L'ossatura del gruppo
Nico Denz, per certi versi, è un corridore come Carlos Verona e come chissà quanti altri al Giro d'Italia oppure in ogni altra corsa, a tappe o classica che sia. Sono le ossa del gruppo, la sua struttura portante perché senza ciclisti così il gruppo non esisterebbe e nemmeno il ciclismo, forse, ché hai voglia a pensare ad un plotone di soli capitani. È l'ossatura a sostenere il gruppo, come a sostenere il corpo, e pazienza se non si vede, il lavoro, il quanto ed il come, alla fine, è sempre una questione di coscienza. Nico Denz aveva già vinto al Giro d'Italia, per ben due volte nel 2023, a Rivoli e a Cassano Magnago, sempre in fuga.
Nico Denz aveva già vinto, questi colpi in canna li ha, ma, oggi, a Cesano Maderno, ha pianto per la vittoria. Avremmo potuto citare molti altri e abbiamo citato Carlos Verona perché c'è molto del successo di Verona ad Asiago nella vittoria di Denz in Brianza, nel giorno in cui il caldo è piombato sul Giro e sono riapparse le calze con il ghiaccio e borracce a non finire: bevute e svuotate addosso. Sulla testa, attraverso le fessure del casco, sulle gambe, sul petto, persino sulle caviglie.
Entrambi hanno perso il capitano: Primož Roglič ha lasciato il Giro due giorni fa. Denz è stato in ritiro molti giorni perché lo sloveno aveva il sogno di vincerlo questo Giro. Denz è arrivato in Albania e dal primo giorno ha lavorato per il Giro di Rogla. Se Roglič fosse stato qui, magari, Denz oggi non sarebbe stato in fuga, ma in gruppo, a riprendere energie in vista di due tappe terribili, nel fine settimana in cui si decide il Giro. Invece in fuga c'è stato.
A poco meno di venti chilometri dall'arrivo è fuggito da una fuga che era, a propria volta, fuggita dalla fuga originale: sul rettilineo d'arrivo, si è voltato verso il pubblico, sembra abbia mandato un bacio nell'aria, un saluto, forse solo l'esultanza per la vittoria, ha vinto e ha pianto, in un pomeriggio da "meriggiare pallido e assorto", con una fuga enorme in corso, la classica fuga da fine Giro, quando le energie sono al lumicino.
Poi ha parlato, ha detto che il giorno del ritiro di Roglic ha guardato il Garibaldi e ha capito che questa poteva essere la tappa giusta per ritrovare un senso al Giro e a tutti i suoi sacrifici, mentre Pellizzari sta facendo un ottimo lavoro e aspetta domani. Il suo senso era aiutare lo sloveno, la devozione, l'essere a disposizione e per quello non avrebbe chiesto niente di più. Fino a qui c'è il lavoro del gregario, però che l'assenza del capitano tocchi così le corde dell'animo di un ciclista è da scrivere. Perché resti.
Mirco Maestri capirebbe molto bene questo discorso, perché anche lui fa parte delle ossa del gruppo e, quando le gambe glielo permettono, si lancia anche nei tentativi di fuga più improbabili, quelli che di solito nemmeno arrivano al traguardo. Invece, è la seconda volta che la fuga che sceglie al traguardo ci arriva e si gioca la vittoria. Anzi, oggi Maestri ha scelto per due volte la fuga buona: la prima, quando la fuga è andata, e la seconda quando è entrato nel tentativo degli undici. Come l'altro giorno l'ha beffato la partenza di Asgreen, oggi l'ha beffato lo scatto di Denz. E la beffa peggiore, l'amaro più amaro, quel che non si riesce a digerire, è che la volata di quel gruppetto, l'ha vinta. Senza Denz sarebbe stato primo. Il ciclismo non si fa con i se e con i ma e Denz c'era, ma a Maestri abbiamo pensato tutti perché giornate così sono anche giornate da Maestri.
Le ossa non solo non si vedono, ma sono resistenti, dure, le ossa sono ciò che non si deve rompere, altrimenti sono problemi. Questo auguriamo all'ossatura del gruppo, a questi atleti. Più a chi non ce l'ha fatta che a chi ce l'ha fatta perché una vittoria cambia tutto, fa ritrovare il senso di un Giro, di tanti sacrifici e di tutti i giorni lontano dalla famiglia. Che questi atleti restino esattamente come sono, che non diventino mai disillusi e che una vittoria li sorprenda nel giorno in cui la disillusione sta arrivando e per l'ennesima volta li faccia ripartire, con un'altra motivazione. E quando li vedremo in fondo al gruppo, su un tornante, faremo ancora più rumore.
Foto: La Presse, da comunicato stampa Rcs
L'urlo e l'inchino
Il Giro sta finendo e un altro maggio se ne va, grandi già lo siamo e di molte storie conosciamo già il finale, tanto che abbiamo anche smesso di leggerle, eppure, in un mercoledì pomeriggio come questo, siamo rimasti in silenzio a guardare Isaac Del Toro, in maglia rosa, che si inchinava sul traguardo di Bormio e, con urlo prolungato, mandava al diavolo chissà quali spettri. Ci siamo ricordati quanto sia spettacolare non sapere il finale e faticare anche solo ad immaginarlo, dopo l'anno scorso in cui, per quanto ci siamo divertiti, sembrava già tutto scritto.
