ma lo indagheremo perché c'è dell'equilibrismo e non solo, all'ultimo chilometro era lì davanti, non sono da meno. La noia è svanita negli ultimi chilometri e, se da un lato era normale accadesse, dall'altro ci si è messo un circuito finale che, tra restringimenti e curve, ha incrementato i rischi, i pericoli, proprio mentre si parla sempre più spesso e giustamente di sicurezza. Anche Giulio Ciccone si è trovato ad inseguire, scortato dai compagni di squadra che, a fine giornata, hanno dovuto lavorare ancora e più forte di prima. C'era Muñoz a bordo strada, caduto pure lui, e non è il finale più giusto, tutt'altro. Non è il finale che sognava quella calda estate in cui con il fratello maggiore pedalò per la Galizia. Non quando si recò al velodromo più vicino perché voleva essere un ciclista, voleva diventarlo. I suoi genitori avevano paura, eppure lui ciclista è diventato lo stesso e oggi è andato incontro agli ulivi.
La volata tanto attesa trova Casper van Uden davanti a tutti: ventitré anni, dalla pista. Un talento forse discontinuo ma pur sempre un talento che, oggi, l'ha combinata bella, pilotato magistralmente dalla squadra. Ha gioito, van Uden e poi è corso incontro ai propri compagni di squadra. Ha corso letteralmente, una volta lasciata la bicicletta, all'insù, sul viale d'arrivo, quasi fossero i cento metri. Stringe, abbraccia, grida qualcosa a qualsiasi compagno incontri. Viene stretto, abbracciato, scosso da qualunque compagno incontri. Ad un certo punto sono in cinque ad aprire le braccia per accoglierlo. Quegli uomini sono la corteccia dei rami e del tronco degli ulivi perché sono lì, ovunque gli ulivi provino a resistere contro il cielo, mentre le radici corrono chissà dove.
Foto: Poci's Pix
I saxes spingevano a fondo
«I saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga e la canzone andava avanti sempre più affondata nell'aria» ma qui non c'è alcuna balera e nessuno sa se conoscono Boogie e hanno mai sentito la voce di Paolo Conte. Lui e lei chissà dove saranno, chissà su quale musica balleranno e se sapranno ancora a memoria dove vogliono arrivare. La canzone, però, è affondata nell'aria anche da queste parti, tra Valona e Valona, un biglietto di andata e ritorno, di distese azzurre e verdi terre, perché dall'alto, in Albania, si vede il mare e, oggi che è domenica, pure il Giro.
Ed i ciclisti spingono davvero come sassofoni, sin da quando la bandierina sventola e si parte di una partenza bruciante. Ciclisti gregari - e non solo - in fuga: Joshua Tarling, dopo la cronometro di ieri ha battuto il ferro finché era caldo, ha "battuto" le gambe finché avevano forza, Lorenzo Germani, Mark Donovan e Chris Hamilton, in prima istanza. Poi Alessandro Tonelli, ciclista che studiava ingegneria, e Dries De Bondt, che perdono l'attimo ma non l'idea e spingono talmente a fondo da rientrare. Le gambe ricordano e fanno male, per Tonelli, poi, è la seconda fuga in tre giorni di Giro, di cui una cronometro, ma domani c'è il giorno di riposo e, comunque, quelli come lui il sassofono potrebbero suonarlo realmente e non fanno altro che spingere aspettando il giorno, quello giusto.
L'aria è quella di una ribellione, di anarchia, o, forse, sono solo le leggi della natura. Le capre sfuggono da un campo, invadono la strada, si trema, tutti tremano, perché può succedere qualunque cosa quando un ciclista a tutta velocità incontra un corpo in movimento ed è solo perché non è successo nulla se possiamo permetterci di scriverne così. Una capra balza sulla strada, salta su un prato e raggiunge una roccia, il gruppo frena. Quello è il suo richiamo. Il richiamo di un ciclista è l'istinto del momento, un guizzo, un soffio di vento e andare via. La musica è possibile grazie all'aria, pure i ciclisti sono possibili grazie al vento o almeno così ci viene da credere.
E nel vento spingono, affondano, non solo i corridori in fuga, anche i gregari nel plotone che, in giorni così, è plotone d'esecuzione con nel pugno la sorte di pochi disobbedienti o sognatori: Lorenzo Fortunato e Pello Bilbao, ad esempio.
Wout van Aert è in fondo al gruppo e non sembra lui. Friedrich Hölderlin scriveva che è là dove c'è il pericolo che esiste pure la salvezza o per quanto la sua possibilità. Sarà perché è lì che cresce l'immaginazione, quando immaginare è l'unico infinito possibile, una volta finito il resto. Mads Pedersen, invece, è davanti e sembra proprio lui, quello che abbiamo conosciuto questa primavera ed in questo inizio Giro d'Italia. Aveva scommesso un taglio di capelli particolare con Jacopo Mosca, prima dell'inizio di questo Giro, non sappiamo se abbia scommesso altro ieri sera, ma di certo ora è il gruppo a suonare il sassofono in un pomeriggio di tarda primavera e ad affondare questa canzone nell'aria.
Sembrava dovesse scoppiare il mondo all'inizio, alla fine, invece, è stata una nuova volata, un ballo a due mentre tanti altri ballano. Un Boogie, forse, e chi non ha ascoltato Paolo Conte rimedi presto. Non finisce più la volata di Pedersen e Corbin Strong recupera, recupera, recupera ancora, ma la ruota davanti non gliela mette. L'orchestra, il gruppo dietro di loro, si dondola davvero come una palma di fronte ad un mare venerato e la canzone dice e non dice. Sì, Pedersen torna in maglia rosa, Roglič se ne disfa, almeno per il momento ed aveva detto di volersi godere la frazione senza pensare ad altro, ma niente più di questo, almeno per ora.
Il Giro d'Italia torna in Italia tra stasera e domani e martedì riparte da Alberobello, il paese dei trulli, del Bosco Selva e delle orecchiette fatte a mano. Ma per alcune ore, soprattutto il paese del Giro, in cui sta già sorgendo una città diversa e temporanea, e di un'altra canzone. Emil Cioran scriveva che, forse, si poteva fare a meno di frequentare anche Platone perché ci sono già i sassofoni a farci intravedere un altro mondo. E poi i ciclisti e poi questa carovana che è già ripartita.
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Un solo secondo
Sulle strade di Tirana, chi incontra e si scontra con il Giro, talvolta, pare non aspettarselo. Tuttavia, dopo aver scrutato per qualche secondo ciascun corridore che, a cronometro, giunge in solitudine, come fosse un passante, dall'altro lato della strada, ognuno saluta. Poi prosegue per la propria via in qualunque occupazione sia impegnato e forse non si interessa nemmeno più di tanto di questa strana faccenda chiamata Giro d'Italia. È l'antico vincolo dell'ospitalità che, da queste parti, è più vivo che mai e basta questo per non sentirsi estranei pur se non ci si conosce e mai più ci si rivedrà perché tutti, nei dintorni, vanno e vengono: i ciclisti e chi, in un modo o nell'altro, ne segue i viaggi.
