E tu sai ca' nun si sulo

I suonatori di chitarra in via Caracciolo suonano le prime note di “Napule è”. Solo musica, le parole arrivano da chi passa ai lati della strada e fischia o canticchia. Ad un certo punto, il testo dice “E tu sai ca' non si sulo”, noi ci pensiamo accanto al fruttivendolo che mostra la verdura e la descrive, alla pasticceria e a quei “babà” su piccoli vassoi che girano per i Quartieri Spagnoli, alle mani infarinate di un pizzaiolo che torna a casa ancora così, di fretta, al piattino del caffè che sembra un’opera d’arte. Ci sono loro e quelle voci che non si fermano mai.
Voci e maglie azzurre, alcune in tessuto vecchio, con un numero, l’unico che ha senso: il dieci, che è un numero è una persona. Mentre Mathieu van der Poel va via subito, scatta, quasi una burrasca vederlo partire così presto. Lui a queste cose è abituato, come ad andare via mentre mangia un panino. È abituato a sentire il suono della ruota che insegue come va davanti al gruppo.
Non sappiamo se Girmay, che va via con lui e gli altri, avesse mai visto Napoli prima di oggi. Non sappiamo se ha sentito come tutti qui storpiano il suo cognome ma lo gridano forte, lo cercano. E le bandiere del suo paese sono arrivate anche qui e sventolano senza arricciarsi, mentre lui e van der Poel nel finale si gettano da soli all’inseguimento di De Gendt, Gabburo, Arcas e Vanhoucke e quasi li riprendono. Loro sono i contrattaccanti: coloro che attaccano nell’attacco, le ruote che van der Poel sente inseguire, poi vede andare e si trova a inseguire a propria volta.
Proprio in quel momento una signora belga, si affaccia a una transenna e chiede: “van der Poel?”. Chiede di lui per sapere di De Gendt, chiede di lui perché se rientra sono problemi per tutti. È lei la prima a gridare Thomas dopo il traguardo. O forse semplicemente lo grida più forte perché la sua voce arriva prima. Prima che De Gendt scenda dalla bicicletta, abbracci Vanhoucke, inizi a sospirare e vada a sedersi su una sedia nel tendone giornalisti. Una sedia bianca del tipo di quelle che si trovano fuori dalle case nei borghi al passaggio del Giro.
Mani sul volto, mentre tutto lo fotografano, lo cercano, chiedono. Lui, la personificazione della fuga, dell’essere soli. Lui che oggi che non era solo, ha vinto e al traguardo si è allontanato da tutti cercando quella stessa solitudine mentre qualcosa dentro cercava di uscire.
In fondo, il Vesuvio che a Napoli è anche un punto di riferimento per indicare le strade. È “il vulcano”, come “il dieci”, come “il fuggitivo”, tutto quello di cui vi abbiamo parlato e quelle voci che arrivano anche all’interno dei locali. Punti di riferimento e “tu sai ca’ nun si sulo”.


