L’ultima volta che il Giro d’Italia ha scalato il San Pellegrino in Alpe era un lunedì, il 22 maggio 2000, per la precisione. Su quella salita aveva fatto il matto Francesco Casagrande e, in vista della vetta era anche rimasto solo, in testa, vincendo, poi, all’Abetone. Quella salita non gli fece male come una cronometro a Sestriere, circa dieci giorni dopo, tanto nelle gambe, quanto nella mente e chissà dove altro, certamente dove fanno male le delusioni: il Giro d’Italia lo perse lì e lo vinse Stefano Garzelli.

In quel lunedì, in cui ancora Adriano Dezan elencava i nomi della fuga, come quelli del gruppo e degli ordini d’arrivo, con quel “poi, poi, poi”, che potrebbe apparire una cantilena ma, con quella sua voce modellata dagli anni, aveva un che di musicale, la telecamera indugiava più volte su Victor Hugo Pena, dorsale 199, della Vitalicio Seguros, che cercava la fuga.

La sua storia l’avremmo scoperta qualche giorno dopo, quando la stessa televisione lo raccontò sulla spiaggia di Bibione, prima di una cronometro, a fissare il mare e a pensare alla Colombia, al suo paese dove una bicicletta rendeva simili a re e regine. Victor Hugo Pena, che vinse quella cronometro, voleva tornare a casa e spiegare la storia del Giro d’Italia ai bambini della sua città.
Una televisione simile, seppur senza il vecchio tubo catodico, questo pomeriggio, nell’undicesima frazione del Giro d’Italia, da Viareggio a Castelnovo ne’ Monti, porta nelle case la voce di Stefano Rizzato che, in motocronaca, racconta dello striscione di un bambino, scritto su un cartone per imballaggi: “Tra qualche anno, vi stacco tutti”. Il mare è lontano, ma, alla fine, nemmeno così tanto, se pensiamo a quali distanze possono separare, cose, persone, ciclisti.

E in fuga ci si va, come venticinque anni fa e come sempre, per fare qualcosa di grande, che si possa raccontare. Lorenzo Fortunato attacca e guarda la vetta: è il primo a transitare in cime al San Pellegrino e, in fondo, la fuga se ne va anche grazie a lui che è in caccia di altri punti per quella maglia azzurra. C’è la gamba e c’è la dedizione. La sua casa natale è a San Lazzaro di Savena, dietro le colline bolognesi, da quelle parti c’è anche la campagna attorno alla casa dei nonni, laddove ha scoperto la fatica. Quella del padre, ad esempio, che ha iniziato a lavorare al termine delle scuole medie per portarsi a casa la pagnotta.

Non gli fa paura soffrire in bici, ha paura di deludere i suoi genitori, quello sì, ed il dolore vero, ci ha sempre detto, non sta su una bicicletta. Tuttavia, ad un certo punto, si aspettava anche lui di andare all’arrivo, invece no. Perché il gruppo ha fatto la propria scelta ed ha accelerato. È stato il primo dei cinque fuggitivi di giornata, Poels, Quintana, Bilbao, Plapp, oltre a lui, ad essere inglobato dal plotone e lo scatto di Richard Carapaz non l’ha visto o, se l’ha intuito, l’ha intuito da dietro. Gli altri quattro, invece, se lo sono visti partire in faccia, mentre cercavano di resistere, andando verso Pietra di Bismantova, a poco meno di dieci chilometri dal traguardo.

Spacca l’attimo quando scatta la Locomotora del Carchi. Nel senso che lo fraziona e riesce a coglierne la particella migliore. Non c’è da stupirsi che sia arrivato e abbia vinto. Non l’avrebbe tenuto lontano da quell’arrivo nemmeno “el Pavo Guardian”, il tacchino che sembra sorvegliasse la sua casa, sferrando attacchi poco piacevoli. Aveva vinto il Giro del 2019 Carapaz e, a Verona, in centro, l’ultimo giorno, ricordiamo tavole apparecchiate con la bandiera dell’Ecuador stesa lì vicino e ragazze e ragazzi con un sorriso che più denti non poteva avere. Ha dedicato la vittoria alla sua famiglia, mentre sullo sfondo sfumava quella pietra gigantesca e dalla strana forma. Di là c’è il cielo, a cui guarda chi è distante, come al mare, e fra poco “la Chioccetta per l’aia azzurra andrà, con il suo pigolio di stelle”. Lo diceva Pascoli, dal cui paese oggi il Giro è passato.

Foto: Poci’s Pix

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