Pare che Joshua Tarling abbia sempre al seguito qualcuno della propria famiglia alle corse: «E se è una giornata no, se le cose non vanno, se non mi sento bene, spesso li tratto anche malamente, però loro continuano a seguirmi e non ricambiano mai con la stessa moneta». Anche questa è una forma di ospitalità, pur se in senso lato: non si fa spazio nella propria casa o nella propria terra, ma si fa spazio in altro modo e ci si mette un poco da parte.
In fondo, Tarling è nato il 15 febbraio 2004, ha poco più di ventuno anni: si vede dal viso, ancora da ragazzino, con le guance arrossate dallo sforzo, e da una timidezza piuttosto pronunciata quando smette di pedalare. Si intuisce leggendo qualche suo scritto che è giovane. Se ne ha la certezza quando toglie il casco, quando fa una smorfia o sorride e quel volto stride con quel che si è appena visto in sella. Una sorta di divoratore di asfalto. Sì, perchè in bicicletta è dirompente, a cronometro perfetto. Il suo corpo diventa una specie di guscio che attraversa le leggi dello spazio e del tempo. E lo fa più veloce di tutti, per questo conquista la cronometro, con un solo secondo di vantaggio su Primož Roglič: un altro che di gambe ne ha eccome ed al secondo giorno si è già preso la maglia rosa. La voleva? Non la voleva perché troppo presto? Il problema è minimale, anzi, ad averne di questi problemi.
Ma torniamo a Tarling che, cresciuto in Galles, di cui ricorda un'infanzia felice, in bicicletta andava anche poco. Nonostante questo, a dodici anni, ha percorso una cronometro di cento miglia in quasi cinque ore e da quel momento ha capito che si trovava a proprio agio in quella dimensione e voleva approfondirla. Nonostante non sia per nulla una condizione agevole, anzi del tutto inospitale, innaturale, come la posizione assunta per guadagnare qualche centesimo di secondo perché anche i secondi che servono in un Giro d'Italia sono dappertutto.
Stiamo pensando al corpo di Mads Pedersen che era tutto uno spingere e tirare, i pedali ed il rapporto che, oggi, per molti, era un padellone per sviluppare metri e metri con un solo giro. Pedersen non voleva lasciare la maglia rosa per questo si è maltrattato in quei tredici chilometri e settecento metri. Non ce l'ha fatta per circa un secondo e pensando alle prossime tappe quel secondo potrebbe far succedere molte cose.
Antonio Tiberi ha pagato ventisei secondi, probabilmente ci si aspettava qualcosa di meglio, ma tempo al tempo, il Tour of the Alps è un ricordo recente, e lui stesso ha dichiarato di non aver voluto rischiare. Di pressione ne ha sempre avute tante, Tiberi. Caruso che "è come un fratello maggiore" gli dice solo di stare tranquillo e può darsi non serva che questo. A proposito dell'ospitalità che non offre un tetto ma altro. In tanti hanno anche pensato alla possibilità che Wout van Aert vestisse la maglia rosa, che vincesse la cronometro, per mettere a tacere tanti secondi posti, per essere più tranquillo e i ciclisti la tranquillità la trovano nei risultati, poche storie. Non è stata la sua giornata, forse perché non lo era oggi, forse perché ciò che è alle spalle non si cancella, non cambia da un momento all'altro, forse per entrambi i motivi, ma non lo è stata. Deve ancora aspettare e ancora riprovare.
Tutto ciò che fa o non fa uno come lui, come van Aert o come un campione, un fuoriclasse, qualcuno sotto le luci dei riflettori, talvolta anche solamente come un ciclista, quando è solo, in una cronometro, a lottare contro il tempo, assume un peso specifico importante e lo ha, certamente, nella bolla del ciclismo. Non solo per i ciclisti stessi ma anche per chi capita per caso ad una corsa e l’indomani già si sarà dimenticato. Qui, però, tutto sembra diverso. Perché chi passeggia, a Tirana, saluta e basta, sereno, ospitale, poi se ne va. Chissà se qualcuno ha mai pensato a quanto ci si senta più leggeri così.
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Il Giro è arrivato alla stazione
A Durazzo raccontano delle vecchie biciclette dei loro nonni e una delle prime cose che dicono è che in Albania il ciclismo è poco conosciuto perché c'era tanta povertà e non c'erano Fausto Coppi e Gino Bartali, ma, anche fossero nati in quella terra, probabilmente non avrebbero potuto correre in bicicletta e con biciclette così povere, forse, avrebbero pensato che il ciclismo non era, poi, un grande affare. Non lo era nemmeno in Italia, però era un treno, per citare Gianni Mura, su cui saltare in cerca di fortuna: Binda sarebbe stato uno stuccatore e Coppi avrebbe usato una zappa "sui crostoni argillosi di Castellania", Magni, forse, non avrebbe nemmeno trovato un sedile in quella terza classe fumatori con cui si recava al Nord, a correre. Eppure ora che il Giro d'Italia torna lo fa in Albania, tra Durazzo e Tirana ed è vero che le persone per strada non sono molte, c'è anche un cane uscito da un cancello, ma quelle presenti vogliono sapere. Sono giovani, perlopiù, che guardano e ascoltano da giorni, nella ricerca di imparare qualcosa che prima non conoscevano. Ed il Giro è da sempre una sorta di vecchio zio, nomade e vagabondo, che ha lasciato qualche ricordo nell'infanzia ed è ripartito, con pochi bagagli e sempre quel carattere avventuroso, a tratti affettuoso ed a tratti burbero. Uno zio d'America, si direbbe. No, uno zio e basta, che quando torna si va ad aspettare alla stazione e si sta ad ascoltare perché "ha visto il mondo" e ha le mani segnate dalle rughe e da qualche macchia figlia del tempo che corre.
Imparare il Giro: è possibile? Qualcuno diceva che a scuola sarebbe bello insegnare ai figli i nomi dei ciclisti delle precedenti generazioni ed è una strada, che ci piace per un certo romanticismo, ma non di questo parliamo. Ci riferiamo a tutto ciò che chi ha visto il Giro per la prima volta ha scoperto o, forse, ha ricordato. Bisognerebbe raccontare dei chilometri al vento nelle gambe di Jacopo Mosca, quando il traguardo era solo un'idea surrealista. Di tutte le gambe dei gregari, che è una parola bella, bellissima, forse una delle più belle, e di quante cose, che cose non sono, contengano. Raccontacele. Diremmo. Oppure potremmo chiedere di Taco van der Hoorn che al ciclismo si è appassionato conoscendo la storia di Graeme Obree e del suo record dell'ora battuto con una bici costruita con pezzi di lavatrice. Forse già lo sappiamo e forse sappiamo anche di una brutta caduta, un brutto infortunio, e delle prime camminate, al sole, quando è tornata la primavera, di Taco. Del sollievo per quelle caminate. Raccontaci della fuga di oggi, in cui Taco c'era, assieme a Manuele Tarozzi e Alessandro Tonelli. Raccontaci delle piccole "scorribande" di Tarozzi e Tonelli che pur in una fuga dal destino segnato sono stati rivali sinceri. C'era Alessandro Verre in quella stessa fuga, lui che ha chiesto una foto a Domenico Pozzovivo prima che smettesse. A proposito dei corpi degli atleti che sono mappe e sono storie.