Su a Viggiano tra le foglie

Per arrivare a Viggiano da Diamante, tagliando - si fa per dire - per la strada che porta verso le Grotte del Romito e poi per il Parco Naturale del Pollino, non è facile come sembra dalle indicazioni studiate con attenzione certosina e riportate poi su Google Maps.
Chi guida - che non è chi scrive - ha la situazione sotto controllo, i passeggeri - tra cui chi scrive - , maledicono invece il momento in cui hanno preso un'arancia dal fruttivendolo. Quel frutto così gustoso in un primo momento, decide di fare su e giù nello stomaco a ogni curva, buca, tornante.
Interessa poco al racconto della corsa, è vero, ma è importante per capire che, prima o poi a Viggiano, per seguire il passaggio del Giro d'Italia, ci siamo arrivati veramente. E se lo scriviamo è perché non sembrava di fatto così scontato. Abbiamo attraversato zone che lasciavano a bocca aperta, dove il verde intenso della macchia calabrese (se uno decidesse di "darsi alla macchia" qui probabilmente non lo ritroverebbero più) a un certo punto lasciava spazio alle infinite vallate della provincia di Potenza. Una sorpresa. Alpeggi, borghi mozzafiato appesi alle montagne che ricordavano le biciclette colorate di rosa che avevamo visto penzolare da alcune finestre poche ore prima dalla partenza di Diamante.
Quando si arriva Viggiano, in paese, la luce si fa forte, gialla come nascosta da una lente color limone. Gruppi di persone salutano, bambini vestiti di rosa battono le mani e urlano, scritte ovunque per l'idolo lucano: Domenico Pozzovivo.
Su, invece, sulla Montagna Grande di Viggiano (che da ora in poi chiameremo per semplificare semplicemente Viggiano), situata a circa sessanta chilometri dall'arrivo, una bella salita; strada larga, ben asfaltata e con tratti di pendenza davvero infidi. Da fare in bicicletta. La luce fatica a passare in mezzo al verde degli alberi - e a dire il vero anche il segnale di ogni compagnia telefonica: un paio di ore, per noi, di totale black out in attesa del gruppo.
Ma su a Viggiano abbiamo dato un senso a tutto vedendo i corridori passare al massimo del loro sforzo, mentre comandavano perfettamente la loro arte. Davide Formolo appariva bello in viso, prendeva una borraccia dal primo massaggiatore, rifiutando quella offerta dal secondo pochi metri più avanti: segno di freschezza o poco lucidità? Vedendo il finale di gara di Formolo, che quella fuga l'ha portata via convinto, scegliamo la prima ipotesi. Ha osato troppo nel finale, forse, è vero, ma verso Potenza è stata una lotta anche di nervi e di attimi. E lui ha scelto le sue armi migliori: grinta e rapportone.
Dumoulin, con i suoi labbroni e il naso ingrossato da occhiali e fatica, comandava quel gruppo di fuggitivi: conosceva già la sua sorte personale e quella poi vincente del compagno di squadra Bouwman? Villella zigzagava, segno di fatica estrema. Buttava via la borraccia, che come altre raccolte dal ciglio della strada era piena, probabilmente calda, caldissima, e quasi si fermava per prenderne un'altra fresca. Ulissi, in quel tratto di forte pendenza, chiudeva invece il gruppo della maglia rosa. Rosso in viso, chiedeva a gran voce: "avete acqua?".
Su a Viggiano un tifoso francese quasi fermava l'ammiraglia della Groupama: «Merci Démare! merci Démare!», gridava scalmanato. Su a Viggiano, Cavendish, invece, malediceva il gruppetto - la rete. «State andando forti come se fossimo in una c**** di fuga! Se volevate andare così potevate stare davanti!».
Su a Viggiano bastava un urlo, una serie di "alè alè alè" per dare forza ai corridori che ringraziavano. Giù a Potenza, invece, Koen Bouwman batteva Bauke Mollema e Formolo, specialisti delle evasioni in giorni duri. Da oggi anche Bouwman si scrive al circolo; ricorderà la luce fioca che passava tra le foglie e quello strano silenzio interrotto solo dalle urla di qualche tifoso. Su a Viggiano è andata proprio così.


Le infinite possibilità di Démare e Rosa

Se potessimo farvi sentire le voci dei tifosi dietro le transenne, dopo l'arrivo, vi faremmo sentire solo quelle perché non serve molto altro per comprendere la giornata di Scalea. Solo voci, nemmeno un'immagine, e potreste capire. Solo un "assurdo" e potreste capire. Assurdo com'è assurdo che tanta noia e tanta adrenalina si trovino nello stesso posto. E via a una lunga serie di considerazioni su chi l'ha spuntata, Ewan o Démare: non saperlo, sembra ancora meglio, perché lo si chiede a chiunque e si mostra la propria visuale sul traguardo che la conferma o smentisce. Qualcosa che continua anche dopo la certezza che a vincere è stato Démare, perché, dove c'è stato il dubbio, c'è la possibilità di vedere altro. Abbiamo capito così che l'assurdo ci fa bene.
Proprio quello che non sai spiegare. Come si spiega a un americano il significato della parola "Terún"? Innanzitutto non avendo paura di chiamare qualcosa con quel termine: una squadra, un ristorante ma potrebbe essere altro. Franco e Rossano lo hanno fatto. Succede così che le parole difficili, quelle che si portano addosso un significato complesso, cambiano volto e portano l'orgoglio di chi sei.
Potremmo chiamare un fuggitivo a spiegare l'assurdo, perché le fughe sono una sorta di apologia dell'assurdo, una difesa, un'arringa. Ci ha fatto riflettere chi si è chiesto cosa sarebbe stata la noia di oggi se non ci fosse stato Diego Rosa all'attacco? Allora qualcosa di apparentemente inutile, come una fuga in solitaria in un tappa dal finale scontato, è in realtà utilissimo perché cambia tutto. Il punto è che senza assurdo non ci sono le possibilità e senza le possibilità anche il ciclismo è più povero. Le possibilità che, poi, sono dietro il significato del sorriso di Diego Rosa quando intuisce il gruppo alle spalle e ognuno può leggerci ciò che crede. Noi vogliamo vederci la soddisfazione per essere riuscito a fare ciò che ha fatto: innanzitutto è stato l'unico a farlo e già questo dice molto. Gli atti di coraggio si fanno più facilmente in compagnia, perché, per quanto siano assurde le tue ragioni, almeno non sei solo. Quando sei anche solo la faccenda è ancor più complessa.
«Nonostante l'età e il mal di gambe sono ancora riuscita a scendere da casa e venire qui» ha detto una signora in fondo al viale del traguardo. Nonostante che è la preposizione dell'assurdo, del coraggio, di quando fai una cosa malgrado tutto direbbe il contrario. Succede in volata, chiedete a Démare e Ewan, succede in fuga, ma soprattutto succede a tutti e per il ciclismo è questo l'importante.


