Verrebbe da dire che, dopo giornate come quella di ieri, sono necessarie giornate come quella di oggi. Il seme dell’anarchia nel gruppo è stato piantato sulle strade di Nova Gorica ed ha bucato il terreno sulle strade di Asiago. L’anarchia è nata in gruppo il giorno successivo ad una caduta in una frazione che doveva essere di trasferimento: certo, il terreno la richiamava, ma, soprattutto, nessuno ha la certezza di arrivare all’ultima tappa, quando parte per il Giro d’Italia, allora meglio mettere da parte ogni briglia, ogni laccio ed ogni legge e innamorarsi del disordine. Da quel disordine è uscito Carlos Verona. Era qui per servire la causa di Giulio Ciccone, Verona, ma l’abruzzese non è ripartito e lui, dopo una giornata in fuga, è sbucato da solo da dietro una curva. È apparso come solo i ciclisti appaiono, che un attimo non ci sono e l’attimo dopo sono lì, è apparso, si è messo due mani sul volto, ha vinto. «È per te, Cicco», parole sue.
Il seme dell’anarchia non è figlio di una stagione, cresce anche verso le pendici del Monte Grappa, tra nuvole basse e una nebbia che inumidisce anche i pensieri, dove Filippo Fiorelli si arrampica, nella fuga, e Fiorelli è tutto tranne che uno scalatore. Il seme dell’anarchia non ha bisogno del vento per diffondersi, ma delle idee e, soprattutto, di un ciclista che dia l’inizio, l’abbrivio, e all’improvviso ci credono in due, in tre, in trenta. Nella quindicesima tappa del Giro d’Italia 2025 anche di più, perché abbiamo perso il conto di quanti ciclisti abbiano tentato l’attacco. Il seme dell’anarchia coltiva una rabbia che non distrugge e nemmeno ricostruisce, perché ha fatto pace con il passato, che tanto cambiare non si può. La rabbia dell’anarchia consente di andare avanti: per questo i primi uomini ad attaccare portano la maglia di Lidl-Trek, i “senza Ciccone”.
E, ancora, si nutre di passate paure, il seme dell’anarchia. Marco Frigo che scivola giù, in discesa, no, non cade, scivola nel senso di corre e lascia correre la strada che scende, laddove i ciclisti controllano la bicicletta, ma è la bicicletta a decidere, a imbizzarrirsi. Libera è la discesa, impossibile costringerla, per questo spaventa. Libera è anche la salita, impossibile spianarla, per questo fa paura.
Gli anarchici vanno via in salita o, almeno, ci provano, la domenica prima del giorno di riposo che porta una terza settimana durissima. Egan Bernal è il loro capo, dopo il forcing della Ineos, e pure lui in quanto a passate paure potrebbe parlare. Salite e discese, montagne, in poche parole. Anche loro anarchiche mentre l’uomo tenta di renderle più abitabili e spesso le distrugge. Anarchici sono coloro che aspettano i ciclisti, perché si fanno casa dov’è più scomodo, pure se il telefono non prende, fa freddo ed è dal mattino che si attende.
Anarchico é Gianmarco Garofoli che ha sofferto tanto, anarchico è Filippo Zana che si è stufato di aspettare e fugge dalla fuga. Anarchico è Isaac Del Toro per la facilità imbarazzante con cui fa tutto quel che fa: insegue, risponde agli attacchi, mette la mantellina, controlla, salta atleti. Anche il talento è anarchico, libero e rifiuta di farsi incastrare. Per questo destabilizza, sorprende, meraviglia.
La perfezione, forse, ha a che vedere con il disordine. Per il resto c’è la matematica. «È per te Cicco», dice Verona, e parla della squadra, di quanto un gregario si danni l’anima per i propri capitani, di quanto sia difficile essere “senza Ciccone”. Lo abbraccia Del Toro, che è di un’altra squadra, gli dice qualcosa all’orecchio Pedersen che è, come lui, un “senza Ciccone” e i giornalisti continuano a fargli domande. Resta lui, l’anarchico per rabbia e per amore Carlos Verona, che è appena arrivato al traguardo e ha visto ad aspettarlo le sue due bambine, le sue figlie, e la sua compagna. Quella bicicletta deve essere sembrata così grande che hanno creduto di poterci stare in quattro, abbracciati, tanto erano felici e ce l’hanno fatta.