A Roma mancano solo quattro giorni e venerdì saranno esattamente tre settimane dall'inizio di tutto questo, ma i dubbi sono più delle certezze e basta un nulla per stravolgere il libro e la storia che narra. Solo ieri scrivevamo di Isaac Del Toro alle prese con la prima crisi di questo Giro d'Italia, ne cercavamo i motivi, studiavamo i risvolti per concludere che, a ventuno anni, in fondo, va bene così e ci appellavamo al talento, parola che forse si usa anche troppo e talvolta a sproposito, ma nulla è comune quanto le parole e nulla è raro quanto il significato. C'è un "daimon" in Isaac Del Toro, una sorta di energia che plasma e trasforma. Un demone che brucia, mentre l'urlo squarcia: "Voglio essere sempre così".
Del Toro vuole essere sempre quello di un attacco che non lascia scampo nell'ultimo chilometro, mollando sul posto Romain Bardet e la locomotiva Richard Carapaz. Era il giorno del Mortirolo, da Monno, non da Mazzo di Valtellina, ma quel pugnale sacrificale, per citare Gregori, non taglia così tanto oggi. Almeno non questi tre, certamente non Giulio Pellizzari che tira fuori la personalità di un "vecchio" del gruppo e alza il ritmo. Che tira fuori la personalità di un saggio del gruppo e non risponde subito all'attacco di Carapaz, lascia maturare i muscoli come matura un pensiero e torna sotto.
Isaac Del Toro è dietro in quel momento, per qualche istante, anzi, sembra pure perdere contatto con il gruppo dei migliori. In realtà, rientra con rara facilità e, forse, fa solo credere agli altri di non stare troppo bene, di poterlo affondare ora che il Giro sta finendo e molti verdetti non ammettono cassazione. Ieri, dopo l'uscita di scena di Ayuso ed il ritiro di Roglič, i due si erano "battuti il pugno", quasi un passaggio di consegna, un guanto di sfida. Forse Del Toro si gestisce solamente e rientra. Si prepara lui stesso a bruciare le polveri, come brucia l'energia che lo contraddistingue, mentre guida la bicicletta che pare poterle chiedere qualunque cosa.
Nel pomeriggio che si consuma, Del Toro parla di sofferenza. Usa spesso questo termine e lo impasta di spagnolo. Lo ripete. Non racconta tutto come se fosse facile, anche se, a guardarlo, pare facilissimo in certi momenti. Del resto un "daimon" è pur sempre un demone, un'energia, non è un robot, non è ferro, non è maschera. Ancor più mentre il Giro sta finendo e non ne sappiamo ancora nulla di certo. Non è maschera nemmeno Bardet che fa una discesa strepitosa e torna ad attaccare nel finale, chiuderà secondo. Ieri, a circa otto chilometri dall'arrivo, ha visto un cartello: "Merci Romain": ha rallentato per ringraziare quei ragazzi che l'avevano scritto. Per Bardet il concetto di Giro che finisce è più ampio, perché dopo il Giro finirà anche la carriera.
Non ha fretta di scoprire cosa c'è dietro l'angolo, Bardet, perché ha imparato a godersi la bicicletta, dopo tanti anni e tante estati che sono finite. Il Giro sta finendo, ieri sembrava più Carapaz, oggi sembra più Del Toro e non sapere come finirà è il motivo per cui continuiamo a pensare a venerdì, a sabato. Come se domani fosse un passaggio e come se domenica fosse solo una passerella. Senza dubbio è vero, domani è un passaggio e domenica è una passerella, come è vero che noi non siamo ancora così saggi da non voler sbirciare il finale delle storie nei libri. Sarà pure questo un “daimon”, un’energia a cui non si riesce a resistere, ma questa volta che non possiamo proprio farlo e che ogni previsione pare destinata ad andare in fumo... beh questa volta abbiamo la mente che galoppa. Altrochè una bicicletta.
Gioco di squadra
L'ultima scena della sedicesima tappa del Giro d'Italia si svolge a San Valentino Brentonico, nell'ultimo martedì di corsa: Lorenzo Fortunato e Christian Scaroni si abbracciano, si dicono poche parole, tolgono le mani dal manubrio e perfettamente in equilibrio continuano a pedalare. Una stretta di mano, l'altra levata al cielo. La prima ruota a toccare la fettuccia bianca dell'arrivo è quella di Christian Scaroni, secondo Lorenzo Fortunato, ma avviene tutto in maniera così naturale che, in quel preciso istante, non c'è nessuno che sta facendo un passo avanti o un passo indietro. Nessuno che scuote l'orgoglio della vittoria o quello del sacrificio.
Avevano un patto quei due e l'hanno rispettato e quando si rispetta un patto non c'è altro da aggiungere. Scaroni, durante le interviste, dirà che Fortunato si è comportato da uomo con la "u" maiuscola, è vero, tuttavia crediamo che non sia una maiuscola a fare la differenza, ma gli uomini sì, intesi come esseri umani, possono fare differenza. Così, oggi, mentre l'Italia centra la prima vittoria a questo Giro d'Italia, di più, i primi tre posti di tappa, perché terzo è giunto Giulio Pellizzari, è bello parlare degli uomini, degli esseri umani e dei tanti modi in cui fanno la differenza.
Diluviava alla partenza di stamani e molti avranno pensato che se partire significava partire così era meglio non partire. Lo pensa almeno metà gruppo quando il tempo è brutto, l'altra metà pensa invece di mettere nel sacco chi soffre la pioggia. Ma "nel sacco" in bicicletta ci si finisce pure col sole. In un angolo. Christian Scaroni era così, a Lucignano d'Asso, alla Strade Bianche, quando c'era la polvere a volare e non l'acqua a cadere. Alberto Bettiol ha buttato via la sua bici, vendendolo, per aiutarlo, soccorrerlo, parlargli, capire cosa fosse successo. Mestiere rischioso il ciclista, e chi lo nega?