Nibali, borracce e ragazzini, in una calda giornata siciliana

I ragazzi dietro le transenne che urlano "borracce! borracce!", più che chiederle sembra che stiano trattando i prezzi al mercato, per il modo, la cadenza da venditori smaliziati, per quell'insistenza che è l'insistenza ingenua e tipica che si ha quando si è giovani.
Scene di un ordinario Giro d'Italia che se le racconti sembrerebbe di sfociare nella finzione. Come i due bambini senza casco che in zona pedonale sfrecciano su uno scooter che dal rumore pare elaborato.
Stanno inseguendo Lennard Kämna - ci stiamo ancora chiedendo cosa ci facesse la maglia azzurra in via Loggia dei Mercanti a fine tappa. Kämna si gira e gli passa una borraccia come di solito l'ammiraglia la passa al corridore.
Messina è questa. Calore e passione. Tifo sfrenato per Vincenzo Nibali che dopo la tappa si commuove annunciando il ritiro a fine stagione: «È arrivato il momento di restituire alla mia famiglia tutte le ore che ho dedicato al ciclismo». Ha scelto la sua Messina per dirlo, oltre che gran corridore, mossa da narratore navigato.
Quella Messina dove sua sorella stamattina nella cartoleria di famiglia sorrideva, timida, riservata, e ci raccontava quasi con un filo di voce: «È una cosa bellissima quella che ci fa vivere Vincenzo, ma – sorride - è anche un po' stressante». Sulla parete dietro la cassa una foto con Antonio e Vincenzo, e poi la maglia gialla incorniciata. C'è anche Manuel, il nipote di Vincenzo, sta seguendo l'inizio della tappa sul computer nel retro del negozio.
La Messina di Nibali è quella di Salvatore "il re degli arancini", un fiume in piena che ci racconta di quando il corridore siciliano girava in bici fin dentro la sua rosticceria: «Faceva avanti e dietro e non se ne andava finché non gli davamo un arancino».
La Messina dei tifosi è quella di altri due ragazzini, hanno la tuta e lo zaino del Team Nibali e fanno foto a ogni ammiraglia che passa accompagnando tutto con un “olè!”.
Messina oggi non è stata né di Cavendish né di Ewan, ma di Démare, che si sfilava in salita con intelligenza, soffriva come può soffrire un velocista in salita, ma lo faceva per non perdere un filo di energia. Rientrava mettendo subito i suoi a tirare e poi battendo tutti sul rettilineo controvento di via Garibaldi.
Messina è quella del signore che ci racconta di suoi figlio che ha corso in una squadra toscana per qualche anno: «Ma costava troppo, le trasferte, la bici... sapete quanto l'ho pagata la sua Colnago? Cinque milioni di lire, e quando ha voluto mollare gliel'ho tagliata in due».
Ciclismo, passione, e un po' di follia: siamo in Sicilia, non potremmo che definirla trinacria. A fine giornata il sole batte ancora forte sulle nostre teste e sullo sfondo si vede la Calabria, da dove domani la carovana riprenderà il suo viaggio.


