Il Giro sta finendo e un altro maggio se ne va, grandi già lo siamo e di molte storie conosciamo già il finale, tanto che abbiamo anche smesso di leggerle, eppure, in un mercoledì pomeriggio come questo, siamo rimasti in silenzio a guardare Isaac Del Toro, in maglia rosa, che si inchinava sul traguardo di Bormio e, con urlo prolungato, mandava al diavolo chissà quali spettri. Ci siamo ricordati quanto sia spettacolare non sapere il finale e faticare anche solo ad immaginarlo, dopo l’anno scorso in cui, per quanto ci siamo divertiti, sembrava già tutto scritto.
A Roma mancano solo quattro giorni e venerdì saranno esattamente tre settimane dall’inizio di tutto questo, ma i dubbi sono più delle certezze e basta un nulla per stravolgere il libro e la storia che narra. Solo ieri scrivevamo di Isaac Del Toro alle prese con la prima crisi di questo Giro d’Italia, ne cercavamo i motivi, studiavamo i risvolti per concludere che, a ventuno anni, in fondo, va bene così e ci appellavamo al talento, parola che forse si usa anche troppo e talvolta a sproposito, ma nulla è comune quanto le parole e nulla è raro quanto il significato. C’è un “daimon” in Isaac Del Toro, una sorta di energia che plasma e trasforma. Un demone che brucia, mentre l’urlo squarcia: “Voglio essere sempre così”.
Del Toro vuole essere sempre quello di un attacco che non lascia scampo nell’ultimo chilometro, mollando sul posto Romain Bardet e la locomotiva Richard Carapaz. Era il giorno del Mortirolo, da Monno, non da Mazzo di Valtellina, ma quel pugnale sacrificale, per citare Gregori, non taglia così tanto oggi. Almeno non questi tre, certamente non Giulio Pellizzari che tira fuori la personalità di un “vecchio” del gruppo e alza il ritmo. Che tira fuori la personalità di un saggio del gruppo e non risponde subito all’attacco di Carapaz, lascia maturare i muscoli come matura un pensiero e torna sotto.
Isaac Del Toro è dietro in quel momento, per qualche istante, anzi, sembra pure perdere contatto con il gruppo dei migliori. In realtà, rientra con rara facilità e, forse, fa solo credere agli altri di non stare troppo bene, di poterlo affondare ora che il Giro sta finendo e molti verdetti non ammettono cassazione. Ieri, dopo l’uscita di scena di Ayuso ed il ritiro di Roglič, i due si erano “battuti il pugno”, quasi un passaggio di consegna, un guanto di sfida. Forse Del Toro si gestisce solamente e rientra. Si prepara lui stesso a bruciare le polveri, come brucia l’energia che lo contraddistingue, mentre guida la bicicletta che pare poterle chiedere qualunque cosa.
Nel pomeriggio che si consuma, Del Toro parla di sofferenza. Usa spesso questo termine e lo impasta di spagnolo. Lo ripete. Non racconta tutto come se fosse facile, anche se, a guardarlo, pare facilissimo in certi momenti. Del resto un “daimon” è pur sempre un demone, un’energia, non è un robot, non è ferro, non è maschera. Ancor più mentre il Giro sta finendo e non ne sappiamo ancora nulla di certo. Non è maschera nemmeno Bardet che fa una discesa strepitosa e torna ad attaccare nel finale, chiuderà secondo. Ieri, a circa otto chilometri dall’arrivo, ha visto un cartello: “Merci Romain”: ha rallentato per ringraziare quei ragazzi che l’avevano scritto. Per Bardet il concetto di Giro che finisce è più ampio, perché dopo il Giro finirà anche la carriera.
Non ha fretta di scoprire cosa c’è dietro l’angolo, Bardet, perché ha imparato a godersi la bicicletta, dopo tanti anni e tante estati che sono finite. Il Giro sta finendo, ieri sembrava più Carapaz, oggi sembra più Del Toro e non sapere come finirà è il motivo per cui continuiamo a pensare a venerdì, a sabato. Come se domani fosse un passaggio e come se domenica fosse solo una passerella. Senza dubbio è vero, domani è un passaggio e domenica è una passerella, come è vero che noi non siamo ancora così saggi da non voler sbirciare il finale delle storie nei libri. Sarà pure questo un “daimon”, un’energia a cui non si riesce a resistere, ma questa volta che non possiamo proprio farlo e che ogni previsione pare destinata ad andare in fumo… beh questa volta abbiamo la mente che galoppa. Altrochè una bicicletta.