A quel vecchio zio chiederemmo di raccontarci anche della vittoria, certo. E subito dopo della sconfitta: Wout van Aert che, sulla salita, pare arrancare, retrocedere nel plotone, invece, ha resistito e in volata, ad un certo punto, è sbucato dalla ruota di Mads Pedersen, tanto da far pensare che sarebbe riuscito a superarlo. Non viene da un periodo facile van Aert e una vittoria così avrebbe potuto voler dire molte cose. Un secondo posto così, invece, cosa vuol dire per lui che, domani, con la cronometro, ha la possibilità di vestire la maglia rosa che ora è sulle spalle di Mads Pedersen? Per lui che vorrebbe una vittoria, come tutti, ma, per il recente passato, forse ancor di più. Ed è una prima volta. Un cavallo di razza, Pedersen, si direbbe: con la sua squadra ha sfoltito il gruppo, ha fatto penare gli avversari, e poi li ha inchiodati al verdetto del primo sprint. Raccontacelo e raccontaci anche della sua stagione delle classiche. Ma soprattutto, se puoi, raccontaci di Mikel Landa: a terra, capace di muoversi solo leggermente, poi su una barella, messo in sicurezza, ovvero immobilizzato, per andare. Via dal Giro, nel primo giorno. Si chiama sfortuna, si può chiamare in altri mille modi ma fa male il fatto, la parola sceglietela voi. Ascoltiamo, come abbiamo ascoltato fino ad adesso. Come quei ragazzi sulla strada. Forse, però, non si può imparare il Giro, perché anche dopo mille c'è qualcosa che non si sa spiegare. Di fronte a Landa portato via, ad esempio. Qualcosa a cui si può solo dire: è così, perché è così ed è tutto quello che sappiamo del ciclismo. Di certe cose che succedono nel ciclismo, almeno. E restiamo alla stazione dove il Giro è tornato perché vorrà presto ripartire e abbiamo i bagagli per seguirlo, almeno per qualche settimana.
Foto: Poci's Pix
Il Monumentale del Giro 2025
Il Giro d’Italia 2025 sta arrivando e, se vi capiterà di aprire nuovamente questo pezzo nei prossimi giorni, l’incipit sarà invecchiato, quindi in quel caso suonerà meglio un bel “è già partito”.
Il Giro che, come sempre, si porta via le bici arrovellate sul pavè, le cosce esplose sulle côtes, le brevi corse a tappe di preparazione e non. Il Giro arriva e pone le basi per speranze sul futuro che poi diventerà, per tre settimane, un magnifico presente. Per chi lo corre, lo segue, lo tifa. Per strada, da casa, in ufficio più o meno di nascosto, in mezzo alle ammiraglie.
Il Giro d’Italia 2025 avrà come novità principale la partenza, per la prima volta nella sua storia si comincia dall’Albania, e subito a seguire l’inserimento del KM Red Bull, una sorta di traguardo volante con abbuoni di secondi (6, 4 e 2) in ogni tappa, a parte nelle due cronometro, valevoli per la classifica generale. Niente di più che un classico traguardo volante, ma con sponsor, come è già stato, solo che Red Bull è come Godzilla: è grosso e fa rumore.
Vedremo alla fine quanto potrà incidere in una corsa che non avrà, almeno sulla carta, un padrone assoluto, con il rischio (la possibilità) concreto di vedere una sfida stile 2022 e 2023 senza dominatori e magari decisa sull’erta finale (Hindley vs Carapaz sul Fedaia, Roglič vs Thomas sul Lussari). Cassazione 2025 potrebbe essere il Colle delle Finestre nonostante si sia provato a seminare un po’ di terrore con notizie di un possibile annullamento per via della neve. Ma manca ancora un bel po’, dai, aspettiamo e parliamo di cose belle.
Come ad esempio tuffarci nel dettaglio, come ormai da tradizione, nel conoscere tutti i protagonisti della Corsa Rosa.
I FAVORITI
Due su tutti, a guidare UAE Team Emirates e Red Bull-BORA-hansgrohe. Due favoriti con due squadroni alle spalle. Due squadroni con diversi piani alternativi nel caso accadesse qualcosa. Strutture piramidali per entrambe le formazioni: quella emiratina con Juan Ayuso al vertice, quella austriaca con Primož Roglič. I due si sono già sfidati in stagione al Catalunya e il risultato finale ha sorriso allo sloveno. Sulla carta partirebbero alla pari, ma vediamo favorito leggermente più lo sloveno, per esperienza e palmarès, mentre il giovanissimo spagnolo (tredici anni di meno) avrà dalla sua tanta fame di imporsi e freschezza. «Sono qui per vincere», ha detto senza mezzi termini il capitano dell’UAE. Ambizioso, noi gli crediamo.
Squadroni: UAE Team Emirates che presenta altri quattro potenziali capitani, due dei quali da podio, Adam Yates e Brandon McNulty, uno che prima o poi lo sarà, Isaac Del Toro e un corridore come Jay Vine sempre utile in salita, forte a cronometro e, se in giornata e magari lasciato libero, capace anche di vincere tappe di montagna in fuga. A completare la lista di partenza altri due scalatori come Rafał Majka, per una volta insolitamente staccato dal capitano Pogačar in un grande giro, Igor Arrieta, giovane spagnolo a oggi con l’impronta netta del gregario e Filippo Baroncini che lavorerà sodo in pianura e magari proverà a buttarsi in qualche volata a gruppo più selezionato.
Per comprendere la forza, invece, della Red Bull, basti pensare come dietro Roglič, vincitore del 2023, siano presenti il secondo del 2024, Daniel Felipe Martinez, che, dopo un inizio complicato, alla Liegi di qualche settimana fa ha dimostrato di essere tornato in gran forma e Jai Hindley, vincitore del Giro 2022 che ha giurato fedeltà eterna (o almeno fino al primo di giugno) al capitano sloveno, ma con la possibilità, strada facendo, di ritagliarsi il suo spazio.