Scaroni ha rischiato di non poterlo più fare il proprio mestiere, non per quell'incidente ma per altre e ben note vicende che l'avevano lasciato a piedi, senza squadra. Ed è semplice, se non corri non sei un ciclista. Si svuota di senso il termine e si svuota pure la quotidianità per quante altre cose possano riempirla. Lo scriviamo perché quando Scaroni, ragazzo semplice, genuino, sotto quei baffi, parla di esseri umani e di patti pesa molto bene quelle parole. C'è modo e modo di dire "uomo" e dire "patto" e lui lo dice in un certo modo.
Il povero Cepeda avrà sportivamente detestato tanto Fortunato quanto Scaroni che, in fuga dalla mattina, hanno letteralmente fatto esplodere la fuga, a forza di scattare, di allungare, di fare lunghe progressioni. Piano piano hanno ceduto tutti e, per ultimo, pure Cepeda, incastrato tra gli attacchi e rassegnato. Non era rassegnato Primož Roglič, o forse lo era ma ha fatto ciò che tutti provano a fare in gruppo: andare avanti. Si vociferava di una sua non partenza, nei giorni scorsi, invece è partito. Era caduto nella tappa degli sterrati, era caduto in ricognizione, prima della cronometro, pare sia caduto anche oggi e questa volta fosse impossibile proseguire. Per il dolore fisico e perché fare la differenza stava diventando troppo difficile. Almeno la differenza degli sportivi, dei ciclisti, di chi attacca e stacca. Quella differenza ha provato a farla e ci è riuscito Giulio Pellizzari, che "ha le gambe", per dirla in gergo ciclistico, e quando "si hanno le gambe si può attaccare sull'ultima salita per rischiare di vincere la tappa". Diversamente ci si siede sulla sella e si continua del proprio passo, sperando di avanzare qualche secondo per restare in maglia rosa, come Del Toro, oppure di non perdere troppo come Ayuso.
L'ultima scena è a San Valentino Brentonico dove arrivano due ciclisti dopo un gioco di squadra durato tutta la giornata. Per poco vince Christian Scaroni ed è tutto naturale. In un luogo in cui pare che le farfalle siano di casa. Qualcuno scriveva che solo trovando la forza di liberarsi dal bozzolo, primo grande atto di libertà, la farfalla riesce a essere libera, nonostante un corpo talmente leggero e fragile che pure il vento può spostare o ferire. Per i ciclisti il discorso non è così diverso, seppure di atti di libertà ne servano molti di più, per la fare la differenza. Per questo, oltre che per mille altre ragioni, Scaroni ha vinto e tutti l'hanno capito.
«È per te, Cicco»
Verrebbe da dire che, dopo giornate come quella di ieri, sono necessarie giornate come quella di oggi. Il seme dell'anarchia nel gruppo è stato piantato sulle strade di Nova Gorica ed ha bucato il terreno sulle strade di Asiago. L'anarchia è nata in gruppo il giorno successivo ad una caduta in una frazione che doveva essere di trasferimento: certo, il terreno la richiamava, ma, soprattutto, nessuno ha la certezza di arrivare all'ultima tappa, quando parte per il Giro d'Italia, allora meglio mettere da parte ogni briglia, ogni laccio ed ogni legge e innamorarsi del disordine. Da quel disordine è uscito Carlos Verona. Era qui per servire la causa di Giulio Ciccone, Verona, ma l'abruzzese non è ripartito e lui, dopo una giornata in fuga, è sbucato da solo da dietro una curva. È apparso come solo i ciclisti appaiono, che un attimo non ci sono e l'attimo dopo sono lì, è apparso, si è messo due mani sul volto, ha vinto. «È per te, Cicco», parole sue.
Il seme dell'anarchia non è figlio di una stagione, cresce anche verso le pendici del Monte Grappa, tra nuvole basse e una nebbia che inumidisce anche i pensieri, dove Filippo Fiorelli si arrampica, nella fuga, e Fiorelli è tutto tranne che uno scalatore. Il seme dell'anarchia non ha bisogno del vento per diffondersi, ma delle idee e, soprattutto, di un ciclista che dia l'inizio, l'abbrivio, e all'improvviso ci credono in due, in tre, in trenta. Nella quindicesima tappa del Giro d'Italia 2025 anche di più, perché abbiamo perso il conto di quanti ciclisti abbiano tentato l'attacco. Il seme dell'anarchia coltiva una rabbia che non distrugge e nemmeno ricostruisce, perché ha fatto pace con il passato, che tanto cambiare non si può. La rabbia dell'anarchia consente di andare avanti: per questo i primi uomini ad attaccare portano la maglia di Lidl-Trek, i "senza Ciccone".
E, ancora, si nutre di passate paure, il seme dell'anarchia. Marco Frigo che scivola giù, in discesa, no, non cade, scivola nel senso di corre e lascia correre la strada che scende, laddove i ciclisti controllano la bicicletta, ma è la bicicletta a decidere, a imbizzarrirsi. Libera è la discesa, impossibile costringerla, per questo spaventa. Libera è anche la salita, impossibile spianarla, per questo fa paura.