Juanpe: luna bianca, luna nera

Sui crateri dell’Etna si parla di ciclismo: ci si arrampica mentre la terra nera, mista a minuscoli sassi, rotola a terra, poi si inizia a parlare. Si sale in alto per vedere meglio, ma si è disposti a scendere per cercare chi vuoi vedere, di traverso, per frenare il peso del corpo. «Se non arriva fra i primi, scendo e gli vado incontro» una sorta di regola del tifoso, di quelli che scendono mentre il gruppo sale perché cercano qualcuno che non è ancora arrivato.
Una sorta di luna nera questo vulcano che, quando cala il sole, è identico alla notte. A quella reale degli autisti di alcuni bus che per arrivare qui hanno guidato ventidue ore e stamattina sono ripartiti all'alba, a quella figurata di Miguel Ángel López che si ritira e di Tom Dumoulin che si è staccato dal gruppo ai meno nove dal traguardo. Una sorta di luna nera spazzata dal vento come un'altra luna in terra: il Mont Ventoux, bianco come la vera luna.
Bianco come la carnagione di Juan Pedro Lopez, per tutti "Juanpe", che è giovane di età e di emozioni. Lui che fugge due volte: fugge al mattino come fanno in tanti qui al Giro d'Italia e torna a fuggire mentre quella terra nera finisce nelle narici e una coppia canadese sui crateri chiede se anche i ciclisti mangino arancini. Bizzarra domanda, ma tant’è.
Fugge “Juanpe” come lo chiama anche chi non lo conosce e chiede chi sia. Supera Oldani che non ce la fa più e al traguardo viene tranquillizzato dai cronisti: “Tranquillo, Stefano. Riprendi fiato. Quando te la senti, parliamo”. Fugge “Juanpe”, viene recuperato e anche beffato sul traguardo da Leonard Kamna che quello scatto lo aveva nelle gambe da chissà quanto. Da Budapest, probabilmente. Quasi lo scatto fosse una sua proiezione, l’ombra lunga dei ciclisti che, in certi punti sembra precederli quassù. Fugge, perde, ma indossa la maglia rosa e parla con la voce che trema. Dice che lui è qui per Ciccone, che questo non cambia nulla. Anche se per lui, almeno oggi, cambia tutto, è ovvio.
Dicono che “Juanpe” si fidi di tutti in squadra e lo dicono sinceramente. Si fidi soprattutto di chi gli prepara le biciclette che, se ci pensate, è una fiducia enorme perché da lì dipende la tua gara, le sicurezze che puoi avere e le insicurezze da lasciare da parte. Noi diciamo che “Juanpe” domani riparte in maglia rosa e, anche quando tornerà a lavorerà per Ciccone, e si sposterà andando nelle retrovie, avrà tanti tifosi che gli andranno incontro, invece di aspettarlo. Luna nera o luna bianca.


Le domeniche senza Giro

Mentre il mare si agita, quasi succube di quelle nubi che i vetri del traghetto lasciano intravedere, ognuno fa i conti con il proprio tempo. Messina è ancora lontana e le cabine in cui ci si chiude a riposare troppo piccole per restarci nove ore. Si esce sul ponte, dove il fumo delle sigarette è spazzato via dal vento e ci si affaccia a guardare la spuma bianca che lo scorrere della nave lascia sul mare. La vertigine è lì, nelle mani che si stringono il parapetto e nei corpi che restano indietro, gettando in avanti solo il capo, per guardare.
Cosa sta accadendo in Ungheria, vicino al Lago Balaton, qui non lo sa nessuno. La connessione internet è assente da pochi minuti dopo la partenza e la televisione trasmette pochi canali, nessuno che restituisca qualche immagine del Giro d'Italia. Appena il traghetto si avvicina alla costa, in corrispondenza di qualche centro abitato, col segnale che torna si prova a cercare qualcosa: "Stanno andando piano, arriveranno tardi". Fino a tarda sera, è l'ultima cosa che sappiamo del gruppo. Il resto ipotesi, supposizioni ai tavoli accanto al ristorante.
Chi sale sul traghetto la domenica pomeriggio o va al lavoro o torna a casa. In ogni caso, quello è il momento in cui tutto si interrompe e, anche se stanco, scherzi. Oppure ti distendi su un divanetto e ti addormenti coperto da un cappellino. Sono i camionisti: qualcuno racconta a un ragazzo di quando, di notte, per non cedere al sonno, suona il clacson ai colleghi, si saluta, un sorpasso e via.
Il tempo sospeso è anche quello di ciò che chiunque potrebbe fare a casa, in una domenica qualunque: la Formula1, il Giro d'Italia e il televisore in salotto. Qui no e gli sbadigli testimoniano questo piccolo vuoto. Un signore, dopo di noi, chiede di cambiare canale, ma ritorna al tavolo con un pugno di mosche. Così, sul ponte, pensiamo a quante ore mancano, a chi per lavoro o per altri motivi di domeniche così ne vive tante, a chi sognerebbe di andare a vedere il Giro d'Italia passare come quando andava a scuola, ma sarebbe già felice di poterlo vedere a casa, con un figlio che fa i compiti per il lunedì e di tanto in tanto alza la testa a guardare la televisione.
Sono già passate le otto quando sappiamo che ha vinto Cavendish, dopo nove anni, a più di settanta all'ora, in volata. Cerchiamo l'ordine d'arrivo, mentre la connessione ritorna. In fondo, è sufficiente questo. Una notizia che ti arriva da una corsa di biciclette e ti ricollega alla realtà.


