Sulle strade di Tirana, chi incontra e si scontra con il Giro, talvolta, pare non aspettarselo. Tuttavia, dopo aver scrutato per qualche secondo ciascun corridore che, a cronometro, giunge in solitudine, come fosse un passante, dall’altro lato della strada, ognuno saluta. Poi prosegue per la propria via in qualunque occupazione sia impegnato e forse non si interessa nemmeno più di tanto di questa strana faccenda chiamata Giro d’Italia. È l’antico vincolo dell’ospitalità che, da queste parti, è più vivo che mai e basta questo per non sentirsi estranei pur se non ci si conosce e mai più ci si rivedrà perché tutti, nei dintorni, vanno e vengono: i ciclisti e chi, in un modo o nell’altro, ne segue i viaggi.

Pare che Joshua Tarling abbia sempre al seguito qualcuno della propria famiglia alle corse: «E se è una giornata no, se le cose non vanno, se non mi sento bene, spesso li tratto anche malamente, però loro continuano a seguirmi e non ricambiano mai con la stessa moneta». Anche questa è una forma di ospitalità, pur se in senso lato: non si fa spazio nella propria casa o nella propria terra, ma si fa spazio in altro modo e ci si mette un poco da parte.

In fondo, Tarling è nato il 15 febbraio 2004, ha poco più di ventuno anni: si vede dal viso, ancora da ragazzino, con le guance arrossate dallo sforzo, e da una timidezza piuttosto pronunciata quando smette di pedalare. Si intuisce leggendo qualche suo scritto che è giovane. Se ne ha la certezza quando toglie il casco, quando fa una smorfia o sorride e quel volto stride con quel che si è appena visto in sella. Una sorta di divoratore di asfalto. Sì, perchè in bicicletta è dirompente, a cronometro perfetto. Il suo corpo diventa una specie di guscio che attraversa le leggi dello spazio e del tempo. E lo fa più veloce di tutti, per questo conquista la cronometro, con un solo secondo di vantaggio su Primož Roglič: un altro che di gambe ne ha eccome ed al secondo giorno si è già preso la maglia rosa. La voleva? Non la voleva perché troppo presto? Il problema è minimale, anzi, ad averne di questi problemi.

Ma torniamo a Tarling che, cresciuto in Galles, di cui ricorda un’infanzia felice, in bicicletta andava anche poco. Nonostante questo, a dodici anni, ha percorso una cronometro di cento miglia in quasi cinque ore e da quel momento ha capito che si trovava a proprio agio in quella dimensione e voleva approfondirla. Nonostante non sia per nulla una condizione agevole, anzi del tutto inospitale, innaturale, come la posizione assunta per guadagnare qualche centesimo di secondo perché anche i secondi che servono in un Giro d’Italia sono dappertutto.

Stiamo pensando al corpo di Mads Pedersen che era tutto uno spingere e tirare, i pedali ed il rapporto che, oggi, per molti, era un padellone per sviluppare metri e metri con un solo giro. Pedersen non voleva lasciare la maglia rosa per questo si è maltrattato in quei tredici chilometri e settecento metri. Non ce l’ha fatta per circa un secondo e pensando alle prossime tappe quel secondo potrebbe far succedere molte cose.

Antonio Tiberi ha pagato ventisei secondi, probabilmente ci si aspettava qualcosa di meglio, ma tempo al tempo, il Tour of the Alps è un ricordo recente, e lui stesso ha dichiarato di non aver voluto rischiare. Di pressione ne ha sempre avute tante, Tiberi. Caruso che “è come un fratello maggiore” gli dice solo di stare tranquillo e può darsi non serva che questo. A proposito dell’ospitalità che non offre un tetto ma altro. In tanti hanno anche pensato alla possibilità che Wout van Aert vestisse la maglia rosa, che vincesse la cronometro, per mettere a tacere tanti secondi posti, per essere più tranquillo e i ciclisti la tranquillità la trovano nei risultati, poche storie. Non è stata la sua giornata, forse perché non lo era oggi, forse perché ciò che è alle spalle non si cancella, non cambia da un momento all’altro, forse per entrambi i motivi, ma non lo è stata. Deve ancora aspettare e ancora riprovare.

Tutto ciò che fa o non fa uno come lui, come van Aert o come un campione, un fuoriclasse, qualcuno sotto le luci dei riflettori, talvolta anche solamente come un ciclista, quando è solo, in una cronometro, a lottare contro il tempo, assume un peso specifico importante e lo ha, certamente, nella bolla del ciclismo. Non solo per i ciclisti stessi ma anche per chi capita per caso ad una corsa e l’indomani già si sarà dimenticato. Qui, però, tutto sembra diverso. Perché chi passeggia, a Tirana, saluta e basta, sereno, ospitale, poi se ne va. Chissà se qualcuno ha mai pensato a quanto ci si senta più leggeri così.

Foto: SprintCyclingAgency

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