Gli anarchici vanno via in salita o, almeno, ci provano, la domenica prima del giorno di riposo che porta una terza settimana durissima. Egan Bernal è il loro capo, dopo il forcing della Ineos, e pure lui in quanto a passate paure potrebbe parlare. Salite e discese, montagne, in poche parole. Anche loro anarchiche mentre l'uomo tenta di renderle più abitabili e spesso le distrugge. Anarchici sono coloro che aspettano i ciclisti, perché si fanno casa dov'è più scomodo, pure se il telefono non prende, fa freddo ed è dal mattino che si attende.
Anarchico é Gianmarco Garofoli che ha sofferto tanto, anarchico è Filippo Zana che si è stufato di aspettare e fugge dalla fuga. Anarchico è Isaac Del Toro per la facilità imbarazzante con cui fa tutto quel che fa: insegue, risponde agli attacchi, mette la mantellina, controlla, salta atleti. Anche il talento è anarchico, libero e rifiuta di farsi incastrare. Per questo destabilizza, sorprende, meraviglia.
La perfezione, forse, ha a che vedere con il disordine. Per il resto c'è la matematica. «È per te Cicco», dice Verona, e parla della squadra, di quanto un gregario si danni l'anima per i propri capitani, di quanto sia difficile essere "senza Ciccone". Lo abbraccia Del Toro, che è di un'altra squadra, gli dice qualcosa all'orecchio Pedersen che è, come lui, un "senza Ciccone" e i giornalisti continuano a fargli domande. Resta lui, l'anarchico per rabbia e per amore Carlos Verona, che è appena arrivato al traguardo e ha visto ad aspettarlo le sue due bambine, le sue figlie, e la sua compagna. Quella bicicletta deve essere sembrata così grande che hanno creduto di poterci stare in quattro, abbracciati, tanto erano felici e ce l'hanno fatta.
Senza certezze
Ha da poco smesso di piovere, all'arrivo di Nova Gorica mancano ventuno chilometri e qualche centinaio di metri, la strada, in acciottolato, si restringe, il gruppo rallenta, l'occhio della telecamera posta sull'elicottero indaga: caduta, diversi atleti coinvolti, alcuni uomini di classifica. Appena uno stacco pubblicitario e un'altra telecamera, da terra, coglie Giulio Ciccone. È dolorante, si tocca un muscolo della gamba.
Si toglie il casco, si alza, va verso l'ammiraglia, zoppica vistosamente, sembra che si ritiri. Lo aiutano a rimetterlo quel casco e, a fatica, risale sulla propria bicicletta. Diversi compagni di squadra lo attendono, lui si porta la testa fra le mani, poi si appoggia al manubrio. Passano pochi minuti e un messaggio da parte dell'addetto stampa Lidl-Trek, su un gruppo whatsapp dedicato ai giornalisti, avverte: «Appena avrò informazioni sulle condizioni di Giulio Ciccone lo scriverò qui. Non risponderò ad alcuna domanda sull'accaduto sino ad allora». La sensazione è che il suo Giro sia finito, almeno per quanto riguarda la classifica generale, per una stupida caduta, di quelle di cui è pieno il ciclismo.
Il Giro è passato da pochi chilometri da Cormons, la casa di Bruno Pizzul: in fuga ci sono Mirco Maestri, Kasper Asgreen e Martin Marcellusi. Anche Pizzul, che ha raccontato "il pallone", come dicevano i nonni, girava spesso in bicicletta, pure a Milano, prima di tornare nella sua terra, e non aveva la patente. Pare, lo racconta Marco Pastonesi, che la prima bici sia stata un regalo del padre, dopo una insufficienza in matematica e dopo essere stato mandato a letto senza cena dalla madre. L'altra era una bicicletta personalizzata, regalatagli a Bologna. La utilizzava, ma solo dopo aver fatto rimuovere il proprio nome per ritrosia. Pensa te. Forse sarebbe passato da queste parti, oggi, era già stato al Giro. “Ahi", disse Pizzul per raccontare un rigore sbagliato, a Napoli, contro l'Argentina. Non aggiunse altro. E, per certi momenti, basta un "ahi", perché di altro, in fondo, non siamo a conoscenza.
Asgreen direbbe che l'unico dovere di un ciclista è allenarsi, è sempre stato così e sempre così sarà, altre certezze non ci sono. Anzi, Asgreen questo l'ha proprio detto, non molto tempo dopo la vittoria al Fiandre, davanti a Mathieu van der Poel. Il resto succede. Fedele al dovere di un ciclista è andato in fuga in una tappa come quella di oggi che, proprio stamani, ci si chiedeva cosa avrebbe potuto dare se non la volata.
I fuggitivi, in giorni come questi, fanno come faceva Asgreen da ragazzino, quando si presentava agli allenamenti anche nei giorni in cui, a causa degli inverni rigidi danesi, i più giovani erano esonerati dall'allenarsi. Pedalavano solo gli adulti. E lui stava lì e pedalava con gli adulti. A ben pensarci, pure i ciclisti potrebbero essere "esonerati dalla fuga" in giornate in cui la fuga non arriva quasi mai. Invece ci vanno. Perché sono "matti", nel senso buono del termine. e perché certezze non ci sono.
Quando allunga su Maestri e Marcellusi, sotto pelle arriva la sensazione che non lo riprenderanno. È un osso duro, un cagnaccio. Per questo vince a Nova Gorica, terra di confine, dove di qui si è in Italia, di lì si è in Slovenia. Arrivano tutti qui, anche Giulio Ciccone, assieme a buona parte della squadra, zoppica ancora come smette di pedalare e prova a camminare. Andrà in ospedale per dei controlli. Altro, mentre scriviamo, ancora non sappiamo. Senza certezze, è l'unica cosa che realmente conosciamo del ciclismo. Si può sperare in una fuga o pensare ad una caduta, ma questo resta. Intanto non piove.