Giulio Pellizzari è la novità assoluta: ha corso talmente bene di fianco a Roglič al Catalunya che la squadra lo manderà al Giro - inizialmente partecipazione non prevista. Farà esperienza al servizio dei suoi capitani, ma ha dimostrato un potenziale così alto e una determinazione tale che potrebbe scavalcare diversi compagni di squadra nelle gerarchie. La speranza almeno è questa e corre di pari passo al desiderio di vedere un italiano competitivo in alta montagna con i migliori. Speriamo solo che anche lui, come altri prima, non si abitui troppo a fare il gregario senza licenze. Come lo sarà Giovanni Aleotti, il quale, però, in questo ruolo, si trova a meraviglia ed è da considerarsi uno dei migliori in circolazione, sia in salita che nelle tappe di media montagna. Jan Tratnik è stato preso per il Nord, ma si è visto poco e nulla, e per tirare in pianura o in alcune tappe di montagna nei GT: al Giro scatenerà il suo motore magari puntando pure alla tappa di casa. Nico Denz, che di tappe ne ha già vinte due al Giro e Gianni Moscon saranno gli uomini utili un po’ ovunque, ma soprattutto nelle prime parti di gara e in pianura.
LA LOTTA AL PODIO
Oltre ai numerosi corridori già nominati di UAE e Red Bull, la lotta al podio è molto serrata e comprende davvero tanti corridori. Si parte dall’Italia con Antonio Tiberi, capitano della Bahrain Victorious, desideroso di migliorare il 5° posto del 2024 e anche di mettersi alle spalle un inizio di stagione un po’ così culminato con il ritiro al Tour of The Alps per indisposizione. Di fianco a lui occhio a Pello Bilbao, qualcosa in più di un’alternativa per la lotta alle prime posizioni e Damiano Caruso, al suo ultimo Giro d’Italia (pare) desideroso di lasciare di nuovo il segno, aiutando i suoi due capitani a salire sul podio.
C’è Mikel Landa, Spagna, a capitanare la Quick Step e a inseguire il suo terzo podio al Giro dopo il 2015, che lo rivelò al mondo e il 2022, anno della sua ultima partecipazione su queste strade. Mattia Cattaneo e James Knox lo aiuteranno in salita e non è escluso vederli anche in fuga o provare a curare una classifica intorno alla decima e quindicesima posizione, mentre Josef Černý sarà uno degli uomini deputati a tenere il capitano al sicuro in pianura.
Al suo ultimo grande giro proverà l’ennesimo assalto al podio della Corsa Rosa Romain Bardet, francese, capitano dei neerlandesi del Team Picnic PostNL che vedranno al via con ambizioni di classifica anche il giovane britannico Max Poole. Chris Hamilton e Gijs Leemreize saranno di fianco a loro in salita, ma li vedremo anche spesso in fuga.
Chi sul podio del Giro invece ci è già salito (1° nel 2019 e 2° nel 2022) è Richard Carapaz, il quale, dovesse accorgersi di non avere più le gambe di un tempo per fare alta classifica, saprà riciclarsi in attaccante inseguendo tappe a volontà e magari anche la maglia azzurra della classifica dei Gran premi della Montagna. In casa Ef Education EasyPost occhio anche a George Steinhauser per la classifica, già vincitore di una tappa lo scorso anno, Jefferson Cepeda e Darren Rafferty, a disposizione del capitano, ma con la solita caratteristica delle squadre di Vaughters: andare in fuga per vincere tappe un po’ su tutti i terreni.
Capitolo INEOS Grenadiers: ci sarà Egan Bernal e questo fa felice i suoi tantissimi tifosi, con la maglia più bella del gruppo probabilmente, quella nuova di campione colombiano, autentica chicca. Con lui Thymen Arensman: i due puntano senza se e senza ma a un piazzamento nei primi cinque. Le caratteristiche le conosciamo: Bernal un Giro lo ha già vinto, tra gravi incidenti e problemi fisici vari non è più brillante come qualche stagione fa, ma il suo 2025, prima di una caduta in Spagna sugli sterrati della Clásica Jaén era iniziato su alti livelli. Arensman è un diesel e come sempre dovrà difendersi a inizio Giro salvo poi migliorare con il passare dei giorni. Brandon Rivera sarà l’ombra di Bernal, Jonathan Castroviejo (all’ultima Giro d’Italia, si ritirerà a fine stagione) tirerà ovunque, salita, pianura, discesa, mentre Lucas Hamilton darà una mano perlopiù quando la strada sale.
Nella lotta per il podio inseriamo David Gaudu, capitano della Groupama e al suo esordio al Giro: il miglior Gaudu tra cadute e scivoloni, anche extra corsa, sembra ormai una questione passata, ma avrebbe tutto per lottare per l’altissima classifica, di fianco a lui Remy Rochas e Lorenzo Germani che daranno una mano in salita e proveranno anche a inserirsi in qualche fuga, Kevin Geniets e Quentin Pacher che potrebbero piazzarsi nelle tappe mosse, mentre Clément Davy, Sven Erik Bystrom ed Enzo Paleni saranno perlopiù gregari in pianura, ma li potremmo trovare anche nelle fughe buone.
Il canadese Derek Gee guiderà la IPT alla caccia del podio o qualcosa di simile, con lui in salita Jakob Fuglsang, alle ultime pedalate in gruppo, Jan Hirt carta per una top ten e una fuga in montagna, dove vedremo di certo Marco Frigo, di recente vincitore proprio così, all’attacco in salita, di una tappa al Tour of the Alps. Presente anche Nick Schultz, australiano di supporto in salita e dotato anche di un discreto spunto veloce e con il fiore all’occhiello di una tappa vinta lo scorso anno al Catalunya quando batté nientepopodimeno che l’attuale campione del mondo.
Giulio Ciccone guiderà la Lidl Trek con l’idea di migliorare l’11° posto del Tour 2024, finora il suo risultato di maggior prestigio in termini di classifica finale di un grande giro. Se finora chi scrive si era sempre tenuto alla larga da discorsi riguardanti l’abruzzese e l’alta classifica, per questo Giro 2025 fa un brusco dietrofront. Il Ciccone visto negli ultimi mesi, Liegi compresa, è il miglior Ciccone possibile e la strada per un tentativo di fare podio non è preclusa, visto anche il livello dei contendenti. Dovesse fallire (si fa per dire) l’idea del podio, saprà certamente, come sempre, dare spettacolo in montagna, con fughe e tentativi di vittorie di tappa. La parte della squadra dedicata a lui comprende Patrick Konrad e Carlos Verona: i due inseguiranno anche la fuga buona per vincere una tappa, occhio a Konrad corridore che può anche tirare fuori un piazzamento in classifica inaspettato (al Giro fu 7° nel 2018 e 8° nel 2019, al Tour ha un 15° posto ottenuto nel 2022).
Simon Yates è l’uomo di classifica della Visma | Lease a Bike: quest’anno si è visto molto poco, ma pare stia preparando a puntino il Giro per provare a salire sul podio. Lo aiuteranno due corridori esperti, autentica garanzia di rendimento, come Wilco Kelderman e Steven Kruijswijk tra i più forti gregari in salita, ma non solo e con loro Bert Lemmen, uno che vuole provare a tenere duro e vedere fin dove potrà arrivare in una corsa di tre settimane.