Dinamismi sul Danubio

Dentro agli occhi dei ragazzi sulle sponde del Danubio i ciclisti oggi non sono che un'impressione, un movimento d'aria, una macchia d'inchiostro. Un vettore che esprime velocità, per chi si intende di fisica, un pennello a scorrere su una tela per chi discute di arti. Eppure per Budapest e la sua gente basta quella frazione di secondo e quello che gli occhi credono di vedere. Sulle strade c'è tutta la gente che quell'asfalto può sopportare, tutta quella che quegli argini possono contenere.
I ciclisti sono una forma di dinamismo con tutto ciò che lasciano immaginare. Prendete Mathieu van der Poel e il suo sguardo immobile, che rende plastica la concentrazione, tanto che sembra quasi di poterla toccare, quasi avesse una forma e una consistenza. Prendete Mathieu van der Poel e il modo in cui taglia le curve, tutte le volte in cui sfiora le transenne e non le tocca: quasi vorremmo vedere quanta aria passa lì in mezzo. Voleva tenere la maglia rosa, si vedeva, si capiva. Voleva tenere la maglia rosa, ci è riuscito ed è tornato a parlarne per dire che oggi sì, non ha dubbi, nonno sarebbe orgoglioso di ciò che è, di ciò che fa.
L'orgoglio muove, è un vettore anch'esso. Guardate Vincenzo Nibali che sembra andare verso ciò che verrà, verso una terra che da qui non si vede ma è esattamente come un ciclista: torna ad ogni ricordo, per un profumo o un suono: la Sicilia. Oppure Tom Dumoulin che voleva tornare in Italia, al Giro, per cambiare ricordi. Sembra di risentire le voci che lo chiamavano sotto la pioggia di Frascati al Giro d'Italia del 2019 e quella mano che si alza, prima per salutare, poi per arrendersi, per ritirarsi sotto il peso del dolore.
Anche Simon Yates, oggi, era il dinamismo di un ciclista. Veloce, molto veloce, più veloce di tutti, persino di quello scatenato di van der Poel. Lui che, qualche anno fa, proprio al Giro, a Bardonecchia, è arrivato sfinito, stanco, in crisi: con dignità estrema e una punta tagliente di amarezza, di tristezza contenuta. Mentre Froome era quello stesso dinamismo, in salita, da lontano: talmente bello da sembrare impossibile.
Ed è così che Yates che vince la cronometro di Budapest è anche e soprattutto un uomo e la sua velocità, la possibilità di andare più forte e quasi di non essere visto da nessuno, sebbene le strade siano colme. Chiunque abbia provato a fare fatica su una bicicletta sa quanto sia bello tutto questo. Adrenalina pura.