Palladiano Pedersen
Se il "palladianesimo" avesse un proprio corrispondente nel ciclismo, definiremmo, senza dubbio, "palladiano" Mads Pedersen. Le biciclette, invece, non conoscono il "palladianesimo", l'arte però sì, allora Mads Pedersen è palladiano quando, verso il Santuario di Monte Berico, sceglie il momento, si alza sui pedali, mani basse sul manubrio, fa a pezzi l'asfalto e anche l'illusione di chi crede di potergli prendere la ruota, seguirla come un segugio sente e segue la preda, magari, spuntare all'ultimo, verso la striscia bianca e superarlo. Pazienza se chi ha creduto a quell'illusione è Wout van Aert, ora piegato sulla propria bici, mentre la mano di Isaac Del Toro ne cerca la schiena, a dire: «Ti capisco».
Il Santuario di Monte Berico, lassù, in fondo ad una strada che sale lentamente e velenosamente, ha visto tutto, a scena aperta. Non vale lo stesso discorso per la gente che, qui, si è posizionata ovunque e osserva la scena tra le braccia alzate del vicino, tra le mani agitate, tra le dita aperte e richiuse, persino cercando l'immagine tra qualche ciuffo di capelli, soffiato per aria dal vento.
Essere palladiano, per un ciclista, vuol dire esercitare la sintonia con il luogo in cui si corre, come le ville del Palladio erano realizzate facendo attenzione all'ubicazione, al paesaggio attorno. Un ciclista deve essere palladiano, più lo è e meglio è. Anzi, deve reinventarsi palladiano ogni giorno, perché un ciclista altro non è che un uomo in transito. Il poker di Mads Pedersen a questo Giro d'Italia è un trattato di palladianesimo puro: Tirana, Valona, Matera e oggi Vicenza. L'ultimo disegno è una volata che pareva non finire mai, perché si parlava di tappa per velocisti resistenti, ma l'atto di resistenza in quello sprint si può solo guardare: il corpo scosso, il fiato che pare sentirsi, le biciclette che oscillano a destra e sinistra, così la testa e la pedalata finale che è solo pace, senza nemmeno le braccia levate. L'assedio è finito, si torna a respirare: la strada, dietro l'angolo, spiana.
Non solo per questo Mads Pedersen è palladiano. Ci torna in mente un'immagine di qualche giorno fa: al termine del proprio lavoro, Pedersen si sposta, si staccherà. Il gruppo, però si apre, gli fa spazio, lui si sfila dal centro, non da da destra o da sinistra. Qualcuno lo guarda, forse, fuori dalle telecamere, gli avranno anche fatto i complimenti, anzi certamente, perché Mads Pedersen, in questo Giro, ha fatto tutto ciò che un ciclista può fare in sella, ha esplorato ogni possibilità: ha vinto, ha lavorato per i compagni, ha avuto problemi meccanici ed è stato costretto ad inseguire, ha rotto i cambi, poco prima di vincere.
È accaduto oggi, quando Mathias Vacek ha attaccato con Romain Bardet e lui era nelle prime posizioni del gruppo. La disponibilità è palladiana, la gratitudine è palladiana e, se non lo è, certamente è umana e Pedersen ha un senso di gratitudine per il lavoro altrui che è almeno pari alla potenza che sviluppa quando parte e van Aert lo vede con la coda dell'occhio. La sua ricerca è, in questo senso, anche tesa alla volontà di una restituzione. Per questo è multiforme e sembra essere ovunque. E l'arte è restituzione.
Goethe, osservando le opere del Palladio, sosteneva fossero simili all'esercizio del poeta che dalla realtà e dalla finzione, trae una terza possibilità, affascinante in egual modo. Per il ciclismo questo discorso non può essere identico, perché la finzione non è data. Ma è dato il ciclista. Un ciclista come Pedersen è palladiano perché attraverso le proprie caratteristiche ed il circostante, il bisogno, la necessità o il sogno, mette su strada, ogni giorno, qualcosa di diverso, ugualmente affascinante, da qualunque prospettiva. Fosse anche una fessura, nel caos di mille e più mani che si muovono e indicano e cercano, a volata lanciata.
Quel che scontato non è
Chiunque si presentasse da un produttore cinematografico e sottoponesse l'idea, magari già il copione, di un film sul ciclismo con una sola tappa e completamente piatta, almeno da un certo punto in poi, tre uomini all'attacco ed il gruppo a braccarli e riprenderli, per giocarsi una volata, non riceverebbe senza dubbio un applauso. Non un premio per l'originalità. Forse, di fronte a un produttore dai modi spicci, sentirebbe qualche frase non propriamente gentile.
Qualcuno potrebbe persino sbadigliare o mimare uno sbadiglio: «Ma è scontato, per favore. Banale e scontato». Lorenzo Fortunato, che non è regista e nemmeno produttore, si è perso in un lungo sbadiglio alla partenza di stamani e basterebbe questo primo piano per non mettere in scena un film simile. Perché, sì, è scontato. Nemmeno nei nomi di quella fuga ci sarebbe fantasia: Andrea Pietrobon, Manuele Tarozzi e Giosuè Epis: «Non lo sente? Sono nomi da fugaioli, come si può sorprendere il pubblico? Tarozzi potrebbe essere il ciclista con più chilometri in fuga al mondo nel 2024, magari più di 1900. Perché non dovrebbe andare in fuga? Scontato che ci vada». L'abbiamo pensato tutti, anche senza essere in questa stanza immaginaria, tra fogli disordinati, molte sigarette spente e una nube di fumo nell'aria, dove avviene un colloquio che non esisterà mai: è tutto così scontato da Modena a Viadana.