Infine tra i possibili candidati a un podio o comunque a un piazzamento molto in alto in classifica c’è Michael Storer. Lo scalatore australiano della Tudor arriva da un Tour of The Alps corso (e vinto) con grande piglio e superiorità rispetto a una concorrenza molto qualificata: riuscirà a ripetersi anche sulle strade del Giro? Qualora non dovesse raggiungere quel livello, dalla sua ha la capacità di sapersi reinventare e inseguire una vittoria di tappa in una delle tappe più dure. Di fianco a lui testeremo la crescita di un giovane come Marco Brenner, passato con le stimmate del predestinato qualche stagione fa e Yannis Voisard, scalatore svizzero. Larry Warbasse, invece, è l’esperto gregario sia per la salita che per la pianura.
OUTSIDER PER LA CLASSIFICA
Tra gli outsider più interessanti ci sono quelli del Team Jayco AlUla, squadra che porta un bel terzetto per inserirsi in quelle zone: si punta forte su Chris Harper, fedelissimo in passato di Simon Yates e su Filippo Zana che inseguirà, oltre alla top ten, anche una vittoria di tappa. Con loro Luke Plapp che vorrebbe proseguire il suo percorso di crescita nel tentativo di provare a diventare un uomo di classifica in futuro. L’australiano ha nel mirino le prime tappe e magari proverà a vestire la maglia rosa al termine della cronometro di Tirana: è uno dei candidati. La squadra australiana ha escluso De Marchi, ultimi mesi per lui in gruppo, evidenziando una mancata riconoscenza nei confronti di uno dei corridori più importanti del gruppo sotto diversi aspetti, peso, esperienza, qualità da uomo squadra, e al suo posto schiera, tra gli altri, due buoni scalatori come Koen Bouwman, anche veloce, occhio a ritrovarselo in fuga, e Paul Double, che poche settimane fa alla Coppi e Bartali ha conquistato la sua prima vittoria tra i professionisti sfruttando l’arma migliore: la fuga in salita. Davide De Pretto e Felix Engelhardt possono tenere sui percorsi impegnativi con brevi salite e far valere lo sprint veloce, mentre Michael Hepburn sarà il tuttofare in pianura.
Nairo Quintana guida la Movistar Team che avrà in salita altre tre carte molto interessanti come Einer Rubio, che si candida a un piazzamento nei 10 e a vincere una tappa di montagna, Davide Formolo, per lui carta bianca per fare la sua corsa: vediamo che cosa riuscirà a fare il buon “Roccia” capace di vincere una tappa al Giro nell'ormai lontano 2015 e da quella volta mai riuscito a ripetersi sulle strade di casa. E infine Jefferson Cepeda, l’ecuadoriano è corridore molto pericoloso soprattutto in fuga perché, oltre a difendersi in salite non troppo lunghe, ha anche una buona esplosività.
Vedremo lottare per un posto di alta classifica anche Lorenzo Fortunato e Davide Piganzoli. Il primo è nella forma della vita, guida l’XDS Astana forte della vittoria ottenuta di recente in una tappa del Tour de Romandie ed è una garanzia di piazzamento tra il 12° (Giro 2024) e il 21° posto° (2023) posto. In mezzo ha ottenuto un 15° (Giro 2022) e due 16esimi (Giro 2021 e Vuelta 2025). A fare classifica, o comunque a farsi vedere in salita, magari con una vittoria di tappa come obiettivo, anche Wout Poels, mentre Fausto Masnada e Anton Kuzmin saranno perlopiù in veste di gregari.
Piganzoli è uno dei giovani più attesi del nostro ciclismo, 13° lo scorso anno al suo primo Giro, si aspetta, lui e la squadra, un ulteriore salto in avanti. Il Team Polti gli metterà a disposizione in salita Alessandro Tonelli e i fratelli Bais, Davide e Mattia, in pianura Mirco Maestri e Andrea Pietrobon, molto attesi anche nelle fughe di giornata, con la speranza che qualcuna possa pure tramutarsi in vittoria.
Restando all’altra squadra italiana al via, la VF Group Bardiani, proveranno a tenere duro in salita Alessio Martinelli e Alessandro Pinarello, ma i due verosimilmente faranno fatica a fare una buona classifica, però vedremo quali saranno i loro limiti, soprattutto quelli di Pinarello neoprofessionista e all’esordio al Giro d’Italia. Limiti che conosciamo già se parliamo di Luca Covili, scalatore dotato di grande fondo e che punterà a un piazzamento finale tra la quindicesima e la ventesima posizione.
CACCIATORI DI TAPPE E UOMINI DA FUGA, VELOCISTI
Mancano alcuni dei grandi big del ciclismo, ma bastano tre nomi per fare tremare i polsi, corridori oltretutto candidati a vestire la maglia rosa sin dall’avvio dall’Albania. Parliamo di Tom Pidcock, capitano della Q36.5 che proverà anche a fare classifica finché potrà (con lui in salita Damien Howson, Milan Vader, Mark Donovan e Xabier Mikel Azparren, corridore forte anche a cronometro) e ovviamente gli attesissimi Wout van Aert e Mads Pedersen. Tappe per loro ce ne sono, a partire dai tre giorni albanesi, e siamo sicuri che sapranno dare spettacolo lungo tutte le tre settimane anche in situazioni meno attese: più che le volate, dove comunque Pedersen si getterà, li aspettiamo anche in qualche tappa dura, magari van Aert se troverà la condizione (si è ammalato poco prima del Giro, ci risiamo), pure in qualcuna di montagna o nelle due cronometro. Oltre a Pedersen la Lidl Trek può contare pure su Mathias Vacek che farà parte del treno per il danese - come Dan Hoole, Jacopo Mosca e Soren Kragh Andersen - darà manforte in pianura, ma proverà a ritagliarsi il suo spazio come fece all’ultima Vuelta.
Si parla di sprint di gruppo: oltre alle possibili incursioni di van Aert e Pedersen, da seguire con attenzione, proprio in casa Visma, Olav Kooij, che nelle (non moltissime per la verità) volate di questo Giro potrebbe diventarne il Principe. A dargli una mano, oltre a van Aert, anche Dylan van Baarle e soprattutto Edoardo Affini, i due potranno anche cercare gloria personale: Affini a cronometro, van Baarle in qualche fuga. A contendere la corona a Kooij il più temibile è Kaden Groves di cui si parla sin troppo poco. Alpecin porta lui come velocista principale e quasi capitano assoluto, lui che in carriera ha già vinto al Giro, e vicino gli confeziona un discreto pacchetto formato da Timo Kielich, Jenson Plowright, che possono essere anche alternative in caso di giornata no dell’australiano, Fabio Van Den Bossche, Edward Planckaert e Jury Hollmann. Jimmy Janssens lo vedremo spesso in fuga, mentre Quinten Hermans è il corridore deputato a giocarsi qualche tappa negli arrivi mossi e spunti in qualche eventuale fuga in tappe impegnative.