Per una bicicletta

Il distacco tra Biniam Girmay e la Maglia Rosa più che in qualche decimo lo si potrebbe quantificare in biciclette. Una? Forse "una bicicletta e un po'", direbbe qualcuno, per dare un'idea più precisa alla misura. Girmay ci è andato vicino.
Era diviso il pubblico, tra lui e van der Poel, perché poi finisce sempre così, per quanto si vogliano salvare le apparenze, per quanto non si voglia perdere di vista il fatto che "nel ciclismo si tifa tutti, altrimenti finisci per non godertela". E allora c'è chi urlava: "Vai Bini!", e chi: "Vai Mathieu!"
Mancavano veramente pochissimi metri al traguardo per il sogno dell'"History Maker" come lo definisce sui social la sua squadra, l'Intermarché-Wanty-Gobert, ma poi vince van der Poel e va bene lo stesso.
Sorride Bini Girmay dopo essere rimasto accasciato vicino le transenne. «Deluso? Per nulla! È un grande risultato». Sorride mentre indossa la maglia bianca di miglior giovane a fine tappa.
Sorride in foto con Mathieu van der Poel. «È stata la volata più dura della mia vita, ma ci riproverò già domenica».
L'History Maker ha segnato il Giro 2022 come passaggio obbligato: vuole trasformare il suo universo attraverso una bicicletta. «Voglio diventare il primo nero africano a vincere una tappa in un Grande Giro» diceva nei giorni scorsi.
Si dice pronto a prendersi sulle spalle un intero continente, mentre un'intera nazione è diventata matta per lui: «Nel calcio i giocatori africani sono tra i migliori al mondo, nel ciclismo siamo ancora lontani, ma io voglio essere un esempio. Perché vincere una tappa in un grande Giro potrebbe essere da impulso alle nuove generazioni».
È stata una bicicletta di distacco a impedirgli di fare la sua ennesima rivoluzione, ma di certo non a impedire di parlare di lui. E di occasioni ne verranno ancora, e ancora, e ancora.


I colori di Mathieu van der Poel

Aspettavamo il Giro e aspettavamo Mathieu van der Poel come si attende sempre qualcosa di bello, lui - van der Poel - senza esagerare troppo, accelerando nel momento giusto, quello sì, è arrivato. Ha fatto sentire il rumore che fanno le sue gambe liberando potenza come un motore a quattro cilindri, e ha deflagrato.
Avete presente quel rumore? Chiedetelo a Girmay, Ewan, Bilbao, Kelderman che si sono visti superare dall'onda verdina della nuova maglia che sulle spalle di van der Poel è durata poco. Lo spazio di poco meno di 200 km: da domani sarà in rosa.
Aspettavamo anche Girmay è vero, c'è mancato poco. Sarebbe stata una storia interessante da raccontare, ma ce ne sarà l'occasione. Ha chiuso vincendo la Gent-Wevelgem, ha ripreso sfiorando la prima tappa del Giro - sì è vero in mezzo ha corso a Francoforte, ma tant'è.
Abbiamo atteso a lungo. Chiacchierando con amici, conoscenti e parenti e guardando distrattamente la fuga di giornata: erano Bais e Tagliani.
Abbiamo visto il Danubio oggi con tonalità sul verde. Abbiamo sorriso al folclore di diversi tifosi, cavalli, amazzoni e cavalieri che correvano di fianco al gruppo, abbiamo visto campi di colza, ottimi per scatenare api e fotografi.
Arrivava il traguardo sul Castello di Visegrád e quel traguardo lo guardava da lontano Lawrence Naesen, che vuoi per un gioco di prospettiva, vuoi per le pendenze che via via progredivano, pareva non riuscire ad avvicinarlo in nessun modo, nemmeno cambiando rapporto. Quel traguardo lo guardava da vicino Kämna, pareva il momento giusto. Niente, scartato.
Poi sono scattati. Fine dell'attesa a meno di un chilometro alla fine, curvi sulle loro bici con lo striscione che man mano sembrava farsi sempre più grande in faccia ai corridori. E mentre gli altri parevano attaccati con la forza, persino con i denti, alle loro biciclette, Mathieu van der Poel li superava, pareva ciclismo.
Aspettavamo van der Poel colorato di verde. Da domani e chissà, magari fino in Sicilia, lo troveremo colorato di rosa. Il colore del Giro d'Italia.


