Se il “palladianesimo” avesse un proprio corrispondente nel ciclismo, definiremmo, senza dubbio, “palladiano” Mads Pedersen. Le biciclette, invece, non conoscono il “palladianesimo”, l’arte però sì, allora Mads Pedersen è palladiano quando, verso il Santuario di Monte Berico, sceglie il momento, si alza sui pedali, mani basse sul manubrio, fa a pezzi l’asfalto e anche l’illusione di chi crede di potergli prendere la ruota, seguirla come un segugio sente e segue la preda, magari, spuntare all’ultimo, verso la striscia bianca e superarlo. Pazienza se chi ha creduto a quell’illusione è Wout van Aert, ora piegato sulla propria bici, mentre la mano di Isaac Del Toro ne cerca la schiena, a dire: «Ti capisco».

Il Santuario di Monte Berico, lassù, in fondo ad una strada che sale lentamente e velenosamente, ha visto tutto, a scena aperta. Non vale lo stesso discorso per la gente che, qui, si è posizionata ovunque e osserva la scena tra le braccia alzate del vicino, tra le mani agitate, tra le dita aperte e richiuse, persino cercando l’immagine tra qualche ciuffo di capelli, soffiato per aria dal vento.

Essere palladiano, per un ciclista, vuol dire esercitare la sintonia con il luogo in cui si corre, come le ville del Palladio erano realizzate facendo attenzione all’ubicazione, al paesaggio attorno. Un ciclista deve essere palladiano, più lo è e meglio è. Anzi, deve reinventarsi palladiano ogni giorno, perché un ciclista altro non è che un uomo in transito. Il poker di Mads Pedersen a questo Giro d’Italia è un trattato di palladianesimo puro: Tirana, Valona, Matera e oggi Vicenza. L’ultimo disegno è una volata che pareva non finire mai, perché si parlava di tappa per velocisti resistenti, ma l’atto di resistenza in quello sprint si può solo guardare: il corpo scosso, il fiato che pare sentirsi, le biciclette che oscillano a destra e sinistra, così la testa e la pedalata finale che è solo pace, senza nemmeno le braccia levate. L’assedio è finito, si torna a respirare: la strada, dietro l’angolo, spiana.

Non solo per questo Mads Pedersen è palladiano. Ci torna in mente un’immagine di qualche giorno fa: al termine del proprio lavoro, Pedersen si sposta, si staccherà. Il gruppo, però si apre, gli fa spazio, lui si sfila dal centro, non da da destra o da sinistra. Qualcuno lo guarda, forse, fuori dalle telecamere, gli avranno anche fatto i complimenti, anzi certamente, perché Mads Pedersen, in questo Giro, ha fatto tutto ciò che un ciclista può fare in sella, ha esplorato ogni possibilità: ha vinto, ha lavorato per i compagni, ha avuto problemi meccanici ed è stato costretto ad inseguire, ha rotto i cambi, poco prima di vincere.

È accaduto oggi, quando Mathias Vacek ha attaccato con Romain Bardet e lui era nelle prime posizioni del gruppo. La disponibilità è palladiana, la gratitudine è palladiana e, se non lo è, certamente è umana e Pedersen ha un senso di gratitudine per il lavoro altrui che è almeno pari alla potenza che sviluppa quando parte e van Aert lo vede con la coda dell’occhio. La sua ricerca è, in questo senso, anche tesa alla volontà di una restituzione. Per questo è multiforme e sembra essere ovunque. E l’arte è restituzione.

Goethe, osservando le opere del Palladio, sosteneva fossero simili all’esercizio del poeta che dalla realtà e dalla finzione, trae una terza possibilità, affascinante in egual modo. Per il ciclismo questo discorso non può essere identico, perché la finzione non è data. Ma è dato il ciclista. Un ciclista come Pedersen è palladiano perché attraverso le proprie caratteristiche ed il circostante, il bisogno, la necessità o il sogno, mette su strada, ogni giorno, qualcosa di diverso, ugualmente affascinante, da qualunque prospettiva. Fosse anche una fessura, nel caos di mille e più mani che si muovono e indicano e cercano, a volata lanciata.

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