Altri velocisti che possono vincere o arrivare vicino: Milan Fretin, Cofidis, aiutato soprattutto da Jan Maas e Stefano Oldani, quest’ultimo, che al Giro ha già vinto, ci proverà anche in fuga, così come Sylvain Moniquet e Anthony Perez, da seguire nelle tappe di montagna o vallonate, mentre Jonathan Lastra, Nicolas Debeaumarché e Sergio Samitier lavoreranno e proveranno a inserirsi in qualche attacco da lontano.
C’è Sam Bennett, il quale vorrà provare a vincere al Giro sette anni dopo la tripletta del 2018, per una Decathlon AG2R La Mondiale d’attacco che porta anche Andrea Vendrame, da fuga in qualsiasi genere di tappa e vincitore lo scorso anno a Sappada, Geoffrey Bouchard e Nicolas Prodhomme, riferimenti in salita, Dries De Bondt, altro corridore che ha bei ricordi al Giro, avendo vinto pure una tappa nel 2022, Dorian Godon, occhio a lui nelle tappe vallonate e negli arrivi a ranghi ristretti, e Stan Dewulf eterna promessa al Nord, mai realizzata, mentre Tord Gudmestad sarà l’ultimo uomo dello sprinter irlandese.
Max Kanter è l’uomo veloce di una XDS Astana che punterà a ogni genere di tappa vista la forma palesata un po’ da tutti in stagione e la presenza di Diego Ulissi, Nicola Conci e Christian Scaroni che vedremo spesso all’attacco in maniera seria, in quelle fughe, soprattutto, che potranno concretizzarsi.
Il Team Picnic avrà Casper van Uden, buon outsider per le volate, aiutato da Alex Edmonson e Bram Welten, mentre la Bahrain-Victorious prova a sorprendere con Matevz Govekar, ruota veloce in buona ascesa, aiutato negli sprint dall’esperto Andrea Pasqualon. In casa bahreinita Fran Miholjevic sarà il gregario da pianura, mentre Alfonso Eulalio ed Edoardo Zambanini, oltre ad aiutare la squadra, proveranno a farsi vedere il primo in fuga, il secondo negli arrivi per corridori esplosivi. Altro velocista quasi puro da tenere d’occhio è Gerben Thijssen che punta a sorprendere negli arrivi a ranghi compatti per una Intermarché Wanty che ha tra le sua fila Louis Meintjes e Simone Petilli per le fughe in montagna, Dion Smith e Francesco Busatto per quelle nelle tappe mosse e gli arrivi per gente esplosiva e soprattutto Taco van der Hoorn che qualche anno fa al Giro regalò la prima storica vittoria alla squadra da quando passò nel World Tour. Presenti anche Kevin Colleoni e Gijs Van Hoecke, che saranno perlopiù a disposizione degli altri.
Altro nome forte per le volate è Matteo Moschetti della Q36.5, diciamolo francamente: in molti tifiamo per lui per svariati motivi e vista la concorrenza non è da escludere che possa finalmente ottenere una vittoria al Giro d’Italia. Ad aiutarlo, negli sprint, Emīls Liepiņš, mentre il canadese Nicola Zukowsky potrà mettersi in luce con qualche attacco da lontano.
La Quick Step, orfana di Tim Merlier, porta i suoi eredi qui al Giro con l’obiettivo di dividersi la posta in palio: Luke Lamperti e Paul Magnier hanno entrambi le qualità per imporsi seppure arrivano da un 2025 differente. L’americano contraddistinto da alcuni problemi fisici, il francese da tanti bei risultati alternati a qualche calo (e caduta) fisiologico vista la giovane età. Presenti nella squadra belga anche Gianmarco Garofoli che darà una mano su tutti i terreni e magari proverà a prendersi qualche licenza personale e Ethan Hayter, oggetto del mistero, corridore dalle grandi potenzialità, veloce e resistente, ma spesso in affanno nel correre in gruppo.
Occhi puntati, per le tappe con arrivo a ranghi non troppo compatti e magari già nei primi giorni in Albania, su Corbin Strong, veloce e adatto anche alle tappe mosse, in una IPT che porta Hugo Houle, fido gregario, ma capace, se in giornata, di cogliere anche la fuga buona.
Tra i nomi più interessanti per gli sprint, non per forza a ranghi compatti, presente Rick Pluimers, corridore neerlandese della Tudor che potrà farsi valere anche su percorsi un po' più selettivi. Il connazionale Maikel Zijlaard sarà il suo lead out, ma avrà anche qualche occasione di sprintare per se, soprattutto nelle tappe più pianeggianti, mentre Alexander Krieger sarà il loro supporto.
Se il gruppo si seleziona, ma davanti restano 40/50 corridori da tenere in considerazione anche il nome di Orluis Aular, venezuelano della Movistar che può dire la sua anche nelle volate di gruppo, pur non avendo le punte di velocità dei migliori velocisti, lo potremmo vedere spesso piazzato. La Movistar gli mette vicino Albert Torres per tenerlo fuori dai guai nel finale e piazzarlo per la volata e Lorenzo Milesi, forte in pianura e a cronometro e non troppo fermo: in caso di fuga potrebbe dire la sua come ha fatto spesso da Under 23.
Presente, nella squadra spagnola, anche Jon Barrenetxea, corridore molto adatto alle fughe nelle tappe dure e anche veloce: potrebbe ricalcare un giro sullo stile di Pelayo Sanchez, una delle rivelazioni dell’ultimo Giro d’Italia.
L’Arkéa - B&B Hotels punta esclusivamente alle tappe per provare a invertire la tendenza di questo 2025 nel quale in pratica il solo Vauquelin è andato forte. Luca Mozzato sarà il velocista di punta: l’italiano, dopo il grande podio al Fiandre 2024 ha faticato moltissimo negli ultimi 13 mesi. Gli darà una mano Giosuè Epis, caratteristiche simili, forse meno veloce, ma più resistente. Gli altri sono tutti corridori da tappe di media o alta montagna e che vedremo presumibilmente in fuga: Simon Guglielmi, Laurens Huys e Martin Tjøtta. Più quotati, invece, Michel Ries, lussemburghese e il giovane norge Embret Svestad-Bårdseng, che potrebbero anche puntare a un posto intorno alla quindicesima, ventesima posizione finale.
Non un vero e proprio velocista in squadra per la INEOS Grenadiers che, come abbiamo visto poco sopra ha altri grilli per la testa (la classifica), ma Joshua Tarling è uno dei favoriti per la crono di sabato, Ben Turner tirerà per i compagni di squadra, ma ha spunto veloce in un gruppo non troppo numeroso, così come Kim Heiduk.
Se il Team Polti punterà molto sugli sprint di Giovanni Lonardi ciò che resta della VF Group Bardiani CSF Faizané, da nominare, è di buona qualità: Enrico Zanoncello è il velocista, Manuele Tarozzi e Martin Marcellusi i punti di riferimento per le fughe, Filippo Fiorelli e Filippo Magli quelli tagliati negli sprint a ranghi ridotti (e magari pure loro in qualche bella fuga potrebbero dire la loro grazie allo spunto veloce).