Sul Giro d'Italia 2022

Ormai è passato più di qualche giorno (forse persino oltre una settimana) da quando il Giro d'Italia è stato presentato. Anzi "finito di presentare": che suona male, un po' strano. Strana presentazione perché divisa in puntate, inusuale, come se farne un racconto seriale desse un tono più contemporaneo all'evento o ne accresca maggiormente l'attesa.
A chi scrive, inizialmente ha creato solo più confusione che altro, per fortuna che c'era poi chi, contemporaneamente alle uscite, raccoglieva e metteva tutto assieme tappa per tappa e nel giusto ordine.
Tuttavia: primo episodio dedicato alle tre tappe ungheresi e dal titolo “Grande Partenza”; secondo episodio, quelle di pianura, “Volate” (oh-oh), poi quelle miste dal titolo “Tappe Mosse” (qui la fantasia si è sprecata), e a seguire “Tappe di Montagna” (ineccepibile).
A chiudere la presentazione della tappa finale “Grande Arrivo” con la cronometro di Verona che si chiuderà tra Piazza Bra e l'Arena come due anni e mezzo fa. Della brevità (contro il tempo) ne parleremo in seguito, ma se non altro sarà un finale estremamente scenografico e chissà che non sia di nuovo pieno di ecuadoriani come nel 2019, ma è prestissimo per parlarne.
Ora, invece, è tempo di dare un punto di vista veloce su come ci pare il percorso di questa edizione di Giro fermo restando che il Giro è sempre il Giro e, probabilmente, appassionerebbe anche se fossero 21 tappe di pianura - no, beh abbiamo esagerato, ma è per capirci: comunque vada la Corsa Rosa ci sta a cuore e non vediamo l'ora sia il 6 maggio, giorno fissato per la partenza - anzi “La Grande Partenza” - dall'Ungheria.
COSA CI PIACE - Le tappe mosse . Se chi scrive appartenesse alla generazione Z esclamerebbe (o forse in realtà lo ha fatto, ma in forma privata): “tanta roba!”. Sono la vera chicca della prossima edizione, una tappa più bella dell'altra: quella piemontese con arrivo a Torino sarà massacrante (un filino corta), quella friulana con arrivo a Castelmonte è ricca di trabocchetti (le discese mettono i brividi) e il Monte Colovrat è salita vera. Muri marchigiani e tappa calabro-lucana due gioiellini (e il chilometraggio è soddisfacente), arrivo a Napoli suggestivo. Saranno tappe insidiose per la classifica, che sorridono ai corridori da corse di un giorno (ma amaramente ci chiediamo: chi ci sarà fra i mammasantissima delle classiche dopo la campagna di Primavera?), saranno tappe che, sempre sulla carta ci potranno far divertire. Fuga all'arrivo e/o battaglia tra gli uomini di classifica ci penseremo a tempo debito.
Ci piace anche, e molto, la tappa con arrivo sul Blockhaus, ma soprattutto quella che termina sulla Marmolada. Forse ci vorrebbe qualche chilometro in più (anche 40, 50), ma l'arrivo sul Fedaia non teme confronti con nessun altro finale di nessuna corsa del mondo. Da Malga Ciapela in poi vengono le vertigini, male alle gambe e fioccano i ricordi.
E poi le cartine altimetriche del Giro restano sempre le migliori; sembra un fatto banale ma non è così. Realistiche, dettagliate, facilmente fruibili. Provate a controllare quelle del Tour (per altro quelle del 2022 ancora non ci sono) e a fare un'analisi basandovi su quelle e noterete la netta differenza.
COSA NON CI PIACE – Facile: 26 chilometri a cronometro sono pochissimi. Persino inspiegabili. Corsa sbilanciata e senza una vera crono lunga. Ma quanto erano belle le crono vallonate di 40/50 km di qualche stagione fa? E no, qui non si tratta di nostalgia anche se l'età avanza per tutti ed è più semplice rimpiangere e leggere il passato che rendersi conto del, e apprezzare il, presente.
Qui non c'entra la salvaguardia del, come si è letto in giro, “patrimonio Ganna”, qui si tratta di avere il dovere (sic) di arrivare almeno a 50/60 km di cronometro per rendere la corsa completa e meno sbilanciata. Per quale motivo dovrebbe essere meno spettacolare una crono lunga (o medio lunga?) rispetto a una crono di 9,2 km (la prima) e di 17,1 (!) , la seconda? Poi certo – e anche qui se ne parlerà a tempo debito – l'ago della bilancia, quello che sposterà ogni commento concreto sarà scoprire i nomi che si giocheranno la maglia rosa, oggi si commenta l'uscita delle tappe, non altro.
E la questione del chilometraggio è quella più calda: solo tre tappe sopra i 200 km (per altro appena sopra i 200 km) tra cui due piatte per velocisti e una messa pure di domenica, la prima domenica: certo non il miglior spot per tenere incollati in tv gli appassionati a inizio maggio. Diverso il discorso per noi malati della pedalata altrui: ce la guardiamo senza fiatare dal km 0, ci chiederanno perché ci facciamo così del male e il perché è sempre quello: il Giro è sempre il Giro e già facciamo il conto alla rovescia per quando inizierà (da oggi dovrebbero essere 168 giorni!).