Eppure, di fronte al più scocciatore degli autori, dopo tante telefonate rifiutate e altrettanti «chiami settimana prossima», quel produttore si troverebbe a leggere il copione. Particolare la storia di questo Andrea Pietrobon, per esempio, che, dopo una brutta caduta anni prima, fa giorni e giorni senza nemmeno pensare alla bicicletta e, ad un giornalista che gli telefona, dice: "Cosa vuoi? La bicicletta è ben piccola cosa rispetto alla vita". Ma nel copione è scritto che in bicicletta continua ad andare e, da quella caduta, attacca più di prima. Il giorno della tappa tra Modena e Viadana è l'unico ad insistere, quando, a quaranta chilometri dall'arrivo, il plotone è a pochi metri.
C'è un circuito e una campana che suona l'ultimo giro di una tappa scontata, lui all'attacco e il gruppo davvero vicino. C'è una linea del traguardo che, per ora, è solo una linea, perché l'arrivo è fra più venti chilometri. La campana suona e il gruppo pare rallentare per consentirgli di passare in testa, almeno questa volta, per quel che vale. Lo ingloberà senza pietà, ma questo non è per nulla scontato. Su quei fogli è scritto: «E un vagabondo sa che deve andare avanti». Che è una citazione di una canzone ma anche la storia di un ciclista.
Non ne siamo convinti, ma potrebbe essere scontato che ci sia gente per strada, tra Modena e Viadana. Non è scontato che Gaetano «accordi i suoi pianoforti sulla colline di Baiso e abbia infiocchettato la sua casa» per il passaggio del Giro. Ci sono un paio di foto di Michele Pelacci, sul suo profilo X, per chi non ci credesse, perché è vero. Forse sono scontate tante biciclette sui tornanti delle grandi vette, non lo sono sulle piccole salite di una tappa "scontata". Urlare Vaček, al suo passaggio, potrebbe essere scontato, non lo è pedalare per due tappe consecutive con una bandiera con il suo nome appesa alla bicicletta, al vento.
Scontato potrebbe essere un ciclista che passa da casa, o lì vicino, non è scontato un ragazzo che fa la trenata di Edoardo Affini e ai microfoni dice che, tutto sommato, avrebbe anche potuto fare meglio, per la perfezione, «proprio vicino a casa». Scontata è una volata al termine di una giornata così, non è scontata la vittoria di Olav Koij, per il modo, che è sempre quello a fare la differenza.
Non sappiamo se quel produttore deciderà di girare o no quel film, forse no, forse sì, e non è detto che daremo un finale a questa storia che è anche scontata, certo. Ma anche no.
Foto: Poci's Pix
Sentirsi un re
L'ultima volta che il Giro d'Italia ha scalato il San Pellegrino in Alpe era un lunedì, il 22 maggio 2000, per la precisione. Su quella salita aveva fatto il matto Francesco Casagrande e, in vista della vetta era anche rimasto solo, in testa, vincendo, poi, all'Abetone. Quella salita non gli fece male come una cronometro a Sestriere, circa dieci giorni dopo, tanto nelle gambe, quanto nella mente e chissà dove altro, certamente dove fanno male le delusioni: il Giro d'Italia lo perse lì e lo vinse Stefano Garzelli.
In quel lunedì, in cui ancora Adriano Dezan elencava i nomi della fuga, come quelli del gruppo e degli ordini d'arrivo, con quel "poi, poi, poi", che potrebbe apparire una cantilena ma, con quella sua voce modellata dagli anni, aveva un che di musicale, la telecamera indugiava più volte su Victor Hugo Pena, dorsale 199, della Vitalicio Seguros, che cercava la fuga.
La sua storia l'avremmo scoperta qualche giorno dopo, quando la stessa televisione lo raccontò sulla spiaggia di Bibione, prima di una cronometro, a fissare il mare e a pensare alla Colombia, al suo paese dove una bicicletta rendeva simili a re e regine. Victor Hugo Pena, che vinse quella cronometro, voleva tornare a casa e spiegare la storia del Giro d'Italia ai bambini della sua città.
Una televisione simile, seppur senza il vecchio tubo catodico, questo pomeriggio, nell'undicesima frazione del Giro d'Italia, da Viareggio a Castelnovo ne' Monti, porta nelle case la voce di Stefano Rizzato che, in motocronaca, racconta dello striscione di un bambino, scritto su un cartone per imballaggi: "Tra qualche anno, vi stacco tutti". Il mare è lontano, ma, alla fine, nemmeno così tanto, se pensiamo a quali distanze possono separare, cose, persone, ciclisti.
E in fuga ci si va, come venticinque anni fa e come sempre, per fare qualcosa di grande, che si possa raccontare. Lorenzo Fortunato attacca e guarda la vetta: è il primo a transitare in cime al San Pellegrino e, in fondo, la fuga se ne va anche grazie a lui che è in caccia di altri punti per quella maglia azzurra. C'è la gamba e c'è la dedizione. La sua casa natale è a San Lazzaro di Savena, dietro le colline bolognesi, da quelle parti c'è anche la campagna attorno alla casa dei nonni, laddove ha scoperto la fatica. Quella del padre, ad esempio, che ha iniziato a lavorare al termine delle scuole medie per portarsi a casa la pagnotta.