Infine la EF Education-EasyPost che ha nei danesi Mikkel Frølich Honoré e Kasper Asgren, soprattutto, due pedine per le fughe con il secondo che cerca da un po’ di stagioni la vecchia buona condizione, mentre James Shaw e Owain Doull daranno una mano e magari li troveremo piazzati in qualche tappa.
PERCORSO
Da Durazzo a Roma che pare il titolo di una parodia di un film neorealista con Franco e Ciccio. 21 tappe, si parte di venerdì e quindi ben 3 lunedì di “riposo” : niente prima parte lunga con nove giorni di corsa in fila. Appena due cronometro, per circa 42 km totali, entrambe nella prima parte di corsa (seconda e decima tappa). Tre arrivi veri e propri in salita (tappa 7, tappa 16 e 19) con la 18 che arriva in quota a Champoluc dopo un breve tratto di discesa. Una tappa vera e propria con le strade bianche (tappa 9) più lo sterrato del Colle delle Finestre (tappa 20, la più attesa). Oltre alla partenza dall’estero un altro sconfinamento a Nova Gorica (tappa 14). Molto interessanti le (tante) frazioni appenniniche, da scoprire strada facendo cosa potrà, invece, accadere sulla Alpi.
Tre giorni in Albania ad aprire la corsa e subito appuntamenti che scalderanno le gambe ai pretendenti alla vittoria finale che se la dovranno vedere con i diversi cacciatori di classiche presenti, resistenti e veloci. A Tirana si arriva dopo aver attraversato strade complesse anche nel fondo e due volte nel finale il Surrel con la cima a 12 km dall’arrivo e una discesa che può fare selezione: si può attaccare e può arrivare un gruppetto bello sgranato a giocarsi la tappa e la prima ambita maglia rosa. Il giorno dopo la crono, sempre a Tirana, è breve, ma ha quella salitella in mezzo che spaccherà diverse gambe. Il terzo giorno altra tappa di 160 km, fotocopia della prima in quel senso con il GPM di Logora Pass, lungo e impegnativo, quasi 11 km e tratti oltre il 10. Si scollina a 39 dall’arrivo e si va in picchiata verso il mare: anche qui, giornata per cacciatori di classiche, resistenti che sfideranno gli uomini di classifica.
Dopo il riposo la quarta tappa con arrivo a Lecce è la classica frazione del Tavoliere delle Puglie: volatona di gruppo, ma occhio al vento. La tappa 5 arriva nello splendido scenario di una delle città più belle del sud Italia, Matera, e chiama di nuovo alla sfida i cacciatori di classiche, con quel finale molto mosso e qualche velocista più resistente.
Tappa 6: si arriva a Napoli dopo 227 km - frazione più lunga del Giro 2025 - e ne viene fuori una cosa un po’ strana. Metà frazione è impegnativa con lunghe salite per uscire dalla Lucania ed entrare in Campania, una seconda parte velocissima fino a Napoli. Fuga e poi volata sembra l’opzione più gettonata.
Il secondo week end di corsa, invece, parte venerdì 16 maggio con il primo arrivo in salita verso Tagliacozzo, in Abruzzo. Sono 168 km e oltre 3500 metri di dislivello per una giornata caratterizzata da un continuo su e giù che farà selezione. Il giorno dopo, la tappa con arrivo a Castelraimondo è un altro continuo saliscendi appenninico con la salita di Sassotetto da affrontare a metà giornata. Frazione che potrebbe sorridere a una bella fuga, anche con qualcuno con intenzioni particolari. Non c’è riposo nel senso che domenica 18 maggio c’è una delle giornate più attese. La nona tappa, la Gubbio-Siena di 181km è quella con ben cinque settori sterrati (per 29km totali) e quel finale con Monteaperti e Le Tolfe che faranno selezione prima dell'arrivo a Siena in Piazza del Campo.
Dopo il secondo riposo prosegue la salita verso nord e la tappa dieci è la seconda e ultima cronometro. Lucca-Pisa, per 28.6km, una grande occasione persa per fare una bella crono lunga spacca gambe e classifica che dopo il giorno di riposo avrebbe inchiodato tanti pretendenti non al massimo dai primi dieci giorni di gara. Ci saranno bei distacchi ugualmente seppur la lunghezza non è eccessiva e la seconda parte di cronometro molto veloce rischia di appiattire il livello e le differenze.
Non c’è tempo per recuperare perché si torna a salire il giorno dopo sugli appennini, tappa 11 con arrivo a Castelnovo Ne’ Monti dopo aver affrontato il San Pellegrino in Alpe a metà giornata e poi un continuo saliscendi fino all’arrivo. Tappa su cui, fossi negli appassionati, farei un bel cerchio rosso sopra per evidenziare la possibilità di macello e spettacolo. Ci sono tutti gli ingredienti perché venga fuori una giornata da non dimenticare. La tappa successiva, la 12, Modena-Viadana, è, sulla carta, la terza volata di gruppo e arriva prima della Rovigo-Vicenza e della Treviso-Nova Gorica che potrebbe vedere fughe da lontano all’arrivo, ma anche qui altre due volate. Classiche tappe da sfida fra fuggitivi e squadre dei velocisti superstiti.
La terza domenica del Giro, invece, si torna a salire con l’arrivo ad Asiago dopo 219 km e dopo aver affrontato il Monte Grappa a metà giornata. Vista così, sulla carta sembra un’occasione sprecata, ma vediamo cosa succederà da Ponte sul Brenta a Dori prima della conclusione sull'altipiano.
Dopo il riposo si riparte subito per una tappa di montagna con arrivo a Brentonico, in provincia di Trento e quasi 5.0000 metri di dislivello in 203 km. Fatta eccezione per i primi 50 km circa, tutti comunque in leggera ascesa, dall’inizio della salita verso Carbonare fino al traguardo non ci sarà più un metro di pianura. La tappa 17 potrà fare molto male nonostante la sua brevità. Tonale e Mortirolo prima del lungo finale verso Bormio con lo strappo de Le Motte a 9 km dal traguardo che farà ulteriori danni. Il giorno dopo classica frazione di trasferimento dell’ultima settimana con l’arrivo a Cesano Maderno: fuga o volata, non si scappa.
Due delle ultime tre tappe saranno decisive e, a seconda di come ci si arriverà, potranno cambiare la classifica, anzi stravolgerla. La Biella-Champoluc di venerdì 30 maggio è una delle più dure di questa Corsa Rosa con 5 GPM tre dei quali lunghi e impegnativi (Col Tzecore, Col Saint-Pantaleon, Col de Joux), la Verrès-Sestriere del giorno dopo è quella del Colle delle Finestre e basta solo il nome. Infine, domenica 1 giugno passerella finale a Roma, nel suggestivo scenario dei fori imperiali, ma dopo un ingiusto sotto tanti punti di vista lungo trasferimento dal Piemonte.
