Mentre il vento soffia accanto alla finestra vicina alla nostra scrivania, stasera vorremmo solo scrivere una lettera alla fuga e non importa se nessuno ci spedirà mai la risposta perché certe lettere si scrivono soprattutto perché l’altra o l’altro sappia . Non nascondiamocelo e scriviamone di più. “Bello di fama e di sventura, baciò la sua petrosa Itaca Ulisse” scriveva Ugo Foscolo a Zacinto. Alla fuga noi vorremmo scrivere le stesse parole e parlare di un uomo in carne ed ossa che non ha baciato una terra, ma ha urlato dopo una fuga e l’attesa. E anche un urlo può assomigliare ad un bacio. Anche un urlo può essere felicità. Quello di Ulissi lo è, come lo era quel bacio di Ulisse nei pensieri di Foscolo.

Ma questa lettera inizia così perché c’è di più.
Diego Ulissi ha viaggiato molto ed è stato difficile sentire la mancanza “dell’uscio di casa”, poi un 17 maggio, in barba alla superstizione, lontano da casa, ma non troppo, ha conquistato per la prima volta in carriera la maglia rosa, a trentacinque anni suonati. Quella sì l’ha baciata e c’è una logica, perché la maglia è la casa di un ciclista, con le tasche per le provviste, piccole e strette, ed un numero, l’indirizzo. Si è voltato a guardare quanto fosse distante quella casa, appena tagliato il traguardo, ed è stato in silenzio.

La petrosa Itaca di Ulissi è qui o, forse, nei pomeriggi con i nonni a guardare il Giro d’Italia. Per questo piange e lo capiamo, perché tutti abbiamo guardato il Giro assieme a qualcuno e ora che i tempi sono cambiati ci manca ed il Giro ce lo ricorda. Itaca è sua figlia Lia che, quando ha sofferto di miocardite, gli chiedeva: “Papà, perché non corri più?”. E lui ha voluto dirle la verità perché ai bambini si racconta la verità, oppure non si è alla loro altezza.

E Lia questo pomeriggio ha avuto la certezza che suo padre corre ancora e fugge dal gruppo per la propria terra promessa. Per la propria meta, anche se non parliamo di rugby. Ma la fuga di un ciclista è cercare una meta, sognarla, non per paura ma per coraggio. La fuga é visione, talvolta antidoto, medicina.

Per il ginocchio malandato di Bardet dopo la caduta di ieri, per la lunga ricerca dell’io di Wout van Aert, che ci ha provato, per Luke Plapp che a meta è arrivato. Era caduto nella cronometro di Tirana, Plapp, forse non si era fatto particolarmente male fisicamente, ma certamente era rimasto scosso. Si controllava il corpo e rallentava, cercava qualcosa e si cercava. Ha tante ferite Plapp e alcune sono proprio derivate da una cronometro, quella dell’Olimpiade a Parigi su tutte. Ha tante ferite e per questo fugge, scappa per ritrovarsi, per non ascoltare le sirene nella sua personale Odissea. E va bene così, anzi benissimo visto com’è finita, a braccia alzate e incredulità sparsa ovunque.

Stiamo riordinando i pensieri e abbiamo preso appunti per non scordare nulla di tutto ciò che vogliamo che una fuga, una qualunque, sappia: che nonostante la sua veneranda età è sempre più bella, che dovrebbe insegnare anche a chi non è ciclista una fuga simile, che faccia sentire meglio e curi, che faccia sentire ragazzino un uomo con una barba ruvida come fa sentire ragazzino un ciclista esperto, come meraviglia un ragazzo in maglia blu, che si passa le mani fra i capelli, accanto ad Ulissi appena giunto ad Itaca. Lorenzo Fortunato, parliamo di lui. Abbiamo preso appunti e il foglio è pieno, mentre la televisione mostra Diego Ulissi in maglia rosa. Continueremo a guardare e a scrivere. Voi, se potete, se volete, fate altrettanto.

Foto: Poci’s Pix

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