Il cuore impazzito di Daan Hoole, seduto sulla hot seat con il miglior tempo provvisorio, batteva a mille, mentre le gambe di Joshua Tarling spingevano il rapportone, negli ultimi metri della cronometro da Lucca a Pisa. Qualcuno ha scritto che Pisa pare una solitudine e noi non siamo così d’accordo ma, oggi, verso Piazza dei Miracoli, sono tutti soli. Daan Hoole, per esserlo un poco meno, ha videochiamato Simone Consonni e Jonathan Milan, a Sierra Nevada. Il lungagnone Hoole, ben 198 centimetri, precede Tarling e inizia a vincere proprio in quel momento. Ma non è abituato a vincere, Hoole: ventisei anni, olandese di Zuidland, prima di questa undicesima tappa del Giro d’Italia 2025, oltre al titolo nazionale contro il tempo, aveva vinto solamente l’edizione del 2021 della Corsa della Pace, a Rimini, che ha un nome bellissimo ma il Giro è un’altra cosa.

Hoole vorrebbe fare un viaggio a New York City e avere la capacità di soffrire di Bauke Mollema, non sappiamo se andrà mai a New York, ma certamente su quella sedia ha sofferto per più di due ore, seppur per una buona causa, la felicità, e a Mollema potrà parlarne. La cronometro l’ha vinta e l’addetto stampa di Lidl-Trek, che aspettava accanto a quella sedia, ha pure cercato di sollevarlo da terra, tanto era la contentezza. Ci è riuscito e sollevare Hoole da terra non è senz’altro semplice, gigante qual è. Erano le 17:16 e a Pisa pioveva che l’acqua sembrava dare pugni, proprio in un giorno di primavera in cui Nino Benvenuti se n’è andato via.

Pioverà o non pioverà? E, se non piove ancora, quando pioverà? Accanto alle mura di Lucca corre la velocità dei ciclisti e la Torre di Pisa, che «’un lo vede come pende?», è sempre retta dai turisti con la consueta foto che, per quanto banale, pare irrinunciabile. Alla fine, piove e piove bene, ma diversi corridori, prima, si salvano dal lucido delle strade bagnate. Anche al mattino, durante la ricognizione, aveva piovuto e Primož Roglič era scivolato, in ricognizione, già incerottato dalle ferite alla polvere di domenica. Si teme il peggio ed il peggio non arriva perché Roglič se la cava alla grande: è il primo degli uomini di classifica e scala cinque posizioni in classifica generale.

Juan Ayuso brucia, nonostante sia zeppo d’acqua da ogni parte, e recupera poco meno di cinquanta secondi a Isaac Del Toro che, al traguardo, sbaglia anche ad indossare la maglia bianca. Sarà l’emozione, sarà la giornata e forse sarà anche un pizzico di malinconia che ispira anche se è felice. Fa bene Antonio Tiberi, meno bene Giulio Ciccone e Egan Bernal, quest’ultimo, non inquadrato, è anche caduto, ha un segno sul ginocchio, mentre attende sotto l’acqua e, probabilmente, ha anche freddo.

A Lucca, come in chissà quante altre città d’Italia, si raccontano storie su molti poveri Diavoli che avrebbero provato a fermare il tempo o chissà cos’altro in cambio di un qualche dono. Quei poveri Diavoli non esistono e non sono mai esistiti ed il tempo se ne va anche per i ciclisti che corrono a tutta e si dice lo “fermino” appena tagliano il traguardo.

Piove ancora, più forte di prima, e, nel maggio che riporta il Pisa serie A, trentacinque anni dopo, pure con gli ombrelli aperti, la gente fa di tutto per sostenere quella povera torre che il terreno ha imparato a sostenere da solo e, seppur sbilenca, regge e fa guardare per aria. E pensare che Gianni Rodari sosteneva che gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso belli e guardava la Torre di Pisa per convincersene. In questo maggio piovoso, Piazza dei Miracoli, inquadrata da una telecamera posta sull’elicottero, è sfocata dall’acqua che scivola sul vetro, le cronometro non sono poi tanto noiose come si dice e Daan Hoole, con un sorriso che fa rumore, è stato appena posato a terra dal suo addetto stampa che chissà come ha fatto a sollevarlo, alto com’è

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