LA GRIGLIA DELLE MAGLIE
MAGLIA ROSA
⭐⭐⭐⭐⭐ Roglič
⭐⭐⭐⭐ Ayuso
⭐⭐⭐ Tiberi, Bernal, lANDA
⭐⭐ Carapaz, S. Yates, A. Yates, Bernal, Gee
⭐ Arensman, Hindley, Martinez, Storer, McNulty, Gaudu, Ciccone, Fortunato
MAGLIA CICLAMINO
⭐⭐⭐⭐⭐ Pedersen
⭐⭐⭐⭐ Van Aert,
⭐⭐⭐ Roglič, Ayuso
⭐⭐ Kooij, Groves, Pidcock, Vendrame, Strong, Pluimers
⭐ Maestri, Tarozzi, Magnier, Tarling, Scaroni, Bennett, Fretin, Lonardi
MAGLIA AZZURRA
⭐⭐⭐⭐⭐ Carapaz
⭐⭐⭐⭐ Ciccone, Storer
⭐⭐⭐ Gee, Steinhauser, Fortunato
⭐⭐ Gaudu, Bilbao, Roglič, Scaroni, Bouchard, Pidcock, Landa
⭐ A.Yates, Pellizzari, Rubio, Formolo, Poels, Bardet, Prodhomme, S.Yates
MAGLIA BIANCA
⭐⭐⭐⭐⭐ Ayuso
⭐⭐⭐⭐ Tiberi
⭐⭐⭐ Piganzoli, Poole
⭐⭐ Pellizzari, Plapp, Del Toro
⭐ Svestad-Bårdseng, Rafferty, Arrieta
Manifesto di Pogačar
Alle cinque, l'ora dei toreri, come scriveva qualcuno, Tadej Pogačar, sulle rampe del Mottolino, ha "matato" il gruppo, ha fatto esplodere, una volta di più, il Giro d'Italia: è il re, il re rosa. La semantica legata alla Spagna e ai tori non è casuale, perché esattamente trent'anni fa, esattamente alle cinque, Luis Ocaña finiva di vivere, dopo uno sparo, all'ora di pranzo, nella tenuta di Caupenne d'Armagnac. Preso a sputi e sassate dai francesi, quando era poco più che un bambino, per essere “lo spagnolo di Mont de Marsan", ripudiato dagli spagnoli, dalla Federazione Ciclistica, con la "colpa di essere comunista", era un figlio di nessuno: suo padre, un genitore autoritario, lo vide piangere solo una volta, con una maglia di campione spagnolo sul letto, divorato da un tumore allo stomaco e rimase fino alla fine dei suoi giorni convinto che quelle lacrime potessero essere di dolore fisico, rimase con il dubbio di non essere riuscito a farsi amare abbastanza, di non poter "appartenere" nemmeno alla sua famiglia. Ripudiato, rinnegato. Non sono paragoni, non sono confronti, non avrebbe alcun senso, ognuno ha la sua storia, questo è solo un ricordo. Tadej Pogačar, poco dopo le cinque di una domenica di maggio, su una strada stretta, meglio sarebbe dire su una rampa, appartiene, più che mai, al ciclismo e alla sua gente. L'appartenenza non è proprietà, non è possesso, non è bandiera da sventolare, confine da imprimere, l'appartenenza è la possibilità di riconoscersi in un gesto, di vedersi simili, magari, più spesso completamente diversi, eppure sentirsene attratti, andare in delirio, impazzire. Non si basta mai, Pogacar. Non basta mai. Avrebbe potuto controllare la corsa, attaccare negli ultimi chilometri, racimolare altri secondi: è scattato ai meno quattordici dal traguardo e, uno a uno, ha superato tutti coloro che gli erano davanti, quasi "mettesse la freccia" e proseguisse. Lasciava soli gli altri, restava solo lui: un punto minuscolo, rosa, in mezzo a una montagna avvolta nella neve e nel freddo che qui dorme.
Accade alla fine della seconda settimana del Giro d'Italia, accade nella tappa del Mortirolo, tra le altre cose. Anzi, «nella tappa del Mortirolo da Edolo», come sentiamo da giorni, non da Mazzo di Valtellina: sì, dal versante più "facile", tutto è relativo, ci mancherebbe, ma è davvero più facile. Pure il Mortirolo da Edolo "appartiene meno” alle persone del ciclismo o, se vogliamo, alle persone delle montagne del ciclismo. Ma le strade restano comunque, anche senza riconoscersi in nessuno, per le persone è diverso. Le persone delle montagne del ciclismo hanno un rapporto particolare con i monti: magari, durante l'anno, vanno altrove, magari è "gente di mare", ma, se arriva una corsa, non c'è gente migliore a cui chiedere informazioni, perché, quel giorno, la montagna la conoscono come il palmo della propria mano. Il Mortirolo, nome mortifero, come i briganti che vi bazzicavano e che gli hanno restituito, suo malgrado, l'appellativo di "Selva bella". Il Mortirolo che, oggi, non fa danni, li farà il Passo del Foscagno, dove lo sloveno innesca un'andatura velenosa, per cui l'unico antidoto è lasciare andare ed evitare che il veleno entri in circolo: veleno, oggi, è acido lattico.
C'erano Georg Steinhauser e Nairo Quintana in testa: il primo, con un cognome da filosofo, il secondo per cui non occorre presentazione. Forse, c'era una lieve malinconia quando notava che, ormai, non aspirava più ad essere la stella del ciclismo colombiano, in fondo, c'è sempre quando i tempi cambiano, forse c'era solo del sano realismo, obbligo a trentaquattro anni. Anche Quintana ha ricominciato a sentire di appartenere, di far parte: la bandiera colombiana che gli sventola davanti in salita è un dettaglio significativo. Ancor più significativo è il modo in cui conclude al secondo posto, superato da Pogačar, nella sua rincorsa, a 1900 metri dal traguardo: era importante resistere, ha resistito, è stato "il primo degli umani". È stato uno scalatore, come sempre, anche se gli anni sono passati e l'ultimo è stato più difficile di altri. In questa difficoltà ha voluto parlare poco, «per non ferire nessuno». Nessun commento, solo un fatto.
Gli indiani, si dice, in salita, parlando dei tifosi assiepati. Gli indiani sulla neve, con cappellini di lana e giubbotti, con tutto quel che serve per fare rumore al passaggio del "re": vicini al re mentre il re è vicino a loro, nel momento del suo sacrificio, perché la salita è salita, ma pieno di gioia. Tadej Pogačar è colui che si sente nel posto giusto, al momento giusto, così continua a completarsi, a crescere, a essere parte di un qualcosa più grande, ad avverare completamente la propria persona. Un'altra persona era al posto giusto, nel momento giusto, questo pomeriggio, un ragazzo, in salita, su una curva: lo stesso a cui Pogačar ha lasciato i guantini. Quel ragazzo saltava di felicità. Abbiamo detto tutto.


