Non gli fa paura soffrire in bici, ha paura di deludere i suoi genitori, quello sì, ed il dolore vero, ci ha sempre detto, non sta su una bicicletta. Tuttavia, ad un certo punto, si aspettava anche lui di andare all'arrivo, invece no. Perché il gruppo ha fatto la propria scelta ed ha accelerato. È stato il primo dei cinque fuggitivi di giornata, Poels, Quintana, Bilbao, Plapp, oltre a lui, ad essere inglobato dal plotone e lo scatto di Richard Carapaz non l'ha visto o, se l'ha intuito, l'ha intuito da dietro. Gli altri quattro, invece, se lo sono visti partire in faccia, mentre cercavano di resistere, andando verso Pietra di Bismantova, a poco meno di dieci chilometri dal traguardo.
Spacca l'attimo quando scatta la Locomotora del Carchi. Nel senso che lo fraziona e riesce a coglierne la particella migliore. Non c'è da stupirsi che sia arrivato e abbia vinto. Non l'avrebbe tenuto lontano da quell'arrivo nemmeno "el Pavo Guardian", il tacchino che sembra sorvegliasse la sua casa, sferrando attacchi poco piacevoli. Aveva vinto il Giro del 2019 Carapaz e, a Verona, in centro, l'ultimo giorno, ricordiamo tavole apparecchiate con la bandiera dell'Ecuador stesa lì vicino e ragazze e ragazzi con un sorriso che più denti non poteva avere. Ha dedicato la vittoria alla sua famiglia, mentre sullo sfondo sfumava quella pietra gigantesca e dalla strana forma. Di là c'è il cielo, a cui guarda chi è distante, come al mare, e fra poco "la Chioccetta per l'aia azzurra andrà, con il suo pigolio di stelle". Lo diceva Pascoli, dal cui paese oggi il Giro è passato.
Foto: Poci's Pix
A Pisa piove e Hoole è felice
Il cuore impazzito di Daan Hoole, seduto sulla hot seat con il miglior tempo provvisorio, batteva a mille, mentre le gambe di Joshua Tarling spingevano il rapportone, negli ultimi metri della cronometro da Lucca a Pisa. Qualcuno ha scritto che Pisa pare una solitudine e noi non siamo così d'accordo ma, oggi, verso Piazza dei Miracoli, sono tutti soli. Daan Hoole, per esserlo un poco meno, ha videochiamato Simone Consonni e Jonathan Milan, a Sierra Nevada. Il lungagnone Hoole, ben 198 centimetri, precede Tarling e inizia a vincere proprio in quel momento. Ma non è abituato a vincere, Hoole: ventisei anni, olandese di Zuidland, prima di questa undicesima tappa del Giro d'Italia 2025, oltre al titolo nazionale contro il tempo, aveva vinto solamente l'edizione del 2021 della Corsa della Pace, a Rimini, che ha un nome bellissimo ma il Giro è un'altra cosa.
Hoole vorrebbe fare un viaggio a New York City e avere la capacità di soffrire di Bauke Mollema, non sappiamo se andrà mai a New York, ma certamente su quella sedia ha sofferto per più di due ore, seppur per una buona causa, la felicità, e a Mollema potrà parlarne. La cronometro l'ha vinta e l'addetto stampa di Lidl-Trek, che aspettava accanto a quella sedia, ha pure cercato di sollevarlo da terra, tanto era la contentezza. Ci è riuscito e sollevare Hoole da terra non è senz'altro semplice, gigante qual è. Erano le 17:16 e a Pisa pioveva che l'acqua sembrava dare pugni, proprio in un giorno di primavera in cui Nino Benvenuti se n'è andato via.
Pioverà o non pioverà? E, se non piove ancora, quando pioverà? Accanto alle mura di Lucca corre la velocità dei ciclisti e la Torre di Pisa, che «’un lo vede come pende?», è sempre retta dai turisti con la consueta foto che, per quanto banale, pare irrinunciabile. Alla fine, piove e piove bene, ma diversi corridori, prima, si salvano dal lucido delle strade bagnate. Anche al mattino, durante la ricognizione, aveva piovuto e Primož Roglič era scivolato, in ricognizione, già incerottato dalle ferite alla polvere di domenica. Si teme il peggio ed il peggio non arriva perché Roglič se la cava alla grande: è il primo degli uomini di classifica e scala cinque posizioni in classifica generale.
Juan Ayuso brucia, nonostante sia zeppo d'acqua da ogni parte, e recupera poco meno di cinquanta secondi a Isaac Del Toro che, al traguardo, sbaglia anche ad indossare la maglia bianca. Sarà l'emozione, sarà la giornata e forse sarà anche un pizzico di malinconia che ispira anche se è felice. Fa bene Antonio Tiberi, meno bene Giulio Ciccone e Egan Bernal, quest'ultimo, non inquadrato, è anche caduto, ha un segno sul ginocchio, mentre attende sotto l'acqua e, probabilmente, ha anche freddo.
A Lucca, come in chissà quante altre città d'Italia, si raccontano storie su molti poveri Diavoli che avrebbero provato a fermare il tempo o chissà cos'altro in cambio di un qualche dono. Quei poveri Diavoli non esistono e non sono mai esistiti ed il tempo se ne va anche per i ciclisti che corrono a tutta e si dice lo "fermino" appena tagliano il traguardo.
Piove ancora, più forte di prima, e, nel maggio che riporta il Pisa serie A, trentacinque anni dopo, pure con gli ombrelli aperti, la gente fa di tutto per sostenere quella povera torre che il terreno ha imparato a sostenere da solo e, seppur sbilenca, regge e fa guardare per aria. E pensare che Gianni Rodari sosteneva che gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso belli e guardava la Torre di Pisa per convincersene. In questo maggio piovoso, Piazza dei Miracoli, inquadrata da una telecamera posta sull'elicottero, è sfocata dall'acqua che scivola sul vetro, le cronometro non sono poi tanto noiose come si dice e Daan Hoole, con un sorriso che fa rumore, è stato appena posato a terra dal suo addetto stampa che chissà come ha fatto a sollevarlo, alto com'è
Wout van Aert, dietro la curva e oltre la polvere
Le mani, lentamente, disvelano il volto e lì sopra, sulla pelle, tenuto assieme dal sudore, c'è il bollo della polvere. Quell'uomo, nella polvere, è tornato a riveder le stelle e ora ha gli occhi chiusi, mentre i muscoli del viso suggeriscono un pianto che non vuole arrivare. Wout van Aert ha conquistato la nona tappa del Giro d'Italia, ha abbracciato il caos e, a Siena, in piazza del Campo, si è buttato a terra, a riprendere fiato. Mentre, a pochi metri, un ragazzo di ventuno anni, dal Messico, sta in silenzio, incredulo: ha fatto il pazzo per tutta la tappa, non l'ha vinta, ma, tra poco, indosserà la sua prima maglia rosa. Sarà la prima volta per il Messico, al Giro. È Isaac Del Toro.
Aveva smesso per la povertà che affligge il suo paese, per stare accanto alla madre ed aiutarla, ma in bicicletta è sempre stato veloce e, un giorno, da quella madre è tornato: "Diventerò un ciclista, andrò a correre in Europa e cambieremo questa situazione, mamma". Dall'ultima curva sono spuntati loro due, dopo che sulla salita di Santa Caterina sussultavano, ballavano, si tenevano e spingevano persino con la testa, finanche con i denti. Sono spuntati loro due e van Aert è passato davanti. Primo. Si rivede l'Orsa Maggiore.
Nel ciclismo, in fondo, si aspetta qualcuno che spunti, che appaia all'improvviso e riporti la meraviglia, lo stupore delle prime apparizioni di quel che ancora non si conosce. Si può spuntare da dietro una curva o dalla polvere fumante di una strada sterrata, fa poca differenza. Si può spuntare da un altro paese, da un altro mondo per cercare di cambiare le cose. I cinque settori di sterrato, da Gubbio a Siena, hanno concesso più volte questa possibilità, in un rimescolarsi da girone dell'Inferno dantesco di possibilità e strategie. Fino a mandare a quel paese le seconde e a prendersi l'anarchia.
Del Toro che tira davanti, con van Aert a ruota, mentre Ayuso è nel gruppo inseguitore. Se ne parlerà e se ne sta già parlando, tuttavia questo disordine incontrollato ed incontrollabile va a nozze con la parte irrazionale di ciascun essere umano. In questo disordine si riconoscono tutti e tutti si bloccano, vorrebbero non finisse, pur se soffrono e non sanno cosa sperare. Per questo anche chi è rimasto solo ad osservare pare quasi stanco, perché, in qualche modo, ha partecipato. Resta qualcosa in sospeso che fa già pensare a martedì, perché domani il Giro riposa e mentre le ferite si curano, i pensieri fermentano.
Diego Ulissi rallenta le ultime pedalate in maglia rosa, guarda la gente ad aspettare. Ha vissuto una giornata così e non gliela toglie nessuno. Primoz Roglič è caduto, gli è franato davanti Hamilton, e non ha potuto fare altro perché non dipende solo da te, anzi, spesso non dipende per nulla da te, in quel gruppo ed in quella polvere. Nel caos ci si finisce anche così e nessuna analisi può uscirne senza questa considerazione. Ha avuto anche un problema meccanico, Roglič, una foratura probabilmente, e si è trovato ad inseguire. Accanto a lui Giulio Pellizzari che del disordine é la via di fuga, della polvere l’acqua che la mette quieta a terra. Allo stesso modo è caduto Storer e sicuramente buona parte del gruppo ha passato qualcosa di simile, pur se le telecamere non l'hanno colta. Sembra assurdo, ma in giorni come questi crediamo di aver visto tutto e non abbiamo visto quasi nulla. Crediamo di sapere tutto e ne sappiamo ben poco. Siamo dietro la curva, oltre la polvere.
Egan Bernal era davanti, è stato davanti per buona parte della tappa, poi, all'ennesima accelerazione di Del Toro è parso spegnersi. Ha guardato la telecamera, aveva un ghigno, stava soffrendo, come tutti, oggi e non solo, ma in fondo a quella fatica sembra di poter vedere qualcosa di simile ad un sollievo. Perché non è mai un caso, ma una volta potrebbe anche esserlo, due no e, oggi, Bernal è stato davanti, come ai vecchi tempi, che tanto vecchi non sono e c'è ancora Giro. Il disordine che si vede dall'esterno è soltanto una parte, forse persino quella meno rilevante, perché, alla fine, le strade bianche sono strade e come tutte le strade hanno un inizio e una fine, una curva da cui spuntare e tornare a respirare, un asfalto freddo su cui lasciarsi andare dopo la povere che acceca.
Nelle persone e quindi nei ciclisti può esistere un caos indomabile che racchiuso in un corpo perfetto e perfettamente ordinato sembra quasi ordine. Wout van Aert può ben capire questa storia, lui che è tornato laddove era nato e il primo pensiero lo ha dedicato alla famiglia “grazie a cui è ancora un ciclista”.









